Alcuni fatti sui salari universitari USA, con la morale

18 marzo 2010 andrea moro

È stato pubblicato di recente il rapporto CUPA-HR sui salari dei docenti americani, il cui riassunto potete trovare su Inside higher education (entrambi in inglese). Molte delle informazioni sono note, ma vale la pena trarre da questi dati alcune lezioni. Quattro di queste sono dirette per chi ha a cuore l'università italiana e, più in generale, il mondo del lavoro. L'ultima invece è per i miei colleghi (macro)-economisti.

Riassumo il rapporto, che comprende circa 800 istituzioni di istruzione superiore americana, sia private sia pubbliche, di tutti i livelli: nel 2009-10 la crescita mediana dei salari dei docenti è stata nulla, e cioé almeno la metà dei docenti al più non ha ricevuto alcun aumento in termini nominali. Un terzo dei docenti ha visto invece il proprio salario diminuire. Il salario (lordo) medio di un full professor è di circa $92,000, quello di un associate è di $71,000 e quello di un assistant di $51,000. Nella tabella disaggregata si osservano rilevanti differenze per disciplina, con i salari più alti percepiti dai docenti di legge e discipline di economia aziendale, e quelli più bassi percepiti dai docenti di inglese.

Passiamo alla morale. Premetto che nulla di quanto dico è nuovo, mi limito semplicemente a ribadire punti fatti altrove, magari separatamente.

1) I salari non devono per forza aumentare. Gli scatti automatici contrattuali non fanno necessariamente bene alla salute economica del paese (nel caso specifico, dell'università).

2) I salari - nominali - possono anche diminuire. Di questo fatto elementare ci si dimentica spesso, perché in Italia è vero il contrario, non so se per legge ma certo per prassi contrattuale.

3) I salari non devono essere uguali per tutti. Le distorsioni che questo provoca nell'università italiana sono così evidenti che non vale la pena commentarle. Il fatto è già stato ampiamente sollevato sia su questo blog che altrove, ma è opportuno ribadire.

4) I salari medi dei docenti statunitensi, soprattutto a livello di full professor, non sono più alti di quelli dei docenti italiani. Questo fatto è già stato evidenziato anche da altri (vedi Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti, e per completezza le tabelle delle retribuzioni di Alberto Pagliarini). I nostri amici in Italia hanno una visione distorta perché si confrontano con gli amici/colleghi economisti all'estero. I docenti americani, nella stragrande maggioranza, non insegnano in università top-20 e non insegnano economia. Questi docenti percepiscono salari ben inferiori, e, aggiungo, insegnano molto di più (da 4 a 6 corsi semestrali l'anno o anche di più) dei loro colleghi italiani. Anche di questo si è gia parlato su nFA, e anche questo va ribadito. Quanti dipartimenti italiani sono equivalenti ad una top-20 USA?

Infine, il punto per i macro-economisti, specie se di orientamento neo-post-etc-keynesiano (un grazie a Michele per avermelo ricordato/sottolineato):

5) Ma da dove viene l'idea che i salari sono rigidi verso il basso? Un terzo dei lavoratori di un settore non insignificante ha visto il proprio salario diminuire in misura significativa in un periodo di crisi. Se il fatto venisse confermato con altri settori cosa ne resta del fondamento empirico delle vostre teorie? Ho provato velocemente a confermare il dato con dati Current Population Survey, e mi pare che a livello preliminare la cosa tenga. Mi riservo comunque di guardare meglio i dati, visto che per motivi tecnici è difficile fare il matching in anni diversi a livello individuale con i CPS.

46 commenti (espandi tutti)

Ringrazio l'autore per questo articolo, e colgo l'occasione per ri-segnalare una tabella stipendiale completa relativa all'Università di Pisa, ma virtualmente identica per tutte le Università italiane, giusta la determinazione per legge dello status e del salario. 

Sui salari USA ho due domande ingenue: (1) come devo considerare (a) tasse (b) contributi pensionistici (c) contributi medici, nel salario "lordo" indicato nella survey? (2) C'è dentro "tutto" il salario in questa survey, o vi possono essere elementi "non considerati" (intendo dire: grant personali, altri benefit, ecc.)?

Sulla morale, sono sostanzialmente d'accordo, ma in Europa non penso che funzionerebbe, prese come idee a se stanti per l'Università. Come punto raggiungibile, mi accontenterei di avere progressioni non automatiche degli scatti. Peraltro i dati in oggetto dimostrano che la rigidità (italica) paga, soprattutto per i più anziani. Che continueranno a negare l'evidenza, e a voler lavorare fino a 72 anni. E ad opporsi ad ogni cambiamento strutturale. D'altra parte loro si confrontano con le "doctoral-granting Universities", mica con le altre!!!

RR

 

(scusate, voleva essere una risposta a Renzino piu' che un commento autonomo)

Imho il problema non e' il livello medio dei salari, ma il peso eccessivo dell'anzianita' che crea posti sottopagati per i giovani a fronte di retribuzioni (automaticamente) medio-alte per il personale a fine carriera. Con le parole di Figa' Talamanca

http://www.flcgil.it/notizie/rassegna_stampa/2006/ottobre/riformista_l_a...

Ma questa anomala struttura retributiva, permettetemi, mi sembra un problema di gran parte del sistema Italia, nel quale e' normale che i "giovani" integrino un misero salario grazie al supporto economico delle famiglie fin verso i quaranta.

Appunto, che dicevo io - l'abbiamo analizzato più volte anche su nFA questo discorso sui giovani (vds. anche qui, per ultimo). Considerato chi comanda nell'Accademia Italiana, non avrai mai una cessione "spontanea" di denaro da parte dei Baroni degli Ultimi Scatti, devi forzare una Rivoluzione attraverso il cambio della legge. MA i Baroni stanno anche in Parlamento. E a rappresentare i giovani ricercatori precari ci sarebbe, secondo le scelte di W el Trony, Marianna Madia...

RR

non avrai mai una cessione "spontanea" di denaro da parte dei Baroni degli Ultimi Scatti,

Si', lo so, ma forse basterebbe appiattire la progressione per i nuovi assunti, ovvero stipendi piu' alti all'inizio e scatti di anzianita' molto piu' ridotti in seguito. Mantenendo la media e senza toccare chi e' gia' in ruolo, cosi' si potrebbero cambiare le cose senza generare immani levate di scudi. Fermo restando la possibilita' per chi si trova nella vecchia progressione di passare alla nuova.

A cercarla bene nel DDL Gelmini in discussione in parlamento c'è una delega legislativa che potrebbe essere bene utilizzata per "raddrizzare" la scala stipendiale, anche attraverso la abrogazione della "ricostruzione della carriera" che privilegia gli anziani che sono già nel sistema.

Eliminare la "ricostruzione di carriera" può sembrare una bella cosa ma l'impressione che ne ho io è che alla fine si vada a penalizzare quelli che si son fatti N anni di precariato senza mai riuscire ad entrare come ricercatori (vuoi perché i posti non venivano banditi, vuoi perché quei pochi che c'erano venivano vinti dal figlio del prof. ordinario di turno). Se prendiamo il caso di un precario della ricerca dal cv più che buono che, per un motivo qualsiasi, non abbia voluto/potuto fuggire all'estero e ipotizziamo che un giorno riesca a diventare un ricercatore si troverà con uno stipendio miserrimo mentre il prof. ordinario un po' anzianotto manterrà il suo stipendio attuale. Insomma, non riesco a capire che vantaggi potrebbe portare.

Sbaglio? Mi sono perso qualcosa?

Penso proprio che sbagli tutto. Eliminare la ricostruzione della carriera significa mettere nelle stesse condizioni salariali chi per la prima volta entra nel sistema universitario come associato o ordinario e chi (attualmente avvantaggiato) ha già al suo attivo una carriera precedente in una o nelle due "fasce" inferiori. In particolare dovrebbe finire l'attuale discriminazione nei confronti di chi è stato per molti anni "precario" e, mettiamo, vnce un concorso di seconda fascia, rispetto al collega anche lui vincitore di analogo concorso, che è stato per molti anni ricercatore di ruolo. Nel progetto del governo, confermato dagli emendamenti del relatore si propone di trattare tutti come se avessero l'anzianità massima riconosciuta (otto anni).

Aggiungo alla discussione che appiattire il profilo per eta' dei salari non comporta alcun risultato se -allo stesso tempo- non si rendono i salari diversi e piu' dipendenti dalla produttivita'. 

Quanto alla precarieta' ricordiamoci che questa rende per sua natura piu' produttivi. Con quale logica si vorrebbe penalizzare il salario di un precario che vince il concorso a 40 anni rispetto ad un nullafacente che ha ottenuto il posto a vita con aumenti garantiti 10 anni prima?

Dubito che si possano fare queste diversificazioni, anche se noto che la proposta del "nuovo" ricercatore a TD contiene anche uno specifico livello salariale superiore.

Come linea generale intendevo che - anche se i Baroni degli Ultimi Scatti non cedono spontaneamente le posizioni - bisogna comunque combattere, non desistere, e chiedere un allineamento delle condizioni di pensionamento al resto d'Europa.

RR

In molte delle State Universities, i salari sono disponibili online.

Per esempio, questi sono quelli di Urbana-Champaign per il 2009

http://data.illinimedia.com/salaries/index/2009/cu/

Notare bene chi e` che guadagna di piu`: gli allenatori di football, basket, etc. Not surprising, of course.

Pero` da un`idea di quello che dice Andrea. I salari sono molto variabili, anche all`interno dello stesso dipartimento. 

 

Andrea,

A proposito dei salari rigidi verso il basso: L'affermazione che un terzo dei professori ha visto il salario ridursi non penso sia corretta. Il motivo e' che il rapporto CURA-HR non ha questi dati. Se guardi a pagina 6 del rapporto, loro chiedono ad ogni istituzione i dati seguenti:

Number of Faculty

Average Salary

Highest Salary

Lowest Salary

Con questi dati creano una variabile "paired salaries" (tabella a pagina 12). Quello che probabilmente fanno e' pairing average salary con average salary. Non sono sicuro, ma dovresti controllare.

 

 

Credo sia come dici tu ma e' impossibile che la media diminuisca senza che diminuisca il salario di qualcuno. Che sia successo in molte universita' (sotto forma di furloughs in realta') era noto. 

Questo e' vero solo se gli individui che compongono l'osservazione (per esempio dipartimento inglese, rank assistant professor) rimangono gli stessi. E questo non e' il caso di questa survey. Per esempio se, come dici tu, convinco ad andare in aspettativa non pagata un professore che ha un salario piu' alto della media, la media della mia osservazione diminuisce, ma nessuno ha avuto una riduzione del salario nominale.

Sono sicuro che tu abbia ragione, ma per avere un dato affidabile (tipo un terzo dei professori universitari, che in effetti sarebbe molto alto) c'e' bisogno di altri dati dove l'osservazione e' l'individuo e non l'impresa (o il dipartimento).

Da ultimo, per rispondere alla tua domanda (ma mi sa che era una domanda retorica), l'ipotesi di salari nominali rigidi verso il basso viene dall'idea che un impresa prima di diminuire il salario nominale di un lavoratore, prova altri metodi (per esempio convincerlo ad andare in aspettativa non pagata).

La stragrande maggioranza dei docenti ha il posto fisso, dubito che il turnover possa avere un grosso effetto (e i prof piu' anziani poi non e' che abbiano un salario tanto piu' alto dei nuovi). Comunque certo, sarebbe bello avere dati micro, grazie della segnalazione, credo se ne fossero accorti in pochi. 

PS un'aspettativa non pagata (com'e' il caso di molte delle universita') non e' magari una riduzione del salario nominale, ma ci va molto vicino

Sarebbe anche bello avere una serie temporale. L'ultimo anno e' stato un po' atipico per quanto riguarda riduzione di salari. Conosco molte persone (nel settore privato) che hanno accettato una riduzione di salario per evitare licenziamenti. Non conosco il sistema americano per cui mi chiedo se sia possibile che questo sia avvenuto anche li'? In altre parole, e' possibile che la riduzione dei salari non abbia niente a che vedere con la produttivita' delle persone? Ed e' possibile che negli anni precedenti la riduzione dei salari non e' cosi' diffusa?

In altre parole, è possibile che la riduzione dei salari non abbia niente a che vedere con la produttività delle persone? Ed è possibile che negli anni precedenti la riduzione dei salari non è così diffusa?

... "fosse così diffusa", che l'italiano è importante.

Ad ogni modo, Carmine, ma te le sogni di sera tardi e le scrivi qui di mattina presto prima del caffé?

I salari, ovviamente, nulla hanno a che fare con la produttività: le imprese, se possono, riducono i salari dei lavoratori produttivi, nella speranza che se ne vadano, mentre aumentano quelli degli incapaci per cercare di tenerseli stretti.

Negli anni precedenti, ti svelo un segreto, la riduzione dei salari era CERTAMENTE meno diffusa. Anzi, devono esserci stati anni in cui, in media, salari e stipendi sono cresciuti. Sembra succedere quando l'economia crece e la domanda di lavoro con essa.

Ragazzi, io capisco che gli atti di fede ideologici vi accechino e vi impediscano di vedere i fatti anche quando ci sbattete il naso, ma fatevene una ragione. Il 2008-2009 (e 2010) saranno anche anni "speciali" ma, a seguito della crisi, sembra che una grande percentuale dei professori universitari USA abbiano patito una diminuzione dei loro salari nominali. Punto, ed a capo.

Aggiungo che ricordo esplicitamente almeno una universita' (Arizona State, non un posto insignificante) che ha adottato il sistema dei furloughs (una specie di aspettativa non pagata) imponendo ai docenti di non prenderli nei giorni di insegnamento. Insomma, insegni martedi e giovedi e lunedi e mercoledi non ti paghiamo. Se non e' riduzione di salario nominale questa...

 

"Insomma, insegni martedi e giovedi e lunedi e mercoledi non ti paghiamo. Se non e' riduzione di salario nominale questa..."

Questa e' sicuramente una riduzione di salario nominale. Chiedo scusa per il mio errore. Nella mia ignoranza pensavo che l'aspettativa non pagata fosse di un anno (da qui' la mia interpretazione di riduzione temporanea della forza lavoro utilizzata) e non un metodo per pagare meno salario per le stesse ore lavorate (quello che succede ad Arizona State).

Sono anche d'accordo con tutti quelli che hanno detto che molto probabilmente i salari nominali sono sempre piu' flessibili anche verso il basso.

Pero' il mio dubbio rimane sul punto 5) del tuo articolo e sull'affermazione che quei dati che hai presentato ti fanno dire che un terzo dei professori universitari americani ha visto una riduzione del salario nominale. Come ho scritto negli altri commenti secondo me i dati che hai presentato non ti permettono di dire questo. Quanti sono i professori universitari in america che hanno visto nello scorso hanno una riduzione del salario nominale? E in quali rank-dipartimenti si registrano piu' flessioni (english instructors oppure tenured professors in Business school)?   

Un punto piu' generale su dati e furore ideologico. Ho appena letto il vostro libro su Tremonti che ho apprezzato molto (ed anche per questo ho deciso di visitare il vostro blog). Una delle cose che mi e' piaciuta di piu' e' la critica di come Tremonti usa i dati: o non c'entrano niente con il punto che vuole fare, oppure non si sa da dove vengono. Siccome voi non fate come Tremonti, questo permette a una persona a casaccio (come me) di dire: secondo me i dati che usi (e che mi fai conoscere) non consentono quella affermazione quantitativa (un terzo dei professori universitari ha visto ridursi il salario nominale). Dove e' il furore ideologico?

  

 Dove e' il furore ideologico?

Era per il mio (ex) studente Carmine! (Da cui il "ragazzi" ... tu potresti anche avere 80 anni!) ;-)

Come dice qualcuno di cui non ricordo il nome, sono stato "frainteso". L'articolo di Andrea parlava di universita' ed io mi riferivo alla produttivita' scientifica (non necessariamente il numero di paper pubblciati ma una misura dell'importanza/prestigio del professore).  

Non ho nessun problema ad accettare l'evidenza empirica che i salari nominali si siano ridotti. Anzi, non mi sorprende affatto dato che anche in Italia alcuni amici hanno accettato riduzioni di salario. Quello che vorrei capire e' se sia vero (e quanto diffuso) che negli USA, al diminuire della produttivita' ("importanza") scientifica, si rivedono al ribasso i salari dei professori. In altre parole, vorrei capire quale sia la percentuale di persone che, a partita' di altre condizioni, vedono il loro salario nominale ridursi al ridursi del loro contributo al successo di un dipartimento. 

 

Come si aumenta la produttività della ricerca in italia. Gli esperimenti non sono stati fatti, le immagini sono ritoccate, le conclusioni smentite dalle verifiche di laboratorio

http://rassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=QMIA5

Zitto Marco, come ti permetti!

L'università italiana è piena di eccellenze e di gente che lavora tanto per pochissimi soldi. Non fare il disfattista anche tu, che è il disfattismo la vera malattia nazionale. Quelle riportate sono quasi certamente accuse false come proveranno gli efficienti tribunali del regno!

Il pezzo migliore comunque è all'inizio dell'articolo: la colpa di tutto è dell'impact factor...

La vicenda riportata dalla Stampa non è l'unica notizia di oggi sul tema "Etica, Deontologia, Regole: l'Università Italiana alla prova dei valori sostanziali". C'è infatti anche quest'altro tipo di tarocchino-soffiatina sui test di Medicina (ma ci siamo abituati ormai, quasi non fa notizia).

Attendiamo con impazienza le rinnovate prese di posizione degli economisti a farci la lezione su quali siano gli incentivi (?) che nei casi menzionati faranno diventare tutti automaticamente onesti e probi. O quelle dei miniarKo-nichilisti, che diranno che siccome non si può garantire la correttezza dei test, bisogna abolirli.

RR

Come si aumenta la produttività della ricerca in italia.

A dirla tutta queste son cose che succedono in tutto il mondo. Nel campo biomedico sono piu' frequenti di quanto non pensi (it's the ratrace, baby).

Chiedi:

5) Ma da dove viene l'idea che i salari sono rigidi verso il basso?

Storicamente credo risalga al dibattito in UK sul Gold Standard dei primi anni Trenta (Keynes, Pigou, Hicks, Hawtrey, ecc.). E dalla considerazione che, visto che il salario nominale è fissato contrattualmente per X anni (con X maggiore di 1) e che la macro keynesiana si occupa(va) solo del breve periodo, why bother about downward flexibility of nominal wages? 

Che poi tali argomenti abbiano senso e fossero anche all'epoca basati sui fatti, è ovviamente questione diversa. Come pure che Keynes stesso abbia mai davvero dato peso decisivo nel suo sistema teorico a tale ipotesi semplificatrice.

Io non sono un macroeconomista, quindi mi astengo dal rispondere. So che in questo libro, Truman Bewley va in giro a chiedere a molte imprese perche' non abbassino i salari, e quasi tutti rispondono che preferiscono licenziare alcuni lavoratori piuttosto che ridurre il salario di tutti.

Per quanto riguarda la rigidità dei salari verso il basso, un buon punto di partenza è Holden, Steinar and Wulfsberg, Fredrik (2008) "Downward Nominal Wage Rigidity in the OECD," The B.E. Journal of Macroeconomics: Vol. 8 : Iss. 1 (Advances), Article 15.

 

La stragrande maggioranza dei docenti ha il posto fisso, dubito che il turnover possa avere un grosso effetto

 

Sul turnover, non ho idea. A che dati ti riferisci? Inoltre, le osservazioni sono per rank, per cui una promozione da assistant a associate ti da un individuo in meno nell'osservazione assistant (e uno in piu' nell'osservazione associate).

 

 

PS un'aspettativa non pagata (com'e' il caso di molte delle universita') non e' magari una riduzione del salario nominale, ma ci va molto vicino

Secondo me, una aspettativa non pagata e' piu' simile ad una riduzione (temporanea) della domanda di lavoro che ad una riduzione del salario nominale. Comunque, non sono un macroeconomista neppure io, ne' ho una opinione sulla bonta' dell'assunzione dei salari nominali rigidi verso il basso, mi sembrava solo un'affermazione un po' affrettata.

Andrea io non ho alcuna preparazione specifica per parlare dei salari dei professori universitari, siano essi americani o italiani, nè intendo discutere sul perchè Keynes non parla della flessibilità dei salari.

Però rispondo alla domanda : da dove viene l'idea che i salari siano rigidi verso il basso ? Rispondo: dai sindacati/trade unions. Difatti mi stupisce che il NEA o l'AFT non siano saltati su a dire: il salario non si tocca! ma saran diversi questi americani...

Di fatto, in Italia almeno, il licenziamento di n persone è preferito ad una richiesta di taglio di salario, ma il discorso è molto lungo e ci porterebbe lontano. Comunque io non mi stupirei se anche in Italia nella grande industria si notassero delle variazioni salariali, visto che i premi di produttività per il 2009 non saranno stati un granchè.... ma manca una analisi in tal senso.

Sul punto 4.  Immagino che sia una questione più volte discussa qui, ma la tesi del post non mi convince affatto.

Il punto non è di grande interesse generale, ma è questo: in media i full professor italiani sono pagati molto meno che negli US?  Secondo Moro, no e la diffusa falsa impressione contraria deriva dal confronto con i salari delle top20, e magari in economia o Bus Sc, molto più alti della media US.

Perotti a suo tempo sostenne che i salari senior sono comparabili tra Italia e UK. Di UK non so nulla. Per gli US, la tesi di Moro credo sia sbagliata di un ordine di grandezza, perchè ci sono almeno 200 università US in cui il salario medio di un full prof. eccede quello medio di un ordinario italiano.

Non so se questa differenza nei salari tra US e It. sia bene o male e in effetti non ho mai capito perché, di per sé, un confronto tra dati di paesi diversi sia interessante. Ma la differenza c’è (sia pure forse minore di quanto molti pensino), quando ci si riferisca ai valori medi di campioni ragionevolmente comparabili.

Questi sono i salari medi italiani nelle università pubbliche, 2009: 

Ordinari:

84.666€

99.905$

Associati:                                

57.060€

67.330$

Ricercatori:                             

36.928€

43.575$

Assistenti:                               

52.450€

61.891$

Ricercatore non confermato (= salario di ingresso):                 

23.160€

27.328$

I dati sono CNVSU, la fonte è quella di Perotti, e consente di calcolare i valori medi effettivi (cosa impossibile usando le sole tabelle ministeriali). Le medie sono ponderate per le diverse tipologie (tempo pieno/definito, confermato/non confermato), con pesi basati sulla composizione 2008/2009.   La conversione in $ è al tasso PPP (OCDE): 1,18, che mi sembra quello più rilevante ai ns. fini. E' ovvio che se si usa il tasso corrente i risultati cambiano non poco.

Lasciando perdere problemi minori di comparazione (I fringe benefits – tipo case in affitto o mutui a prezzi ridotti – sono inclusi nei salari US?), a livello senior i salari lordi medi It. e quelli USA (come da report citato nel post) sono grosso modo comparabili. Quelli di entrata sono molto più bassi in Italia.

La struttura dei salari italiani è ovviamente assurda (e credo nessuno lo neghi).  Due perle che emergono dal sito CNVSU sono l’esistenza dei ricercatori a tempo parziale, e la sopravvivenza di un manipolo di 400-500 assistenti pagati niente male. Si tratta di un ruolo ad esaurimento dai primi anni ’80.

L’insieme delle istituzioni che entrano nella definizione “university e 4 years colleges” su cui si basa il report comprende di tutto e di più. Mi sembra perciò utile guardare a qualche dato disaggregato per gruppi di istituzioni. Io conosco due fonti utili.

Prima fonte: Il rapporto AMS sui salari è qui. Negli US i salari in math. sono relativamente bassi. Secondo il NFSS10, la media a livello senior è 84.000$ contro i 134.000$ delle Law Sc o i 109.909$ delle Bus Sc. Ancora, nel 2009 il salario di un neo ass. prof. era 70.818$ nel gruppo "I private" (se non erro, molto inferiore a quello pagato in econ. dalle stesse università: Chicago, MIT, Harvard, Columbia, Penn, Stanford, Cal. Tech., etc.).  Questo dovrebbe evitare la distorsione indotta dal fatto che, come dice Moro, i salari negli econ. dept. (o nelle Bus Sc.) sono più alti della media all’interno della stessa università.

Nel 2009/2010, il salario medio di un full prof. nelle università pubbliche del gruppo top (25 dept. valutati almeno 3 su una scala da 0 a 5)  è di 125.000$. Nelle private dello stesso gruppo (23) 136.000$. Gruppo II (56 dept. con valutazione tra 2 e 2,99): siamo a 106.000$. Nel gruppo III (sono 81 dipartimenti, di cui solo 28 valutati e sotto il 2) scendiamo a 96.000$. Dunque, il salario medio di un ordinario italiano (anche se in math. i valori potrebbero essere un poco più alti della media) è comparabile a quello di un full prof. in uno dei dept. con salari relativamente bassi nel gruppo II o relativamente alti nel gruppo III, che include università non esattamente di grande prestigio. La lista è qui. Il tipico math. dept. italiano è peggio di quello di New Mexico State University, Las Crucis? Non credo (va però detto che il gruppo III comprende anche dept. non valutati che mi dicono essere buoni. Questo potrebbe spingere in alto la media).

Seconda fonte è il rapporto sui salari dell’AUUP (per chi non lo sapesse: è il sindacato dei prof. US. Ebbene sì: esiste), basato su un campione di 3574 università, colleges, etc, qui. La tabella 9 riporta la distribuzione per decili della “compensation” media (il salario è tra 68% e 72%, il resto sono benefits, tra cui health insurance, contributi pensionistici, ma anche life insurance, etc.)

La categoria 1 (composta dalle doctoral granting institutions che conferiscono almeno 30 Ph.D. in almeno 3 programmi distinti) comprende oltre il 50% dei docenti considerati e 590 università. Si può prendere come un ragionevole equivalente del sistema italiano, perché quasi tutte le università italiane soddisfano, credo, i requisiti del gruppo 1. E’ ovvio che molte di queste hanno pessimi programmi di Ph.D., ma questo vale anche per una parte non trascurabile delle 590 università US. Per esempio, l’Università di Bridgeport e Oral Roberts University sono entrambe accreditate e con Ph.D. programs (non so quanti Ph.D. conferiscano all’anno e quindi se siano effettivamente incluse nel gruppo 1).

Il salario medio del top 5% (30 università) è 138.921$ e quindi più alto di quello medio italiano. Ma si tratta appunto delle top 30 (in termini di salari, ma immagino siano essenzialmente le top schools). Fin qui tutto bene.Però,il salario medio di un full prof. italiano corrisponde a quello medio del  5° decile (144.090x0.7 = 100.863), e quindi ci sono oltre 240 università (non 20) con valori medi più alti.  

 Se uno prende come riferimento il salario massimo (quello di un ordinario con oltre 38 anni di anzianità nel ruolo: 125512€ o 148104$ al tasso PPP indicato) le cose cambiano ed in effetti lo stipendio diventa superiore a quello medio del top 5% delle istituzioni (intorno ai 140.000$). Ma qui si parlava di medie, mi pare, e non so proprio quanti siano gli ordinari italiani con quello stipendio.

 

Per la precisione non credo che un ordinario con oltre 38 anni di anzianità nel ruolo (una specie in estinzione perché non succede più che si vada in cattedra così precocemente da poter restare in cattedra 38 anni) raggiunga il salario di 125.512 euro, o almeno non lo raggiungeva nel 2009. Almeno questo è quello che risulta dal mio CUD (appartengo alla specie in estinzione). Sto parlando naturalmente dello stipendio al lordo delle imposte ma al netto dei contributi pensionistici.Tuttavia nemmeno se si aggiungono i contributi a carico del lavoratore (circa 1000 euro al mese per 13 mesi) si dovrebbe raggiungere la cifra di 125.512. Stiamo aggiungendo anche i contributi a carico del datore di lavoro? Ha senso questo in termini di paragoni internazionali?  Mi viene proprio il dubbio che i dati del cnvsu si riferiscano al costo dei professori e comprendano quindi anche i contributi a carico del datore di lavoro. Sia ben chiaro che continuo a ritenere che gli stipendi degli anziani potrebbero essere almeno bloccati, per migliorare gli stipendi iniziali. Nel mio articolo del 2006 che è stato citato in un commento a questo post, citavo il confronto (operato brevi manu) tra lo stipendio netto di un professore italiano anziano (come me) e lo stipendio netto di un professeur de classe exceptionelle francese della mia stessa età, osservando che la "classe exceptionelle" è conseguita da una piccola minoranza di professori francesi.

Stiamo aggiungendo anche i contributi a carico del datore di lavoro? Ha senso questo in termini di paragoni internazionali?

Secondo me si: la responsabilità dei contributi è un puro artificio contabile per rendere più digeribile la lettura di CUD ed affini.

Meglio: a seconda di quale sia il nostro obiettivo dovremmo confrontare o il costo totale lordo o il reddito disponibile netto, inclusivo del valore atteso di pensione ed altri benefit.

Concordo, Marcello. Del resto, la questione della differenza tra costo per l'azienda e reddito disponibile è tutt'altro che irrilevante, e vale per qualunque settore d'attività, dunque anche nel caso in discussione: data per evidente e condivisa la cattiva distribuzione delle retribuzioni, se parliamo della spesa allocata per garantirle non possiamo prescindere da quest'argomento.

Non so se qualcuno ricorda, ma due anni orsono i colleghi veneziani (Piccola Industria di Confindustria Venezia) produssero una clamorosa campagna informativa utilizzando le fiancate degli autobus mestrini (e suscitando piccate reazioni sindacali .....): si riferiva all'impresa privata, ma la sostanza non cambia.

Come è già stato detto più volte altrove, la truffa informativa si chiama "sostituto d'imposta": senza nemmeno voler parlare - hic et nunc - dei costi impropri che tale istituto pone a carico del datore di lavoro, esso fa sì che troppe persone nemmeno si rendano conto della situazione reale e, di conseguenza, ciò distorce il confronto.

Ma la differenza c’è (sia pure forse minore di quanto molti pensino), quando ci si riferisca ai valori medi di campioni ragionevolmente comparabili. [...]

Ottimo commento, grazie.

Credo che le osservazioni che tu fai siano legittime, ma non inficino il punto anzi lo rafforzino. Sinteticamente, per queste ragioni:

1) L'obiettivo di Perotti e di tutti gli altri, incluso quello di Andrea, era sottolineare che il problema NON è la spesa aggregata per salari ai professori, ma la sua distribuzione. Ossia, non è che in Italia si spenda poco, in totale, per pagare i professori universitari. Si spende male e non si premia il merito. Quanto osservi lo conferma.

2) Non so quanto legittimo sia fare sempre la comparazione della media italiana con il top 5% o anche 10% USA. Anche in questo caso, credo, vi è una forte distorsione dovuta all'esperienza personale nostra, ossia di chi scrive in blogs come questi e si interessa di queste cose. Siccome veniamo sempre da posti buoni (almeno nella facoltà o dipartimento in cui ci siamo laureati) tendiamo ad estendere queste caratteristiche alla media delle facoltà italiane dello stesso ragruppamento. Credo si possano facilmente menzionare facoltà italiane peggiori di NMSU, Las Cruces  ...

3) C'è poi il carico di lavoro, cosa non indifferente. Tolte le top 20-30 in ogni field - davvero le top 20-30 e qui (fatti salvi pochissimi campi, matematica probabilmente una di questi, assieme a fisica teorica e qualche ingegneria) in Italia non c'è una singola facoltà che potrebbe, nel complesso, entrare nell top 30 USA! - il professore americano medio lavora un multiplo di quello italiano. Pensa solo all'insegnameto, al ricevimento studenti, ai compiti per casa, alla regolarità e serietà con cui questo va fatto, eccetera. Tralasciamo allegramente la ricerca, pensiamo solo all'insegnamento puro e duro. Non c'è confronto, davvero. E questo conta: lo scarsissimo carico didattico del professore universitario italiano medio (combinato con la nulla attività di ricerca che svolge) permette a costoro di fare ... il secondo lavoro. Questo non vale solo per gli economisti (non ne conosco UNO, dico UNO, che non abbia una seconda professione che genera un reddito pari o superiore a quello universitario) ma anche per giurisprudenza, ingegneria, chimica, biologia, ... , sino a storia e letteratura, dove stanno ad amministrare fondazioni, teatri ed enti pubblici d'ogni colore, risma e dimensione.

4) Che i salari d'entrata in Italia siano, quelli sì, ridicolmente bassi ed offensivi per chi fa un minimo di ricerca è vero ma, se ci pensi, è funzionale al mantenimento di questo folle sistema. È, come dire, il meccanismo del "nonnismo" e della "naja" applicato al governo delle faccende universitarie. L'università gestita come una squallida caserma? La metafora non sembra completamente fuori luogo...

Insomma, Tito, i tuoi punti sono corretti ma, ripeto, rafforzano l'argomento di fondo.

Grazie delle precisazioni. A me pare che confermino quello che dico io: i salari sono del tutto comparabili, o almeno non sono oltraggiosamente diversi come sembra da un confronto con i salari degli economisti in buone universita'. 

Scusate. sono stato poco chiaro. I dati CNVSU sono quelli medi rilevati e sono salari lordi (che comprendono tutti i vari oneri a carico del lavoratore - IRPEF ed altro -, ma certo non quelli a carico del datore di lavoro).

I 125.512€ sono (secondo le tabelle di Pagliarini cui fa riferimento Moro) il salario al lordo della 13° di un ordinario a tempo pieno di fascia 14/5. Dato che gli scatti sono biennali, questo corrisponde a circa 40 anni nel ruolo (o equivalenti). Secondo una postilla alla tabella, ci sono differenze limitate tra quei valori e quelli effettivi, dovute a variazioni normative. Nel mio caso per esempio (in una fascia molto più bassa) la differenza è circa 100€ al mese.

I valori del CUD temo siano un'altra cosa ancora perchè non comprendono (credo, ma questa è solo un'ipotesi) una serie di trattenute diverse da quelle IRPEF.

 

 

Se l'idea è dimostrare che in Italia non si spende poco per l'università (dato l'output), io non ho problemi. Penso sia per molti versi vero.

Solo non capisco perchè (Moro in un blog, e questo va anche bene, ma Perotti, Ichino et al. in papers molto più ambiziosi) si debba insistere su una comparazione tra livelli dei salari riferita a  universi molto, molto diversi.  Quando confronto mentalmente il mio salario con quelli USA penso a dipartimenti ben al di sotto dei top 30. Diciamo sotto i top 70 nel mondo (nel ranking EEA, che è però riferito a 10 anni fa, il mio attuale Dip. - Bologna - era 69°). A quel livello, alcuni dipartimenti italiani ci stanno, credo.

 

 

 

 

Quando confronto mentalmente il mio salario con quelli USA penso a dipartimenti ben al di sotto dei top 30. Diciamo sotto i top 70 nel mondo (nel ranking EEA, che è però riferito a 10 anni fa, il mio attuale Dip. - Bologna - era 69°). A quel livello, alcuni dipartimenti italiani ci stanno, credo.

Tito, ora non ti capisco più io. Non so in matematica, ma in economia se prendo i salari di dipartimenti in quel gruppo (diciamo fra 50esimo e 80esimo) trovo valori molto, ma molto più bassi di quelli che trovo, per la stessa disciplina, nei dipartimenti fra 1 e 30.

Nel caso specifico di economia i salari sono ancora leggermente più alti degli italiani, ma non molto. Tanto per dire, un full professor di 60 anni di età nel sistema CalState (a mio avviso comparabile ai dipartimenti di economia di quasi tutte le università italiane, fatta eccezione per alcune persone in una decina di dipartimenti) guadagna fra i 100 ed 120mila dollari. Ma insegna 8 o 9 corsi quadrimestrali all'anno! Ripeto, 8 o 9, per 40 ore (contando il ricevimento studenti) fa 320-360 ore vere all'anno!

Questa tabella mostra i salari di un lecturer e un reader in UK. Cerco di spiegarla brevemente (alcuni aspetti sono oscuri anche a me dopo 6 anni in UK): i) la colonna 4 si riferisce a "lecturers" di prima fascia (nel caso di Southampton dove lavoro si tratta normalmente di contratti a tempo determinato per coprire alcuni corsi undergraduate), ii) la colanna 5 si riferisce a "lecturers" di seconda fascia (quelli che vengono reclutati sul job market sulla base della loro potenzialita' di ricerca) iii) la colonna 6 e' quella dei "readers" (direi l'equivalente di professori associati). La tabella non riporta i salari dei "professors" (professori ordinari) che si fanno su base individuale. Da quanto capisco, nel dipartimento di economia di Southampton, si parla di cifre tra i 70 e i 90 mila pounds (ma su questo ci sono persone che frequentano questo blog che hanno piu' informazioni di me!). 

Se guardiamo la colonna 5 dei lecturers, la parte evidenziata in arancione mostra che il salario minimo e' di 34.6K mentre il salario massimo e' di 43.8K (il discoroso per la parte viola e' diverso e non credo sia interessante). Ogni anno vi e' un passaggio automatico al gradino superiore: questo vuol dire che un lecturer che entra con 34.6K dopo otto anni si trovera' al livello massimo di 43.8K. Innutile dire che la promozione da lecturers a readers (e poi professors) avviene sulla base di criteri meritocratici.

Un paio di precisazioni.  Questa tabella e' la stessa per tutte le universita' in UK. Chiaramente LSE, Oxford, UCL ed un paio di altre offrono salari molto piu' competitivi ma di questo non ho alcuna informazione. La parte variabile in Southampton e' di circa un 10% del salario fisso e, per quanto ho capito, e' la stessa per tutte le persone che appartegono alla stessa categoria. Cioe', un nuovo o un vecchio lecturer, un bravo o un pessimo (teaching o research) lecturer hanno tutti diritto allo stesso bonus. 

 

Questo post e' totalmente fuori tema ma questo personaggio mi intriga.

A parte il fatto che ho gia' stima per quelli che la congettura di Poincare' la capiscono, figurati per uno che riesce pure a dimostrarla. Ma la mia domanda e': quale funzione di utilita' spiega il comportamento di Perelman? Veramente e' un tipo che vive solo per la matematica (e a cui non interessano affatto soldi e riconoscimenti) o sa che declinando tutti questi premi ricevera' una doppia immortalita' (e superare cosi' atri suoi illustri colleghi come Andrew_Wiles)? 

E qui mi viene in mente la mitica osservazione di Ariel Rubistein: "Here, I offer a new explanation for the salary gap between mathematicians and economists: many economists are hired to justify a viewpoint. In contrast, I have never heard of mathematicians who proved a theorem to satisfy their masters."

Se Perelman ti intriga ti consiglio questo. In chuisura dell'articolo c'è una possibile risposta alla tua domanda ''qual è la funzione di utilità di Perelman''.

Mikhail Gromov, the Russian geometer, said that he understood Perelman’s logic: “To do great work, you have to have a pure mind. You can think only about the mathematics. Everything else is human weakness. Accepting prizes is showing weakness.”

Qui c'e' un'intervista all'autore della biografia di Perelman ( http://failuremag.com/index.php/feature/article/million_dollar_math_prob... ). La sua idea e' che, semplicemente, abbia seri problemi di interazione sociale.

Actually, I made two erroneous assumptions. First, I assumed that the journalists who wrote about Perelman back when he turned down the Fields Medal [in 2006] were wrong. I figured he was not as weird as they made him sound. I expected he was a familiar type of Russian scientist—entirely devoted to his field, not at all attuned to social niceties and bureaucratic customs, and given to behaviors that can be misinterpreted, especially by foreign journalists.

My second assumption, related to the first, was that my background gave me the tools to describe him. I’m Perelman’s age, and I come from the same kind of family—socially, educationally, and economically. That is, Jewish engineers with two children living on the outskirts of Leningrad in his case and Moscow in mine. That was barely a start, though, because Perelman turned out to be much stranger than I expected.

Grazie. Bellissime le due frasi:

“Everybody understood that if the proof is correct then no other recognition is needed.”

“If they know my work, they don’t need my C.V.,” he said. “If they need my C.V., they don’t know my work.”

quale funzione di utilita' spiega il comportamento di Perelman?

[Non conosco il significato tecnico di funzione di utilita' e forse il resto del mio messaggio e' fuori tema.]

Non sembra esserci comportamento "razionale" al livello dell'individuo Perelman, ma il suo comportamento e' secondo me un esempio estremo della dispersione individuale dei comportamenti umani, specie maschili, che e' in qualche modo "razionalmente" funzionale allo sviluppo demografico complessivo della specie umana.  In altre parole il comportamento eclettico di Perelman non porta beneficio a lui stesso o ai suoi (potenziali) discendenti, ma a tutta la specie umana capace di capire ed eventualmente utilizzare le sue scoperte.

Colgo l'occasione di questo scambio per contribuire "sui fondamenti". Non si può classificare un comportamento come "razionale" come se si stesse parlando di una proprietà "oggettiva". Esistono ragioni, cioè giustificazioni, argomenti, che una persona può addurre, o che noi possiamo intuire/proporre, circa il comportamento delle persone (incluso i nostri). C'è forse un misunderstanding di fondo da parte di alcuni circa il riferirsi alla struttura logica del ragionamento che può essere proposto: ma questo non interferisce, e certamente non esaurisce, quello che - a quanto possiamo capire - molti vorrebbero indicare quando si parla di "razionalità". I ragionamenti di Perelman sono ottimi, per quanto ne possiamo avere contezza, circa la loro validità logica. Sono i suoi valori che sono diversi. E quindi i suoi "assiomi" sono diversi da quelli posti da altri. Ma anche se la struttura logica del ragionamento posto a giustificazione/descrizione di un comportamento fosse zoppicante, non per questo cesserebbe di essere una "ragione" ammissibile per un certo soggetto. Ovvio che molto dipende da quanto una vuole sottoporre a estensione o restrizione il concetto di "razionalità". Ma questo concetto è un po' come altri concetti filosofici multi-comprensivi, e quindi sottoposto a tensioni forti circa la sua semantica.

Insomma il mio contributo qui è una critica alla demarcazione di "razionalità" spesso usata nel dibattito sociale/economico.

RR

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