La bagarre rossobrunata sugli inceneritori

20 novembre 2018 Costantino De Blasi

L'ultimo fronte di scontro fra i gemelli diversi Salvini e Di Maio è sugli inceneritori. Il Capitano leghista ne vorrebbe uno in ogni provincia; il bisministro del lavoro e dello sviluppo economico neanche uno in Europa. Due posizioni evidentemente inconciliabili tanto sono distanti fra di loro, ma che evidenziano come a) la coalizione che regge in questo momento il Paese sia la più raffazzonata che si possa immaginare b) il pressapochismo ignorante sia il collante dei due partiti c) qualunque cosa si può dire se si parla al proprio elettorato e non all'interesse del Paese.

In questo post cercheremo di capire chi dei due ha ragione, ma anche se uno dei 2 ha ragione, perché il clima politico, le dichiarazioni roboanti evidentemente approssimative e, soprattutto, l’evidenza empirica ci dicono che su materie complesse ed ad elevato grado di ideologizzazione, come quella che attiene alla salute, c’è ben poco da fidarsi delle parole dei politici.

I dati che riporto sono ripresi dal Rapporto Rifiuti Urbani 2017 (integrato nel 2018) e dal Rapporto Rifiuti Speciali 2018 elaborati dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA).

La gestione dei rifiuti in Europa

Un’analisi comparata della gestione dei rifiuti è utile per verificare a che punto è il recepimento delle direttive europee in materia ambientale, sia sotto il profilo normativo che sotto quello propriamente effettivo e per individuare quelle che possono essere identificate come best practice da utilizzare come benchmark per una corretta gestione del problema.

L’Unione Europea è intervenuta più volte sul tema emanando direttive circa la raccolta, il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti sia urbani che speciali a partire dalla direttiva 99/31/CE, fissando anche gli obiettivi di trattamento e riutilizzo dei materiali; obiettivi monitorati e rifissati con cadenza triennale. Il corretto trattamento e smaltimenti dei rifiuti è inoltre uno dei parametri di valutazione utilizzati dalla Commissione per valutare le istanze di ingresso nella UE dei Nuovi Stati richiedenti.

In UE 28 si producono ogni anno 242,4 milioni di tonnellate di RU. I 5 stati membri più popolosi (Germania, Francia, Italia, Regno Unito e Spagna) ne producono il 68% (165 milioni di tonnellate). La produzione per abitante espressa in kg è 478; in Germania ogni abitante produce 625 kg di rifiuti, in Italia 486.

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I Paesi del nord Europa sono quelli in cui c’è un minore utilizzo delle discariche, con la Germania che le ha praticamente eliminate. Nel 2015 la quantità di rifiuti destinati a discarica in Germania era di sole 106 tonnellate, poco più di un kg pro capite

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I dati di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito sono grosso modo allineati, eccezion fatta per il dato pro capite dove l’Italia nel triennio 2013-2015 mostra un trend di riduzione più marcato.

Specularmente ad un minor utilizzo delle discariche, i paesi del nord privilegiano la destinazione in inceneritori e termovalizzatori. In particolare spicca il dato della Danimarca, dove ben 415 dei 789 kg per abitante prodotti (il 53%) viene incenerito in impianti e solo 9 kg finiscono in discarica.

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Uso intenso degli impianti di incenerimento si fa anche in Germania, Regno Unito e Francia, mentre più staccati sono i dati di Italia e Spagna

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Più in generale si può dire che ci sia una relazione inversa fra utilizzo delle discariche e altre forme di smaltimento del rifiuto (recupero/riciclaggio, compostaggio, incenerimento). I Paesi del Nord Europa, che sono “incidentalmente” anche quelli più ricchi, fanno maggior raccolta differenziata, maggior recupero di energia attraverso i termovalorizzatori e minori conferimenti in discarica. Si consideri che Malta, Grecia, Romania e Croazia hanno  percentuali di conferimento in discarica che vanno dal 92% all’80%, mentre la percentuale di rifiuti avviati a recupero termico oscilla per tutti questi paesi intorno allo 0%.

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L’Italia

Comincio ora ad entrare nel merito della questione sollevata dai due vicepremier.

In Italia si producono ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani; 14 milioni nelle regioni del nord, 6,5 milioni nelle regioni del centro e poco meno di 9,5 milioni nel sud e nelle isole. Come per molti altri dati, anche sui rifiuti il paese sembra spaccato in 2 o 3 realtà completamente diverse; fatti salvi comportamenti virtuosi di alcune isolate province.

In generale la produzione di rifiuti è maggiore al Nord e al Centro e inferiore al Sud. L’Ispra, in accordo con l’Istat, ha messo in correlazione la produzione pro capite con gli indicatori economici e la propensione alla spesa delle famiglie individuando una correlazione R2 pari a 0,84 per la propensione alla spesa e 0,70 per il PIL. 

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Apro a questo punto una piccola parentesi relativa alla normativa. La legge italiana (Dlgs 33/2003), nonché quella europea, prevede che ogni tipologia di rifiuto urbano, prima di essere conferita a destino, sia esso discarica o inceneritore, deve essere trattata meccanicamente. Il trattamento meccanico è funzionale alla messa in sicurezza da agenti pericolosi, alla separazione della frazione secca da quella umida e così via. Nonostante ciò l’Istituto calcola che nel 2016 ben 856.000 tonnellate di rifiuto non trattato siano finite in discarica.

Dei 326 impianti di trattamento ben 231 sono nel nord Italia.

In ordine al conferimento finale dei rifiuti, la situazione italiana segue a grandi linee le tendenze rilevate in UE, con un nord in cui è più efficace la raccolta differenziata e meno frequente il ricorso alla discarica. Lombardia e Friuli Venezia Giulia conferiscono in discarica appena il 4% dei rifiuti, la Sicilia l’80%. Le percentuali di raccolta differenziata variano intorno al 70% per le regioni del Nord; la Sicilia è fanalino di coda con appena il 15,4%. Naturalmente esistono eccezioni, penso a Benevento con percentuale sopra il 70%, ad alcune province della Sardegna (>60%), ma il dato generale evidenzia una spaccatura profonda nel Paese.

Dei 46 impianti di incenerimento si è scritto ampiamente in questi giorni sui quotidiani. La gran parte sono ubicati al Nord (di cui 13 in Lombardia e 8 in Emilia Romagna ) e solo 7 al Sud (in Sicilia nessuno). Il 69% dei rifiuti destinati ad inceneritore (Frazione secca e Combustibile Solido Secondario sul quale torno verso la fine di questo post) sono trattati al Nord, il 12% al Centro e il 19% al Sud. In totale in Italia vengono destinati ad incenerimento 5,4 milioni di tonnellate; il 18% del totale rifiuti prodotti.

Il recupero energetico dovuto all’incenerimento è stato nel 2016 pari a 4,6 milioni MWh di energia elettrica e 2,2 milioni MWh di energia termica con un rapporto medio Kw/Kg  bruciato pari a 0,68. Lascio agli ingegneri la valutazione sulla bontà di questo rapporto.

Si comincia comunque ad intuire perché paesi più ricchi ed industrializzati abbiano fatto la scelta dell’inceneritore e del cogeneratore.

Trasporto transfrontaliero

Abbiamo visto che delle 30 milioni di tonnellate anno prodotte in Italia quasi 7,5 vengono conferite in discarica, 6 incenerite, circa 5 utilizzate in trattamenti di compostaggio e 7,6 (soprattutto cartone) riciclate. C’è però una parte non trascurabile che viene esportata. Circa 433.000 tonnellate di rifiuti, la stragrande maggioranza non pericolosi, varcano ogni anno la frontiera andando ad alimentare per lo più impianti di incenerimento in Austria e Ungheria (il 57%). Questi due paesi ricevono da noi in particolare CSS (Combustibile Solido Secondario, codice CER 19.12.10).

La Campania, prima regione esportatrice, “trada” 103.000 tonnellate di rifiuti di cui 74.000 di rifiuti prodotti dal trattamento meccanico (Codice CER 19.12.12) per la maggior parte in Austria.

La quasi totalità dei rifiuti che esportiamo è oggetto di recupero di materia o energetico e solo lo 0,1% viene smaltito.

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Insomma, non siamo allo spreco di ricchezza ma quasi.

Paradossalmente siamo anche importatori di rifiuti, principalmente dalla Svizzera, per circa 208.000 tonnellate annue. La Campania, che non esporta nessun rifiuto pericoloso, importa 36.000 tonnellate (principalmente scarti di abbigliamento) e 101 tonnellate di rifiuti pericolosi.

Costi

Un’analisi molto interessante è quella relativa ai costi pro capite relativi a tutta la filiera del rifiuto, dalla raccolta allo smaltimento. Il cittadino del nord paga in media 179,64 euro, quello del centro 240,20, quello del sud 229,11. Dai dati disaggregati emerge che il costo pro capite è sempre tanto inferiore quanto è maggiore la percentuale di raccolta differenziata.

I nostri eroi

Torniamo ora dunque ai nostri eroi, che mentre scrivo sono a Caserta a firmare fra squilli di fanfara e fiumi di demagogia un protocollo per la gestione della Terra dei Fuochi. Ebbene le vicende accadute nel casertano e nel napoletano nulla hanno a che fare con gli inceneritori. Quelle terre sono state chiamate dei fuochi per i roghi che, a cielo aperto, venivano accesi per bruciare i rifiuti lasciati nei campi. L’associazione di idee sottintesa nelle parole di Di Maio, e dei suoi compari di governo pentastellati, con gli impianti di incenerimento costruiti secondo le norme, dotati di sistemi di abbattimento fumi, che ricevono rifiuti trattati prima di essere conferiti, frutto della raccolta differenziata, con i roghi della camorra non c’entrano niente.

La camorra guadagnava, e forse ancora guadagna, dalla gestione dei rifiuti ma guadagna con poca spesa. Un impianto integrato (ovvero capace di fare trattamento preliminare, incenerimento e separazione-abbattimento dei fumi) di piccole dimensioni, capace di stoccare e trattare 600 metri cubi/h costa a mercato non meno di 40/50 milioni di euro. Molto più proficuo interrare in discarica, magari abusiva, la “monnezza” che bruciarla. Nulla vieta a chicchessia, anche alla criminalità organizzata, di fare investimenti pesanti, ma se questo fosse il problema allora perché costruire strade, ponti e infrastrutture in genere?

Il problema principale dei rifiuti è che non si possono azzerare del tutto, nonostante quello che raccontano i 5 Stelle. Per quanto il recupero di materia sia spinto, immaginare un mondo senza rifiuti è illusione; assomiglia a quella battuta comparsa su Lercio che diceva a proposito dell’emergenza topi a Roma “li convinceremo ad usare i preservativi”. Persino dopo che i rifiuti sono stati bruciati negli impianti più moderni la loro combustione genera altri rifiuti. Quindi prima o poi bisogna averci a che fare. Non tutto può essere riciclato. Una buccia di mela non può essere riciclata o trasformata tal quale in Materia Prima Seconda. Per farlo serve che passi per un impianto di compostaggio a cui i 5 Stelle sono contrari.

Nella provincia di Treviso, la più virtuosa in Italia con una percentuale di differenziata del 90%, circa 40kg di rifiuti pro capite annui non possono essere recuperati e quindi devono essere smaltiti in qualche modo. Il Movimento 5 Stelle, contrario ad ogni forma di smaltimento, anche green, pensa alle discariche? Lo dica.

La posizione opposta è quella del leader leghista Salvini secondo il quale ci vorrebbe un inceneritore in ogni provincia. Neanche questa posizione convince del tutto perché per generare efficienza è necessario trattare grandi quantità di rifiuti e perché senza impianti di pretrattamento integrati con l’inceneritore, che come detto ha costi specifici molto elevati, il rientro dall’investimento è molto lento. A meno che gli impianti siano pochi e quindi facciano mercato chiedendo costi di conferimento molto elevati. Condizione questa che esclude l’idea di un impianto per provinciam dunque. E' il caso ad esempio dei rifiuti di Roma Capitale, il cui smaltimento è costato circa il 40% in più dei prezzi medi praticati prima che venisse bloccata la discarica di Malagrotta.

Una strada alternativa, o meglio complementare, è quella di utilizzare i cementifici in forza di una direttiva CE recepita in Italia nel 2013 conferendo CSS. Si può fare, anche perché il Combustibile Solido Secondario ha buone caratteristiche calorifiche (circa il 70% rispetto al carbone) e basse emissioni di CO2 (all'incirca 1/3), ma anche in questo caso i costi di revamping per adattare caldaie e turbine al nuovo combustibile sono affatto trascurabili; specie per gli impianti progettati qualche decina di anni fa. Gli esempi di conversione di vecchi cementifici senza pesanti interventi tecnici raccontano di improvviso innalzamento delle emissioni inquinanti, soprattutto metalli. Tanto vale a quel punto costruire termovalorizzatori ad alta capacità energetica con tecnologie moderne di trattamento dei fumi e degli scarti.

In conclusione ritengo che tutta questa bagarre produrrà nulla e sia funzionale solo agli interessi elettorali dei 2 partiti che formano la maggioranza.

Probabilmente gli esempi virtuosi a cui guardare sono nel Nord Europa. Oppure a quelle eccellenze nostrane che esportano tecnologia per i termovalorizzati extra territorio. Ma l'Europa a cui guardano i rossobrunati è solo quella da attaccare perché non fa fare deficit.

13 commenti (espandi tutti)

Non che questo cambi la sostanza del discorso, ma non capisco da dove viene il dato di 0,68 sul recupero energetico. Immagino l'unità di misura corretta sia kWh/kg, ma se da 5,4 milioni di tonnellate inceneriti si ricavano 4,6 milioni di MWh di energia elettrica e 2,2 milioni MWh di energia termica, il rapporto dovrebbe essere (4,6*10^9 + 2,2*10^9) kWh / 5,4*10^9 kg = 1,26 kWh/kg. Cosa mi sfugge?

Buongiorno Filippo, ti ringrazio per l'osservazione ma non sono né chimico né ingegnere. Da circa 6 mesi lavoro lato finanza al revamping di 2 centrali. I dati che ho riportato (KWh/kg) sono quelli contenuti nel rapporto ISPRA e i miei tecnici me li hanno confermati. Trovi la tabella completa all'interno del rapporto

In realtà non è un calcolo semplice ed immediato. E’ un parametro che è stato inserito nella direttiva 2008/98/CE (Direttiva quadro sui rifiuti) che, per la prima volta definisce la differenza tra incenerimento a terra (categoria D10), che è essenzialmente uno smaltimento, e recupero energetico (categoria R1) cioè il rifiuto che ha una “Utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia”, mettendo un punto alle infinite diatribe nate dalla distinzione. Il discrimine giace proprio nell’efficienza di recupero energetico, che deve essere superiore a dei livelli minimi, stabiliti sia per gli impianti nuovi sia per gli impianti in esercizio. Il Calcolo di questa efficienza (cioè il valore riportato dal post) deriva da un algoritmo in cui vengono presi in considerazione input ed output energetici opportunamente pesati. In pratica si tratta di un bilancio energetico tra entrate ed uscite su base annua. Per essere considerato impianto di categoria R1 il valore minimo è stato fissato a: 0,60 per impianti in esercizio ed autorizzati in accordo alla normativa comunitaria vigente prima del 1 gennaio 2009 e 0,65 per impianti autorizzati dopo il 31 dicembre 2008. Senza entrare troppo in tecnicalità, comunque i nuovi impianti dovranno essere molto efficienti, e la destinazione e il tipo di energia prodotta (elettrico o termico) è funzione delle esigenze locali. Data la definizione dell’algoritmo di calcolo, la produzione di energia termica offre dei vantaggi perché permette di arrivare più facilmente al valore di efficienza richiesto. Per questo i paesi del Nord Europa (più orientati per evidenti motivi a produrre calore) sono più favoriti dalla definizione e, paradossalmente, favoriscono l’invio di rifiuti dal Sud Europa poiché l’incenerimento dei rifiuti urbani raggiunge più agevolmente lo status di operazione di recupero.

Grazie.

michele boldrin 20/11/2018 - 16:28

A questo servono i commenti, vi ringrazio.

A pag.85 del Rapporto Rifiuti Urbani ISPRA 2017 è riportato il dato di 5.403.862 t inviate ad incenerimento.

Invece a pag. 120 i dati sono: 6,203 milioni di tonnellate trattate con un Recupero Energetico di 4,542 mil di Kwh elettrici e 2,161 milioni di Kwh termici prodotti, per complessivi 6,703 milioni di kwh.

Il rapporto medio risulta perciò: 6,703/ 6,203 Kwh/Kg = 1,08 Kwh/Kg, pari al Re Energetico per Kg indicato nella Tab 3.3.5 (0,73 + 0,35).

Invece il rapporto 0,68 è quello relativo al solo Recupero Energetico elettrico di 1.654.969 MWh elettr diviso 2.443.356 tonn trattate negli impianti con ciclo di cogenerazione; valori riportati nella stessa Tab.

Almeno così mi sembra.

Posso aggiungere alla discussione una riflessione personale. Oltre a quanto molto ben rimarcato nel post, spingere molto nel recupero e riciclo di materia, cioè andare verso la famosa economia circolare, implica molto di più che un semplice aumento di raccolta differenziata. Bisogna completamente riprogettare i prodotti cioè i cicli produttivi e industriali. Cosa che in paesi con cicli produttivi ad alta tecnologia si sta facendo con non poche difficoltà. Nella nostra Italietta, terra di economia a bassa tecnologia ed innovazione, l'impresa diventa sovrumana, molto al di là delle capacità dei "nostri eroi". Quando il vicepresidente del consiglio si riempie la bocca di economia circolare mi fa l'effetto del villaggio indiano (dell'India non di Toro Seduto) in mezzo alla giungla dove lo stato centrale ha installato, proprio al centro, una cabina con telefono satellitare per facilitare le comunicazioni, istituzionali o meno. Ecco, avrai pure un telefono satellitare al centro del villaggio ma vai ancora in giro a dorso di mulo e ti scaldi con la legna raccolta nella giungla.   

Si dovrebbe scrivere qualcosa sull'economia circolare

'In conclusione ritengo che tutta questa bagarre produrrà nulla e sia funzionale solo agli interessi elettorali dei 2 partiti che formano la maggioranza.'

E questo accadrà se non avranno capacità di fare scelte sensate invece di procedere solo per annunci.

In effetti in medio stat virtus: incenerire il minimo di indifferenziabile.

Raggiungere ciascuno dei limiti, tutto differenziato o tutto incenerito, comparta un costo insostenibile, per cui si dovranno fare entrambe le cose: aumentare la differenziazione e costruire qualche altro inceneritore.

Riusciranno i nostri eroi?

Basterebbe che applicassero pedissequamente quanto prevedono le direttive europee che l'Italia ha recepito o è in procinto di farlo. Applicare la filosofia delle 4 R: Riduzione, Riutilizzo, Riciclo e Recupero (in realtà ci sarebbe anche la 5°: Raccolta differenziata che è il presupposto di ogni politica di smaltimento). Riciclaggio del 65% dei rifiuti urbani e del 75% dei rifiuti di imballaggio ma soprattutto ridurre al massimo al 10% il collocamento in discarica per TUTTI i rifiuti entro il 2030. Entro la stessa data, il 2030, dovrà essere imposto da legislazione con incentivi e sanzioni tra gli altri: il divieto del collocamento in discarica dei rifuti della raccolta differenziata, riduzione della metà dei rifuti alimentari, sviluppo di norme di qualità per le materie prime secondarie al fine di aumentare la fiducia degli operatori nel mercato unico, etc. Capisco che un discorso articolato a chi è abituato ad esprimersi a slogan può creare problemi ma si potrebbe provarci. Piccolo inciso al post: la buccia di mela ha ancora un buon contenuto energetico da sfruttare con la digestione anaerobica per produrre biogas cioè metano, prima di andare al compostaggio. Ovviamente i nostri eroi 5S sono contrari sia agli impianti a biogas che quelli per il compostaggio.

Sì, non c'è da inventarsi nulla ma usare solo un po' di buon senso. Non ho certo inventato l'uovo di Colombo scrivendo che si deve incenerire il minimo di indifferenziabile.

Anche la virtuosa Germania, che non porta in discarica quasi nulla, produce troppi rifiuti, 30% più di noi pro capite, e ne conferisce troppi agli inceneritori, il 32%.

Tante volte l'Italia è stata sanzionata per non aver rispettato direttive recepite. Quindi il problema resta: ci riusciranno? Loro o chi li seguirà, perché spero che non siano ancora lì tra 12 anni. Dovrebbero essere trovate, e imposte, soluzioni che utilizzano meno spreco di materiale; dalle ricariche dei dentifrici alla sostituzione delle sole spazzole degli spazzolini per i denti (una volta li ho trovati). O usando rasoi con sole lame da sostituire. Per esempio.

Dovremmo anche noi cittadini essere più virtuosi, utilizzando sempre più l'acqua dei rubinetti o dei distributori di acqua e di detersivi liquidi, riutilizzando i nostri contenitori anziché gettare tonnellate di bottiglie monouso di plastica; delle 530mila tonnellate di Pet immesse sul mercato in Italia solo 235mila vengono rigenerate.

Al miglioramento di quelle percentuali ci si arriva partendo da noi. Si dovrebbe migliorare la nostra cultura in merito. Un viceministro per l'ambiente, e non quello della paura dello straniero.

Buonasera,

mi permetto alcune precisazioni in riferimento all’impiego dei Combustibili Solidi Secondari nei cementifici, occupandomene in prima persona nella mia attività lavorativa.

Vado per punti:

1) i CSS, prima chiamati CDR (combustibili da rifiuti) esistono da molti anni. Ciò che è avvenuto nel 2013 è il varo di un DM ministeriale, il 22/2013 (“Decreto Clini”), che in attuazione della disciplina EU porta a poter classificare come End of Waste sei CSS che sottostanno a rigorosi limiti di caratterizzazione di prodotto, nonche di controlli dei lotti di produzione, prima del loro utilizzo, a beneficio e a tutela della salvaguardia ambientale 

2) i CSS sostituiscono parzialmente le calorie necessarie al processo produttivo tecnologico per la produzione di cemento, sostituendo di fatto fonti fossili e generando quindi un risparmio netto di emissioni rispetto all’incenerimwnro, in quanto se quei rifiuti fossero inceneriti, si avrebebro cque le emissioni dei cementifici che produrrebbero con fonti fossili.

3) i dati emissivi conseguenti all’impiego di css nei cementifici, secondo i nostri dati di anni di rilevi in continuo e in discontinuo, dicono che le emissioni sono invarianti, se non addiritttua leggermente migliorative per taluni inquinanti, quali NOx, SO2. I metalli non mutano. La CO2, che però è un gas clima alterante e non inquinant, si riduce grazie alla quota di biomassa contenuta nella frazione organica residua del rifiuto.

4) il rendimento energetico, parlando di energia termica, dell’impiego di css nei forni da cemento (che sono cosa ben diversa da delle caldaie!) è inoltre nettamente più alto che non per un termovalorizzatore

5) la combustione dei css nei forni da cemento non genera scorie o ceneri 

6) le due soluzioni termovalorizzatori/cementifici sono tra loro complementari ed integrabili e aiutano a chiudere il ciclo della raccolta differenziata, per quella quota parte di rifiuto altriem non recuperabile come materia.

Cordialmente

 

 

Questi cellulari stanno stravolgendo l'italiano :)

Si, avrei voluto scvrivere altro sul CSS ma il post era già troppo lungo. Grazie per il tuo intervento

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