Articolo quinto

10 giugno 2012 sabino patruno

C’era una volta una piccola banca di credito cooperativo della benestante provincia italiana.

Nel giorno in cui i giornali danno la notizia che le banche spagnole saranno salvate (forse) da una iniezione di liquidità di 100 miliardi, racconto le vicissitudini di una piccola banca di di credito cooperativo, la cui storia però ci insegna molte cose.
Le BCC, una volta note come casse rurali ed artigiane, sono delle banche di piccole dimensioni, molto radicate nel territorio, che hanno la forma giuridica di società cooperativa, il che vuol dire che non distribuiscono utili, ma per la maggior parte li reinvestono nel rafforzamento del loro patrimonio e, per una piccola parte, usano gli utili per fare  beneficenza e in aiuto ad attività sociali del territorio di appartenenza.

Le BCC, come la vecchia denominazione di “cassa rurale ed artigiana” lascia intendere, hanno tradizionalmente concesso credito alle piccole imprese e alle famiglie, con un occhio particolare ai soci, ai quali vengono applicate condizioni di relativo favore. In quanto cooperative, poi, per queste banche vale il principio per il quale non può esserci un socio di maggioranza, ma il voto di ciascun socio pesa in pari misura, indipendentemente dalla sua partecipazione al capitale.
Il principio “un socio-un voto”, comporta una partecipazione relativamente intensa e “democratica” dei soci alla vita della banca e le assemblee di queste società si risolvono spesso in occasioni per esercizi di retorica e per manovre di tipo politico, con vere e proprie campagne elettorali per la raccolta delle deleghe e dei voti quando c’è da rinnovare le cariche sociali o da prendere decisioni importanti per il futuro della banca.

L’aspetto positivo di questo tipo di banche è che sono effettivamente espressione del territorio, le assemblee e i consigli di amministrazione vedono veramente fianco a fianco e, almeno apparentemente, sullo stesso piano, il piccolo artigiano e l’industriale, l’avvocato ed il contadino.

L’aspetto negativo, come intuitivo, è che si crea una contiguità tra la banca che dà il credito e i soggetti che si indebitano, col rischio di un allentamento dei criteri di meritevolezza del credito e di favorire eccessivamente gli amici o gli amici degli amici. In tempi di vacche grasse questi rischi sono gestibili, in tempi di vacche magre i nodi vengono al pettine.

Chi scrive, ha avuto l’onore e l’onere di partecipare professionalmente all’assemblea di una piccola BCC marchigiana, che sino a tre anni fa vedeva i bilanci in utile, il patrimonio e gli impieghi in crescita, il personale contento e ben pagato. Erano gli anni del credito facile e anche la nostra banca, dimenticando forse i principi di oculatezza e buona gestione, si era data  a concedere con larghezza mutui e affidamenti ad amici, amici degli amici e sconosciuti. L’arrivo della crisi ha comportato un brusco risveglio.

La Banca d’Italia dopo un’ispezione ha costretto la banca ad una drastica svalutazione dei crediti e del patrimonio e, senza entrare troppo nei dettagli e nei tecnicismi, il risultato è stata la chiusura in forte perdita del bilancio dell’anno scorso e una disperata ricerca di liquidità per rispettare i requisiti di patrimonialità necessari a continuare l’attività bancaria. L’assemblea a cui ho assistito doveva affrontare tutto questo e decidere se la banca dovesse rinunciare ad una parte della propria autonomia in cambio di una iniezione di liquidità da parte del fondo di garanzia delle BCC, che è, per l’appunto, un fondo alimentato da tutte le banche di credito cooperativo, che arriva in salvataggio di quelle in difficoltà. Il fondo di garanzia  mette i soldi, sotto forma di finanziamento, ma esprime il proprio gradimento sugli amministratori e in pratica entra nella stanza dei bottoni.

Su questo scenario, ho visto la democrazia societaria all'opera, con 1200 soci riuniti in un centro sportivo a decidere il futuro della banca e gli interventi in assemblea, (tranne alcuni che parlavano dei massimi sistemi, la Democrazia, l'Autonomia, il Territorio) sono stati molto concreti e "trasversali" dato che si andava dall'industriale al contadino, con un forte attaccamento alla istituzione-banca, ma anche la consapevolezza della gravità del momento. Alla fine l’assemblea ha approvato la modifica statutaria, che consegna la banca alla tutela del fondo di garanzia e eletto come suo presidente un professore di economia ovviamente gradito al fondo.

Da parte sua, il consiglio di amministrazione si è tagliato i compensi, ha ridotto i finanziamenti eccessivi ai grossi debitori, aumentandoli ai piccoli, ha tagliato i costi del personale, che per i prossimi tre anni dice addio al premio di produzione, ridotto le spese non necessarie  e così via. Ci saranno anni di vacche magre, ma insomma, la strada è quella: si tagliano le spese, si puliscono i crediti e soprattuto, si chiede patrimonio a chi lo può dare. 

Sembrerebbe una storia a lieto fine e apparentemente lo è, tanto che da quest'anno la banca è di nuovo in utile, però non bisogna perdere di vista il quadro d’insieme. Il taglio dei costi, degli stipendi, dei gettoni di presenza, la migliore gestione dei finanziamenti, insomma “l’austerità”, sarebbero stati del tutto insufficienti senza la liquidità in arrivo dall’esterno.
Solo che questo aiuto, per almeno dieci, anni limiterà la autonomia dei soci e, in definitiva, la democrazia societaria cui erano abituati, perchè, come ovvio, alla fine nessuno regala niente e se sto fallendo e qualcuno mi dà dei soldi per salvarmi, questa persona vuole anche vedere bene come li spendo.

Non so quanto questa piccola storia possa applicarsi alle banche spagnole ed agli stati nazionali in disperato bisogno di liquidità, però mi chiedo quanto la democrazia, così come noi oggi  la conosciamo, dovrà essere sacrificata alle necessità di cassa, così come è avvenuto per la piccola BCC marchigiana. Come detto, nessuno dà niente senza contropartite, sicchè a me tutta questa storia ha fatto venire in mente la regola degli antichi mercanti veneti: “articolo quinto: chi gà schei gà vinto”.

47 commenti (espandi tutti)

La Troika avrebbe dovuto insistere di più e con maggior fermezza sulla Grecia.

Ma si sa, i soldi della Troika non li hanno comunque guadagnati col lavoro i burocrati...

A Napoli  il significato  è diverso.

 

"Articolo quinto: chi ha i soldi in mano ha vinto"  si usa quando qualcuno non vuole pagare.

Le banche dove i soci contano tutti allo stesso modo indipendentemente da quante azioni detengono e' un bubbone purulento che va estirpato. Il caso piu' eclatante e' la BPM una fogna mefitica dove sguazzano sindacati interni (che data la natura assembleare della gestione spadroneggiano grazie alle caterve di voti del personale), politici tipo Voltremont e Bossi e amministratori alla Ponzellini.

 

La storia descritta in questo articolo a me non sembra troppo edificante. Si tratta di uno dei tanti piccoli soviet velleitari la cui persistenza in Italia e' fonte di inefficienze nel migliore dei casi e di malaffare nei casi normali. 

Molto meglio le banche come Intesa dove chiuderanno 1000 filiali grazie ai preveggenti piani industriali di qualcuno che ora è ministro. Oppure meglio la Citibank tenuta in piedi da QE su QE?  O parliamo dei crediti concessi a vari immobiliaristi nostrani da varie banche in forma di SpA?

 

Incomincia veramente a stancare l'ideologizzazione a tutti i costi, ha lo stesso senso che dire che il Capitano del Titanic era anarchico e gay. E allora?

Il problema, come nel caso della BPM e Ponzellini, era che non sapeva fare il suo mestiere e anzi ne approfittava per tornaconti personali.

Storia vista e rivista in banche con qualsiasi forma sociale, SpA, Ltd, Inc, ecc

Non mi sembra proprio una orribile prerogativa del sistema delle banche cooperative.

ah! gli stakeholders...quando li sento nominare, io metto mano alla pistola.

la governance che oggi più mi pare adeguata, visto che è anche la meno diffusa, è quella del padrone /banchiere con prevalenti capitali propri investiti. cilindro, sigaro e ghette, come dai quadri di grozs, che almeno così  si capisce per chi si lavora, chi guadagna o perde. altro che raccolta di deleghe, patti di sindacato, azionisti (e partiti) di riferimento da pesare e riverire, cooptazioni interne, golden share e poison pills, moral suasion e ferreo controllo di bankitalia.

http://firenze.repubblica.it/cronaca/2012/03/25/news/in_liquidazione_la_...

senza contare che queste istituzioni hanno precisi vincoli territoriali di raccolta e di impiego, cosa che non permette loro di diversificare adeguatamente, rendendole da questo punto di vista meno efficienti dei grandi istituti

che le banche popolari e le bcc siano a rischio inefficienza a causa della contiguità personale/amministratori/debitori è storia nota.

Non credo tuttavia che le banche con soci le cui azioni si pesano e contano siano per ciò stesso più efficienti, perchè alla contiguità sopra descritta si sostituisce quella azionisti/mangement/debitori.

 

Gli esempi di cattiva gestione abbondano in un campo e nell'altro, così come gli esempi virtuosi.

 

Per quel che vale la mia opinione, quello che rende un sistema  bancario efficiente non è tanto la modalità di selezione degli amministratori, quanto l'intensità dei controlli e delle regole sul patrimonio, senza di questi, la tendenza della banca o meglio dei suoi amministratori, è di partire per la tengente siano essi espressione di un padrone alla Grosz, dei fondi di investimento o dei potentati politici locali

 

l'esigenza non è quella di una regolamentazione quanto più semplice, chiara e cogente possibile!? ben venga ogni forma di banca: non spetta allo stato dire "è tutto vietato ciò che non è espressamente permesso dalla legge", ma " é tutto permesso ciò che non è espressamente vietato dalla legge". in parole povere, che le banche inefficienti siano lasciate fallire, che i loro debiti non siano trasferiti in qualche modo allo stato, ecc. semplifico troppo? sbaglio qualcosa?

in un mondo pre-capitalistico, come la Firenze del 1300 quando il fallimento dei Pazzi al massimo portava al decadimento di una famiglia e dei suoi "clientes".

Essendo invece l'economia capitalista costruita sui rapporti debito-credito e le banche hanno la funzione di intermediare tali rapporti, il fallimento di una banca non è come se fallisce un bar, uno va a prendere il caffé da un'altra parte, ma porta sfiducia verso tutto il sistema.

Sfiducia spesso pure giustificata dagli intrecci finanziari per cui, ad esempio, se rischiano di saltare le banche spagnole la conseguenza è che Moody penalizza le banche tedesche che sono le loro creditrici.

Il problema di fondo è stata la "privatizzazione" della funzione bancaria.

Se la funzione bancaria ha un ruolo sociale, tanto che la tutela del risparmio e il controllo dell'esercizio del credito è principio costituzionale in Italia (art.47) , non è perché erano bolscevichi i nostri costituenti.

Purtroppo questi concetti si sono "dimenticati", sono stati aboliti vincoli sulle tipologie di investimento e patrimoniali, le banche hanno operato con pochi limiti e controlli (lo dicono i fatti, non io) ma alla fine essendo appunto l'esercizio del credito e la tutela del risparmio fondamentali per l'economia di ogni stato tocca sempre al pubblico cercare di tenere assieme i cocci.

Bilanciare quindi l'interesse pubblico con la funzione imprenditoriale privata è un difficile compito, e sarebbe opportuno metterci mano a livello europeo (la crisi dell'Eurozona è in buona parte una crisi bancaria) con mentalità pratica e non ideologica, senza straparlare di soviet ed altre amenità.

in un mondo pre-capitalistico, come la Firenze del 1300 quando il fallimento dei Pazzi al massimo portava al decadimento di una famiglia e dei suoi "clientes".

Direi nemmeno allora. Almeno a quanto si evince leggendo questo divertente libro

Re

Andrea Grenti 11/6/2012 - 20:37

"il fallimento di una banca non è come se fallisce un bar, uno va a prendere il caffé da un'altra parte, ma porta sfiducia verso tutto il sistema."--->

 

Falso. Questo avviene solo in ottica mercantilistica. Cioè associando una banca ad uno stato. Facciamo l'esempio della Coca Cola. Se fallisse ovviamente gran parte del danno sarebbe negli USA, ma un'altra parte consistente sarebbe distribuita in tutti gli altri paesi dove esistono uffici e stabilimenti.

"Se la funzione bancaria ha un ruolo sociale"--->

Ma dove?

"essendo appunto l'esercizio del credito e la tutela del risparmio fondamentali per l'economia di ogni stato tocca sempre al pubblico cercare di tenere assieme i cocci."--->

Le banche spagnole sono pubbliche. Hanno anche i sindacati nei loro CDA, abbiamo visto il grande risultato.

In conclusione. Il fallimento di una banca rappresenta un problema, unicamente se lasci alla banca il monopolio sull'intermediazione del credito.

In conclusione. Il fallimento di una banca rappresenta un problema, unicamente se lasci alla banca il monopolio sull'intermediazione del credito.

Fino ad oggi le banche sono come la democrazia, il meno peggio che è stato inventato. Certo l'intermediazione del credito la può fare lo Stato (come era nell'Impero Bizantino, non pensate sempre ai Soviet!) oppure c'è il baratto, tutto quello che resta è banca.

 

Monopolio

Andrea Grenti 12/6/2012 - 11:15

La moneta statale ha il monopolio, questo è il problema.

scusa, da questo punto di vista TUTTO ha una funzione sociale. anche una grande impresa generica che fallisce crea danni globali, questo non è certamente motivo sufficiente per nazionalizzarla o simili, no? quindi regole poche, semplici e chiare, magari appunto condite da un buon antitrust che impedisca la nascita di roba too big to fail. non capisco perchè il tutto dovrebbe essere più complesso.

Scusa, da questo punto di vista TUTTO ha una funzione sociale. --->

 

no......

 

magari appunto condite da un buon antitrust che impedisca la nascita di roba too big to fail.--->

come dire....visto che se fallisce fa il botto grande, allora rimaniamo piu poveri....così non possiamo cadere.... peccato che da poveri si cada lo stesso.

non stavo rispondendo a te, ma ad alessandro guerani :)

Andrea Grenti 12/6/2012 - 21:25

Ok, ma allora devi aver cliccato sul pulsante rispondi del mio commento.

Il punto non è solo che la moneta sia monopolio dello stato, ma che attualmente il funzionamento del sistema bancario è un fattore cruciale nel determinare la quantità di moneta.  A mio parere, se quando fallisce una banca si creasse liquidità a sufficienza per sostenere il livello preesistente di domanda complessiva (compensando la perdita di intermediazione finanziaria), nessuno si porrebbe il problema dei fallimenti bancari, e le banche potrebbero funzionare come qualsiasi altra industria.  In realtà ciò non viene fatto adeguatamente (basti pensare al caso Lehman Brothers, che dopo una risposta del tutto inadeguata delle autorità monetarie sfociò nella crisi del 2008), e questo fa sì che una crisi dell'intermediazione finanziaria abbia effetti collaterali molto gravi sul sistema economico.

ma non dimenticarti dell'effetto psicologico per cui nel caso di fallimenti di grosse dimensioni c'è una empiricamente provata ondata di sfiducia che può arrivare fino al "bank run" dei depositanti.

 

Fra l'altro visto le interdipendenze dei capitali questa ondata di sfiducia è pure giustificata e non solo attribuibile al panico. E' dal 2008 che l'interbancario europeo è morto per questo motivo e la BCE e il SEBC continuano a pompare liquidità per tenere su il tutto.

 

Possiamo fare tutta la filosofia che vogliamo sulla moneta e il credito, la realtà è questa.

continuo in caso di liberalizzazione del sistema monetario sarebbe diversamente distribuito. il vantaggio non sta tanto nel non far fallire, ma nella rapidità di ripresa. in pratica se la moneta statale si svaluta (o apprezza) troppo, automaticamente il danno sarà limitato e distribuito in varie zone del mondo. se una banca fa poco credito, ci sarà un minore contraccolpo sulla liquidità e sul credito visto che hai 1000 tipi di valute e titoli Comunque questo sistema è abbastanza collaudato nella finanza. Esiste un portafoglio di titoli, non si punta su uno soltanto.

in un mondo pre-capitalistico, come la Firenze del 1300 quando il fallimento dei Pazzi al massimo portava al decadimento di una famiglia e dei suoi "clientes".

Secondo te l'Impero Romano era un mondo pre-capitalistico? 

Mai dato sull'argomento crisi finanziarie uno sguardo a Tacitus (Cornelius Tacitus, Annales, VI, 16 e VI, 17) o Suetonius (C. Suetonius Tranquillus, Tiberius, 48)?

Chi gà i schei gà vinto... confermo il senso che ha questo modo di dire veneto.

Comunque il fatto che racconti è ampiamente diffuso almeno nella prima parte del post, quello dell'ispezione di Bankitalia e della pulizia di bilancio. Conosco direttamente almeno altre due BCC dove questo è successo. Poi, le perdite erano sostenibili e se la sono cavata con una buona pulizia di bilancio, un'assemblea infuocata ma niente di più. Sarebbe utile capire a livello sistema BCC come sono stati questi ultimi 3 anni. C'è stato un periodo in cui sembrava che le BCC fossero il modello per la rete di relazioni sul territorio anche per le grandi banche. Beh, forse è il caso di ripensarci.

voto capitario

ne'elam 10/6/2012 - 21:11

questa banca, come le popolari, si basa sul voto capitario, ovvero ogni socio un voto, indipendentemenete dalla quota posseduta. Sistema che può funzionare per la gestione di un condominio, magari va bene per gestire un circolo delle dame di San Vincenzo, forse per una banca non va granchè bene. Quello capitato alla Popolare di Milano, e sulle follie generate dal suo sistema di governance, mi sembra parecchio illuminante.

per la verità in un condominio si vota per millesimi, chi ha più metri quadri decide :-)

 

Sul voto capitario sono d'accordo, secondo me la democrazia è un lusso che una banca o una qualsiasi società per azioni non può permettersi: alla fine è ncessario che qualcuno pesi di più degli altri e decida.

 

Detto questo, non guarderei solo ai disastri della Popolare di Milano: gli ultimi anni ci offrono un numero impressionante di fallimenti bancari generati da cattiva gestione, indipendentemente dal tipo di banca coinvolta, non c'è che l'imbarazzo della scelta, anche se tendenzialmente peggio hanno fatto le banche più coinvolte con la politica.

Ribadisco, però, che più che la governace, l'efficienza la danno il vincolo esterno dei controlli e delle regole 

mica tanto.

dragonfly 10/6/2012 - 23:00

Ribadisco, però, che più che la governace, l'efficienza la danno il vincolo esterno dei controlli e delle regole 

 

 

stiamo parlando di un settore che almeno in europa e soprattutto in italia, è il più normato  e vigilato di tutti. cito solo solo l'esempio stranoto dei rating, da seguire obbligatoriamente per volere del regolatore pubblico.

 

eppoi, sia le deliranti  popolari ed assimilabili che le pubblic company hanno fatto male.  allora ci vuole il banchiere coi soldi propri, una figura che non esiste più o quasi e che è molto diversa da entrambe le tipologie. o meglio, una moltitudine di banchieri, in reale concorrenza, senza posizioni dominanti o interessi nazionali da difendere.

o secondo la legge bancaria vigente la banca deve essere una società per azioni, e il "banchiere con i soldi propri" a me fa venire in mente Henry Gatewood, oltre che Grosz

non per questo mi sembra che siano tutte sull'orlo del fallimento.

Fra l'altro la formula è piuttosto simile a quella della Public Company di matrice anglosassone (tranne che per il fine di lucro o meno) e soffre delle stessa malattia: autoreferenzialità dei vertici.

Ripeto, l'ideologia teniamola fuori dall'economia.

In democrazia ci sono diritti e doveri. Quella che mi pare descritta nel tuo articolo non mi sembra democrazia, pare più mammellocrazia, finchè c'è latte succhio, quando finisce mi metto a piangere.

Le vere democrazie devono mettere in conto gli anni di vacche magre ...

Secondo me il principio del voto capitario è logicamente perdente (tant'è che come ricorda Sabino pure nei condomini si vota per millesimi): se si deve prendere una decisione che grava al 90% su un singolo e lui ha un voto che vale 1/50 è chiaro che c'è quanto meno un conflitto d'interessi no?

Il principio della cooperativa che può anche funzionare se i soci hanno tutti gli stessi interessi/dimensione e se si tratta di produrre beni che, solo in parte, vengono ceduti ai soci a condizioni di favore,  nell'attività bancaria il rischio di cedere alla tentazione di prestare peggio o più di quanto sarebbe opportuno, prima o poi vince.

Non credo che il voto capitario sia il male assoluto.
Le banche popolari hanno funzionato benissimo per 150 anni portando sviluppo nei territori dove operano.
Vi sono molte banche in forma di SpA che hanno operato molto peggio e molto prima.
Tutti lamentiamo il potere delle fondazioni e tutti abbiamo messo in evidenza quanto il potere incontrollato dei manager, nelle banche con azionariato molto frammentato e diffuso, abbia fatto fallire anche grandi istituti di credito o finanziarie.
Del resto, in una situazione di crisi, in cui banche in apparenza ben più solide soffrono pericolosamente, non potevano le banche popolari essere le uniche a non esserne toccate.
Credo che un problema delle popolari sia dato dalla dimensione: troppo piccole per diversi care il rischio (BCC), troppo grandi per non dover tenere conto di condizionamenti anche di tipo politico (BPM).
Anche la politica attuata dalla Banca d’Italia per molti anni non ha aiutato, quando in caso di difficoltà di una popolare invitava, dall’alto della sua moral suasion, un’altra popolare ad intervenire ed assorbirla.
Sarebbero da riconsiderare la struttura dei limiti e dei controlli dell’esercizio del credito, che forse erano pensati per mercati nazionali e non per mercati globalizzati.

c'è Boldrin su Linkiesta

 

Le cajas, molto più delle grandi banche private, sono state il motore finanziario della bolla speculativa legata al mattone ed alle folle ambizioni di politici locali a caccia di voti. 

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/spagna-prestito-ue#ixzz1xUBZ2bMS

per cui Santander e BBVA invece erano sante e belle. Chissà perché oggi facevano faville dopo i 100 mld. se non ne avevano bisogno pure loro come un assetato nel deserto.

Santander ha dato come collaterale al Banco de Espana il finanziamento dato al Real per l'acquisto di Ronaldo tanto per dire come stanno messe e la bontà dei loro impieghi. Ah l'ideologia sulla plancia del Titanic sarebbe pure divertente da osservare se non fossi pure io su sto cavolo di nave.

 

A chi è affezionato ai dati e non all'ideologia: il FT ha pubblicato le tabelle di uno stress test fatto dal credit Suisse sui vari istituti bancari spagnoli:
http://ftalphaville.ft.com/blog/2012/06/11/1036571/the-e249bn-hole/  

L'argomento che siccome hanno problemi anche le banche che non hanno voto capitario, se ne deduce che il voto capitario non ha rilevanza (o ne ha poca) nella genesi dei problemi. Logicamente l'affermazione é inconsistente. Se si prendono tutti i bambini che soffrono di enuresi notturna e si classificano in base al numero dei genitori, 0 1 2, (trascuriamo per semplicità i casi un intero maggiore di 2), il fatto che non ci siano differenze significative fra quelli con 0 genitori e quelli con 2 genitori, permette di sostenere unicamente che l'essere orfani non fa aumentare la probabilità di pisciare a letto, ma non che l'essere orfano non sia un problema di per se.  Quanto all'affermazione che la questione del voto capitario sia faccenda ideologica e non economica, dissento. Non vedo come la questione sia catalogabile sotto la prima etichetta se per ideologia si intende una capziosa contraffazione della realtà. Casi recenti (Milano) e meno recenti (Lodi) stanno la precisamente ad indicare che il problema esiste, e semmai la contraffazione c'è stata eccome ma non ad opera di invasati liberisti. Quanto al fatto che l'economia non c'entra, invito con pacatezza a riflettere sul significato e la portata dell'abusato termine di "governance", sui modelli di organizzazione societari (bancari) duali e tradizionali, sui conflitti di interesse che infestano i consigli di amministrazione, sulla questione della terzietà degli amministratori and so on.

secondo il tuo ragionamento se un calvo è un assassino, ma non tutti gli assassini sono calvi allora bisogna mettere in galera preventivamente i calvi perché comunque potenzialmente assassini.

Vedi dove è l'ideologia? Come quello che straparlava di Soviet.

Mostrami l'indice di correlazione di Pearson della forma societaria cooperativa coi crack bancari per cortesia, dopo parliamo di cose serie.

Il problema di Lodi (e anche della BPM) sono due, autoreferenzialità dei vertici, comune a varie forme societarie dove l'azionariato è molto diffuso (che facciamo? Le aboliamo tutte?) e responsabilità (fino alla collusione nel caso di Lodi) degli Organi di Vigilanza.

E sinceramente non me ne frega nemmeno un accidente di difendere la formula cooperativa, io ho lavorato per una banca cooperativa e altre banche che erano SpA e le uniche differenze erano che venti anni fa c'erano regole e vigilanza molto più restrittive che oggi e che derivavano dalla Legge Bancaria del 1936, guarda caso emanata dopo problemi molto simili a quelli odierni.

Può bastare questo? 5 su 10 sono BCC.
Saluti.

Basilea

Francesco Forti 12/6/2012 - 07:08

Mi chiedo pero', visti i fallimenti bancari di questi tempi, a cosa siano serviti i vari Basilea 1, Basilea 2 e cosa possa servire il prossimo Basilea 3. A me pare che non abbiano evitato le crisi immobiliari ed abbiano parallelamente messo in crisi il fianzamento delle microattività, sia correnti che start-up, troppo oneroso in termini bancari rispetto al guadagno in interessi su 30-40'000 euro.

Bella domanda! Anch'io ho la stessa impressione ma non mi intendo affatto della cosa. Aggiungerei che anche i famosi "stress test" bancari di qualche tempo fa non mi sono sembrati una grande idea, erano proprio necessari e improcrastinabili ?

La cosa non mi sorprende granché.  I redditi nominali percepiti da famiglie e imprese si sono ridotti sensibilmente rispetto alle aspettative preesistenti al 2008 e non è stato fatto nulla per ripristinarli, quindi è del tutto normale che le banche siano entrate in crisi.  Non c'è Basilea IV o V che tenga: perché il sistema bancario possa funzionare a dovere gli andamenti della spesa e dei redditi devono essere stabili e prevedibili.

eroina

chemist 12/6/2012 - 14:23

Veramente la diminuzione dei redditi degli italiani è una conseguenza naturale dell’adattamento della nostra economia alla globalizzazione attraverso un processo di libera concorrenza: il valore del lavoro nei settori realmente esposti alla concorrenza internazionale crolla perché al mondo ci sono molti più poveri disposti a lavorare (dagli analfabeti a quelli col PhD) che ricchi disponibili a consumare. Quindi solo una persona molto disinformata avrebbe potuto far previsioni ottimiste sui redditi. Altro discorso quello della ricchezza: in quel caso si poteva sperare che la ricchezza creata dalle bolle finanziarie (immobiliare in primis) durasse più di quanto non sia durata in effetti. Ed è, io credo, esattamente questo che ha generato buona parte dei comportamenti suicidi delle banche. Del resto, bisogna considerare un punto essenziale: chiedere oggi ad una istituzione finanziaria di non impegnarsi in operazioni fondate su bolle e montagne di debito è come chiedere ad un eroinomane di smettere di drogarsi. Ti risponderà che NE HA BISOGNO.

Veramente

Andrea Grenti 12/6/2012 - 15:24

Se in Italia i salari non crescono, è perché non c'è crescita economica.

Come mai non c'è?
E qui torniamo al discorso dei problemi relativi al mercato del lavoro, carico fiscale troppo elevato, poca libertà d'impresa, banche in mano ai politici, ecc...
Ovviamente rispetto a 20 anni fa ora ci sono i BRICS, ma allora non capisce come mai in Spagna o in Slovenia i salari crescano di più che qua...
Se la banca centrale facesse il suo dovere, non si arriverebbe ad avere tassi bassi di sconto in momenti in cui il mercato non ne avrebbe bisogno e per troppo tempo.
Proprio perché non è il mercato ma un'istituzione con monopolio che decide la base monetaria, che non si riuscirà mai ad arrivare a un equilibrio di quanta moneta serva davvero.
Utilizzare le teorie filosocialistoide per spiegare questi problemi non serve a nulla.

dal politburo

chemist 12/6/2012 - 15:43

Filosocialistoide? Una economia in larga misura fondata sull'esportazione di beni industriali come la nostra che compete con la Germania e simili grazie ai prezzi bassi non sarebbe esposta agli effetti di depressione salariale legati alla globalizzazione?

Ho scritto

Andrea Grenti 12/6/2012 - 17:06

Che 20 anni fa non c'erano i BRICS, e questo certamente ha contribuito ad aumentare oggi la competitività con quei paesi ora in forte crescita. Soprattutto se noi continuiamo ad avere prevalentemente settori a basso valore aggiunto.
Mi devi spiegare però perché altri Paesi (non la Germania, gli USA, l'UK o il Giappone) come Spagna e Slovenia (quindi Paesi che hanno adottato l'euro, potevo dirti Polonia o Repubblica Ceca, ma magari avresti potuto rispondermi che hanno ancora la loro valuta nazionale e quindi hanno indubbiamente più autonomia e potere per quanto riguarda la politica monetaria), riescono a crescere più di noi.

Per focalizzare: io ho solo detto che era prevedibile una contrazione dei redditi italiani vista la situazione di accresciuta competizione globale in cui l'Italia è inserita e visto il peso rilevante del manifatturiero nella nostra economia. Questo in risposta ad un commento in cui tizioc diceva:

 

"I redditi nominali percepiti da famiglie e imprese si sono ridotti sensibilmente rispetto alle aspettative preesistenti al 2008"


Si tratta quindi di una osservazione che non voleva toccare l'argomento:

"perché l'Italia non riesce ad essere più produttiva"  

e neanche:

"perché i salari italiani sono bassi rispetto a quelli di paragonabili paesi europei"

 

ma solo evidenziare come il non prevedere la suddetta contrazione dei redditi fosse un po' ingenuo e quindi se le banche avevano davvero aspettative diverse hanno dimostrato scarso contatto con la realtà.

 

 

Non saprei, è molto difficile fare certe previsioni.
Abbiamo avuto 20 anni per cercare di cambiare il sistema italiano, provando magari ad incentivare di più i settori ad alto valore aggiunto come in passato.
I politici insieme agli altri carrozzoni corporativi, hanno pensato bene invece di sguazzare finché si poteva, riformando poco o nulla, e quel poco parecchio male.
Ora parlano male dell'euro, quando per 10 anni è stato quello che ha permesso a certa gente di continuare a fare i porci comodi.

Veramente la diminuzione dei redditi degli italiani è una conseguenza naturale dell’adattamento della nostra economia alla globalizzazione

I motivi strutturali della mancata crescita italiana sono svariati.  Magari tra questi c'è anche un peggioramento della ragione di scambio in conseguenza della globalizzazione, però ha più senso concentrarsi su altri fattori che sono possibili di intervento più diretto.  In ogni caso nessuno di questi spiega la crisi del 2008 e la crisi del debito attuale, che sembrano più riconducibili a una classica carenza di domanda e hanno dimensione europea, non solo italiana.

Altro discorso quello della ricchezza: in quel caso si poteva sperare che la ricchezza creata dalle bolle finanziarie (immobiliare in primis) durasse più

La  ricchezza (compresa quella immobiliare) è data da un flusso di redditi futuri, quindi le due cose sono strettamente legate.  È ragionevole supporre che se le aspettative di reddito sono stabili anche la ricchezza potrà perdurarre nel tempo: mi sembra che riguardo alla presunta bolla immobiliare si sia posta troppa enfasi.  Le bolle possono costituire un rischio sistemico solo in presenza di instabilità preesistenti relative a fattori macroeconomici, ad esempio l'emissione di moneta.

Secondo me

Andrea Grenti 12/6/2012 - 17:18

Sicuramente la crisi del 2007-08 ha accelerato la crisi del debito sovrano, ma molto probabilmente la seconda sarebbe potuta arrivare comunque anche senza la prima, solo in un periodo più lungo.
Vero che ha dimensione europea (direi anche mondiale, guardando a Usa e Giappone), però Paesi come Italia e Grecia (forse anche Francia) la soffrono di più per il motivo che hanno diversi problemi interni da risolvere e un sistema da riformare e modernizzare, che altri Paesi hanno invece già gradualmente attuato in passato.

Forse può comunque interessarti questa pubblicazione (del 2009) della banca d'Italia.

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