Anime nere

30 settembre 2014 Marco Boninu

Un film che ho visto

Sia il trailer del film, sia le recensioni che ne avevo letto, mi avevano indotto ad una idea del film diversa da quella poi ricavata dalla visione. Il fatto che gli attori recitassero con frequenti concessioni linguistiche dialettali, l'uso di alcuni attori locali, tutto mi faceva pensare al solito film sulla mafia, un po' sulla scia di Gomorra, con un'esasperazione un po' fumettistica delle storie e con quelle continue sfumature tra ruoli di vittime e carnefici, dove sembra sempre mancare quel necessario atto di orgoglio e ribellione personale che prescinde dal contesto, dalla "cultura" mafiosa di provenienza e da tutte quelle infinite "dazioni ambientali" che in certi film, come nella realtà, sono più percepite come un fatto di costume che una manifestazione criminale. 

Effettivamente, all'inizio il film è parecchio manieristico. Da un lato la solita Calabria, quasi ancestrale (ma potrebbe essere benissimo la Sicilia), fatta di non detti, sguardi, allusioni, penombre, imposte socchiuse, rispetto fra persone tutto incardinato alla sottomissione dei rapporti di potere mafioso; dall'altra parte la Milano del riciclaggio dei soldi e dei grattacieli e del criminale calabrese che si sveglia al mattino con la donna nuda di fronte alle vetrate sospese sul vuoto (una citazione di Tokyo Decadence? Quest'associazione fra grattacielo e perversione/criminalità non l'ho mai capita anche se nel cinema sembra una costante), quasi che le vetrate scintillanti del grattacielo milanese fossero il corrispettivo in terra lombarda di quegli squallidi seminterrati con blocchetti a vista dove si tengono le riunioni fra familiari in Calabria. A proposito di urbanistica, o della sua assenza, mentre vedevo il film, con la sua bellissima fotografia, non ho potuto fare a meno di notare come in Calabria, così come in Sardegna, sia molto diffusa l'abitudine a costruire delle case, anche molto grandi e spaziose, alle volte esageratamente grandi, per poi lasciarle incompiute. Evidentemente, l'essere meridionali è uno stato mentale che travalica le singole regioni. (A proposito, una divagazione: su Facebook qualche burlone ha messo su una pagina specificamente dedicata a questo peculiare stile architettonico, a quanto pare però diffuso anche oltre Tirreno: il Non Finito Sardo. Anche certe scene di interni con pareti ingombre di statuine di santi, stampe di sacri cuori di Gesù sormontatati da coroncine di spine, nonché quell'immancabile mobilio con poltroncine finto-lussuose e tendaggi pesanti, beh non mi sono sembrate così "esotiche". Fine della divagazione).

Via via che la storia procede, tutti i membri della famiglia tornano a riunirsi in Calabria e qui, nella drammaticità di eventi inaspettati e sempre più incalzanti, si vieni immersi efficacemente nel modo di pensare dei vari personaggi, da quelli più anziani fino ai più giovani che sono poi i più inclini a esasperare certi atteggiamenti criminali, e con una avventatezza che pare eccessiva anche agli stessi familiari, che però d'altra parte educano i figli proprio a quella condotta criminale e alla sua accettazione. E infatti la violenza continua, assumendo i tratti della faida, dove la mafiosità assume i tratti dell’onore familiare da difendere. Eppure sarà proprio dalla famiglia che arriva la “soluzione” all’esasperazione delle ultime scene. Ed è qui che il film si riscatta, quando i nostri che arrivano a tracciare nuovamente la distinzione fra il giusto e lo sbagliato non sono  l’eroe antimafia, o le forze dell’ordine o i magistrati: le istituzioni sono assenti praticamente in tutto il corso del film. No, la soluzione arriva dalla famiglia stessa e dalla comprensione che la violenza è stata alimentata da quelli stessi che la piangono e la vorrebbero vedere vendicata. E così si ritorna alla violenza, per spezzarne però definitivamente il suo ciclo.

Non si tratta insomma del solito film di denuncia sulla mafia, e per questo credo che sia un film riuscito.

 

 

2 commenti (espandi tutti)

Un'architetta gelese, ma che ha studiato a Reggio, mi disse una volta che quelle armature nude che fuoriescono dai solai si chiamano "i ferri della speranza".

...però ben conosco quell'architettura, che ha una storia fatta d burocrazia e leggi soprattutto. Innanzitutto in alcuni comuni il regolamento comunale prevede "il combacio", ovvero se tu alzi una palazzina a 9 mt il tuo confinante ha il diritto di alzarsi a 9 mt come te, e la tua parete di confine è lasciata rustica con i ferri per permettere "l'allaccio", ovvero secondo il regolamento tu non puoi chiuderla, dovendo consentire l'allaccio. Però la legge prevede PRG e licenza edilizia, per cui il tuo vicino potrebbe non elevarsi mai, questo nei centri abitati dei paesoni dell'hinterland napoletano è la regola demenziale.
Poi molti paesini della Calabria sono terra di emigranti, la legge prevede che ottenuta la licenza edilizia si debba costruire entro i termini, che al Sud sono un optional, per cui la casa la completi o quando hai i soldi, o quando durante l'estate torni al paese, e per evitare problemi finisci prima dentro, per "l'abitabilità".
Insomma il mancato rispetto delle regole urbanistiche (contradditorie) poi comporta il mancato rispetto di qualsiasi regola.
Faccio una precisazione: contrariamente a quel che si può pensare in genere NON sono case abusive: nelle case abusive si completa solo l'esterno subito, per dare la parvenza di "casa finita" ed evitare il fermo lavori ed il rischio (basso) di abbattimento.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti