Abrogare il voto per corrispondenza degli italiani all'estero

26 febbraio 2010 quirino paris

Brogli e scandali annunciati.

Il caso del senatore Di Girolamo ha riaperto il dibattito sul voto per corrispondenza degli italiani all'estero.

Ho sempre pensato che permettere di votare per corrispondenza agli italiani residenti all'estero fosse una grande sciocchezza. Per diverse ragioni. Innanzitutto, perché la stragrande maggioranza di tali italiani non segue da vicino le vicende della politica che si sviluppa (o, meglio, si arrotola) in patria. In secondo luogo perché le dimensioni delle circoscrizioni elettorali impediscono la conoscenza dei candidati e il dibattito pre-elettorale delle loro posizioni politiche (non dico programmi). In terzo luogo, per l'ovvia difficoltà di organizzare le votazioni e garantirne la segretezza. In quarto luogo, per lo stato di "elettore dimezzato" definito dal rapporto (elettori/eletti).

Non avrei mai immaginato che nel 2001 il Parlamento italiano, composto da persone che la sanno lunga in fatto di brogli, avrebbe approvato il voto per corrispondenza per gli italiani residenti all'estero. Devo confessare che, nel 2006, quando mi sono visto recapitare a casa le quattro buste (bustoni) del Consolato Italiano contenenti le schede elettorali dei miei famigliari, mi è venuto un attimo di frenesia elettorale e avrei voluto compilare le schede di votazione io stesso interpretando, naturalmente, i desideri dei miei figli...

In quell'occasione mi sono trattenuto - ma, come verifica della stupidità della procedura - ho pensato: e, allora, perché il Parlamento italiano non ha approvato il voto per corrispondenza anche per gli italiani residenti in Italia, come avviene in alcuni stati relativamente civili? Ovvia la risposta.

La cosa curiosa è che la prima volta in cui, nel 2006, si votò con la legge 459 del 2001 (seconda era berlusconiana), il voto degli italiani residenti all'estero diede la "vittoria" al centro sinistra (Ulivo) e a Prodi - si ricordi il senatore Pallaro - con una maggioranza così precaria da permettere all'on.le Mastella di fare il brutto e il cattivo tempo. Anche nella legislatura iniziata nel 2008, il PD ha fatto la parte del leoncino con tre senatori su sei (due PDL e uno MAIE) e sei onorevoli su dodici (quattro PDL, uno IdV, uno MAIE).

Per farsi un'idea della stonatura politica rappresentata dal voto degli italiani residenti all'estero, condotto secondo la legge 459/2001, sono sufficienti alcune cifre riguardanti le elezioni politiche del 2008. I dati sono presi da qui e qui (A tutt'oggi, il Ministero dell'Interno non riporta i dati definitivi !)

Il totale degli italiani aventi diritto di voto per la Camera dei Deputati fu di 47.295.978 suddiviso (all'incirca) in 44,5 milioni residenti in Italia e 2,7 milioni residenti all'estero. I deputati eletti in Italia furono 618, con un rapporto elettore/eletto di 72 mila persone per deputato. I deputati eletti all'estero furono 12 con un rapporto elettore/eletto di 225 mila persone per deputato. Quindi, il voto di un italiano residente all'estero vale meno di un terzo di quello di un italiano residente in Italia. I votanti in Italia furono 36,5 milioni con un'affluenza del 80.5 percento, mentre i votanti all'estero furono 1,013 milioni con un'affluenza del 39,5 percento.

Dopo l'annunciato e ovvio scandalo che coinvolge il senatore Nicola Di Girolamo, eletto per la circoscrizione Europa (ma lo scandalo riguarda anche le circoscrizioni dell'America Meridionale e dell'Africa, Oceania e Antartide), Berlusconi e Schifani si battono il petto annunciando il cambiamento della legge 459/2001. Schifani avrebbe affermato (La Repubblica, 26 Febbraio 2010) che la legge

va immediatamente cambiata perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione.

A quale procedura di votazione stanno pensando? A quella telematica oppure alla solita passeggiata al seggio elettorale, come fanno gli italiani residenti in Italia? Nel primo caso, l'Italia si porrebbe all'avanguardia di tutti i paesi, inclusi gli Stati Uniti. Chissà se si affiderà ai servizi di Google. Nel secondo caso, sarà ancora più facile per le cosche organizzare gite in pullman nelle città dove saranno stabiliti i seggi elettorali, per quei pochi italiani che se le potranno permettere.

La conclusione, a me, sembra ovvia. Occorre abrogare la legge 459/2001 che permette il voto per corrispondenza agli italiani residenti all'estero. In altre parole, occorre ritornare alla situazione precedente tale legge, quando gli italiani interessati alle vicende politiche del paese facevano un viaggio in patria e ponevano un voto intero (non un terzo) nelle urne elettorali. Naturalmente, c'è di mezzo anche la Costituzione dal momento che gli articoli 56 e 57 (modificati con consenso bipartisan) hanno introdotto la circoscrizione Estero. Ma, visto che si parla tanto di riforme della carta costituzionale, non dovrebbe essere impossibile ricostituire il consenso bipartisan. Dopotutto, i seggi che vengono dall'Estero sono briciole nello schacchiere del Parlamento; briciole che costano in maniera spropositata su un bilancio già devastato.

90 commenti (espandi tutti)

Quirino, tu dimentichi una cosa: a costo zero per gli interessati, tanto paga Pantalone, hai a disposizione 12 deputati e 6 senatori da gestirti, di fatto, come vuoi. Certo, sempre il 2% scarso, ma in tempi di bipolarismo e di premi di maggioranza tutto fa brodo - almeno alla Camera, al Senato il tutto e' complicato dall'avere coalizioni e premi regionali - il che la dice lunga sulla genialita' degli estensori della legge.

Il fatto dei voti non ancora convalidati e' una semplice conseguenza, secondo me, della farraginosita' e complicazione della legge applicata al voto in trasferta. Se in Italia abbiamo 60 mila sezioni con una certa percentuale di errori nei verbali (e chiunque faccia lo scrutatore o il presidente di seggio lo puo' testimoniare), figurarsi quando ti arrivano valigette con buste e bustine da N parti diverse del mondo per il tuo cubicolo...

Non capisco perche', piu' semplicemente, non aprano un seggio in ogni consolato che dia la disponibilita' a farlo, e chi vuole vada. Tanto l'AIRE c'e', quindi dalle Camere devono spedire un numero abbastanza ridotto di schede per ogni consolato, il quale se vuole e come vuole avvisa le persone iscritte alle sue liste. Le liste se vogliono e hanno rappresentanti locali li spediscono a far testimonianza, e due dipendenti del consolato fanno lo spoglio. Il console poi si fa garante e firma il verbale, e spedisce tutto in Italia, esattamente come in una sezione normale.

Ho volutamente semplificato: so che si puo' far di meglio e ci sarebbero lacci e lacciuoli da considerare, ma vorrei far capire che forse una alternativa ci sarebbe.

 

 

 

 

Quirino, dissento.

Bisogna mettersi daccordo su cosa dia il diritto di voto. Quasi ovunque, il diritto di voto discende dalla cittadinanza. Uno puo' non essere daccordo, ma allora bisogna decidere con cosa sostituirlo. Cittadinanza+residenza? In quel caso tornare nessuno degli Italiani non residenti dovrebbe poter votare, anche se tornano a casa per le elezioni. Residenza soltanto? Io sarei anche daccordo, ma allora bisogna dare il dirittto di voto anche ai residenti non cittadini (che io sappia, per le elezioni nazionali questo non avviene in nessun paese, ma spero di essere ignorante). Entrambe quese opzioni mi sembrano politicamente poco praticabili. In ogni caso, sono molto diverse dallo stato dele cose precedenti alla legge in questione.

Se il voto spetta ai cittadini, allora si tratta solo di capire come rendere tutti in grado di votare, evitando il piu' possibile le porcherie. Il voto per corrispondenza dei residenti all'estero e' normale in molti paesi. In Amerika e' persino normale il voto per corrispondenza dei residenti, e il fatto che per votare non ci sia bisogno di andare al seggio di persona viene da molti ritenuto un segno di civilta'. Se non sbaglio, in Oregon si vota solo per corrispondenza e nessuno pensa che sia uno scandalo. Lo scandalo e' che le modalita' di voto si prestino ai brogli, che siano per corrispondenza o di persona poco conta. La soluzine "ovvia", secondo me, non e' impedire il voto per corrispondenza, ma trovare un sistema che lo consente e che minimizzi i brogli.

Infine, trovo che un sistema in cui vota solo chi ha i soldi e il tempo di permettersi il viaggio di rientro introduce una specie di poll tax implicita. Tanto vale far votare solo chi supera un certo reddita anche in Italia, o pesare i voti in base alle tasse pagate (dubito queste siano un'opzone realistica). Capisco che adesso possono votare tutti, anche quelli che non seguono le vicende politiche, ma non capisco perche' questo criterio di selezione debba contare solo per i residenti all'estero. Personalmente, mi piacerebbe che votassero solo quelli che sono superinformati anche tra i residenti, e meglio se non guardano Emilio Fede.

Se il voto spetta ai cittadini, allora si tratta solo di capire come rendere tutti in grado di votare, evitando il piu' possibile le porcherie.

La legge attuale va proprio in senso opposto alla tua frase. Semplificando:

1. l'estero e' stato introdotto da Tremaglia con l'idea che i residenti all'estero siano in media nostalgici, geograficamente e politicamente. Non solo, ma il meccanismo di candidatura e di voto e' assolutamente osceno, credo volutamente per permettere come dicevo a chi potesse di gestire comodamente il 2% dei seggi di ciascuna Camera.

2. le liste bloccate di fatto lasciano la scelta dei candidati ai capi partito, prima del voto in ambo le Camere, e al Senato anche dopo grazie alle candidature multiple e alle opzioni.

3. le coalizioni, in cui i partiti minori partecipano alla vittoria ma non al riparto dei seggi, di fatto consegnano piu' seggi ai partiti maggiori grazie a liste civetta (per farne una bastano 1500 firme, quindi di fatto un po' di soldi o di conoscenze) o ad alleanze che potrebbero non aver seguito dopo il voto.

4. il premio di maggioranza su base regionale al Senato e' un obbrobrio introdotto per evitare problemi di costituzionalita' del premio di maggioranza nazionale, visto che per la Costituzione il Senato e' eletto su base regionale (e anche qui, si sono fatti i conti col bilancino: al Senato i sistemi elettorali in vigore attualmente sono TRE, mica uno)

E' vero che i punti di cui sopra servono formalmente a garantire diritti ai cittadini, ma di fatto li prevaricano. E bada bene che l'estero e' solo UNO dei quattro punti, ben piu' gravi. Quindi se il problema e' garantire diritti ai cittadini evitando le porcherie, direi che si potrebbe iniziare buttando tutta la legge attuale e rifacendola daccapo.


Sul fatto che la legge elettorale sia una porcheria non discuto, ma non mi sembra che cio' dipenda dal voto per posta degli italiani all'estero.

trovo che un sistema in cui vota solo chi ha i soldi e il tempo di permettersi il viaggio di rientro introduce una specie di poll tax implicita.

Però è già così, ora, per chi, italiano residente in Italia, è fuori sede rispetto alla propria residenza e per svariati motivi di tempo e/o denaro non può rientrare per le elezioni. Allora perché non far votare per posta anche costoro?

Dipende. Se si tratta di un'asenza occasionale, per definizione si tratta di casi rari, comparabili a quello di chi non va a votare perchè ha l'influenza. Se invece si tratta di assenza protratta per motivi di studio o di lavoro, basta un semplice cambio di residenza.

Luca, vi sono diversi Paesi in cui la cittadinanza e' solamente condizione necessaria. A memoria, questo e' il caso per Canada e Messico. In entrambi i casi, il diritto di voto viene sospeso a seguito di protratta residenza all'estero. 

Chi risiede all'estero ha la possibilita' di sfuggire a qualsiasi obbligo che scaturisca dall'attivita' legislativa. Per fare un esempio assurdo, qualsiasi residente all'estero voterebbe per un partito che raccomandasse il divieto assoluto di circolazione per vetture che percorrono meno di 15 chilometri con un litro. Avrebbe il vantaggo di godere una migliore qualita' dell'aria quando va in Italia in vacanza, senza sostenere alcun costo.

La circoscrizione estero e' una troiata colossale per molti motivi. A mio modo di vedere, il principale e' che porta in Parlamento 18 persone il cui elettorato attivo non paga le tasse, non ha aspettativa di pagarle in futuro, e lo stesso dicasi per i loro cari.

A parte che questo residente non potrebbe tornare in Italia in auto, a meno che questa percorra più di 15 km con un litro, pure chi viaggi esclusivamente con mezzi publici o in bici "voterebbe per un partito che raccomandasse il divieto assoluto di circolazione per vetture che percorrono meno di 15 chilometri con un litro" Avrebbe il vantaggo di godere una migliore qualita' dell'aria in permanenza (e non solo quando va in Italia in vacanza) senza sostenere alcun costo. Eppure questa non è una buona ragione per privarlo del diritto di voto.

Grazie per le informazioni, Gian Luca, non lo sapevo. Non ho nulla in contrario ad un sistema in cui vota solo chi e' cittadino e residente, ma questo non e' il sistema precedente in cui poteva votare solo chi torna a casa, e nulla ha a he vedere con il votare per posta. Similmente, non e' mia intenzione difendere la circoscrizione estero.

Il problema del subire le conseguenze dell'attivita' legislativa e' complicato. Per esempio, un cittadino non e' residente ma possiede proprieta' in Italia su cui paga le tasse. Che si dovrebbe fare in questo caso?

allo stesso tempo, se ci fosse un partito che volesse dichiarare di uscire dall'UE, impedendo di conseguenza la libera circolazione di beni e persone italiane all'interno dell'UE, il cittadino italiano residente all'estero si troverebbe in una situazione di illegalità (perderebbe il diritto al lavoro e al soggiorno) ma senza aver potuto dire la propria in capitolo.

 

Ho sempre pensato anch'io che il voto in Consolato fosse l'unica soluzione ragionevole, in termini di garanzie, ed equa, rispetto a chi in Italia deve recarsi al seggio. Penso inoltre che per avere un segno di civiltà ci voglia la civiltà, altrimenti è solo un brutto segno.

Fermo restando l'origine dell'obbrobrio tremagliano (tutti senatori e deputati certi, nel 2006 nacquero anche i movimenti Tremaglia santo subito..), io ricordo, adifferenza di un altro commentatore, che la cittadinanza non dovrebbe  riflettere di per se il diritto di voto, bensì la tassazione.

I coloni americani si ribellarono al grido "no taxation without rapresentation", noi dovremmo aggiungere "no rapresentaion without taxation", ovvero anche io sono favorevole all'abolizione del voto degli italiani all'estero, per il semplice motivo che a Quirino, o chi per altri, non gliene pò fregà de meno se le tasse in Italia arrivano al 99%, in quanto lui, come residente all'estero in Italia non paga una cippa. E non vedo perchè un senatore eletto all'estero debba importargliene.

Iin America io sono taxed but not represented, neppure alle elezioni locali. Detto questo, quello che tu proponi e' diverso dalla semplice abrogazione del voto per corrispondenza degli italiani all'estero.

In America io sono taxed but not represented, neppure alle elezioni locali.

E saresti tassato anche vivendo fuori degli Stati Uniti, se conservassi la Green Card. Io ho sempre considerato tutto cio' oltraggioso, e un'ottima ragione per non metterci piede in modo stabile. Ma ai Tea Parties che prendono il nome da quello di Boston non si parla di cio'?

(Nota al legislatore italiano o europeo: il giorno che dovesse passare una norma simile in Italia, cancellerei immediatamente il mio passaporto, e me ne prenderei uno della Hong Kong SAR dove ho la residenza.)

Difatti io sono per dare il voto agli immigrati nelle elezioni locali. Pagano Tarsu, ICI, addizionale Irpef e poi non possono dire la loro, mi sembra ingeneroso.

Mentre chi è all'estero per sua scelta potrebbe continuare a votare per corrispondenza nell'ultimo comune di residenza in Italia (solo per le politiche), così non si violerebbe nemmeno il principio costituzionale (come fa notare Quirino) e ci sarebbero meno possibilità di brogli.

In linea di principio continuo a non capire perchè un "non residente" debba condizionare le scelte di chi in Italia ci vive, e come se tutti votassimo per il sindaco di Milano, difatti, pur essendoci una elevata emigrazione già allora, nella Costituzione non era previsto il voto dei non residenti. Poi Tremaglia Santo Subito...

 

Per favore sgombriamo il campo dagli equivoci: il voto degli Italiani residenti all'estero era previsto pure prima della legge Tremaglia, e senza particolari obiezioni da parte di chicchessia.

Soltanto che per esercitarlo bisognava rientrare in Italia con il risultato che i cantanti lirici residenti a Montecarlo, o i corridori motociclistici residenti a Londra non avevano alcun problema, mentre chi era stabilmente all'estero per studio o lavoro sí.

La legge Tremaglia ha molti difetti, ma è comunque un progresso rispetto alla situazione precedente.

Esatto: niente equivoci: il voto degli italiani temporaneamente residenti all'estero era previsto nel solo Comune di residenza, non votavano gli emigrati definitivi da generazioni (non avevano proprio diritto di voto). Qui si potrebbe inserire il voto per corrispondenza, o elettronico, ma solo qui.

Non esiste alcuna Legge Tremaglia: hanno dovuto modificare la Costituzione, per costituire la circoscrizione estero, dando diritto di voto a persone che nemmeno sanno come è fatta l'Italia, con gli squilibri di cui parlava Quirino. Qui qualcosa per non dimenticare, se poi 14 milioni siano pochi o tanti non lo so, so solo che sono soldi miei che vanno a tipi che l'Italia la guardano solo in cartolina o su Internet. Alla faccia del "passo avanti".

La vicenda Pallaro non mi scandalizza più di tanto: primo 14 milioni di US$ (circa €10 milioni) non sono tanti  e poi spillare soldi per il proprio collegio è (purtroppo) una prassi universale, anche e soprattutto per i parlamentari eletti in Italia.

 

Curiosità: sapete che a Bruxelles c'è una scuola giapponese (sostenuta dal Giappone) ma non una scuola italiana?

Uffa! ancora questa storia della tassazione! In Italia il voto per censo in Italia è stato abolito dall'inizio del '900.

E quante tasse bisognerebbe pagare allora? Basta comprare un gelato e pagarci l'IVA?

Uffa! ancora questa storia della tassazione! In Italia il voto per censo in Italia è stato abolito dall'inizio del '900.

E quante tasse bisognerebbe pagare allora? Basta comprare un gelato e pagarci l'IVA?

Il criterio dovrebbe essere "soggetto a pagare obbligatoriamente le tasse sulla base della legislazione vigente".  Questo include anche i residenti all'estero che possano evitare di pagare le tasse in base alla legislazione vigente cui comunque sono soggetti come cittadini italiani.  Come misura di sanita' sarebbe opportuno pero' non permettere di mantenere la cittadinanza italiana o se vogliamo il diritto di voto a tempo indeterminato e con trasferimento alla discendenza, quando si possiere una seconda cittadinanza e si pagano le tasse per n anni in un altro paese e si hanno diritti di voto per n anni in un altro Paese.

Il concetto non mi è del tutto chiaro. Le norme sulla cittadinanza sono peró intricate: se un cittadino italiano acquisisce la cittadinanza di un altro paese per residenza perde la cittadinanza italiana, mentre se l'acquisisce per matrimonio o per nascita puó conservarle entrambe.

Trovo pure strano che il discendente di un emigrato del XIX secolo, che non ha mai messo piede in Italia in tutta la sua vita e non parla una parola d'italiano continui a conservare la cittadinanza; ma questo con la lege Tremaglia c'entra poco.

1) Non e' vero che un cittadino italiano che acquisisce la cittadinanza di un altro Paese perde la cittadinanza Italiana. Quella norma e' stata abrogata una ventina d'anni fa. 

2) Sono d'accordo sul fatto che l'attuale legge di cittadinanza sia oscena. Conosco un cileno nipote di immigrati italiani la cui moglie, senza aver mai posato piede in Italia, e' diventata cittadina. La Spagna, per esempio, permette l'acquisizione della cittadinanza per matrimonio, solo dopo un certo numero di anni di residenza nel Paese.

 

 

"1) Non e' vero che un cittadino italiano che acquisisce la cittadinanza di un altro Paese perde la cittadinanza Italiana. Quella norma e' stata abrogata una ventina d'anni fa. "

Beh, non direi, almeno per i paesi aderenti al Consiglio d'Europa, per i quali vale quanto disposto dalla Convenzione di Strasburgo:

Article 1er

  1. Les ressortissants majeurs des Parties contractantes qui acquièrent à la suite d'une manifestation expresse de volonté, par naturalisation, option ou réintégration, la nationalité d'une autre Partie, perdent leur nationalité antérieure; ils ne peuvent être autorisés à la conserver.

http://conventions.coe.int/Treaty/FR/Treaties/Html/043.htm

 

 

Sbagli.

Estratto dal sito del Consolato di Vancouver

http://www.consvancouver.esteri.it/Consolato_Vancouver/Menu/I_Servizi/Per_i_cittadini/Cittadinanza/

DOPPIA CITTADINANZA 

A partire dal 16 agosto 1992, chi acquista una cittadinanza straniera mantiene la propria cittadinanza italiana, salvo che vi rinunci espressamente (vedi sopra - perdita della cittadinanza -). Egli sarà pertanto doppio cittadino. 


Beh Gian Luca mi pare ovvio che il Canada non faccia parte del Consiglio d'Europa! Cmq come ho riportato più in basso, la Convenzione di Strasburgo è stata denunciata da numerosi paesi, tra cui anche l'Italia.

Vincenzo, ti pare possa essere costituzionale una norma che consente ad un Italo-Canadese di mantenere la cittadinanza ma non ad un Italo-Francese?

Non solo. Se acquisti la cittadinanza francese per matrimonio, puoi mantenere la cittadinanza italiana, se invece l'acquisti per naturalizzazione la perdi. Più che incostituzionale direi balordo...

Poi vedremo quali saranno gli effetti della denuncia della conferenza: per ora mi risulta sia ancora in vigore.

Sapevo di fare una proposta controversa. Rispondo qui ai vari interventi.  

Innanzitutto, sarà bene non allargare il discorso all'opportunità - da me condivisa - di una nuova legge elettorale. Il mio intervento pone il quesito se si possano organizzare votazioni a prova di macro brogli per gli italiani all'estero. Io ho già risposto negativamente - sulla base di quello che mi aspettavo e che è successo - ma sono disposto ad ascoltare argomenti alternativi.

1. Cittadinanza, residenza. Per quanto ne so, il diritto di voto in tempi modernissimi è legato unicamente alla cittadinanza. La residenza, come è già stato notato, non è considerata condizione necessaria (e tanto meno sufficiente). A questo proposito, sorge la domanda del perché gli italiani che si trovino temporaneamente all'estero (parliamo di mesi o qualche anno come gli studenti, ad esempio) senza acquisire la residenza estera, non possano votare per corrispondenza come i loro concittadini estero-residenti. 

2. Cittadinanza, tassazione. Di questi tempi, con gli accordi bilaterali intercorsi tra molti paesi per evitare la doppia tassazione, il fatto che un cittadino italiano, come me, non paghi tasse in Italia è solo una questione tecnica perché - in media - vi sarà un americano residente in Italia che non pagherà le tasse negli Stati Uniti. La cosa curiosa è che, negli ultimi 4-5 anni, la pratica burocratica americana per evitare la doppia tassazione è diventata così "italianizzata" (si richiede la compilazione di un modulo invadente oltre ogni limite) che ho rinunciato a farne uso e pago regolarmente le tasse anche in Italia.

3. Peso uguale del voto. Rimane il fatto che la Costituzione (art. 57) discrimina contro gli italiani residenti all'estero perché assegna loro (implicitamente) un peso di voto che è più di tre volte inferiore al peso di voto degli italiani votanti in Italia. 

4. Seggi ai Consolati. In Italia, andare a votare ad un seggio elettorale comporta una passeggiata di qualche chilometro, al massimo. All'estero, molto spesso, si tratta di viaggiare per centinaia o  migliaia di chilometri. Negli Stati Uniti, i Consolati Generali d'Italia sono dieci più l'ambasciata (Boston, Chicago, Detroit, Filadelfia, Houston, Los Angeles, Miami, New York, Newark, San Francisco, e Whashington).  Un italiano che vive a Seattle dovrebbe andare a San Francisco. Nel mondo ci possono essere delle situazioni ancor più critiche. La creazione dei seggi elettorali presso i Consolati non è una proposta "feasible" a meno che non si voglia privilegiare i cittadini che vivono in un raggio di pochi chilometri dai consolati.

Quindi, il voto per posta non va bene; il voto presso i Consolati è ancora peggio. Rimarrebbe il voto telematico, inesplorato  a livello di votazioni  per uno Stato, figurarsi per cittadini sparsi in tutto il mondo.

 

Quirino, proprio perchè il criterio di cittadinanza sta diventando troppo oneroso per taluni, facile da eludere per altri, è il momento di superarlo. Così mi lega di più ad un paese, oltre che la nascita ? Il fatto che io ci paghi le tasse, da cui poi lo Stato mi fornisce i servizi collettivi. Se io pago le tasse, e poi non posso votare XZY che mi darà i massaggi gratis, ma mi devo tenere XXX, che invece i massaggi gratis se li tiene solo per lui, mi sentirei un menomato nei miei diritti.

Comunque, Pallaro votò l'ennesima fiducia al governo Prodi in cambio di una prebenda per gli italiani residenti in America Latina. I miei soldi per chi se ne è andato, tra l'altro da decenni ! Ma via...

Se vivo in un altro paese (e il mio paese non è abbastanza evoluto da potere fare a meno dei seggi) mi sembra normale che sia più costoso per me, in termini di tempo e denaro, esprimere il voto. Il tempo del viaggio segnalerà la mia motivazione a votare, nonostante la residenza altrove, mentre sul costo si potrebbe eventualmente intervenire, come già si fa in Italia per gli spostamenti in treno finalizzati al voto: non credo si tratterebbe di grandi cifre e comunque finanziare parzialmente un viaggio di alcuni cittadini residenti all'estero, per ragioni di democrazia, non sarebbe certo il modo peggiore di spendere soldi pubblici. Se poi il voto in Consolato è davvero infattibile, allora meglio votare solo in Italia (fino a quando non saremo evoluti al punto di votare tutti per via telematica).

Semplicemente il voto per posta è la meno peggio tra tutte le soluzioni possibili.

Per mia curiosità. Ma il criterio del paese dove si pagano le tasse non dovrebbe essere il criterio discriminante per votare o meno?

Il voto all'estero come esiste in Italia e' una peculiarita' credo a livello mondiale e solo per questo dovrebbe essere eliminata, come per gran parte delle peculiarita' dello Stato e della politica italiana, come misura di igiene preventiva.  Mi sembra che gran parte dei Paesi avanzati permettano il voto per corrispondenza ai residenti esteri ma coin effetto nelle circoscrizioni di appartenenza.  L'Italia dovrebbe fare lo stesso, ma con un maggior numero di controlli data l'illegalita' e la corruzione diffusa che sono caratteristici della sua societa'.  Se non si trovasse il modo di far funzionare il voto per corrispondenza dall'estero con un livello decente di onesta', probaiblmente e' meglio eliminarlo del tutto, pur consapevoli che si tratterebbe di uno dei tanti elementi di regresso e difsunzionalita' dello Stato italiano.

Se questo è il criterio, tanto vale eliminare il diritto di voto per tutti, a prescindere dalla residenza. I brogli nelle elezioni italiane ci sono sempre stati e ci sono tuttora.

I periodici riferimenti ai "paesi avanzati" mi lasciano sempre perplesso.

Comunque, a solo titolo di esempio non esaustivo, Libano, Iraq, Tunisia e Costa d'Avorio prevedono il diritto di voto per i propri cittadini residenti all'estero.

e seggi su furgoncino? farli votare nelle strutture di altri stati? cmq meglio eliminarlo e basta

Chissà se si affiderà ai servizi di Google.

 

Meglio di no

Non capisco perchè tutto questo scetticismo sul voto on-line.

Ero in Svezia quando ci sono state le primare del PD, ed era possibile votare con una procedura che potrebbe benissimo venire adattata per il voto politico.

Innanzitutto bisogna registrarsi, inserendo i propri dati personali, il numero di un telefono cellulare e il numero di un documento (per esempio il passaporto per gli italiani in USA).

Il giorno delle elezioni bisogna inviare un SMS vuoto (col telefono usato nella registrazione) ad un numero automatico gratuito che, verificato che sei all'estero, ti invia un codice da inserire nel sito criptato dove puoi votare, associato al tuo nome e cognome (se vogliamo esagerare anche al numero del documento lasciato in consolato/ambasciata).

 

Sembra macchinoso ma non lo è affatto, il cittadino deve solo registrarsi e, il giorno dell'elezione, inviare un SMS gratuito vuoto per ricevere dopo pochi secondi la password che gli permette di votare.

Anchio io ho votato online alle primarie del PD, in due occasioni. Purtroppo un sistema tale non e' implementabile per le elezioni, perche' richiede l'utilizzo di un computer e di un cellulare. Gli ottuagenari del New Jersey sarebbero esclusi (il che non sarebbe un male, ma se vogliamo almeno la parvenza di stato di diritto...)

D'accordo con il testo dell'articolo.

Per di più, già al momento della legge, e non da ora, che è scoppiato lo scandalo Di Gerolamo, ero contrario nel merito di una legge che, nella più benevola delle analisi era stata fatta per accontentare i capricci senili di un ex repubblichino.

Ma in concreto, che c'azzecca, per dirlo in dipietrese, il diritto al voto di gente emigrata da decenni, per esempio in Argentina, con cittadinanza del paese di destinazione?

Non potrebbe questo cittadino, argentino, sempre, per proseguire nell'esempio, avere interessi locali che potrebbero essere in contrasto con quelli dell'Italia?

Ed in caso di palese contrasto, gli interessi di chi porterebbe avanti, quelli del paese in cui vive o quelli di un paese lontano, semplice espressione geografica o, tutt'al più, di un ricordo ancestrale?

Per non parlare dei ricatti di personaggi oscuri come il famoso Pallaro che, per meriti speciali, ora  gode dei privilegi, compresa la futura pensione, dei parlamentari, alla faccia nostra!

In conclusione, questa legge, di cui non sentivamo la mancanza, è stata fatta, sotto la scusa di accontenare i nostalgici, per incoffessabili motivi, che adesso iniziano ad evidenziarsi (anche con personaggi poco raccomandabili vicini allo stesso Tremaglia).

Non credo che avessimo bisogno di una nuova legge: quella preesistente bastava ed avanzava; ma noi abbiamo bisogno di fare sempre riforme, meglio se bipartisan. Appunto.

"Non potrebbe questo cittadino, argentino, sempre, per proseguire nell'esempio, avere interessi locali che potrebbero essere in contrasto con quelli dell'Italia?"

Certamente. Cosí come potrebbero averli cittadini italiani residenti in Italia, per esempio le decine di migliaia di detentori di titoli di Stato argentini.

"Ed in caso di palese contrasto, gli interessi di chi porterebbe avanti, quelli del paese in cui vive o quelli di un paese lontano, semplice espressione geografica o, tutt'al più, di un ricordo ancestrale?"

A prima vista direi i propri, che possono a buon diritto coincidere sia con questi che con quelli o con nessuno dei due.

"Per non parlare dei ricatti di personaggi oscuri come il famoso Pallaro che, per meriti speciali, ora  gode dei privilegi, compresa la futura pensione, dei parlamentari, alla faccia nostra!"

E con lui migliaia di altri personaggi, tanto oscuri che tristemente famosi, eletti dagli elettori residenti in Italia.

Sono veramente meravigliato leggere cosí tante obiezioni al voto degli Italiani residenti all'estero, spesso anche sensate, ma che sono egualmente valide per il voto degli Italiani residenti in Italia.

Insomma o si accetta che ci siano elezioni a suffragio universale, con tutti gli innumerevoli inconvenienti che esse comportano, oppure si comincia a pensare seriamente ad una soluzione diversa: http://en.wikipedia.org/wiki/Franchise_(short_story)

 

Mi permetto di replicare all'equiparazione, tirata per i capelli, del conflitto di interessi tra italiani residenti e italiani, d'origine, ma cittadini di un altro Paese: voler mettere sullo stesso piano le mie obiezioni, mi pare che si commenti da sè.

Aggiungo solo: gli italiani pagano le tasse (nessuna obiezione, fuori contesto in questo caso, sull'abbondanza di evasori fiscali) per sostenere il loro stato e votano sull'impiego delle stesse; gli oriundi, non pagano le tasse (da noi) e pretendono di darci le linee direttive di governo. Mi pare un pò troppo.

come elettore residente all'estero sono pienamente cosciente della ridotta rappresentazione parlamentaria che ha il mio voto.
nonostante questo, ritengo che le motivazioni per togliermi il diritto di votare da voi espresse siano quantomeno infondate.
Dici che andrebbe tolto perchè:

1)perché la stragrande maggioranza di tali italiani non segue da vicino le vicende della politica che si sviluppa (o, meglio, si arrotola) in patria.
2)perché le dimensioni delle circoscrizioni elettorali impediscono la conoscenza dei candidati e il dibattito pre-elettorale delle loro posizioni politiche (non dico programmi).
3)per l'ovvia difficoltà di organizzare le votazioni e garantirne la segretezza.
4)In quarto luogo, per lo stato di "elettore dimezzato" definito dal rapporto (elettori/eletti).

La prima motivazione non è mai, in nessuno Stato civile, un elemento sufficiente per prendere decisioni serie. La maggioranza degli italiani non ha problemi di mobilità, cio non toglie che non vadano abolite le barriere architettoniche.
O la maggioranza degli italiani non commette reati, cio non toglie che vadano abolite le carceri.
Quel che fa la maggioranza degli italiani residenti all'estero con il loro diritto di voto è cosa loro, come un buon liberale dovrebbe sapere.
Allo Stato italiano spetta il dovere di garantire l'accesso a un diritto costituzionale a tutti i cittadini italiani, ovunque essi residano.
Ed è quest'ultima la premessa per rispondere agli altri 3 punti da te sollevati: invece di abolire il diritto di voto per gli italiani all'estero (scorciatoia intellettuale che ha un tanfo nauseabondo), bisogna continuare a migliorare, progredire. Vanno pertanto affrontate e risolte le barriere ai punti 2-3 e 4, migliorando la legge, non eliminando il diritto.
Sembra che chi tira la pietra contro l'Italia che si arrotola è il primo della fila di quelli che si arrotolano.

Nessuno vuole toglierti il diritto di votare (sia mai!).

La conclusione, a me, sembra ovvia. Occorre abrogare la legge 459/2001 che permette il voto per corrispondenza agli italiani residenti all'estero. In altre parole, occorre ritornare alla situazione precedente tale legge, quando gli italiani interessati alle vicende politiche del paese facevano un viaggio in patria e ponevano un voto intero (non un terzo) nelle urne elettorali.

Personalmente opterei per il secondo best, ovvero voto in consolato/ambasciata.

Personalmente il voto in Consolato/Ambasciata mi andrebbe benissimo, visto che vivo a 250 m dall'Ambasciata ed a neppure 2 km dal Consolato.

Immagino che chi abita a qualche centinaio, o migliaio di km dalla rapresentanza diplomatica più vicina possa avere un'opinione differente.

 

Vincenzo,

Obbligarmi a spendere soldi (e non pochi in funzione della distanza) equivale a porre una barriera d'accesso ad un mio diritto costituzionale, ovvero, equivale a negarmi de facto un diritto.
È come mettere tariffe troppo alte per l'accesso all'informazione pubblica: stai negando de facto l'accesso ad un diritto del cittadino.

La soluzione è aver chiari i principi da difendere e trovare le soluzioni adatte.
Il principio da difendere è l'uguaglianza di tutti i cittadini italiani, sia quale sia la loro residenza.
E le soluzioni da trovare devono andare nella direzione indicata da questo principio.
Indipendentemente da come i cittadini facciano, posteriormente, uso di questo diritto.

tutto quello che ritaglia questo diritto è un regresso, non un progresso.

Premetto che sono anche io residente estero. Per quanto mi riguarda, mi toccano più da vicino le politiche del paese che mi ospita rispetto a quelle dell'Italia: se alzano le tasse qui mi riguarda direttamente, se le alzano in Italia puo' al massimo incidere sulla mia decisione di rientrare.

La questione della cittadinanza mi sembra quindi poco rilevante. Piuttosto i residenti esteri (tutti) dovrebbero attivarsi per godere dei diritti politici nelle comunità che li ospitano con limitazioni minori rispetto a quelle attuali. Ad esempio qui dove sono io stanno aumentando le restrizioni al posto di ridurle!

Quanto al tuo diritto "costituzionale" ti potrei rispondere che obbligarti a spendere dei soldi per fare una visita specialistica che se erogata dal servizio pubblico potresti fare (se va bene) l'anno prossimo lede il tuo diritto costituzionalmente garantito alla salute. A me pare ovvio che qualunque diritto vada analizzato in una dimensione pratica, senza farne un feticcio idelogico.

RIpeto quel che ho detto: cosa fare con il proprio diritto di voto è una decisione del singolo individuo, nè tua nè mia, possiamo discuterne su quali sono le scelte più civilmente giuste, e quelle meno adeguate, ma alla fine, è sempre una decisione del singolo individuo.
Il legislatore però ha il potere di porre barriere o di toglierle.
Ed è di queste decisioni che si parla.
Personalmente, cred che l'obbiettivo di Governo debba essere quello di lavorare a favore dei cittadini, riducendo le barriere d'accesso ai diritti, facilitandone in fin dei conti la vita, non certo complicandola (all'interno della legalità, s'intende).

Pertanto, e riferendomi al tuo esempio sulla Sanità, il dovere di un Governo è quello di ridurre le liste d'attesa non certo quello di eliminare il servizio di Sanità pubblico.
Ed è, pertanto, proprio una questione ideologica: se si crede che il dovere di un Governo è, tra gli altri, quello di migliorare le condizioni di accesso ai propri diritti da parte dei cittadini oppure no.
Se lo è, tanto le barriere alla Sanità, come quelle al diritto di voto, o le barriere che fanno in modo che ad un cittadino non venga concessa Giustizia vanno rimosse.

Se risiedi in un paese aderente al Consiglio d'Europa si applica quanto disposto dalla Convenzione di Strasburgo:

Article 1er

  1. Les ressortissants majeurs des Parties contractantes qui acquièrent à la suite d'une manifestation expresse de volonté, par naturalisation, option ou réintégration, la nationalité d'une autre Partie, perdent leur nationalité antérieure; ils ne peuvent être autorisés à la conserver.

http://conventions.coe.int/Treaty/FR/Treaties/Html/043.htm

Pertanto quando acquisterai, a seguito di una espressa manifestazione di volontà, o per naturalizzazione etc. la cittadinaza del paese che ti ospita perderai quella Italiana e di conseguenza il diritto di voto: il tuo problema sarà dunque risolto.

Esatto, il cittadino in questione dovrebbe rinunciare alla propria cittadinanza.

E se al cittadino non gli va?
O se non ci sono accordi bilaterali come nel caso della UE?

Perchè bisogna obbligarlo a rinunciare alla cittadinanza solo perchè la vita l'ha portato a vivere in un altro Stato?
Qual'è in fin dei conti l'obbiettivo?
creare un Parlamento italiano oppure creare un Parlamento italico?

Ripeto, secondo me nemmeno questo è progresso mentre invece anche questo sarebbe un regresso.

Oggi come oggi, il voto per posta a me sembra che sia il meno peggio dei sistemi.
Tutti gli altri, infatti, rappresentano una riduzione dei diritti o una barriera d'accesso al diritto di voto dei cittadini italiani residenti all'estero.
Su quel che si che si può ragionare è sull'esistenza della Circoscrizione estero e sulla rappresentatività del voto, che andrebbe migliorata e elevata ad ugual livello, essendo appunto costoro italiani a pieno titolo e non cittadini di serie B.

Mi spiace ma non sei aggiornato :)

Peraltro il problema che denunciavo è proprio che in alcuni paesi stanno complicando le procedure per ottenere la cittadinanza (aumentando, ad esempio, il termine di residenza).

in che senso non sarei aggiornato non ti capisco?

Guarda che il mio ultimo intervento era in risposta ad un altro di Massimo.

edit: ho letto bene solo ora il tuo link.
Vedi, questa è un'ottima notizia, se effettivamente vengono eliminate le barriere d'accesso per i cittadini. Ancor  meglio se si aumentano come in questo caso i diritti.

Mettere barriere, invece, come il viaggio obbligatorio per votare non è un progresso.

A me la cosa assolutamente fuori posto sembra la rappresentanza di circoscrizioni estere. Un parlamentare che rappresenta gli italiani residenti in Sudamerica o Australia cosa rappresenta alla fin dei conti? Che interessi promuove? La cosa piu semplice e logica non sarebbe far votare tutti per posta, e i residenti all estero (o fuoi comune) nel comune dove erano/sono residenti e per il quale (se per esempio fanno la carta d'identita) sono iscritti all AIRE?

Mi pare che nella discussione al momento manchi una chiara risposta alla questione opportunamente sollevata su residenza/versamento di contributi vs. cittadinanza come criterio di inclusione nel corpo elettorale. Non é il punto del post ma é una questione soggiacente.

Personalmente, trovo ragionevole e naturale che a decidere su un'istituzione siano (solo) coloro che contribuiscono concretamente alla sua esistenza. Immagino ci siano ragioni storiche per cui le cose oggi non stanno così. Ma c'é qualche motivo reale per cui non debbano esserlo?

Io sono cittadino italiano residente (ancora per poco) in Italia. Tuttavia, dato il mio modestissimo stipendio, non pago alcuna tassa perché il totale imponibile è al di sotto della soglia.

Di conseguenza io non contribuisco concretamente all'esistenza di alcuna istituzione. Anzi, diciamocela tutta, dato che uso ospedali ecc sono un peso per la società.

Vuoi togliermi il diritto di voto solo perché sono povero in canna?

Jacopo sono sicuro che tasse in Italia ne paghi comunque a sufficienza :)

L'IVA sui beni e servizi che acquisti, le accise varie su benzina/tabacchi/alcolici, i vari bolli auto/patente/passaporto/documenti/CC, la TARSU, i ticket sanitari, ... L'imposta sul reddito è il minimo!

Anche il lavavetri clandestino paga l'IVA, le accise sui tabacchi/alcolici (magari sulla benzina no perché difficilmente avrà un'automobile) ecc.

Continuo a pensare che la residenza sia in principio un criterio migliore della cittadinanza (criterio di base: mi rendo conto che pone anch'esso in essere questioni controverse).

E dopotutto, Jacopo, sei pur sempre soggetto alla legislazione italiana in termini fiscali; é il paese in cui risiedi che decide che tu non devi pagare alcunché, mentre lo stesso non vale per un non residente.

Le residenza, se legale e protratta per un certo periodo, permette la naturalizzazione e l'acquisizione della cittadinanza del paese ospitante, con il conseguente elettorato attivo e passivo.

Rimane aperta la questione se l'acquisizione della nuova cittadinanza debba comportare la perdita della vecchia o meno.

É anche discutibile se il diritto di ereditare la cittadinanza debbe valere per un numero infinito di generazioni oppure si possa porre un limite (diciamo dopo due generazioni? tre?).

Personalmente considero la residenza come un mero accidente amministrativo, a differenza della cittadinanza che è invece parte integrante della mia identità.

Il fatto che sia soggetto alle conseguenze economiche delle decisioni di un certo governo non ha nulla a che fare con il mio diritto a votare per il parlamento di quel paese: se il governo argentino decide di non rimborsare i titoli emessi io posso rimetterci una cifra sostanziale, ma non vedo perchè dovrei votare nelle elezioni argentine. Se fabbrico scarpe che esporto in Giappone e il governo giapponese alza dazi sull'import di scarpe io posso anche essere rovinato, ma non divento per questo giapponese. Gli operai dell'Alcoa di Portovesme rischiano il posto perchè l'Arabia Saudita ha accordato condizioni favorevoli per la costruzione di una nuova fonderia, ma non per questo devono votare in Arabia Saudita (fra l'altro laggiù non si vota proprio, il che elimina il problema...)

Non sono certo di aver capito tutti i tuoi punti.

Sia cittadinanza che residenza sono istituti determinati per legge. Ritenere che il primo, o il secondo, o un qualsivoglia terzo rispecchi la propria "identità" dice poco. Altrimenti ciascuno liberamente sceglierebbe per che paese votare.

Il diritto di cittadinanza si può acquisire "tramite" quello di residenza, ma anche questo dice poco sull'opportunità che sia la prima a regolare il diritto di voto. Il mio dubbio rispetto alla legge vigente nasce appunto guardando ai "cittadini" che la residenza non ce l'hanno, e magari mai l'hanno avuta.

Dici che l'operato del governo del paese x incide sul benessere del cittadino residente nel paese y. Certo, quasi per definizione... per fortuna merci e persone si possono spostare liberamente in gran parte del mondo, e questo rende le decisioni rilevanti al di fuori del paese in cui sono prese.

Ma il governo del paese x non ha il potere di imporre obblighi (tasse, per esempio) al residente nel paese y che si fa i fatti suoi e con x non ha nulla a che fare. Molto più verosimilmente, il residente in x da questi obblighi é toccato. Che li decida il residente di y che per qualche motivo é "cittadino" di x, mi pare subottimale.

In generale, tenderei a risolvere il problema cercando di individuare chi siano gli individui che più sono toccati dalle decisioni degli eletti. A senso, la residenza mi sembra il miglior candidato esistente da cui partire.

"Ma il governo del paese x non ha il potere di imporre obblighi (tasse, per esempio) al residente nel paese y che si fa i fatti suoi e con x non ha nulla a che fare. Molto più verosimilmente, il residente in x da questi obblighi é toccato. Che li decida il residente di y che per qualche motivo é "cittadino" di x, mi pare molto subottimale."

Questa delle tasse è una vera ossessione; in pratica si equipare il cittadino al contribuente. Se un imprenditore ha aziende in dieci paesi, è soggetto ad obblighi imposti da dieci governi diversi, ma mica deve votare dieci volte! Sono soggetti fiscali le società commerciali, ma ovviamente non votano. Se Shakira fa una tournée in Italia, deve pagare le tasse sul compenso, ma mica vota (poveretta; me la immagino a districarsi fra Casini e Mastella!). Pagano tesse perfino i turisti!

A parte che 1) le tasse erano un esempio per ricollegarmi ai commenti precedenti e 2) mi sono specificamente riferito al residente nel paese y che si fa i fatti suoi, non a imprenditori, shakire, o turisti, continuo a non veder chiaro perché la cittadinanza sia un "giusto" criterio. Mah.

Storicamente i primi parlamenti sono nati per discutere soprattutto di tasse.

E sempre storicamente, il diritto di voto era connesso al pagamento delle tasse (vedi ad esempio la costituzione di New York del 1777: 

"“Sec. 6. That every male inhabitant of full age, who has personally resided in one of the counties of this State for six months, immediately preceding the day of election, shall at such election be entitled to vote for representatives of the said county in assembly, if during the time aforesaid he shall have been a freeholder, possessing a freehold of the value of twenty pounds, within the said county, or have rented a tenement therein of the yearly value of forty shillings, and been rated and actually paid taxes to the State."

Anche in Italia (in Piemonte) nel 1848 il diritto di voto era riconosciuto a chi pagasse almeno 40 lire di imposte e lo stesso principio lo ritroviamo nella Legge Zanardelli del 1882: diritto di voto a chi pagasse almeno 19.8 lire di tasse.

Ma già nel 1912 il diritto di voto veniva svincolato dalla tassazione. Giusta o sbagliata che sia è una tendenza quasi universale.

Giusta o sbagliata che sia è una tendenza quasi universale.

Scusa ma davvero hai scritto giusta o sbagliata che sia? Senza bisogno di considerazioni molto tecniche, mia mamma risponderebbe se i tuoi amici si buttano dal ponte lo fai anche tu?

In pratica, stai proponendo di ritornare al voto per censo oppure no? Io non ho capito.

trovo che un sistema in cui vota solo chi ha i soldi e il tempo di permettersi il viaggio di rientro introduce una specie di poll tax implicita.

Però è già così, ora, per chi, italiano residente in Italia, è fuori sede rispetto alla propria residenza e per svariati motivi di tempo e/o denaro non può rientrare per le elezioni. Allora perché non far votare per posta anche costoro?

alla mia obiezione, massimo risponde

Dipende. Se si tratta di un'asenza occasionale, per definizione si tratta di casi rari, comparabili a quello di chi non va a votare perchè ha l'influenza. Se invece si tratta di assenza protratta per motivi di studio o di lavoro, basta un semplice cambio di residenza.

successivamente luca, in altro contesto

Obbligarmi a spendere soldi (e non pochi in funzione della distanza) equivale a porre una barriera d'accesso ad un mio diritto costituzionale, ovvero, equivale a negarmi de facto un diritto.
È come mettere tariffe troppo alte per l'accesso all'informazione pubblica: stai negando de facto l'accesso ad un diritto del cittadino.

e

Mettere barriere, invece, come il viaggio obbligatorio per votare non è un progresso.

A parte che può non essere semplicissimo per uno studente fuori sede, magari con affitto in nero, acquisire una nuova residenza, non vi pare che allora anche i cittadini italiani abbiano il diritto di votare per posta?

 

In questo caso l'Amerika ha fatto molti progressi, visto che si puo' votare per posta (anticipatamente) quasi ovunque. Tu hai ragione, e Quirino fa confusione tra il fatto che l'organizzazione Italica sia penosa, e il fatto che il voto a distanza (per tutti) sia un bene perche' facilita' l'esercizio di un proprio diritto. I limiti che si vorrebbero imporre al diritto stesso (cittadinanza, residenza e quant'altro) nulla hanno a che vedere sul fatto che una volta che un diritto esiste sarebbe un bene facilitarne l'esercizio da parte di tutti.

Mi pare un ragionamento paradossale. Se io sono di Canicattí e abito a Stoccolma e voglio votare da lassù per le elezioni italiane, debbo iscrivermi all'AIRE, per rendere noto in qualche modo alle autorità italiane che io vivo lí. Se no contibuerebbero a credere che io viva a Canicattí e non mi manderebbero mai le schede a Stoccolma.

Ora se invece di vivere a Stoccolma io vivo a Pavia, dovró comunque in qualche modo farlo presente alle autorità, altrimenti come farebbero a saperlo? Penserebbero che io viva ancora a Canicattí. E l'atto formale con cui io faccio presente che io vivo stabilmente a Pavia si chiama "cambio di residenza".

Il fatto che io sia in affitto a nero, a parte rendermi complice di un caso di evasione fiscale, non cambia i termini del problema. Anche in caso di voto per posta, le autorità (il ministero dell'Interno) devono sapere dove inviarmi le schede, ed io in qualche modo devo comunicarglielo. Ma una volta che gli ho detto che vivo a Pavia, mi pare logico che mi iscrivano nelle locali liste elettorali e che io vada a votare in un seggio locale.

il punto è che le modalità di voto sono appunto questo: modalità.
Io oggi posso pagare una bolletta o un'imposta andando in posta, via internet, per cellulare o facendo una domiciliazione bancaria.
Che oggi il votare sia legato al gesto fisico di presentarsi è solo la conseguenza diretta della mancanza di altre soluzioni, non la causa della mancanza di altre soluzioni.
Pertanto, il giorno in cui si riescano a superare gli ostacoli burocratici e tecnologici, si potrà offrire ai cittadini una modalità alternativa, il tutto con l'obbiettivo di render loro la vita più facile.

 

E l'atto formale con cui io faccio presente che io vivo stabilmente a Pavia si chiama "cambio di residenza".

Non necessariamente, si può anche essere semplicemente "domiciliati" in un luogo diverso da quello di residenza, anche per un lungo periodo. Questo è quello che fanno spesso gli universitari, sempre se non hanno affittato in nero, e la gente che affronta lunghe trasferte lavorative, però non ti dà alcun accesso al voto.

Il fatto che io sia in affitto a nero, a parte rendermi complice di un caso di evasione fiscale,

Oh, non facciamo i duri e puri. Piacerebbe anche a me un paese dove gli affitti sono tutti dichiarati, ma conosco abbastanza universitari da sapere che anche volendo (e ce ne sono che vorrebbero, te l'assicuro) l'alloggio dichiarato non lo trovano, Non mi pare questa la sede per discutere del problema casa. Certo che per avere accesso al voto, per posta o meno, questo è un grosso problema, non ci piove.

 

 

 

 

"Non necessariamente, si può anche essere semplicemente "domiciliati" in un luogo diverso da quello di residenza, anche per un lungo periodo. Questo è quello che fanno spesso gli universitari, sempre se non hanno affittato in nero, e la gente che affronta lunghe trasferte lavorative, però non ti dà alcun accesso al voto."

Che cosa vorrebbe dire in questo caso "domiciliati"? Se questa circostanza la comunichi alle autorità, allora è uguale al cambio di residenza; se invece te la tieni per te, allora come fanno a inviarti i documenti per votare per posta? E se devi andarli a ritirare nel comune di residenza allora tanto vale che vai al seggio a votare, no?

Ho fatto anch'io le trasferte lavorative, anche per molti mesi, ma mi garantivano il ritorno a casa ogni settimana, in qualche raro caso ogni due, e in Italia si vota di domenica. Mai avuto problemi per tornare a votare.

"Domicilio" è il luogo in cui una persona "ha stabilito la base principale dei suoi affari ed interessi economici" (articolo 43 c.c.).

"Residenza" invece è il luogo in cui la persona ha la dimora abituale (articolo 43 II comma c.c.).

Sono due cose diverse: si vota dove si ha la residenza.

Un amico tecnico specializzato da molti anni lavora in tutto il mondo con contratti anche di sei mesi (ditta italiana, paga le tasse ed i contributi qui). Se gli va bene torna ogni quattro/sei settimane, naturalmente non può cambiare residenza in continuazione (negli ultimi due anni ha fatto Turchia, Giappone, Marocco, Messico e altro). Tu non hai mai avuto problemi per votare, lui sì. Non potendo votare per posta, di fatto da molti anni non vota, eppure in Italia ha famiglia e mutuo (che fine fa il mutuo prima casa se cambi la residenza?). Una persona discendente di italiani, che qui non ha nulla e probabilmente neanche le idee molto chiare sul meccanismo elettorale, invece vota per posta.

Continuo a ritenere che questa legge non sia giusta, mi spiace. Si potrebbe anche mettere sullo stesso piano la situazione del mio amico con quella di chi ha l'influenza e per questo non si reca al seggio, ma la possibilità agli "italiani all'estero" di votare per posta non ha giustificazione se non il mero calcolo elettorale, tra l'altro a volte sbagliato e a volte traviato perché non c'è un controllo adeguato sulle procedure, come dimostra il caso Di Girolamo.

 

 

 

Che fai, mi prendi in giro?

Prima parlavi di studenti fuorisede, ma in Italia, un caso abbastanza comune. Per loro ti ho risposto, e ritengo in modo esauriente.

Ora mi tiri fuori un caso veramente estremo, e spero raro, che non ha nulla a che vedere con gli studenti fuorisede. Il tuo amico, in teoria, in prossimità delle elezioni potrebbe farsi registrare come residente AIRE presso i consolati di Turchia, Giappone, Marocco, Messico e altro e farsi inviare la documentazione per votare per posta. Immagino che non lo abbia fatto poichè il voto non è forse la principale delle sue preoccupazioni e forse per scetticismo sulla capacità dei consolati di completare in tempo la pratica.

In ogni caso il tuo amico non trarrebbe alcun giovamento dalla possibilità di far votare per posta le persone che sono fuorisede in Italia, perchè non è questo il suo caso.

 

PS. Io non avevo problemi a rientrare quando facevo le trasferte di lavoro in Italia.

 

Premetto che io non trovo granché esauriente la tua risposta rispetto agli studenti fuori sede, perché dire che loro sbagliano ad alloggiare in nero o che possono sempre tornare per votare non è una risposta esauriente e io avevo lasciato perdere perché non volevo andare fuori tema con un discorso sulla legalità di questo tipo di sistemazioni o sul costo, pur ridotto, degli spostamenti.

Non volevo comunque prenderti in giro, mi limitavo a fare un altro esempio tra i tanti che mi vengono in mente. I cosiddetti italiani all'estero avevano già la possibilità di votare tramite i consolati, se gli italiani in trasferta interna o esterna possono rientrare loro possono pure andare ai consolati. Non c'è secondo me ragione di offrire proprio a loro, che del paese non sanno e non si occupano (sennò magari farebbero lo sforzo di recarsi al consolato) la possibilità di votare per posta, che non dà le stesse, pur scarse, garanzie di controllo che dà il "normale" sistema di voto.

Mi rendo conto che nei post precedenti potrei aver però dato l'impressione di voler estendere il voto per posta a tutti. Non è così, io sono contraria ad esso come lo sono alla cosiddetta circoscrizione estero. Non ne vedo la necessità e considerando chi è stato il padrino politico dell'iniziativa, peraltro portata avanti con notevole pervicacia per decine di anni, ho anche dei dubbi sulle intenzioni che stavano e stanno alla base dell'intera faccenda. Anzi, visti i fatti (non solo gli ultimi), niente dubbi ma certezze.

"Premetto che io non trovo granché esauriente la tua risposta rispetto agli studenti fuori sede, perché dire che loro sbagliano ad alloggiare in nero o che possono sempre tornare per votare non è una risposta esauriente e io avevo lasciato perdere perché non volevo andare fuori tema con un discorso sulla legalità di questo tipo di sistemazioni o sul costo, pur ridotto, degli spostamenti."

Allora cerchiamo di capirci.

Lo studente Tizio è residente nel comune X. Va a studiare nel comune Y, presumibilmente lontano da X.

Caso A: lo studente va agli uffici del comune di Y e notifica la sua presenza: "Ehi! Io studio qui e abito a via Cavour al 23". A questo punto tanto vale che faccia anche il cambio di residenza.

Risultato del caso A => Lo studente non ha bisogno di votare per posta: si recherà al seggio in via Nino Bixio, a trecento metri da casa.

Caso B: lo studente non si manifesta al comune Y. Pertanto il comune X crederà che abiti ancora lí ed il comune Y ignorerà la sua presenza.

Risultato del caso B => Lo studente non puó di votare per posta, in quanto nessuno sa che lui in effetti abita in un altro comune, e nessuno potrà spedirgli i documenti per votare per posta ad un indirizzo che non è conosciuto.

Conclusione: la proposta di fare votare per posta gli italiani fuori sede in Italia o è inutile o è inefficace. 

"I cosiddetti italiani all'estero avevano già la possibilità di votare tramite i consolati, se gli italiani in trasferta interna o esterna possono rientrare loro possono pure andare ai consolati. Non c'è secondo me ragione di offrire proprio a loro, che del paese non sanno e non si occupano (sennò magari farebbero lo sforzo di recarsi al consolato) la possibilità di votare per posta, che non dà le stesse, pur scarse, garanzie di controllo che dà il "normale" sistema di voto."

Perchè "cosiddetti"? Comunque non è cosí. Prima della legge 459 del 2001 se volevi votare dovevi prendere un treno o un aereo e tornare in Italia. Nessun problema per Valentino Rossi che risultava residente a Londra, ma abitava a Urbino. Qualcuno per chi VERAMENTE lavorava o studiava all'estero.

Adesso se vuoi votare per posta devi comunque andare al consolato ed iscriverti (per tempo!) all'AIRE. Altrimenti come farebbe il consolato a sapere che abiti lí ed a spedirti i documenti?

"Mi rendo conto che nei post precedenti potrei aver però dato l'impressione di voler estendere il voto per posta a tutti. Non è così, io sono contraria ad esso come lo sono alla cosiddetta circoscrizione estero. Non ne vedo la necessità e considerando chi è stato il padrino politico dell'iniziativa, peraltro portata avanti con notevole pervicacia per decine di anni, ho anche dei dubbi sulle intenzioni che stavano e stanno alla base dell'intera faccenda. Anzi, visti i fatti (non solo gli ultimi), niente dubbi ma certezze."

Quest'ultima parte è veramente oscura. Comunque il mio punto di vista è che il voto è un diritto costituzionalmente garantito a tutti i cittadini. Lo era anche prima della legge 459 del 2001, ma il suo concreto esercizio era talvolta complicato. E trovo strano che ci si preoccupi di permettere di votare ai detenuti in carcere, che immagino non paghino granchè di tasse, e lo si voglia impedire a chi si trova fuori per studiare o lavorare. Quanto alla circoscrizione estero, sono contrario anch'io.

Si, ovviamente.

Tutto quello che migliora la vita ai cittadini è benvenuto ed è progresso.
Che si possa votare per posta, via telematica o quel che è, l'importante è che sia un miglioramento e non un passo indietro nei diritti o nelle facilità.

Si chiama progredire, ed è un concetto che tutti abbiamo chiaro in testa.
Ovviamente va garantita la sicurezza del voto e vanno ostacolate e perseguitate le persone che cercano di commettere frodi.
Però questo è semplice buon senso.

La discussione ha preso varie strade interessanti. Tuttavia voglio ricordare che il post è stato suggerito dal presidente del Senato Schifani che ha affermato (La Repubblica, 26 febbraio 2010): la legge

va immediatamente cambiata perché il voto per corrispondenza è uno scandalo e consente tipologie di attività illecite come l'acquisizione del voto addirittura pagandolo: dobbiamo immediatamente procedere a una rivisitazione.

Gli ha fatto seguito immediato Berlusconi che ha affermato:

Cambiare subito la legge. 

Queste affermazioni, che vengono dai massimi esponenti dal "partito del fare", escluderebbero che si continui con il voto per posta come è stato realizzato nelle due tornate di votazioni politiche. Quindi, ho osservato che le alternative basate sulla circoscrizione estero sarebbero poco desiderabili: il voto telematico no, perchè troppo complicato per una quota parte dell'elettorato (come è stato suggerito anche da alcuni commenti. Non è  necessario insultare gli ottuagenari.). E, forse, anche troppo costoso e rischioso, dal momento che nessuno stato lo ha ancora adottato, se non mi sbaglio. Il voto ai seggi posti ai Consolati che hanno la lista degli iscritti all'AIRE e, forse, anche le impronte digitali, no, perché i Consolati sono troppo pochi in relazione all'estensione territoriale delle sotto-circoscrizioni estero.  Che alternativa rimane?  Se Schifani e Berlusconi saranno di parola, a parer mio non c'è alternativa fattibile (nel senso che migliori il voto per posta e lo renda abbastanza sicuro da macro brogli) basata sulla circoscrizione estero.  

Qui sta il problema, secondo me.  La creazione della circoscrizione estero è stata una grande bufala che non ha riscontro, credo, in nessun altro stato al mondo. Va quindi tolta di mezzo. Se il Governo Berlusconi vorrà porre mano alla riduzione dei deputati e senatori, come dichiarato di tanto in tanto, bisognerà riformare gli articoli 56 e 57 della Costituzione che danno vita anche alla Circoscrizione estero.  Poniamo il caso che i deputati e senatori siano dimezzati. I deputati assegnati in Italia, da 618 diverrebbero 309, mentre quelli assegnati alla circoscrizione estero da 12 diverrebbero 6.  I senatori in Italia, da 309 diverrebero 155 mentre quelli della circoscrizione estero diventerebbero 3, nemmeno uno per ogni sotto-circoscrizione estera.  Briciole, a meno che non si ritenga di lasciare intatto il numero dei deputati e senatori della circoscrizione estero e dimezzare solo i deputati e senatori eletti in Italia... Ma prevedo strilli.

Se veramente il Parlamento italiano volesse fare una cosa moderna - come ho scritto nel post sotto forma di domanda e come è stato suggerito da diversi commentatori - ammetterebbe il voto per posta per tutti gli italiani, residenti in Italia o all'estero in maniera temporanea o definitiva. Questo comporterebbe, ancora una volta, l'abolizione della circoscrizione estero e renderebbe più difficile l'elezione di senatori alla Di Girolamo, dal momento che si voterebbe nella città o paese in cui si è iscritti all'AIRE. Magari con le impronte digitali, al posto della firma...

Quirino, da quello che ricordo solo India, Brasile e USA usano estesamente l'elettronica nel voto delle politiche nazionali.

In Brasile le schede vengono generate quando l'utente ha selezionato e confermato il candidato, e servono per conteggi di controllo in caso di risultato dubbio (non subito quindi).

Vantaggi: i risultati sono disponibili praticamente in tempo reale, si risparmia il personale per lo scrutinio

Svantaggi: oltre al costo e ai problemi di distribuzione degli apparecchi (che devono essere collegati a server, quindi serve pure la rete - ma non ricordo in che termini) dobbiamo ricordare il costo di aggiornamento e trasporto delle macchine da voto. Inoltre c'e' sempre il dubbio dell'affidabilita' dei risultati (difetti del software) e dei rischi legati alla sicurezza.

L'Italia ha sperimentato lo *scrutinio* (non il voto) elettronico su 4 regioni nel 2006, con Pisanu, e le polemiche annesse visto che il figlio di Pisanu era dirigente della multinazionale che ha scritto il software. Lo scrutinio che faceva fede era quello cartaceo.

Lo scrutinio ha prodotto dati, da quel poco che ho sentito, di qualita' decente - ma era stato scritto per seguire la lettera delle operazioni di scrutinio e quindi nella gran maggioranza dei casi i presidenti di seggio hanno usato la via breve (ovvero, han fatto lo scrutinio a mano e poi riportato, forzandoli, i risultati sull'elettronico). In realta' avrebbero dovuto prendere una scheda alla volta, vederne il risultato e farlo registrare dall'operatore addestrato all'uopo, ma spesso la procedura viene "velocizzata" dal presidente di seggio per finire nei tempi giusti.

Le macchine erano una per seggio, e tipicamente in ogni seggio c'e' piu' di una sezione, collegate ad un server del Ministero degli interni.

Da quello che ho potuto immaginare, tra costi di trasporto, messa in opera, addestramento, smaltimento, ecc. la cosa e' costata parecchio e a quanto ne so non e' stata ripetuta.

Questo solo per dire che il voto elettronico probabilmente ancora potrebbe dare qualche problema.

 

 

 

"Qui sta il problema, secondo me.  La creazione della circoscrizione estero è stata una grande bufala che non ha riscontro, credo, in nessun altro stato al mondo."

Mi pare (ma non sono sicuro) che ci sia un sistema simile in Portogallo.

Nel merito comunque sono contrario alla circoscrizione estero: io ho interesse a votare per la mia città di provenienza, dove un giorno ho intenzione di tornare, e non per qualcuno che vive e lavora a migliaia di km da me.

Il punto è che la Circoscrizione Estero ha nel suo DNA il mandato di proteggere gli interessi degli italiani all'estero, una vecchia richiesta di un collettivo numeroso e sempre vittima.
Con la tua soluzione, questo si perde totalmente.
Mentre la cosa migliore sarebbe continuare sulla stessa vettura, migliorando la macchina laddove s'inceppa invece di cambiare ancora una volta modello.

Quali sarebbero per esempio gli interessi degli italiani all'estero?

Chiedo perché il mio interesse - che vivo all'estero - è quello di poter influenzare l'amministrazione della cosa pubblica italiana, e in particolare della mia regione o città d'origine, in senso meno mariuolo e più civile. In questo senso sono completamente d'accordo con il post precedente di massimo: noi che siamo in trasferta più o meno lunga dovremmo poter votare per la nostra circoscrizione italiana d'appartenenza. Avere una "circoscrizione estero" che dovrebbe difendere interessi non meglio precisati degli emigranti (i quali oltretutto se hanno delle istanze da proteggere o diritti da reclamare, immagino che sarà verso lo stato ospitante, mica verso l'Italia, quindi a che serve un loro rappresentante nel parlamento italiano?) mi sembra invece abbastanza inutile. Direi che è figlia dell'idea originaria di Tremaglia secondo il quale il voto all'estero si rivolgeva allo stereotipo degli emigranti o figli di tali, col mandolino e la foto della costiera amalfitana appesi sul muro della pizzeria a New York.

Fabrizio

perchè dici che è inutile?

Dal 1985 esistono i ComItEs, Comitati degli Italiani all'Estero, che sono organi elettivi che rappresentano le esigenze dei cittadini italiani residenti all'estero nei rapporti con gli Uffici consolari, con i quali collaborano per individuare le necessità di natura sociale, culturale e civile della collettività italiana.
E nell'89 fu creato il Consiglio Generale degli Italiani all'Estero (C.G.I.E.), istituito con Legge 6 novembre 1989 n. 368 (modificata dalla Legge 18 giugno 1998, n. 198) e disciplinato dal regolamento attuativo di cui al D.P.R. 14 settembre 1998, n. 329, che è organo di consulenza del Governo e del Parlamento sui grandi temi di interesse per gli italiani all'estero.

I COMITES promuovono, in collaborazione, oltre che con le Autorità consolari anche con le Regioni e le autonomie locali nonché con Enti e Associazioni operanti nella circoscrizione consolare, nell'interesse della collettività italiana, tutte quelle iniziative ritenute opportune in materia di vita sociale e culturale, assistenza sociale e scolastica, formazione professionale, settore ricreativo e tempo libero.
Ovviamente, l'esistenza dei ComItEs non è vincolata all'esistenza della Circoscrizione Estero, ma il passo è breve: se hai una Circoscrizione Estero sarai capace di far valere i tuoi bisogni di più che se non l'avessi.
A me sembra che mettere tutti nello stesso fascio sia una pratica intellettualmente piuttosto miope.
puoi trovare info qui se vuoi, con la relativa legge del 1985 (non certo ieri)

http://www.esteri.it/mae/doc/L205_1985.pdf

Scusa Luca ma siccome qui siamo tutti un po' terra terra (o almeno io lo sono), ripropongo la domanda: quali sarebbero gli interessi degli italiani all'estero? E di cosa sarebbero vittima i poveri expatriates italiani? (Forse sbaglio ma per me le vittime sono quelle che rimangono in Italia)

E intendo interessi degli italiani all'estero in quanto italiani all'estero, non instanze che possono riguardare direttamente - e con forza maggiore - gli italiani residenti. Per dire, a me viene in mente giusto l'abolizione del bollo sul Passaporto...

Sai che le scuole italiane all'estero dove poter mandare i figli sono ben poche?

sai, magari per qualche italiano che rimane poco tempo all'estero, potrebbe essere conveniente poter avere una scuola italiana per i propri figli, altrimenti al ritorno in Italia ci potrebbero essere problemi di compatibilità con i programmi di studio.

Oppure, caso pragmatico pragmatico, come s'insegna l'italiano ai figli senza mandarli a scuola?

Bisogna pagarsi un corso per insegnare la mia lingua perchè magari a casa non si parla molto. E se invece il Consolato offrisse corsi d'Italiano? (lo fa proprio per coprire questa necessità, ma i fondi scarseggiano).

Oppure, la cultura italiana. Come gliela si insegna?
come posso io rimanere attaccato all'Italia?
E con chi mi lamento se la mia carta d'identità è un broadsheet stile Nyt se paragonata con la carta d'identità degli altri paesi (e visto che qui la chiedono per pagare immagina te che bella cosa tirar fuori un documento che si deteriora in poco tempo, con un formato sconosciuto ai più e a volte difficile da capire)?
e le attività imprenditoriali? a chi mi appoggio se voglio commerciare con l'Italia?

Son tutte attività che fanno i consolati e poi i ComItEs.
Come detto, non è necessaria una Circoscrizione Estero per affrontare queste problematiche, ma se c'è è chiaramente meglio, perchè gli italiani all'estero hanno chiaramente delle necessità diverse dai residenti in Italia.

 

Desidero segnalare che lavoce.info ha messo in linea (questa notte, per gli italiani residenti in Italia) un post intitolato "QUEI CITTADINI CHE VOTANO MA NON PAGANO LE TASSE" in cui vengono trattati i temi discussi in questo post e nei commenti che sono seguiti. Non mi pare che il post abbia evidenziato temi o soluzioni che non siano state trattate nell'ampio dibattito che è stato fatto qui.

Anche il post de lavoce.info a firma di Tito Boeri e Vincenzo Galasso intitolato "MENO PARLAMENTARI PER MENO CORRUZIONE" richiama temi discussi qui.

E’ vero con il sistema attuale è facile fare brogli. Ma questo non tanto perché il plico può essere compilato da un familiare, quanto ci si affida a servizi di posta anche privati e inefficienti. Nel 2006 e nel 2008, rispettivamente, il 9,20% e il 7,18% dei plichi non furono restituiti per mancata consegna.  Dal 2006, la legge prevede che si usino forme di invio postali simili alla raccomandata, ma non sembra che questo accorgimento abbia sortito grandi effetti. I brogli possono essere “micro” e “macro”. Nel primo caso, si contravviene ai requisiti di personalità e segretezza del voto e le soluzioni cui si può pensare sono poche: come si può controllare l'elettore all'interno delle mura domestiche?  Nel secondo, invece, il voto per corrispondenza potrebbe divenire più “controllabile” se si prevedesse  l'inserimento da parte dell'elettore di una chiave identificativa nel plico prima di rispedirlo.

E' vero, le ripartizioni sono troppo ampie, il collegamento elettori-eletti viene in parte meno. Ma se gli elettori all'estero votassero per candidati residenti in patria e eletti nelle circoscrizioni territoriali, ciò non accadrebbe? Se il fine è quello di creare un collegamento tra eligendi e elettori, non serve eliminarle, ma sarebbe sufficiente una loro ridefinizione che ne riducesse l’ampiezza.

La soluzione di togliere il voto all’estero sembra estrema e far pagare il biglietto per tornare in Italia (come prima) è probabilmente discriminante. Per altro, fra il 1996 e il 2001 in media fu il 4,5% degli italiani residenti fuori dai confini nazionali a partecipare alle elezioni. Nel 2006 e nel 2008 i tassi di partecipazione si attestarono attorno al 42% e 40% . Dunque, sembra più logico migliorare il sistema creato con la riforma costituzionale del 2000 e del 2001, piuttosto che eliminarlo.
Inventarsi un sistema di voto telematico probabilmente potrebbe avere un vantaggio: sarebbe un esperimento innovativo, avrebbe quindi un ampio risalto mediatico e questo potrebbe essere un deterrente per far brogli. Però potrebbe essere troppo costoso.

Istituire dei seggi nei consolati è probabilmente la soluzione più realistica (a patto che gli stati esteri non pongano questioni di sovranità, come accaduto in Australia e in Canada per l’elezione dei Comites). Il fatto che nella circoscrizione estero ci possano essere delle “gite organizzate ai seggi” è plausibile, ma non è più plausibile di quanto in Italia (ci potrebbero essere anche in patria  “gite organizzate” o “rimborsi spese” illegali ai fuori sede per tornare a votare nei comuni di residenza - una gita da Torino alla Calabria è un bel viaggio di 1000 e passa km, comparabile ai viaggi verso i consolati posti nelle grandi città all’estero). Uno potrebbe argomentare che organizzare “viaggi ai seggi” in Italia è molto più rischioso che organizzarli all’estero. Questo è da vedere. Infatti, tenendo conto che l’incentivo a organizzare “viaggi ai seggi” in patria (1 seggio ogni 72 mila abitanti) è più alto che all’estero (1 seggio ogni 225 mila abitanti). Plausibilmente la probabilità che vengano veramente organizzate “gite ai seggi” è uguale in patria e all’estero.

Uno potrebbe argomentare contro la creazione di seggi nei consolati perché potrebbero essere troppo costosi e ridurrebbe la partecipazione al voto degli italiani all’estero. Probabile.  Ma da un punto di vista della discriminazione, ancora una volta la situazione sarebbe paragonabile ai fuori sede in patria. Tuttavia, in pratica i seggi nei consolati potrebbero ridurre della partecipazione.

Il punto sarebbe quindi aumentare la partecipazione e l’interesse a votare degli italiani all’estero. Come? Perché non imporre un quorum (tipo referendum) per l’elezione dei seggi degli italiani all’estero? Se nella ripartizione non viene raggiunto il quorum (non necessariamente del 50%), la ripartizione non prende nessun seggio. E come gestire il seggio vacante? Semplicemente modificando la costituzione, assegnando solo teoricamente i 18 seggi alle ripartizioni estero, ma di fatto solo quando ogni ripartizione raggiunge il quorum.

Risultato? Se non c’è interesse nella partecipazione al voto, iniziamo a ridurre il numero di parlamentari partendo dalla circoscrizione estero. Questo può essere discriminante? Probabile, ma di sicuro meno che imporre agli italiani all’estero di tornare in patria per esercitare il loro diritto di voto.

ILARIA ESPOSITO E LUIGI MORETTI

Che fosse una scorciatoia per dare un seggio a qualche furbacchione che aveva visto il loophole lo si sapeva. meraviglia che la 'ndrangheta ci abbia pensato un po' su prima di cogliere l'occasione ghiottissima che il querulo Tremaglia gli aveva confezionato. Con pochi voti il seggio è assicurato. Ma non mi meraviglia la ricerca aumma aumma a queste candidature, non mi meraviglia nemmeno che i nostri senatori ed onorevoli "esteri" abbiano tutti o quasi residenza o domicilio certo (vabbè, sottilizzo) a Roma da svariati anni. Mi meraviglia solo che ci meravigliamo. Che non abbiamo la tranquilla serenità di dire che se qualcuno va all'estero a vivere e lavorare (come ho fatto io per 14 anni), lì vorrebbe e dovrebbe votare: le scelte di quel paese ospite sono importanti per lui, non quelle italiane. Troppe conventicole consolari e parrocchiette italianucce ho visto in tanti anni all'estero per non disprezzare con tutto me stesso questi inutili orpelli pseudodemocratici, cari impestati e senza funzione alcuna che far accedere alle camere personaggi senza mestiere.E vabbè, direte, ma non è lo stesso per tutti - o quasi - gli eletti italici nel sistema delle cooptazioni e dei partiti persona/azienda? Vero, rispondo, ma almeno risparmiamo qualche soldo.

 

Domanda per chi vive in UK o ne sa comunque qualcosa: da un'intervista ad un giornalista inglese che vive in Italia da diversi anni risulterebbe che costui, pur restando cittadino, ha perduto il diritto di voto proprio perché per tot turni, non ho capito quanti e/o quali, non si è recato in patria per votare; inoltre per riavere tale diritto dovrebbe fare richiesta. E' così o ho capito io fischi per fiaschi?

Mah, io credo che la possibilta' di votare nel consolato possa essere valida. Almeno rappresenta una possibilita'. La Russia adotta questo sistema....

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