La città dove la morte è rosa

16 agosto 2012 ugo troiano

Lo Stato finanzia lo sviluppo locale della siderurgia a Taranto da anni. Questo articolo vuole giudicare l’operato del Governo nella gestione della questione ILVA. Le domande che questo articolo vuole porsi sono:  (i) ha senso continuare a finanziare indirettamente l’industrializzazione di specifici località, come quella Tarantina? (ii) ha ragione il Governo che attacca nel merito scientifico i risultati della perizia sull’inquinamento di Taranto e le competenze della magistratura?  

Noisefromamerika si era già occupata delle pesanti esternalità dell’inquinamento a Taranto, che non entrano in nessun computo costi-benefici diretto, ma che gravano pesantamente sui malati e sui contribuenti regionali che pagano le cure per le malattie causate dall’ILVA di Taranto. 

La questione inquinamento-ILVA è di primo piano a Taranto almeno dalla prima sentenza del Tribunale di Taranto al riguardo, nel 1982. Da allora, una numerosa serie di processi, associati a fallimenti politico-istituzionali. Per quanto riguarda i processi, tra i più recenti ricordiamo quello sull’abbattimento dei capi di bestiame contaminati dalla diossina, oppure gli esposti recenti dell’ARPA (1), oppure le condanne inflitte dal giudice Rosati ai vertici ILVA nel 2007 (2). L’elenco dei fallimenti politico-istituzionali sarebbe troppo lungo: basti ricordare la tardiva attivazione del registro dei tumori jonico salentino, che ha impedito analisi statistica rigorosa durante i precedenti processi. Basti citare cosa si scrive in una relazione della Commissione Parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti commentando una situazione al Settembre del 2010: "solo di recente è stato istituito nella provincia di Taranto un registro dei tumori, benché si tratti di un territorio particolarmente a rischio proprio per l'elevato carico inquinante concentrato nella zona”. Non è ancora chiaro cosa abbia causato ritardo. Di certo non sono mancate le richieste di tali dati da parte di ricercatori ed ambientalisti negli ultimi decenni, né le interazioni tra politici locali e vertici ILVA. Basti ricordare i famigerati atti d’intesa firmati da Ilva, Regione Puglia, Provincia, Comune di Taranto e sindacati, tramite i quali si ritirava la parte civile di Comune e Provincia nel 2005 dal processo che portò alla condanna dell’azienda da parte della Cassazione a Settembre dello stesso anno. Questi atti sono commentati così dal gip: "Nel corso degli anni e fino alla data odierna nessuna misura idonea è stata mai sostanzialmente adottata, sicché le polveri, unitamente a fumi e gas, continuano a diffondersi nell'ambiente circostante. E cioè nonostante i diversi atti di intesa (...) risalenti al gennaio 2009, febbraio 2004, dicembre 2004 e ottobre 2006 (..) Nulla è cambiato sino ad oggi nonostante la farsa degli atti di intesa".

Cosa hanno prodotto questi famosi atti di intesa è poco chiaro. Evidenza aneddotica documentata da giornali vuole che in seguito a uno di questi atti di intesa l’ILVA abbia pagato  le fontanelle del cimitero di Taranto (costo:150 mila euro): unico cimitero "tinteggiato" di un singolare color rosa, scelto per la buona compatibilità con il colore delle polveri provenienti dal parco minerale ILVA.  L’inaugurazione delle fontanelle ha visto la presenza dell’attuale sindaco di Taranto Stefano e dei vertici ILVA. Inoltre, durante una intervista a La7, i vertici del comune di Statte hanno dichiarato che l’ILVA aveva donato al Comune di Statte, a seguito di una intesa, un terreno di 13mila metri quadri da essere destinato ad un parco per bambini. A seguito di analisi dell’ARPA il Comune di Statte è stato costretto a rifiutare la donazione perché il terreno era inquinato da berillio. Probabilmente questi non sono gli unici risultati ottenuti da questi atti di intesa politica-ILVA, ma questi sforzi non hanno evitato che i tecnici rilevassero attività irregolari successive agli accordi.

Ma la vera svolta è arrivata dalla recente attivazione del registro dei  tumori jonico salentino e dalla c.d. “maxi perizia” richiesta dal gip Patrizia Todisco. In breve, utilizzando metodi epidemiologici sui recenti dati, la maxi perizia ha riscontrato un legame tra emissioni ILVA e determinati tipi di malattie connesse alle fonti inquinanti emesse. Successivamente ed a seguito di questi risultati, la magistratura ha sottoposto agli arresti domiciliari alcuni dei vertici dell’ILVA e decretato il sequestro di alcune delle aree più inquinanti dello stabilimento. A questo punto la questione è diventata di rilevanza nazionale, considerati i numerosi posti di lavoro a rischio, stimati in circa 15mila.

Il Governo ha reagito con forza solo al sequestro degli impianti, organizzando incontri con i vertici locali e  l'ILVA.  Il presidente ILVA Ferrante in una intervista successiva all’incontro istituzionale con il Ministro dell’Ambiente Clini del 2 Agosto ha dichiarato testualmente, riguardo la possibilità della riduzione dell’impatto ambientale dell’ILVA: “Bisogna poi ragionare sulle ricadute finanziarie di alcune iniziative.” Questa frase sembra volere indicare che l’ILVA chiede aiuti statali per la messa in regola dello stabilimento.  Poco dopo quella serie di incontri, il Governo ha cominciato ad attuare la sua strategia: (i) stanziando una cifra considerevole (si è letto intorno ai 300 milioni di euro) per la bonifica della zona, ed (ii) attaccando le conclusioni della perizia scientifica che secondo il ministro Clini si basa su studi che riflettono inquinanti di decenni precedenti.  Secondo chi scrive entrambe le proposte rischiano di non essere risolutive.

Prima di tutto, continuare a stanziare ingenti somme di denaro per la bonifica della zona beneficerà chi nella zona ha investito pesantemente, piuttosto che chi nella zona ci vive e paga i costi indiretti dell’inquinamento, e chi pagherebbe con il posto di lavoro in caso di una eventuale chiusura dell’impianto se fosse dichiarato fuorilegge.  È, in salsa diversa, il solito argomento che alcuni economisti, principalmente quelli di economia urbana, fanno per evitare aiuti locali allo sviluppo. Un intervento di questo tipo beneficerebbe in particolare l’ILVA, senza alcuna garanzia che questi aiuti sarebbero sufficienti a risolvere il problema ed evitare che i posti di lavoro vadano comunque a rischio. Se possibile, la storia in Italia ha insegnato che gli aiuti alle imprese, diretti o indiretti che siano, servono solo a prolungare l’agonia di imprese non più competitive piuttosto che risolverne i problemi. Sbaglia chi oggi crede che la Magistratura voglia prevaricare il Governo e dettare la politica industriale del Paese. I reati contestati alla proprietà ILVA sono precisi. La logica interna dell’impianto accusatorio è stata confermata anche dal Tribunale del Riesame, che ha successivamente confermato il sequestro degli impianti disposto dal gip. Bisognerebbe chiedersi se l’ILVA può essere competitiva rispettando le normative vigenti, e possibilmente risarcendo i danni provocati da presunte inadempienze passate, se queste venissero provate, piuttosto che discutere sulle competenze dei magistrati. È fondamentale che si indirizzino i soldi verso le persone piuttosto che verso le località, soprattutto quando le località in questo caso sono dominate da imprese che in passato hanno dimostrato di non sapere operare operare  nel rispetto della legge, o per mancanza di competitività oppure per la volontà di estrarre rendite. Inoltre, appare poco chiaro perché lo Stato debba farsi carico di bonifiche nel caso il processo provasse che l’inquinamento è stato causato da attività illegali dell’ILVA. La bonifica è necessaria, ma è anche necessario che chi operi al di fuori delle regole paghi le conseguenze economiche dei suoi errori, se davvero venisse accertato l’operato illegale. Quando il Ministro Clini parla delle difficoltà ad attrarre investitori esteri se il Paese lanciasse il segnale di lasciare la politica industriale alla Magistratura (3), sarebbe bene che ricordasse la vasta letteratura economica secondo la quale regole del gioco chiare e sistema legale che punisca chi opera al di fuori delle regole, anche con richieste di risarcimento, sono fattori fondamentali per attrarre investimenti esteri. O forse gli investitori esteri non avrebbero problemi a vedere una grossa impresa domestica sostenuta dallo Stato dopo essere stata accusata di avere violato numerose leggi? Speriamo non si siano assuefatti allo spettacolo…

L’ILVA attuale inquina? È vero che i dati attuali riflettono la situazione di decenni fa (della vecchia Italsider, insomma), e non delle emissioni più recenti come il Ministro Clini sostiene?  Quanto sono rigorosi questi studi? Chi scrive non è un avvocato né un epidemiologo.  Tuttavia, agli atti del processo vi sono filmati che documentano durante la notte plurime ed imponenti emissioni di fumi che dalle aree basse dello stabilimento, che non sono mai state censite in orari notturni. Inoltre, agli atti vi sono numerosi dati epidemiologici su eccessi di mortalità per tumore ed eccessi di incidenza di malattie respiratorie. I consulenti nominati dal Comune di Taranto fanno giustamente notare qui come la perizia anlizza non solo effetti di lungo periodo dell’inquinamento, ma anche effetti di breve periodo ascrivibili in maniera inequivocabile alla proprietà corrente dell’ILVA. Mi pare di capire che le metodologie degli studi che usano l’eccesso di mortalità non sarebbero sufficientemente rigorose da provare la causalità scientifica: per esempio, gli standard scientifici contemporanei imporrebbero di prendere in considerazione la possibilità che lo stile di vita dei Tarantini che vivono nel rione Tamburi (quello adiacente all’ILVA) sia diverso da quello del resto delle aree piu’ lontane dalle emissioni. Se questo fosse vero, perché per esempio persone più propense a fumare scelgono di vivere piu’ vicino ad impianti industriali, uno potrebbe osservare una correlazione tra impianti industriali e alcuni tipi di malattie senza che questo implichi necessariamente un nesso di causa tra industrie ed eccesso di mortalità. In statistica questo problema si chiama “selection”, ed in questo caso è l’idea che persone con abitudini diverse possano scegliere di vivere in quartieri diversi della stessa città, e che quindi persone più propense ad ammalarsi scelgano di vivere più vicine agli impianti. Con i dati attuali non è possibile dire quanto questa auto-selezione può essere un problema, e l’unica soluzione sarebbe realizzare un esperimento assegnando persone simili a quartieri diversi. Un esperimento del genere è di difficile realizzazione, anche se non del tutto infattibile, come Moving To Opportunity in America dimostra. Quindi non è chiaro cosa sarebbe successo agli abitanti del quartiere Tamburi se l’ILVA non avesse mai  inquinato. Tuttavia, la difficoltà di stabilire un rapporto di causa scientifico non deve fare abbandonare l’analisi del problema. Non sempre si hanno a disposizione i risultati di un esperimento a prova di qualunque obiezione statistica e che prova la causalità scientifica, e spesso i giudici sono chiamati a pronunciarsi su questioni dove un esperimento controllato non è fattibile in tempi brevi. L’indicatore di eccesso di mortalità di una data malattia in una data area in seguito ad emissioni è di solito considerato sufficiente per stabilire la causalità giuridica tra inquinamento e malattie. Questo è vero anche perché la perizia ha trovato emissioni al di sopra dei limiti legali in tempi molto recenti (e successivi a tutti gli atti di intesa) e ricoveri ospedalieri per malattie (ad esempio respiratorie) il cui periodo di latenza è relativamente breve. Questa evidenza assume maggiore rilievo soprattutto quando le ricerche mediche corroborano il legame tra il tipo di emissioni ed il tipo di malattie in seguito osservate, come succede per il caso in esame.  

 In conclusione, il governo dei tecnici sembra avere opinioni in linea più con i loro non-tecnici predecessori, ad esempio PD e PDL, che sostengono questo Governo in Parlamento, piuttosto che con la gran parte dei tecnici veri, sia giuridici che epidemiologi. È fondamentale che il Governo prenda seriamente le indagini della magistratura e le perizie scientifiche ed eviti di ripetere errori passati mascherando aiuti alle imprese e pagamento pubblico di danni privati altrui come sostegno al territorio.

Note:

(1) "La magistratura è intervenuta perché è fallita la politica", Associazione PeaceLink, 26 Luglio 2012 
(2) "Inquinamento, condanne all'ILVA", La Repubblica, 13 Febbraio 2007 
(3) "Governo e magistratura: "Non confondere i ruoli" ", La Gazzetta del Mezzogiorno, 15 Agosto 2012

 

42 commenti (espandi tutti)

Io non ho capito una cosa: si', il sito e' impestato da decenni di malagestione (criminale, direi) che ne ha provocate di cotte e di crude. Ma ora, allo stato attuale, con gli impianti di adesso, sono risultate misure al di fuori dai limiti consentiti dalle leggi o no? C'e' una qualche cifra in proposito? Per me tutta la questione si risolve in questo ed e' di una semplicita' disarmante. Se le misure fuori dai limiti ci sono, non si capisce perche' dovrebbero essere tollerate. Se le misure che sforano non ci sono, di cosa stiamo parlando? Delle responsabilita' passate? Ottimo, si mettano in galera i responsabili senza tante storie, buttando via la chiave. Ma perche' chiedere di arrestare la produzione, se non ci sono dati misurati che gli impianti attuali sono fuori norma?

 

Se non ci sono misure sulle emissioni, mi chiedo che diavolo di perizia sia stata fatta. Un'acciaieria non puo' fermarsi per evitare un controllo, ne' puo' decidere di emettere solo quando nessuno controlla (la storia delle emissioni solo notturne mi sembra molto strana). Anche perche' esiste la maniera di fare controlli sulle emissioni in continuo per piu' giorni di fila. Se non sono state fatte queste misure, che ragionamento ha fatto quello che ha ordinato l'esecuzione delle perizie? E che cosa pensa di avere dimostrato?

Dati

ugo troiano 16/8/2012 - 22:43

Ciao Gilberto. Parte dei dati e' qui: http://affaritaliani.libero.it/static/upload/edc_/edc_dnws2402.pdf . La questione e' piu' complicata di quello che dici, perche' non tutte le aree dell'ILVA sono state censite (vedi documento). Inoltre, il tuo ragionamento assume che l'unico reato che una impresa inquinante puo' compiere e' di superare i limiti di emissioni. Questo non e' necessariamente vero. Non sono un legale, ma per quel ho capito generare pericolo per la pubblica incolumita' e' gia' di per se' un reato (e per valutare questo reato, piu' che le emissioni da sole, servono i dati epidemiologici).

Nemmeno io sono un legale, ma l' idea di un reato deciso in base ad uno studio epidemiologico mi fa rabbrividire.

Se decidiamo che un' azienda per operare legalmente oltre a rispettare i limiti di legge dovesse pure fare studi epidemiologici sui dintorni dovremmo chiuderle tutte.

Altro discorso la responsabilita' civile.

Il mio ragionamente proviene da una certa esperienza del settore, esperienza che mi vede avere dei limiti oltre i quali l'azienda commette un reato. Se si considera un reato "generare pericolo per la pubblica incolumita'", l'esistenza stessa di un'azienda con dei dipendenti "genera pericolo per la pubblica incolumita'" anche solo per l'aumentato pericolo di incidenti dovuto al traffico di dipendenti che si recano a lavrare, per cui ho forti dubbi che una norma del genere sia degna di un paese civile. Per quello che riguarda la relazione, non capisco come abbiano affrontato il problema: in quelle che vedo io ci sono due colonne, di solito: valore misurato e valore limite. Al limite si differenzia tra emissione ed immissione, ma sono dei limiti che separano un'attivita' lecita da una illegale. MI sembra che le risposte date dai periti (perche' credo che questa relazione sia quella in risposta ai quesiti del giudice, lascino ampio spazio ad una bella discussione tra avvocati, che e' l'ultim cosa di cui c'e' bisogno in un caso del genere.

Gilberto, non so cosa si intenda per pericoli alla salute pubblica, ma credo nel caso che descrivi servirebbe comparare il numero di incidenti dell'impresa in esame con quello di imprese simili nel settore, e provare ad articolare ulteriormente il ragionamento. Pero' bisognerebbe vedere come la norma e' stata applicata in passato per giudicare se abbia o meno senso in un paese civile. 

 

La perizia francamente non mi sembra conclusiva da sola, ma unita alle sentenze precedenti, alle ulteriori evidenze citate dal gip, e all'inazione passata, basta quantomeno per prendere la questione seriamente. I punti che solleva la perizia sull'esistenza di parti dell'impianto non censite ma che producono emissioni sono altrettanto rilevanti. 

 

Ulteriore puntualizzazione, l'articolo non vuole necessariamente giustificare la decisione del gip del sequestro degli impianti (e, giusto per essere precisi, sequestro fino al risanamento e' diverso da chiusura, mi pare un precedente commento abbia frainteso i due termini). Ma e' un dato di fatto che il problema non e' stato affrontato nei modi giusti nei precedenti 30 anni. Le responsabilita' del passato sono diffuse, e l'articolo non tratta delle responsabilita' passate, che pero' ci sono. La decisione del gip ha quantomeno avuto il merito di attirare l'attenzione su una situazione che ha visto numerose condanne definitive nel recente passato, anche in Cassazione,  mortalita' in aumento, e, secondo l'impianto accusatorio, pochi cambiamenti tangibili alle emissioni. La situazione e' ancora in evoluzione, e chiaramente l'ILVA dovra' pagare le conseguenze solo se le accuse dovessero essere confermate.  Ma mi sembra ingiusti comparare la situazione Taranto-ILVA ad una qualunque impresa italiana. Le criticita' di questa situazione sono uniche nel contesto italiano, almeno secondo me. 

Con pericolo si intende la probabilita' che un evento dannoso accada in un determinato lasso di tempo. Ovviamente piu' sono le auto circolanti, maggiore e' la frequenza degli incidenti. Spero che in Italia non ci sia una legge simile. Sarebbe dello stesso tipo dell alegge libica che prevede che se uno straniero e' coinvolto in un incidente, e' comunque colpa sua, perche' se stava a casa, nel suo paese, quell'incidente non ci sarebbe stato e la mortalita' non sarebbe cresciuta.

 

Se in passato all'ILVA ci sono state porcate (e nessuno mette in dubbio questo fatto, sia chiaro) ci saranno ben dei responsabili a cui chiedere ragione di quanto accaduto.

 

Quello che non riesco  capire e' perche' si decide di chiudere comunque l'attivita' (perche' e' questo che e' stato stabilito dal giudice) sulla base di questo tipo di perizia, lsciando amplissimi spazi per un contenziso legale che durera' praticamente all'infinito.

 

Non  si poteva andare  a fare i prelievi sui camini e confrontare i dati coi valori previsti dalla legge? Ci sarebbe stato ben poco da discutere e la questione si srebbe chiusa in fretta.

Questo e' il riferimento normativo (e' solo uno dei tre contestati, mi pare): "Chiunque, fuori dei casi preveduti dagli articoli precedenti, commette un fatto diretto a cagionare il crollo di una costruzione o di una parte di essa ovvero un altro disastro è punito, se dal fatto deriva pericolo per la pubblica incolumità, con la reclusione da uno a cinque anni. La pena è della reclusione da tre a dodici anni se il crollo o il disastro avviene."

 

La perizia si riferisce a situazioni ancora in essere. La tua argomentazione mi pare relata a quella del Ministro Clini, ovvero che ci sono stati errori passati, ma pericoli presenti non sono provati. I consulenti sono pero' in disccordo. La risposta dei consulenti e' stata data qui: http://www.epiprev.it/materiali/2012/Taranto/C-S-risposte-a-clini.pdf . 

 

SE (e solo se) i pericoli sono ancora in essere, il sequestro per la messa in norma attuale sembra sensato. Certo, sono necessarie ulteriori indagini che chiariscano cosa e' davvero accaduto negli anni molto recenti, ed ulteriori esperti. Tuttavia, non essendo del settore, non so se e' cosi' semplice presentarsi all'ILVA e fare prelievi sui camini, senza una procedura preventiva della magistratura. Rimando ai legali che spero ci leggano la questione. 

Non so cosa abbia detto il ministro, so pero' che nel mondo civile funziona cosi': si fanno delle misure in contraddittorio (in Italia le fa l'ARPA), si guardano i risultati, si confrontano coi limiti stabiliti dalla legge e si agisce di conseguenza. Quell'articolo di legge che hai riportato e' semplicemente demenziale  mi sembralasci spazi a contenziosi indegni di un paese civile. L'idea che i filtri si accendno o spengano a piacere, che di notte il ciclo di lvorazione di una acciaieria cambi o che si possa chiudere un'attivita' perche, nelle parti non prese in esame chissa' cosa succede mi sembrano demenziali. Ma siamo in Italia e non dovrei piu' stupirmi di nulla. Sara' un contenzioso legale eterna ed alla fine tocchera' pagare ai contribuenti, come sempre accade in Italia. Se negli Stati Uniti ci sono controlli strettissimi e funzionano, perche' d noi non si puo' fare altrettanto? Visto che ci sono casi di "intossicazione" degli operai, e' cosi' difficile mandare uno dell'ARPA a fare due prelievi di polveri di fianco a quegli operai, oppure mettere un campionatore direttamente addosso agli operai stessi e vedere cosa salta fuori e prendere i provvedimenti di conseguenza? Perche' una vicenda del genere, fatta su norme cosi' vaghe, genera un precedente che mette in pericolo l'esistenza di qualsiasi tipo di attivita' industriale.

Gilberto, mi trovi pienamente simpatetico nel dire che le norme non sono trasparenti, e la situazione ILVA e' stata gestita male finora. Ma che vi siano colpe passate non implica che vadano ignorate quelle presenti, che sono quelle su cui si puo' indagare con un tentativo di cambio del corso degli eventi. Quello che inoltre non capisco e' perche' questo debba avere implicazioni sull'attaccare i giudici/gip che queste norme le applicano, e non le scrivono. La situazione e' piu' complessa di quanto dici. A quanto si e' letto  su articoli di giornale passati (e su questo non ho documenti amministrativi, quindi potrei sbagliarmi) , l'ILVA non ha mai consentito, fino al 2012, controlli continui sui propri camini, ma aveva consentito controlli solo dopo preavviso di una settimana e concordando luoghi e date del prelevamento. Da qui le aree non censite. Sarebbe bello vivessimo in un mondo ideale. La realta' e' che i giudici operano all'interno delle norme, e queste norme non sono da loro scritte. La facolta' di sequestro di impianto in caso di pericolo pubblico e' uno strumento che il codice civile da' ad un gip per risolvere un problema, che e' irrisolto, da 30 anni. Quello che tu proponi a me sembra non essere uno strumento che il giudice aveva, ma qui rimando ai giudici/legali che ci leggono.  Mi pare che il tuo commento, ed altri, stiano confondendo la parte normativa da quella positiva. Si sta parlando di cosa fare in concreto per risolvere la questione ILVA che va avanti da 30 anni, nonostante precedenti sentenze di condanne? Oppure si sta parlando di quali norme ci sarebbero in un paese ideale? Quest'ultima e' una discussione molto interessante, ma che non salverebbe il posto di lavoro attuale ai lavoratori dell'ILVA, ne' eviterebbe ORA di fare ammalare tra 20 anni gli abitanti del quartiere Tamburi. E non dimentichiamo che stanno venendo fuori voci di collusioni tra vertici ILVA e controllori del passato, che, se (e solo se) confermate, darebbero ulteriore evidenza che qualcosa, fino a molto recentemente, non ha funzionato. 

 

Parlando di Paesi civili, negli Stati Uniti una intera citta' (Picher, Oklahoma) e' stata evacuata dalla Environmental Protection Agency dopo che uno studio aveva mostrato avvelenamento in una data percentuale di bambini. Questa decisione era stata presa senza che siano stati presentati dati di sforamento di limiti di emissioni passati. Non sto dicendo che Picher e' uguale a Taranto. Ma solo che gli argomenti che: (i) nei Paesi civili si guardano i limiti di emissioni e si ignorano tutte le altre considerazioni sulle esternalita' di impianti industriali (ii) sarebbe bastato entrare all'ILVA e fare controlli continui delle emissioni, sono nel caso (i) incompleti, nel caso (ii) incompleti, e probabilmente non fattibili dal punto di vista legale, con le norme attuali; e se al contrario norme attuali prevedevano controlli in continuo, l'ILVA non li ha effettuati (quindi si dovrebbe aggiungere un ulteriore legge presuntamente violata alla lista). 

(dal sito del Corriere della Sera:  http://www.corriere.it/cronache/12_agosto_17/ilva-inchiesta-politici-funzionari_5d5a091a-e831-11e1-a0d6-4062e922f4c6.shtml  )

 

Ecco quale era, secondo le intercettazioni, l'aria che si respirava nel 2010 (2010!)  riguardo la possibilita' dei controlli in continuo: 

 

"[...] Nella stessa telefonata si discute anche della possibilità di piazzare le centraline di controllo dentro l'Ilva: «Figuriamoci se facciamo mettere le centraline all'interno!» commenta sicuro Capogrosso con Archinà. [...]" 

Leggendo le risposte alle domande dei giudici contenutela nelle conclusioni linkate nel commento 2 e in particolare la risposta al punto 4, mi sembra che la conclusione della magistratura sia la seguente: le emissioni misurate sono conformi alle norme, ma l'Ilva non ha fatto tutte le misure prescritte dalla legge sia in termini di numero  che di aree monitorate (vedi pag. 534 e segg.);  in conseguenza di ciò è stato fatto lo studio epidemiologico che ha mostrato la correlazione delle emissioni con il danno alle persone e all'ambiente. La cosa mi sembra sensata, altrimenti un imprenditore che inquinasse per anni senza effettuare nessun controllo non avrebbe l'obbligo di rispondere dei danni causati, ma solo del mancato monitoraggio.

Immagino che se l'Ilva avesse ottemperato a tutte le prescrizioni nessuno avrebbe potuto contestarle alcunché (sarebbe la legge a essere sbagliata). 

Mi chiedo solo, visto che la prima delle norme che sono state violate risale al 1999, se oltre ai vertici dell'Ilva verranno chiamati a rispondere dei danni causati anche tutti gli enti responsabili del controllo del suo operato. 

Anche io sono basito. Si censiscano le aree prima di parlare. Ma siamo matti. I filtri si possono spegnere? Si censiscano le emissioni con fitri accesi e spenti. Non si chiude l'impianto sulla base di speculazioni su cosa succederebbe se censissimo aree non censite. Ne' peraltro si lascia aperto un impianto ulla base di speculazioni su cosa succederebbe se censissimo aree non censite.

 

Che tristezza.

Due parole riguardo le emissioni notturne: si, e' possibile. I filtri sono impianti molto costosi e molte acciaierie (potrei pubblicare una lista) li spengono di notte poiche' e' piu' difficile vedere ad occhio nudo le emissioni dei camini, e nessuno va a controllare di notte.
E' facile accorgersene il mattino successivo, dal sottilissimo strato di polvere che si accumula sull'ambiente circostante. E poi mi vengono subito attacchi d'asma.

L'inquinamento di una accaieria e' quindi peggiore di notte per questo motivo. A meno che, ovviamente, non ci si trovi in alcune localita' dell'estremo oriente, dove non si fa nemmeno finta di avere i filtri. Basta secretare i dati sull'inquinamento.
Purtroppo in molte localita' (anche qui la tentazione di fare la lista e' grande) l'inquinamento e' arrivato ad un punto che non e' possibile materialmente lavorare negli impianti senza star male dopo qualche minuto. In quei giorni la produzione viene fermata, procurando un gravissimo danno economico (si misura in migliaia di euro per minuto, per singolo impianto - chissa' quanto stara' perdendo il Sig.Riva) che renderebbe conveniente avere i filtri e tenerli sempre accesi.

A proposito: e' nota l'obiezione che gli avvocati difensori dicono sempre sulla correlazione fra i casi di tumore e l'inquinamento, cioe' che non ci sono dati scientificamente confermati, e via dicendo.

La domanda che viene spontanea, dunque, e': nei casi in cui gli operai si sentono male dopo qualche minuto (facciamo dopo qualche ora, va!) dall'inizio del loro turno di 12 ore, si puo' ancora pensare che non ci sia nessuna correlazione, oppure e' gente che naturalmente si sente male dopo pochi minuti dall'inizio del turno?
Ed e' normale che escano dall'impianto cosi' neri che, se chiudono gli occhi, non si capisca da quale parte sono girati?

E' normale invece che nelle acciaierie in Amerika, patria del capitalismo, i controlli siano severissimi, il rischio di chiusura reale, gli incidenti sul lavoro ridotti quasi a zero e l'impianto non venga mai fermato? E che gli operai escano puliti come sono entrati, e che non si accumuli nessuna polvere intorno agli impianti, sebbene vengano costruiti piuttosto distanti dai centri abitati?

NOTA - questi dati non hanno valore statistico ma sono frutto della semplice esperienza. Pero' c'e' da aggiungere che di impianti cosi' non ce ne sono molti, nel mondo, ed un semplice tecnicaccio come il sottoscritto puo' averli visti quasi tutti....

Avendo lavorato molti anni in insediamenti chimici a rischio di incidente rilevante, e poi nel ramo Gomma-Plastica e quindi avendo esperienza diretta e approfondita delle problematiche in quel ramo questa descrizione dell'industria siderurgica mi lascia perlomeno perplesso, le mie domande sono:
Le leggi e anche le responsabilità che valgono per l'industria chimica su emissioni, ambiente di lavoro e orari di lavoro ( TURNI DI 12 ORE ! ) non valgono a Taranto?
A meno di una collusione paramafiosa ( e personalmente abbastanza rischiosa dal punto di vista penale ) di RLS, RSU, dirigenti, preposti e responsabili è praticamente impossibile nascondere comportamenti criminali come lo spegnimento di filtri durante la notte.
Detto questo conosco bene il tipo e i costi sia di funzionamento che di smaltimento degli inquinanti ( sia come polvere che come fanghi ) e la frase " I filtri sono impianti molto costosi " mi sembra abbastanza poco realistica, se imprese chimiche con fatturati che sono un millesimo dell'ILVA se li possono permettere tranquillamente e rappresentano un incidenza sui costi di produzione più che sopportabile l'idea che una acciaieria di simili dimensioni non se li possa permettere mi sembra incredibile.
Insomma il sospetto che le osservazioni di qui sopra siano poco più di una chiacchera da bar è forte, altrimenti significherebbe che il Sud Italia è un far west in cui le leggi che vengono rispettate in Lombardia ( per esempio ) sono poco più che fastidioi orpelli retorici .....

Gentile Signore, Nome e cognome please

Mio padre Franco Mez classe 1925 sotto terra da due anni ha lavorato come perito industriale per L'acciaieria Valbruna stabilimento di Piove di Sacco, PD chiuso ormai da decenni perche' collocato troppo vicino al centro del paese che si espanse molto rapidamente. l'area fu dichiarata inquinata per un bel po ed ora e' rimasta dove e' sempre stata: di fianco all'ospedale civile di Piove di Sacco, non ricordo che cosa ci sia attualmente perche' non vivo li da 27 anni. A parte questo OT che centra poco veniamo al dunque: mio padre si occupava del controllo di produzione di acciai speciali, la Valbruna sede di Piove di Sacco produceva valvole per gli oleodotti ed era una leader nel settore di acciai speciali. Nel 1984, in visita ad Amite, Louisiana mio padre vide la fabbrica di acciai speciali del posto chiusa da molto tempo, in stato di abbandono, localizzata alla stessa distanza dal centro abitato di questo paese americano dallo stesso numero di abitanti di Piove di Sacco. Da circa quindici anni l'acciaieria in Amite ha ripreso a lavorare e attorno ad essa c'e' la stessa polvere nerastra che io ho sempre visto attorno alla acciaieria di Piove di Sacco. Mio padre e' morto di cancro intestinale, aveva il diabete della vecchiaia e come conseguenza della permanenza in fabbrica aveva un leggero enfisema polmonare ma gli fu diagnosticato la perdita dell'udito come "malattia" conseguente al rumoroso posto di lavoro.

Non credo proprio che le leggi siano severissime dappertutto e ingrate solo in Italia. L'italia ha moltissimi difetti, ma non lavoriamo certamente come si lavorava nell'ottocento nemmeno nella patria di Dante.

giuliana allen

Anche a me l'affermazione che "I filtri sono impianti molto costosi e molte acciaierie (potrei pubblicare una lista) li spengono di notte" lascia perplesso. In genere questi impianti sono costosi per la costruzione, non tanto per il funzionamento: avrebbe senso omettere di costruirli finchè si riesce a farla franca, piuttosto che non utilizzarli correttamente una volta istallati. Oppure non è così? Qualcuno sa come funzionano esattamente questi filtri?

 

E poi a me non è chiara la correlazione fra l'eccesso di mortalità e le emissioni: molti tumori hanno un tempo di latenza di decenni e quindi i decessi di adesso sarebbero causati dalle emissioni degli anni '60 e '70 e per valutare gli effetti delle emissioni attuali bisognerebbe esaminare i decessi degli anni '30 e '40 del XXI secolo.

L'articolo inizia con una serie di domande. Vorrei aggingere le mie e comincio con questa:

ma chi diavolo ha mai deciso di costruire un'acciaieria in mezzo ad una città, vicino alle case? Oppure, ma non cambia molto, chi diavolo ha permesso la costruzione di case, interi quartieri, vicino ad una acciaieria di quelle dimensioni?

Perché a ben vedere questa situazione è fortemente indicativa di un enorme disastro pubblico, della scelta pubblica. Prima del 1995 l'ILVA era ITALSIDER ed era un'acciaieria di Stato. Inquinava molto di piu' (ho letto di stime di 900 gr di diossina all'anno contro i 3 attuali, pur facendola tara al discorso dei fumi notturni). E la decisione di "ospitare" un'acciaieria in città, vicino al porto (scelta motivata da considerazioni economiche relative ai costi di trasporto) è una decisione pubblica. I piani regolatori sono comunali, sicuramente approvati anche da livelli superiori di controllo. Non mi interessa il colore politico delle giunte di allora e dei governi nazionali. Mi preme segnalare a chi ritiene che le scelte di un "illuminato pianificatore pubblico" siano migliori delle scelte di ottusi ed egoisti capitalisti privati che forse è il caso di rivedere simili certezze. Il settore pubblico, per interessi personali, politico, sindacali, sa fare anche di peggio. E non mi interessa nememno conoscere il colore politico di certi giudici ma solo rilevare che l'obbligo dell'azione penale (se reato esiste) valeva anche negli anni 60, 70, 80 e 90. Perché si svegliano solo adesso e perché non indagano anche su chi ha permesso la coabitazione di abitazioni e fabbrica (ma vieta il pascolo nelle vicinanze?)

Mi fermo qui, consapevole che le domanda sono decisamente retoriche e "risposta non c'è".

Più in là farò ulteriori considerazioni ed una proposta.

Mi preme segnalare a chi ritiene che le scelte di un "illuminato pianificatore pubblico" siano migliori delle scelte di ottusi ed egoisti capitalisti privati che forse è il caso di rivedere simili certezze. Il settore pubblico, per interessi personali, politico, sindacali, sa fare anche di peggio. E non mi interessa nememno conoscere il colore politico di certi giudici ma solo rilevare che l'obbligo dell'azione penale (se reato esiste) valeva anche negli anni 60, 70, 80 e 90

Bravo, bravissimo! Spendo l'ultimo commento per farti i complimenti!

Saranno anche "domande retoriche" ma troppo poche persone se le pongono in Italia. Soprattutto la segnalazione sull' "illuminato pianificatore pubblico" andrebbe inserita nei programmi scolastici a partire dalle medie. 

la scelta di Taranto come sede del quarto centro siderurgico (dopo Cornigliano, Piombino e bagnoli) fu fatta all'inizio degli anni Sessanta e fu puramente politica. I vertici dell'Italsider volevano espandere l'impianto di Piombino. I politici vollero un nuovo stabilimento e scelsero Taranto per favorire l'industrializzazione del Sud e sostituirono i vertici Italsider che si opponevano (uno dei primi casi di palese ingerenza in una decisione puramente manageriale

La storia è raccontata in un libro-intervista di Osti, il manager sostituto 

 

Osti, G.L. (1993), L’industria di stato dall’ascesa al degrado(Bologna)

Non so se allora l'acciaieria fosse in città. Penso di no . Probabile che la città si sia espansa e l'abbia inglobata. Lo stesso è successo a Bagnoli

 

anni 60 e precedenti

st 17/8/2012 - 20:01

Ci sono diversi motivi per cui in anni passati si sono costruite fabbriche in posti che adesso consideriamo inadatti e con tecnologie che adesso consideriamo molto inquinanti.Il primo e forse piu' importante è che nel momento in cui si costruisce non si sa che l'attivita' genera anche prodotti tossici o non si ha il quadro completo della situazione(caso amianto,cvm a portomarghera e tanti altri).

Il caso ilva potrebbe essere un altro esempio di cio',essendo stato costruito all'inizio degli anni 60,quando la coscienza ecologica e le conoscenze riguardo alla tossicita' di certe lavorazioni erano agli albori.

(edit)guardate cosa commercializzavano a inizio 1900 oggi lo troveremo agghiacciante

Comunque siano andate le cose in questi decenni ormai la frittata è fatta e la prima domanda posta nell'articolo andrebbe cosi' riformulata: "ha senso continuare a produrre acciaio in Italia?". In caso positivo ha senso continuare, altrimenti che si chiuda tutto.

Ora si dà il caso che il mercato, pur in calo, esiste. Se ILVA dovesse chiudere non verrebbe solo a mancare, come alcuni riportano, "10 milioni di tonnellate di acciaio l’anno, il 30% circa dell’intero fabbisogno italiano, il 6% di quello europeo". Non è solo quello. Il problema è che ILVA produce un tipo di acciao (lamiere, nastri) che pochi producono in europa e che se venisse a mancare provocherebbe un forte incremento dei prezzi. Mi dicevano che la quantità annua di quel tipo di acciao sarebbe a fatica sopperibile con tutto l'export russo.

Ora una considerazione economica che dovrebbe essere chiara a chi segue nFA è che una fabbrica che non puo' produrre, non puo' fatturare e quindi non puo' guadagnare ed investire per bonifiche e miglioramenti tecnologici. È quindi chiaro che chi ha deciso la chiusura della produzione non ha la minima razionalità per gestire in modo positivo il problema. Se qualche dirigente (o tutti) dell'ILVA ha comesso reati, che si arrestino, si processino  e si condannino ma fermare la produzione di 10 milioni di tonnellate è un'altra cosa e non ha senso. La produzione deve continuare per poter alimentare reddito, utili, investimenti ecologici.  Se si ferma la produzione abbiamo un molteplice danno all'erario perché:

a) una fabbrica che non ha utili, non paga imposte. E sono tempi in cui non si puo' certo andare per il sottile per un buco di centinaia di milioni di euro.

b) in caso di ristrutturazione, la CIGS è a carico del ministero del welfare. Quanto costa, tra lavoratori ed indotto?

c) il calo del redditi (lavoratori e commercianti) a Taranto influirà sui consumi e sul gettito nazionale e locale.

d) poiché la situazione sanitaria è frutto di decenni di inquinamento, non è nemmeno garantita una rapida diminuzione dei casi clinici.

Io quindi considero del tutto ovvio che la fabbrica debba continuare a produrre (chi ha il potere esecutivo ha tutti gli strumenti per stabilire il "come") e che si mettano importanti paletti per le bonifiche e per il miglioramento della situazione ambientale in tempi certi e sotto controllo stretto.

Si discute se sia il caso che lo Stato contribuisca economicamente. Io sono nettamente contrario di principio ma bisogna ammettere che lo Stato ha le sue colpe passate e quindi non è del tutto immotivato ritenere debba metterci anche qualche cosa di suo. Chiaro che se ILVA portasse al massimo le spese per le bonifiche e per l'innovazione tecnologica tesa ad abbattere l'inquinamento, la fabbrica potrebbe avere per vari anni spese pari alle entrate e non produrre utili. Lo stato e gli azionisti rimarrebbero con il becco asciutto (niente tasse, niente dividendi) quindi in questo caso già lo stato finirebbe per rimetterci. ma non i lavoratori ed il tessuto economico cittadino. In alternativa se il gruppo producesse ancora utili si potrebbe garantire un'esenzione dalle tasse degli utili reinvestiti in investimenti ecologici. Questo con una legge valida per tutte le imprese inquinanti (non si creda che il problema sia solo l'ILVA).

 

Ciao Francesco. Grazie per il commento. Qualche domanda.

 

1) Mi pare che nella parte iniziale del tuo commento tu assuma che la risposta al quesito  "Ha senso continuare a produrre acciaio in Italia?" sia esclusivamente dipendente dalla domanda di questo acciaio. Puoi articolare meglio perche' non tieni conto di altri fattori che in generale potrebbero influenzare la risposta? Il welfare, la produttivita' sociale di una data azione, non dipende solo se vi e' una domanda per un dato prodotto.  Il fatto che vi sia una domanda per un prodotto non implica che vi sia convenienza per un imprenditore ad iniziare una attivita'. Ad esempio: costi? Esternalita'? Premesso che ho dubbi sul fatto che sia possibile imporre industrializzazione dall'alto, e uno degli errori e' stato fatto con l'idea che lo Stato puo' imporre l'industrializzazione al meridione stile piani sovietici. Ma poniamo il caso che stiamo cercando di dare una risposta alla tua domanda. Un social planner che dovesse decidere se ha senso o meno produrre acciaio, non dovrebbe guardare solo all'esistenza o meno di una domanda per l'acciaio per rispondere si' a tale domanda. Dovrebbe guardare la somma delle utilita' di tutti gli agenti coinvolti. Puoi pesare in modo diverso queste varie utilita'  (seguendo una logica simile, ma non analoga, a quella di Diamond (1975) ,ovvero dando pesi diversi alle singole utility functions ), oppure puoi pesarle in maniera uguale, ma credo sia arbitrario pesare solo i fattori dipendenti dalla domanda di un prodotto. Attualmente, nemmeno un social planner avrebbe le informazioni per rispondere a tale domanda. Proprio perche' l'ILVA sembra che non abbia mai autorizzato la creazione di un dataset completo sulle emissioni. Inoltre, da un lato ti chiedi la domanda  "ha senso continuare a produrre acciaio in Italia?", dall'altro lato assumi che questo vada fatto con l'ILVA, qualche rigo dopo. Come e' stato detto in altri commenti, la posizione dell'ILVA di Taranto e' paurosamente vicina ai centri abitati, e questo aumenta certamente le esternalita' dell'impresa. Una possibile risposta, tra le tante, e' che potrebbe avere senso, ma in loco diverso. Le risposte alle domande:  "ha senso continuare a produrre acciaio in Italia?" e  "ha senso continuare a produrre acciaio a Taranto?" non e' detto che siano analoghe. 


2) Potresti indicarmi un modo attuabile concretamente (dove concretamente intendo: con le regole attuali) per affrontare la situazione, assumendo che, come si e' detto, l'ILVA non aveva autorizzato l'installazione di centraline di controllo? E' possibile che vi siano soluzioni legali non perseguite in passato e che avrebbero potuto evitare il sequestro, ma finora i commenti che hanno criticato questa misura legale, non ne hanno fornita un'altra concretamente attuabile. Non credo sia legale per le autorita' di controllo presentarsi in uno stabilimento privato ed installare centraline di controllo senza autorizzazione. Si e' gia' scritto che l'ILVA non autorizzava l'installazione delle centraline. Hai altre idee? 


3) Il punto sulla tassazione e' plausibile. Va certamente tenuto conto che, se il legame tra malattie-morti ed inquinamento ILVA venisse provato, questo sostanzialmente implicherebbe che lo Stato (tramite costi delle vite umane, cure, ec.ec.) abbia gia' contribuito notevolmente a pagere i costi dell'inquinamento. E va anche tenuto conto quanto siano un pericolo reale le emissioni prodotte oggi. Mi pare che su questi punti non vi sia un consenso chiaro, senza i dati completi che non sono mai stati prodotti. E non necessariamente queste considerazioni muovono l'ago della bilancia in una direzione, senza dati chiari sulle emissioni attuali.  

ottime domande. non so se riesco a rispondere a tutte ma ci provo.

1) per l'acciao esiste ovviamente una domanda interna e produrlo in Italia comporta un valore aggiunto interno (PIL). Si potrebbe anche produrlo fuori. Per esempio a Bopal. E non è un riferimento a caso. Siamo tutto piu' contenti se l'inquinamento (o le esternalità) se le beccano gli altri e noi ci prendiamo il prodotto finito?  È chiaro che bisognerebbe prendere in considerazione tutto quello che riferisci ma nel concreto non esistono soluzioni facili. Ci sono sempre i pro ed i contro. Ci sono sempre decisioni che implicano rischi ed esternalità. Nel caso concreto comunque qui non si tratta di decidere su un nuovo stabilimento. Esso esiste già, da decenni. Si deve decidere se vale la pena continuare a farlo funzionare. Se si smette a Taranto (ultimo punto italiano di produzione dei laminati, se non sbaglio) dovremo comunque comprarlo da fuori a prezzi piu' alti. Quei laminati finiscono in tanti prodotti, comprese le autovetture italiane. Varrebbe ancora la pena produrre autovetture in Italia? Sono domande generiche e rivolte a noi ma la risposta la devono dare i singoli produttori, come FIAT. Se volessimo continuare a farlo in loco diverso, ci vorrebbero comunque anni e investimenti massicci e nel frattempo una soluzione temporanea per Taranto e per l'acciao che ora viene prodotto (i 10 milioni di tonnellate) va comunque trovata. Sono abbastanza sicuro che per un nuovo stabilimento (lungola costa, per necessità produttive e di trasporto) avremmo comunque forti resistenze da parte del popolo NIMBY.

2) La domanda verte su possibili soluzioni giuridico-legali? Non sono del ramo e quindi non posso  dare risposte. So che per ogni decisione giuridica in uno stato di diritto ci sono (ci devono essere) diverse possibilità di ricorso, con o senza effetto sospensivo, esaminate da giudici diversi rispetto a chi ha preso la decisione che viene impugnata. Per le centraline non so che dire. Lo stato potrebbe condizionare aiuti in cambio del monitoraggio e la direzione dello stabilimento potrebbe cambiare idea.

3) sul legame io credo che non ci siano dubbi. Come non ci sono dubbi sul rapporto tra salute pubblica e inquinamento prodotto dalla combustione degli idrocarburi. Eppure nessun magistrato ha mai sequestrato le centrali termoelettriche ordinandone lo spegnimento. Idem per l'inquinamento prodotto dagli impianti di riscaldamento domestico e dagli autoveicoli (o dagli aerei). Ci sono poi due altre fonti di inquinamento "insospettabili". per quanto riguarda le polveri fini, le nostre cucine a gas quando sono in funzione sono una fonte considerevole di emissione (maggiore, se pensiamo ad una grossa città con centinaia di migliaia di persone attorno ai fornelli, di quelle di un termovalorizzatore) e chi cucina ci mette pure spesso il naso sopra, almeno due volte al giorno, per controllare la cuttura e gli aromi. Anche stampanti laser e fotocopiatrici, se in ambiente chiuso o poco ariaggiato, producono PM10 a manetta ma non ho mai sentito di un magistrato che ordina il sequesto di una copisteria.  Per quanto riguarda la perizia, che ho provato a leggere la scorsa settimana, c'è una frase emblematica: "Ad esempio non è emerso un eccesso di mortalità per tumori per le persone che hanno lavorato nello stabilimento che, però, sono stati i più esposti."  Questo vuol dire che eventuali rischi non derivano dagli sversamenti incontrollati dentro lo stabilimento(che colpirebbero piu' i lavoratori che la cittadinanza) ma da quelli controllati (ciminiere che emettono in alto e lontano da chi lavora) e quindi dovrebbe bastare concentrarsi li' per avere buoni risultati.  Cosa che credo sia già stato fatto, se è vero che hanno investito un miliardo e passa.piu' che centraline interne servirebbe una stratificazione per età di questi "eccessi di tumori". Una persona che vive in zona da 60 anni è stata sottoposta a 60 anni di inquinamenti, soprattutto quando la diossina era molta di piu'. Un ragazzo di 20, un bambino di 10 o di 5 anni indicano inquinamenti piu' recenti. Come è la % di  casi nei di sei anni, da quando cio' sonostati messi i filtri?. Ovvio che ci sono casi, come in tutta italia (purtroppo) ma sono sopra la norma?

Ma è proprio vero che a Taranto c'è un numero significativo di morti di tumore, oltre la norma? Cercando ho trovato questo articolo in cui si riportano i dati medi regionali e provinciali. Si', taranto ha un colorino un po' più intenso rispetto alle altre province pugliesi ma nulla in confronto a tante altre province del Nord. Quante ILVA ci sono da chiudere in Italia? Oppure al Nord sono tutti fumatori incalliti?

Qui i dati e qui la relazione dei periti.

 

Mi ponevo la stessa domanda (avendo trovato gli stessi dati). Non potrebbe essere che questa "pericolosità" dell'ILVA sia un errore di percezione? Ci son casi di cancro, ce ne sono diversi in zona...quindi sarà l'acciaieria. Salvo accorgersi che statisticamente i casi in zona non sono diversi dalla media o da zone dove acciaierie non ci sono. Un errore di percezione possibile e spiegato, meglio di come saprei fare io, nel bellissimo "Struck by lighting: the curios world of Probabilities" di Rosenthal.

il problema da risolvere e gli ambiti territoriali attinenti sono intorno all'ILVA.

Se gli abitanti intorno all'ILVA muoiono perchè mangiano zero polli c'è un problema da risolvere in quell'ambito, penso che al giudice attualmente non gli frega tanto se nel resto del territorio provinciale/regionale si mangiano polli a sufficienza per sopravvivere.

E' possibile che sia tutto un grosso errore di percezione. Tuttavia, se vi e' stato un errore di valutazione, e' stato nella perizia (che riconduce, tra le altre cose, la diossina trovata nel ciclo alimientare alle emissioni dell'ILVA), e non nel resto. I dati che hai indicato sono interessanti, ma poco utili al processo per diversi motivi. Il primo e' che il livello di disaggregazione non e' nemmeno lontanamente vicino a quello necessario per un processo del genere. La mortalita' che interessa e' quella vicino allo stabilimento. La mortalita' per tumore nel resto della provincia, incluso il resto dei quartieri di Taranto, non e' correlata alle emissioni dell'ILVA, e questo lo si sapeva da prima (tanto che spesso si cita il dato dei morti per tumore alla pleura del quartiere Tamburi verso il resto dei Tarantini). Il secondo limite e' che ha poco senso guardare i morti per tumore in generale. Le emissioni ILVA sono associate (scientificamente parlando) a specifici tipi di tumore, e specifiche malattie respiratorie. Ad esempio, credo (e potrei sbagliarmi nello specifico) sia piu' facile che emissioni producano eccesso di mortalita' in tumore alla pleura piuttosto che tumore al seno. Ripeto, e' possibile che la percezione abbia e/o abbia avuto un ruolo, ma non e' con quei dati che questo si puo' provare. 

 

Per quanto riguarda le tue risposte, rispondendo rapidamente, 1) comprendo e rispetto il tuo punto, ma credo che la domanda per un prodotto sia solo uno dei tanti fattori che si debbano guardare, e per adesso sono necessarie ulteriori indagini per avere un quadro completo del resto dei costi 2)  Si', la questione era giuridica. Credo non si sia negato il diritto di ricorso, ed il sequestro per la messa in norma degli impianti (da notare che gli impianti non sono mai stati fermati nel periodo in esame) e' diverso dalla chiusura degli stessi. Quest'ultima sarebbe stata una pena irreversibile, il sequestro ad impianti accessi e' certamente reversibile.  3) Concordo pienamente sulla necessita' di avere dati piu' certi per trarre qualsiasi conclusione. 

Ho alcuni dubbi che forse qualcuno è in grado di chiarire:

L'insistenza sulla diossina come inquinante ( che mi dà spesso l'impressione di essere anche un artificio mediatico ) è veramente così giustificata?

Nel caso del "disastro" di Seveso l'emissione di 15 kg di diossina in una zona ben definita in base agli studi epidemiologici su 280000 persone in 25 anni ( compresi i nati nel periodo successivo ) ha causato 36 morti per neolpasie attribuibili alla diossina.

http://aje.oxfordjournals.org/content/167/7/847.full

Dato che a parte le interviste televisive non ho trovato dati epidemiologici leggibili c'è qualcuno che ne ha conoscenza?

Il secondo aspetto è che anche nel caso non si siano potuti fare rilievi delle emissioni dirette dell'ILVA perchè se sono 30 anni che si parla di problemi per la salute legati all'ILVA non si sono potuti fare rilevamenti continui nelle zone abitate ?

Alla fine è l'inquinamento dell'aria della zona abitata che conta, l'emissione dei camini ne può essere la causa può esserne correlato, ma mi dà l'impressione che come il solito la cosa principale è trovare un colpevole, non tutelare la salute pubblica.

E' possibile che sia tutto un grosso errore di percezione.

Non solo. Leggevo che l'aumento dei controlli e egli screening sanitari sulla popolazione produce di norma un aumento del numero di "malati" e che questo è un effetto che tutte le analisi serie sull'argomento evidenziano. Comuque ripeto, è molto verosimile una relazione tra inquinamento dell'ILVA e salute dei tarantini cosi' come per tantissime altre realtà industriali in Italia. Forse Taranto è un po' una mosca bianca facile da individuare. Vai in provincia di bergamo o brescia e troverai una casistica ben piu' alta.  Dovremmo chiudere mille aziende. Avanti con la decrescita felice?

Aggiuno ora in edit che con questo non dico che non sidebba fre nulla e si debba andare avanti così. L'inquinamento va ridotto, compatibilmente con l'innovazione tecnologica e con le risorse economiche a disposizione. Cosa possibile solo se si va avanti, non se ci fermiamo.

solo stando nell'ambito della buona fede ( e nell'ILVA mi sa che di malafede ne abbiamo non poca) ho visto in Italia andare avanti mettendo pezze, poi si andava avanti aggiungendo altre pezze, poi i sistemi diventavano ingestibili e si andava avanti con delle pezzone costosissime ..... e alla fine volenti o nolenti ci si ferma.

Con la globalizzazione decenni di "creatività" italiota ti fanno fermare, poi si sta a dire che quando si chiude un'azienda non si riapre non dicendo che le queste aziende sono solo aziende zombi che hanno un minimo di competitività SEMPLICEMENTE PERCHE' RISPARMIANO SUGLI AMBITI DI SICUREZZA E SULL'AMMODERNAMENTO SIA TECNOLOGICO CHE DI GESTIONE E AUTOMAZIONE DEI PROCESSI.

 

Fuffitalia funziona prevalentemente così, ma la fuffa delle aziende (nonchè dell'immobiliare ad esso legato) sarà sempre più difficile da coprire e senza un reale cambiamento culturale non si va da nessuna parte, NON E' SOLO UN PROBLEMA DI SOLDI.

si tira avanti come si può. Se un'azienda che fa utili se ne vede portar via la metà in imposte (contro il20% circa dell'impresa tedesca) è chiaro che deve tirare avanti come puo'. A questo aggiungi che in mancanza di risorse proprie, dragate dal fisco, devi ricorrere per gli invenstimenti ad un sistema bancario che non è certo il massimo dell'efficenza e della convenienza, che lo Stato ti impone costi burocratici che altri competitor non hanno.

Non dovrebbe sorprendere che si vada avanti di pezza in pezza. E non parlo solo di ILVA, naturalmente, ma di tutto il nostro sistema industriale.

1) moltissime aziende hanno avuto fior di contributi che le avrebbero permesso di ammodernarsi dal punto di vista ambientale;
2) moltissime aziende non hanno automatizzato/informatizzato i processi, questi investimenti  potevano essere detassati e soprattutto le avrebbero permesso di ottenere e mantenere nel tempo degli utili ragguardevoli grazie all'aumento di efficienza, per ignoranza padronale/manageriale i costi si giocano prevalentemente attraverso il personale e la sicurezza in genere;
3) le pezze erano già presenti in periodi "buoni", è chiaro che successivamente con un problema generale di minori risorse, inefficienza e management politicizzato le pezze si sono estese;
 4) il sistema bancario ha preferito far investire sull'immobiliare ma tieni conto che l'ha fatto anche grazie alla stupida compiacenza degli imprenditori, questi hanno usato male, o non usato, la crescita del valore degli immobili per mantenersi una rendita che non hanno utilizzato e investito in azienda.

 Mi capita spesso di sentire ragionamenti dove alla fine io spiego iniziando con questa frase che oggi metto alla fine: 

"A maggior ragione puoi e devi organizzare e informatizzare, è un problema culturale ...."

 

  Uno studio ARPA che potete trovare qui (nel primo link che appare) mostra i dati di Taranto confrontati con quelli della sua Provincia (periodo 1999-2001).

Ho riportato una delle tabelle significative qui sotto (è la tabella a pag. 57, l'ho trascritta perché non riesco ad allegarla)

(CI è l'intervallo che contiene il valore vero con una probabilità del  95% (approccio frequentista)):

 

 Tipo                                      Taranto                                                     Provincia

 casi x 100.000  ab.        dato medio             CI                               dato medio          CI

----------------------------------------------------------------------------------------------

Tutti i tumori                 445                       [423, 468]                        377                  [365, 390]

Polmoni e Bronchi          94                       [84, 105]                              78                  [73, 84]

Vescica                                 36                       [30, 43]                                 29                  [25, 33]

----------------------------------------------------------------------------------------------------------

 

 Ovviamente , è difficile dire quanto  pesi l'ILVA su questi dati. Quello che si deve pretendere è comunque che ILVA  rispetti tutte le disposizioni di legge.

Le attività industriali dovrebbero essere compatibili con la salute, non il viceversa, cioè la elaborazione di modelli di salute compatibili con le attività industriali.

Se avessi un figlio piccolo, preferirei non abitare a Taranto.

Letto l'articolo ed i commenti, mi sono reso conto che mancano informazioni fondamentali per capire cosa stia accadendo.

Il G.I.P. ha utilizzato uno strumento processuale proprio del processo penale, pertanto non previsto dai codici civile e di procedura civile: si tratta di un sequestro preventivo, diretto ad impedire che - nel tempo necessario per accertare il reato e punirlo - gli imputati possano perseverare nel comportamento delittuoso o trarne profitto.

Nella specie, se non ho male compreso quanto riferito dalla stampa (non ho letto le ordinanze del G.I.P.), si procede per delitti molto gravi conseguenti alle emissioni di inquinanti: l'ulteriore emissione sarebbe origine di ulteriori delitti della stessa specie. Il sequestro, pertanto, mirerebbe alla cessazione di tali emissioni: vale a dire, alla cessazione di quell'attività industriale che le causa. A dispetto di certe affermazioni ad colorandum, che sarebbero contenute nelle ordinanze del G.I.P., sembra verosimile che la dott. Todisco non avesse alternative.

Naturalmente, appare del tutto sconcertante che una situazione del genere si sia potuta produrre e che le amministrazioni pubbliche competenti non abbiano tenuto sotto controllo le emissioni di inquinanti. Ancora più inquietante sarebbe l'ipotesi che Ilva abbia rispettato i limiti di legge. In tale caso, mi pare che non si possa uscire dal dilemma: (i) i limiti di legge sono sbagliati; (ii) i periti della procura hanno fornito dati ingiustificati.

Ciao Luciano! Grazie mille davvero per avere chiarito la questione, era di certo atteso un intervento da un giurista che potesse chiarire meglio se la dott. Todisco avesse reali alternative per fare passi in avanti (rispetto ai precedenti 30 anni) per la risoluzione del problema. Alternative con questo sistema legale, ed escludendo strade gia' provate in passato, ovviamente.  Due punti veloci sul tuo intervento: 

 

1)  Molto utile il chiarimento del sequestro come reato penale. Svista mia in un commento avere parlato di codice civile, in effetti l'articolo in questione era sul codice penale, grazie per averlo fatto notare. 

 

2) Non credo che le due opzioni che scrivi alla fine del tuo intervento siano esaustive. Vi e' una terza ipotesi, poiche' che l'ILVA sembra non avere cooperato con i rilevamenti ambientali, almeno sino ad ora, la procedura dei controlli puo' non essere stata del tutto trasparente e vi puo' essere un gap tra emissioni registrate ed emissioni effettivamente "emesse". Ed e' tra le possibilita' di cuisi parla, anche nelle ordinanze legali. Ad esempio, il procuratore generale di Lecce Vignola al riguardo ha dichiarato: "L'Ilva mentre di giorno rispettava le prescrizioni imposte, di notte le violava e questo è confermato da rilievi fotografici eseguiti per 40 giorni nel corso dell'inchiesta." . Ricordo che, come da intercettazioni (*), l'ILVA non aveva intenzione di autorizzare i rilevamenti in continuo. Una quarta ipotesi e' che ci siano non-linearities tra emissioni inquinanti. Ovvero diossina da sola fa male oltre ad una certa soglia, ma abbinata ad altri inquinanti puo' fare male a dosaggi minori. Ma francamente la terza ipotesi mi sembra da investigare...

 

(*) "[...] Nella stessa telefonata si discute anche della possibilità di piazzare le centraline di controllo dentro l'Ilva: «Figuriamoci se facciamo mettere le centraline all'interno!» commenta sicuro Capogrosso con Archinà. [...]" 

una domanda,anzi due

st 18/8/2012 - 00:27

Rifiutarsi di mettere le centraline per monitorare l'inquinamento è legale? Una fabbrica puo' rifiutarsi senza motivazioni di monitorare quanto inquina?

quello che è più evidente e intuibile  in un paese dove non si investe e si ammodernano le infrastrutture industriali,  che con strutture obsolete e usurate si inquina di più.

In un contesto del genere, dove tra l'altro non è diffuso il concetto di civiltà e senso del bene comune sapete dove si investe ancora meno e/o si cerca di boicottare? NELL'INFRASTRUTTURA TECNICO ORGANIZZATIVA DI AUDITING e nella corretta diffusione delle informazioni.

Porca trota, viviamo in un paese dove è pieno di incivili venduti, non ci sono investimenti, non ci sono diffuse strutture efficienti e veritiere di controllo, difficilmente si hanno tempi certi e limitati di applicazione di sanzioni, ci sono continue manipolazioni nella raccolta gestione e diffusione delle informazioni (l'ISTAT in primis che dovrebbe essere gestita dalla Comunità europea).... E ANCORA C'è GENTE CHE PENSA CHE MOLTE DELLE INFORMAZIONI CHE CI SONO IN GIRO SIANO VERITIERE ?

In Italia c'è evidenza continua che l'auditing è da terzo mondoe che su tale componente della sicurezza si investe meno e male, lo sapete cosa sono le "infrastrutture critiche", lo sapete che con tutti i soldi che spendiamo in assurdità non ci sono soldi per pagare una organizzazione che se ne occupi? 

 

 

Siamo in fuffitalia e ancora tanta gente non l'ha capito.

Premesso che siamo ancora nella fase delle indagini e che quanto è stato detto sulla stampa circa il comportamento di Ilva dovrà essere accertato nel dibattimento penale, osservo che entrambe le ipotesi da me avanzate presuppongono che la società non abbia violato i limiti di legge alle emissioni.

Avendolo affermato l'attuale presidente, Bruno Ferrante - che gode di pubblica stima - mi era parso opportuno esporle. Se tali affermazioni non sono veritiere, entambe le mie ipotesi sono prive di senso.

A quanto già osservato vorrei aggiungere che il provvedimento del G.I.P. ha natura cautelare: vale a dire, mira ad evitare che - nelle more del processo penale diretto all'accertamento dei fatti, alla loro valutazione giuridica, all'individuazione delle responsabilità ed alla determinazione delle sanzioni - si producano ulteriori conseguenze del reato per cui si procede: reato che, per definizione, non è ancora accertato.

Come ho detto, il G.I.P. verosimilmente non aveva scelta quanto all'applicazione della misura cautelare, una volta stabilito che la Procura aveva fornito sufficienti indizi del reato.

Non intendo dire, però, che la scelta di fermare la produzione e avviare lo spegnimento degli altoforni fosse necessitata, tanto più di fronte all'impegno del Governo di sostenere la messa in sicurezza degli impianti. Questo punto è tutto da verificare, ed è opportuno attendere il deposito dell'ordinanza del tribunale del riesame prima di proporre ulteriori riflessioni.

 

Sopra: l'acciaieria Hyundai Steel Corporation in Corea del Sud ha coperto i suoi parchi minerali. Questo perchè durante le fasi di carico e scarico dei minerali avviene la dispersione di polveri e minerali nocivi nell’aria.

 

Sotto: la ILVA di Taranto

 

  Photo: L'acciaieria Hyundai Steel Corporation in Corea del Sud ha coperto i suoi parchi minerali. Questo perchè durante le fasi di carico e scarico dei minerali avviene la dispersione di polveri e minerali nocivi nell’aria. Perchè in Corea del Sud sì e a Taranto no?

Ciao Alberto, 

Si', esattamente, il caso della (non) chiusura dei parchi minerari e' una delle tante assurdita' della gestione ILVA. Da almeno dieci anni e' appurato che in impianti siderurgici internazionali tali parchi vengano di solito chiusi, e come l'impatto ambientale si riduca notevolmente. Di tale chiusura si e' parlato tanto, per almeno 10 anni, ma nulla e' stato fatto.  Nonostante comprendo come un osservatore esterno possa ritenere esagerato il sequestro degli impianti, la gran parte delle persone che questa situazione la ha vissuta da vicino sa che qualunque altro metodo offerto dalle nostre leggi si e' rivelato inefficace nel corso degli ultimi decenni. Felice di essere smentito, ovviamente. Bonelli ha fatto accuse precise dicendo che il Governo sta nascondendo dei dati recenti gia' verificati, e che provano che l'eccesso di mortalita' non e'  inventato dagli ambientalisti. Bonelli fa accuse precise a mezzo stampa, e che sono gravissime, qui  . Ha ragione o ha torto? Perche' se ha torto sarebbe bene Clini e/o Balduzzi lo querelassero. Ma, nel caso avesse ragione, sarebbe la riprova che la politica continua a fallire la gestione del caso ILVA. Non e' nascondendo la verita' e stanziando soldi al territorio che la situazione si risolvera'. Le persone sono mobili, si possono spostare, ed ad un Governo dovrebbe interessare la somma degli individui piuttosto che singoli pezzi di terreno, che si possono benissimo abbandonare qualora non fosse produttivo risanarli. 

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