I bersani, non i patti, fanno crescere la produttivita' (I)

26 settembre 2006 michele boldrin
Ancora una volta il capo di un sindacato propone al governo di fare un patto. E' bene dirgli di no: ci vogliono meno patti e piu' bersani. Siccome il ragionamento m'e' venuto lunghissimo, ve lo faccio a puntate. Yu uil av tu zorri mi, come dice la mia signora ...

I "patti" tra parti sociali e governo, tutti gli italiani sanno cosa sono. I "bersani", invece, costituiscono un nuovo concetto che è meglio definire precisamente. Dicesi bersano (pl. bersani) ogni atto legislativo o esecutivo che aumenta la competizione in un mercato/settore economico oppure riduce i costi burocratico-fiscali necessari per operare nel medesimo.

Poco dopo le elezioni questo governo aveva illuso molti con il primo bersano dell'ultimo decennio di storia patria. Apro una parente, direbbe frate Frassica: [Gia' odo i malevoli sibilare: illuse anche voi, oh pischelli! Alla luce degli articoli raccolti sotto bersani e liberalizzazione, l'evidenza, memore del "bigbeng" di mike bongiorno, dice stop alle malevoli insinuazioni: non c'illuse proprio. Chiudo la parente.] Non che dieci anni orsono i bersani andassero a ruba: ve ne furono un paio quando il baratro fiscale forzo' i governi tecnici Amato-Ciampi-Dini a privatizzare un po' di monopoli e aziende pubbliche; prima di allora credo occorra ritornare al primo dopoguerra per trovarne altri. Il bersano è piatto non gradito sulla tavola della politica economica italiana, dove invece i patti riempiono i piatti.

Ora già siamo a fine settembre, in piena dirittura d'arrivo per la famosa "finanziaria" e tutto apparentemente tace. [Qualcuno legge nFA: tre ore dopo aver pubblicato questo, son cominciate a filtrare le illazioni!] Qualcosa in pentola bolle e, leggendo le notizie piccole s'ha la sensazione che in pentola, purtroppo, bollano pochi bersani, e tanti patti, pattini, patterelli, patterucci e, soprattutto, pateracchi. Il coperchio della medesima, che Francesco Giavazzi aveva provato in piena estate a sollevare, è stato immediatamente e destramente rinchiuso dal signor ministro incaricato dei piatti o patti, il quale alla semplice ma importante domanda di Francesco su quali capitoli di spesa avesse intenzione di tagliare e quali ostacoli alla crescita avesse intenzione di rimuovere ha risposto (in un italiano molto più paludato ed elegante del mio, ma a mio avviso anche più maleducato) "stra%!(#&?^zzi miei!" ... e lì e' finita la discussione, che io sappia. Va detto: la zeppa finale la pose quel grande statista dell'Eugenio Scalfari, che tessendo le lodi del suo amico ministro, spiegò a quello sbarbatello del Giavazzi che la politica sempre ha il primato sull'economia e che se Giavazzi questo ancora non l'ha capito, la smettesse di scrivere editoriali su cose importanti per giornali importanti e lasciasse a fare a chi sa sia dell'una che dell'altra, come l'Eugenio appunto.

La discussione sta avvenendo come la vorrebbe il Conte d'Almaviva "zitti, zitti, piano, piano, non facciamo confusione, per la scala del balcone ..." Io, ancora più imberbe di Francesco Giavazzi, credo non sia proprio il caso di far passare tale discussione dal balcone [sotto il quale, come nel Barbiere, la scala e' stata tolta da tempo... mai metafora mi venne più appropriata, specialmente a leggere le illazioni e le reazioni alle stesse] ma per la porta grande, per essere condotta nella pubblica piazza. Ok, piazzetta nFA ... Proviamo a farla, seppure a puntate, questa discussione, allora.

Il mio punto di partenza e': per l'eNNesima volta (dove N e' un numero davvero grande) uno dei leaders dei sindacati italiani ha proposto al governo un "patto". Il patto in questione dovrebbe avere la seguente forma: il governo taglia le tasse e fa la politica fiscale che a "noi" sembra piu' conveniente e "noi" ci impegniamo a lavorare per il bene del paese. Nell'esempio in questione il sindacato è Confindustria ed il signore in questione è Montezemolo; la notiziola l'ho letta su la Repubblica, ma era riportata pari pari anche da altri organi di stampa. Vorrei commentare una breve parte del discorso di Montezemolo (per oggi basta e avanza) e poi, nei giorni a venire, usare il commento di oggi per leggere il dibattito di politica economica autunnale. Due aggiunte. Il periodo sembra quello giusto, visto che gia' da oggi si capisce che la finanziaria creera' discussione. In secondo luogo, qui cito Montezemolo ma le stesse cose, o peggiori, le pensano e le dicono i capi degli altri sindacati italiani, si chiamino CGIL-CISL- UIL, Confcommercio o quel che volete voi.

Siccome il signor Montezemolo sembra sia un imprenditore, nella sua proposta ha parlato chiaro ed ha spiegato come si fa a fare il patto

<<Confindustria lancia a governo e sindacati la
proposta forte di un vero e proprio patto per la produttività. Un progetto
come siamo abituati a fare in azienda: obiettivi precisi, compiti
chiari per ciascuno, risultati misurabili.>>

Qui c'è l'errore di fondo: sulle riviste di economia si discute animatamente e da molti decenni sulle teorie, o meglio: domande, poste da un certo signor Ronald Coase. Il signor Coase si è occupato per molti anni di questo: cos'è un'impresa? La sua idea, come è spesso il caso per idee profonde, viene da un paradosso: perché mai ci sono le imprese in cui qualcuno mette il capitale e (o lui o chi lo rappresenta) decide che fare, mentre tutti gli altri fanno esattamente come dice lui? Non si potrebbe fare tutto con i mercati di compravendita senza nessuno che dia ordini, comprando e vendendo servizi e beni anche dentro ai capannoni, chiede il genialotto? Lo so, sembra una domanda da pirla, ma cosa volete: i teorici hanno la licenza pirlesca come i poeti quella poetica, quindi portate pazienza e fate finta di seguire il ragionamento. Non potremmo, e rieccolo il Coase, organizzare invece tutto attraverso i mercati? Chiaro che no, direte voi, non per caso le imprese ci sono ...

Giusto, le imprese ci sono e ci sono anche i mercati con tante imprese diverse, i consumatori, gli imprenditori, i lavoratori, i fornitori, ed i disoccupati: insomma ci sono i sistemi economici. Qui è il punto: le imprese NON sono come un sistema economico, e siccome l'economia italiana è un sistema economico essa non è un'impresa! Ora attenti al giro di parole: se e' vero che sarebbe demente cercare d'organizzare un'impresa a base di mercati, e' altrettanto folle organizzare un sistema economico come se fosse un impresa. Quindi, fare progetti di politica economica da applicarsi all'intero paese partendo dal presupposto che è "come se" si trattasse di un'impresa è strategia foriera di grandi disastri. Poiché l'ipotesi di partenza è sbagliata ciò che segue lo è pure, se segue coerentemente dall'ipotesi.

Non fermiamoci qui, facciamo un passo avanti. Capiamo meglio perche' un sistema economico non è un'impresa e non si può governare, ed ancor meno riformare, agendo in analogia. Per far questo torno alla teoria economica e senza più chiedervi perdono: se siete arrivati sin qui, la curiosità di scoprire chi è l'assassino deve essersi insinuata in voi. Di risposte i miei colleghi che dibattono l'argomento ne hanno date molte - io mai ci ho provato, però il problema me lo son posto a causa del mio advisor, tal Lionel McKenzie, che ha passato la sua vita a teorizzare sui sistemi economici premettendo che, purtroppo, nei suoi modelli non v'erano imprese perché, nonostante fossero 55 anni che ci pensava, lui cos'era un'impresa non era ancora sicuro d'averlo ben capito ... Ad ogni buon conto, tutte le risposte sensate alla domanda di Coase hanno un elemento in comune: ci sono differenze "informative" sostanziali fra un'impresa ed un sistema (economico, ma l'attributo lo do per sottinteso) ed è a causa di queste differenze sulla distribuzione dell'informazione e su "chi sa che cosa" che alcune attività si organizzano attraverso imprese ed altre attraverso mercati.

Per farla semplice: usa l'impresa solo se pensi che chi deve comandare "sa tutto ciò che c'è da sapere". Saper tutto vuol dire sapere cosa sanno fare gli altri e cosa no, cosa si aspetta il mercato, che tempo fa domani, che prezzi faranno i fornitori, eccetera. Non serve che sappia con certezza, basta sappia assegnare probabilità agli eventi, fare calcoli e poi decidere. Per lui, per il mister, non ci sono sorprese vere, ma solo realizzazioni di eventi incerti. Qui è il punto teorico importante: l'impresa funziona per fare certe cose perché il decisore "sa tutto", nel senso appena detto. Quindi fa patti, che si chiamano contratti, con gli altri membri della squadra, e poi via, pedalare, che qua comando io, che questa è casa mia ...

I sistemi economici, invece, sono coordinati da mercati in cui non c'è nessuno che sappia tutto ma tutti sanno qualcosa d'importante. Per questo non sono imprese, e per questo non possono essere governati come imprese. Perché, quando milioni di persone (circa 60 nel nostro caso, ma molte di più visto che commerciamo con centinaia di milioni di non italiani) sanno qualcosa di rilevante ai fini prefissi, riunire un gruppo, una commissione, un tavolo di trattative, in cui poche persone fanno un piano che poi tutti gli altri milioni devono eseguire equivale a garantirsi che il disastro verrà e sarà non lieve.

Perché un sistema raggiunga gli obiettivi prefissi NON bisogna fare piani e dare ordini ed elaborare progetti. Bisogna chiedersi: chi sa fare che cosa? Quali cose sanno che io non so i milioni di lavoratori ed imprese che compongono il sistema? E queste persone che devono fare X ed Y, oltre ad essere capaci di farlo, desiderano farlo l'X e l'Y? Hanno gli incentivi per farlo? In che maniera posso io (faccio finta ora d'essere sia Prodi che Montezemolo che Epifani che tutta la combriccola messa assieme) dare a costoro incentivi perché facciano ciò che sanno fare e lo facciano bene?

Farsi quste domande, e risponderle seriamente, è essenziale per fare le riforme, o anche solo per fare la politica economica fatta bene. E farsi queste domande è tutto il contrario di fare un piano o un patto. Dalle risposte a queste domande, come abbiamo imparato con anni di studi, esce, al più, un "meccanismo" per dare alle persone l'incentivo di fare X o Y. Ma Montezemolo non ha usato la parola meccanismo per definire il suo patto, ha usato la parola "piano" e la parola "patto", e tutto quello che ha detto in seguito (che discuto nella prossima puntata) è tragicamente coerente con l'idea del patto-piano ed incoerente con quella di meccanismo. E ciò che ha detto è, anche se Montezemolo ed i suoi consiglieri probabilmente non lo sanno, socialismo puro e duro.

Si', il signor Montezemolo dice cose socialiste, solo che non lo sa. Perche', vedete, se ci fossero dei capi che hanno tutta l'informazione necessaria potremmo anche organizzare un sistema come se fosse un'impresa meravigliosa: il piano socialista. Ma, siccome non c'è nessuno, neanche Montezemolo, che sa tutto allora il socialismo è un'idea che non funziona e fa danno. Questo è il problema del signor Montezemolo, ed ovviamente del signor Epifani e degli altri colleghi di costui che non mi ricordo come si chiamino. Ed è anche il problema, temo, del signor Prodi (il cui segretario, infatti, non potendo ancora fare piani di sistema fa, per allenarsi, piani industriali per aziende non sue) e di molti suoi alleati e colleghi di governo. Sembrava non essere il problema del signor Bersani, ma il signor Bersani s'è un po' defilato.

Ricapitoliamo: guai a fare patti per fare piani nazionali. Occorre fare "meccanismi" invece ... ma non ho provato a dire cosa sono: ci provo la prossima volta. Chiudo il riassuntino rispondendo ad una delle mille critiche che di sicuro i miei lettori faranno: ma anche per fare i "meccanismi", qualsiasi cosa siano, occorre mettersi d'accordo. Quindi un patto ci vuole, o no? Certo, un patto ci vuole, ma ce l'abbiamo già: si chiama democrazia parlamentare con tutti i dettagli della costituzione italiana. E se proprio volete fare un altro patto, oltre a quello che abbiamo già, per dare solennità all'occasione propongo che in Italia si faccia il seguente patto fra tutte le parti sociali ed antisociali: facciamo il patto di non far più altri patti.

6 commenti (espandi tutti)

Il sito del corriere di oggi (26 settembre) riporta la notizia di un
incontro in data odierna fra Prodi, Padoa-Schioppa e Montezemolo, per
parlare proprio della prossima Finanziaria. Presenti anche Visco e
Beretta (direttore generale di Confindustria).

Come dice michele, "zitti zitti piano piano..." 

La scelta nella democrazia parlamentare si fa sugli schieramenti e
sulle persone non sui meccanismi. E questo avviene per delle ragioni
precise.

Sugli schieramenti perché in un paese che si divide su tutto, la
riconoscibilità , l'appartenenza ad un gruppo sono un tratto distintivo
che
rende l'individuo precisamente quello che é. Così mi spiego perché
ancor oggi, se mi trovo sulle sponde dell'arbia, nei pressi di montaperti, un

senese ancora esulta dicendo "noi s'era di qua e loro (i fiorentini)
di là ", intende qualcosa che va oltre il becero campanilismo (sette
secoli
dopo!).  Sulle persone perché le qualità degli individui come soggetti
nei quali riconoscersi fanno un passo indietro rispetto alla logica
di
schieramento. Così mi spiego perché in molti dicono di preferire Prodi
a D'Alema non per le qualità del singolo (che se così fosse l' ordine
di
preferenza verrebbe capovolto) ma semplicemente perché il primo é uno
che unisce lo schieramento mentre il secondo lo divide: e probabilmente
hanno
ragione. Discutere sui meccanismi significa togliere il velo su quello
che si vuole veramente, su chi si vuole favorire e su chi si
intende
penalizzare, e in che modo questo verrà fatto. In una
democrazia parlamentare questo é un errore imperdonabile.

La democrazia parlamentare repubblicana è il meccanismo, e questo gli italiani lo hanno scelto tra il 46 e il 48. Permettendomi di interpretare il post di Michele, nessuno propone di mettersi a fare discussioni astratte sui meccanismi (peraltro legittime: secondo me bisognerebbe mettere mano quanto prima alla legge elettorale) ma semplicemente far funzionare il meccanismo che ci siamo dati.

In altre parole, se per qualunque motivo voto Prodi, o per spirito di schieramento o perché mi fa venire meno male allo stomaco di quell'altro o perché è mio cugino, poi vorrei che la politica economica la facesse Prodi in Parlamento. Non voglio che la facciano Montezemolo, Epifani o altri ancora meno rappresentativi.

In un mondo ideale la consultazione delle parti sociali prima di prendere provvedimenti economici importanti non è in principio una cattiva idea, dato che permette di raccogliere informazioni più precise sulle preferenze della società. In pratica, in Italia è servita principalmente a bloccare mediante un gioco di veti incrociati qualunque tentativo seriamente riformatore. Facciamo quindi funzionare il meccanismo, come si è almeno provato a fare con il decreto Bersani. La maggioranza parlamentare si prende le sue responsabilità, fa le sue proposte in modo trasparente, e poi ci si confronta in modo pubblico.  Le opinioni di sindacati, di confindustria o di noiseFromAmerika sono benvenute (va beh, le nostre un po' meno), ma sia chiaro che di opinioni si tratta. Le decisioni le devono prendere i rappresentanti eletti dal popolo.

L'interpretazione suggerita da Sandro, e l'analisi che ne consegue, mi trovano perfettamente consenziente.

Sospetto che parte della differenza d'opinioni sia dovuta all'interpretazione di cio' che io intendo e Altikkun intende per "meccanismo".

Io il mio non l'ho spiegato, ma durante il week end scrivo il secondo post sul tema "meno patti e piu' bersani" e mi spiego meglio.

Se Altikkun vuole, forse puo' spiegare perche' pensa che in democrazia non si debbano scegliere "meccanismi" nel senso che dice lui, ammesso che siamo d'accordo che la democrazia e' un meccanismo anch'essa, ed e' un meccanismo per fare scelte. Su questo, spero concordiamo.

Infine, sul fatto che si eleggono persone anche perche' ti "ispirano" a livello pre-analitico: d'accordissimo. Lo sostiene anche Salviati nel dialogo con Sagredo la cui prima puntata Andrea Moro ed io abbiamo riportato in questo sito alcuni giorni fa.

Anche quel dialogo va continuato, e' vero, come la riflessione sui patti ed i bersani. Ma oggi e domani ci concentriamo sui costi fissi da un lato e sulla bozza di finanziaria dall'altra ed, in particolare, l'idea (a mio avviso folle) di fare marcia indietro sulla riforma Tremonti ed anzi inasprire la "progressivita'' (raramente parola fu peggior scelta) del sistema fiscale.

 

 

 

A me piacerebbe molto che i meccanismi funzionassero precisamente nel senso che Boldrin e Brusco auspicano. Temo però questa sia una posizione come dire, un tantinello idealistica. Cerco di chiarire: a me pare che Prodi sia l'agente e che Montezemolo, Epifani e parecchi altri ancora siano i principali. Come ogni agente Prodi gode di una sua discrezionalità, nè più (sospetto), nè meno (me lo auguro), del mio agente immobiliare. Certo possiamo far tornare le cose sostenendo che i principali siano gli elettori. Basta sapersi accontentare. In fondo il mio punto é unicamente questo.

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