Abbiamo ciò che meritiamo

14 giugno 2009 franco bocchini (DoktorFranz)

Talvolta, un'insignificante discussione assume valore d'esempio. Chiarisce bene quale sia il comun sentire. Ed induce al pessimismo, in merito al futuro di questo disgraziato Paese, anche individui alquanto inclini alla fiducia.

Un'amica, insegnante di scuola media nata in famiglia medio-borghese - madre anch'ella insegnante, padre dirigente di una grande azienda, entrambi in pensione - e moglie di medico, aveva appena acquistato un paio di nuovi sandalini per l'estate ormai avviata. Sfruttando l'occasione della vendita promozionale che un grande centro commerciale stava proponendo, al fine di rimpinguare gli attualmente insoddisfacenti ricavi, aveva goduto di uno sconto particolarmente interessante. Così, le erano costati pochissimo, solo una decina di euro in luogo dei venti segnati a listino.

Quando l'ho incontrata, era scandalizzata. Aveva notato lo stesso paio di scarpe, proposto ad un prezzo più che doppio rispetto alla quotazione piena del precedente esercizio commerciale, nella vetrina di un negozio situato nella principale strada dello shopping della località turistica nella quale ci trovavamo: "Si dovrebbe chiamare l'Unione Consumatori" chiosava. A me, francamente, son girati subito gli zebedei: "E perché mai?" le ho chiesto. Eccitata, ha risposto: "Perché sono ladri!"

Il teatrino è andato avanti qualche minuto, nel vano tentativo di spiegarle che esiste una strana cosa chiamata "mercato", in cui ciascuno prova a vendere beni, servizi o prestazioni al prezzo migliore che riesce ad ottenere. Il che significa che deve trovare qualcun altro disponibile a pagare quel prezzo, pena l'impossibilità di concludere la transazione e la conseguente necessità di abbassare le proprie pretese, volendo trarre di che vivere dal proprio lavoro. Fondamentale corollario, la ricerca di efficaci modalità di vendita, in termini di migliore qualità o servizio (o anche solo fascino), tese ad evitare una pura - per quanto legittima - competizione sul prezzo, non sempre praticabile né desiderabile.

L'amica in questione non è seguace di colui che vorrebbe portare la salma di Lenin a Roma, anzi ha sempre votato guardando moderatamente a destra, dichiarando la propria collocazione politica contraria all'appiattimento coatto dei ruoli sociali, aspettative e retribuzioni. Eppure, evidentemente, le sembrano normali prezzi imposti uguali per tutti, in perfetto stile soviet.

Non ho idea se una potente motivazione possa risiedere nel suo essere dipendente pubblica - sospetto fortemente che, anche qui nel Nordest, la cosa abbia la sua influenza - e se ne potrebbe discutere a lungo, ma non sta qui il problema. Il fatto è che, quando noi menti belle ci si straccia le vesti stigmatizzando la miserrima qualità della classe politica che mandiamo a rappresentarci, non teniamo presente che quella è la materia grezza della quale son fatti gli elettori, e che a tali elettori chiedono il consenso.

Sarà dura, davvero ...

49 commenti (espandi tutti)

Penso che sia una questione culturale. Mi piacerebbe portare la ricerca di un perché un pò più a fondo. In questo caso penso che le cause si rifacciano principalmente a due matrici: quella marxista e quella cattolica.

Detto questo, l'episodio citato da Franco mi fa venire in mente che c'è un grande bisogno di sporcarsi le mani. Ho notato che i liberali sono individualisti da questo punto di vista. Cercano di capire le cose meglio, ma non "diffondono" la conoscenza, perchè non hanno voglia, perché preferiscono la precisione alla banalizzazione (che spesso è però necessaria per la divulgazione) oppure perché non capiscono come mai gli altri non ci arrivino da soli. Certe persone sono orientate al socialismo in economia in maniera pienamente convinta, ma penso che la maggior parte lo sia in maniera inconscia. In pratica non si può pretendere che qualcuno diventi liberali se non ha i mezzi concettuali per esserlo (e.g. se è cresciuto in un'ambienta permeato di valori molto diversi, che sono giudicati giusti, o come minimo legittimi). Siccome in democrazia è importante la maggioranza, se vogliamo che le idee liberali si diffondano, dobbiamo appunto sporcarci le mani. Non è facile, spesso non funziona neanche, però se non lo facciamo, è difficile che la gente ci arrivi da sola.

Da questo punto di vista, noto una differenza con gli Stati Uniti, dove è più difficile rispetto all'Italia far passare pacificamente alcune affermazioni palesemente contro il mercato.

Ho notato che i liberali sono individualisti da questo punto di vista. Cercano di capire le cose meglio, ma non "diffondono" la conoscenza, perchè non hanno voglia, perché preferiscono la precisione alla banalizzazione (che spesso è però necessaria per la divulgazione) oppure perché non capiscono come mai gli altri non ci arrivino da soli.

O forse perchè, essendo liberali, trovano normale e ragionevole che altri abbiano idee diverse. Tutti quelli che conosco amano difendere le loro posizioni in pubblico, specie con gli amici, ma non ne conosco uno dotato del "sacro fuoco" tipico di altri movimenti.Lo notava anche Montanelli, che aggiungeva che spesso le discussioni più feroci le hanno tra di loro, perchè mancando di una ortodossia codificata spesso sono in disaccordo su molte cose.Qui puoi vederne esempi quasi quotidiani: per esempio Alberto e Michele, che andranno d'accordo al 90% (almeno sui principi), litigano spesso ferocemente sul restante 10 :).

 

La prima risposta e' stata la piu' intuitiva e sottoscrivibile.

E' una questione culturale, ma quello che mi stupisce e' che i liberisti italiani non abbiano MAI - almeno, secondo la mia percezione - cercato di dialogare con gli Italiani che la pensano in modo differente. Esempio? I temi della flessibilta' nel mercato del lavoro non sono MAI stati SPIEGATI al cittadino. Come risultato, ho amici che rifiutano lavori estivi altamente professionalizzanti solo perche' sono contratti a tempo determinato di 3 mesi. Per eradicare un certo tipo di mentalita' autolesionista e' INDISPENSABILE la divulgazione - qualsiasi altra azione politica, seppur eccellente, e' destinata a fallire. 

E' ovviamente anche un fatto di comunicazione. CIOE'. Se io avessi un'amica che mi fa un discorso come quello presentato nell'articolo, non starei certo a spiegarle perche', palesemente, non c'e' niente da spiegare. Alla signora bisogna semplicemente dire: "Cos'e', adesso vai a comprare nei negozi per fighetti fessi che si vantano perche' spendono di piu' facendo shopping?!?". Frasi del genere insegnano piu' di mille elucubrazioni.

Chiaro che questioni meno ovvie e piu' spinose, come la sopracitata flessibilita' del mercato del lavoro, non possono essere spiegate tramite battute a effetto... Ma comunque sia, quali sono oggi le forze politiche e sociali che intendono insegnare paradigmi nuovi al popolo?

Penso che sia una questione culturale. Mi piacerebbe portare la ricerca di un perché un pò più a fondo. In questo caso penso che le cause si rifacciano principalmente a due matrici: quella marxista e quella cattolica. (Michele)

Magari! Conosco "marxisti" che non hanno mai letto una riga di Marx e numerosissimi "cattolici" che seguono ognuno una propria religione (del tipo "Dio sì, ma la Chiesa e i sacramenti un po' meno").

E' sicuramente una questione culturale, ma, purtroppo, di altro tipo: l'Italia è di gran lunga il paese più ignorante d'Europa.

Nella fascia d'età 25-39 si contavano, nel 2006, un 16.4% di laureati (media EU-27: 27.5%) e un 46.9% di diplomati. Valori minori per i laureati solo nella Slovacchia (16%), nella Repubblica Ceca (14.9%) e in Romania (13.3%); ma i diplomati in questi tre paesi ammontavano, rispettivamente, al 77.6%, al 79.4% e al 68.2%.

Fonte: Eurostat, Cultural statistics.

 

Ciao Sergio e benvenuto su NfA!

Quando parlavo di matrici marxista e e cattolica, non intendevo che la gente si e' formata consapevolmente a quelle scuole di pensiero. Ho in mente qualcosa di piu' sottile. Penso che le idee marxiste e cattoliche facciano parte della cultura Italiana in maniera diffusa. Prendi una persona che vede o sente un fatto, come l'insegnante amica di Franco con le scarpe. Come fa a dargli un giudizio e a interpretarlo come giusto/sbagliato? Semplicemente si volge alle idee che sono dentro di lei e che ritiene giuste. Sono una specie di senso comune interiore, quelle verita' auto-evidenti che uno a dentro e di cui parlava anche Kant: le impari quando cresci, non necessariamente perche' te le insegnano esplicitamente, ma semplicemente perche' ne sei imbevuto e vedi che sono cose che vanno bene per tutti.
Ecco io penso che molte delle idee in cui noi in Italia cresciamo, si rifanno a un modo di pensare marxista e cattolico. Per esempio, se noi vediamo una persona caduta in disgrazia, e' normale e umano per noi avere prima di tutti pieta' per lei, prima ancora di pensare se se lo meriti oppure no (e.g. il caso Madoff, ho sentito persone dire "ma andra' veramente in galera anche se e' cosi' anziano?").
Ci sono culture in cui i proverbi popolari dicono "Non avrai mai successo se non lavori duramente" e altre che dicono "Le cose succederanno solo se lo vuole Dio" (cfr. "Outliers", M. Gladwell). Questo tipo di pensieri stratificati sono quelli a cui mi riferisco come guida del sentire comune.

Grazie del benvenuto!

Nel merito, avevo capito (credo) quello che intendevi, ma intendevo aggiungere che se ci si limita ad essere "imbevuti", se non si condisce il tutto con quella cosa un po' fuori moda (almento in Italia) chiamata "cultura", lì si rimane.

Sono stato "imbevuto" sia di cattolicesimo (quando ero piccolo), sia di marxismo (compivo 18 anni nel 1969; sì, sono un po' attempato). Ma non sono cattolico, né marxista; pur avendo letto molto sia di religioni, sia di Marx. Vorrei dire: proprio perché ho letto molto. Ma il Grande Fratello ha ormai molti più fans della lettura!

E i risultati si vedono...

Io credo che la signora avesse ragione e buon senso. Un bene "proposto ad un prezzo più che doppio rispetto alla quotazione piena del precedente esercizio commerciale" non é certo un bel esempio di economia di mercato, ma semplicemente del fatto che c'é qualcuno che adotta come strategia commerciale l'appropriarsi del l surplus (o rendita) del consumatore cioè della differenza positiva fra il prezzo che un individuo è disposto a pagare (e la signora era giustamente disposta a pagare meno) per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato dello stesso bene (che evidentemente é più basso come lo dimostrano spesso i saldi visto che anche durante questi i commercianti hanno i loro bei margini di guadagno). Il massimo che un consumatore è disposto a pagare viene detto "prezzo di riserva"

In Italia uno direbbe che il centro commerciale aveva forse seguito i prezzi in Lire mentre l'altro esercizio commerciale forse aveva adottato la tecnica del ritocco/raddoppio in Euro. Possibile e forse probabile.

Comunque non c'é bisogno di scomodare o accusare Lenin o Marx per scrivere sui prezzi imposti. Nella teoria e economie di mercato ci sono le vie di mezzo e anche prezzi controllati, amministrati, semi-liberi, etc. L'autore potrebbe farsi un giro in altri paesi europei, per lo più nordici, dove la deviazione standard del prezzo di beni simili in una via o centro commerciale é ridotta e gli sconti non sono sempre possibili (non su richiesta).

Questo per dire che forse la signora aveva notato "un'anomalia" giusta senza scomodare l'economia di mercato (delle vacche o del pesce aggiungo....)

Scusa, ma cosa c'è di sbagliato nel fatto che un negozio provi a vendere al prezzo che ritiene più opportuno?

Se la strategia commerciale è sbagliata ci rimetterà lui, se invece trova chi è disposto a comprare ci guadagnerà: che c'è di sbagliato in questo?

Credi che un negoziante sappia a che prezzo viene venduto ogni singolo articolo in ogni centro commerciale del pianeta?

Infine, non dimenticare che i grossi centri commerciali lavorano in modo diverso dai piccoli negozi: potrebbe essere benissimo che abbiano pagato i sandali 11€ e debbano svuotare il magazzino, mentre magari il negoziante li ha pagati 12€.Fermo restando che se entrambi li avessero pagati 1 cent non avrei comunque nulla da ridire sulla differenza di prezzo.

Mi sai dire un solo motivo per cui ci sarebbe una anomalia?

Aggiungerei che il negozio si trovava nella strada principale della localita'. Dove si trovava il centro commerciale? Alla fine le rendite vanno ai possessori della risorsa scarsa, che non sono i (rivenditori di) sandali, ma verosimilmente i locali nelle vie del centro. Il prezzo delle cose che compri deve coprire il costo opportunita' del locale. Io troverei anomalo il contrario, piuttosto, e cioe' che i sandali avessero lo stesso prezzo.

Un bene "proposto ad un prezzo più che doppio rispetto alla quotazione piena del precedente esercizio commerciale" non é certo un bel esempio di economia di mercato, ma semplicemente del fatto che c'é qualcuno che adotta come strategia commerciale l'appropriarsi del l surplus (o rendita) del consumatore cioè della differenza positiva fra il prezzo che un individuo è disposto a pagare (...) per ricevere un determinato bene o servizio e il prezzo di mercato dello stesso bene....

"appropriarsi del surplus..." insomma gli diamo del ladro. E' proprio per questa ragione, per questa concezione "talebana" dell'economia che le cose non si raddrizzano. Il peggio è che sono spesso condite con termini pseudoscientifici per dare convinzione che hanno un senso. Ma senso non hanno: un articolo venduto a prezzo doppio da un negozio fuori mano rispetto un grande magazzino, a me sembra invece proprio un magnifico esempio di economia di mercato!

Non è stato tenuto conto, per esempio, che il negozio "ladro" vendeva il prodotto in un luogo dove c'è meno agio nel poter acquistare altri articoli e c'è anche meno giro di vendite. Un negozio di questo tipo ha meno vendite rispetto un grande magazzino. Prendi i costi di esercizio e li dividi per il numero di pezzi venduti ed ottieni il costo di esercizio per unità venduta, evidentemente molto più alto rispetto quello di un grande magazzino: chi li paga quei costi se non gli acquirenti di quel prodotto?  Il libero mercato stà proprio nella facoltà del Cliente di ricercare il prodotto al prezzo migliore (eventualmente valutando pro e contro) e del venditore che lo vende al prezzo che ritiene necessario a coprire i suoi costi (e guadagnarci).

Poi non si tiene conto che il costo di mantenimento di un esercizio commerciale in Italia è sproporzionato per l'eccessiva incidenza di costi di burocrazia e tasse. Ho messo prima la burocrazia perché pesa moltissimo. In essa includo: corsi per la sicurezza dei commessi, regolamenti comunali, regolamenti sanitari, registri di carico e scarico...ecc. Ora se ipoteticamente si volessero mettere le soglie di prezzo imposte di certo verrà richiesta la registrazione dei prezzi, imponendo altri costi.

Esiste la concorrenza per calmierare il prezzo. Se un'altro imprenditore ritiene che su una certa piazza si sia spazio per guadagnarci (perché chi vende in assenza di concorrenti pratica prezzi che lasciano spazio a un concorrente), si metterà in concorrenza, e per attirare i clienti proporrà un prezzo più basso...

Dovrebbe essere semplice, eppure è dura da capire. D'altra parte se poi anche Ratzinger si mette a sproloquiare di economia, allora siamo proprio nel mondo dei talebani.

Ratzinger:

''Auspico - aveva affermato poco prima il Pontefice - che le indagini sviluppate nei vostri lavori, ispirandosi agli eterni principi del Vangelo, elaborino una visone dell'economia moderna rispettosa dei bisogni e dei diritti dei deboli''

L'economia è economia, è matematica, non è filosofia, tantomeno religione.

NB: La critica fatta al signor Ratzinger è sul messaggio politico dell'uomo, e non ha a che fare con la religione.


L'economia è economia, è matematica, non è filosofia, tantomeno religione.

Insomma, l'economia è un po' più complessa...dovrebbe indagare il comportamento dell'uomo, della società, qualcosa di reale e in continua evoluzione.

Nota 19, http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_politica

Alessandro Roncaglia (Lineamenti di economia politica, Laterza, Roma-Bari, 2005, pp. 12-14) ricorda le differenze tra scienze sociali e scienze naturali e sottolinea che l'economista studia una realtà in continuo mutamento di cui egli stesso è parte; non può quindi né semplicemente basarsi sulle teorie elaborate in passato, né pretendere di essere neutrale; «non c'è nulla di male in questo; basta saperlo e non nascondersi dietro un dito».

La non neutralità non impone all'economista l'azione politica ma egli non ha teoremi da scoprire, bensì lo scenario di una polis immersa nel tempo passato, presente e futuro da investigare.

La matematica sapevo si basasse su assiomi la cui realitas non è condizione necessaria e che in termini di dinamismo direi un po' soffrono.

La matematica, indispensabile strumento dell'economista, non è nemmeno sufficiente a caratterizzare come scienza la disciplina economica: ambizione a cui tende solo nei suoi pochi contributi sperimentali.

In merito all'auspicio del signore famoso che un po' estemporaneamente hai tirato in ballo, mi pare che oltre ad essere palesemente leggittimo, nella sua scontatezza mi sembra difficilmente attaccabile. Proprio tale scontatezza mi sembra l'elemento interessante: l'autoreferenzialità dell'economista impone una critica tanto basilare? probabilmente sì.

Il libero mercato stà proprio nella facoltà del Cliente di ricercare il prodotto al prezzo migliore...e del venditore che lo vende al prezzo che ritiene necessario a coprire i suoi costi...

Le facoltà del venditore e del Cliente, dove il primo è sicuramente figlio di un Dio minore, a fronte della 'C' capitale del secondo, rappresentano forse un assioma del comportamento sociale o semplicemente raccontano le gesta di un mythos che nasce e muore nell'epico mondo dell'accademia economica?

Lavoro in una località turistica, faccio software per il turismo, e conosco bene la realtà delle agenzie immobiliari e quindi del mercato immobiliare.

Il prezzo degli affitti non li conosco ma se é proporzionale al prezzo degli immobili (si va sopra i 5.000€ al mq per i negozi) il piccolo commerciante della località turistica che lavora 6 mesi all'anno di cui solo 3 "grassi", é costretto per forza di cose ad alzare i prezzi.

Qua (località turistica del nordest) TUTTI i negozi hanno prezzi almeno del 40% più alti dell'entroterra.

E anche il doppio rispetto alle migliori offerte dei centri commerciali.

E' sempre stato così.

Diciamo pure che la signora ha scoperto l'acqua calda in età adulta.

Io credo che la signora avesse ragione e buon senso

Certo. Del resto l'economia di mercato è sbagliata in sé, dal momento che solo la superiore capacità - anche etica, ça va sans dire - dell'autorità pubblica è in grado di stabilire che cosa sia migliore e di imporre il "bene comune". Tra l'altro sarebbe opportuno che il Grande Fratello decidesse, finalmente, anche il colore e la taglia, uguale per tutti, s'intende: che cos'è questa fregola di scegliere?

non c'é bisogno di scomodare o accusare Lenin o Marx

Naturalmente. Basti tu ad illuminarci con il "Sol dell'avvenire" ...... :-)

In Italia uno direbbe che il centro commerciale aveva forse seguito i prezzi in Lire mentre l'altro esercizio commerciale forse aveva adottato la tecnica del ritocco/raddoppio in Euro. Possibile e forse probabile.

Ancora oggi? Solo se totalmente ignorante oppure in malafede ..... :-)

In conclusione: non so se ridere o piangere. Davvero.

 

Non ho né parlato di ladri, né di economia di mercato di cui tutti si riempono la bocca, né di morale. La signora ha invece, ripeto semplicemente, dato del "ladro" ad uno che cerca di appropriarsi del surplus del consumatore. La nozione di surplus del consumatore é una nozione economica diversa da consderazioni di costo e mark up, ma fa parte dell'economia cosi' detta di mercato.Certo che se quest'appropriazione dovesse avvenire con metodi illegali o ingannevoli, allora si' che il commerciante é probabilmente un ladro. Sottile distinzione che la signora ed altri qui non hanno apprezzato.

Quando i prezzi non variano molto o sono tutti uguali, negozio dopo negozio, ci si lamenta che non c'è mercato, che forse c'è un cartello.

Quando i prezzi variano allora il piu' caro è un "ladro" ed il piu' economico è "onesto".

In realtà se il consumatore sa confrontare i prezzi (e quella signora lo ha fatto) ed ha tempo per farlo (perché il mercato comporta tempo per essere indagato) allora il problema si sposta da chi vende a chi compra. Possiamo parlare di un compratore consapevole piu' che di un venditore ladro-onesto.

Mi pare anche chiaro che se tutti i compratori fossero consapevoli, difficilmente ci sarebbe una elevata deviazione standard per lo stesso prodotto (ammesso che sia lo stesso e non una somiglianaza).

Rispetto alla situazione nei paesi arabi noi pero' abbiamo perso la virtu' della contrattazione - anche questa comporta tempo - e ci troviamo di fronte a prezzi sugli scaffali già pronti. O al massimo ci sono offerte promozionali. Non siamo piu' abituati a mercanteggiare ed allo stress che cio' comporta, l'abilità che è necessaria e via dicendo. È rimasto solo il vizio di scandalizzarci per prezzi troppo identici o troppo diversi, cosa che ritengo sia un portato di un eccessivo moralismo.

Francesco

Esatto e concordo. La signora credo si stupisse semplicemente del fatto che uno potesse vendere cosi' caro quando in un negozio vicino si compra a meno. E' di sicuro un' anomalia che sta al consumatore correggere. Co sa che in Italia non viene fatta spesso. E' ovvio che il venditore faccia e possa fare quel che vuole senza scomodare concetti di economia di mercato. La menzione della negoziazione musulmana é molto pertinente ed é li' infatti che si cerca di appropriarsi del famoso surplus del consumatore. Purtroppo in Italia l'economia non é di mercato perché esiste sempre il meccanismo di licenze commerciali e simili.

Hai ragione, e confermo questa impostazione mentale in modo particolarmente acuto nei dipendenti pubblici, almeno quelli che io conosco. Ma è una cosa diffusa anche al di fuori del settore pubblico, tocca i lavoratori del settore privato, e sconfina addirittura nella mente dei dirigenti. Questo almeno per quel che vale la mia esperienza in cui discussioni di questo tipo, suggerite dalla crisi economica, non sono più tanto rare.

Il problema nasce a scuola. Si dovrebbe cominciare da li a insegnare le basi di funzionamento dell'economia di mercato (visto che con essa viviamo), e di difesa dei principi di libertà. La scuola invece è preoccupata di formare piccoli balilla.

D'altra parte l'ansiosa attesa da parte del GNI (guardia nazionale italiana) della benedizione del governo non lascia certo ben sperare, anche perché essa si nutre di un sottobosco in cui l'ideologia fascista serpeggia. Che poi io chiamo "comunismo di destra".

 

Alcune considerazioni:

Chiamare l'Unione Consumatori puo' essere sbagliato, chiamarlo ladro chissa'. In fin dei conti l'unico modo di vendere dette scarpe ad un prezzo ridicolmente alto e' contare sull'ignoranza/incapacita' del compratore e ancora, quale differenza di prezzo dal costo di produzione alla vendita e' tollerabile e quando si sconfina nell'eccesso?

Non trattandosi di beni necessari ammetto che la questione puo' essere irrilevante.

Per quanto uno possa essere d'accordo nel principio del libero mercato e nella regola della domanda offerta, lo scenario attuale e' alcuanto complesso. Il cosidetto "consumatore consapevole" che dovrebbe fungere da regolatore di prezzi e' un ente molto astratto, oggi come oggi e' molto difficile giudicare la qualita' della merce (prodotta in serie, prodotti e materiali molto simili fra loro) e lo scenario piu' comune che ci si para davanti (diversamente da quello del post) e' 2 scarpe uguali, prezzo molto diverso, centro commerciale/negozio in centro, brand diverso. Il brand, che forse all'origine era garanzia di qualita', oggi non e' nulla e' anzi una cortina fumogena.

Lo sconfinamento nell'eccesso lo valuta un'altro imprenditore che vi vede una opportunità di guadagno!

Ma chi è che dice che è il "consumatore a regolare" il prezzo?? Su quali elementi si dovrebbe fondare questa teoria?

E' semmai la concorrenza ad indurre la mitigazione del prezzo!

Precisando che il prezzo di vendita è strettamente collegato alla volontà della Persona che cede i suoi beni, e solo ella può stabilire quanto valga il bene che cede, tanto quanto sarà l'acquirente a stabilire se è disposto a pagare quella cifra per quel bene. Importo, lo ricordo, che è in estrema sintesi la contropartita per aver ceduto una quota della propria vita in forma di lavoro.

So che fare queste precisazioni dovrebbe non servire a chi si intende di economia (e sicuramente qui c'è gente che se ne intende più di me), ma sta proprio qui il punto: la mancanza di una (magari banale) diffusione dei concetti di libero mercato e di rispetto della volontà della Persona, per quanto elementari possano apparire, è la chiave del problema. Come è difficile pretendere il raziocinio da parte di un popolo che crede nelle divinità del tuono e nella cura affidata agli stregoni, altrettanto è difficile con gente che al massimo viene educata dai dogmi teocratici che ancora oggi faticano a capire il senso profondo del rispetto della volontà della Persona.

 

Credo sarebbe stato sufficiente far notare alla signora come i due beni NON siano perfetti sostituti, altrimenti per estensione lo sarebbero una pendrive comprata su ebay da taiwan ed una comprata al negozio di souvenir di Malpensa. Qualcuno continua a parlare di "negozi vicini", io continuo a leggere "grande centro commerciale" e "negozio in località turistica". Primo errore.

Secondo errore, come fatto già notare qualcuno, del surplus si appropria il possessore della risorsa scarsa, quindi al massimo la riprovazione (ma perché poi???) dovrebbe essere rivolta al proprietario dell'immobile! E siamo a due.

Terzo,mi pareva che un'economia di mercato si basasse sulla libertà delle controparti a scambiarsi beni, quindi nel momento in cui non esistono meccanismi che costringono un consumatore ad acquistare il bene in questione (chessò, magari un regolamento comunale per cui si può camminare per la strada centrale solo con dei sandali di pelle) direi che si tratta di un'economia di mercato a tutti gli effetti, "senza se e senza ma".

Infine, sul "valore" della contrattazione: avendo avuto esperienze in tal senso da Forcella all'Estremo Oriente, il gioco si risolve come segue. Il venditore propone un prezzo molto alto, il compratore controbatte con un prezzo frazionale e poi ci si accorda più o meno a metà strada (diciamo). Effetto uno: aumentano i costi di transazione. Effetto due: qualcuno qui sopra parlava di "appropriazione del surplus del consumatore"; beh a casa mia la contrattazione serve a segmentare il prezzo, dando un vantaggio agli insider che hanno un'idea precisa sul costo per il venditore rispetto agli outsider, e la segmentazione si usa precisamente per appropriarsi del surplus del consumatore. Se non vi spiace continuo a preferire un meccanismo di prezzi fissi e di concorrenza sul prezzo tra venditori diversi, visto che il prezzo è l'informazione più veloce e facile da capire che ci sia.

Per quanto possa sembrare paradossale, i sandali comprati in liquidazione nel grande centro commerciale, presumibilmente fuori città, non sono lo stesso bene di quelli in vendita nella principale strada dello shopping, esattamente come una bottiglia di vino acquistata al supermercato non è lo stesso bene di una bottiglia identica consumata al ristorante.

L'amica di DocktorFranz avebbe dovuto considerare i costi di trasporto e del suo tempo per raggiungere il centro commerciale, il rischio di fare un viaggio a vuoto se non avesse trovato niente di suo gradimento, il servizio, che presumo più accurato nel negozio chic etc.

 

  Sono perfettamente d'accordo con Doctor Franz. Inorridisco ogni giorno nel sentire nei giornali TV le interviste a persone scelte a caso, che - sistematicamente - inveiscono contro lo Stato che è "assente" e che dovrebbe intervenire in ogni circostanza. Secondo molti italiani lo Stato è il Padre che dovrebbe occuparsi di tutto, e regolare la nostra vita fino nei dettagli. Effettivamente, le speranze sono poche.  

Secondo molti italiani lo Stato è il Padre che dovrebbe occuparsi di tutto, e regolare la nostra vita fino nei dettagli. Effettivamente, le speranze sono poche. 

Eppure qui, e in altri luoghi in Internet, ce ne sono tanti che la pensano diversamente. Sono tutti virtuali? O sono effettivamente così pochi da non avere speranze? Se fosse così, meglio radunarsi in un posto, un po' come pensava Sorens del FSP  (:-o

Che siano (siamo) davvero in tanti nutro serissimi dubbi.

Attento a non farti influenzare da queste "pericolosamente sovversive" frequentazioni mediatiche, che possono illudere ma non rispecchiano la composizione del mondo reale.

Chissà, forse aveva ragione quel tizio - solo su questo, eh! - a ritenere che le avanguardie debbano guidare le masse ma, francamente, io non imbraccerei il fucile ..... :-)

Secondo molti italiani lo Stato è il Padre che dovrebbe occuparsi di tutto.

E' la mentalita' del servo della gleba ai tempi del Feudalesimo. Protezione completa garantita da chi ha potere, con implicito asservimento in cambio. Si tratta di un modo di pensare che mette abbastanza d'accordo il parco buoi dei sudditi con i feudatari della Casta, e che e' causa ed insieme effetto dell'arretratezza economica e civile dell'Italia.

All'amica di DoktorFranz fa il paio il sindaco di Pisa. La cultura è la stessa: la libertà personale non conta, conta solo la "collettività", dove quest'ultima viene definita dal branco maggioritario o che, comunque, detiene in quel monmento il potere politico. Tutti uguali, tutti uniformati, guai ad essere fuori dal branco, guai a voler decidere da soli. Ricordate quella del sindaco di Lucca (di centrodestra) che proibiva i locali dove si vendano kebabs ed altri cibi non "italici"? Stessa subcultura dell'intolleranza camuffata da patriottismo.

Fa sorridere poi l'interazione esemplare fra la legislazione leghista sull'ordine pubblico ed i desideri della giunta catto-comunista: alla fin fine su queste forme di "fascismo nazional-popolare" vanno d'amore e d'accordo. Ordine, perbacco!

In chiusura, poi, il cerchiobottismo, sorprendente, di Remo Bodei che invita al solito compromesso all'italiana per evitare di prendere una posizione chiara. Mi domando se Remo direbbe le stesse cose ad un quotidiano di Los Angeles ... Facciamo l'editto illiberale e poi violiamolo senza sanzioni, che io però (sia chiaro) sono un buon cittadino e lo rispetto. E non per ragioni religiose (sia di nuovo chiaro) ma di civiltà urbana perché oramai nei riti della religione cattolica tutti ci riconosciamo ed i desideri della curia, e del comune, hanno quindi valore erga omnes ...

... insomma, Remo, aveva ragione il signor Woityla a chiedere che nella costituzione europea fosse riconosciuta la natura cristiana del continente?

Calma, Boldrin, quelli sono pisani (io confesso di essere stato educato e cresciuto a Livorno) e hanno applicato in ogni caso "un articolo del pacchetto sicurezza" (di centrodestra). Lucca poi é storicamente di centrodestra come sottolinei. Insomma la religione é l'oppio dei popoli.

Mi sorprende che ancora nessuno abbia menzionato la fissazione italiana parallela: il livellamento per legge degli stipendi.

Non ho idea se una potente motivazione possa risiedere nel suo essere dipendente pubblica

Credo proprio che gli insegnanti siano i meno propensi ad accettare i meccanismi di mercato e l'idea che questo meccanismo anonimo giudica se il proprio lavoro e' stato fatto bene o no. E percio' sono la categoria piu statalista, sempre favorevole ad un aumento della spesa publica.

E purtroppo trasmettono la stessa idea agli studenti...

Non è esatto: quando il ministro Berlinguer propose una qualche forma di valutazione, non di mercato, per carità, del lavoro degli insegnanti, questi si opposero compatti aspramente. Per loro semplicemente il loro lavoro "non è valutabile". Con la conseguenza che guadagnano poco anche quelli bravi.

Ehhhhhhhhhh, già gliene avete detto quattro all'amica di Franco...se legge tutto questo, Franco, la prossima volta la tua amica non oserà aprire bocca :-)

 

Magari erano formule "fatiche" giusto per agganciare il discorso, gli uomini pure hanno le loro tipiche, come spiega il grande Clint!   :-)

Magari erano formule "fatiche" giusto per agganciare il discorso

No, no .... purtoppo non è nuova a simili esternazioni .... :-)


se legge tutto questo, Franco, la prossima volta la tua amica non oserà aprire bocca :-)

Dubito che ci legga, in realtà ....... e, comunque, non tacerebbe. E, poi, mica possiamo dire "insegnanti, silete!" ...... :-)

 

Caro Franco, mi sa che la tua amica ha solo applicato quello che fanno tutte le donne: ricordarsi i prezzi di tutte le cose che comprano, o vedono e desiderano.

Mia moglie, ad esempio, ricorda i prezzi di tutti i vestiti, le scarpe, gli alimentari, la frutta etc. etc., che vede in giro, e riesce a comparare anche fra centri commerciali. E le differenze, sia pure in termini percentuali, ti assicuro, non sono da poco. Magari non ha mai dato del ladro a nessuno, (anche se qualche volta lo fa: dice lì non compro, quello è un ladro, aveva il vestito XZY 40 euro in più di quell'altro..) ma non le sfugge alcun prezzo. Il mercato ai massimi livelli. Imparassimo dalle donne...

E non sono d'accordo nemmeno sull'antropologia del dipendente pubblico: dal tuo riassunto mi sembrava solo una reazione da MiManda... (non ricordo bene il nome), o quell'altra cosa che edita una rivista (mi sembra Altroconsumo, un anno ne fui pure abbonato..). Come dice un mio amico: poi ci meravigliamo se perdiamo le elezioni..

Marco Esposito,

hai detto meglio di come ho provatop a fare, quello che pensavo sui modi tipici di parlare delle donne...       :-)

Marco Esposito,

hai detto meglio di come ho provato a fare, quello che pensavo sui modi tipici di parlare delle donne...       :-)

Devo essere una donna tipica, mentre mia moglie è chiaramente una donna atipica.

Non si ricorda il prezzo neanche delle scarpe che ha appena acquistato, mentre io le rompo sempre quelle cose che non ha chiedendole questo e quel prezzo per compararlo con codesto e quell'altro ...

Talvolta, un'insignificante discussione assume valore d'esempio. Chiarisce bene quale sia il comun sentire.

una potente motivazione possa risiedere nel suo essere dipendente pubblica - sospetto fortemente che, anche qui nel Nordest, la cosa abbia la sua influenza

appunto.

Io sarei anche per un mercato del lavoro flessibile. Le banche però non vogliono che io sia così liberista.

E' il cigno nero di Popper (Logica della scoperta scientifica). Ricordi? Vale un c.... igno! 

8 - IL PROF SENZA CONTRATTO...
La vittima più illustre dei tagli in Rizzoli? Il sociologo Francesco Alberoni. Il suo contratto non è stato rinnovato e, da settembre, la sua storica rubrica "Pubblico e privato" scomparirà dalla prima pagina del Corriere della Sera del lunedì.

fausto la notizia sinceramente mi rattrista. in questo momento l'unica cosa che mi viene, e' cantare mestamente (ma a squarciagola) questa.

Lo immaginavo. Non potrai più usare i tuoi giochi di scomposizione e ricomposizione degli articoli del maestro. Ma fatti coraggio. Ce ne sono ancora tanti altri che scrivono sul Corriere che possono esserti utili.

Sotto la scure dei tagli al Corriere della Sera, è caduto anche il protagonista del piede in prima pagina del lunedì: Francesco Alberoni. «Mi hanno inviato in anticipo la disdetta del contratto, non so che proposta mi faranno», ha reso noto ieri, in un primo tempo, il sociologo che dal 1982 firma la rubrica Pubblico&Privato.

«Hanno disdetto tutte le collaborazioni», ha spiegato, «a causa della ristrutturazione aziendale per poi decidere chi riprendere. Io comunque aspetto, non sono preoccupato. Penso sia loro interesse tenermi, perché altrimenti il lunedì perderebbero molte copie».

Salvo poi annunciare, in serata, di aver parlato con Ferruccio deBortoli, il direttore del Corriere della Sera che gli ha confermato sì la volontà di proseguire con la sua rubrica Pubblico&Privato, ma a compenso ridotto. «Mi ha chiesto di fare sacrifici. Farò i sacrifici, - ha specificato Alberoni - in sostanza guadagnerò di meno, ma continuerò a scrivere il lunedì il mio Pubblico&Privato».

Ahi! Ahi! Qualcuno aveva gia fatto aggiornare la voce Wikipedia sul nostro affinche' rispecchiasse la notizia...

[[en: Francesco Aberoni]]

 

Meraviglioso il pezzo in cui Alberoni dice che senza la sua collaborazione le copie vendute dal Corriere il lunedì sarebbero diminuite. Forse solo Sandro Brusco non avrebbe comprato più il Corriere senza la rubrica di Alberoni.

Meraviglioso il pezzo in cui Alberoni dice che senza la sua collaborazione le copie vendute dal Corriere il lunedì sarebbero diminuite. Forse solo Sandro Brusco non avrebbe comprato più il Corriere senza la rubrica di Alberoni.

E quel ch'e' peggio per Alberoni, probabilmente non per le ragioni da lui sperate...

Una coppia di giapponesi val più dell'Unione Consumatori per le truffe alla romana.

 

Da leggere attentamente l'autodifesa del gestore che ha truffato i giapponesi (e ne aveva già truffato degli altri); fa veramente rotolare per terra:

«Fin dal '91, da quando gestiamo il locale - ha aggiunto Fioravanti - non abbiamo mai avuto problemi del genere con nessun cliente. La coppia di giapponesi ha mangiato tutto quello che aveva ordinato dopo aver controllato i prezzi sul menu, poi ha pagato soddisfatta e ci ha salutato con il tradizionale inchino lasciando anche 115 euro di mancia». I titolari hanno anche puntato il dito contro «qualcuno», forse «un gestore concorrente», che avrebbe potuto «organizzare la storia dei giapponesi o averli fomentati».

Un Craxi o un Berlusconi qualunque, insomma, che esterna la sua arroganza.

RR

A proposito di conversazioni innocenti carpite casualmente e rivelatrici di problemi profondi...anche ieri ho sentito cose del seguente tenore: "è passata di ruolo (riferito ad un insegnate di scuola superiore) ed è stato l'ultimo treno possibile, ormai non ci saranno più le scuole di specializzazione, ha fatto giusto in tempo!". E ancora: "No guarda, se n'è andato in pensione, perchè con l'aria che tira, non sarà più possibile farlo: era l'ultima occasione per andare in pensione".  "Lavora 10 ore al giorno, sabato compresi, e non gli pagano lo straordinario...ma cosa vuoi, non è proprio il momento di sottilizzare, anzi che lui ce l'ha fatta a trovare qualcosa: meglio che se lo tenga ben stretto".

Ovviamente queste frasi potrebbero non significare nulla, ma quando le ho sentite in serie una dopo l'altra ho pensato che forse sono rivelatrice di questa sindrome da affondamento che tutti percepiamo...sembra che stia per succedere qualcosa di irreparabile e che tutti si preparino di conseguenza.

 "Si dovrebbe chiamare l'Unione Consumatori" chiosava. A me, francamente, son girati subito gli zebedei: "E perché mai?" le ho chiesto. Eccitata, ha risposto: "Perché sono ladri!"

Alcuni ladri italiani hanno messo un po' a soqquadro la reputazione dei ristoratori della capitale. E le conseguenze si fanno sentire, nel rapporto fra i giapponesi e il mercato del turismo.

RR

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