La CGIA di Mestre e le tasse

21 giugno 2008 michele boldrin
La CGIA di Mestre fa spesso notizia. Con quella odierna quantifica un'osservazione fatta ripetutamente su questo sito ed altrove. Non si tratta di una novità sconvolgente, ma vale la pena ripeterla: La pressione fiscale in Italia è ben superiore a quella ufficialmente dichiarata. I confronti internazionali sono completamente viziati.

La CGIA di Mestre ha un ottimo servizio studi che sforna spesso
ricerche interessanti, ben fatte e contro corrente. Quasi mai si tratta di grandi scoperte, non credo sia questo il loro obiettivo. Credo vogliano far intendere al pubblico vari aspetti del sistema economico italiano, di quello fiscale e della spesa pubblica soprattutto, che vengono spesso presentati in modo distorto nelle analisi "ufficiali". Così facendo quantificano "idee che girano" o "fatti che si sanno", ma che nessuno mette in ordine in maniera precisa e di cui, soprattutto, governo, centri studi romani, ISTAT, CNEL ed altre simili ed inutili entità non parlano mai.

La notizia di oggi è abbastanza semplice: poiché la pressione fiscale "ufficiale" divide un numero calcolato esattamente (il totale dei proventi fiscali dello stato) per un numero stimato (il Prodotto Interno Lordo, o PIL) la sua validità dipende da come si stima il denominatore. In particolare, quando si confronta la pressione fiscale italiana a quella della Svezia o della Germania occorre tenere in mente che, mentre in tutti e tre i casi il numeratore è calcolato in modo esatto e praticamente nella medesima maniera, lo stesso non vale per il denominatore.

Il denominatore stima il PIL usando svariati indicatori campionari. Esso comprende sia stime del PIL "effettivamente dichiarato" (ossia, quello che oltre ad esistere per l'ISTAT esiste anche per l'Agenzia delle Entrate) sia stime del PIL "sommerso" (ossia, quello che esiste solo per l'ISTAT e che l'Agenzia delle Entrate non tocca.) La pressione fiscale VERA si esercita solo sulla prima parte del PIL, mentre quella riportata include la seconda.

Se due paesi hanno lo stesso numeratore e lo stesso denominatore, essi riportano una pressione ufficiale identica. Ma se il denominatore di un paese è al 99% PIL "effettivamente dichiarato" mentre quello dell'altro lo è solo all'84% (com'è, in media, il caso quando si confronta l'Italia con il Nord Europa) allora la pressione fiscale effettiva sul PIL effettivamente dichiarato nel secondo paese è ben più alta.

Usando dati ufficiali ISTAT, e cercando di essere cauti, i ricercatori della CGIA di Mestre stimano che la pressione effettiva, in Italia, abbia raggiunto e superato il 50%, ossia una percentuale scandinava. Sorprendente? No di certo. Utile da ricordarsi, però, specialmente in tempi come questi dove, invece di tagliare spese e tasse, i nostri governanti aumentano di nuovo la pressione fiscale sui consumatori facendo finta di tassare petrolieri e banche. O la prossima volta che il solito giulivo vi spiega che in Italia la pressione fiscale è "bassa" rispetto al Nord Europa ...

Detto questo, non posso non "polemizzare" (mi spiacerebbe perdere un'occasione) con l'ottimo presidente della CGIA medesima, Giuseppe Bortolussi, il quale, secondo il Corriere, ha dichiarato quanto segue:

«[...] Per questo è assolutamente
improrogabile una seria lotta conto il lavoro nero e l'abusivismo.
Aumentando la platea dei contribuenti potremo così ridurre imposte e
contributi a chi oggi ne paga più del dovuto».

La lotta contro il lavoro nero e l'abusivismo è senz'altro importante. Ma non è proprio il caso di ritenerla un pre-requisito per la riduzione dell'imposizione fiscale. Infatti, come l'evidenza ampiamente dimostra, la riduzione dell'imposizione fiscale è uno degli strumenti attraverso cui si porta avanti una seria lotta al sommerso ed all'evasione fiscale.

Il nuovo mantra nazionale - adottato, sorpresa sorpresa, anche dal commercialista da Sondrio - è "pagare tutti per pagare meno". Va rovesciato, non solo perché è oramai provato che non funziona ma anche perché fa scordare che il problema viene dalla spesa pubblica la quale è sia la causa storica che la giustificazione (im)"morale" della folle tassazione a cui i redditi degli italiani che lavorano vengono sottoposti.

Pagare meno per pagare tutti. Lavorare tutti per spendere meno.

18 commenti (espandi tutti)

un po lungo come motto :D

Refusi: tassare petrolieri e tasse stands for tassare petrolieri e banche? "a cui" non suona male?

Post: mi sembra ci sia un appiattimento del centrodx sulle posizioni del precedente governo, con l'aggiunta di un po' di populismo in piu' (quello che è mancato alla trimurti Prodi-VV-TPS). La sostanza è sempre la stessa: la guerra alle varie caste mantenute dalle tasse di Joe Average è politicamente costosa, mentre Joe & co. sono politicamente disorganizzati quindi sacrificabili. Nel 2002 SB decise di partire col botto facendo la guerra ai sindacati (sull'art. 18) e fu una Caporetto; da li' in avanti niente di memorabile nel campo della politica economica (riforma previdenziale a parte, ma si poteva fare molto meglio). Ormai ha imparato, e nemmeno ci prova.

La battaglia sull'articolo 18 riguardava se non sbaglio circa un migliaio di lavoratori, credo fosse per lo più una cortina fumogena, e come tale è stata un successone.

Marcello non è che stiamo parlando di due articoli 18 diversi?? Di assunti a tempo indeterminato in imprese con piu' di 15 dipendenti, in Italia, credo ce ne siano qualcosa di piu' di un migliaio...

Si, ma il provvedimento riguardava solo quelli assunti con un contratto (mi pare una sorta di apprendistato, non ricordo bene) istituito pochi anni prima e piuttosto poco usato, credo che i lavoratori coinvolti fossero adirittura meno di mille.

Ovviamente la battaglia mediatica era un'altra cosa: da una parte la dx che faceva passare un provvedimento ad impatto nullo come una rivoluzione (o il primo passo della stessa per i più informati), e la SX che faceva una battaglia di principio sull' estensione ad un migliaio di individui di un' esenzione già valida per milioni (i dipendenti delle piccole aziende).

Non ho tempo di cercare i riferimenti ora, stasera se li trovo li linko in questo post.

edit: non trovo i riferimenti ai 4 gatti già assunti interessati dal provvedimento, ma qui si parla dei neoassunti nelle imprese con 15 dipendenti, per cui l'articolo 18 sarebbe stato sospeso per 4 anni.

Un po' più serio di quanto ricordavo, ma sempre un motivo ridicolo per il casino che ne è seguito.

Per la verità il precedente
governo si è premurato di attuare anche la controriforma
previdenziale (colpa gravissima, perché ha innescato una bomba
ad orologeria per motivi puramente ideologici, tra l'altro in
controtendenza con il resto del mondo industrializzato), ha
provveduto a criminalizzare le imprese relativamente agli infortuni
sul lavoro (senza risolvere alcun problema, aumentando sanzioni e
burocrazia, garantendo – guarda caso – maggior potere ai
sindacati che, in Italia, ne hanno già troppo), ha mostrato la
sua preferenza per una sorta di “stato di polizia” con una serie
di provvedimenti (cito, solo a titolo d'esempio e senza toccare
l'ovvia materia fiscale, le nuove modalità previste per le
dimissioni dal posto di lavoro) e ........ mi fermo qui, non per
mancanza di altre azioni criticabili, ma solo per non tediare chi mi
legga.

Ciò detto, certamente
l'inasprimento fiscale nei confronti di petrolieri e banche è
azione demagogica e non risolutiva, quindi sbagliata (sebbene, ad
esempio, il passaggio della valorizzazione del magazzino da Lifo a
Fifo sia più adeguata alla situazione, se attuata in modo
graduale) ed il vero banco di prova del governo rimane l'aggressione
del grande problema italiano, che riguarda la spesa pubblica.

“Pagare meno per pagare tutti” (non
il contrario, of course) mi pare infatti slogan corretto, ma
perseguibile operando, contestualmente, poderosi tagli a sprechi ed
inefficenze: può essere che in altri luoghi sia utile
dedicarsi allo “starve the beast” ma, in questa “furboland”,
temo che una possibile iniziale diminuzione degli introiti fiscali finirebbe per
ampliare il già enorme debito pubblico e che, una volta
passato l'entusiasmo dei primi momenti, potrebbe sembrare più
comodo e politicamente profittevole non supportare adeguatamente
l'indispensabile lavoro di Brunetta, evitando così di
affondare il bisturi nella carne viva della PA.

Attendo, quindi, di giudicare l'azione
di governo su quel piano e - cosa altrettanto importante e difficile
- mi auguro vivamente di vedere un percorso di riduzione della
presenza pubblica (non solo statale) nell'economia: questo è
un tema sul quale metterei l'accento, nel momento in cui si dibatte
di un (improbabile?) futuro liberale e si cerca di spingere in quella
virtuosa direzione.

Sara' avversione pregiudiziale, la mia, ma sono preoccupato dall'andazzo che ha preso la destra nello sbraitare contro "la speculazione". Titoli come questo sono degni di una caccia all'ebreo:

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080623/ihbg6.tif

Non mancano le accuse di connivenza, piu' o meno velate:

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080623/ihs6a.tif

La cosa sembra ripetersi oltre Atlantico:

http://krugman.blogs.nytimes.com/2008/06/20/conservatives-and-evil-speculators/

Due commenti:

1) La situazione e' molto seria, da un punto di vista politico. Passino la pubblicita' dal gusto discutibile, il solleticare l'istinto dell'elettorato, la mancata assunzione di responsabilita'. Quello che non possiamo permetterci e' di tirare a caso una diagnosi in una situazione economica cosi' delicata, in un Paese pieno di problemi. Soluzioni arrangiaticce ed intrise di ideologia non portano lontano...

2) Prese sul serio, tutte queste affermazioni sono un duro attacco contro l'economia "accademica". Quali sono le risposte?

Io non mi preoccuperei, in fondo nel precedente governo avevamo un sottosegretario all'economia che sosteneva le ragioni della decrescita... Adesso che mi ci fai pensare, forse era quello l'obiettivo del governo Prodi :) A parte gli scherzi, credo che i cattivi speculatori siano un refrain amato da entrambi i rami del Parlamento, ma propaganda a parte non vedo cosa potrebbero tirare fuori Tremonti & co.

Il mio non vuole essere un attacco a Tremonti o al governo. Sostituisci a "destra" "i politici", "Sarkozy" or whatever. La questione rimane. Vedo una convergenza di idee, in una direzione che mi lascia perplesso. Ci sono potenziali problemi di policy: i politici, se vogliono, fanno: Sarbanes-Oxley e' un fatto, il de-potenziamento di molti organismi di controllo e' un altro fatto, etc... Ci sono anche problemi di "teoria": quanto sostenuto va contro ad una buona fetta del "consensus" economico-accademico. Qual e' la reazione? Si rigetta tutto come un ammasso di stupidaggini o c'e' qualcosa da raccogliere in tutto cio'?

LuigiP: difficile risponderti! Le cose che dice Calderoli (si tratta di lui, no?) nell'intervista sono talmente assurde che risulta impossibile discuterle. Non saprei dove cominciare.

D'altro lato, la parola "speculazione" non vuol dire nulla, come tutti sappiamo. Vi sono atti concreti, collusioni, utilizzo del potere di monopolio, occultazione di informazioni, rischi "ingiustificati" perché coperti da altri, e financo tonnellate di truffe vere e proprie dietro al disastro subprime mortgages, esattamente come vi furono le stesse cose quasi dieci anni prima dietro al dot-com.

Vi fu, l'ho sostenuto ampiamente e non certo da solo, anche una fortissima responsabilità delle banche centrali e dell'americana in particolare, oltre ad un fallimento abbastanza vasto (non generalizzato, ma vasto) del sistema di regolazione bancaria.

Di tutto questo si può discutere e si discute. Di quanto dicono Tremonti e Calderoli (almeno nei due articoli che riporti) è impossibile discutere: fanno affermazioni infondate ed incoerenti.

Ciò che preoccupa, e su questo concordo con te, è che la destra europea - meglio: la destra francese ed italiana. Merkel sembra per ora mantenere la mente lucida, idem per Spagna ed Inghilterra, anzi in Spagna è negli ambienti di sinistra che cominciano a girare teorie complottiste strane - parli ora esplicitamente con un linguaggio da economia corporativa, stile fine anni '20. Che Tremonti puntasse su questo era chiaro dalle belinate che spandeva nei suoi libri e nelle sue interviste pre-elezioni. Non è per caso che da quasi un anno definisco la destra italiana, guidata da BS e GT, come "peronista": lo sono. Io non lo dicevo per esagerare, assolutamente. Quando ora sbraitano (a fini fondamentalmente propagandistici, almeno al momento) non mi sorprendo per nulla. Tutto previsto.

Quelli che mi fanno davvero impressione, invece, sono gli "imprenditori" e gli svariati gruppi di "liberali" italiani che collaborano più o meno esplicitamente ed organicamente con BS e GT. Non so quali strategie abbiano in mente, ma non li ho uditi dire o fare nulla contro l'adozione di tali politiche. Evidentemente a costoro le politiche peroniste sembrano utili, almeno nel breve periodo. O forse non le ritengono così gravi, perché compensate da altre ... quali non saprei. Al momento noto solo che BS&GT hanno tagliato un pelo di tasse sugli straordinari, nient'altro. Ognuno ha il suo prezzo, io credo, ma quello degli industriali italiani è stato raramente così basso. Contenti loro, contenti tutti ... o quasi.

 

Michele, non so se ti aspettavi il mio intervento, come mi è parso ....

Comunque, gli imprenditori italiani (almeno quelli piccoli) ritengono queste prime minime misure solo l'inizio di un diverso modo di considerare il mondo produttivo da parte del palazzo politico.

Sono in essere confronti serrati, mi si dice - e lo spero proprio - molto promettenti, con i ministri competenti e con altre figure di rilievo, nel corso dei quali sono state presentate e si stanno discutendo precise proposte che, se accolte anche solo parzialmente, servirebbero davvero a dare una scossa.

Non sono, ora, in grado di prevedere risultati e tempistiche e, pragmaticamente, non mi azzardo a dare alcunché per scontato: diciamo solo che l'atmosfera dei colloqui sembra decisamente più favorevole che nel recente passato e, quindi, autorizza qualche timida speranziella ...... :-)

DkFz: con tutto il rispetto che vi porto, continuate a non capire. Sono un po' perplesso per il vostro rifiuto di assumervi "responsabilita' di leadership nazionale", anche se capisco faccia parte del "mestiere" dell'imprenditore non voler fare grandi piani ma accontentarsi del "giorno per giorno" e del "pi'tosto de gnente zé mejo pi'tosto" ... Qui il problema non è di grandi piani: qui il problema è di capire che i problemi italiani sono strutturali e che i cerotti congiunturali (che si praticano incessantemente da trent'anni e passa) hanno portato alla situazione in cui stiamo (state, a dire il vero) ora. La produzione industriale ora tira, e voi non riuscite a vedere aldilà di quello e del nuovo sostituto delle vecchie "svalutazioni competitive", che ora si chiama detassazione degli straordinari!

Sai la cosa divertente? Che su questo vi è l'accordo completo fra "destra" e "sinistra" imprenditorial-nazionale: ho speso il fine settimana con un carissimo amico, medio imprenditore (high tech) veneto pure lui, ma di "sinistra" e che mi guarda storto tutte le volte che gli spiego che VW è il male assoluto, forse peggio di BS! La cosa divertente è la seguente: sulla detassazione degli straordinari e le varie populistiche proposte di GT e BS ... la pensa come te. Sai cosa? A me questo dice qualcosa! :-)

Se pensate che cambi radicali di politiche economiche possano venire da "incontri riservati" (per quanto i medesimi siano serrati ed altre belle cose) tra le "parti", beh ... non avete imparato nulla da 60 anni di storia repubblicana e da 40 anni di DC. Comunque, auguri. Per il momento io guardo ai fatti, e i fatti parlano da soli. Ma vi voglio bene lo stesso: senza di voi, l'Italia sarebbe già l'Argentina. Nondimeno, non posso smettere di stupirmi di fronte alla vostra "ingenuità + shorttermismo" ...

Mettiamola così: chi vivrà vedrà.

Ah, ma io la penso come te ..... solo che devo farlo capire anche ad un numero maggiore di colleghi rispetto a quanti, già ora, sono su queste posizioni: non è un lavoro semplicissimo e richiede anche una quantità di tempo che, dovendo seguire un'azienda, non basta mai.

E poi, io conto poco .........

M'incoraggiano, però,  alcuni segnali all'interno del molosso Confindustria, dai quali spero scaturisca - lentamente, sempre troppo lentamente - una linea d'azione realmente incisiva, proprio nel senso della leadership che tu citi, pur tra millanta "mali di stomaco" e sempre eccessive prudenze.

Per quanto riguarda gli incontri al vertice, non intendevo farne una questione di riservatezza cospiratoria, di tipo tristemente democristiano (che ho sempre detestato): volevo solo segnalare la sensazione di un clima più favorevole che in passato.

Dirai: ci vuol poco ..... e non garantisce alcun risultato ....!

Certamente ma, sai, io sono tendenzialmente ottimista: come potrei, altrimenti, far questo mestiere?

 

Chiedo, visto che questo è diventato il thread per discutere della quotidianità economica, quale sia la logica che soggiace alla scelta di Confindustria di nascondersi dietro al dito dell'inflazione "programmata" all'1.7% in modo da poter surretiziamente ridurre i salari reali via le varie concertazioni e tarrifazioni di prezzi che vengono attuate per via legislativa o governativa. Perché la riduzione del salario reale attraverso la contrattazione nazionale con il governo ora "amico" - invece della riduzione dei costi del lavoro per unità di prodotto grazie all'innovazione ed alla crescità di produttività attuate sul mercato - continua ad essere l'unica soluzione che gli industriali italiani riescono a concepire per i problemi delle loro aziende? Perché chiedere che si riducano i costi da quel lato ed in questa forma, ossia attraverso l'intervento statale, mentre non si chiede che si riducano i costi fiscali riducendo la spesa pubblica? Perché, insomma, con lo stato e contro il mercato invece dell'opposto?

Perché ogni volta che ne ha l'occasione Confindustria non sceglie il mercato ma invece sceglie lo stato e la sua, interessata e costosa, protezione? Perché, così facendo, riconferma l'idea dello "scontro di classe" fra gruppi sociali contrapposti (gli "operai" nella Triplice da un lato, i "padroni" in Confindustria dall'altro) con tutto quanto comporta? Perché tante prediche sul mercato, la concorrenza e tante belle cose, quando poi si usa sempre lo stato ogni volta che conviene? Perché, anche la signora Marcegaglia predica bene e razzola male, tanto quanto i suoi predecessori?

Spero che siano domande retoriche, perche' a saper le risposte (non quelle banali che prospetto di seguito) sarei mica qui :D

In breve: perche', appunto come si diceva nel thread, le confederazioni fanno gli interessi dei loro componenti. E sicuramente e' meno costoso, rischioso e difficile affidarsi all'intervento statale che a quello del mercato - cosi' come per "l'altra parte" e' meno rischioso chiedere di alzare i minimi piuttosto che cercare di avere piu' lavoro - anche a costo di averlo meno "sicuro".

Voglio dire: in certi Paesi lo Stato ti ride in faccia (quando va bene) se provi a chiedergli le stesse cose che da noi si danno per scontate, e i lavoratori (compresi gli imprenditori) si sono organizzati di conseguenza. Qui no, e si sono organizzati di conseguenza.

La cosa che proprio non mi piace, qui in Italia, e' che anche se hai delle barriere di entrata altissime chi sta dentro non ha nemmeno lo stimolo a fare piu' dei "concorrenti" (notare le virgolette).

 

quello che pensa la confindustria non dovrebbe contare nulla oggi in Italia (come quello che dicono i sindacati). per carita', tutti hanno diritto di dire la loro, ma chi decide dovrebbe essere qualcun altro e dovrebbe farlo da solo. gli anni disastrosi del 92-93 sono passati, l'esigenza della concertazione io non la vedo piu'.

e di certo non la vedo con una classe imprenditoriale che negli scorsi 60 anni si e' dimostrata incapace di guidare e razionalizzare lo sviluppo di questo Paese, seguendo sempre il vento del momento aggrappata alla giacca lunga di Pantalone. ci fosse gente davvero illuminata la dentro, capace di sostituire una politica miope ed incapace, allora si. ma visto che siamo li, preferisco che a decidere sia qualcuno che ha preso dei voti per farlo.

quello che vedo e' l'esigenza di decisioni NON condivise. con buona pace di emma e guglielmo.

Non
sono riuscito a rispondere subito alle domande lievemente
provocatorie, Michele, che hai posto con le consuete dosi di
concretezza, intelligenza e malizia, semplicemente perché
serviva un'argomentazione un po' articolata - pur con la sintesi che
prediligo - e me ne mancava il tempo: ci provo ora.

C'è,
in Italia, un problema di crescita che viene da lontano: negli ultimi
dieci anni noi siamo cresciuti – sempre – ad un ritmo inferiore
di oltre l'uno per cento rispetto alla media europea.

Se
solo fossimo rimasti sulla media, oggi avremmo 150 miliardi di Euro
in più di PIL, una cifra estremamente rilevante da investire
in infrastrutture, riorganizzazioni, ricerca, innovazione ......

Scomponendo
questa bassa crescita in due parti, però, si nota come il
problema sia legato alla riduzione dei consumi interni, dal momento
che le nostre esportazioni sono invece cresciute, compensando il
deficit interno: dopo il record di incremento delle esportazioni
ottenuto nel 2007, anche i primi mesi del 2008 – nonostante il
cambio sfavorevole per le transazioni extra-comunitarie e la crisi
americana – hanno visto un altro aumento del 10%, pagato troppo
spesso, però, con la riduzione dei margini.

Ciò
significa che le imprese italiane sono faticosamente e
silenziosamente riuscite a ristrutturarsi, a cambiare il modo di
lavorare, a portarsi su prodotti a più alto valore aggiunto ed
a maggiore contenuto di tecnologia, a valorizzare i propri marchi e
ad internazionalizzarsi (nel 2000 le aziende che avevano regolari
rapporti internazionali erano il 12%, oggi il 20%, per fine 2009 le
stime parlano del 25%) essendosi gli imprenditori resi conto di dover
intercettare la domanda di aree caratterizzate da forte sviluppo.

É
evidente, però, che l'internazionalizzazione non può
bastare a far crescere l'Italia, occorre costruire un contesto
favorevole alla crescita interna, sono necessarie riforme strutturali
(modalità legislative, tempi e discrezionalità della
giustizia, sistema formativo, .....) da attuarsi in modo condiviso e
non conflittuale, è fondamentale incrementare
il reddito spendibile, che non corrisponde esattamente alla
retribuzione.

Le
aziende danno disponibilità a fare la loro parte, favorendo il
recupero dell'inflazione ma, a questo punto, non ha alcun senso
accapigliarsi sulle percentuali inflattive programmate o reali (tra
l'altro, opinabili e discusse continuamente), per concentrare
l'attenzione, invece, sul modo di legarlo indissolubilmente
all'aumento di produttività, perché non ci si può
più permettere di perdere terreno nei confronti degli altri
paesi europei (lasciamo stare Cina ed India ....) ed alle capacità
individuali, spingendo così al miglioramento chi è in
grado di produrlo.

Certamente
non basta, anzi sarebbe bene che tutti i redditi spendibili
crescessero più dell'inflazione, ma la risposta non sta tanto
nella revisione degli assetti contrattuali, quanto nella
liberalizzazione di quei mercati oggi protetti come, ad esempio,
quello dei servizi pubblici locali, per i quali i cittadini pagano un
extra-costo (anche rilevante) dovuto all'inefficiente gestione
monopolistica della politica.

Questa,
sostanzialmente, è la posizione dei nuovi vertici
confindustriali – alcune tra le parole sopra riportate sono prese
“di peso” dall'intervento di Emma Marcegaglia nel corso della
recentissima assemblea della territoriale veneziana – e cioè,
in sintesi: vediamo di trovare una forma contrattuale che valorizzi
il merito senza appiattire e massificare, come sino ad ora fatto,
dando tutto a tutti indipendentemente dalle differenti situazioni,
lasciando ad una reale riforma del sistema Italia il compito –
fondamentale – di garantire un miglior livello generale.

Ancora
più semplicemente: tutti devono spendere meno per l'acquisto
di beni e – soprattutto – servizi a parità di retribuzione
(migliorando comunque, così, la loro situazione), solo i più
meritevoli e capaci guadagneranno di più, dal momento che
contribuiscono in misura maggiore al miglioramento generale.

Infine,
le povertà “vere”, che non si riescono a risolvere con i
comuni metodi economici, costituiscono un problema assistenziale e,
quindi, vanno affrontate con risorse pubbliche, liberate a tale scopo
evitando, ad esempio, gli sprechi conseguenti alla decisione
ideologica di abbassare l'età pensionabile, in controtendenza
rispetto a tutti i Paesi avanzati.

Bene,
ma perché, allora, Mrs. President tratta con il sindacato
anche tenendo conto dell'inflazione, pur dichiarando che non sarà
possibile addossare alle imprese l'intera quota e che non si firmerà
un accordo tanto per firmarlo?

Potremmo
considerare questa fase un primo passo nella direzione
dell'obiettivo, quel passo al momento pragmaticamente possibile,
considerando non solo e non tanto le resistenze esterne (un
sindacato, prigioniero di vecchie logiche egalitarie di matrice
politica, che si batte per il recupero dell'inflazione per tutti e
disponibile eventualmente solo a trattarne la percentuale), ma
soprattutto quelle interne al mondo associativo, che dipendono da due
diversi fattori.

In
primo luogo, infatti, alcune grandi aziende, che si sono sempre
avvantaggiate della collateralità al sistema politico
ricevendone protezioni di vario genere, hanno ancora un peso – pur
se finalmente in diminuzione - all'interno di Confindustria e
l'interesse – forse miope – ad avere una controparte
rappresentativa anziché frammentata.

In
realtà, però, il problema maggiore sembra essere, oggi,
la difficoltà della grande platea di PI (la fetta di gran
lunga maggioritaria degli associati) ad avviarsi con decisione sulla
strada della contrattazione decentrata: il timore espresso da
moltissimi piccoli imprenditori riguarda l'evenienza di consentire,
in questo modo, un ingresso in azienda dalla finestra a quel
sindacato che non era mai riuscito ad entrare dalla porta: ecco
perché, infatti, la triplice non si mostra pregiudizialmente
contraria alla contrattazione di secondo livello, pur blaterando di
contratti collettivi ad effetto salvifico.

A
mio parere non c'è che la soluzione di estrema chiarezza, a
costo della rottura della relazioni sindacali (che io non credo
avverrebbe in questo difficile momento della loro storia), che parta
dal presupposto delle specificità singole (aziendali e
finanche individuali) per arrivare alla codificazione di accordi con
le persone, non mediate da alcuna struttura esterna all'azienda ma,
purtroppo, persiste in una parte dei miei colleghi l'apprensione per
un futuro di scontro con i conseguenti danni.

La
situazione è in evoluzione e vedremo dove si approderà,
cercando ovviamente di non essere puri spettatori ma, invece,
lavorando e spingendo: saremo tutti Don Chisciotte contro i mulini a
vento?

tutti devono spendere meno per l'acquisto
di beni e – soprattutto – servizi a parità di retribuzione
(migliorando comunque, così, la loro situazione), solo i più
meritevoli e capaci guadagneranno di più, dal momento che
contribuiscono in misura maggiore al miglioramento generale.

però devi convenire che tutto questo non è automatico anche "liberalizzando" i mercati protetti che infatti spesso passano da un monopolista statale ad un monopolista privato - non è detto ma succede e non è importante capire di chi sia la colpa se non si fa niente per risolvere questo problema. 
quello che sarà automatico, stando a quello che dici, sarà il legare il recupero dell'inflazione alla produttività o ad altri indici variabili. insomma se "produci di più" (rispetto a cosa? se fai tanto straordinario detassato? vogliamo reintrodurre il cottimo? ) ti paghi il mutuo. se no non recuperi niente e ti arrangi. l'inflazione non può essere scaricata sulle imprese come dice Marcegaglia. sarà scaricata su qualche altro allora.
io non penso che sia questa la via per competere con la germania, francia o
qualsiasi altro paese a cui tu ti riferisci. questa è la via giusta per andare verso
romania, india, cina. qui si vuole comprimere i salari intanto che è possibile - appoggiandosi al governo amico proprio come fanno a volte le grandi impresi a cui accenni tu.

il timore espresso da
moltissimi piccoli imprenditori riguarda l'evenienza di consentire,
in questo modo, un ingresso in azienda dalla finestra a quel
sindacato che non era mai riuscito ad entrare dalla porta

a questo punto però non posso credere che i minimi contrattuali dei vari contratti nazionali - che tra l'altro non sono nemmeno in grado da più di 10 anni di recuperare l'inflazione - siano svantaggiosi per le imprese italiane. oppure si, dipende dove si vuole andare a cercare l'aumento di competitività. come prima: si vuole comprimere ancora di più il costo del lavoro. poi si vedrà. possibilmente tutto continuerà come prima.

per arrivare alla codificazione di accordi con
le persone, non mediate da alcuna struttura esterna all'azienda

ancora non ti capisco: hai appena detto che moltissimi piccoli imprenditori non hanno a che fare col sindacato e ora scrivi questo. insomma bisognerebbe eliminare i minimi contrattuali e magari inasprire le norme che regolano - limitano - lo sciopero?
la contrattazione di secondo livello già esiste e li si possono definire premi di risultato, criteri per valutare il merito e quant'altro. dove sta dunque il problema? di nuovo: si vuole abbassare il costo del lavoro. punto. la codificazione, come dici tu, di accordi con le persone ha senso in certi ambiti. in altri no. codifichi tutto quello che vuoi col tecnico specializzato o col professionista che ha potere contrattuale. vuoi codificare anche con l'operaio generico del gruppo marcegaglia? il suo potere contrattuale è pari a zero.

ma,
purtroppo, persiste in una parte dei miei colleghi l'apprensione per
un futuro di scontro con i conseguenti danni.

è l'esempio dei call center. potere contrattuale zero. nessun contratto di riferimento, nessun minimo contrattuale. competizione solo sul costo del lavoro perchè è più facile. se si vuole arrivare a questo basta dirlo chiaramente.
vabbene che la lira non c'è più e non si può svalutare ogni due anni ma vogliamo competere così?
perchè bisogna ricordarsi che la signora Marcegaglia parla per tutta confindustria, non per le imprese high-tech o settori specifici. e quello che porterà a casa lo porterà a casa per tutta confindustria.
siccome spesso non ti ho capito - ed è stata colpa mia come sul caso di Antonio Marcegaglia condannato a 11 mesi per corruzione - ti chiedo scusa in anticipo se ho frainteso il tuo ragionamento.

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