Articolo quinto
C’era una volta una piccola banca di credito cooperativo della benestante provincia italiana.
Nel giorno in cui i giornali danno la notizia che le banche spagnole saranno salvate (forse) da una iniezione di liquidità di 100 miliardi, racconto le vicissitudini di una piccola banca di di credito cooperativo, la cui storia però ci insegna molte cose.
Le BCC, una volta note come casse rurali ed artigiane, sono delle banche di piccole dimensioni, molto radicate nel territorio, che hanno la forma giuridica di società cooperativa, il che vuol dire che non distribuiscono utili, ma per la maggior parte li reinvestono nel rafforzamento del loro patrimonio e, per una piccola parte, usano gli utili per fare beneficenza e in aiuto ad attività sociali del territorio di appartenenza.
Le BCC, come la vecchia denominazione di “cassa rurale ed artigiana” lascia intendere, hanno tradizionalmente concesso credito alle piccole imprese e alle famiglie, con un occhio particolare ai soci, ai quali vengono applicate condizioni di relativo favore. In quanto cooperative, poi, per queste banche vale il principio per il quale non può esserci un socio di maggioranza, ma il voto di ciascun socio pesa in pari misura, indipendentemente dalla sua partecipazione al capitale.
Il principio “un socio-un voto”, comporta una partecipazione relativamente intensa e “democratica” dei soci alla vita della banca e le assemblee di queste società si risolvono spesso in occasioni per esercizi di retorica e per manovre di tipo politico, con vere e proprie campagne elettorali per la raccolta delle deleghe e dei voti quando c’è da rinnovare le cariche sociali o da prendere decisioni importanti per il futuro della banca.
L’aspetto positivo di questo tipo di banche è che sono effettivamente espressione del territorio, le assemblee e i consigli di amministrazione vedono veramente fianco a fianco e, almeno apparentemente, sullo stesso piano, il piccolo artigiano e l’industriale, l’avvocato ed il contadino.
L’aspetto negativo, come intuitivo, è che si crea una contiguità tra la banca che dà il credito e i soggetti che si indebitano, col rischio di un allentamento dei criteri di meritevolezza del credito e di favorire eccessivamente gli amici o gli amici degli amici. In tempi di vacche grasse questi rischi sono gestibili, in tempi di vacche magre i nodi vengono al pettine.
Chi scrive, ha avuto l’onore e l’onere di partecipare professionalmente all’assemblea di una piccola BCC marchigiana, che sino a tre anni fa vedeva i bilanci in utile, il patrimonio e gli impieghi in crescita, il personale contento e ben pagato. Erano gli anni del credito facile e anche la nostra banca, dimenticando forse i principi di oculatezza e buona gestione, si era data a concedere con larghezza mutui e affidamenti ad amici, amici degli amici e sconosciuti. L’arrivo della crisi ha comportato un brusco risveglio.
La Banca d’Italia dopo un’ispezione ha costretto la banca ad una drastica svalutazione dei crediti e del patrimonio e, senza entrare troppo nei dettagli e nei tecnicismi, il risultato è stata la chiusura in forte perdita del bilancio dell’anno scorso e una disperata ricerca di liquidità per rispettare i requisiti di patrimonialità necessari a continuare l’attività bancaria. L’assemblea a cui ho assistito doveva affrontare tutto questo e decidere se la banca dovesse rinunciare ad una parte della propria autonomia in cambio di una iniezione di liquidità da parte del fondo di garanzia delle BCC, che è, per l’appunto, un fondo alimentato da tutte le banche di credito cooperativo, che arriva in salvataggio di quelle in difficoltà. Il fondo di garanzia mette i soldi, sotto forma di finanziamento, ma esprime il proprio gradimento sugli amministratori e in pratica entra nella stanza dei bottoni.
Su questo scenario, ho visto la democrazia societaria all'opera, con 1200 soci riuniti in un centro sportivo a decidere il futuro della banca e gli interventi in assemblea, (tranne alcuni che parlavano dei massimi sistemi, la Democrazia, l'Autonomia, il Territorio) sono stati molto concreti e "trasversali" dato che si andava dall'industriale al contadino, con un forte attaccamento alla istituzione-banca, ma anche la consapevolezza della gravità del momento. Alla fine l’assemblea ha approvato la modifica statutaria, che consegna la banca alla tutela del fondo di garanzia e eletto come suo presidente un professore di economia ovviamente gradito al fondo.
Da parte sua, il consiglio di amministrazione si è tagliato i compensi, ha ridotto i finanziamenti eccessivi ai grossi debitori, aumentandoli ai piccoli, ha tagliato i costi del personale, che per i prossimi tre anni dice addio al premio di produzione, ridotto le spese non necessarie e così via. Ci saranno anni di vacche magre, ma insomma, la strada è quella: si tagliano le spese, si puliscono i crediti e soprattuto, si chiede patrimonio a chi lo può dare.
Sembrerebbe una storia a lieto fine e apparentemente lo è, tanto che da quest'anno la banca è di nuovo in utile, però non bisogna perdere di vista il quadro d’insieme. Il taglio dei costi, degli stipendi, dei gettoni di presenza, la migliore gestione dei finanziamenti, insomma “l’austerità”, sarebbero stati del tutto insufficienti senza la liquidità in arrivo dall’esterno.
Solo che questo aiuto, per almeno dieci, anni limiterà la autonomia dei soci e, in definitiva, la democrazia societaria cui erano abituati, perchè, come ovvio, alla fine nessuno regala niente e se sto fallendo e qualcuno mi dà dei soldi per salvarmi, questa persona vuole anche vedere bene come li spendo.
Non so quanto questa piccola storia possa applicarsi alle banche spagnole ed agli stati nazionali in disperato bisogno di liquidità, però mi chiedo quanto la democrazia, così come noi oggi la conosciamo, dovrà essere sacrificata alle necessità di cassa, così come è avvenuto per la piccola BCC marchigiana. Come detto, nessuno dà niente senza contropartite, sicchè a me tutta questa storia ha fatto venire in mente la regola degli antichi mercanti veneti: “articolo quinto: chi gà schei gà vinto”.

