Il bilancio dell'eterodossia nelle scienze sociali

23 luglio 2010 andrea gilli

Dopo la famosa lettera dei 100 economisti e le giornate di nFA, in Italia è iniziato un confronto, finora solo a livello pubblicistico (dati approfonditi e studi accademici non sono ancora apparsi) tra la scuola mainstream e i cosidetti economisti critici. Recentemente, Antonella Stirati, su Il Sole-24 Ore, ha chiesto che l'accademia si apra ai lavori di questi ultimi. Non è mio compito dire cosa sia giusto, lecito o proficuo fare per le scienze economiche. Posso però raccontarvi quello che è successo nel mio campo, la branca della scienza politica che si occupa di Relazioni Internazionali (d'ora in avanti, IR) dove a partire dagli anni Novanta c'è stata un'apertura agli approcci eterodossi. Ognuno poi può trarre le conclusioni che vuole.

Innanzitutto, conviene dire due parole sulle IR. Questa è una disciplina recente (la prima cattedra fu stablita nel 1919). Infatti, nonostante secoli di dispute filosofiche (da Tucidide a Kant), lo studio sistematico della politica internazionale è emerso solo alla fine degli anni '70.

Ciò è probabilmente dovuto alla complessità dell'oggetto di studio (la pace e la guerra) e alla sua incerta relazione con una serie infinita di variabili, tra di loro a loro volta,non chiaramente connesse (economia, diritto, storia, tecnologia, politica domestica, cultura, religione, etc.).

Inoltre, per via del suo oggetto di studio, l'agenda di ricerca delle IR è fondamentalmente dettata dalla politica corrente. Se ciò evita dispute irrilevanti il problema è anche una teorizzazione spesso vuota, lacunosa logicamente o empiricamente debole.

''Lo studio sistematico... e poi sistemico''

Nonostante tutte queste difficoltà, la disciplina è riuscita a sviluppare una sua sistematicità. Carr e Morgenthau hanno scritto delle pagine estremamente illuminanti. Ma questi cadevano spesso nella tautologia, nella confusione logica o metodologica. A risolvere il problema ci ha pensato Kenneth N. Waltz, con due volumi, il primo del 1959 e il secondo del 1979. Con il volume del 1959, Waltz ha creato l'analisi per livelli. Pensate alla semplice domanda: cosa causa le guerre? Qualcuno può dire che sono i regimi politici (autoritari). Altri possono affermare che la colpa va ricercata in individui folli o imbelli (Hitler o Bush). Waltz non rigetta nessuna delle due spiegazioni, ma ne avanza una terza che chiama permissiva. Avere un pazzo come Hitler non è causa sufficiente per avere una Seconda Guerra Mondiale. Ciò che serve è anche un sistema internazionale che possa permettere a Hitler di lanciare la sua crociata.

Nel libro del 1979 Waltz approfondisce questo ultimo appunto arrivando a formulare la Teoria delle Relazioni Internazionali. Waltz rileva come storicamente il sistema internazionale sia quasi sempre stato anarchico, ovvero senza un'autorità centrale in grado di far rispettare la legge. In tale sistema, non essendo protette da alcuno, le unità politiche sono preoccupate per loro sicurezza. Ciò genera competizione che a sua volta le porta ad omogeneizzarsi. Poichè gli Stati cercano sicurezza e poichè sono tutti simili, l'unico modo per proteggersi efficacemente è bilanciare la crescita di altre Potenze: la vera minaccia alla loro esistenza. Come? Rafforzandosi internamente o alleandosi con altri Stati. In altre parole (per il piacere dei ''neoclassici'' che mi leggono) il sistema tende sempre all'equilibrio.

''La fine della Guerra fredda e l'apertura all'eterodossia''

La grandezza di Waltz non può essere riassunta in poche righe. Per spiegare la sua influenza basti dire che il suo libro del 1959 ha segnato la disciplina per vent'anni fino al 1979, quando è uscito il suo lavoro successivo che ha poi definitivamente rivoluzionato la disciplina. E' interessante notare come i principali tentativi di rispondergli, l'istituzionalismo liberale d Keohane (1984), il razionalismo di Fearon (1995) o il costruttivismo di Wendt (1999), si sono di fatto piegati alla logica di Waltz (come Wendt e Keohane) oppure sono arrivati alle sue stesse conclusioni (Fearon). In altre parole, Waltz ha dettato l'agenda per almeno sessant'anni a tutta una disciplina. Chi non fosse ancora convinto, può leggersi questo passaggio (2000: 27-28). Allora in IR si parlava di pace democratica e globalizzazione. Pensate agli ultimi dieci anni di storia internazionale e giudicate voi chi aveva la teoria più robusta:

Upon the demise of the Soviet Union, the international political system became unipolar. In the light of structural theory, unipolarity appears as the least durable of international configurations. This is so for two main reasons. One is that dominant powers take on too many tasks beyond their own borders, thus weakening themselves in the long run [...]. The other reason for the short duration of unipolarity is that even if a dominant power behaves with moderation, restraint, and forbearance, weaker states will worry about its future behaviour.

Traduzione: Dopo la caduta dell'Unione Sovietica, il sistema politico internazionale divenne unipolare. Alla luce della teoria strutturale, l'unipolarità appare come la meno duratura delle configurazioni internazionali. Ci sono due ragioni principali per questo. Una è che le potenze dominanti intraprendono troppe attività oltre i propri confini, così indebolendosi nel lungo periodo [...]. L'altra ragione per la breve durata dell'unipolarità è che anche se una potenza dominante si comporta con moderazione, autolimitazione e tolleranza, gli stati più deboli si preoccuperanno per il suo comportamento futuro.

Nonostante la sua fama, la sua grandezza, nonostante il suo libro del 1979 sia il più citato in assoluto in IR, la disciplina non è waltziana. Anzi, solo il 30% degli studiosi mette Waltz al primo posto come influenza. Ma il dato ancora più paradossale è un altro: che la disciplina ha preso di gran lunga una piega contro Waltz. Come mai?

Dare una spiegazione è difficile. Innanzitutto va rilevato che chi studia scienza politica è più portato ad essere guidato da agende politiche o normative. Dunque l'evidenza dei fatti fa più difficilmente breccia in certe menti. Ciò spiega perchè nelle IR ci sia sempre stato una rumorosa minoranza marxista e post-modernista. Ma ciò non spiega ancora come mai questo abbia quasi preso il sopravvento negli anni Novanta.

Il punto centrale mi pare essere la fine, inaspettata, della Guerra Fredda. La confusione creata da quell'evento permise a chi per decenni era rimasto ai margini della disciplina di andare alla ribalta. In particolare, tutti quelli che avevano sempre criticato il neo-realismo (e in generale gli approcci epistemologici positivisti) presero questo evento come evidenza della sua incapacità di spiegare la politica internazionale. E di lì iniziò la discesa verso il baratro.

In primo luogo, tutti i tentativi di smentire Waltz non ebbero luogo sulla base di teorie esistenti. Al contrario, si prese quella poca evidenza empirica disponibile per tirare fuori dal cilindro modelli teorici in grado di "spiegare" il crollo dell'URSS. Come è evidente, più che di teorie si trattava principalmente di descrizioni ad-hoc. Ci siamo quindi trovati con un gran numero di "teorie" che spiegano la fine della guerra fredda: tutte diverse e tutte in contraddizione.

Il secondo problema riguarda, appunto, l'evidenza empirica. Raccogliere dati, in economia, al giorno d'oggi è relativamente facile (d'accordo, facile per alcuni problemi e meno facile per altri). In relazioni internazionali non è lo stesso. Molti dati sono segreti. Quelli resi pubblici sono pochi, difficilmente utilizzaibili e imprecisi. Inoltre molti dati sono muti. La spesa in armamenti di per sè non dice nulla se non è accompagnata da descrizioni minuziose sulla sua allocazione: per esempio, il numero di ore di addestramento è fondamentale per capire la preparazione di un'aeronautica militare.

Ciononostante, tutti i giornali iniziarono a pubblicare questi articoli basati su teorie discutibili ed evidenza empirica scarsa.

''I fatti''

Per riassumere, conviene concentrarsi sull'articolo che ha fatto più rumore,  quello di Wendt del 1992. A suo modo di vedere, la causa permissiva individuata da Waltz, la natura anarchica del sistema internazionale, non sarebbe sufficiente a spiegare le relazioni tra Stati. Invece, sarebbe necessario considerare il ruolo delle norme intersoggetivamente condivise e di come esse determino la natura (pacifica, conflittuale, competitiva, etc.) del sistema internazionale. In particolare, partendo dallo strutturazionismo di Giddens, Wendt identifica la causa della fine della Guerra Fredda nell'abbandono della dottrina Breznev da parte dell'URSS. Così, in breve, si favorì un cambiamento della comprensione intersoggettivamente condivisa delle relazioni internazionali (ovvero la fine della Guerra Fredda). Fate una prova: andate nel dipartimento di scienze politiche accanto a voi, e chiedete cosa causò la fine della Guerra Fredda. Con poche eccezioni, la risposta sarà "a change in norms". Esattamente la spiegazione di Wendt. Come stanno le cose? Un po' diversamente.

In primo luogo, Wendt afferma fondamentalmente che la causa della fine della Guerra Fredda fu , per così dire, ideazionale. Fu dovuta ciò alle idee intersoggettivamente condivise tra gli Stati. Ciò significa che se questo cambiamento fosse avvenuto all'apice del potere sovietico, la Guerra Fredda sarebbe finita lo stesso. Il problema è che la Guerra Fredda è finita quando l'URSS era in declino. Prima di definire se Wendt ha torto o ragione, rileviamo in primo luogo un problema di "co-variation" che rende difficile valutare la sua affermazione. Se leggete il suo saggio, però, ad un certo punto Wendt dice che i fattori che portarono ad abbandonare la dottrina Breznev furono molti...."tra cui il declino economico". A me questa sembra una chiara sconfessione di tutto il polpettone costruttivista proposto in precedenza, perchè prima si discute per pagine e pagine sul ruolo indipendente delle idee e poi, alla fine, si afferma che queste idee sono il prodotto di altri fattori (quelli materiali, come sottolineano i neorealisti).

Tutto qui? Non proprio. Nonostante questi problemi di metodo e di logica, l'articolo di Wendt ebbe un enorme successo. Ricordiamo però che l'articolo fu scritto quando di dati non ce n'erano ancora. Bisogna dunque chiedersi cosa sia successo quando gli archivi sovietici sono stati aperti. Come Wohlforth (1993) e Brooks e Wohlforth (1999) hanno documentato, non ci fu nessun abbandono compassionevole della dottrina Breznev, né tanto meno un approccio più disteso nelle relazioni tra Washington e Mosca (vedi il famoso "oh... I am weeping for you Mr. Gorbachev" di Baker). L'Unione Sovietica è crollata sotto il peso delle sue contraddizioni politiche ed economiche. I suoi gerarchi hanno cercato di tenerla in vita fino all'ultimo. In particolare, la loro disponibilità al dialogo (e quindi la moderazione delal loro politica estera) aumentava man mano che venivano aggiornati sulla tragicità della situazione. In altre parole, "anarchy is what it is". Non ci fu nessuna norma sociale che favorì la fine della Guerra Fredda. E soprattutto, senza declino economico non ci sarebbe stato nessun abbandono della Dottrina Breznev. Ma non è tutto, ex-post, la teoria che spiega meglio la fine della Guerra Fredda è il (neo)realismo (la questione è controversa e non posso dilungarmi oltre: chi è interessato veda Wohlforth, 1998 e Wohlforth and Schweller, 2000).

''Le implicazioni sulla disciplina''

Alla luce degli studi di Wohlforth e Brooks, ci si aspetterebbe che Wendt ora sia rinnegato. Invece tutti continuano a dire che la fine della Guerra Fredda fu dovuta ad un "change in norms". Singolare, no? La mia spiegazione è semplice. La disciplina si aprì metodologicamente e ciò portò a dibattiti (che vi risparmio) anche epistemologici ed ontologici. In questa maniera, per dirla in breve, la disciplina si è aperta a tutto. Basti pensare al femminismo (vedete voi se ridere o piangere). Una volta aperte le gabbie è poi difficile chiuderle. Tre problemi mi sembrano di particolare rilevanza.

In primo luogo, c'è una divisione all'interno della disciplina che non giova a nessuno, specie alla disciplina stessa. I dibattiti sono utili, non le guerre ideologiche. Non avendo fondamentalmente idee innovative o problemi da affrontare, gran parte di questa metà della disciplina passa il suo tempo solo a criticare positivismo e neorealismo, spesso facendone parodie più che descrizioni, o ad accusarlo per i mali del mondo. A ciò si somma la sua totale indisponibilità al dialogo, come dimostra il fatto che la spiegazione di Wendt sia ancora accettata sebbene sia stata empiricamente sconfessata.

Ciò ha poi, a sua volta, favorito il settarismo. Se i positivisti hanno dato accesso ai costruttivisti pensando, in buona fede, che questi avessero qualcosa da dire, ora sta avvenendo l'opposto. I costruttivisti tendono a organizzare i loro corsi sulla base di un punto di vista parziale, dove le letture chiave (come quelle che ho indicato) mancano e si favoriscono interpretazioni ridicole del positivismo. Il problema è che non solo si spinge per un'ideologizzazione degli studenti (che è ciò che i costruttivisti chiamano "socializzazione delle idee"), ma le ripercussioni si vedono poi anche nell'assegnazione delle tenure (la promozione a membro permanente di un dipartimento). Quando dei professori esterni vengono chiamati per identificare il candidato più promettente, sembra ci sia la tendenza tra i costruttivisti ad aiutarsi a vicenda. Ciò spiegherebbe una serie davvero singolare di tenure negate a docenti di primissimo piano (positivisti) e accordate ad individui di terzo o quarto rango (costruttivisti) (vedi Mearsheimer, 2005a e 2005b).

In secondo luogo, si è avallato un approccio non scientifico. Non mi riferisco tanto ai problemi tautologici del costruttivismo (Desch, 1998), parlo proprio di come la ricerca venga pensata in maniera non scientifica. Studiosi come Wendt, Finnemore, Tannenwald, Barnett, Adler, Katzenstein sono diventati famosi non dimostrando i problemi del neorealismo (o degli approcci positivisti più in generale), ma facendone uno straw-man così da giustificare la necessità di un nuovo quadro teorico. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è che la maggior parte dei paper presentati alle conferenze si inventa un problema per giustificare il suo metodo prediletto. Detto semplicemente: si offrono lunghissime pappine basate su "norms", "embeddedness", "social construction" e "intersubjectivity" per spiegare "puzzle" che in realtà, usando game-theory, la statistica o case-studies deduttivi, non sarebbero "puzzles". Un esempio? Nel 2004 il mio ex-professore Barry Buzan ha scritto un libro sugli Stati Uniti. Secondo la sua prospettiva, l'egemonia americana, parafrasando Wendt, sarebbe "what states make out of it". Tradotto: l'egemonia americana si reggerebbe sulla sua accettazione e legittimità da parte della "comunità internazionale" (qualunque cosa questa parola significhi). Il mio dubbio è semplice: è davvero il caso di spendere soldi, tempo ed energie per scrivere tali banalità quando abbiamo studi che già spiegano l'egemonia americana sulla base di una nuova computazione dell'indice CINC del COW (Wohlforth, 1999) o sulla base del "command of the commons americano" (Posen, 2003)? No, anche perchè la logica controfattuale (Fearon, 1991) smentisce Buzan: come mai l'egemonia è americana e non, che ne so, del Vaticano? (devo davvero rispondere?)

Qui arriviamo all'ultimo problema. L'apertura all'eterodossia ora significa che chiunque può dire cosa vuole, ignorando allegramente gli studi che lo smentiscono e addirittura la letteratura esistente, per non parlare poi dei dati. Per criticare il costruttivismo io mi sono letto gran parte dei lavori di questa branca. Purtroppo, non si può dire il contrario: gran parte dei costruttivisti semplicemente non ha mai letto non solo il neo-realismo ma anche tutti i lavori semplici semplici in political economy che potrebbero servire per spiegare molte delle questioni che indagano (vedi questo paper: Goddard, 2006).

''Conclusioni''

Siamo partiti dal dibattito aperto dalla lettera dei cento economisti per capire quali potrebbero essere le conseguenze di un'apertura agli studiosi critici. Vediamo quali insegnamenti ci dà la storia delle IR.

In primo luogo, i costruttivisti (come gli eterodossi in economia) hanno sempre avuto ampio spazio accademico (Kratochwil, 1982: si anche il suo CV). Il dato interessante è che questi si lamentavano allora della loro emarginazione (Ahsley, 1984) e si lamentano ancora oggi, nonostante adesso siano sovrarappresentati (specie rispetto alla qualità delle loro pubblicazioni: per un esempio di queste degenerazioni si veda Smith in Reus-Smith and Snidal, 2008). Dunque questi richiami possono essere tranquillamente lasciati cadere nel silenzio: non smetteranno mai.

C'è la questione della maggiore apertura. In IR è avvenuta in maniera quasi incondizionata verso l'ondata post-modernista prima ancora che questa portasse dati a suo favore (Schweller, 1999) o teorie vere e proprie. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Tantissima speculazione basata sul nulla. Moltissime pseudo-teorie che oscillano tra l'irrilevanza e la tautologia.

Ciò di fatto ha aperto l'accademia a moltissima gente che in realtà voleva fare politica ma non aveva doti carismatiche o retoriche adeguate. La comunità scientifica si è così spaccata, si è dovuta occupare di dibattiti in larga parte futili e soprattutto ha visto lo spezzettamento dei propri fondi verso individui o progetti che semplicemente non valgono neppure l'imballaggio nel quale sono spediti (vedesi Katzenstein, 1996).

Una seconda, importante, implicazione si è avuta sulla formazione dei nuovi studiosi. Si è favorito l'indottrinamento degli studenti e si è cercato di interferire con il sistema di tenure sostenendo non i candidati più validi ma, invece, quelli ideologicamente più vicini. Tutto ciò per difendere il "pluralismo".

Le ultime due implicazioni sono a livello scientifico. In primo luogo, le IR hanno perso quella già scarsa comulatività che avevano cercato di guadagnare. Oramai la teorizzazione degli ultima anni assomiglia ad un "liberi tutti", dove ognuno spiega un problema sconnesso dagli altri. E' probabile che ciò derivi anche dalla natura dell'oggetto di studio. La mia impressione è che l'ondata costruttivista abbia contribuito a questo fenomeno sia per via della sua epistemologia critica che per via del suo approccio anti-scientifico: anziché partire dalle teorie esistenti i costruttivisti ne hanno volute fare di nuove.

In secondo luogo, c'è stata un'ondata di pubblicazioni e agende di ricerca inutili (perchè metodologicamente e teoricamente infondate). Per darvi un'idea, guardate le conclusioni di questo forum: dopo dieci e più anni anni di lavoro, questi signori ammettono che l'evidenza non va a loro favore. Si fossero fermati al 1998 con il libro di Moravcsik (che non è un realista) ci sarebbero arrivati prima e ci avremmo guadagnato tutti. Il dato drammatico è che non si sono fermati neppure nel 2005: nonostante l'evidenza, tirata per i capelli in tutti i modi, non li sostenga, questi continuano imperterriti.

Come concludere? Forse basta semplicemente prendere quanto diceva Denimg, "In God we trust. All others must bring data." Che tradotto vuole dire che chi si vuole sedere a tavola deve rispettare le norme minime di igiene ed educazione. Questa almeno è la ricetta per preservare una disciplina. Altrimenti si può sempre prendere la strada percorsa dalle IR.

43 commenti (espandi tutti)

Grazie per l'articolo. Per una persona profana come me, questo articolo ma il sito intero, sono non solo una bilbliografia utilissima ma una scuola di metodologia ed un avvicinamento al mondo accademico e scientifico che arricchisce chi lo frequenta.

Andrea, bell'articolo! Non conoscevo le IR.

Dopo tutto quello che hai scritto, mi sembra che le IR come disciplina possano avere difficoltà ad accreditarsi verso il mondo dei non addetti ai lavori, visto che al proprio interno ha divergenze molto significative. Ovviamente tutto questo è difficile da spiegare all'esterno e c'è il rischio che qualcuno semplifichi e dica che tutto sommato le IR non funzionano. Per questo ho due domande per te:

1. Quali sono i maggiori successi delle IR, che uno può citare a sostegno del fatto che funzionano?

2. Visto il clima di contrapposizione ideologica della disciplina e la spaccatura a metà che hai delineato, hai comunque voglia di farne parte?

Guarda, per fortuna non sono tutti partiti con la testa. Negli USA, per esempio, i costruttivisti dicono in gran parte cose inutili, non nocive (come quelli europei). Ciò detto, la disciplina ha dato dei contributi importanti.

Non ho tempo di mettere i link, ma te ne elecco qualcuno. Nel 1981, Gilpin scriveva che la Guerra fredda sarebbe, prima o poi, finita in maniera pacifica. Alla faccia di "il realismo non ha previsto la fine della guerra fredda". Gli altri pezzi sulla guerra fredda vanno nella stessa direzione. Waltz e Mearsheimer hanno previsto con largo anticipo il declino di istituzioni come la NATO. Walt (senza z), Mearsheimer, Snyder e altri avevano previsto i problemi che gli USA avrebbero incorso in Iraq. Gente come Mearsheimer o Rosato hanno previsto le difficoltà dell'Unione Europea. Moravcsik ne ha spiegato abbastanza bene i meccanismi. Keohane ha lavorato molto sulla cooperazione: ha preso qualche cantonata, ma ha anche detto delle cose corrette. 

Nel mio campo, poi, Gholz e Sapolski avevano previsto gli aumenti di costi e i ritardi accumulati in programmi d'armamento come iL JSF o il FCS. Potrei andare avanti all'infinito.

Sulla disciplina. Certo, è una rottura di scatole aver a che fare con certa gente. Soprattutto è pesante dover dialogare con persone che neppure conoscono ciò di cui parlano. Siamo sullo stesso livello di Brancaccio. La differenza è che Brancaccio e gli altri 100 disperati sono fondamentalmente nessuno. Nel mio campo alcuni di questi individui hanno cattedre importanti. Buzan non ha scritto tutte scemenze, ma certo alcuni suoi libri sono discutibili. Mary Kaldor ha scritto solo cretinate e sta alla LSE, addirittura è un John John Johnson qualcosa professor. E' ridicolo: Il suo libro più importante partiva dalle conclusioni e ci ha ricamato sopra una storia che empiricamente non esiste (New and Old Wars). Quelli che ho citato, con l'eccezione forse di Wendt, hanno scritto in gran parte roba assolutamente sopravvalutata. Dei costruttivisti, gli unici che mi sembrano valere sono quelli che hanno studiato questioni relative alla religione (e la cosa mi sembra logica): Nexon, Thaddeus Jackson, Phillippot o una cosa simile di Notre Dame...

Articolo estremamente interessante, ma qui c'è una sorta di errore di fondo, secondo me. Non è che la comunità accademia internazionale decide "burocraticamente" se "far entrare" qualcuno nel dibattito o no. Accusatemi pure di darwinismo intellettuale (esiste? boh...), ma mi sembra che la scienza prosegua come "survival of the fittest". Ed è il concetto di "fittest" ad essere relativo e variabile nel tempo. Non so come i costruttivisti in IR abbiano acquisito "potere", ma gli "eterodossi" in economia sono stati marginalizzati prevalentemente in quanto i loro modelli non spiegano la realtà, e se la spiegano non sono stati in grado di mostrarlo (non so voi, ma io non ho mai visto un modello macroeconometrico "sraffiano" che possa essere usato per fare forecasting). Gli "eterodossi" invece ci diranno che sono stati ostracizzati perché loro studiano il "conflitto di classe", che per i neoclassici non esiste in quanto a ogni fattore va proprio quanto giustamente gli spetta. Sarà. Ma nessuno mi convincerà mai che se il modello "conflittualista" alla Brancaccio performasse meglio di un DSGE per fare analisi e previsione, ora lui sarebbe al IMF al posto del "liberista" Blanchard, mentre a Goldman Sachs i macro-analysts farebbero analisi basate sul conflitto di classe e la "teoria monetaria della produzione".

Non so, ma mi sembra che la scienza economica sia molto più "fortunata" come disciplina rispetto alle IR. Entrambe sono scienze sociali e pertanto non possono fare esperimenti di laboratorio per controllare le variabili. Ma l'economia, avendo a disposizione più dati (e di qualità migliore), ha potuto sviluppare tutta una serie di tecniche statistiche che rendono il dibattito molto più "tecnico" e valutabile. Insomma, ad esempio, i keynesiani del MIT sono andati in rovina quando i megamodelli tipo Cowles commission hanno iniziato a sfarfallare pesantemente, e da lì è scaturita la "rivoluzione" delle AR; non è che quest'ultima è uscita fuori misteriosamente e altrettanto misteriosamente ha vinto.

Per concludere, qui non si tratta secondo me di valutare costi e benefici di una eventuale "apertura" agli eterodossi: non ce n'è proprio bisogno. La situazione è questa: il mondo economico è un casino e pertanto c'è domanda di una teoria che possa aiutare a spiegarlo. Dal lato dell'offerta c'è concorrenza fra le teorie, quindi che vinca il migliore. Il giorno che gli "eterodossi" saranno in grado di spiegare la realtà meglio del "mainstream" neoclassico, acquisteranno sempre più spazio all'interno della comunità accademica.

Carlo, sarei d'accordo con te, ma qualcosa a me non torna. I costruttivisti finora di spiegazioni vere ne hanno date poche, eppure in 20 anni sono passati dal 3 al 30% della disciplina. Io sarei d'accordo con te se avessero dimostrato di avere un modello o un quadro superiore. In realtà, è semplicemente un quadro tautologico: possono dire qualunque cosa tanto poi hanno ragione comunque.

Sul resto, il problema è la disciplina e il suo oggetto di studio che è in primo luogo più difficile da studiare e, in secondo luogo, si presta più facilmente alla politicizzazione.

aa

Carlo, sarei d'accordo con te, ma qualcosa a me non torna. I costruttivisti finora di spiegazioni vere ne hanno date poche, eppure in 20 anni sono passati dal 3 al 30% della disciplina. Io sarei d'accordo con te se avessero dimostrato di avere un modello o un quadro superiore. In realtà, è semplicemente un quadro tautologico: possono dire qualunque cosa tanto poi hanno ragione comunque.

Sul resto, il problema è la disciplina e il suo oggetto di studio che è in primo luogo più difficile da studiare e, in secondo luogo, si presta più facilmente alla politicizzazione.

E' la fotografia di tutte le scienze sociali. Si possono riconoscere due approcci diversi alla materia, uno discorsivo-persuasivo, che mira a ottenere adesione e uno probativo-dimosrativo che si prefigge di essere quanto più oggettivo e razionale possibile. Il primo è molto più simile all'argomentazione giuridica, dal momento che il dibatto su alcuni temi ha lo scopo non di ricercare una corrispondenza tra dati e teorie ma produrre, giustificare e organizzare un consenso. Questo approccio ideologico non permette alla disciplina di evolvere nel senso di una maggiore comprensione della realtà perchè considera l'oggetto della ricerca non come 'dato' o 'esistente', come in un approccio realistico, ma continuamente costruito e decostruito di volta in volta nell'ambito delle pratiche discorsive. La sua efficacia si misura:

-dal numero delle menti che è riuscita a conquistare alla causa (le correnti/fazioni hanno il collante nella fiducia comune ottenuta tramite un consenso di tipo politico)

-sull'esito di una lotta di potere, in cui le teorie hanno una funzione strumentale e vengono utilizzate per promuovere interessi collettivi a discapito di quelli 'avversari'

E' il motivo per cui, quando si lascia che l'ideologia si insinui nella scienza, si possono, p. es., creare orientamenti marxisti in ambiti dove non ha giustificazione: critica letteraria, psicologia etc.

andrea...

Andrea Asoni 24/7/2010 - 03:22

...that might be all nice and true but did the neo-realist predict this?

i didn't think so. i rest my case.

 

L'autore di questo articolo sostiene che ''....usando game-theory, la statistica o case-studies deduttivi...'' i puzzles si risolvono. Credo che Schelling e Aumann gli consiglierebbero maggiore prudenza. 

A proposito di marxisti, l'autore scrive:  ''...va rilevato che chi studia scienza politica è più portato ad essere guidato da agende politiche o normative. Dunque l'evidenza dei fatti fa più difficilmente breccia in certe menti. Ciò spiega perchè nelle IR ci sia sempre stato una rumorosa minoranza marxista....''.

Ci sono molte ragioni che mi tengono lontano dal marxismo. Ma francamente non ho mai commesso l'ingenuità di ritenere che il marxismo fosse guidato da agende ''normative''. Il normativismo è il primo nemico dei materialisti storici. Questa un tempo era questione di alfabeto, ma forse oggi tra i più giovani c'è una certa confusione.

 

   

Ci sono molte ragioni che mi tengono lontano dal marxismo. Ma francamente non ho mai commesso l'ingenuità di ritenere che il marxismo fosse guidato da agende ''normative''. Il normativismo è il primo nemico dei materialisti storici. Questa un tempo era questione di alfabeto, ma forse oggi tra i più giovani c'è una certa confusione.

Io non sono più così giovane, ma ho la stessa visione sia del marxismo che del materialismo storico che sottende all'attributo di "normativismo" espresso da AG.

Vorrei evitare termini roboanti e grandi affermazioni filosofiche ma chiedo. In cosa consiste il marxismo/materialismo storico (faccio fatica a distinguerli, per quanto provi) se non nell'affermazione di aver scoperto da un lato le leggi di movimento della storia, dall'altro il fine della medesima e, di conseguenza, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ciò che è alienato e ciò che non lo è, ciò che è bene fare (accellerare l'inesorabile arrivo del comunismo) e ciò che non è bene fare (mantenere in piedi o riformare lo stato di cose esitenti)?

Insomma, in che senso MS&M si reggono in piedi se togliamo dalle loro fondamenta l'uomo nuovo (vero, non alienato, eccetera) e l'aver inteso quale siano il destino ed il senso della storia umana?

Se mi consente lo trovo un marxismo un po' da DIAMAT, quello che lei descrive. Per quello che ricordo la cosiddetta filosofia della storia è sotto accusa in campo marxista da decenni (me lo ricordo perfino io che ho abbandonato quelle letture da tempo). Lei che contesta le definizioni di pre-keynesiano e di prescottiano che le vengono attribuite sarà d'accordo sul fatto che le semplificazioni a volte creano confusione. E quella tra ''normativismo'' e ''marxismo'' è una confusione macroscopica che può cogliere anche un vecchio dilettante come me.

Questo è triste, le confesso. Quando io ero giovane i nemici si conoscevano bene tra loro. Adesso mi sembra che dei nemici si leggano solo frontespizi e quarte di copertina. Sono pochi quelli che approfondiscono davvero. I giovani non ci capiscono niente e non se ne accorgono, ma l'occhio catarattico e allenato di un vecchio anti-marxista lo vede...  

È arrivato un altro che sa tutto ma non dice nulla di quanto sa, salvo sentenziare che sono ignoranti gli altri.

Bene, vediamo allora: spiegaci. Spiegaci cosa sarebbe il "marxismo" aggiornato, riveduto e corretto. E spiegaci cosa abbia a che fare con il signore da cui prende il nome. Pendo dalle tue labbra.

Da letture passate, ho sempre avuto l'idea che in Marx ci fosse una contraddizione fondamentale tra materialismo storico e l'idea di nuova società comunista. Marx da un lato descrive l'evoluzione dei modi di produzione su basi, per suo dire, scientifiche. La storia progredisce ineluttabilmente per stadi, caratterizzati ciascuno da un modo di produzione, e tali che ciascuno stadio contiene il seme dell'evoluzione verso lo stadio successivo. La scienza in questo, sempre secondo Marx, sta nello studiare un determinato modo di produzione (il capitalismo, ad esempio) e le tensioni che al suo interno si creano e che portano verso la sua distruzione e sostituzione con una altro modo di produzione. Se prendiamo questo processo logico (metodo?) alla lettera, esso dovrebbe essere in grado di spiegare anche quale sarà il modo di produzione che sostituisce il capitalismo. Invece, Marx finisce di essere scientifico un minuto prima di descrivere come sarà strutturata la nuova società comunista, sulla quale mi pare è sempre vago. L'uomo nuovo è l'artificio retorico che gli permette di uscire dall'impasse. L'uomo nuovo non si sa come sarà (quindi è concetto che si basa sull'utopia, non sul determinismo), tuttavia ineluttabilmente ci sarà (affermazione necessariamente determinista). Potremmo chiamare questa, la Contraddizione Fondamentale del Marxismo . (le maiuscole sono sarcastiche).

CFM non mi ricorda nulla ma PFM sì: facciamo "Paradosso etc"?

Però, a dire il vero, non son certo che vi sia una "contraddizione", nel senso di un cambio metodologico o di ipotesi. Sono perso in un posto perso e non ho qui i sacri testi (né ho voglia di cercarli in rete) ma l'uomo nuovo del KM non è proprio una cosa che esce miracolosamente una volta che si arrivi al comunismo e basta. È anche, soprattutto, il recupero di una condizione umana "vera" (ed ovviamente mitica) che ricorda molto un'età dell'oro che precede l'introduzione di rapporti commerciali fra gli uomini. Tutto il suo insistere su valore d'uso e valore di scambio, mercificazione, reificazione e via andando insiste sul fatto che è l'introduzione del sistema di scambio delle merci che aliena l'uomo capitalistico da quello vero e l'uomo dall'altro uomo, eccetera.

Dal punto di vista storico il nostro è ambiguo perché non ci spiega (almeno, io non ricordo lo spieghi) quando questa transizione sia avvenuta: prima del modo di produzione feudale? Nella transizione da quello antico a quello feudale? Prima che la "storia" inizi? Non l'ho mai capito.

Però l'idea che si possa recuperare (quella condizione dorata dell'uomo) è alla radice del mito normativo comunista e della sua ineluttabilità. A dire il vero, a me sembra che sia più questo mito fondativo che tutto il resto (il quale resto altro non è che Hegel applicato alle strutture economiche) a fondare la (pseudo) scientificità dell'approccio del Karletto: la convinzione profonda che il modo di produzione capitalistico, il sistema degli scambi di mercato, eccetera, siano "anomalie" nella storia dell'umanità, anomalie che generano contraddizioni che porteranno ad un abbandono del sistema stesso, al suo "superamento" e via andando.

Karl Polanyi's The Great Transformation è forse l'opera in cui questa teoria viene più chiaramente sviluppata, ma si trova un po' ovunque in campo marxista (versione intelligente, che val la pena leggere: Maurice Godelier; versione demenzial/criminale: Toni Negri). Tanto che, nel campo della storia economica antica dove il punto di vista marxista è dominante, si parla esplicitamente di un modo di produzione antico come distinto da quello moderno o di mercato (non c'è l'homo economicus, i romani non massimizzano i profitti, lo scambio non è diffuso, domina il valore d'uso e via dicendo). Ovviamente vi sono voci dissenzienti, ma ho sempre trovato la lettura di testi di storia economica antica assolutamente illuminante per capire la fonte della confusione. Un terreno fertile di analisi, a mio avviso.

Dal punto di vista storico il nostro è ambiguo perché non ci spiega (almeno, io non ricordo lo spieghi) quando questa transizione sia avvenuta: prima del modo di produzione feudale? Nella transizione da quello antico a quello feudale? Prima che la "storia" inizi? Non l'ho mai capito.

Per quanto io ricordi non esiste alcuna ambiguita' ma la svolta data dalla espropriazione dei mezzi di produzione ossia la faccenda nasce col capitalismo.

Però l'idea che si possa recuperare (quella condizione dorata dell'uomo) è alla radice del mito normativo comunista e della sua ineluttabilità.

Per quanto ricordi Marx non mirava ad un recupero di una condizione dorata per il semplice motivo che a suo parere non vi era mai stata. Marx, sempre a mio parere, prefigurava l'avvento di una societa' migliore con il superamento del capitalismo mediante la socializzazione dei mezzi di produzione.

Probabilmente non sono stato chiaro. Specifico. Un puzzle è un fenomeno empirico che nessuna teoria esistente può spiegare. Ciò, di solito, porta a sviluppare teorie più precise e solide. Il 99% dei lavori dei costruttivisti partono da puzzle che sono inventati, cioè che non esistono in pratica, per poter sviluppare i contributi teorici che a loro fanno piacere.

Faccio un esempio scemo. Waltz nel suo libro (che è l'esempio massimo della parsimonia) spiega che gli Stati, in materia di sicurezza, tenderanno a cooperare poco, salvo che 1) se ci sono interessi comuni o 2) per combattere un nemico comune. Per i costruttivisti la cooperazione navale contro la pirateria è un puzzle: Waltz - per loro - direbbe che gli Stati non cooperano. Dunque procedono spiegando come questo risultato sia il prodotto della socializzazione dell'idae progressiva dell'Europa sugli Stati e tante altre scemenze. Il mio punto è che basta prendere Waltz, leggerlo seriamente, trarre le implicazioni e testarle deduttivamente sui case studies di cooperazione navale (no regressions: ci sono troppi pochi casi) e vedere che funziona. 

Se non sei convinto, leggiti l'articolo di Stacy Goddard e dimmi se le stesse cose non si possono dire molto meglio, più chiaramente e in maniera più scientifica con game-theory (penso oltretutto che qualche lavoro in quella direzione ci sia già, ma non ho tempo di andarlo a cercare). Ecco il mio punto.

Sull'agenda normativa e le scienze sociali. Il mio scopo è spiegare i problemi delle relazioni tra Stati. Se già riesco a spiegare perchè due Paesi vanno in guerra, credo, ho raggiunto un grande risultato. Chi viene dall'approccio marxista, post-modernista, critico (che poi sono tutti la stessa cosa, solo con il fiocco di colore differente) ha un altro obiettivo: cambiare il mondo. PEr fare ciò, sono necessari due passi. Il primo è sviluppare teorie emancipative (vedi le scemenze di Habermas). Dunque non si spiega più: ci si racconta l'aria fritta che fa piacere ascoltare. Nel testo cito l'articolo di critica a questo approccio, è di Schweller. Il titolo dice tutto: fantasy theory. 

Il secondo obiettivo è "socializzare" la gente alla sua auto-emancipazione. Tradotto: ideologizzare studenti e gente comune propinando loro solo le teorie che fa comodo.

Trovami un solo positivista che condivida obiettivi simili (oltretutto, per me all'opposto dell'etica accademica del pluralismo).

Habermas marxista? Per favore.... qui gli equivoci si moltiplicano. A questo punto mille volte meglio il DIAMAT (almeno lo ha scritto Stalin, uno che la storia l'ha praticata davvero e si è sporcato le mani, di sangue).

Queste critiche caricaturali del marxismo non aiutano a contrastarlo. Io temo che contro di voi stia facendo capolino qualche ''piccolo Lenin'' molto bene istruito. Brancaccio è uno di quelli e temo che non sia il solo. Questo mi preoccupa perchè vedo dall'altra parte dei ragazzi un po' frettolosi e con conoscenze ancora limitate. Leggete Bohm Bawerk, leggete Croce.  

 

Habermas marxista? Per favore.... qui gli equivoci si moltiplicano

Ciò che ho scritto io:

Chi viene dall'approccio marxista, post-modernista, critico (che poi sono tutti la stessa cosa, solo con il fiocco di colore differente) ha un altro obiettivo: cambiare il mondo. PEr fare ciò, sono necessari due passi. Il primo è sviluppare teorie emancipative (vedi le scemenze di Habermas).

Si prega di leggere, poi fare i professorini. Tutti questi approcci condividono un'epistemologia post-positivista, poi la arricchiscono come vogliono, ma questo è il punto di base: e su questo mi concentro. Comunque, vada a leggere i libri di Andrew Linklater, che un post-marxista, e legga Habermas e poi discutiamo delle differenze.

La sua conoscenza del marxismo è da Bignami se crede che ''cambiare il mondo'' lo caratterizzi in quanto tale. Lei non ha idea di quanto feroce cinismo e senso pratico possa scaturire da un marxista libero dal condizionamento della filosofia della storia. Croce diede duri colpi ai marxisti perchè li studiava attentamente. Segua il suo esempio.  

Lei non ha idea di quanto feroce cinismo e senso pratico possa scaturire da un marxista libero dal condizionamento della filosofia della storia.

E come non esser d'accordo...

Senta, nelle scienze sociali ci sono due approcci epistemologici diversi. Uno è quello positivista. L'altro è quello post-positivista.

Il primo ritiene che l'universo sociale sia indagabile con i mezzi delle discipline scientifiche. L'obiettivo del ricercatore è dunque trovare e spiegare le leggi che lo regolano.

Il secondo ritiene che l'universo sociale sia socialmente costruito. L'obiettivo dello studioso è comprendere come la realtà viene ad essere compresa, come questa si ripeta e quindi la sua interpretazione finisca per avere effetti reali. Il punto di fondo è che chi condivide questa epistemologia ammette, implicitamente, un secondo ruolo. Quello di poter modificare il mondo attraverso la scienza, non nelle sue reazioni ma nelle sue leggi. Se la guerra esiste perchè si insegna che la guerra è un fenomeno naturale, allora basta insegnare che la guerra non è un fenomeno naturale per abrogarla. Tra i vari post-positivisti c'è una pluralità di posizioni, ma questo è il minimo punto denominatore.

Questo era il mio punto. Tutto il resto lo ha aggiunto lei, aa.

Andrea, lascerei stare.

Questo è chiaramente un troll che non sa di cosa parla e dice cose a caso. Classica sindrome dell'autodidatta confuso: va per scatolette, schemini, etichette, ma non sa mai cosa c'è dentro perché non ha capito. Troppo difficile, e poi non aveva tempo per controllare i dettagli. Questo non cerca di capire, questo cerca discussioni fumose: viene qui, ti spiega che sei ingenuo, ignorante, confuso, eccetera. Si autoproclama saggio e spara frasi a vanvera, prive di contenuto. Ma mai che risponda alle domande, perché non sa di cosa parla. Qualsiasi cosa tu risponda lui non ne discuterà il contenuto (vedi sotto con Palma a cui ha risposto con un messaggio ... vuoto!); ti dirà che sei un pivello ignorante e che lui è più preparato di te. Peccato che non riesca a produrre un commento con qualche contenuto specifico: probabilmente non ha mai scritto un acca in vita sua.

Lasciamo stare, è meglio. Forse troverà lidi a lui più consoni, la web è piena di trolls con la bocca piena di parolone altisonanti ... Ora dovrei rileggermi Bohm Bawerk e Croce perché lui ha due appunti dal bignami del liceo che gli fanno credere che lì c'è la chiave di tutto ...

Ma perché toccano tutti a noi questi qua?

P.S. Ovviamente farà anche l'offeso perché lui ama la "discussione pacata, senza insulti"; peccato abbia già pacatamente insultato mezzo mondo due minuti dopo essersi registrato ... gira della gente veramente buffa.

 

Offeso da lei? mi fa ridere. Mi ero limitato a segnalare una inesattezza in una delle tesi di questo articolo. La cosa si poteva risolvere li' ma lei è il classico incosciente che tende a intromettersi in questioni che non conosce. Avallare nel 2010 la tesi del marxismo come ''filosofia della storia'', come se fosse stato appena pubblicato 'Miseria dello storicismo', è una cretinata che farà bene a tenere nascosta tra le mura di questo  sito.

Oramai è chiaro che lei trabocca ignoranza da ogni poro. Se lei è l'alfiere dell'anti-marxismo siamo davvero nei guai. Lei è la tipica rappresentazione del pratictioner bifolco che ha raccattato due o tre strumenti per strada e adesso pensa di potere spaziare tra epistemologia e politica. Ma lo hanno capito all'Istituto Leoni quanto lei sia inadatto a certe sfide? nessuno le dice di tornare buono buonino nelle retrovie prima di fare disastri? Semmai il gioco si facesse duro le consiglio vivamente di farsi da parte e di tornare a giocare coi suoi bei modellini.  

Luigi Urbani

 

Alla precisa domanda: se hai qualcosa con un contenuto da dire dillo, il troll che fa?

Alza il livello dell'aggressione senza dir nulla. Perché? Perché non ha nulla da dire, poco sa e quasi nulla intende.

Case closed.

Diciamo così. In senso lato intendiamo come normativa una riflessione che distaccandosi dal solo accertamento dei fatti presuma di giudicare quei fatti stessi alla luce di principi, usualmente morali (ma ci sono mille forme di normativismo), che imporrebbero che quei fatti stessi fossero cambiati/emendati/superati ecc. ecc. 

Il normativismo che ignori troppo spesso i fatti, pensando che saranno azioni moralmente informate a farsi carico della loro trasformazione, in genere si riducono a "vorrei", "mi piacerebbe" e consimili.

Ora in che senso, secondo Urbani63, il marxismo può non essere normativo? Azzardo un'ipotesi banale. Il marxismo non sarebbe normativo perché la sua analisi non si fonda su una semplice asserzione di verità morali alle quali la realtà dovrebbe conformarsi, bensì esso si basa sulla descrizione "scientifica" dei rapporti di produzioni, degli effetti conseguenti quei rapporti e delle inevitabili trasformazioni che quei rapporti determineranno. Insomma, il marxismo non è normativo perché è scientifico? Positivo? Per questo esclude che il marxismo sia normativo?

Non capisco poi tutto questo volersi distanziarsi dalla dimensione normativa. Una volta che la storia si sia incaricata dell'oblio di certe idee non rimane che le retorica degli infiniti mondi possibili che si possono concepire, appunto, normativamente. 

Ricordava un marxista famoso (Zho En Lai), e nel 1971, che era troppo presto per emetter giudizi sugli eventi del '89, si riferiva a Marat e Robespierre.

Pero', si puo' provare. Resta del cosidetto materialismo storico nulla.

Per non aggiungere ulteriori pistol(otti), consiglio la lettura dei Grundrisse (non esiste piu' in Italiano, ma per la gioia di grandi e piccini verra' ripubblicato in Ottobre del 2010), il passo e' il seguente:

 

 

1.4.1 - [L’arte greca e la società moderna]

1) Per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in

rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con

l’ossatura per così dire della sua organizzazione. Per esempio i greci paragonati con i

moderni, o anche Shakespeare. Per certe forme dell’arte, per esempio per l’epica, si

riconosce addirittura che esse non possono più prodursi nella loro forma classica, nella

forma che fa epoca, quando fa la sua comparsa la produzione artistica come tale; e che,

quindi, nella sfera stessa dell’arte, certe sue importanti manifestazioni sono possibili solo

in uno stadio non sviluppato dell’evoluzione artistica. Se questo è vero per il rapporto dei

diversi generi artistici nell’ambito dell’arte stessa, sarà tanto meno sorprendente che ciò

accada nel rapporto tra l’intero dominio dell’arte e lo sviluppo generale della società. La

difficoltà sta solo nella formulazione generale di queste contraddizioni. Non appena

vengono specificate, esse sono già chiarite.

Prendiamo, ad esempio, il rapporto dell’arte greca e poi di Shakespeare con l’età

presente. È noto che la mitologia greca non fu soltanto l’arsenale ma anche il terreno

nutritivo dell’arte greca. È possibile la concezione della natura e dei rapporti sociali che sta

alla base della fantasia greca, e perciò dell’[arte] greca, con le filatrici automatiche, le

ferrovie, le locomotive e il telegrafo? Che ne è di Vulcano a petto di Roberts e Co., di

Giove di fronte al parafulmine, di Ermete di fronte al Crédit mobilier? Ogni mitologia vince,

domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e mediante l’immaginazione:

essa scompare quindi allorché si giunge al dominio effettivo su quelle forze. Che cosa

diventa la Fama di fronte a Printinghouse square? L’arte greca presuppone la mitologia

greca, e cioè la natura e le forme sociali stesse già elaborate dalla fantasia popolare in

maniera inconsapevolmente artistica. Questo è il suo materiale. Non una qualsiasi

mitologia, cioè non una qualsiasi elaborazione inconsapevolmente artistica della natura (ivi

compreso ogni elemento oggettivo e quindi anche la società). La mitologia egiziana non

avrebbe mai potuto essere il terreno o la matrice dell’arte greca. Ma, in ogni caso,

occorreva una mitologia. E, quindi, in nessun caso uno sviluppo sociale che escluda ogni

rapporto mitologico con la natura, ogni riferimento mitologizzante ad essa, e che quindi

pretenda dall’artista una fantasia indipendente dalla mitologia.

D’altro lato è possibile Achille con la polvere da sparo e il piombo? O, in generale, l’Iliade

con il torchio tipografico o addirittura con la macchina tipografica? Con la pressa del

tipografo non scompaiono necessariamente il canto, le saghe, la Musa, e quindi le

condizioni necessarie della poesia epica?

Ma la difficoltà non sta nell’intendere che l’arte e l’epos greco sono legati a certe forme

dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a

suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e

un modello inarrivabili.

Un uomo non può tornare fanciullo o altrimenti diviene puerile. Ma non si compiace forse

dell’ingenuità del fanciullo e non deve egli stesso aspirare a riprodurne, a un più alto

livello, la verità? Nella natura infantile, il carattere proprio di ogni epoca non rivive forse

nella sua verità primordiale? E perché mai la fanciullezza storica dell’umanità, nel

momento più bello del suo sviluppo, non dovrebbe esercitare un fascino eterno come

stadio che più non ritorna? Vi sono fanciulli rozzi e fanciulli saputi come vecchietti. Molti

dei popoli antichi appartengono a questa categoria. I greci erano fanciulli normali. Il

fascino che la loro arte esercita su di noi non è in contraddizione con lo stadio sociale

poco o nulla evoluto in cui essa maturò. Ne è piuttosto il risultato, inscindibilmente

connesso con il fatto che le immature condizioni sociali in cui essa sorse e solo poteva

sorgere, non possono mai più ritornare.

Se invece per marxismo si intende la dottrina integrale (das Kapital) rimane un papocchio un po' hegeliano e un po' retro', con tutto quello che si puo' dire della sua natura, normativa o meno. 

L'idea medesima che vi sia una natura umana, sembra aver a che fare molto con DNA e poco o nulla con l'alienazione.

 

Mi riprometto di ritornare quando il semestre all'inizio mi dia tregua, su una delle brillanti riduzioni all'assurdo che risale a circa 60 anni fa e seguenti, ma ritroveremo molti dei protagonisti della discussione di oggi

Gentile Urbani63, le diedi appunto Marx, an sich, piuttosto che il Diamat. Il materialismo storico e anti naturalistico, come lo chiamava Marx, e' parte integrante di quel che egli pensava. Non e' affatto casuale che Das Kapital era da dedicarsi a .... Carlo Darwin, avendo (sic) egli scoperto le leggi di "trasformazione" della natura, mentre Carlo Marx avrebbe scoperto le leggi di trasformazioni delle societa' umane (le consiglio, di tutto cuore, ad evitare bizzarrerie come legger il frontespizio e solo quello, il passo seguente:

 

 

MLWerke | Marx/Engels

Seitenzahlen nach dem IV. Manuskriptheft von Marx. 
1. Korrektur
Erstellt am 18.12.1999

Marx schrieb das Manuskript »Grundrisse der Kritik der politischen Ökonomie« von Oktober 1857 bis Mai 1858. Es stellt den Rohentwurf seines Hauptwerkes »Das Kapital« dar.

Formen, die der kapitalistischen Produktion vorhergehn. (Über den Prozeß, der der Bildung des Kapitalverhältnisses oder der ursprüngliche Akkumulation vorhergeht)

||50|| Wenn freie Arbeit und Austausch dieser freien Arbeit gegen Geld, um das Geld zu reproduzieren und verwerten, um von dem Geld als Gebrauchswert nicht für den Genuß, sondern als Gebrauchswert für Geld verzehrt zu werden, Voraussetzung der Lohnarbeit und eine der historischen Bedingungen des Kapitals ist, so ist die Trennung der freien Arbeit von den objektiven Bedingungen ihrer Verwirklichung - von dem Arbeitsmittel und dem Arbeitsmaterial - eine andre Voraussetzung. Also vor allem Loslösung des Arbeiters von der Erde als seinem natürlichen Laboratorium - daher Auflösung des kleinen freien Grundeigentums sowohl wie des gemeinschaftlichen, auf der orientalischen Kommune beruhenden Grundeigentums. In beiden Formen verhält sich der Arbeiter zu den objektiven Bedingungen seiner Arbeit als seinem Eigentum; es ist dies die natürliche Einheit der Arbeit mit ihren sachlichen Voraussetzungen. Der Arbeiter hat daher unabhängig von der Arbeit eine gegenständliche Existenz. Das Individuum verhält sich zu sich selbst als Eigentümer, als Herr ||51|| der Bedingungen seiner Wirklichkeit. Es verhält sich ebenso zu den andren - und je nachdem dieseVoraussetzung gesetzt ist als von dem Gemeinwesen ausgehend oder als von den Einzelnen Familien, die die Gemeinde konstituieren, - verhält es sich zu den andren als Miteigentümern, ebensoviel Inkarnationen des Gemeineigentums, oder als selbständigen Eigentümern neben ihm, selbständigen Privateigentümern - neben denen das früher alles absorbierende und über alle übergreifende Gemeineigentum selbst als besondrer ager publicusneben den vielen Privatgrundeigentümern gesetzt ist.

In beiden Formen verhalten sich die Individuen nicht als Arbeiter, sondern als Eigentümer - und Mitglieder eines Gemeinwesens, die zugleich arbeiten. Der Zweck dieser Arbeit ist nicht Wertschöpfung - obgleich sie Surplusarbeit tun mögen, um sich fremdei. e. Surplusprodukte, auszutauschen -; sondern ihr Zweck ist Erhaltung des Einzelnen Eigentümers und seiner Familie, wie des Gesamtgemeindewesens. Die Setzung des Individuums als eines Arbeiters, in dieser Nacktheit, ist selbst historisches Produkt.

In der ersten Form dieses Grundeigentums - erscheint zunächst ein naturwüchsiges Gemeinwesen als erste Voraussetzung. Familie und die im Stamm erweiterte Familie, oder durch intermarriage zwischen Familien, oder Kombination von Stimmen. Da wir annehmen können, daß das Hirtenwesen, überhaupt Wanderung die erste Form der Existenzweise, nicht daß der Stamm sich niederläßt auf einem bestimmten Sitz, sondern daß er abweidet, was er vorfindet - die Menschen sind nicht von Natur seßhaft (es müßte denn sein in so besonders fruchtbarer Naturumgebung, daß sie wie Affen auf einem Baum sitzen; sonst roaming, wie die wilden Tiere) -, so erscheint die Stammgemeinschaft, das natürliche Gemeinwesen nicht als Resultat, sondern als Voraussetzung der gemeinschaftlichen Aneignung (temporären) und Benutzung des Bodens. Lassen sie sich endlich nieder, so wird es von verschiednen äußerlichen, klimatischen, geographischen, physischen etc. Bedingungen sowohl, wie von ihrer besondren Naturanlage etc. abhängen - ihrem Stammcharakter -, wie mehr oder minder diese ursprüngliche Gemeinschaft modifiziert wird. Die naturwüchsige Stammgemeinschaft, oder wenn man will, das Herdenwesen, ist die erste Voraussetzung - die Gemeinschaftlichkeit in Blut, Sprache, Sitten etc. - derAneignung der objektiven Bedingungen ihres Lebens, und der sich reproduzierenden und vergegenständlichenden Tätigkeit desselben (Tätigkeit als Hirten, Jäger, Ackerbauer etc.) Die Erde ist das große Laboratorium, das Arsenal, das sowohl das Arbeitsmittel, wie das Arbeitsmaterial liefert, wie den Sitz, die Basis des Gemeinwesens. Sie verhalten sich naiv zu derselben als dem Eigentum des Gemeinwesens und des in der lebendigen Arbeit sich produzierenden und reproduzierenden Gemeinwesens. Jeder Einzelne verhält sich nur als Glied, als member dieses Gemeinwesens als Eigentümeroder Besitzer. Die wirkliche Aneignung durch den Prozeß der Arbeit geschieht unter diesen Voraussetzungen, die selbst nicht Produkt der Arbeit sind, sondern als ihre natürlichen oder göttlichen Voraussetzungen erscheinen. Diese Form, wo dasselbe Grundverhältnis zugrunde liegt, kann sich selbst sehr verschieden realisieren. Z.B. es widerspricht ihr durchaus nicht, daß, wie in den meisten asiatischen Grundformen, die zusammenfassendeEinheit, die über allen diesen kleinen Gemeinwesen steht, als der höhere Eigentümer oder als der einzige Eigentümer erscheint, die wirklichen Gemeinden daher nur als erbliche Besitzer. Da die Einheit der wirkliche Eigentümer ist und die wirkliche Voraussetzung des gemeinschaftlichen Eigentums - so kann diese selbst als ein Besondres über den vielen wirklichen besondren Gemeinwesen erscheinen, wo der Einzelne dann in fact Eigentumslos ist, oder das Eigentum - i.e. das Verhalten des Einzelnen zu den natürlichen Bedingungen der Arbeit und Reproduktion als ihm gehörigen, als den objektiven, als unorganische Natur vorgefundner Leib seiner Subjektivität - für ihn vermittelt erscheint durch das Ablassen der Gesamteinheit - die im Despoten realisiert ist als dem Vater der vielen Gemeinwesen - an den Einzelnen durch die Vermittlung der besondren Gemeinde. Das Surplusprodukt - das übrigens legal bestimmt wird infolge der wirklichen Aneignung durch Arbeit - gehört damit von selbst dieser höchsten Einheit. Mitten im orientalischen Despotismus und der Eigentumslosigkeit, die juristisch in ihm zu existieren scheint, existiert daher in der Tat als Grundlage dieses Stamm- oder Gemeindeeigentum, erzeugt meist durch eine Kombination von Manufaktur und Agrikultur innerhalb der kleinen Gemeinde, die so durchaus self-sustaining wird und alle Bedingungen der Reproduktion und Mehrproduktion in sich selbst enthält. Ein Teil ihrer Surplusarbeit gehört der höhern Gemeinschaft, die zuletzt als Person existiert, und diese Surplusarbeit macht sich geltend sowohl im Tribut etc., wie in gemeinsamen Arbeiten zur Verherrlichung der Einheit, teils des wirklichen Despoten, teils des gedachten Stammwesens, des Gottes. Diese Art Gemeindeeigentum kann nun, soweit es nun wirklich in der Arbeit sich realisiert, entweder so erscheinen, daß die kleinen Gemeinden unabhängig nebeneinander vegetieren und in sich selbst der Einzelne auf dem ihm angewiesnen Los unabhängig mit seiner Familie arbeitet; (eine bestimmte Arbeit für gemeinschaftlichen VorratInsurance sozusagen, einerseits, und für Bestreitung der Kosten des Gemeinwesens als solchen, also für Krieg, Gottesdienst etc.; das herrschaftliche dominium im ursprünglichsten Sinn findet sich erst hier, z.B. in den slawischen Gemeinden, in den rumänischen etc. Hierin liegt der Übergang in Frondienst etc.); oder die Einheit kann auf die Gemeinschaftlichkeit in der Arbeit selbst sich erstrecken, die ein förmliches System sein kann, wie in Mexico, Peru besonders, bei den alten Celten, einigen indischen Stämmen. Es kann ferner die Gemeinschaftlichkeit innerhalb des Stammwesens mehr so erscheinen, daß die Einheit in einem Haupt der Stammfamilie repräsentiert ist, oder als die Beziehung der Familienväter aufeinander. Danach dann entweder mehr despotische oder demokratische Form dieses Gemeinwesens. Die gemeinschaftlichen Bedingungen der wirklichen Aneignung durch die Arbeit, Wasserleitungen, sehr wichtig bei den asiatischen Völkern, Kommunikationsmittel etc. erscheinen dann als Werk der höhren Einheit - der über den kleinen Gemeinden schwebenden despotischen Regierung. Die eigentlichen Städte bilden sich hier neben diesen Dörfern bloß da, wo besonders günstiger Punkt für auswärtigen Handel; oder wo das Staatsoberhaupt und seine Satrapen ihre Revenu (Surplusprodukt) austauschen gegen Arbeit, sie als labour-funds verausgaben.

||52|| Die zweite Form - und sie wie die erste hat wesentliche Modifikationen, lokal, historisch etc. hervorgebracht - das Produkt mehr bewegten, historischen Lebens, der Schicksale und Modifikation der ursprünglichen Stämme - unterstellt auch das Gemeinwesen als erste Voraussetzung, aber nicht wie im ersten Fall als Substanz, von der die Individuen bloß Akzidenzen sind, oder von der sie rein naturwüchsig Bestandteile bilden -, sie unterstellt nicht das Land als die Basis, sondern die Stadt als schon geschaffnen Sitz (Zentrum) der Landleute (Grundeigentümer). Der Acker erscheint als Territorum der Stadt; nicht das Dorf als bloßer Zubehör zum Land. Die Erde an sich - sosehr sie Hindernisse darbieten mag, um sie zu bearbeiten, sich wirklich anzueignen - bietet kein Hindernis dar, sich zu ihr als der unorganischen Natur des lebendigen Individuums, seiner Werkstätte, dem Arbeitsmittel, Arbeitsobjekt und Lebensmittel des Subjekts zu verhalten. Die Schwierigkeiten, die das Gemeindewesen trifft, können nur von andren Gemeindewesen herrühren, die entweder den Grund und Boden schon okkupiert haben, oder die Gemeinde in ihrer Okkupation beunruhigen. Der Krieg ist daher die große Gesamtaufgabe, die große gemeinschaftliche Arbeit, die erheischt ist, sei es um die objektiven Bedingungen des lebendigen Daseins zu okkupieren, sei es um die Okkupation derselben zu beschützen und zu verewigen. Die aus Familien bestehende Gemeinde daher zunächst kriegerisch organisiert - als Kriegs- und Heerwesen, und dies eine der Bedingungen ihres Daseins als Eigentümerin. Die Konzentration der Wohnsitze in der Stadt Grundlage dieser kriegerischen Organisation. Das Stammwesen an sich führt zu höhren und niedren Geschlechtern, ein Unterschied, der noch mehr entwickelt durch Mischung mit unterjochten Stämmen etc. Das Gemeindeeigentum - als Staatseigentum, ager publicus - hier getrennt von dem Privateigentum. Das Eigentum des Einzelnen hier nicht, wie im ersten case, selbst unmittelbar Gemeindeeigentum, wonach also nicht Eigentum des Einzelnen, von der Gemeinde getrennt, der vielmehr nur ihr Besitzer ist. Je weniger faktisch das Eigentum des Einzelnen nur verwertet werden kann durch gemeinsame Arbeit - also z.B. wie die Wasserleitungen im Orient -, je mehr der rein naturwüchsige Charakter des Stammes durch historische Bewegung, Wandrung gebrochen; je mehr ferner der Stamm sich entfernt von seinem ursprünglichen Sitz und fremden Boden okkupiert, also in wesentlich neue Arbeitsbedingungen tritt und die Energie des Einzelnen mehr entwickelt ist - sein gemeinsamer Charakter mehr als negative Einheit nach außen erscheint und so erscheinen muß -, um so mehr die Bedingungen gegeben, daß der Einzelne Privateigentümer von Grund und Boden - besondrer Parzelle - wird, deren besondre Bearbeitung ihm und seiner Familie anheimfällt. Die Gemeinde - als Staat - ist einerseits die Beziehung dieser freien und gleichen Privateigentümer aufeinander, ihre Verbindung gegen außen, und ist zugleich ihre Garantie. Das Gemeindewesen beruht hier ebensosehr darauf, daß seine Mitglieder aus arbeitenden Grundeigentümern, Parzellenbauern bestehn, wie die Selbständigkeit der letztren durch ihre Beziehung als Gemeindeglieder aufeinander, Sicherung des ager publicus für die gemeinschaftlichen Bedürfnisse und den gemeinschaftlichen Ruhm etc. besteht. Voraussetzung bleibt hier für die Aneignung des Grund und Bodens Mitglied der Gemeinde zu sein, aber als Gemeindemitglied ist der Einzelne Privateigentümer. Er bezieht sich zu seinem Privateigentum als Grund und Boden aber zugleich als seinem Sein als Gemeindemitglied, und die Erhaltung seiner als solchen ist ebenso die Erhaltung der Gemeinde, wie umgekehrt etc. Da die Gemeinde, obgleich hier schon historisches Produkt, nicht nur dem fact nach, sondern als solches gewußt, daher entstanden, hier Voraussetzung des Eigentums am Grund und Boden - d.h. der Beziehung des arbeitenden Subjekts zu den natürlichen Voraussetzungen der Arbeit als ihm gehörigen -, diese Gehörigkeit aber vermittelt durch sein Sein als Staatsmitglied, durch das Sein des Staats - daher durch eine Voraussetzung, die als göttlich etc. betrachtet wird. Konzentration in der Stadt mit Land als Territorium; für den unmittelbaren Konsum arbeitende kleine Landwirtschaft; Manufaktur als häusliches Nebengewerb der Frauen und Töchter (Spinnen und Weben) oder nur verselbständigt in einzelnen Branchen (fabri etc.). Die Voraussetzung der Fortdauer des Gemeinwesens ist die Erhaltung der Gleichheit unter seinen freien self-sustaining peasants und die eigne Arbeit als die Bedingung der Fortdauer ihres Eigentums. Sie verhalten sich als Eigentümer zu den natürlichen Bedingungen der Arbeit; aber diese Bedingungen müssen noch fortwährend durch persönliche Arbeit wirklich als Bedingungen und objektive Elemente der Persönlichkeit des Individuums, seiner persönlichen Arbeit, gesetzt werden. Andrerseits treibt die Richtung dieses kleinen kriegerischen Gemeinwesens hinaus über diese Schranken etc. (Rom, Griechenland, Juden etc.). »Als die Augurien«, sagt Niebuhr, »Numa der göttlichen Billigung seiner Wahl versichert hatten, war die erste Sorge des frommen Königs nicht Tempeldienst, sondern menschlich. Er teilte die Ländereien, welche Romulus im Krieg gewonnen und der Okkupation überlassen hatte: er stiftete den Dienst des Terminus. Alle alten Gesetzgeber, und vor allen Moses, gründeten den Erfolg ihrer Anordnungen für Tugend, Rechtlichkeit und gute Sitte, auf Landeigentum, oder wenigstens gesicherten erblichen Landbesitz, für die möglich größte Zahl der Bürger.« (Bd. 1, 245, 2. Ausgabe. Röm. Gesch.) Das Individuum ist placed in such conditions of gaining his life as to make not the acquiring of wealth his object, but self-sustainance, its own reproduction as a member of the community; the reproduction of himself as proprietor of the parcel of ground and, in that quality, as a member of the commune. Die Fortdauer der commune ist die Reproduktion aller der members derselben als self-sustaining peasants, deren Surpluszeit eben der commune, der Arbeit des Kriegs etc. gehört. Das Eigentum an der eignen Arbeit ist vermittelt durch das Eigentum an der Bedingung der Arbeit - dem Hufen Land, seinerseits garantiert durch das Dasein der Gemeinde, und diese wieder durch die Surplusarbeit in Form von Kriegsdienst etc. der Gemeindeglieder. Es ist nicht Kooperation in der wealth producing Arbeit, wodurch sich das Gemeindemitglied reproduziert, sondern Kooperation in der Arbeit für die gemeinschaftlichen Interessen (imaginären und wirklichen) zur Aufrechterhaltung des Verbandes nach außen und innen. Das Eigentum ist quiritorium, römisches, der Privatgrundeigentümer ist solcher nur als Römer, aber als Römer ist er Privatgrundeigentümer.

||53|| Eine [andre] Form des Eigentums der arbeitenden Individuen, selfsustaining members of the community, an den Naturbedingungen ihrer Arbeit ist das germanische. Hier ist weder, wie in der spezifisch-orientalischen Form, das Gemeindemitglied als solches Mitbesitzer des gemeinschaftlichen Eigentums (wo das Eigentum nur als Gemeindeeigentum existiert, ist das Einzelne Glied als solches nur Besitzer eines besondren Teils, erblicher oder nicht, da jede Fraktion des Eigentums keinem Glied gehört für sich, sondern als unmittelbarem Glied der Gemeinde, also als direkt in der Einheit mit ihr, nicht im Unterschied von ihr. Dieser Einzelne ist also nur Besitzer. Es existiert nur Gemeinschaftliches Eigentum, und nurPrivatbesitz. Die Weise dieses Besitzes im Verhältnis zum gemeinschaftlichen Eigentum kann historisch, lokal etc. ganz verschieden modifiziert sein, je nachdem die Arbeit selbst von dem Privatbesitzer isoliert geschieht oder selbst wieder von der Gemeinde bestimmt ist oder der über der besondren Gemeinde schwebenden Einheit); noch ist, wie in der römischen, griechischen Form (kurz der klassisch antiken) - hier ist der Boden okkupiert von der Gemeinde, römischer Boden; ein Teil bleibt der Gemeinde als solcher im Unterschied von den Gemeindegliedern, ager publicus in seinen verschiednen Formen; der andre Teil wird verteilt und jede Parzelle des Bodens ist dadurch römisch, daß sie das Privateigentum, die Domäne eines Römers, sein ihm gehöriger Anteil an dem Laboratorium ist; er ist aber auch nur Römer, insofern er dies souveräne Recht über einen Teil der römischen Erde besitzt. [[Im Altertum städtisches Gewerb und Handel gering-, Ackerbau aber hochgeachtet; im Mittelalter die entgegengesetzte Beurteilung.]] [[Das Recht der Benutzung des Gemeindelandes durch Besitz kam ursprünglich den Patriziern zu; die dann ihre Klienten belehnten; die Überweisungvon Eigentum von dem ager publicus kam ausschließlich den Plebejern zu; alle Assignationen zugunsten der Plebejer und Abfindung für einen Anteil am Gemeindeland. Eigentliches Landeigentum, die Gegend um die Mauern der Stadt ausgenommen, ursprünglich nur in den Händen der Plebejer (später aufgenommne Landgemeinden.)]] [[Grundwesen der römischen Plebs als einer Gesamtheit von Landleuten, wie es in ihrem quiritarischen Eigentum bezeichnet ist. Den Landbau achteten die Alten einstimmig für das eigentliche Geschäft des freien Mannes, Schule des Soldaten. In ihm erhält sich der alte Stamm der Nation; sie ändert sich in den Städten, wo fremde Kaufleute und Gewerbtreibende sich niederlassen, wie die einheimischen dorthin ziehn, wo der Erwerb sie lockt. Allenthalben, wo Sklaverei ist, sucht der Freigelaßne seinen Unterhalt durch solche Geschäfte, bei denen er dann oft Reichtümer sammelt: so waren diese Gewerbe auch im Altertum meistens in ihren Händen, und dadurch für den Bürger nicht geziemend: daher die Meinung, daß Zulassung der Handwerker zum vollen Bürgerrecht bedenklich sei (in der Regel waren sie bei den ältern Griechen ausgeschlossen). Οδδενι εξην Ρωμαιων οϋτε κάπηλον οϋτε χειροτεχνην βιον εχειν. Die Alten hatten keine Ahnung von einem würdigen Zunftwesen, wie in der mittelalterlichen Städtegeschichte; und selbst hier sank der kriegerische Geist, wie die Zünfte gegen die Geschlechter obsiegten, und erlosch zuletzt ganz; also auch der Städte äußre Achtung und Freiheit.]] [[Die Stämme der alten Staaten waren auf zweierlei Art begründet, entweder nach Geschlechtern oder nach Orten. Die Geschlechterstämme gehn dem Alter nach vor den Ortsstämmen, und werden fast allenthalben von ihnen verdrängt. Ihre äußerste, strengste Form ist die Kasteneinrichtung, wo eine von der andren getrennt ist, ohne wechselseitiges Eherecht, der Würde nach ganz verschieden; jede mit einem ausschließlichen, unabänderlichen Beruf. Die Ortsstämme entsprachen ursprünglich einer Einteilung der Landschaft in Gauen und Dörfer; so daß, wer zu der Zeit, als diese angelegt ward, in Attika unter Kleisthenes, in einem Dorf angesessen war, als dessen Demotes, in der Phyle, zu deren Region jenes gehörte, eingeschrieben ward. Nun blieben der Regel nach seine Nachkommen, ohne Rücksicht auf ihren Wohnort, in derselben Phyle und demselben Demos; womit auch diese Einteilung einen Schein von Ahnenwesen annahm. Diese römischen Geschlechter nicht Blutsverwandte; Cicero fügt als Merkmal zu gemeinschaftlichem Namen Abstammung von Freien hinzu. Den römischen Gentilen gemeinschaftliche sacra, hörte später auf (schon zu Ciceros Zeit). Am längsten erhielt sich die Beerbung der ohne Angehörige und Verfügung verstorbnen Mitgeschlechter. Verpflichtung, in der ältesten Zeit, der Geneten, dem Hilfsbedürftigen unter den Ihrigen ungewöhnliche Lasten tragen zu helfen. (Bei den Deutschen überall ursprünglich, am längsten unter den Dithmarsen.) Die Gentes Innungen. Eine allgemeinre Anordnung als die Geschlechter gab es in der alten Welt nicht. So bei den Gaelen die adligen Campbells und ihre Vasallen einen Clan bildend.]] Da der Patrizier im höhern Grad das Gemeinwesen repräsentiert, ist er der possessor des ager publicus und benutzt ihn durch seine Klienten etc. (eignet ihn sich auch nach und nach an). Die germanische Gemeinde konzentriert sich nicht in der Stadt; durch welche bloße Konzentration - der Stadt als Zentrum des Landlehens, dem Wohnsitz der Landarbeiter, wie ebenso dem Zentrum der Kriegsführung - die Gemeinde als solche nun eine äußerliche Existenz besitzt, unterschieden von der des Einzelnen. Die klassische alte Geschichte ist Stadtgeschichte, aber von Städten, gegründet auf Grundeigentum und Agrikultur; die asiatische Geschichte ist eine Art indifferenter Einheit von Stadt und Land; (die eigentlich großen Städte sind bloß als fürstliche Lager hier zu betrachten, als Superfötation über die eigentlich ökonomische Konstruktion); das Mittelalter (germanische Zeit) geht vom Land als Sitz der Geschichte aus, deren Fortentwicklung dann im Gegensatz von Stadt und Land vor sich geht; die moderne [Geschichte] ist Verstädtischung des Landes, nicht wie bei den Antiken Verländlichung der Stadt.

||1|| Bei der Vereinigung in der Stadt besitzt die Gemeinde als solche eine ökonomische Existenz; das bloße Dasein der Stadt als solcher ist verschieden von bloßer Vielheit von unabhängigen Häusern. Das Ganze ist nicht hier aus seinen Teilen bestehend. Es ist eine Art selbständiger Organismus. Bei den Germanen, wo die einzelnen Familienhäupter sich in Wäldern festsetzen, getrennt durch lange Strecken, existiert, schonäußerlich betrachtet, die Gemeinde nur durch die jedesmalige Vereinigung der Gemeindeglieder, obgleich ihre an sich seiende Einheit gesetzt ist in Abstammung, Sprache, gemeinsamer Vergangenheit und Geschichte etc. Die Gemeinde erscheint also als Vereinigung, nicht als Verein, als Einigung, deren selbständige Subjekte die Landeigentümer bilden, nicht als Einheit. Die Gemeinde existiert daher in fact nicht als StaatStaatswesen, wie bei den Antiken, weil sie nicht als Stadt existiert. Damit die Gemeinde in wirkliche Existenz trete, müssen die freien Landeigentümer Versammlung halten, während sie in Rom z.B. existiert, außer diesen Versammlungen, in dem Dasein der Stadt selbst und der Beamten, die ihr vorgesetzt sind etc. Zwar kommt auch bei den Germanen der ager publicus, das Gemeindeland vor oder Volksland, im Unterschied von dem Eigentum des Einzelnen. Er ist Jagdgrund, Weidegrund, Holzungsgrund etc., der Teil des Landes, der nicht geteilt werden kann, wenn er in dieser bestimmten Form als Produktionsmittel dienen soll. Indes erscheint nicht, wie bei den Römern z.B., dieser ager publicus als das besondre ökonomische Dasein des Staates neben den Privateigentümern, so daß diese eigentlich Privateigentümer als solche sind, soweit sie ausgeschlossen waren, priviert waren, wie die Plebejer, [von] der Benutzung des ager publicus. Der ager publicus erscheint vielmehr nur als Ergänzung des individuellen Eigentums bei den Germanen, und figuriert als Eigentum nur, soweit er gegen feindliche Stämme als Gemeinbesitz des einen Stammes verfochten wird. Das Eigentum des Einzelnen erscheint nicht vermittelt durch die Gemeinde, sondern das Dasein der Gemeinde und des Gemeindeeigentums als vermittelt, d.h. als Beziehung der selbständigen Subjekte aufeinander. Das ökonomische Ganze ist au fond in jedem Einzelnen Hause enthalten, das für sich ein selbständiges Zentrum der Produktion bildet (Manufaktur rein als häusliche Nebenarbeit der Weiber etc.). In der antiken Welt ist die Stadt mit ihrer Landmark das ökonomische Ganze; in der germanischen der einzelne Wohnsitz, der selbst nur als Punkt in dem zu ihm gehörigen Land erscheint, keine Konzentration vieler Eigentümer ist, sondern Familie als selbständige Einheit. In der asiatischen (wenigstens vorherrschenden) Form kein Eigentum, sondern nur Besitz des Einzelnen; die Gemeinde der eigentliche wirkliche Eigentümer - also Eigentum nur als gemeinschaftliches Eigentum an dem Boden. Bei den Antiken (Römer als das klassischste Beispiel, die Sache in der reinsten, ausgeprägtesten Form) gegensätzliche Form von Staatsgrundeigentum und Privatgrundeigentum, so daß das letztre durch das erstre vermittelt oder das erstre selbst in dieser doppelten Form existiert. Der Privatgrundeigentümer daher zugleich städtischer Bürger. Ökonomisch löst sich das Staatsbürgertum in die einfache Form auf, daß der Landmann Bewohner einer Stadt. In der germanischen Form der Landmann nicht Staatsbürger, d.h. nicht Städtebewohner, sondern Grundlage die isolierte, selbständige Familienwohnung, garantiert durch den Verband mit andren solchen Familienwohnungen vom selben Stamm und ihr gelegentliches, für Krieg, Religion, Rechtsschlichtung etc. Zusammenkommen für solche wechselseitige Bürgschaft. Das individuelle Grundeigentum erscheint hier nicht als gegensätzliche Form des Grundeigentums der Gemeinde, noch als durch sie vermittelt, sondern umgekehrt. Die Gemeinde existiert nur in der Beziehung dieser individuellen Grundeigentümer als solcher aufeinander. Das Gemeindeeigentum als solches erscheint nur als gemeinschaftliches Zubehör zu den individuellen Stammsitzen und Bodenaneignungen. Weder ist die Gemeinde die Substanz, an der der Einzelne nur als Akzident erscheint; noch das Allgemeine, das als solches, sowohl in seiner Vorstellung, wie in der Existenz der Stadt und ihrer städtischen Bedürfnisse im Unterschied von denen des Einzelnen, oder in ihrem städtischen Grund und Boden als ihrem besondren Dasein im Unterschied von dem besondren ökonomischen Dasein des Gemeindeglieds, eine seiende Einheit ist; sondern einerseits ist die Gemeinde an sich als das Gemeinschaftliche in Sprache, Blut etc. dem individuellen Eigentümer vorausgesetzt; als Dasein existiert sie aber nur andrerseits in ihrer wirklichen Versammlung für gemeinschaftliche Zwecke, und soweit sie besondre ökonomische Existenz hat, in dem gemeinsam benutzten Jagd-, Weideland etc., wird sie so benutzt von Jedem Individuellen Eigentümer als solchem, nicht als Repräsentanten (wie in Rom) des Staats; wirklich gemeinsames Eigentum der individuellen Eigentümer, nicht des Vereins dieser Eigentümer als in der Stadt selbst von sich als einzelnen eine gesonderte Existenz besitzend.

Worauf es hier eigentlich ankommt, ist dies: In allen diesen Formen, worin Grundeigentum und Agrikultur die Basis der ökonomischen Ordnung bilden, und daher die Produktion von Gebrauchswerten ökonomischer Zweck ist, die Reproduktion des Individuums in den bestimmten Verhältnissen zu seiner Gemeinde, in denen es deren Basis bildet - ist vorhanden: 1) Aneignung, nicht durch Arbeit, sondern als der Arbeit vorausgesetzt, der natürlichen Bedingung der Arbeit, der Erde als des ursprünglichen Arbeitsinstruments sowohl, Laboratoriums, wie Behälters der Rohstoffe. Das Individuum verhält sich einfach zum den objektiven Bedingungen der Arbeit als den seinen; zu ihnen, als der unorganischen Natur seiner Subjektivität, worin diese sich selbst realisiert; die Hauptobjektive Bedingung der Arbeit erscheint nicht selbst als Produkt der Arbeit, sondern findet sich vor als Natur||2|| auf der einen Seite das lebendige Individuum, auf der andren die Erde, als die objektive Bedingung seiner Reproduktion; 2) aber dieses Verhalten zu dem Grund und Boden, zur Erde, als dem Eigentum des arbeitenden Individuums - welches daher von vornherein nicht als bloß arbeitendes Individuum erscheint, in dieser Abstraktion, sondern im Eigentum an der Erde eine objektive Existenzweise hat, die seiner Tätigkeit vorausgesetzt ist, und nicht als deren bloßes Resultat erscheint, und ebenso eine Voraussetzung seiner Tätigkeit ist wie seine Haut, seine Sinnesorgane, die er zwar auch im Lebensprozeß reproduziert, und entwickelt etc., die aber diesem Reproduktionsprozeß seinerseits vorausgesetzt sind - ist sofort vermittelt durch das naturwüchsige, mehr oder minder historisch entwickelte, und modifizierte Dasein des Individuums als Mitglieds einer Gemeinde - sein naturwüchsiges Dasein als Glied eines Stammes etc. Ein isoliertes Individuum könnte sowenig Eigentum haben am Grund und Boden, wie sprechen. Es könnte allerdings an ihm als der Substanz zehren, wie die Tiere tun. Das Verhalten zur Erde als Eigentum ist immer vermittelt durch die Okkupation, friedliche oder gewaltsame, von Grund und Boden durch den Stamm, die Gemeinde in irgendeiner mehr oder minder naturwüchsigen, oder schon historisch entwickeltern Form. Das Individuum kann hier nie in der Punktualität auftreten, in der es als bloßer freier Arbeiter erscheint. Wenn die objektiven Bedingungen seiner Arbeit vorausgesetzt sind als ihm gehörig, so ist es selbst subjektiv vorausgesetzt als Glied einer Gemeinde, durch welche sein Verhältnis zum Grund und Boden vermittelt ist. Seine Beziehung zu den objektiven Bedingungen der Arbeit ist vermittelt durch sein Dasein als Gemeindeglied; andrerseits ist das wirkliche Dasein der Gemeinde bestimmt durch die bestimmte Form seines Eigentums an den objektiven Bedingungen der Arbeit. Ob dies durch das Dasein in der Gemeinde vermittelte Eigentum als gemeinschaftliches Eigentum erscheint, wo der Einzelne nur Besitzer ist und es kein Privateigentum an Grund und Boden gibt - oder ob das Eigentum in der doppelten Form von Staats- und Privateigentum nebeneinander erscheint, so daß das letztre aber als durch das erstre gesetzt erscheint, daher nur der Staatsbürger Privateigentümer ist und sein muß, andrerseits aber sein Eigentum als Staatsbürger zugleich eine besondre Existenz hat - oder ob endlich das Gemeindeeigentum nur als Ergänzung des individuellen Eigentums, dieses aber als die Basis und die Gemeinde überhaupt nicht Existenz für sich hat außer in der Versammlung der Gemeindeglieder und ihrer Vereinigung zu gemeinsamen Zwecken - diese verschiednen Formen des Verhaltens der Gemeinde- oder Stammglieder zum Grund und Boden des Stammes - der Erde, worauf er sich niedergelassen hat, - hängen ab teils von den Naturanlagen des Stammes, teils von den ökonomischen Bedingungen, unter denen er nun wirklich sich als Eigentümer zum Grund und Boden verhält, d.h. sich seine Früchte durch Arbeit aneignet, und dies wird selbst abhängen von Klima, physischer Beschaffenheit des Grund und Bodens, der physisch bedingten Weise seiner Exploitation, dem Verhalten zu feindlichen Stämmen oder Nachbarstämmen, und den Veränderungen, die Wanderungen, historische Erlebnisse etc. hineinbringen. Damit die Gemeinde fortexistiere in der alten Weise, als solche, ist die Reproduktion ihrer Glieder unter den vorausgesetzten objektiven Bedingungen nötig. Die Produktion selbst, Fortschritte der Bevölkerung (auch dieser gehört zur Produktion) hebt notwendig nach und nach diese Bedingungen auf; zerstört sie statt sie zu reproduzieren etc., und damit geht das Gemeinwesen unter mit den Eigentumsverhältnissen, auf denen es gegründet war. Am zähsten und längsten hält sich notwendig die asiatische Form. Es liegt dies in ihrer Voraussetzung; daß der Einzelne nicht der Gemeinde gegenüber selbständig wird; daß self-sustaining Kreis der Produktion, Einheit von Agrikultur und Handmanufaktur etc. Verändert der Einzelne sein Verhältnis zur Gemeinde, so verändert er damit und wirkt zerstörend auf die Gemeinde; wie auf ihre ökonomische Voraussetzung; andrerseits die Änderung dieser ökonomischen Voraussetzung - durch ihre eigne Dialektik hervorgebracht, Verarmung etc. Namentlich der Einfluß des Kriegswesens und der Eroberung, der in Rom z.B. wesentlich zu den ökonomischen Bedingungen der Gemeinde selbst gehört, - hebt auf das reale Band, worauf sie beruht. In allen diesen Formen ist die Reproduktion vorausgesetzter - mehr oder minder naturwüchsiger oder auch historisch gewordner, aber traditionell gewordner - Verhältnisse des Einzelnen zu seiner Gemeinde, und ein bestimmtes, ihm vorherbestimmte objektives Dasein, sowohl im Verhalten zu den Bedingungen der Arbeit, wie zu seinen Mitarbeitern, Stammesgenossen etc. - Grundlage der Entwicklung, die von vornherein daher eine beschränkte ist, aber mit Aufhebung der Schranke Verfall und Untergang darstellt. Die Entwicklung der Sklaverei, die Konzentration des Grundbesitzes, Austausch, Geldwesen, Eroberung etc. so bei den Römern, obgleich alle diese Elemente bis zu einem gewissen Punkt verträglich schienen mit der Grundlage und sie teils nur unschuldig zu erweitern schienen, teils als bloße Mißbräuche aus ihr hervorzuwachsen. Es können hier große Entwicklungen stattfinden innerhalb eines bestimmten Kreises. Individuen können groß erscheinen. Aber an freie und volle Entwicklung, weder des Individuums, noch der Gesellschaft nicht hier zu denken, da solche Entwicklung mit dem ursprünglichen Verhältnis im Widerspruch steht.

||3|| Wir finden bei den Alten nie eine Untersuchung, welche Form des Grundeigentums etc. die produktivste, den größten Reichtum schafft? Der Reichtum erscheint nicht als Zweck der Produktion, obgleich sehr wohl Cato untersuchen kann, welche Bestellung des Feldes die einträglichste, oder gar Brutus sein Geld zu den besten Zinsen ausborgen kann. Die Untersuchung ist immer, welche Weise des Eigentums die besten Staatsbürger schafft. Als Selbstzweck erscheint der Reichtum nur bei den wenigen Handelsvölkern - Monopolisten des carrying trade -, die in den Poren der alten Welt leben, wie die Juden in der mittelaltrigen Gesellschaft. Nun ist der Reichtum einerseits Sache, verwirklicht in Sachen, materiellen Produkten, denen der Mensch als Subjekt gegenübersteht; andrerseits als Wert ist er bloßes Kommando über fremde Arbeit nicht zum Zweck der Herrschaft, sondern des Privatgenusses etc. In allen Formen erscheint er in dinglicher Gestalt, sei es Sache, sei es Verhältnis vermittelst der Sache, die außer und zufällig neben dem Individuum liegt. So scheint die alte Anschauung, wo der Mensch, in welcher bornierten nationalen, religiösen, politischen Bestimmung auch immer als Zweck der Produktion erscheint, sehr erhaben zu sein gegen die moderne Welt, wo die Produktion als Zweck des Menschen und der Reichtum als Zweck der Produktion erscheint. In fact aber, wenn die bornierte bürgerliche Form abgestreift wird, was ist der Reichtum anders, als die im universellen Austausch erzeugte Universalität der Bedürfnisse, Fähigkeiten, Genüsse, Produktivkräfte etc. der Individuen? Die volle Entwicklung der menschlichen Herrschaft über die Naturkräfte, die der sogenannten Natur sowohl, wie seiner eignen Natur? Das absolute Herausarbeiten seiner schöpferischen Anlagen, ohne andre Voraussetzung als die vorhergegangne historische Entwicklung, die diese Totalität der Entwicklung, d.h. der Entwicklung aller menschlichen Kräfte als solcher, nicht gemessen an einem vorhergegebnen Maßstab, zum Selbstzweck macht? wo er sich nicht reproduziert in einer Bestimmtheit, sondern seine Totalität produziert? Nicht irgend etwas Gewordnes zu bleiben sucht, sondern in der absoluten Bewegung des Werdens ist? In der bürgerlichen Ökonomie - und der Produktionsepoche, der sie entspricht, - erscheint diese völlige Herausarbeitung des menschlichen Innern als völlige Entleerung, diese universelle Vergegenständlichung als totale Entfremdung, und die Niederreißung aller bestimmten einseitigen Zwecke als Aufopferung des Selbstzwecks unter einen ganz äußren Zweck. Daher erscheint einerseits die kindische alte Welt als das Höhere. Andrerseits ist sie es in alledem, wo geschloßne Gestalt, Form, und gegebne Begrenzung gesucht wird. Sie ist Befriedigung auf einem bornierten Standpunkt; während das Moderne unbefriedigt läßt oder wo es in sich befriedigt erscheint, gemein ist.

Was Herr Proudhon die außerökonomische Entstehung des Eigentums nennt, worunter er eben das Grundeigentum versteht, ist das vorbürgerlicheVerhältnis des Individuums zu den objektiven Bedingungen der Arbeit, und zunächst den natürlichen - objektiven Bedingungen der Arbeit - denn wie das arbeitende Subjekt natürliches Individuum, natürliches Dasein - erscheint die erste objektive Bedingung seiner Arbeit als Natur, Erde, als sein unorganischer Leib; es selbst ist nicht nur der organische Leib, sondern diese unorganische Natur als Subjekt. Diese Bedingung ist nicht sein Produkt, sondern vorgefunden; als natürliches Dasein außer ihm ihm vorausgesetzt. Eh wir dies weiter analysieren, noch dies: der brave Proudhon könnte nicht nur, sondern müßte, ebensogut das Kapital und die Lohnarbeit - als Eigentumsformen - außerökonomischer Entstehung bezichtigen. Denn das Vorfinden der objektiven Bedingungen der Arbeit als von ihm getrennter, als Kapital von seiten des Arbeiters und das Vorfinden des Arbeiters als Eigentumslosen, als abstrakten Arbeiters von seiten des Kapitalisten - der Austausch, wie er zwischen Wert und lebendiger Arbeit vorgeht, unterstellt einen historische Prozeß, - sosehr Kapital und Lohnarbeit selbst dies Verhältnis reproduzieren und in seinem objektiven Umfang ausarbeiten, wie ebenso in die Tiefe hinein - einen historischen Prozeß, wie wir gesehn haben, der die Entstehungsgeschichte des Kapitals und der Lohnarbeit bildet. In andren Worten: die außerökonomische Entstehung des Eigentums heißt nichts als die historische Entstehung der bürgerlichen Ökonomie, der Produktionsformen, die durch die Kategorien der politischen Ökonomie theoretisch oder ideal ausgedrückt werden. Daß die vorbürgerliche Geschichte, und jede Phase derselben, aber auch ihre Ökonomie hat und eine ökonomische Grundlage der Bewegung, ist au fond die bloße Tautologie, daß das Leben der Menschen von jeher auf Produktion, d'une manière ou d'une autre gesellschaftlicher Produktion beruhte, deren Verhältnisse wir eben ökonomische Verhältnisse nennen.

Die ursprünglichen Bedingungen der Produktion (oder, was dasselbe ist, die Reproduktion einer durch denn natürlichen Prozeß der beiden Geschlechter fortschreitenden Menschenzahl; denn diese Reproduktion, wenn sie auf der einen Seite als Aneignen der Objekte durch die Subjekte erscheint, erscheint auf der andren ebenso als Formung, Unterwerfung der Objekte unter einen subjektiven Zweck; Verwandlung derselben in Resultate und Behälter der subjektiven Tätigkeit) können ursprünglich nicht selbst produziert sein - Resultate der Produktion sein. Nicht die Einheitder lebenden und tätigen Menschen mit den natürlichen, unorganischen Bedingungen ihres Stoffwechsels mit der Natur, und daher ihre Aneignung der Natur - bedarf der Erklärung oder ist Resultat eines ||4|| historischen Prozesses, sondern die Trennung zwischen diesen unorganischen Bedingungen des menschlichen Daseins und diesem tätigen Dasein, eine Trennung, wie sie vollständig erst gesetzt ist im Verhältnis von Lohnarbeit und Kapital. In dem Sklaven- und Leibeigenschaftsverhältnis findet diese Trennung nicht statt; sondern ein Teil der Gesellschaft wird von dem andren selbst als bloß unorganische und natürliche Bedingung seiner eignen Reproduktion behandelt. Der Sklave steht in gar keinem Verhältnis zu den objektiven Bedingungen seiner Arbeit; sondern die Arbeit selbst, sowohl in der Form des Sklaven, wie der des Leibeignen, wird als unorganischeBedingung der Produktion in die Reihe der andren Naturwesen gestellt, neben das Vieh oder als Anhängsel der Erde. In andren Worten: die ursprünglichen Bedingungen der Produktion erscheinen als Naturvoraussetzungen, natürliche Existenzbedingungen des Produzenten, ganz so wie sein lebendiger Leib, sosehr er ihn reproduziert und entwickelt, ursprünglich nicht gesetzt ist von ihm selbst, als die Voraussetzung seiner selbst erscheint; sein eignes Dasein (leibliches) ist eine natürliche Voraussetzung, die er nicht gesetzt hat. Diese natürlichen Existenzbedingungen, zu denen er sich als zu ihm selbst gehörigem, unorganischem Leib verhält, sind selbst doppelt: 1) subjektiver und 2) objektiver Natur. Er findet sich vor als Glied einer Familie, Stammes, Tribus etc., - die dann durch Mischung und Gegensatz mit andren historisch verschiedne Gestalt annehmen, und als solches Glied bezieht er sich auf eine bestimmte Natur (sag hier noch Erde, Grund und Boden) als anorganisches Dasein seiner selbst, als Bedingung seiner Produktion und Reproduktion. Als natürliches Glied des Gemeinwesens hat er Teil am gemeinschaftlichen Eigentum und besondren Teil desselben zum Besitz; ebenso wie er als geborner römischer Bürger idealen Anspruch (at least) auf den ager publicus und realen auf soundso viel juggera Land hat etc. Sein Eigentum, d.h. die Beziehung auf die natürlichen Voraussetzungen seiner Produktion als ihm zugehörige, als die seinigen, ist dadurch vermittelt, daß er selbst natürliches Mitglied eines Gemeinwesens. (Die Abstraktion eines Gemeinwesens, worin die Mitglieder nichts gemein haben, als etwa Sprache etc. und kaum diese, ist offenbar das Produkt viel späterer historischer Zustände.) In bezug auf den Einzelnen ist z.B. klar, daß er selbst zur Sprache als seiner eignen sich nur verhält als natürliches Mitglied eines menschlichen Gemeinwesens. Sprache als das Produkt eines Einzelnen ist ein Unding. Aber ebensosehr ist es [das] Eigentum.

Die Sprache selbst ist ebenso das Produkt eines Gemeinwesens wie sie in andrer Hinsicht selbst das Dasein des Gemeinwesens, und das selbstredende Dasein desselben. [[Die gemeinschaftliche Produktion und das Gemeineigentum, wie es z.B. in Peru vorkommt, ist offenbar einesekundäre Form; eingeführt und übertragen von erobernden Stämmen, die bei sich selbst das Gemeineigentum und Gemeinschaftliche Produktion in der alten einfachern Form kannten, wie sie in Indien und bei den Slawen vorkommt. Ebenso scheint die Form, die wir bei den Celten in Wales z.B. finden, eine übertragne in dieselben, sekundäre, von Eroberern bei den niedriger stehenden eroberten Stämmen eingeführt. Die Vollendung und systematische Ausarbeitung dieser Systeme von einem obersten Zentrum aus, zeigt ihre spätere Entstehung. Ganz wie der in England eingeführte Feudalismus vollendeter war in der Form, wie der in Frankreich naturwüchsig entstandne.]] [[Bei wandernden Hirtenstämmen - und alle Hirtenvölker sind ursprünglich wandernd - erscheint die Erde gleich den andren Naturbedingungen in elementarischer Unbegrenztheit, z.B. in den asiatischen Steppen und der asiatischen Hochebne. Sie wird abgeweidet etc., konsumiert durch die Herden, an denen wieder die Herdenvölker existieren. Sie verhalten sich zu ihr als ihrem Eigentum, obgleich sie dies Eigentum nie fixieren. Der Jagdgrund so bei den wilden Indianerstämmen in Amerika; der Stamm betrachtet eine gewisse Region als sein Jagdgebiet und behauptet es gewaltsam gegen andre Stämme, oder sucht andre Stämme aus dem von ihnen behaupteten zu vertreiben. Bei den wandernden Hirtenstämmen ist die Gemeinde in der Tat stets vereinigt, Reisegesellschaft, Karawane, Horde, und die Formen der Über- und Unterordnung entwickeln sich aus den Bedingungen dieser Lebensweise. Angeeignet und reproduziert wird in der Tat hier nur die Herde, nicht die Erde; die aber stets temporär gemeinschaftlich benutzt wird an dem jedesmaligen Aufenthaltsplatz.]]

Pfad: »../me/me42«

MLWerke | Marx/Engels

per la cronaca, il prof. Cesa (UniBologna e JHU/SAIS) è stato intervistato in questi giorni. Sul costruttivismo dice. Mi sembra che dica le mie stesse cose:

 

Q:Constructivism is one of the renowned theories in the field of international relations. What are the main advantages of this theory in comparison to other world-class international relations theories?  

 

 

A: To be honest, I don’t see any particular reason why constructivism should be seen as a useful tool in analyzing international affairs. Constructivism is a fantastic ex post explanation for any type of phenomenon. In other words, it cannot be falsified. To which, a constructivist would reply that falsification is part of the rationalist/neopositivist methodology that constructivism rejects. End of any serious debate between constructivism and the rest. 

 

 

Mearsheimer nel 1990: 'I argue that the prospects for major crises and war in Europe are likely to increase markedly if the Cold War ends and this scenario unfolds. The next decades in a Europe without the superpowers would probably not be as violent as the first 45 years of this century, but would probably be substantially more prone to violence than the past 45 years.'

Waltz nel 1993: 'But we must wonder how long NATO will last as an effective organization.'

 

 

Non ho capito queste affermazioni cosa dovrebbero dimostrare, magari la fallacia del neorealismo? Credo allora lei faccia il comico di mestiere.

1) In primo luogo, entrambe le affermazioni hanno centrato abbastanza bene la realtà. Sulla NATO basta vedere quanto conti attualmente e sul fatto che da oramai 10 anni chi ci lavori abbia un solo obiettivo: trovare una ragione d'essere all'alleanza. Lo stesso vale sull'affermazione di Measheimer, a meno che la guerra in Yugoslavia la vogliamo dimenticare.

2) Ciò detto, lasciamo perdere quanto uno studioso predica accuratamente il futuro. La teoria può essere corretta ma può essere utilizzata incorrettamente. Per esempio, Waltz fa una serie di errori logici nel suo libro del 1979 contraddicendosi più di una volta. A sottolineare e correggere questi errori ci ha pensato Rosende-Santos (2007). Waltz quindi pur avendo definito la teoria la ha poi esplicata incorretamente in una serie di passaggi. Che quindi una persona possa fare predizioni sbagliate sulla base di una teoria corretta non mi pare così folle, anche alla luce della complessità degli eventi politici. 

3) Possiamo però sempre andare a prendere le altre predizioni, dai teorici della pace democratica ai costruttivisti che ci raccontavano un futuro di pace e democrazia. E in quel caso ci sarebbe da morire dalle risate... 

aa

Quello che intendo dire è che con affermazioni del genere si ha sempre ragione. Se la NATO fosse stata sciolta, tutti avrebber dato ragione a Waltz. La NATO è ancora lì, si è allargata, e ancora si può dare ragione a Waltz.

A sentire Mearsheimer adesso dovremmo essere in guerra in Europa occidentale. Non è successo ma ancora si può dare ragione a Mearsheimer. Prendendo cosa? L'ex Yugoslavia che è stata una guerra civile ed etnica e quindi per definizione non spiegabile dal realismo che è stato-centrico e razionalista.

Ma non vale solo per le predizioni, vale anche per le spiegazioni ex post, tipo che la guerra fredda, dato il declino sovietico, a un certo punto doveva finire. Alè.

Sull'UE che hanno detto i realisti? Praticamente niente. Sostengono ancora che sia un'organizzazione internazionale come tante altre.

Non devo fare l'avvocato di costruttivisti o altri. Non mi interessa. Dico solo che a un certo punto dagli anni '80 bisognerebbe uscire (possibilmente vivi).

Caro Piero,

è disarmante leggere cerit commenti.

In secondo luogo, qui si fa confusione tra due cose diverse. Un conto è avere teorie che fanno, al massimo, deduzioni poco precise (positivismo). Un altro conto è fare dell'imprecisione una teoria (post-positivismo).

Waltz ha detto che la NATO avrebbe perso la sua centralità. Ed è quello che è avvenuto. D'altronde tutti i suoi segretari hanno un obiettivo da oramai 20 anni a questa parte: ridare centralità all'alleanza. Si è espansa: vero. Anche i dinosauri, prima di morire, si sono spostatati in nuove zone e hanno cercato di aumentare la propria popolazione. La NATO tra i suoi compiti oramai ha tutto: cyber-defense, energy security, political and social stability, nuclear deterrence, marittime security. Ma cosa produce? niente. Vedesi le missioni anti-pirateria nel Golfo di Aden dove la NATO si è buttata per non risultare seconda all'EU.

Su Mearsheimer e le guerre civli: lasciamo perdere. Perchè è imbarazzante dover ricordare che il più grande studioso di guerre civili è James Fearon, un razionalista. Senza contare i diversi lavori di Barbara Walter, Jack Snyder e Stathis Kalyvas sul tema che hanno messo la parola fine a certe boiate (dipo quelle di Mary Kaldor).

Sull'UE: mai sentito parlare dei lavori di Barry Posen (2006), Seth G. Jones (2007), Sebastian Rosato (2010) sull'EU? Perchè nel mio campo, EDSP, sono quelli che hanno detto le cose più interessanti. Senza contare studiosi europei di scuola realista (Lyndley-French, Heisbourg, Yost).

Quindi non capisco l'ennesima accusa dei dibattiti degli anni Ottanta. Specie da chi, almeno in questi brevi commenti, ha ripetuto male delle semplificazioni che in realtà non esistono.

Il realismo è pieno di difetti (vedesi la conclusione del saggio di Wohlforth 93/94) o il libro edito dai due Elmann nel 2003. Sono disposto a discuterne e su molte di queste cose convengo. Ma appunto, allora bisogna alzare un po' l'asticella dei commenti, aa.

Piero,

non ci siamo (tra l'altro, poichè hai accesso alle riviste accademiche e sembri conoscere la disciplina, perchè non ci dici un po' chi sei? Libero di non farlo, ovviamente, ma non vedo il motivo per cui tu debba nasconderti).

Dicevo, non ci siamo. Proprio non ci siamo. Le teorie non si valutano solamente sulla base della corrispondenza (congruenza) tra predicted outcome e observed outcome (ciò equivale ad equiparare correlation a causation). Se una teoria prevede un evento che si manifesta, ciò non significa necessariamente che la teoria sia corretta. Analogamente, se una teoria sbaglia a predirre il risultato, non possiamo accontentarci del fallimento. Questo può risultare infatti da probemi diversi: ad esempio il meccanismo causale postulato è incorretto (in qual caso, il tuo ragionamento è appropriato); oppure una variabile viene misurata erroneamente (in qual caso quanto tu dici non è pertinente); oppure, ancora, una variabile importante è stata ignorata (e qui diventa difficile trarre delle conclusioni sulla teoria). Vi sono ovviamente altre vie che possono portare una teoria a non fare previsioni corrette, ma queste mi sembrano quelle più rilevanti.

Veniamo a noi. Partiamo da Waltz. Waltz aveva preannunciato la fine della NATO. Non è successo. Waltz ha torto? Beh... Waltz ha sbagliato perchè non ha considerato un'opzione accessoria per gli Stati Uniti: usare la NATO per promuovere i propri interessi. Le altre teorie (neoliberal institutionalism e constructivism) sostenevano invece che la NATO sarebbe continuata ad esistere in qualità di organizzazione internazionale che avrebbe permesso la cooperazione in Europa e la socializzazione tra le elite di determinate norme (democrazia, etc.). 

Il neorealismo sarebbe falsificato se la NATO fosse stata mantenuta per queste ragioni. A meno di non avere il prosciutto sugli occhi, e voler fare le giravolte, this is not the case. La NATO è stata mantenuta per organizational dynamics (i dipendenti NATO non sono diversi da quelli della FIAT di pomigliano; a loro vantaggio, però, possono contare su appoggi politici molto più forti); e, appunto e soprattutto, perchè gli Stati Uniti hanno presto realizzato che questo era il mezzo migliore per tenere l'Europa sotto controllo (vedi tutte le lamentele su Galileo, sui tentativi di Chirac di dare vita ad un'Europa "militarmente" forte; etc.) (http://www.rand.org/pubs/monograph_reports/2006/MR525.pdf)

Ora, vogliamo essere seri, oppure ci nascondiamo dietro ad un dito? Il fatto che le previsioni di Waltz non si siano realizzate non disconfermano la sua teoria. Il fatto, invece, che il meccanismo causale che ha mantenuto in piedi la NATO stessa sia quello caro ai realisti (gli stati perseguono i loro interessi), e non quello di neolib e constructivists dovrebbe essere sufficiente a placare i tuoi entusiasmi.

Veniamo a Mearsheimer. Come ha scritto Andrea qui sopra, è singolare che tu parli di "uscire dagli anni '80" e poi dimentichi Fearon. Mah... Ciò detto, quanto ho scritto precedentemente è di nuovo utile. Mearsheimer aveva torto perchè il meccanismo causale che postulava è sbagliato, oppure perchè nella formulazione delle sue previsioni usava una misurazione errata di una variabile chiave (il potere relativo degli stati)? E' chiaro che l'articolo di Mearsheimer si basava sulle prospettive di allora che vedevano la Germania prossima a superare economicamente gli USA. Da questo assunto, Mearsheimer concludeva che gli USA non avrebbero più potuto svolgere il ruolo di "pacifier" sul continente europeo, e una Germania così forte avrebbe inevitabilmente accresciuto la competizione politica in Europa. 

Ora, se il meccanismo causale postulato da Mearsheimer fosse sbagliato, tu avresti ragione. Il problema è che la competizione politica in Europa non è sparita come affermato da neolib e constructivists. Anzi, se leggi Wohlforth e Schweller troverai alcuni riferimenti interessanti: gli altri stati europei si opposero inizialmente alla riunificazione tedesca, proprio perchè spaventati degli effetti che avrebbe avuto sul continente.  

Ora, quanto scrivo non implica che il neorealismo sia sempre corretto. Il caso europeo rientra però in quel tipo di case study che Ecksein ha chiamato "crucial case", e in particolare del tipo "least likely". In altre parole, se prendiamo il caso europeo, il realismo dovrebbe essere la teoria che con più probabilità viene smentita; costruttivismo e neoliberalismo dovrebbero essere quelle che con più probabilità vengono confermate (alto livello di trade; scambi culturali; istituzioni comuni a livello europeo; etc.). Se il realismo fosse smentito, sarebbe poco male, perchè in fondo sarebbe da aspettarsi un risultato di questo genere. Se fosse confermato invece sarebbe un dato davvero rilevante.

Ecco, se prendi gli studi sulla fine della guerra fredda, la soluzione alla riunificazionetedesca, e la decisione di mantenere la nato troverai che guarda un po', chi ne esce meglio sono proprio i realisti (mi riferisco ai lavori di Posen, Schweller, Wohlforth, Wohlforth e Brooks, e Wohlforth e Schweller,  più aggiungi anche quelli di Grieco, 1994, e 1995).

Concludo: se si vuole ragionare, questo è il punto di partenza. Le teorie non si testano senza uno straccio di metodologia, estrapolando una frase, decontestualizzanda, e limitandosi a constatare mancanza di congruenza tra predicted and observed outcome. 

 

Ciao Andrea,

io ho avuto un po' a che fare con le teorie costruttiviste quest'anno. A me era sembrato un approccio poco pratico, ma che aiutava nel capire i processi. Per dire, discorsi del tipo structure-process, benché tautologici, aiutano a capire come le cose evolvono (per dire, come viene a crearsi una certa cultura aziendale e come questa influenza i processi aziendali).

Poi, è vero, forse si scade un po' nella banalità, ma gli approcci più di stampo positivista mi erano sembrati più adatti a spiegazioni di macro-fenomeni.

Insomma, io avevo inteso costruttivismo e positivismo come entrambi utili e da usare in base alle necessità dello studio da fare.

Questo era il messaggio di fondo nei vari corsi che ho avuto: quello che le teorie rappresentassero approcci diversi e facessero notare cose diverse della realtà.

Alessio,

se leggi tra le righe, io non dico che il costruttivismo sia da buttare via. In altri commenti ho anche specificato che alcuni lavori costruttivisti sono utili e interessanti. Il punto di fondo è capire QUANTO ci aiuti. Io sono assolutamente d'accordo nell'usare il costruttivismo laddove il positivismo non funziona. Ma per arrivare a quel punto mi si deve convincere che è davvero così e non, come dico sopra, inventandosi puzzle che non esistono.

Le tue ultime parole sono interessanti. Tu fondamentalmente dici che il costruttivismo è utile per spiegare micro-decisioni. E' esattamente l'opposto di quanto sostengono i costruttivisti. Il positivismo spiegherebbe la realtà perchè la reifica (CHE PAROLE!). Ma per capire le macro-strutture e i macro-processi bisogna usare il costruttivismo.

aa

Ah ah, reifica mi mandò in crisi, anche perché in inglese non ti viene subito il rimando al latino. Effettivamente, certi papers erano di completo fuori dal mondo.

Ti dico subito, io mi sono trovato a ragionare molto di costruttivismo in un corso di "intercultural competence (IC)". Il corso era poi basato su questo confronto functionalism/costructivism (functionalism, spero di non star dicendo scemenze, ma direi che è positivismo). 

Il funzionalista in IC più famoso è Hoffstede. Il costruttivista non saprei, perché lì le cose erano un po' mischiate e mi pare di aver capito che non c'è un referente univoco.

Il punto è che H ha fatto uno studio e ha trovato 5 categorie "culturali" cui ogni popolo adempie. Per esempio, una categoria è small/large power distance, che misura quali sono le distanze all'interno di una certa società. Queste categorie sono misurabili, per cui posso dire che la power distance per i cinesi è tipo 9 e per i danesi 3.

Quindi, quando dico che il positivismo (quello di cui ho esperienza!) guarda agli aspetti macro, intendo dire che non spiega, in IC, come si arriva ad avere una power distance di 9 per i cinesi per esempio.

Invece, in IC sempre, l'approccio costruttivista è capire le relazioni tra micro e macro perché i due si influenzano a vicenda. Un esempio di questo tipo di approccio è la questione degli espatriati all'interno dell'organizzazione. L'espatriato, in un certo senso, turba la cultura aziendale e la nuova cultura aziendale, a sua volta, turba l'espatriato. 

Insomma, ecco, per l'esperienza che ho avuto io col costruttivismo, se proprio si deve parlare di leggi, di solito sono quelle che riguardano lo svolgersi dei processi (micro-macro; sense making; etc.). I macro processi, poi, vengono spiegati come spinti e creati dai micro.

Secondo me, un punto per capire quanto possa aiutare il costruttivismo è nel ruolo della razionalità. Qui ipotizzo, ma credo che le assunzioni sulla razionalità degli attori in IR e IC siano diverse. Se si assume che gli attori siano "molto" razionali, forse l'approccio positivista usando la game theory ha molto senso. Se si assume bounded rationality forse vengono più in aiuto concetti come sense making.

Mah... non so se il funzionalismo è positivista, so che è uno degli approcci più fallimentari delle scienze sociali dopo quelli marxisti... quindi mi risulta difficile pensare che possa essere d'aiuto.

Non conosco il tuo campo, quindi non posso parlare. Però se guardi alla letteratura in industrial organization penso che ci siano modelli che possono essere utili. Poi, ripeto, quando si arriva al limite e il opsitivismo non funziona, io sono d'accordo: usiamo il costruttivismo se è utile.

aa

ps: reification. Penso in italiano sia "reificare"

Beh, qui siamo al discorso etero/orto-dosso.

Io concordo nel fatto che ci voglia ortodossia, ma nella metodologia, non nelle teorie usabili. Quello che mi sembra contare molto è che la teoria abbia assunzioni realistiche e deduzioni logiche. Se, poi, dica o meno qualcosa, questo dipende da come è usata e da chi interpreta i risultati.

Per me dove non c'è individualismo metodologico non c'è scienza; mi fa ridere leggere i testi dei realisti (che si vorrebbero positivisti!!!) dove raccontano che "la francia ha fatto questo, la germania allora ha risposto". Essi ragionando prevalentemente su dati aggregati, hanno un pensiero intrinsecamente costruzionista. in IR ho come l'impressione che esistano due tipi di costruzionisti: quelli che si riconoscono come tali e quelli che si fanno chiamare realisti.

Sarebbe bello tracciare la storia accademica dell'IR, materia interdisciplinare per eccellenza, ottima per creare cadreghe in accademia ma appena a contatto col mondo reale balbetta cose o incomprensibili (post-modernisti) o autoevidenti (realisti). Fa previsioni molto utili e chiare (forse un giorno l'ONU cadrà). Tentare di trovare leggi nell'agire politico è naive e spesso inutile, fare politica è decisamente più utile.

Il successo di tali discipline non sta tanto nello studiare gli eventi passati (con teorie ad hoc, bella forza, ci riescon tutti) ma predire quelli futuri, ovvero dettare l'agenda politica. Essere performativi, creare la stessa realtà che vorrebbero studiare. Per questo le due differenze: i post-modernisti sono smaccatamente politici e politicizzanti (e con loro, marxisti e compagnia) e per questo inutili gli altri si sforzano di essere ogettivi, ma per la natura dei dati che hanno a che fare, non possono che fallire.

La mia stima va i secondi, in qualunque campo del sapere umano, chi preferisce un metodo inferenziale è sicuramente da stimare. Ciò non toglie che anche loro siano degli inutili costruzionisti. Dite ai gestori di IR che hanno sbagliato tutto ed è tutto da rifare.

 

(si, è una trollata)

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