Appunti per un fisco più favorevole alla crescita

17 giugno 2019 sandro brusco

Nell'incontro Liberi oltre le illusioni che si terrà a Sesto San Giovanni (MI) il prossimo 22 e 23 giugno parleremo di tante cose. Una sessione verrà dedicata alla riforma fiscale e al suo impatto sulla crescita economica. Questo post è dedicato ad alcune riflessioni sui criteri che dovrebbero guidare gli interventi in campo fiscale e su quali misure è ragionevolmente possibile introdurre in modo coerente e sostenibile nel breve-medio periodo.

La storia recente degli interventi in campo fiscali, dagli ''80 euro'' di Renzi alla ''flat tax ma solo se sei autonomo e non hai guadagnato troppo l'anno prima'' del governo Neanderthal è, uniformemente, una storia di peggioramento del sistema fiscale sotto tutte le dimensioni. I provvedimenti citati hanno reso il sistema più frammentato e parcellizzato e hanno esarcebato i disincentivi alla crescita. In breve, sono riusciti a rendere il sistema al tempo stesso più iniquo e più inefficiente.

Le decisioni di politica economica, in particolare quelle relative alla tassazione, sono tipicamente più il frutto di una ricerca del consenso a breve termine che il risultato di una riflessione sui benefici generati nel medio-lungo periodo. Ma anche accettando questo dato di fatto comune a tutte le democrazie, resta il fatto che l'Italia sembra aver fatto particolarmente peggio dei paesi vicini. Unico tra i paesi dell'Unione Europea, l'Italia non ha avuto alcuna crescito del PIL pro capite negli ultimi venti anni. La stagnazione ha varie cause, ma la presenza di un fisco non solo ad elevata pressione ma anche strutturato in modo particolarmente nemico dello sviluppo è senz'altro una di queste.

In questo articolo cercherò di riflettere su quali caratteristiche dovrebbe avere un taglio delle tasse per essere veramente utile all’economia del paese. La possibilità che queste riflessioni abbiano una qualche incisività nell’attuale clima politico è nulla. Ritengo comunque utile mantenere attiva l’analisi, se non altro per avere una pietra di paragone che ci consenta di comprendere quanto danno si sta facendo al paese con le politiche attuali. Data la vastità del tema, in questo articolo mi concentrerò unicamente sulla tassazione dei redditi da lavoro.

Non ho da proporre grandiosi progetti di riforma. Tali progetti richiederebbero ingenti risorse, nell’ordine di vari punti di PIL, per essere attuati. Non è una riforma che si possa fare in deficit: una riduzione permanente e consistente della pressione fiscale, che è quello di cui ci sarebbe bisogno, richiede una corrispondente riduzione della spesa pubblica. Questo, al momento, non è politicamente possibile. Mi limiterò quindi a dare una serie di indicazioni limitate ma che costituiscono comunque un miglioramento rispetto alla situazione attuale e che sono fattibili senza grossi sforzi di bilancio.

Una questione che raramente viene posta è: quale dovrebbe essere l’obiettivo principale, nell’Italia del 2019, di una riforma fiscale? La mia opinione è che, almeno per ciò che riguarda la tassazione dei redditi da lavoro, l’obiettivo principale dovrebbe essere la promozione di una maggiore occupazione. L’Italia resta un paese con un tasso di occupazione più basso rispetto ai principali paesi europei. I dati Istat relativi al I trimestre 2019 mostrano un tasso di occupazione complessivo (percentuale di occupati nella popolazione tra 15 e 64 anni) pari al 58,7%. Qualunque proposta di riforma dovrebbe quindi rispondere prima di tutto a questa domanda: è questo il modo più efficace di aumentare l’occupazione?

Per avere una idea di come si colloca l’Italia nella comparazione internazionale, può essere utile guardare a questa figura di fonte Eurostat che compara i dati di occupazione per la popolazione tra i 20 e i 64 anni in vari paesi europei nel 2016. Il dato italiano è del 61,6%, molto inferiore al 70,4% della Francia e al 78,7% della Germania, e fin qui nessuna sorpresa. È però inferiore al dato della Romania, che è il 66,3%, e del Portogallo, con il 70,6%. La media per i 28 paesi dell’Unione Europea è pari al 71,1%. Questa è ovviamente una situazione anomala.

 

image

Le cose però stanno ancora peggio, perché il dato nazionale maschera una enorme eterogeneità. Il tasso di occupazione femminile è pari al 60,2% al Nord e al 32,6% al Sud. In generale inoltre il tasso di occupazione è tanto più basso quanto più è basso il livello di istruzione. A livello nazionale, solo il 42,9% di coloro che hanno conseguito al più la licenza media inferiore sono occupati. La percentuale sale al 64,5% per i diplomati e al 78,7% per i laureati. Per la popolazione femminile, solo il 29,5% delle donne con licenza di terza media sono occupate, mentre la percentuale sale al 55,4% tra le diplomate e al 76,0% per le laureate. Credo ciò faccia giustizia sommaria delle idiozie profferite di tanto in tanto sul fatto che studiare non serve.

Questi numeri, in particolare quelli sull’occupazione femminile, sono la fotografia di un disastro sociale, prima ancora che economico. Credo sia chiaro che non possiamo semplicemente attendere che il problema venga risolto mediante il lento aumento del livello di istruzione. Favorire l’aumento della partecipazione alla forza lavoro della popolazione, in particolare di quella con basso livello di istruzione, dovrebbe essere l’obiettivo prioritario dell’abbassamento della pressione fiscale.  A favore di porre l’aumento dell’occupazione al centro della riforma fiscale stanno inoltre due ulteriori considerazioni.

 La prima è che l’aumento dell’occupazione è l’unico modo veramente efficace per ridurre la povertà. La maggior parte delle famiglie povere sono quelle in cui lavora un solo coniuge. Una espansione della partecipazione alla forza lavoro e dell’occupazione favorirebbe, oltre alla crescita del reddito, la riduzione della povertà. I risultati dell’indagine EU-Silc pubblicati dall’Istat nel dicembre 2017 mostrano che il 20,6% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà, cioè in famiglie con un reddito disponibile equivalente inferiore alla soglia di rischio di povertà (fissata al 60% della mediana della distribuzione individuale del reddito equivalente disponibile). La percentuale però varia drammaticamente tra le famiglie a un percettore di reddito, per cui è pari al 37,1%, e le famiglie con due percettori di reddito, per cui è pari al 13,3%. In altre parole, aumentare l’occupazione femminile avrebbe un fortissimo effetto di riduzione della povertà.

La seconda osservazione è che, per fissato ammontare di euro di riduzione delle imposte, è molto più facile stimolare la partecipazione alla forza lavoro delle persone con bassa potenzialità di reddito e scarso attaccamento alla forza lavoro. Tra queste categorie rientrano in particolare giovani e donne a bassa istruzione e qualifica. Secondo uno studio pubblicato nel 2015 dagli economisti Fabrizio Colonna e Stefania Marcassa su IZA Journal of Labor Policy un aumento del 20% del salario netto per le donne appartenenti al 10% più povero provoca un aumento dell’offerta di lavoro tra il 12% e il 16%. Vedremo a breve cosa questo significa riguardo all’abolizione della detrazione per coniuge a carico.

Se si è d’accordo con questo obiettivo, la prescrizione che ne segue è abbastanza semplice: gli sforzi di riduzione delle tasse vanno concentrati su quelle categorie e su quelle fasce di reddito che rispondono maggiormente a una riduzione dell’imposizione. In concreto, le riduzioni delle tasse dovrebbero essere rivolte a stimolare la partecipazione alla forza lavoro delle persone appartenenti alle famiglie più povere. Durante l'ultimo anno il governo Neanderthal ha fatto esattamente l'opposto. Il ''redito di cittadinanza'' è congegnato in modo da sfavorire la partecipazione alla forza lavoro. La ''flat tax per gli autonomi sotto la soglia'' fornisce incentivi a restare sotto la soglia e distorce la scelta dell'organizzazione societaria, peggiorando lo storico problema italiano di bassa produttività e ridotta dimensione delle imprese. Per non parlare dei regali pensionistici di ''quota 100'', spesa pubblica esplicitamente indirizzata alla riduzione del tasso di occupazione.

Se si vuole massimizzare gli effetti di espansione della forza lavoro è opportuno evitare riduzioni generalizzate delle aliquote. Tali riduzioni sono molto costose e favoriscono anche categorie con offerta di lavoro non elastica. Inoltre favoriscono i redditi da pensione. Riduzioni delle imposte sulle pensioni sono equivalenti a un aumento delle pensioni: si tratta di un puro trasferimento senza alcun effetto di sviluppo e senza alcun impatto sull’aumento dell’occupazione. Ecco quindi una serie di provvedimenti che possono essere intrapresi in alternativa.

Abolire la detrazione per coniuge a carico, sostituirla con un aumento della detrazione per lavoro dipendente o autonomo. La detrazione per coniuge a carico ha una struttura abbastanza complicata e va dai 690 agli 800 euro per i redditi inferiori a 40.000 euro per poi scalare in modo lineare e annullarsi a 80.000 euro. La parte che più risulta sfavorevole alla partecipazione alla forza lavoro è quella sul massimo reddito che può guadagnare il coniuge per essere considerato a carico: 2.840,51 euro. Questo significa, per esempio, che accettare un lavoro part-time che paga 300 euro al mese per 13 mensilità significa perdere la detrazione. Si tratta di una penalizzazione molto pesante per chi ha un reddito basso. Perdere 700 euro di detrazione per un lavoro che ne genera 3.900 è equivalente a una imposta di circa il 18%. In altri termini, è come perdere più di 2 mesi di salario. Lo studio di Colonna e Marcassa sopra citato mostra che in Italia, a differenza degli altri paesi, la partecipazione alla forza lavoro delle donne sposate è crescente con il reddito del marito, ossia le donne coniugate con mariti che guadagnano poco tendono a restare fuori dalla forza lavoro più delle donne con mariti che guadagnano di più. La struttura delle detrazioni per coniuge a carico, che diventano meno importanti quando il marito guadagna di più e si azzerano completamente oltre gli 80.000 euro, sono probabilmente una delle ragione di questa anomalia.

Eliminare la detrazione per coniuge a carico aumenterebbe quindi la partecipazione alla forza lavoro. L’effetto sarebbe particolarmente pronunciato per le famiglie più povere. Secondo le stime di Colonna e Marcassa sopra citate, l’abolizione della detrazione può portare a un aumento tra il 12% e il 16% della partecipazione alla forza lavoro per le donne sposate appartenenti al 10% più povero della popolazione.

L’obiezione ovvia a una simile misura è che in molti casi l’abolizione della detrazione non porterà il coniuge a trovare impiego e quindi si può tradurre in un aumento di imposta proprio per le famiglie più povere. Per evitare questo sarebbe opportuno trasformare la detrazione per coniuge a carico in una detrazione aggiuntiva per le famiglie non condizionata alla presenza di un coniuge incapiente. In tal modo, le famiglie che percepiscono ora la detrazione per coniuge a carico continuerebbe comunque a percepirla. Le famiglie con due redditi otterrebbero un beneficio netto, che rappresenterebbe un costo addizionale per lo Stato. Questa dovrebbe essere la misura principale su cui concentrare gli sforzi di riduzione delle tasse.

Abolire la detrazione ‘80 euro’, sostituirla con un aumento della detrazione per lavoro dipendente. Il ‘bonus 80 euro’ mensili, ossia 960 euro annuali, viene erogato per intero a chi ha una imposta positiva e un reddito lordo inferiore a 24.600 euro. Tra 24.600 e i 26.600 euro viene scalato in modo lineare fino ad azzerarsi. Ciò è equivalente a una aggiunta all’aliquota marginale pari a 960/2000, ossia il 48%. In quella fascia di reddito l’aliquota marginale Irpef è il 27%. Inoltre, la struttura delle detrazioni per lavoro dipendente fa sì che vi sia un 4,51% addizionale dovuto alla riduzione di tale detrazione. Questo significa che un operaio o impiegato con un reddito lordo di 25.000 euro annui che fa straordinari per 100 euro lordi ne intasca circa 20 netti: un’aliquota marginale effettiva pari all’80%! Non credo di dover ulteriormente spiegare quanto questo schema sia delirante e quanto contribuisca a ridurre l’offerta di lavoro. Qua l’intervento è semplice. Eliminare completamente il ''bonus 80 euro'' e sostituirlo con un aumento della detrazione per lavoro dipendente. La misura sarebbe senza costo per l’erario e anche senza grosse conseguenze redistributive (l’aumentata detrazione per lavoro dipendente andrebbe in gran parte agli attuali beneficiari del bonus) ma eliminerebbe un potente disincentivo all’offerta di lavoro.

Consentire di usare le detrazioni per reddito dipendente non godute negli anni passati. Se un lavoratore resta disoccupato o decide di restare fuori dalla forza lavoro per un anno non paga imposte e perde quindi la detrazione per lavoro dipendente. La proposta è di permettere di usare le detrazione ''perse'' nel passato quando si rientra nella forza lavoro. In tal modo si fornirebbero potenti incentivi a rientrare nella forza lavoro, incentivi che dal punto di vista empirico sarebbero particolarmente efficaci per le donne che per qualche ragione (tipicamente la cura dei figli) si sono allontanate dalla forza lavoro per alcuni anni. Anche questa misura può essere modulata in modo da essere quasi senza costo per l’erario; per esempio, l’agevolazione può essere accordata solo a chi ha più di 35 anni e non ha percepito redditi per almeno 2 anni. Il costo sarebbe dato dalle maggiori detrazioni concesse a chi comunque si sarebbe rimesso a lavorare. In compenso, ci sarebbero le entrate aggiuntive derivanti da chi non sarebbe altrimenti rientrato nella forza lavoro.

L’insieme delle tre misure precedenti sarebbe senz’altro meno costoso delle attuali proposte di reddito di cittadinanza (in realtà un sussidio di disoccupazione condizionato) e flat tax (in realtà per niente flat) e nettamente più efficace nel ridurre la povertà e nel promuovere l’occupazione e il reddito. A ogni buon conto, se si decide di tagliare le spese e quindi promuovere ulteriormente la riduzione del carico fiscale senza creare ulteriore debito ecco due semplici misure su cui concentrare gli sforzi:

Ridurre i contributi sociali. La riduzione dei contributi sociali riduce il costo del lavoro e concentra lo sforzo fiscale su misure in grado di favorire l’occupazione. Nel medio-lungo periodo è irrilevante che la riduzione avvenga per i contributi pagati dal lavoratore o per quelli pagati dall’azienda. Nel breve periodo ragioni di opportunità politica consigliano di concentrare gli sforzi sulla parte di contributi a carico del lavoratore, in modo che i lavoratori vedano immediatamente i benefici.  

Ridurre tutte le deduzioni e detrazioni diverse da quella per lavoro e trasformarle in detrazioni per lavoro dipendente e autonomo. Esistono molte deduzioni e detrazioni che complicano inutilmente il codice fiscale, per esempio quelle per spese sportive o per gli interessi pagati sui mutui. Alcune hanno un impatto quasi irrilevante, altre sono più sostanziali. È un pessimo modo di aiutare le famiglie. Esse distorcono le scelte di consumo e investimento e beneficiano in modo maggiore le famiglie più benestanti, dato che le famiglie con reddito basso in genere non pagano imposte sufficienti per goderne. Sarebbe bene abolirle il più possibile rimpiazzandole con una maggiore detrazione per lavoro dipendente e lavoro autonomo, in modo da incoraggiare maggiormente l’offerta di lavoro. In principio questa potrebbe essere una operazione neutrale dal punto di vista del gettito ma ragioni di opportunità politica suggeriscono di aumentare la riduzione della detrazione da lavoro dipendente e autonomo più di quanto si risparmia abolendo le altre detrazioni, semplicemente per assicurarsi che non ci siano conseguenze redistributive troppo pesanti.

11 commenti (espandi tutti)

Suggerimenti

amadeus 17/6/2019 - 11:51

Ciao, Sandro. D'accordo nella sostanza, provo a formulare un paio di suggerimenti per il 'fine tuning'

1) Suggerimento nominale. Giustamente tu sostieni di accorpare la maggior parte delle detrazioni (inclusi i famosi 80 euro) nella 'detrazione per lavoro dipendente'. Qui però qualcuno si lamenterà dicendo che discrimina gli altri redditi. A ben vedere però, le motivazioni per applicare la detrazione al solo lavoro dipendente ci sono tutte. Bisognerebbe semplicemente adattarne il nome: Detrazione (forfettaria) per la produzione del reddito da lavoro dipendente. Un tempo c'era. Poi si è persa sull'altare di qualche riforma fiscale, sacrificata a qualche forma di progressività mal congegnata. I lavoratori autonomi e il reddito d'impresa già prevedono la deducibilità dei costi mentre i redditi da pensione non hanno costi da dedurre. Messa così è inattaccabile. Quali sono i costi che il lavoratore dipendente deve sostenere (visto che gli altri fattori di produzione sono forniti dall'impresa) ? Tipicamente si tratta dei costi di trasporto (non solo fisici ma anche di tempo impiegato sottratto ad altre attività). Volendo si potrebbe modulare la detrazione in funzione della distanza abitazione lavoro, ad esempio in 3 fasce: 0-10,10-30, oltre 30 km. La modulazione fornirebbe un piccolo incentivo ad accettare lavori in sedi 'disagiate', che sarebbe più pesante per i redditi bassi.

2) Detrazione per coniuge a carico. L'eliminazione immediata sarebbe piuttosto svantaggiosa per alcuni. Forse si potrebbe fissare un limite temporale in cui si può percepire (es. max per 5 anni), aumentando un po' il limite di reddito soglia e prevedendo, come scrivi, la possibilità di usufruire la parte non utilizzata, come detrazione dal reddito (o imposte) del coniuge che intraprende una attività lavorativa. In alternativa, meglio ancora, si abolisce la detrazione  per il coniuge e si riproporziona per i figli minori a carico. La ragione è semplice: il coniuge è a carico 'per scelta', i figli 'per necessità'.

Ormai è indiscutibile la necessità di ridurre le tasse. Lo dicono tutti, per cui non sembra utile  considerare che la necessità è quella di migliorare il rapporto tasse-prestazioni; e sembra inutile la riduzione delle tasse a fronte di un aumento delle spese per servizi o il loro peggioramento.

Sono lontani gli anni'80, quelli in cui l'aliquota marginale arrivava al 72%, poi ridotta al 62% nell'86, mentre oggi è al 43% e sono alti i lai. E sono in tanti ad attendere la flat tax, che poi piatta non è: quelli ad alto reddito, che hanno 'necessità' di accumulare patrimonio, non di spendere. Questa 'necessità' di molti, perfino magistrati, che fa tanto danno, per il costo della corruzione,  in tutti i settori, anche in quello dell'occupazione.

Una riforma complessiva del fisco non dovrebbe tenere conto anche dell'attuale indebitamento dello Stato e della necessità di ridurlo, considerato che va a incidere sul debito, con tutto quello che ne consegue?

Una riduzione dei contributi sociali non comporta una diminuzione del montante contributivo e, quindi, un assegno pensionistico inferiore, stante il discutibile metodo contributivo?

Non c'è modo di fare ricorso in Cassazione, ma credo che sia incostituzionale la diversa tassazione del reddito, a parità di importo, tra quello da lavoro dipendente e quello da lavoro autonomo.

Secondo me si dovrebbe consentire una detrazione anche a chi ha un reddito diverso da quello da lavoro dipendente o assimilato. Cioè introdurla per colui che fa pochi e diversi lavori occasionali, non tali da fare convenire l'apertura di una partita iva, motivandolo a dichiarare e non lavorare a nero. Anche chi vive col reddito da locazione di un immobile, per esempio, potrebbe essere esentato, al di sotto di un minimo di reddito. Così, tanto per tenere conto degli ultimi, che peraltro sono costretti a spendere tutto il liquido di cui dispongono.

Bella l'idea del recupero delle detrazioni non godute. Forse pure quella della tassazione ponderata: se uno guadagna 100 un anno e 0 l'anno dopo, in cui pure deve mangiare, paga di più che se avesse guadagnato 50 e 50. L'ho detta terra terra....

All'interno di una riforma fiscale penso ci possa stare anche questa: una modifica di un rigo sull'acconto Irpef per l'anno in corso: "la prima rata pari al 40%" (dell'imposta dell'anno precedente). Perché non: "la prima rata ottenuta moltiplicando il reddito prodotto entro il 30 maggio per l'aliquota media dell'anno precedente"? Mi sembra che si risolva il problema di quelli che non hanno prodotto reddito per accidenti personali o calamità varie (storia che si ripete spesso), e che sono costretti ad anticipare tasse non dovute che infatti poi lo Stato rimborsa.

I dati EU-Silc che hai riportato mi inducono a ritenere sempre più necessaria una riforma fiscale che vada nella direzione di spostare l'onere della tassazione dall'individuo al nucleo familiare. 

Con gli opportuni accorgimenti per favorire il lavoro di entrambi i coniugi. La prima è una scala di aliquote diverse tra famiglie e singolo, dove si intende che le famiglie monogenitore (solitamente donna con figli) sarebbero considerate famiglia. Un nucleo familiare godrebbe di una no-tax area più alta ed aliquote praticamente dimezzate, almeno fino a redditi medio alti, dove le due scale di aliquote si ricongiungerebbero. 
La seconda è una deduzione di elevato importo quando entrambi i coniugi lavorano, il che è l'esatto opposto della detrazione per coniuge a carico. Invece di dare soldi se uno non lavora, li si premia se entrambi lavorano e si usa una scala di aliquote ridotta. 

A questo potremmo aggiungere detrazioni per lavoro dipendente per le spese di trasporto (forfettarie o effettive, ma in questo secondocaso giustificate) vitto fuori casa (salvo mensa aziendale) e aggiornamento professionale. 

Da considerare che questo sistema di tassazione si dimostra interessante dal punto di vista dell'organizzazione tributaria. Nel 2016 i contribuenti erano 40.8 milioni. Le famiglie sono molto meno e questo implica una forte riduzione e razionalizzazione del lavoro di ufficio. 

Le famiglie 2018 sono 25.7 milioni, di cui 8.4 sono single o persone sole. 
Certo che una simile riforma sarebbe epocale e complessa. C'è da decidere come considerare fiscalmente le convivenze e ci sono tanti dettagli da sistemare ma se la cosa interessa si può approfondire. 

L'altra grossa riforma a mio avviso è quella che porta aree meno sviluppate a poter avere una tassazione ridotta. Cosa ovvia in caso di federalismo fiscale. Tuttavia in Italia il federalismo non c'è e quindi a meno che a qualcuno non venga qualche idea su come avere una simulazione di federalismo fiscale senza avere il federalismo, non se ne parla per i prossimi lustri. 

La soluzione del reddito familiare non mi sembra perseguibile, indipendentemente dalle ragioni economiche, per via dell'incostituzionalità del cumulo dei redditi (sentenza Corte Costituzionale n.179/1976)

Una soluzione per incentivare il lavoro di entrambi i genitori può essere rivedere il meccanismo della detrazione per i figli a carico prevedendo che due genitori ottengano entrambi il pieno importo al posto della ripartizione al 50% oggi prevista di default.
Sarebbe importante secondo me mantenere questa detrazione e non inglobarla in un'unica detrazione per lavoro dipendente/autonomo per incentivare l'occupazione delle madri con più figli. Il livello di occupazione (donne età 20-49 anni) si riduce infatti all'aumentare del numero di figli*:
- 0 figli 62,4%
- 1 figlio 57,8%
- 2 figli 55,2%
- 3+ figli 44%

Sulla semplificazione amministrativa secondo me il problema non si pone. Nel modello presentato nell'articolo vengono razionalizzate detrazioni e deduzioni e un ampio numero di contribuenti avrebbe solo la detrazione per lavoro dipendente/autonomo (e quella per i figli a carico?). Questa maggioranza dei contribuenti risolverebbe i propri problemi con la CU o al limite col 730 precompilato.

*fonte Openpolis: https://www.openpolis.it/numeri/in-italia-le-donne-con-figli-sono-meno-o...

??

Francesco Forti 20/6/2019 - 15:51

Quella incostituzionalità riguardava un testo di legge (diversi articoli) ben preciso e non il concetto in genere.  Un giudizio di costituzionalità infatti non puo' che riguardare una particolare legge, con il suo articolato e non può estendersi a tutte le leggi tributarie che affrontassero tale aspetto. Nel merito, gli articoli oggetto della citata sentenza erano solo ed esclusivamente questi: artt. 131 e 139 del d.P.R. 29 gennaio 1958, n. 645; dell'art. 2 della legge 9 ottobre 1971, n. 825; degli artt. 15, 16, 17, 19, 20 e 30 del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 636; degli artt. 2, primo comma, e 4 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 597; e degli artt. 1, 46, 56 e 57 del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600

Il che non vuol dire che, a fronte di una nuova legge, qualcuno non possa avanzare il dubbio di incostituzionalità. È un suo dirittto ma la corte esamina caso per caso. 

Per quanto riguarda i figli a carico non ci sono problemi in un contesto di tassazione del nucleo e nemmeno nel caso di agevolazioni per figli agli studi. Li avete in Italia? 

Ma quella sentenza stabilì solo che non era costituzionale la legge che prevedeva la tassazione progressiva applicata alla somma dei redditi dei coniugi imposta in capo al marito. La Corte disse che in quel modo i coniugi avrebbero pagato più tasse di una coppia non coniugata o separata: era evidente la irrazionalità di quella legge, e la sua incostituzionalità per la penalizzazione che imponeva ad alcuni cittadini (i coniugati) rispetto ad altri.

L'art.31 della Costituzione consente di agevolare 'con misure economiche e altre provvidenze la ormazione della famiglia e l'adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose.'

Il reddito familiare per ottenere agevolazioni è già utilizzato con l'isee. È cosa diversa dal caso analizzato da quella sentenza.

Esatto

Francesco Forti 20/6/2019 - 23:14

avevo letto anni fa la sentenza e visto che la memoria col tempo vacilla, l'ho riletta. 
Il reddito della moglie veniva imputato (cumulato) a quello del marito, con un aggravio di imposta, dovuto al fatto che cumulando i redditi, scattava un'aliquota superiore. Nel sistema che ho velocemente disegnato sopra, il risultato sarebbe invece una tassazione piu' bassa. 
Va bene che l'Italia è il regno kafkiano dell'assurdo, soprattutto in campo tributario, ma dubito seriamente che si possa definire incostituzionale una tassazione di miglior favore.

Eventualmente potrebbero insorgere i single, se la riforma li penalizzasse. 

vorrà perdonare la mia ignoranza e la conseguente impertinenza ed essere così disponibile da illuminarmi. Dopo aver letto e riletto il suo intervento ho ricavato l'impressione che le soluzioni da lei proposte siano semplici partite di giro.

1) Stanti le caratteristiche "storiche" del panorama industriale italiano (se ricordo bene oltre l'80% delle imprese si  configura come nano/micro) come potrebbe una riduzione fiscale incentivare alla crescita? ... io ho la vaga impressione che si trasformerebbe istantaneamente in "rendita" (nell'accezione più ampia del termine) e lei?

2) Considerando il ritmo di evoluzione tecnologica che sta portando a consistenti riduzioni di personale anche qualificato (le banche sono il primo e più banale esempio che mi viene in mente) dove sarebbe l'incentivo ad assumere personale a bassa qualifica?

 Mi scuso se le ho fatto perdere tempo e la ringrazio in anticipo per la risposta

Dissento sullo scopo: "l’obiettivo principale dovrebbe essere la promozione di una maggiore occupazione".

Ritengo che lo scopo di qualunque attività politica, e tra queste anche la politica economica, non debba essere altro che permettere ad ogni cittadino di vivere la propria vita secondo le sue aspirazioni individuali (se volessimo l'occupazione al 100%, basterebbe internare in campi di lavoro tutti i cittadini).

Sotto questo profilo, il sistema fiscale italiano soffre di un errore concettuale ENORME COME UNA CASA.
E cioè, NON PERMETTE DI DEDURRE dal'imponibile i costi per la sopravvivenza e per la salute di ogni individuo (codice fiscale) che dipende da quel reddito.
Hai presente il gabelliere dello sceriffo di Nottingham, che entra in una casa e strappa di mano  ad una madre i soldi che servivano a guarire una piccola inferma? Ecco, quello è il fisco italiano. Solo, non c'è Robin Hood.
Disquisire di aliquote e detrazioni quando in italia non sono possibili le DEDUZIONI basilari è come guardare la pagliuzza anziché la trave.

Il secondo commento è di natura contabile.
Il conteggio sulla detrazione per coniuge a carico, ed in realtà anche le altre, non tiene conto dei CONTRIBUTI.
Se io lavoro, devo iscrivermi ad una cassa previdenziale. Quindi, devo pagare tra i 3500 ed i 5000 euro all'anno MINIMO anche se il mio reddito è pari a zero. Anche se è negativo.
Tra l'altro, i contributi in Italia non sono considerabili "soldi di chi li versa".
Essi sono assimilati a contributi di tipo assistenziale, e vengono utilizzati sia per spese assistenziali di ogni tipo (anche le case popolari) che addirittura per compensi accessori ai dipendenti pubblici. Sono, quindi, una semplice imposta. Ma con un MINIMO FISSO!

L'unica cosa che approvo di questo articolo è, genericamente, l'abolizione delle detrazioni.
Che non hanno alcun senso, e dovrebbero essere concettualmente sostituite con deduzioni.
In particolare con quelle per:

- spese di sopravvivenza (medie ISTAT nel paese - il che conseguirebbe un immediato effetto sperequativo -  ma anche altre di tipo giuridico - si pensi agli assegni di mantenimento), per conponente di nucleo familiare o single, comprensive di costi medi per abitare (affitti medi - anche se si è sotto mutuo).

- di salute: anche della mamma inferma (altro che deduzione di frazioni irrisorie del costo della badante e detrazione di un quinto dei suoi contributi pagati).

- nonché le "tasse". Ovvero le tariffe per i servizi pubblici. Perché se tali servizi non fossero necessari od obbligatori (quindi: vitali), non sarebbero pubblici.

 

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti