Il caso, paradigmatico, della Popolare di Vicenza: una testimonianza dall'interno

28 aprile 2016 redattori noiseFromAmeriKa

Da fonte degna di fede che, per ovvie ragioni, ci pare appropriato nelle attuali circostanze mantenere protetta, abbiamo ricevuto la seguente testimonianza, che pubblichiamo integralmente, Conferma molte cose che o ben in parte si sapevano per sentito dire o si sospettavano per logica e senso comune. Ma vederle confermate da fonte autorevole induce ad ulteriori, amare ma comunque utili, riflessioni sul sistema bancario italiano ed il ruolo di parte della imprenditoria italiana (oltre che del regolatore e del potere politico) nel progressivo e continuo sfascio del sistema bancario e dell'economia nazionale. Food for thought.

Popolare di Vicenza aveva un leader, Gianni Zonin, persona sicuramente molto capace che è diventato presidente della banca nel 1995, a seguito di un confronto interno che lo vide vincitore sull’allora presidente, Giuseppe Nardini e sul direttore generale Luciano Gentilini, che avevano proposto la fusione con altra banca popolare. Nardini ed i consiglieri della squadra perdente vennero eliminati nelle successive assemblee ed anche il direttore generale venne licenziato.

Si instaurò così nella banca un potere personale di Zonin, giustificato peraltro dai buoni risultati economici dell’istituto, che anche per le amicizie personali di Zonin crebbe acquistando sportelli da altre banche ed aprendo Banca Nuova in Sicilia. Restò peraltro ferma la regola che non consentiva opinioni diverse da parte degli amministratori e dei dirigenti, che venivano eliminati in caso di opposizione a Zonin, tanto che ben 4 direttori generali furono licenziati per contrasti e su decisione di Zonin. Samuele Sorato, prima vicedirettore, divenne direttore nel 2008, a seguito del licenziamento del suo predecessore, Colombini.

Zonin avrebbe voluto che la banca arrivasse a 1.000 sportelli e non capì che la crisi economica iniziata nel 2008 sarebbe durata molti anni. Operò perciò per la crescita dell’istituto in un momento in cui le grandi banche nazionali restringevano il credito. Popolare di Vicenza affidò molti clienti, sia pure selezionati, che non trovavano credito da altre banche. La crescita della banca richiedeva aumenti di capitale che non trovavano giustificazione nella redditività di Popolare di Vicenza, redditività che era ormai a zero e il cui valore azionario era giustificato solo apparentemente dal Fondo Acquisto Azioni Proprie di 240 milioni di euro, da utilizzarsi per l’acquisto di azioni dai soci che volevano vendere per poi assegnarle a chi volesse acquistare. Il valore dell’azione, allora fissato in €. 62,50, era irrealistico in quanto il valore di patrimonio era di meno della metà e non vi erano serie prospettive di redditività che giustificassero un maggior valore.

Da sempre nelle banche popolari viene esercitata una moral suasion nei confronti dei clienti perché diventino soci e, stante l’esigenza di aumentare il patrimonio della banca in una situazione che oggettivamente vedeva il valore delle azioni come valore puramente teorico, si iniziò a chiedere ai possibili clienti [coloro che richiedevano credito, NdR] di diventare soci acquistando azioni per un valore pari al 10% di quanto chiesto. Tale richiesta veniva giustificata con la necessità della banca di essere patrimonializzata per il 10% degli affidamenti e queste operazioni venivano descritte come a basso rischio sulla base dell’esistenza del Fondo Acquisto Azioni Proprie che  avrebbe comunque consentito la liquidazione dell’investimento del cliente. Ma, in realtà, almeno dal 2013/14 [quasi certamente da prima, NdR] non era così facile che il riacquisto avvenisse a valori che non implicassero perdite del sottoscrittore. Su richiesta della BCE il fondo acquisto azioni proprie venne poi portato a capitale e si resero necessari ulteriori aumenti di capitale in ragione delle perdite sempre crescenti accertate dagli organi di controllo, perdite dovute sia al minor valore delle garanzie immobiliari che al negativo andamento dell’economia.  

Le richieste di acquisto azioni aumentarono al 20/30% del finanziato e, a quanto sembra, il direttore Samuele Sorato ed il vicedirettore Emanuele Giustini - non è noto se in autonomia o in accordo con alcuni degli amministratori, in primis Zonin - diedero affidamenti milionari ad alcuni selezionati clienti/fornitori per acquisto di azioni della banca per importo pari al finanziato, garantendo per iscritto o a voce, il riacquisto a breve. Il quale, poi, non avvenne perché, a seguito dell’intervento di BCE e Consob il direttore prima e poi alcuni amministratori, tra cui Zonin, dovettero dimettersi.

Oggi le azioni sono proposte al mercato con una forbice da 0,10 a 3 euro, importo che trova ragione in 4,5 miliardi di sofferenze ed in 1,1 miliardi di azioni della banca acquistate con finanziamento proprio in una situazione che vede usciti, nel 2016, 7/800 milioni di depositi (pari al 6% del totale dei depositi in essere presso la banca) dopo che nel 2015 era già uscito il 23%. Vi sono però anche elementi positivi: gli acquisti di azioni proprie fatti dai clienti della banca sono un illecito, ma a questo illecito hanno preso parte anche i clienti che ne hanno usufruito e che quindi, per essere risarciti, dovranno provare di essere stati in qualche modo costretti all’acquisto.

L’emorragia di fondi non è stata necessariamente emorragia di clienti i quali, evidentemente, hanno temporaneamente trasferito altrove i loro fondi nel timore di essere “bail-inati” e, per ultimo ma non ultimo, la banca con ogni probabilità cederà al fondo Atlante, o a chi per esso, i crediti deteriorati con probabilità di recupero intorno al 23% dell’importo. Questi calcoli (certamente a spanne e del tutto indicativi, NdR) implicano che la banca ha oggi un patrimonio residuo di circa 550 milioni ed asset (Prestinuova e quote Arca) valutabili a circa 1,1 miliardi

Il 23% (recupero stimato, NdR) di 4,5 miliardi (le sofferenze stimate, NdR) è 1 miliardo. Questo, sommato al patrimonio residuo di 550 milioni ed al valore degli asset Prestinuova e quote Arca (1,1 miliardi circa) dà un totale stimato pari a 2,6 miliardi di valore residuo degli asset della Popolare di Vicenza. Questo significherebbe un valore di patrimonio di circa € 18 ad azione. Anche togliendo 500 milioni da restituire a clienti finanziati per acquisto azioni proprie ed altri 500 per presunte perdite future resta un valore di patrimonio (contiamo a zero l'avviamento che pure vi è) di 11/12 euro ad azione. Come mai la forbice è tra 0,1 e 2? Italia, Italia

27 commenti (espandi tutti)

 

nel 2014 c'è stato l'aumento di capitale a e62,50, quello che doveva mettere in sicurezza etc.

se questo non è spremere la rete e il territorio...

zonin è stato poi presidente dal '95, ma era consigliere dalle guerre napoleoniche. si iscrisse giovanissimo alla direzione della banca:-)

il valore

dragonfly 28/4/2016 - 22:12

http://www.ansa.it/veneto/notizie/2016/04/08/mediobanca-stima-valore-pop.vicenza_e01f2db5-e9c8-41f6-9126-75822750a373.html

questa stima è ben nota. in ogni modo, all'aumento di capitale possono partecipare tutti. se come dice golaprofonda, le nuove azioni sono quasi regalate, andranno a ruba. e il consorzio di garanzia dell'inoptato, una pura formalità.

ah, gli amministratori delle banche, sempre vittima dei peggio complotti, della congiuntura, della malasuerte e delle cavallette.

... non mi pare suggerisca quello che scrivi nell'ultima frase, al contrario. Mi sembra confermare esplicitamente che la responsabilita' fu di Zonin e soci!

Sulla valutazione del patrimonio non mi pronuncio, pur notando che il mercato contraddice al momento la valutazione che lui da' sulla base delle sue conoscenze, per altro pregresse.

Ovviamente, ci sono due possibilita' :) 

colpito sfavorevolmente dallo stile di certe espressioni usate:

 è diventato presidente della banca nel 1995, a seguito di un confronto interno che lo vide vincitore sull’allora presidente...

i consiglieri della squadra perdente vennero eliminati nelle successive assemblee...

..che anche per le amicizie personali di Zonin crebbe acquistando sportelli..

affidò molti clienti, sia pure selezionati, che non trovavano credito da altre banche

garantendo per iscritto o a voce, il riacquisto a breve

Vi sono però anche elementi positivi: gli acquisti di azioni proprie fatti dai clienti della banca sono un illecito, ma a questo illecito hanno preso parte anche i clienti

queste sono le dinamiche di una conventicola opaca, non di un'azienda che vuole guadagnare in un contesto concorrenziale.  chi ci lavora capisce subito che aria tira e si adegua.

Domanda

giuliana allen 29/4/2016 - 04:45

questo Zonin è lo stesso dei vini? Ed ha ricoperto ( o ricopre) carica in parlamento a Roma?

vi ringrazio se sapete rispondermi

...eccolo qui in veste da vinaio, e definito dal giornalista "enologo e banchiere che ama far shopping quando ce n’è l’opportunità (e il prezzo giusto)"...

Di eventuali ruoli parlamentari non ho notizia.

Zonin

michele boldrin 29/4/2016 - 17:04

Non mi risulta alcun ruolo parlamentare.

Lo 'scambio' tra la sottoscrizione di capitale ed erogazione di prestiti è una pratica nota. non la voglio giustificare, fatta in un momento storico come quello di cui parliamo, tende a peggiorare la qualità degli attivi della banca, visto che chi accetta simili termini tende a non essere un debitore affidabile. Ma è nota da tempo, si tratta della degenerazione di quella che, per stessa ammissione della vostra fonte, è un'abitudine da sempre: esercitare una certa moral suasion per far diventare socio il cliente - che data la forte radicazione territoriale delle Popolari è anche comprensibile. Non mi sembra che il contenuto di questo racconto sia così sorprendente. Il punto è che il voto capitario non garantisce una governance trasparente e razionale della banca, cosa nota dalla notte dei tempi, un meccanismo stroncato dalla recente riforma delle Popolari, che a mio parere è una buona riforma (un testo che, probabilmente, giaceva impolverata in qualche cassetto da trent'anni). A mio modo di vedere ci sono molti altri comportamenti che sono ancora peggio di questo. Vi cito ad esempio, ma potrei citarne molti altri: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-03-17/cividale-e-quell-intreccio-banca-sindaci-e-clienti--083127.shtml?uuid=ABz6vPAD

Mi spiace per gli investitori, i risparmiatori, i correntisti e probabilmente anche per molti dipendenti, ma devo confessare che i guai della BPVi mi provocano una enorme soddisfazione personale.

Risale tutto ad una quindicina di anni fa. Lavoravo a Palermo, anzi a Monreale, ed il mio datore di lavoro dell'epoca insisteva perché mi facessi un conto con una banca di quel gruppo, Banca Nuova. Vado all'appuntamento per aprire il conto, e mentre aspetto, mi metto a leggere un foglio che era praticamente una newsletter aziendale della BPVi.

In tale newsletter l'articolo principale spiegava ai dipendenti la strategia alla base dell'acquisizione della Banca del Popolo di Trapani in questi termini: la BPT aveva una grande capacità di raccolta del risparmio, risparmio che grazie all'acquisizione sarebbe stato convogliato nel nord est, per finanziarne lo sviluppo imprenditoriale. 

La BPT era storicamente insieme alla Sicilcassa una banca sistemica per lo sviluppo economico ed imprenditoriale della Sicilia Occidentale. Avendo tale comunità da poco perso la Sicilcassa, per ragioni che all'epoca apparivano sensate, molto meno oggi, dopo che molte banche di altre parti del paese non hanno ricevuto lo stesso trattamento pur versando in ben peggiori condizioni, non mi ci volle molto ad arrivare alla conclusione che trasformare la BPT da un volano al servizio dell'economia locale ad un collettore di risparmi che poi sarebbero stati investiti altrove avrebbe frenato non poco lo sviluppo della Sicilia Occidentale.

Non volendo essere un complice di tale crimine, decisi di non aprire il conto.

avere maggiori notizie riguardo al contesto dell'acquisizione: come avvenne che la popolare di Vicenza acquisisse quella di Trapani?

pagando

dragonfly 2/5/2016 - 15:58

avvenne pagando, cioè con esborso di cash agli azionisti siciliani. prima questi deliberarono la modifica da cooperativa a spa e poi la vicenza ci fece un OPA totalitaria, pagando 280mld di lire. un percorso che sembra lineare e per questo, non comune.

in genere gli azionisti non cedono spontaneamente le loro azioni se non ricevono un prezzo adeguato. Però può succedere - v. le 4 banche risolte a novembre - che la società sia sull'orlo dell'insolvenza e che intervengano strumenti giuridici diversi. 

Io ho sempre in mente il caso di tre Casse di Risparmio meridionali al cui salvataggio fu persuasa l'ormai antica Cariplo, vicenda che - secondo alcuni - fu all'origine del suo acquisto dal Banco Ambroveneto: volevo sapere se l'acquisto della BPT da parte della BPV fosse un salvataggio o un'operazione di normale espansione. Mi pare di capire che la risposta n. 2 sia quella giusta.  

in genere gli azionisti non cedono spontaneamente le loro azioni se non ricevono un prezzo adeguato

ci sono altre possibilità:

può essere che il matrimonio non sia libero. ad es. sempre ad inizio secolo la fondazione del banco di sardegna dovette alla fine vendere la partecipazione di maggioranza nella banca, posseduta al 100%  in spregio della legge di riforma . e la bper dovette comprare, pronubi la banca d'italia d'italia e il comune pertito di riferimento, la già defunta DC. i conti del banco erano molto chiacchierati, gli interessi politici locali e nazionali,  fortissimi etc. si può certo dire che quel prezzo scontentò entrambe le parti.

anche , si può realizzare una fusione per incorporazione, con scambio di azioni a valore di perizia, senza alcun esborso. è il famoso cane da un miliardo per due gatti da 500milioni... nella pratica, c'è sempre una parte che acquista, cioè mantiene  il controllo anche se diluita.  e il controllo è tutto, remunerare il capitale di rischio pare invece  essere  solo un impiccio.

In generale, rientra chiaramente nella strategia di concentrazione del sistema creditizio perseguita all'epoca dalla banca d'Italia.

Nello specifico, la storia in questione, da quanto reso pubblico fino ad oggi, io l'ho capita cosí: i vertici di BPVi pare fossero interessati ad acquistare Sicilcassa, ma qualcun altro l'aveva giá promessa ad altri. Una parte del team che curó la fusione di Sicilcassa con il BdS sarebbe venuto a sapere dell'interessamento, e sarebbe andato a far notare loro che, tra le banche siciliane potenzialmente acquisibili, la BPT era ben piú appetibile, ed una volta completata la suddetta fusione, sarebbero passati armi e bagagli a curarne l'acquisizione e trasformazione in Banca Nuova (l'attuale Banca Nuova é l'antica Banca del Popolo di Trapani rinominata una quindicina di anni fa). Il motivo per cui questa acquisizione avvenne, al posto della fusione della BPT con la Banca Agricola Popolare di Ragusa di cui si parlava da quando la Banca d'Italia aveva iniziato ad imporre le concentrazioni, non l'ho mai capito.

 Non ho mai letto o sentito nulla che mi possa far pensare che tale aquisizione sia stato un cattivo affare per la BPVi ed i suoi azionisti. D'altro canto, non ho mai letto o sentito nulla che mi possa far pensare che tale acquisizione abbia portato un qualsivoglia vantaggio allo sviluppo economico siciliano.

miiii...!

dragonfly 3/5/2016 - 00:00

D'altro canto, non ho mai letto o sentito nulla che mi possa far pensare che tale acquisizione abbia portato un qualsivoglia vantaggio allo sviluppo economico siciliano.

ma gli azionisti siciliani della banca del popolo di trapani, dove li hanno messi i 280 miliardi di lire pagati per le loro azioni? li avranno spesi in cassate e cannoli, così contribuendo al fatturato del settore dolciario locale. oppure li avranno investiti, forse in sicilia e forse no. se nemmeno loro li hanno investiti in sicilia, pardon in sicilia occidentale,  la colpa non è della vicenza.

è la vecchia storia degli investimenti esteri, che in teoria tutti vogliono e che son sempre pochi. però quando ci sono, ci si lamenta che chi investe vuole guadagnare . si chiedano aiuti a fondo perduto, allora.

ma gli azionisti siciliani della banca del popolo di trapani, dove li hanno messi i 280 miliardi di lire pagati per le loro azioni?

In gran parte li avranno investiti seguendo i suggerimenti del personale bancario, che a sua volta li avrá indirizzati secondo le direzioni dei loro nuovi superiori.

già berlusconi silvio ci svelò il trucco dello straniero:

http://www.linkiesta.it/it/article/2013/01/08/alitalia-2008-2013-la-camp...

chi avesse voluto  vedere il colosseo (e magari comprarlo) sarebbe stato dirottato su nimes, che più o meno...

La BPT era storicamente insieme alla Sicilcassa una banca sistemica per lo sviluppo economico ed imprenditoriale della Sicilia Occidentale. Avendo tale comunità da poco perso la Sicilcassa, per ragioni che all'epoca apparivano sensate, molto meno oggi, dopo che molte banche di altre parti del paese non hanno ricevuto lo stesso trattamento pur versando in ben peggiori condizioni, non mi ci volle molto ad arrivare alla conclusione che trasformare la BPT da un volano al servizio dell'economia locale ad un collettore di risparmi che poi sarebbero stati investiti altrove avrebbe frenato non poco lo sviluppo della Sicilia Occidentale.

questo ragionare è, a mio avviso, il motivo per cui nessuno investe in Sicilia. oppure in Brasile.

questo ragionare è, a mio avviso, il motivo per cui nessuno investe in Sicilia. oppure in Brasile.

S'é visto come siano stati investiti meglio i soldi dei risparmiatori siciliani, una volta nelle mani della BPVi. E quanto beneficio ne ha avuto lo sviluppo economico siciliano, dall'aver affidato i risparmi dei Siciliani ai campioni di Bankitalia.

non hanno perso nulla, proprio non capisco. e gli azionisti della popolare di trapani, 15 anni fa hanno venduto le loro azioni con soddisfazione, altrimenti non le avrebbero vendute.

 

Temo che Alessandro non capisca da cosa derivi la crescita economica, ne' di perche' le persone investano i propri soldi e cerchino di fare affari. 

Mi domando, senza ironia, se nella sua attivita' economica quotidiana egli cerca sempre di anteporre lo "sviluppo economico siciliano" al proprio benestare ed al proprio reddito.

Mah ... 

Temo che Alessandro non capisca da cosa derivi la crescita economica, ne' di perche' le persone investano i propri soldi e cerchino di fare affari. 

Oppure molto piú pragmaticamente, é possibile che Alessandro abbia empiricamente osservato come in un sistema come quello italiano la vicinanza, sia fisica che soprattutto relazionale, con la sede centrale delle banche abbia una correlazione con la possibilitá di accedere al credito, e con i tassi di interessi praticati dalle banche, e che non gli pare sia stato il mercato a spingere alla concentrazione (ed ad operazioni come la conglobazione del BPT in BPVi, della Banca Popolare Santa Venera, della Cassa San Giacomo e della BPSA in Credito Valtellinese, della Banca Sicula in Banca Intesa, ...), quanto piuttosto una strategia concertata ed implementata dalla banca centrale italiana e dai suoi principali azionisti, che sono poi diventati non soltanto i "campioni" nazionali, ma anche i diretti beneficiari di altre decisioni alquanto discutibili (vedi l'aumento del valore delle quote di BdI).

Una volta che accettiamo o dobbiamo accettare, anche nostro malgrado, che a decidere quali debbano essere le sedi centrali delle banche non é il mercato, ma altri soggetti, di cui almeno uno dovrebbe teoricamente perseguire l'interesse generale, non vedo perché si debba giustificare chi fondamentalmente favorisce l'accesso al credito in determinate zone del paese, a discapito di altre, incentivando certe fusioni ed incorporazioni, e non altre (nel caso della BPT, qualora sta benedetta fusione fosse veramente stata necessaria, cosa non andava in BAPR?).

A meno che non abbia capito male io, e tutte queste fusioni le ha determinate liberamente il mercato. Tutto quanto io ho sentito e letto sull'argomento fino ad ora mi sembra sostenere il contrario.

Mi domando, senza ironia, se nella sua attivita' economica quotidiana egli cerca sempre di anteporre lo "sviluppo economico siciliano" al proprio benestare ed al proprio reddito.

Io no, ma gli enti pubblici che perseguono interessi generali mi aspetto lo facciano.

Esempio non bancario: io valuto i gestori di aeroporti come quello di Alghero, Brindisi, Comiso o Trapani zero bucato, perché sono fuori mercato per ragioni endogene, e da privato investitore non ci investirei un copeco (tranne che per ragioni particolari, e.g. se avessi secondi fini), ma mi pare sensato che le rispettive comunitá facciano di tutto per renderli piú appetibili, investendo capitale pubblico (e sarebbe meglio ancora che iniziassero ad investire capitale politico) per mitigare le cause endogene che li mandano fuori mercato (e non per far sfregio, a spese dei contribuenti, a chi li manda fuori mercato, ma perché al momento per le comunitá in questione quell'investimento ha un ritorno che ne fa un investimento sensato).

si potrebbe pensare anche che la Banca d'Italia abbia incoraggiato operazioni di concentrazione - se così è stato, io non lo so - per prevenire situazioni quali quelle emerse nello scorso novembre. Se così fosse, avrebbe perseguito l'obiettivo di tutela della stabilità del sistema che, è bene saperlo, è fondamento della sua stessa funzione di vigilanza. In questo senso, sarebbe stata un'operazione funzionale al corretto funzionamento del mercato. 

si potrebbe pensare anche che la Banca d'Italia abbia incoraggiato operazioni di concentrazione - se così è stato, io non lo so - per prevenire situazioni quali quelle emerse nello scorso novembre. 

Sí, ma a quel punto non sarebbe piú il mercato a decidere dove localizzare le sedi centrali delle banche, ma chi si erge a manovratore di tale mercato.

Nel sistema italiano non é una questione di secondaria importanza. In Sicilia fino agli anni 80, praticamente da sempre, l'imprenditore trovava nelle banche qualcuno con potere decisionale con cui poter parlare, presentare i propri progetti, oggi é impossibile, perché queste persone si possono trovare solo in altre parti del paese, in loco sono rimasti solo passacarte, loro malgrado. Le decisioni si prendono tutte altrove. E le notizie di questi giorni, ci dicono che in questi altrove le banche non vengono gestite meglio di quando i centri decisionali erano locali, anzi, probabilmente sono gestite peggio.

Tant'é che ci sono imprenditori siciliani che per ovviare al problema hanno deciso da anni di trasferire la propria attivitá piú vicino alle sedi centrali dei "campioni" nazionali (il caso piú eclatante di cui ho letto é quello di Andrea Bulgarella, che é diventato oggetto delle attenzioni dalla "giustizia" italiana proprio per i suoi rapporti con queste banche, ed intra nos, a me pare che nel caso in questione la giustizia italiana abbia preso un bell'abbaglio).

Anedotticamente, io ho sviluppato per 6 anni soluzioni per la gestione del rischio, e non trovo assolutamente nulla di strano quando sento o leggo che c'é una proporzionalitá tra distanza dalla sede centrale di una banca e tasso di interesse offerto ai clienti. Quando poi quasi tutte le sedi centrali sono concentrate in una zona abbastanza ridotta del paese, lo trovo anche abbastanza naturale.

La BdI avrebbe potuto organizzare la concentrazione in maniera diversa, ad esempio promuovendo una migliore distribuzione geografica delle sedi centrali. Se non volevano lasciare sedi centrali a Trapani, avrebbero potuto incentivare la fusione delle popolari siciliane attorno al BAPR o al BPSA.

Tutto questo, senza nemmeno chiederci se sia effettivamente meglio per il sistema avere pochi "campioni" nazionali, invece di tante banche medio piccole. Se un giorno fosse fallito il BPT (che AFAIK era amministrato in maniera molto conservativa) avrebbe avuto un impatto certamente minore del fallimento della BPVi.

Primo: la gola profonda non pare granché, generano più suspense certi articoli di giornale, o l'atto di qualche indagine. Secondo: veramente non capisco il ragionamento finale. Sta forse insinuando che la forbice è stata tenuta al di sotto del 'reale' valore della banca, artificialmente, per fare un favore a qualcuno? Beh, allora avrebbe dovuto esserci la coda per comprarlo questo capitale, mentre è rimasto (quasi) tutto inoptato e se l'è sottoscritto obtorto collo Atlante a €0.10 (la parte inferiore della forchetta).

Non sorprendente direi: se anche "i clienti hanno spostato i fondi nel timore di essere bail-inati", pur essendo depositanti, quindi 'super-senior' nel pecking order del loss absorbing capital, e comunque dotati di garanzia statale sino a €100,000, non si capisce perché un investitore dovrebbe giudicare invece un affare le azioni, cioè la parte più rischiosa della capital structure.

Faccio notare che nessuno ha mai spacciato l'autore dell'articolo come "gola profonda", ne' promesso sorprendenti segreti. 

Era, e l'abbiamo ripetuto, una testimonianza dall'interno. Essa prova sia che certe supposizioni erano confermate (il ruolo di despota/spogliatore dello Zonin), sia l'esistenza di una ampia e diffusa cultura (interna ma non solo) incapace di capirlo e di contrastarlo. Ed ancora arroccata all'idea che la BPdiV non e' stata l'ennesimo frutto marcio di un sistema economico relazionale degenerato ma solo un colpo di sfortuna dovuto al caso ...

Le testimonianze, quando sincere e non filtrate, valgono anche per questo: rivelano quanto profonda e profondamente radicata sia la (s)cultura economica italiana. Ovunque, anche nel prospero ed operoso Veneto. 

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