13 settembre 1985: il crollo dell’Unione Sovietica

30 giugno 2007 fausto panunzi
Nessun errore: questo è, secondo Yegor Gaidar, il giorno in cui l’impero sovietico ha iniziato a dissolversi.

Per chi non lo ricordasse, Yegor Gaidar è stato, nel periodo 1991-1994,
Primo Ministro, Ministro dell’economia e vice Primo Ministro della Russia. Più
tardi è stato eletto alla Duma. Da alcuni anni ha abbandonato la vita pubblica,
anche se nel novembre scorso è stato ancora protagonista delle cronache per il suo
misterioso avvelenamento avvenuto in Irlanda, poco dopo
quello di Litvinenko. Ha appena completato un libro, The Collapse of an Empire: Lessons from Modern Russia, che verrà
pubblicato da Brookings Institution Press
il prossimo 30 luglio. Ne trovate una breve sintesi (in inglese) qui. Quello che segue è il riassunto della sintesi.

Pane e petrolio: queste sono le due parole chiave per capire il crollo
dell’impero sovietico secondo Gaidar. Pane in realtà deve essere inteso in
senso lato, come beni agricoli, granaglie in primo luogo. L’agricoltura
sovietica è stata sempre in crisi, almeno da quando Stalin decise, negli anni
’30, di espropriare la terra ai contadini, per passare alla collettivizzazione
dei lavori agricoli. Se prima della Prima Guerra Mondiale la Russia era il
primo esportatore di granaglie al mondo, negli anni ’60 era diventato il più
grande importatore, più di Giappone e Cina messi assieme. E come venivano pagate le
importazioni di beni agricoli? Non certo con beni industriali, la cui qualità
era così scadente che nessun Paese (esclusi quelli del blocco comunista che non
avevano molta scelta) era disposto ad accettarli come contropartita. L’unico
bene che l’Unione Sovietica poteva offrire per pagare le sue importazioni era
il petrolio.

Per tamponare una crisi dell’agricoltura sempre più grave, già
negli anni ’70 i pozzi petroliferi sovietici venivano sfruttati in modo
eccessivo, causandone un rapido deterioramento. Ma Breznev non aveva scelta se
non voleva affamare la popolazione sovietica (e quella del blocco comunista).
Poi, all’inizio degli anni ’70, il colpo di fortuna: la crisi petrolifera fece
schizzare alle stelle il prezzo del petrolio e questa fu una boccata d’ossigeno
per l’economia sovietica. Ma questo colpo di fortuna fu completamente sprecato
dalla dirigenza sovietica. Così come le enormi riserve di oro e argento dalle
colonie avevano anestetizzato l’economia dell’impero spagnolo tra la fine del
1500 e l’inizio del 1600, l’alto prezzo del petrolio rinviò ogni piano di
ammodernamento dell’industria sovietica. L’unica strategia del Politburo fu
quella di ordinare al KGB di alimentare il terrorismo nei Paesi arabi per tenere alto il
prezzo del petrolio. Poi ci fu l’invasione dell’Afghanistan e l’inizio della
fine. L’Arabia Saudita capì che essa era il primo passo verso un tentativo di controllo sovietico dei
campi petroliferi del Medio Oriente e decise di chiedere la protezione degli
Stati Uniti. E per averla fece un gesto di buona volontà: il 13 settembre
1985 lo sceicco Yamani, il ministro del petrolio, annunciò che la produzione di greggio saudita sarebbe drasticamente aumentata, facendo così scendere il suo
prezzo. A quel punto l’agonia dell'Unione Sovietica era iniziata e l’unica incertezza era
la data della sua dissoluzione.

Con un basso prezzo del petrolio, i leader
sovietici avevano tre opzioni.

Potevano rinunciare al blocco orientale, riducendo i sussidi versati alle
nazioni satelliti e, anzi, vendendo loro il petrolio sovietico ad un prezzo di
mercato. Questa soluzione, però, era ideologicamente costosa, perchè
significava negare i risultati della Seconda Guerra Mondiale. Nessun membro del
Politburo ebbe il coraggio di suggerirla, poiché sapeva che avrebbe rischiato
di perdere il suo posto al top della nomenklatura.

Oppure potevano ridurre le importazioni agricole, razionando il cibo. Ma i
dirigenti sovietici sapevano che ciò avrebbe comportato una dura rivolta
popolare, dalle conseguenze incalcolabili.

Infine, potevano ridurre le spese per l’apparato militare. Ma l’economia di
intere regioni dipendeva dalla produzione militare. Non era escluso che la
leadership di tali regioni avrebbe guidato la rivolta contro i dirigenti
centrali, se tale decisione fosse stata presa.

Il Politburo scelse di non scegliere e aspettare. Per pagare le
importazioni agricole, nel 1989 il governo sovietico chiese un prestito di 100
miliardi di dollari ai governi occidentali (nessuna banca avrebbe mai concesso
prestiti all’Unione Sovietica). Ma la richiesta di un prestito così ingente
significava di fatto la fine del potere sovietico sul blocco orientale. I
leader polacchi capirono per primi che l’Unione Sovietica non avrebbe mai
mandato i carri armati per reprimere le manifestazioni di piazza organizzate da
Solidarnosc. Al vertice di Malta del 1989 Gorbaciov lo garantì esplicitamente
all’allora Presidente Bush Sr. Sei settimane dopo, non c’era più alcun regime
comunista nell’ormai ex blocco sovietico. Ma ormai anche la crisi interna era
matura. Quando ci furono le prime rivolte nei paesi baltici, i governi
occidentali dissero a Gorbaciov che poteva fare quello che voleva, dato che era
una questione interna dell’Unione Sovietica. Naturalmente, se avesse usato la
forza, poteva però scordarsi il prestito. A questo punto Gorbaciov si trovava
di fronte ad un dilemma insolubile. Uno stato che non ha risorse economiche e
non può difendere le frontiere è già morto, dice Gaidar. La fine avvenne, come sappiamo,
nell’agosto 1991 con il fallito colpo di stato.

Quali sono le lezioni che Gaidar trae da queste vicende? In primo luogo, ci
ricorda che l’economia sovietica dipende ancora dal petrolio e dal gas (avrete
letto in questi giorni che Putin vuole annettersi anche una parte del Polo Nord
con ricche riserve di petrolio e gas) e
che quindi ha sempre fragili fondamenta. In secondo luogo, che i regimi
autoritari sono fragili nei momenti di crisi. Nei momenti di stabilità solo una
minoranza sente come intollerabile la mancanza di libere elezioni. Nei momenti
di crisi, la tolleranza dei cittadini verso gli autocrati svanisce rapidamente
e il contratto sociale entra in crisi. Gaidar conclude affermando che una vera
democrazia non è un dogma imposto dai Paesi Occidentali, ma una precondizione
per uno stabile sviluppo della Russia.
Le sue tesi spiegano in modo evidente perchè
in molti abbiano visto la mano dell’attuale governo russo dietro il suo avvelenamento (anche se non c'è nessuna prova in tal senso). Ma il punto più importante, a mio avviso, è se la
Cina sia una disconferma del paradigma di Gaidar o se, invece, nel lungo periodo il
Partito Comunista diventerà un ostacolo allo sviluppo economico cinese. Come diceva Battisti (Lucio), lo scopriremo solo vivendo.

16 commenti (espandi tutti)

Molto più plausibile delle teorie che vedono il riarmo di Regan come causa del crollo.

Io direi coerente con l'idea che la corsa al riarmo di Reagan sia stata la classica paglia che ruppe la schiena dell'asino, no? Alla fin fine, qualcosa deve pur aver reso il regime incapace di trovare le risorse necessarie per sfamare il popolo. Che siano state solo le spese militari, lo dubito anche io. Che abbiano senz'altro accelerato il processo mi sembra difficile dubitarlo. Fausto, che dice la nostra fonte a questo proposito?

L'articolo non parla esplicitamente del riarmo reaganiano, ma che anche esso abbia contribuito ad accelerare il collasso del regime sovietico mi sembra innegabile. Certo, perenne crisi agricola, industria senza valore aggiunto al di fuori del settore militare e basso prezzo del petrolio hanno avuto un ruolo più determinante.

Gaidar conclude affermando che una vera
democrazia non è un dogma imposto dai Paesi Occidentali, ma una precondizione
per uno stabile sviluppo della Russia.
Le sue tesi spiegano in modo evidente perchè
in molti abbiano visto la mano dell’attuale governo russo dietro
il suo avvelenamento (anche se non c'è nessuna prova in tal senso). Ma
il punto più importante, a mio avviso, è se la
Cina sia una disconferma del paradigma di Gaidar o se, invece, nel
lungo periodo il
Partito Comunista diventerà un ostacolo allo sviluppo economico cinese.

Le condizioni in Cina sono abbastanza diverse, dato che si tratta di un importatore di risorse naturali, piuttosto che un esportatore. E suo il governo attuale ne comprende bene le implicazioni: subito dopo la morte di Mao ha abbandonato la collettivizzazione dell'agricoltura e ha trasformato l'economia del paese in direzione capitalistica, facendone un produttore a basso costo di manodopera. Inoltre, contrariamente all'ex-URSS non ha mai avuto un impero da controllare, con i relativi costi. E infatti oggi e' la Cina che sta prestando centinaia di milioni di dollari all'impero USA comprando Treasuries (anche se ultimamente sta cercando di diversificare, vedi p.es. l'acquisto del 10% di Blackstone per 3 miliardi di dollari, e la costituzione di State Investment Co., basata sul modello di Temasek Holdings di Singapore e col compito di investire 200 miliardi di dollari dei 1200 in riserve di valuta straniera: la persistente debolezza del dollaro e il recente brusco aumento dei rendimenti sulle Treasuries sono almeno in parte legati al rischio di diminuito interesse nei titoli di stato americani da parte della Cina).

Inoltre, dubito che la mancanza di democrazia abbia alcunche' a che fare con il decesso dell'Unione Sovietica: il politico di maggior successo sinora non e' certo stato Gaidar, ma Putin, che sta perseguendo una restaurazione del vecchio modello (autoritarismo, ricostituzione dell'impero con pressioni sui paesi satelliti come Ucraina, Bielorussia e -stans dell'Asia Centrale, e soprattutto controllo statale sulle fonti d'energia). In questo senso, Putin e' un democratico, dato che puo' contare sull'appoggio della maggioranza della popolazione: certamente non e' un liberale. Secondo me, la cosa piu' interessante e' semmai stare a vedere se questo suo presente successo sopravvivera' a un possibile futuro abbassamento dei prezzi dell'energia.

Enzo, questa è proprio la critica di Gaidar al modello putiniano: puntare di nuovo tutte le carte sulle risorse naturali il cui prezzo è stato, almeno nel recente passato, piuttosto volatile. E' vero che oggi Putin ha un livello di approvazione elevato, ma il vero test del supporto dei regimi autocratici si ha nei momenti di crisi economica, secondo Gaidar. Sulla Cina, il mio punto non era quello che la sua economia sia simile a quella sovietica, ovviamente, ma che è un regime non democratico che oggi gode di un forte supporto grazie al boom economico. Ma cosa accadrebbe se l'economia cinese si inceppasse?

 

Sulla Cina, il mio punto non era quello che la sua economia sia simile
a quella sovietica, ovviamente, ma che è un regime non democratico che
oggi gode di un forte supporto grazie al boom economico. Ma cosa
accadrebbe se l'economia cinese si inceppasse?

Ovviamente il Partito perderebbe supporto, ed e' per questo che ha abbracciato la strada dello sviluppo, cavalcandone la tigre volente o nolente. Il PCUS non seppe o volle farlo, e fu spazzato via (Gorbaciov era un socialdemocratico, non un promotore di riforme economiche che mettessero il mercato al primo posto). Ma e' questo un argomento a favore della democrazia elettiva? Confronta con l'Italia, dove gli schieramenti politici possono impunemente alternarsi nel loro malgoverno dando ogni volta la colpa del declino del Paese al governo precedente...

Classico tema "michelangelesco": il suffragio popolare che chiamano "democrazia" non e' una gran cosa, meglio un sistema politico che dia maggior peso agli "illuminati", siano essi filosofi, gente intelligente ed altamente istruita, autocrati/oligarchi "saggi e lungimiranti" o anche solo (preferibilmente) gente che ha fatto tanti soldini dimostrando cosi', via soldini variamente accumulati, d'essere "meglio" della media (chiedo scusa per l'eccessivo virgolettare, ma sto cercando di riassumere in quattro righe un pensiero che mio non e' ed e' anche piu' articolato di quanto sembri dalla mia sintesi).

Sarei anche d'accordo, in principio ed in astratto: in fin dei conti, dietro ad ogni intellettualino piu' o meno fallito e senza un soldo si nasconde un aspirante Platone ... Ma poi - causa causante le origini contadine senza dubbio alcuno - mi viene sempre la remora del "come fare" la cosa? Come la mettiamo in pratica la "ottimati-crazia" nella realta' del mondo che abbiamo attorno? La stessa maledetta dubbio che mi fece prima mollare il sogno del comunismo-anarchismo e poi del socialismo-socialdemocratizzante tra il 1974 ed il 1980. Vale anche in questo  caso specifico la medesima domanda: come si fa, in pratica, a realizzare il governo, per minimale che sia, dei saggi?

La domanda e' motivata dalla seguente osservazione: le masse - quelli del "demo", per capirsi - per poco furbe, malamente educate e poco ricche che siano hanno un tremendo difetto: vogliono comandare loro, o almeno avere l'illusione di farlo scegliendosi a botte di voti, assemblee, referenda, comitati di quartiere e partiti, quelli che li prendono per il naso e vuotano le loro tasche promettendo loro il paradiso in terra. Sembra essere, in secula seculorum, un desiderio inarrestabile che non riescono a togliersi dalla testa nonostante la sua soddisfazione sia (lo dico seriamente) probabilmente dannosa nel lungo periodo. Insomma, le masse vogliono governare o avere l'illusione che lo fanno; quando tale illusione non viene soddisfatta s'incazzano, fanno sommosse e cercano o di cacciare o di catturare i governanti. 

Il caso cinese risulta essere, a ben vedere, piu' un'anomalia storica che un modello ed un esempio. Un regime sanguinario, sostenuto dall'esercito e da un monopolio assoluto e brutale della violenza, ha deciso (dopo vari massacri, alcuni dei quali immani) che se continuava cosi' neanche l'esercizio piu' brutale del monopolio della violenza l'avrebbe salvato dall'autodistruzione, e della distruzione di un paese che stava diventando sia troppo povero che incontrollabile. Dovendo scegliere fra diventare una versione 100 volte piu' grande e tragica del loro ex vassallo nord-coreano e rischiare il cambio del sistema economico cercando di mantenere saldo il potere politico, i gerarchi post-maoisti hanno mostrato d'avere intelligenza e coraggio superiori alla media dei loro colleghi, ed hanno scelto il rischio del cambio. Tale cambio sta avvenendo, lentamente ma costantemente, avendo come unico parametro il mantenimento del potere - politico, inizialmente, oggi sempre di piu' economico - nelle mani del partito e dell'esercito, soprattutto da quanto mi e' dato vedere, del secondo.

Per il momento la cosa funziona, relativamente parlando, nel senso che sta producendo grande crescita economica per quei circa 6-700 milioni di cinesi a cui il regime permette utilizzare sistemi di mercato, ed ha comunque effetti positivi anche per il resto. Progressivamente la percentuale di cinesi che vivono in un sistema di libero mercato sta crescendo e se la cosa continua altri due o tre decenni non escludo si arrivi al 100%. Tutto questo, pero', avviene perche' l'esercito ed il partito hanno costruito (con prezzi mostruosi nei 35 anni precedenti) un controllo totale del paese ed un dominio incredibile delle menti dei cittadini cinesi. Varie visite in Cina, discussioni anche lunghe ed animate con vari dirigenti e colleghi cinesi, oltre ad un numero particolarmente alto di studenti PRC, mi hanno convinto che la cosa regge per il momento, ma a costo di fortissime tensioni e, ripeto, di livelli di controllo poliziesco e mediatico abominevoli. Mi sembra vi siano anche opinioni estremamente differenti e contrapposte sul futuro, il regime politico e di diritti di proprieta' piu' appropriato e come arrivarci.

In che senso possiamo, da tutto questo, inferire delle regole generali, per non dire una "teoria" delle relazioni fra sistema politico e sviluppo economico? Alla fin fine, non ci troviamo forse di fronte ad un puro "caso"? Un sistema politico che ha prodotto immani disastri ovunque nel mondo, per caso - parzialmente per caso: da un lato la situazione era, ripeto, esplosiva, dall'altro l'esistenza d'una cultura "commerciale ed impresariale" antica e mai eliminata, sono stati due fattori necessari per il miracolo post 1980 - ha ora prodotto venticinque anni di crescita economica. I due fattori appena menzionati a parte, questo processo e' iniziato nel 1979-80 per puro caso: forse perche' i nuovi dirigenti erano meno "disonesti" dei precedenti, o piu' intelligenti, o piu' fortunati, o persino piu' "buoni" ... ma il tutto avrebbe potuto tranquillamente succedere 10 o 20 anni dopo, e nessuno se ne sarebbe accorto.

Piu' di questo io non ci vedo.  

 

 

Classico tema "michelangiolesco": il suffragio popolare che chiamano
"democrazia" non e' una gran cosa, meglio un sistema politico che dia
maggior peso agli "illuminati", siano essi filosofi, gente intelligente
ed altamente istruita, autocrati/oligarchi "saggi e lungimiranti" o
anche solo (preferibilmente) gente che ha fatto tanti soldini
dimostrando cosi', via soldini variamente accumulati, d'essere "meglio"
della media (chiedo scusa per l'eccessivo virgolettare, ma sto cercando
di riassumere in quattro righe un pensiero che mio non e' ed e' anche
piu' articolato di quanto sembri dalla mia sintesi).

No, no, tutt'altro: come ho detto anche recentemente io sono del tutto contrario ai "re-filosofi" (sono anzi totalmente d'accordo con Popper su "open society" etc.), e neppure sostengo che ci sia una correlazione particolarmente forte tra soldi fatti e capacita' di governare (anche se certo preferirei Mike Bloomberg al posto di quel fallito di GW Bush, ma non per i rispettivi successi in business). Anzi, sono del tutto a favore di uno stato minimale, con divisione Montesquieuiana tra i poteri, stretti limiti costituzionali al potere dell'esecutivo (nella tradizione Jefferson/Madison/Washington) e minimizzazione dell'attivita' legislativa (il che e' la ragione per cui preferisco i sistemi basati sulla Common Law).

Quello che mi da' fastidio e' sentir sempre ripetere il mantra dell'importanza della democrazia elettiva, spesso a conclusione di analisi che semmai dimostrano che essa non e' ne' necessaria ne' sufficiente a garantire prosperita' e liberta' costituzionali. Prendi Gaidar: spende un libro a discutere come la caduta dell'impero sovietico sia stata determinata da fattori economici, e poi conclude col solito non-sequitur. Il che mi fa sorgere il sospetto che, almeno in alcuni casi, l'elogio della democrazia sia solo un pretesto per coprire tentativi d'interferenza negli affari interni di altri paesi (vedi ad esempio il report su Hong Kong in Economist di questa settimana, dove chi scrive confonde volutamente la manifestazione del 1 Luglio 2003 con mezzo milione di persone a difesa delle liberta' civili, che fece cadere il governo e forzo' la sostituzione del Chief Executive, con quelle dieci volte piu' piccole a favore del suffragio universale - l'ultima delle quali si e' svolta oggi).

Il motivo per cui non credo al metodo "un uomo - un voto" e' molto semplice: le decisioni su risorse reperite in modo non uniforme, e spese in modo non uniforme, vengono messe nelle mani di un governo eletto su base uniforme. Questo crea un'irresistibile pressione verso la ridistribuzione fiscale, che io considero assolutamente nefasta sia il linea di principio (anche se legalizzato, il trasferimento forzoso di risorse resta, moralmente, un furto) che come effetti sull'economia di un paese. Questo problema mi pare evidente, con la continua crescita della spesa pubblica in tutti i paesi democratici, ed e' stato ampiamente previsto in passato. Il fatto che oggi ne venga persino passata sotto silenzio l'esistenza e' un segnale preoccupante.

Enzo, il problema che ostinatamente ti rifiuti di considerare e' il seguente. Chiamiamo "governo" quella cosa che eleggiamo (qualsiasi sia il metodo, incluso quello delle armi o dell'estrazione dall'urna, e qualsiasi sia la sua articolazione istituzionale, che puo' andare dal duce assoluto all'assemblearismo parlamentare piu' sbragato).

Ora, questa cosa chiamata "governo"  non decide solo di tasse e spese pubbliche, forse neanche soprattutto. Decide anche di:

- fare guerre

- decidere cosa sia un crimine e cosa non lo sia

- allocare o modificare diritti di proprieta'

- decidere cosa si puo' dire o no

- decidere cosa si puo' fare in privato fra individui consenzienti

- decidere quali dei sono adorabili e quali desecrabili

- ...

In base a quali principi giustifichiamo che il mio ricchissimo zio debba contare circa 100 volte piu' di me nel decidere quale dio devo adorare, quali posizioni posso assumere nelle mie attivita' sessuali e cosa posso scrivere su questo blog? 

La risposta "tutto questo lo prevediamo nella costituzione, ed il governo non lo puo' toccare", non vale ovviamente. Il governo, per definizione, la costituzione la puo' cambiare. Governo=potere.

Non vale neanche la risposta "per ognuna delle questioni elencate, e per tutte le altre, eleggiamo un governo distinto con criteri elettorali distinti", perche' questa risposta semplicemente rinvia la medesima contraddizione ad una meta domanda: quale governo governa le regole per i sottogoverni?

Ecco, questo e' il quesito a cui, sino ad ora, non ho visto dare risposta alcuna. Non solo da te, ma anche da tutti coloro che teorizzano le stesse cose, o le hanno teorizzate nei secoli dei secoli.

A mio avviso la contraddizione e' inevitabile e non vi e' soluzione coerente. Sia le leggi della biologia che quelle della termodinamica (di cui le regolarita' o "leggi" economico-sociali sono casi particolari, adattati a livelli alti di aggregazione e misurazione) suggeriscono che, nel lungo periodo, non sia possibile sfuggire al dominio delle masse e dell'individuo mediano, lo si puo' solo ritardare. Il che, sia chiaro, e' esercizio interessante ed apprezzabile al quale io stesso mi dedico con passione nonostante la sua futilita'. Qualcosa bisogna pur fare per ingannare il tempo ...  

 

A mio avviso la contraddizione e' inevitabile e non vi e' soluzione
coerente. Sia le leggi della biologia che quelle della termodinamica
(di cui le regolarita' o "leggi" economico-sociali sono casi
particolari, adattati a livelli alti di aggregazione e misurazione)
suggeriscono che, nel lungo periodo, non sia possibile sfuggire al
dominio delle masse e dell'individuo mediano, lo si puo' solo
ritardare. Il che, sia chiaro, e' esercizio interessante ed
apprezzabile al quale io stesso mi dedico con passione nonostante la
sua futilita'. Qualcosa bisogna pur fare per ingannare il tempo ...

Riprendo brevemente questo thread per segnalare un breve saggio introduttivo di Bryan Caplan al suo libro "The Myth of the Rational Voter " ("Why Democracies Choose Bad Policies", Princeton University Press). Non ho letto il libro, ma le raccomandazioni contenute nell'articolo mi paiono ragionevoli: in primo luogo, abbandonare l'adulazione della maggioranza e non esitare a mostrarsi scettici sulla saggezza delle masse, specialmente nel campo delle politiche economiche.

Ah be', parevi quasi il Caron dimonio, prima di rivendicare le sane origini contadine

Aggiungo un commento sulla parte finale del tuo post, sospesa causa imbarco.

Il caso cinese non sembra a me nella sostanza poi molto dissimile da quel che e' successo in Europa a partire dalla fine del feudalesimo, anche se il filmato e' proiettato ad alta velocita' perche' il crepuscolo del feudalesimo in Cina si colloca intorno ai primi anni del XX secolo. Ora siamo in una fase in cui l'assolutismo illuminato sta gettando le basi economiche di una societa' liberale, con la creazione di una middle class prospera e istruita che prima o poi reclamera' maggiore rappresentativita' a livello istituzionale (e lo sta gia' facendo, anche se in un quadro assai diverso da quello ddipinto da chi si fa in Occidente una carriera come dissidente professionale). Hong Kong, in particolare, rappresenta per la dirigenza attuale un importante laboratorio sperimentale (cosi' come lo e', piu' alla lontana e passivamente perche' politicamente indipendente, la Repubblica di Singapore). Il fatto che essa abbia preservato le sue liberta' costituzionali e' fonte di sorpresa per chi, come la stampa o l'accademia internazionali, ha una visione distorta sia di quel che succede in Cina che delle motivazioni che determinano il comportamento del suo governo.

Non vedo comunque come quel che dici supporti la tua tesi di inevitabilita' della (social)democrazia -- in cui includo anche i meccanismi decisionali un uomo-un voto che sono del tutto estranei alla logica del capitalismo o degli stessi basilari diritti di proprieta' (l'hai mai visti applicati in un condominio?). L'unica ragione per cui sono stati accettati, assieme ad altre discutibili pratiche come il welfare state o la validita' erga omnes della contrattazione collettiva, e' stato il tentativo di togliere supporto di massa al socialismo rivoluzionario. All'epoca (XIX e primi tre quarti del XX secolo) la cosa era comprensibile: il proletariato era realmente necessario allo sviluppo economico, ed era credibile supporre che la sua partecipazione fosse essenziale ad evitare la paralisi della produzione; e fenomeni come la Comune di Parigi o la Rivoluzione Bolscevica potevano veramente far temere il peggio su forme di scontro violento se altre forme pacifiche di partecipazione non fossero state rese disponibili. Oggi le cose stanno in modo ben diverso: da un lato l'automazione, e dall'altro l'immissione massiccia sul mercato del lavoro di enormi quantita' di forza-lavoro sottoutilizzata (solo la Cina ha due terzi della popolazione ancora nelle campagne, pronta a entrare sul mercato tenendo bassi i salari) ha spezzato ogni possibilita' di cartellizzazione della manodopera non qualificata. Nel mondo attuale, soprattutto nei paesi industrializzati, la stessa esistenza di un proletariato tradizionale e' un imbarazzo: la piu' grossa sfida e' rappresentata dalla pubblica istruzione. Se questa sfida e' persa, ci sono solo declino e sottosviluppo, e disoccupazione di massa; ma se e' vinta, portando alla qualificazione e "borghesizzazione" di strati sociali che prima alimentavano le schiere degli "operai-massa", si apre la possibilita' di smantellare gli elementi di socialismo progressivamente diffusisi nelle societa' dei paesi industrializzati.

In realtà la democrazia liberale è sempre stata elitaria e non di massa.

Le regole del gioco erano condivise ed accettate solo da una minoranza, mentre la gran parte della popolazione ("cafoni", proletariato urbano ecc.) era esclusa dal processo decisionale del "club" con conseguente spinta al ribellismo e/o alla rivoluzione.

Pensiamo per esempio alla nazione che ha dato vita a molti dei principi democratici oggi condivisi, ossia gli Stati Uniti d'America.

La sua costituzione, che ancora oggi costituisce un esempio di libertà, è però anche profondamente ipocrita, dato che fu promulgata per disciplinare i rapporti della èlite wasp, in costanza di generalizzata schiavitù e non ha minimamente impedito lo sterminio della maggior parte dei popoli nativi.

Lo stesso dicasi per le democrazie liberali europee, i cui principi e valori erano validi all'interno di ciascuna nazione (e inizialmente neanche per tutti i cittadini), ma potevano venire tranquillamente dimenticati verso i popoli coloniali.

Il fenomeno di socialdemocratizzazione (oddio che brutta parola) è stato il prezzo (?) che si è dovuto pagare per allargare il numero dei soci del "club" ed impedire che chi ne era escluso bruciasse il club ed i suoi occupanti e quindi: suffragio universale, welfare, politiche redistributive del reddito, il tutto condito da due guerre mondiali "di massa".

Vero è che oggi  - qui da noi - il club risulta ormai aperto a tutti e questo spiega il fatto per cui oggi - in occidente - il pendolo sta viaggiando decisamente verso il liberalismo, anche perchè il proletariato di massa è stato spostato all'esterno delle nostre nazioni, verso i grandi paesi produttori di beni di consumo, rispetto ai quali, non a caso, non ci curiamo  molto del rispetto dei principi liberali e/o democratici, così come i nostri nonni o bisnonni non si curavano di ciò che accadeva nelle miniere o nelle fabbriche che avevano dietro casa o nelle colonie oltremare.

Vero è che oggi - qui da noi - il club risulta ormai aperto a tutti e
questo spiega il fatto per cui oggi - in occidente - il pendolo sta
viaggiando decisamente verso il liberalismo, anche perchè il
proletariato di massa è stato spostato all'esterno delle nostre
nazioni, verso i grandi paesi produttori di beni di consumo, rispetto
ai quali, non a caso, non ci curiamo molto del rispetto dei principi
liberali e/o democratici, così come i nostri nonni o bisnonni non si
curavano di ciò che accadeva nelle miniere o nelle fabbriche che
avevano dietro casa o nelle colonie oltremare.

Non e' vero che non ce ne stiamo curando: ce ne stiamo curando nel migliore dei modi possibili, mandando loro lavoro che sta facendo crescere i loro salari a ritmi
sostenuti. I principi liberali spetta a loro tradurli in pratica nei loro paesi (agli Europei mica li ha portati Babbo Natale), e la cosa richiede come condizione preventiva lo sviluppo economico.

Gli unici a continuare a soffrire saranno gli abitanti di terre in cui lo sviluppo non arriva: per malgoverno, per guerre (sia endogene che portate da "democratizzatori" che perseguono progetti di "nation building"), o magari perche' i loro abitanti avranno dato retta agli ambientalisti dei paesi postindustriali: a cui preme soprattutto di avere nel Terzo Mondo dei grandi zoo in cui i bon savages evitino la
corruzione della modernita'
continuando a restare in contatto con le loro "radici culturali", malaria e tutto.

Dicevo poco fa:

Non e' vero che non ce ne stiamo curando: ce ne stiamo curando nel migliore dei modi possibili, mandando loro lavoro

Oops, ho parlato troppo presto. L'Amministrazione Provinciale di Firenze ha deciso che lo Straniero che osa far concorrenza al Made in Italy sara' inchiodato sul bagnasciuga a colpi di uncinetto. E per dare il buon esempio, ha condotto un'intera seduta di Consiglio a base di sferruzzamenti.

Quella di oggi è un’iniziativa, fuori dagli schemi - ha detto il
presidente del Consiglio della Provincia di Firenze Massimo Mattei -
che vuole esprimere l’attenzione della politica verso la moda e
rafforzare il rapporto con il sistema manifatturiero del territorio.

Questa si' che e' leadership! Mi aspetto ora che Bertinotti, quanto meno, metta su una piccola acciaieria in una sala di Palazzo Madama per "rafforzare il rapporto con il sistema manifatturiero" nazionale, in un area di altrettanto contenuto tecnologico, valore aggiunto e significato strategico per il Paese. 

La risposta "tutto questo lo prevediamo nella costituzione, ed il
governo non lo puo' toccare", non vale ovviamente. Il governo, per
definizione, la costituzione la puo' cambiare. Governo=potere.

Questo non e' affatto vero, almeno in regimi costituzionali: e infatti la divisione dei poteri, i checks and balances eccetera servono proprio a non rendere onnipotente l'esecutivo. E' vero che chi controlla le forze armate ha sempre l'opzione del golpe, ma in tali circostanze questa e' una misura rischiosa che spesso fallisce (Hugo Chavez si e' rassegnato ad arrivare al potere democraticamente dopo che un golpe gli era andato male ;-) ). (E ovviamente, anche una well regulated militia non guasterebbe come ulteriore protezione...)

D'altra parte, davvero pensi che le persone elette a suffragio universale siano automaticamente immuni da tentazioni autoritarie? Abbiamo gia' discusso Hitler e Peron, ma piu' vicino nel tempo e nello spazio ti ricordi il caso Segni / Rocca / De Lorenzo e il "Piano Solo"?

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