Complottismo e…cultura

22 novembre 2016 Giovanni Perazzoli

Il complottismo è un elemento immancabile del populismo. Una nota che tenta di individuare  e riconoscere il populismo. Ecco allora un tentativo di fenomenologia della mente complottista. Che cos’è il complottismo e come si distingue dal complotto? Il complottismo è circoscritto ai margini della cultura oppure l’ha più o meno infiltrata? Qualche pagina in più del normale (per nFA) per provare a mostrare che il complottismo ha una struttura riconoscibile e verificabile, e che ha trovato ospitalità nella cultura di massa.

Contrariamente a quanto si potrebbe credere (tra i più ottimisti) le teorie cospirative non sono un fenomeno circoscritto entro i limiti di una subcultura che rumoreggia lontana dal mondo accademico e dalla “cultura alta”. La struttura portante delle teorie cospirative si ritrova pressoché immutata anche in non poca letteratura filosofica, economica e sociologica, relativamente influente. Per fare solo un (facile) esempio, il plot complottista è non piccola parte dei libri di Michel Foucault editi da Gallimard; ed è sterminata la letteratura “di sinistra” (non solo “di destra”) che si fonda, quando si va stringere, su un plot complottista.

In una pagina del libretto di Raymond Boudon Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, la connessione tra antiliberalismo, complottismo e “plot colto” è richiamata con due riferimenti convergenti: uno a von Hayek, il quale osservò che per un anti-liberale è più facile accettare un ordinamento costruito rispetto a un ordinamento economico spontaneo e l’altro a Herbert Spencer, per il quale all’anti-liberale appare più sensato un ordinamento militare che uno economico[i]. Senza dubbio nella mente complottista “l’ordinamento spontaneo” non ha udienza: il caso, l’errore, la natura umana, la politica (con i suoi compromessi) non ci sono.

Per tentare di mettere insieme una fenomenologia della “mente complottista” c’è un primo passo da compiere.  Occorre togliere subito di mezzo un equivoco: con la critica del complottismo non s’intende affatto negare l’esistenza dei complotti. Per riprendere l’esempio di Umberto Eco, che al tema ha dedicato una certa attenzione, nessuno nega che Giulio Cesare sia stato ucciso in seguito ad un complotto. I complotti sono un fatto innegabile. Il complotto-complottista è semplicemente un’altra cosa: è un plot che non ha niente a che fare con i complotti. È un fenomeno legato alla secolarizzazione, alla cultura di massa, che riprende, però, una narrativa basata su  formule archetipiche, comuni alle mitologie antiche e alle narrative religiose.

La spersonalizzazione

Il primo aspetto ricorrente delle teorie complottiste è la spersonalizzazione del soggetto (o dei soggetti) del complotto. A cospirare non sono persone a cui possono essere attributi predicati reali: sono personaggi caricaturali. I membri di un complotto non si tradiscono, vanno sempre d’accordo, seguono il loro scopo senza ripensamenti; a volte, nelle versioni più deliranti, passano il testimone a più generazioni nel corso di decenni, se non di secoli. Nell’agire dei cospiranti scompaiono i conflitti, le lotte per il potere, le invidie, i pentimenti; soprattutto scompaiono gli errori, le incoerenze, scompare l’opera del caso. Il complottismo -  che è interno al populismo -, rappresenta un potere nemico spersonalizzato, si tratti di un “establishment” naturalmente “lontano”, di una classe politica “autoreferenziale”, di una classe di “burocrati non eletti”.  I banchieri, gli ebrei, gli eurocrati eccitano la fantasia complottista come i templari o gli illuminati. La spersonalizzazione e il relativo irrealismo ispirano naturalmente anche i moventi del complotto: il dominio del mondo, la soddisfazione di un’insensata avidità di denaro, la volontà di trasformazione biologica del genere umano.

È importante notare che in questo schema narrativo non c’è posto né per il caso né per l’errore. Le tesi complottiste sono soddisfatte in modo autoreferenziale, mostrando un’incomprensione elementare dei processi politici. Il realismo politico di Machiavelli è il contrario esatto del complottismo. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il complottista può essere carismatico: può avere una grande presa sulle masse. La ragione è evidente: viene dalla stessa pasta.

Il fenomeno della de-personificazione spiega anche perché nelle teorie complottiste possano personalizzarsi eventi che hanno una natura oggettiva, fattuale. Il complottista tende a credere, ad esempio, che la tal crisi economica mondiale sia stata voluta e organizzata nei minimi dettagli da un gruppo ristretto di persone, di famiglie, da una élite di finanzieri ecc. Ma appunto la personificazione di eventi storici o naturali funziona solo a partire dall’assunzione di attori spersonalizzati dotati di un potere enorme e irrealistico. Un fenomeno, questo, che si riscontra nelle religioni, dove i fenomeni naturali o storici sono attribuiti a un autore divino, dotato di un potere infinito, dunque spersonalizzato. Il complottismo non è politica, ma una sorta di teologia secolarizzata. È una variante della metafisica, una metafisica negativa, come quella gnostica.

Il fine del complotto

Un altro aspetto centrale della fenomenologia complottista riguarda il fine del complotto. Anche qui troviamo una forma ricorrente comune ai miti e alle religioni. Il complotto-complottista è eversivo. Ma è eversivo rispetto a che cosa? Il complotto-complottista è eversivo rispetto ad un Ordine inteso come un valore ontologicamente assoluto: la natura, la tradizione, la patria, la biologia, la morale comunitaria, la religione ecc.

Il linguaggio è indicativo. Il plot registra un doloroso “sradicamento”, una “separazione” da un Ordine fondante. Entra in scena una figura ricorrente e molto fortunata: la scissione. Il vocabolario di ogni rivoluzionario, di ogni populista, di ogni reazionario, di ogni leader religioso, è sempre percorso dal bisogno di porre rimedio a scissioni, separazioni, alienazioni, cadute, sradicamenti. La scissione è una formula ricorrente delle mitologie e delle religioni per spiegare l’origine del Male: c’è un’Unità originaria che viene  scissa da una volontà maligna, che ha la stessa parte in commedia che ha il serpente nell’allontanare l’uomo dal paradiso terrestre e consegnarlo alla storia (la storia: il regno della scissione, della finitezza, del lavoro, della morte ecc.). Al lessico della crisi come “separazione” va aggiunta l’ultima novità lessicale: la “liquidità”, la “società liquida” di Zygmunt Bauman. Sull’altro lato, si trova il corrispettivo bisogno di recuperare un’identità,  una tradizione, un insieme di valori comunitari. Un certo tipo di ideologie rivoluzionarie tendono spesso a vedere nella rivoluzione non tanto un futuro, quanto il ripristino nel futuro di una realtà violata nel passato. Questo spiega perché, generalmente, il complottista/populista inventi un passato deculturalizzato, privo di realtà storica (l’ampolla del Po’ della Lega, la razza ariana dei nazisti, la Roma dei fascisti, l’Islam immaginario dei fondamentalisti ecc.) che qualcosa (la modernità, il neoliberismo, le plutocrazie ecc.) ha mandato in frantumi. Questo tipo di retorica costituisce una radice comune di molte ideologie di destra e di sinistra.

Una forma ricorrente dell’alterazione dell’ordine si esprime nella tante idee di avvelenamento, simbolico o reale, che popolano la fantasia complottista. C’è un’interessante tesi storiografica che individua la scintilla della Rivoluzione francese   nella convinzione, diffusasi nelle campagne, che fosse stato ordito un complotto a Parigi, nella città, per avvelenare i contadini delle campagne.  L’aristocrazia parigina, ovvero il gruppo di potere identificato come compatto e dotato di un potere soverchiante, si sarebbe proposto lo scopo disumano (e insensato) di avvelenare i contadini[ii].

Il plot dell’avvelenamento può variare per grado di concretezza. Nei complotti più grossolani l’avvelenamento non ha niente di metaforico. Un esempio è la paura delle cosiddette “scie chimiche”. Esiste un piano (conosciuto dal solito ristretto, lontano, spersonalizzato, gruppo di persone) per irrorare i cieli di una sostanza chimica con lo scopo nascosto, senza che nulla trapeli (nonostante si presupponga l’impiego di ingenti mezzi, decine e decine di aerei e di piloti), di avvelenare (contaminare, ecc.) la popolazione, e questo allo scopo di realizzare  una manipolazione biologica dell’uomo. Si noti: la manipolazione biologica è una costante che si ritrova a livelli insospettabili di elaborazione “dottrinale”.

Nel caso degli OGM troviamo il solito ristretto gruppo di persone, a capo delle multinazionali, che persegue un programma alimentare contro natura, ma che è a tal punto assetato di profitto, che finge di ignorarne le conseguenze apocalittiche. Altro esempio: gli ulivi del Salento, che sarebbero stati deliberatamente “avvelenati” perché fossero tagliati e sostituiti con un prodotto di laboratorio dalle multinazionali. Di nuovo un potere irrealistico, capace di ordire piani su larga scala, che coinvolgono centinaia e centinaia di persone, ingannando (oppure utilizzando) giornali, istituzioni, amministratori. Lo stesso scenario si trova nella paura dei vaccini: le “grandi multinazionali del farmaco” opererebbero per il “male”, ma in silenzio. L’Aids? Un prodotto di laboratorio, creato dalla “tecnica”. Per capire quanto seduttiva sia la sirena complottista, va ricordato che fu la rivista Lancet a pubblicare i primi articoli sul complotto dei vaccini, per poi doversi scusare. In generale, i farmaci sarebbero quasi sempre inutili dal punto di vista terapeutico e anzi dannosi per la vita; dovremmo invece tornare, secondo il plot, a curarci con i “rimedi naturali”, tornare a una “tradizione perduta”, ovvero a un’unità felice che è stata distrutta dal progresso, dalla mercificazione, dal denaro.

La metafora dell’avvelenamento ha però anche una tessitura più astratta. Il mondo moderno avvelenerebbe con false credenze la nostra mente, creando dei bisogni che non ci appartengono, ma a cui ci induce la società dei consumi. Il plot ci dice che crediamo di essere liberi, mentre in realtà non è così, il Capitale ci induce al consumo. Ma c’è il viaggio purificatore: occorre partire per posare il piede in terre vergini e incontaminate, e soprattutto povere, con la promessa che ritroveremo noi stessi per rimediare alla deviazione. Insieme alla felicità, ci verrà restituito tutto, la naturale tendenza a una vita lunga, che la modernità liquida avrebbe distrutto, dividendoci da noi stessi.

Tra le ossessioni ricorrenti un posto particolare lo occupa il denaro: “mercifica” e corrompe. Massimo Fini, una vera miniera di mitologie antimoderne, scrive che il denaro dovrebbe essere sostituito, recuperando quella che gli sembra la nobile comunità del baratto. In genere, i complotti hanno tre protagonisti principali, che sembrano toccare nel profondo le ansie delle persone: il denaro (la finanza, le banche, le lobby); l’avvelenamento (mutazione biologica o morale, avvelenamento del cibo, inquinamento dell’aria, disgregazione dei Valori); la sostituzione della realtà con la finzione attraverso una disinformazione organizzata su vasta scala.

Attenzione, nessuno nega il vino al metanolo, l’inquinamento atmosferico… Ma, appunto, il complottismo non è interessato a casi concreti o se li incontra è sempre dentro una narrazione più generale, rivolta a distruggere il Vecchio e a creare il Nuovo. Nel complottismo non esiste il caso, non esiste l’errore, non esiste la banale truffa. Non esiste neanche la difficoltà politica o d’azione: l’inquinamento atmosferico non si spiega con un’incapacità politica di risolvere un problema, ma con la volontà precisa di creare questo stesso problema.

Bisogna tenere presente che lo schema è spesso ripreso anche da personalità influenti (intellettuali, politici, opinionisti) legate a una qualche forma di cultura di massa o di ideologia. Basti ricordare a quanto si è farneticato, ad esempio, di una Grecia che sarebbe stata la cavia di un’operazione del grande capitale, il quale, nelle segrete stanze, per i suoi disegni occulti, avrebbe messo in scena la “prova generale” della “distruzione della democrazia”. Il Nord Europa avrebbe dichiarato una guerra (una guerra di ultimo tipo, non con le armi, ma economica) alla povera Grecia. Così, tra vari isterismi, la Grecia è stata raffigurata come l’ultima trincea dei valori della libertà insidiati dalla volontà di manipolazione della finanza e delle élite lontane e non elette, con lo scopo di avviare la mutazione della democrazia, inclusa la distruzione del welfare (che, però, piccolo dettaglio, la Grecia non ha mai avuto).

L’avvelenamento metaforico ha un’altra figura classica: la disinformazione dell’opinione pubblica. L’attentato dell’11/9 è stato presentato come un evento deliberatamente manipolatorio indirizzato ad imporre all’opinione pubblica un’alterazione dello stato di diritto e l’instaurazione dello “stato d’eccezione”. Naturalmente, le teorie complottiste della disinformazione, che non hanno un’idea politica della politica, non sembrano avere la minima idea di che cosa sia la disinformazione, e non fanno alcuna distinzione tra paesi democratici e dittature. La disinformazione è vista come la manipolazione totale dell’opinione pubblica, che consisterebbe letteralmente nella sostituzione della realtà con una finzione della realtà. E la prima finzione è la stessa democrazia. Poco conta che, ironia della sorte, a dimostrare il contrario sia proprio il successo del populismo.

 

Il complotto senza soggetto e il Potere

La parte più “intellettuale” del complottismo arriva con una mutazione del plot complottista. Da un certo punto in poi, si produce una nuova letteratura nella quale resta il complotto, ma scompare il soggetto del complotto: non c’è più un attore antropomorfo, anche se resta l’intenzione della trasformazione radicale. Il complottismo compie un salto di qualità. “Dietro” i fatti sociali e politici non c’è più un gruppo di attori umani, ma un paradigma. La disumanizzazione, che prima si rappresentava nel  divino ora si rappresenta nel “paradigma”. Il “paradigma” funziona come una struttura spersonalizzata che mantiene però una direzione di volontà, una volontà di potenza.

Gli esempi di questo plot sono molteplici. Il modello più influente è probabilmente quello marxista, dove interviene il fenomeno della ripetizione strumentale da parte di un esercito di epigoni. Ma il plot si coniuga in vari modi: è estremamente creativo. Prendiamo la disinformazione intesa come sostituzione della realtà con una finzione. Nel suo celebre libro “La società dello spettacolo”, il filosofo francese Guy Debord ha sostenuto che la realtà sarebbe stata, ad un certo punto, sostituita da un grande spettacolo espressione del Potere. Ora, un Potere che è capace di sostituire la realtà con la finzione, è un Potere del tutto irrealistico, un potere infinito. È il Potere, con la “p” maiuscola. Non c’è più la politica, ma una teologia secolarizzata. Nella “società dello spettacolo” scompare il vecchio gruppo di persone che operava in segreto, al suo posto c’è l’accadere di un Paradigma: c’è un mutamento epocale che opera trascendendo la volontà individuale inglobandola. In questa letteratura, gli attori del complotto sono essi stessi asserviti al modello di società che propongono: sono espressioni del Paradigma: sono dei burattini, coltivano, per dirla con il modello principale del complottismo senza soggetto -  appunto il buon Karl Marx -  una “cattiva coscienza”.

Il rovesciamento marxista della dialettica di Hegel potrebbe essere preso idealmente come uno spartiacque tra un’idea teologica della storia e un’idea secolarizzata, “materialistica”, della storia.  Salvo tenere presente che la storia materialistica conserva del tutto le caratteristiche di una realtà metafisica. L’impianto interpretativo del marxismo, dove la struttura economica determina la sovrastruttura ideologica, si è esteso (e volgarizzato), assumendo sempre più i tratti di un complotto. Quello che in Marx è un pensiero vivo che, con alti e bassi, si è messo alla scoperta di un nuovo territorio, si irrigidisce fino a diventare, negli epigoni, una parodia. La struttura ci muove a nostra insaputa, ci manipola, ci fa diversi da come saremmo, induce in noi un bisogno di consumi che non appartengono alla nostra vera e autentica natura. La struttura ci inganna. Ha alterato la purezza della vita, ci avvelena: i mercanti sono entrati nel tempio. Lo schema si ripete. Dalle enclosures in poi, l’Unità dei “beni comuni” è andata in pezzi, generando milioni di proletari sradicati.  La struttura, sempre lei, ci offre un feticcio (di merci) da adorare ed assume il senso di una sorta di impersonale “volontà di potenza”. Lo “smascheramento” del Paradigma va di pari passo con lo svelamento della “realtà vera” dietro la finzione orchestrata dal Potere, con la conseguente liberazione. Ne viene l’investitura di un nuovo ceto di sacerdoti-intellettuali il cui compito è salvare il mondo dalla scissione, “smascherando” senza posa.

Già Raymond Boudon aveva messo in evidenza che la “lotta di classe”, volgarizzata, era diventata la matrice generativa di infiniti racconti complottisti. Il rapporto tra l’analisi e la sua volgarizzazione richiederebbe un lungo discorso. In breve, si può dire questo: come il complottismo non contempla il caso o l’errore, così non lascia le categorie empiriche che ordinano l’esperienza (ad esempio le categorie storiografiche) nella loro funzione empirica: le trascende, spesso le personalizza. In modo più raffinato questo avviene anche in certe teorie del diritto positivo che fanno dell’ordinamento positivo un assoluto (una metafisica).

 

Ripetizioni

È utile sottolineare che il plot complottista con o senza soggetto è un fatto, qualcosa di rilevabile obiettivamente nei testi. Ci sono due figure: 1. Un potere infinito e 2. L’alterazione di un valore. Naturalmente, può variare la centralità del plot rispetto al contesto concettuale. Nel complotto senza soggetto, il Potere è insieme spersonalizzato (non ci sono dei gruppi che agiscono in autonomia) e personalizzato. Il potere non è empirico e politico: è appunto un Potere. Tra le molteplici ripetizioni di questo tipo di complotto senza soggetto un buon esempio è la “biopolitica” di Michel Foucault. Gli elementi della trama si ritrovano tutti. Ad un certo punto, secondo Foucault, sarebbe emerso un nuovo Paradigma, quello della manipolazione biologica. Il Nuovo Paradigma è la “biopolitica”, ovvero una “Nuova Forma di Potere” diversa da tutte le altre forme di potere: un Potere che agisce sul “bios”, sulla vita, anzi sulla “nuda vita” e la manipola, la altera.  

La politica è assente. Di Machiavelli non c’è traccia. Come dice lo stesso Foucault, il potere è diventato impersonale:

 

"E, se è vero che Machiavelli fu uno dei pochi — ed era questo probabilmente lo scandalo del suo ‘cinismo’ — a pensare il potere del Principe in termini di rapporti di forza, bisogna forse fare ancora un passo, rinunciare al personaggio del Principe e decifrare i meccanismi di potere a partire da una strategia immanente ai rapporti di forza".

 

Seguendo lo schema, il plot rivela la sua ispirazione anti-moderna e anti-liberale: il Potere è la modernità. Il liberalismo, il capitalismo distruggono l’unità salvifica:

  

"Questo biopotere, scrive Foucault, è stato, senza dubbio, uno degli elementi indispensabili allo sviluppo del capitalismo (…) lo sviluppo dei grandi apparati di Stato, come istituzioni di potere, ha assicurato il mantenimento dei rapporti di produzione, i rudimenti di anatomia e di bio-politica, inventati nel XVIII secolo come tecniche di potere presenti a tutti i livelli del corpo sociale ed usati da istituzioni molto diverse".

Paranoia, sì, ma eine weltgeschichtliche Paranoia. La medicina diventa una “tecnica di potere”. Il liberalismo, poi, gioca sempre un ruolo preciso: è ciò che divide, frammenta, distrugge. Smantella. Al liberalismo è attribuita una furia distruttiva che è rivolta contro la “vita sociale”, rappresentata, a seconda dei casi, da varie controfigure: le “forme di vita”, “la comunità”, i “rapporti umani”, le “economie locali”, la “identità” (quest’ultima cara in particolare, ma non solo, alla destra). Si può suppore che tutto questo sia il rancore per la perdita di una rendita di posizione di vario tipo, economica o politica. In questa letteratura sta bene far cadere sempre un riferimento alla “Grande trasformazione” di Polanyi, perché tutto è intonato a partire dal plot della modernizzazione che rende la vita “astratta”, che “mercifica” quello che era integro e unitario. Il Potere è responsabile della disumanizzazione dell’uomo. Dopo gli attentati dell’11/9, il filosofo Giorgio Agamben, in altri casi molto più interessante, ha individuato un senso destinale nelle misure di controllo antiterrorismo negli aeroporti. In un articolo che leggo su Le Monde questi controlli sarebbero proprio l’espressione del nuovo biopotere, il cui scopo è “une animalisation progressive de l'homme mise en œuvre à travers les techniques les plus sophistiquées”.

Il famoso articolo di Pasolini La scomparsa delle lucciole è una festa di complottismo senza soggetto[iii]. Il Pasolini regista mi piace molto. Ma è difficile non rilevare un fatto. Tutto ha inizio con una scissione…   

 

"Nessuno poteva (…) identificare quello che allora si chiamava ‘benessere’ con lo ‘sviluppo’ che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il "genocidio" di cui nel ‘Manifesto’ parlava Marx".

 

Che cosa è successo? “La classe dominante ha scisso nettamente ‘progresso’ e ‘sviluppo’”[1]. Dunque, “progresso” e “sviluppo” sarebbero stati uniti, ma la classe dominante, naturalmente, li ha scissi.  Una classe dominante che ha un Potere infinito, e che ha pensato bene di separare lo sviluppo dal progresso. Da qui nascerebbero tutti i nostri guai. Il consumismo appare a Pasolini esattamente come un potere spersonificato e irresistibile (più forte, dice esplicitamente, del fascismo, che ancora avrebbe conservato, nell’idea di Pasolini, qualcosa di umano). Il Nuovo Potere sarebbe riuscito dove il fascismo aveva fallito: ha realizzato una catastrofe inaudita, la “mutazione antropologia degli italiani”. Sempre in La scomparsa delle lucciole, Pasolini afferma che “l'industrializzazione degli anni Settanta costituisce una ‘mutazione’ decisiva”, stermina le lucciole come distrugge l’italiano “paleocontadino”. Chi è l’autore di questo disastro?  Un Potere impersonale: “non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé”. Un non-potere che però è un nuovo potere, che è talmente sovversivo, che ha sovvertito lo stesso potere. A questo punto i “potenti” diventano, scrive testualmente Pasolini, burattini nella mani del paradigma: “i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro”.  Non è un potere umano: “di tale ‘potere reale’   noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali ‘forme’ esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l'hanno preso per una semplice ‘modernizzazione’ di tecniche”.

 

Pervasività dello schema

Benché qui non ci sia Dio, perché c’è il Paradigma, ci sono comunque dei sacerdoti, che auscultano il Paradigma, ne indovinano i percorsi, le trasformazioni (ad esempio, “del capitale”), le intenzioni, gli effetti su di noi. Fermano “momenti” e “trasformazioni”. È tutto un fiorire di “nuove fasi”, di nuovi “livelli dello scontro”.  Salta fuori che R>G, e quello che interessa è che, pur senza le cognizione economiche per verificare una tale formula, la presa sul pubblico è assicurata, ma solo perché, finalmente, sembra si sia scoperta la Struttura dell’ingiustizia e il suo colpevole.

Qui, sia chiaro, interessa solo la pervasività del racconto, la sua forza persuasiva, dovunque essa si dispieghi. La matrice ideologica dell’origine della ricchezza e della diseguaglianza ripete, se si guarda con un certo disincanto, la struttura del complotto. La ricchezza è vista come una sorta di dato di fatto: una torta già pronta. Poi però qualcuno, ad un certo puto, si è preso la parte più grande della torta. La diseguaglianza diventa la divisione iniqua di un intero già dato, un diseguagliare quello che, all’origine, è percepito idealmente come eguale. Se c’è diseguaglianza, è in ragione di un contratto sociale rovesciato o negativo: in altre parole, di un inganno che viene perpetuato a danno dei poveri. Di conseguenza, il problema della povertà si risolverebbe d’un colpo semplicemente con la politica, ripristinando l’ordine e la giustizia, ovvero togliendo a chi si è preso di più. Sfugge l’idea che la ricchezza sia il prodotto di un sistema economico complesso, per niente scontato e già dato, nel quale gli incentivi e la relativa diseguaglianza hanno un ruolo fondamentale (un’eguaglianza immodificabile sarebbe altrettanto distruttiva di un’immodificabile diseguaglianza). Sfugge l’idea che, se la torta cresce, cresce il dividendo di tutti, e che non c’è una scorciatoia per la crescita. Applicando lo schema, il Terzo Mondo appare povero in ragione dello sfruttamento capitalistico e imperialista: non è povero perché le economie del Terzo Mondo non funzionano.

Anche il senso e l’origine del welfare possono suggerire la trama del complotto-complottista. Secondo lo storico Derek Fraser, effettivamente, nella ricostruzione storiografica dell’origine del welfare, “the cospirational model has been widely utilised”. I protagonisti infatti ci sono tutti: “Welfare is (…) characterised as one of the means by which order and authority are preserved, social revolution avoided, and political stability maintaned” [iv]. Il welfare sarebbe una strategia del capitalismo per disinnescare la seduzione dell’Unione Sovietica presso il proletariato occidentale. – Come, si chiederà? Ospedali, pensioni, scuole pubbliche…tutto questo sarebbe solo la conseguenza di una tattica? Sì. Un potere infinito, segretamente, ha organizzato su scala internazionale un gigantesco inganno. E si noti che, stando a questa tesi, il Welfare State ne esce senza autonomia, né politica né storica né morale. I paesi che l’hanno sviluppato, seguivano  altre ragioni, ovviamente inconfessabili. Del resto, non è forse il welfare il risultato tangibile dell’ignobile compromesso socialdemocratico con il capitalismo? Ovvio che sia “colpevole”. I vecchi operaisti (Asor-Rosa, Negri, Panzieri, Tronti e soci) parlavano, non a caso di “Piano del Capitale” ed intendevano “Complotto del Capitale”.

Senonché, tutto questo è ovviamente irrealistico. Eppure Derek Fraser ha ragione. Nel libro Attacco al welfare del sociologo Luciano Gallino, ad un certo punto, a proposito della nascita del modello di welfare di Beveridge, si legge: “È forse superfluo aggiungere che né Beveridge né Churchill erano mossi solamente da intenti umanitari. Intendevano contrastare l’influenza ideologica e politica dell’Unione Sovietica”[v]. L’assunto è tutt’altro che privo di intenzione ideologica: il potere, l’economia liberale, l’Europa, sarebbero intrinsecamente ostili alla “giustizia sociale”: mai e poi mai avrebbero percorso la strada del welfare, se non ci fosse stata la spinta della sinistra rivoluzionaria. Il welfare è, dunque, un figlio non voluto: “resta il fatto – scrive sempre Gallino – che in seguito al piano concepito da un liberale fu sviluppato nel Regno Unito quello che venne considerato per vari decenni il più avanzato ed esteso stato sociale del mondo”.  Ma ecco che appena l’Unione Sovietica cade (intanto, si noti, sono passati vari decenni dal 1942, anno di pubblicazione del Report di Beveridge) gli “interessi economici” (da immaginare chiusi nei loro salotti, non hanno neanche un nome, sono anonimi e impersonali)  fanno prontamente un passo indietro: puntuale arriva l’attacco al welfare, che -  è sempre Gallino -  si “configura piuttosto come il compimento di un progetto politico ed economico a un tempo: riportare nello spazio del mercato tutto quanto era stato sottratto ad esso dallo sviluppo dello stato sociale”. Il “progetto politico”, portato avanti dall’inizio alla fine con lucida coerenza, allude anche qui a un’intenzione contro-natura che attacca un valore “sociale”. Il Potere smantella oggi quello che, con tattica astuta, aveva costruito nientemeno che nel 1942. Il nemico è disumano e cinico, dunque degno di odio. Immancabile il riferimento a Karl Polanyi: si assiste alla “mercificazione di terra, lavoro, e denaro compiuta dalle politiche liberali”. La “mercificazione” separa l’umano, la comunità, avvelena i “beni comuni”: “la mercificazione per mezzo della privatizzazione di beni pubblici essenziali quali la previdenza, la sanità, il sostegno al reddito” è anche un attacco alla democrazia: l’attacco al welfare “costituisce, insieme con lo svuotamento del modello sociale europeo, uno svuotamento del processo democratico della Ue”[vi]. Un complotto a tutto tondo.

Il rapporto con la realtà empirica è talmente assente da trascurare che il welfare nord-europeo, ben lungi dall’essere stato azzerato, smantellato, annientato, resta ben solido, ed è di gran lunga superiore a quello italiano. Ma probabilmente (anzi, senza probabilmente) molti degli autori che ne scrivono neanche hanno un’idea precisa di che cosa sia il welfare nord-europeo.  Ma nella cultura di massa la realtà empirica non interessa, interessa affermare un’idea salvifica. Una certa letteratura non è affatto “critica”: non è diversa dalla cultura di massa da cui nasce e a cui è rivolta. Derek Fraser mette dalla parte “complottista” anche l’idea del welfare che propone Foucault, per il quale esso non sarebbe che un “dispositivo di controllo”. Ma gli esempi di questo schema narrativo, che si prende a prestito con troppa disinvoltura, sono innumerevoli. Così scrive il brillante filologo e storico Luciano Canfora:

 

"Lo ‘Stato sociale’ – nelle sue varie forme – fu in Occidente il risultato imprevisto, tra l’altro, della rivoluzione sovietica e dello Stato sociale autoritario da essa creato e durato settant’anni. Oggi la posta in gioco è lo smantellamento dello Stato sociale. Non solo non c’è l’alternativa di sistema, ma il potere di ricatto dei detentori di ricchezza è diventato quasi irresistibile"[vii].

 

Di nuovo si tratta di verificare un fatto: la presenza di un plot, di uno schema narrativo. Lo smantellamento del welfare sarebbe opera  del “potere di ricatto dei detentori di ricchezza” (da identificare con chi? Niente, non hanno nome); e questo potere è diventato “quasi irresistibile” (da quando?). I “detentori di ricchezza”, da parte loro, non hanno di meglio da fare che “smantellare il welfare”. Perché? Non si capisce. Il lettore è portato a credere che agiscano per un odio insanabile e disumano verso i poveri, oppure che siano spinti dalla forza spersonalizzante dell’appartenenza di classe. Lo scopo dei poteri irresistibili è comunque quello di diventare ancora più ricchi, nonostante il fatto che siano già talmente ricchi che il loro potere è, come leggiamo, “quasi” irresistibile. Ma perché, poi, “quasi”? Non si sa. Si noti, da ultimo, che i “detentori di ricchezza”, che complottano lungo i decenni contro il welfare, opererebbero su scala globale: sono un’associazione supernazionale, che agisce oggi secondo un piano uguale e contrario a quello che li ha portati a creare il welfare.

Nello stesso modo un banale e noioso documento interno della JP Morgan, che di fatto scopiazza quello che è stato detto e ripetuto in centinaia di pagine di giornale a proposito della timidezza della Costituzione italiana “senza scettro”, viene adombrato come la prova di un complotto delle banche per far saltare la Costituzione italiana. A dirlo non sono degli sprovveduti poco scolarizzati, ma personalità della cultura italiana, direttori di università, di riviste...

In conclusione, lo schema narrativo complottista può avere diversi contenuti, anche opposti tra loro. Può accadere che venga utilizzato in un contesto non complottista; ma se si strizza l’occhio a un certo pubblico, si favorisce la demagogia. Il plot complottista strutturale nei radicalismi e dei populisti di destra e di sinistra. C’è una vasta produzione letteraria e intellettuale di massa che non ha contribuito affatto al “pensiero critico”, e che, anzi, è largamente venata di  complottismo. Da questo punto bisogna partire per cambiare registro.



[1] Convegno del 1975



[i] Raymond Boudon, Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2004.

[ii]Alan Forrest, La Rivoluzione francese, Il Mulino, Bologna, 1999.

[iii] http://www.corriere.it/speciali/pasolini/potere.html

[iv] D. Fraser, The Evolution Of The British Welfare State: A History Of Social Policy Since The Industrial Revolution, Palgrave Macmillan, 1973; 4.ed. 2009, pp. 7-8.

[v] L. Gallino, Attacco al welfare, Laterza, Roma, 2013.

 

 

 

 

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Articolo molto interessante, complimenti Giovanni!

Due domande:

1. Come pensi si possa contrastare il complottismo  quando si manifesta?

2. Come pensi si possa prevenire il complottismo? Questo lo chiedo anche alla luce del fatto che anche diversi intellettuali e persone studiate vi contribuiscono, per cui mi l'education potrebbe non sempre essere una risposta.

Grazie Michele. Provo a rispondere alle tue difficili domande. Ho provato a individuare una forma letteraria, un plot ricorrente, del complottismo, che possa essere riconosciuto nei testi, nelle parole, nel modo di articolare gli argomenti. La possibilità di riconoscere una formula oggettiva del racconto complottista potrebbe aiutare - questa la mia idea -  a prendere le distanze da questa insidia.  Può accadere che autori non complottisti (in linea di principio) usino delle formule complottiste che non riconoscono come tali. L’educazione potrebbe, come giustamente segnali, non riuscire a rispondere contingentemente al problema,  visto e considerato che non  sono pochi gli intellettuali che avvalorano le analisi complottiste. L'educazione non è al di fuori della mischia, a volte non è pari al suo compito e invece di educare diseduca. Vero. Si tratta di fare una battaglia culturale, come se ne sono fatte tante, per creare una sensibilità più avvertita. Si scoprirebbe presto che non è facile per niente, perché si va toccare un punto critico, essenziale, di una serie di credi ideologi.

    

Grazie, ho trovato l'articolo di grande interesse. Leggendolo mi è venuto un dubbio che vorrei sottoporle (premetto che si tratta quasi sicuramente di un mio limite di comprensione o conoscenza). Ho notato spesso l'uso di astrazioni anche da parte di autori che difficilmente vengono tacciati di complottismo, penso, ad esempio, alle riflessioni del prof. Severino sul dominio della Tecnica. Con quale metodo è possibile riconoscere ed esaminare il valore di quelle analisi, tenendole separate dall'errore logico tipico del complottismo?

 

Bella domanda, Severino, come Heidegger, l'ho tagliato, ma molto ci sarbebe da dire. Per essere chiari: “complotto senza soggetto” è un’espressione forte, provocatoria, per indicare in modo critico una certa forma letteraria, che (v. Foucault) è una mitologia metafisica politicizzata (il Potere ecc.). Prima viene una certa mitologia. Severino  è un buon esempio, per dirla in breve,  di duplicità o di ambiguità che si può cogliere con una certa esperienza. Severino è un autore che dimostra di sapere bene il suo mestiere nei testi impegnativi (che sono notevoli, anche se criticabili, peraltro da giovane maneggiava i logici moderni), ma che, in particolare in scritti, forse non a caso rivolti al grande pubblico, non disdegna  una certa visionarietà narrativa, con movenze che risentono, peraltro, molto di  Heidegger (un altro autore “duplice” “ambiguo”). Come si distingue? Beh distinguendo : )  Lei cita, non a caso, la teoria della tecnica nella filosofia di Severino: ha già intuito come si sviluppa il plot, evidentemente. Le darei ragione in pieno. Le  cose più interessanti della filosofia non sono le storielle a cui spesso la si riduce, ma le analisi concettuali particolari. Per fare un esempio: l’analisi del tempo di s. Agostino (nella Confessioni) è straordinaria. Ma non per questo si è tenuti ad accettare il cristianesimo di Agostino (peraltro la drammaticità di quell’analisi del tempo sta anche nel fatto che si vede sullo sfondo la percezione dell’impossibilità di  tenere ferma la creazione dal nulla della teologia cristiana).  Severino, a differenza di non pochi accademici che non sanno proprio di che cosa si parla, conosce il mestiere. Però è anche un visionario. Che dobbiamo farci? Certo Severino non è un “complottista”. Ma, appunto, la questione va rovesciata: il complottismo è una variazione, spesso molto  bizzarra a volte “colta”, di una formula narrativa mitologica e metafisica che è alla radice di tante espressioni culturali, ad esempio religiose, e anche di certe uscite di Severino.

Severino

michele boldrin 27/11/2016 - 00:01

Cominciai a leggere Severino dodicenne (non scherzo) su SetteGiorni, settimanale dei cattolici di sinistra "intellettualizzati" del tempo (1968-69) e sul quale mi feci i primi denti "intellettuali". Al tempo era in conflitto con l'universita' Cattolica di Milano che, credo, l'avesse rimosso dall'incarico o lo avesse almeno tentato perche' il suo scritto sul ritorno a Parmenide conteneva "eresie". L'ho poi seguito negli anni veneziani, letto con attenzione, discusso ed anche brevemente conosciuto. 

Bene: non ci ho mai cavato una beata pippa di rilevante o anche solo di originale che non fossero commenti, come dire, "poeticamente ed icasticamente coinvolgenti" su questo o quell'altro dei classici. Un intrattenitore, insomm, un affabulatore, un incantatore di audiences.

Mi puoi spiegare dove, localmente, vi sia un pensiero originale in costui? La domanda, nel caso vi sia una risposta, e' quasi seria.

Forse invecchiando son peggiorato, ma ogni volta che lo sento menzionare mi viene in mente la supercazzola secondo il noto Teorema d'Antani:

 \sqrt {Antani}+posterdati-bitumato\times {scappellamento}:sbiriguda^2 

non sapendo niente di preciso parlano in generale di un vago e oscuro tutto. Al loro meglio, dicono male con tante parole ciò che i grandi poeti dicono benissimo con poche.

Wittgenstein si rivolgeva a tipi così (non ai poeti) con "Su ciò di cui non si può dire, conviene tacere."

Mia opinione faziosa e non trattabile. ;-))

letteratura

dragonfly 27/11/2016 - 23:48

secondo Borges (la maiuscola se la merita), le conclusioni a cui giungono i grandi filosofi non sono meno ovvie delle premesse da cui sono partiti. la differenza consiste nei molti, gradevoli libri che ci hanno lasciato. (non riesco a recuperare la citazione esatta, che di sicuro era meno rozza)

Mi piace ricordare di Severino una memorabile polemica con Massimo Mugnai il quale ebbe l'ardire di criticare un suo libro pieno di pensose fumisterie parolaie, come da tradizione della filosofia continentale. In pratica, il logico Mugnai recensendo un libro del filosofo cercava di spiegare ai lettori e, con molta pazienza, a Severino stesso che tutto il suo filosofare sull'Essere e il Divenire, che lui ha chiamato neoparmenidismo (sic), è figlio di un errore sintattico da cui dipartono una serie infinita di insensatezze. Ovvero, in logica è noto da quel dì che la copula "è", che è alla base di tutti i fraintendimenti dei discorsi esistenzialistici, può indicare appartenenza, inclusione, esistenza etc. Per Severino indica sempre e solo l'identità. Se non si tiene conto di questa ambiguità del linguaggio comune si incorre in abbagli madornali. Del botta e risposta non se ne trova più traccia in rete se non nella cache di Google.Vale la pena leggerlo perché rivelatore di certa filosofia dalla consistenza dell'aria rarefatta.

Severino non la prese bene e quando la polemica fu ripresa dal Sole 24 Ore mobilitò il suo allievo e sodale Umberto Galimberti (sì, quello dei plagi, tout se tient) per una petizione nella quale si chiedeva al giornale di non dare voce al povero Mugnai colpevole del reato di lesa maestà. Evidentemente, in quell'ambito dell'accademia italiana il ricorso alle relazioni e alla mobilitazione dei branchi per risolvere le dispute era la prassi, al punto che non doveva sembrare così assurda la pretesa di silenziare le critiche in maniera autoritaria. Per fortuna il redattore del Sole non cedette, e anche di questo Severino ebbe a lamentarsi.

Il neoparmenidismo severiniano in realtà non è solo l'oggetto del libro recensito da Mugnai ma è un po' l'argomento di cui Severino si occupa maniacalmente da più o meno mezzo secolo e che nel corso del tempo si è materializzato in ogni suo libro. Vedere qui lo spassoso riassunto di Alfonso Berardinelli.

Mugnai

Giovanni Perazzoli 29/11/2016 - 15:17

Astrologo. Intanto un nome e un cognome mi permetterebbero di capire se ti conosco ecc. Berardinelli, lo lessi. Bah mi pare un misto di cose ben dirette tra tante sparate di chi non conosce i temi di cui parla.

Invece seriamente. Non sono sicuro di capire che cosa c’entri con Severino la distinzione di essere della copula e di essere dell’esistenza. Ci metti anche l’identità. Ti sarei grato se me lo spiegassi senza rimandare alle parole di Mugnai.

Sarei anche curioso di sapere, ma questo è, appunto, un altro discorso, se ritieni che l’essere della copula, distinto dall’essere dell’esistenza, riguardi degli “oggetti che non esistono”, e nel caso, quali sarebbero. 

cop

palma 29/11/2016 - 18:32

caro Giovanni la questione delle copule e' oscura ed assai complicata.

due esempi

palma e' adriano

(in quanto enuciato in cui la copula [e'] viene fiancheggiata da due nomi, se e vero l'enunciato ne segue che e' falso

 

adriano non e' palma

 

[spero non esser oscuro)

si consideri invece un secondo esempio 

 

 

la scarpa e' rotta  [che non e' un enunciato di identita', e' una predicazione, in particolare attribuisce la proprieta' [esser rotta] alla scarpa--

non ne segue, a meno di non giocar con le parole che la scarpa e' eternamente rotta, che non la si puo' riparare, etc.

 

 

Severino ritiene, cosa dubbia a mio modesto avviso, che le copule nel linguaggio sian tutte implicanti esistenza. non voglio tediarla con la tesi.

ma consideri, per caso, quanto naturale e' dire

 

TRE SON LE COSE CHE NON ESISTONO, LA FELICITA'. UN MARITO CHE NON ANNOIA, UNA SBORNIA CHE NON FA MAL DI TESTA

 

 

se il SON e' copula di esistenza, la frase deve aver nessun senso, a mo avviso e' affatto sensata (ho persino qualche serio sospetto sia vera)

 

Mugnai dice una cosa del genere in mod elegante

(non so Severino). Ditemi voi se ho capito male. L'essere di "la scarpa è rotta" non è identità è predicazione: attribuisce la proprietà di esser rotta alla scarpa (dice Palma). L'enunciato "la scarpa è rotta" implica che la scarpa esiste? A me pare di no. Si può predicare qualcosa anche di un oggetto che non esiste: "La Chimera è feroce". L'esistenza è necessaria solo per asserire la Verità di un enunciato. Solo gli enunciati quantificati possono assumere valore di Verità, gli enunciati quantificati sono esistenziali o universali, e un enunciato esistenziale, parafrasato nella forma estesa, domanda sempre se Esiste o non Esiste l'oggetto di cui predica un attributo. "La scarpa è rotta" può essere Vero o Falso, "La Chimera è feroce" è necessariamente falso.   Ricordo un esempio famoso: "Pegaso Vola" (Quine, da Parola e Oggetto). Domandiamo: l'enunciato è vero o falso? L'imbarazzo qui è provocato chiaramente dal fatto che Pegaso non esiste. Uno potrebbe rispondere.. OK, Pegaso non esiste. Ma nell'universo fantastico, nel mito, nelle fiabe, nei film per bambini, in tutti quei mondi in cui esiste, Pegaso vola sempre. Quindi SI, Pegaso vola, l'enunciato è vero. Un'altro potrebbe rispondere.. Ma no, non ha senso dire che vola o che non vola di qualcosa che non esiste. Solo ciò che esiste può avere attributi. Il valore di verità dell'enunciato è indeterminato. Entrambe risposte sono sbagliate. L'enunciato è falso. Per vederlo basta parafrasarlo secondo lo schema della logica delle proposizioni. Diventa: "Esiste almeno un X : [X = cavallo alato di nome Pegaso] & [X vola]" Esiste? No. Quindi l'enunciato è falso. L'esistenza non è un attributo. E' il presupposto di tutti i predicati veri.

mi permetto di far osservare che l'affermazione"pegaso vola" non ha nulla a che fare con l'esistenza di pegaso che appunto sarebbe "esiste pegaso" , la congiunzione delle 2 e' falsa dal momento ceh e' falsa la seconda , la prima in se' non si puo dire essere falsa

Egli afferma:

L'esistenza o meno di una cosa come Pegaso decide della questione se l'enuciato "Pegaso vola" abbia valore di verità o meno.

cit. da Parola e Oggetto, p.218.

Io concordo con lui. L'enunciato "Pegaso vola" è un enunciato esistenziale, che nella forma colloquiale del linguaggio comune si contrae nascondendo il quantificatore esistenziale , che tuttavia è implicitamente presente nell'enunciato.
Come noto un'enuciato può essere vero o falso solo se è quantificato.
Per evidenziare il quantificatore, l'enunciato deve essere parafrasato nella forma estesa della logica proposizionale:

(x)(x=Pegaso & x vola)

Nella forma del linguaggio comune l'enuciato è più conciso e comodo da utilizzare, ma solleva questi problemi relativi ad (apperenti) lacune di valore-verità.

La parafrasi non è la congiunzione di due predicati, perché l'enunciato "Esiste Pegaso" non è un predicato. L'esistenza non è un attributo.
L'errore si può evidenziare tentando di parafrasare questo enunciato come il precedente per evidenziare il quantificatore. Esso diviene:

(x)(x esiste)

Come nota lo stesso Quine, non c'è nessun senso evidente in questo enunciato, che è banalmente sempre vero:

Quello che abbiamo fatto qui è interpretare "esiste" come un termine generale ordinario, o predicato [..] ma "esiste" non ha alcuna funzione indipendente nel nostro vocabolario quando (∃x) è  a nostra disposizione.

Col mio intervento intendevo dire che si può predicare qualcosa anche di un oggetto che non esiste ("Pegaso vola", "La Chimera è feroce", "Mefistofele è malvagio"); ma il predicato che ne risulterà sarà sempre falso, ancorché non privo di significato.

 

esempio

bonghi 15/12/2016 - 12:00

mi permetto di dissentire con la posizione espressa nel libro citato , ovviamente ne contesto solo la forma ....

se la proposizione in questione e'

esiste pegaso e pegaso vola , allora dalla falsita' della prima ( supponiamo che pegaso non esista ) deriva la falsita della congiunzione delle 2

la pretesa di voler dire che l'affermazione pegaso vola e' falsa presa singolarmente porta a strane contraddizioni , di qui l'esempio in cui seguo la logica proposta:

pegaso vola ----> falso ( perche' pegaso non esiste )

pegaso non vola -----> falso ( per il motivo per cui e' falsa la precedente , cioe' la non esistenza d pegaso )

da qui con piccole accortezze logiche sarebbe deducibile che e' vero che pegaso vola e non vola contenporaneamente cosa che tipicamente in logica viene considerata "falsa" .... forse inpossibile sarebbe piu' appropriato

ammetto di non aver letto solo pagina 218 e quindi potrei non essere a conscienza di certe ipotesi fatte in pagine precedenti

concludo affermando che tipicamente in logica le porposizioni sono vere o false solo per ipotesi o deduzione , quindi se per ipotesi possiamo accettare la non esistenza di pegaso , non abbiamo modo di dedurre il fatto che pegaso non voli

grazie comunque  della cortese riisposta

Forse nel mio intervento precedente mi sono chiarito abbastanza.
L'equivoco sta nel considerare "Pegaso vola" e "Pegaso esiste" come se fossero DUE predicati equivalenti. Non lo sono. Solo "Pegaso vola" è un predicato, "Pegaso esiste" ha la forma apparente di un predicato ma non lo è, perché l'esistenza NON è un attributo, ma il presupposto necessario di tutti gli attributi (negli enunciati veri).
Quindi "Pegaso esiste e Pegaso vola" NON è la congiunzione di due predicati. E' un unico predicato.

L'enunciato "Pegaso vola" è falso, perché è equivalente all'enunciato "Esiste Pegaso e Pegaso vola".
L'enunciato "Pegaso non vola" è parimenti falso, perché è equivalente all'enunciato "Pegaso esiste e Pegaso non vola".
Non vi è alcuna contraddizione logica, perché i due enunciati non sono complementari logici.

Detto in termini immediatamente comprensibili: Se Pegaso non esiste, non può esser vero che vola, e non può esser velo che non vola.
Ne' tampoco, dal momento che non esiste, può porci alcun problema logico l'ammettere che vola e non vola allo stesso tempo.

chiarezza

bonghi 15/12/2016 - 15:48

non si preoccupi , il suo intervento era chiarissimo .... un equivoco sta nella parola "equivalenti" , evidentemente l'esistenza e la capacita' di volare non sono equivalenti

premetto ceh tutto cio' che dico ha una valenza logica , poi ad ognuno decidere se accetarla o meno

circa il fatto che siano una congiunzione , la "e" che interpone tra le 2 proposizioni ( "pegaso esiste" , "pegaso vola"  )  sta ad indicare proprio una congiunzione

in logica i concetti di attributo e predicato ( predocato in realta' esiste come sinonimo di proposizione ... se non ricordo male ... ) non esistono quindi non analizzo la parte in cui ne fa uso , in logica esistno le proposizioni , i connettivi logici ( disgiunzione , negazione etc etc ) , i quantificatori ( esistenziale , universale )

"pegaso vola" e "pegaso non vola" sono uno la negazione dell'altro , mi viene da dire col suo linguaggio che siano complementari ( almeno in logica classica ecco ) quindi .... ma non so cosa intendesse con complementari nel caso specifico

ora mi perdoni la notazione "informatica" in cui uso ! in qualita' di non  ( negazione ) e A e' una qualsiasi proposizione ( con o senza pegaso la validita' e' universale )

! ( A e !A ) .... cioe' non e' possibile che sia contemporaneamente A e non A qualsiasi sia A .... se le interessa le posso fornire la facile dimostrazione

.... e glielo facci presente con rammarico dal momento che uno dei miei cavalli di battaglia sull'esistenza di dio e' stato che potesse esistere e non esistere al tempo stesso .... tuttavia cio' e' impossibile anche per dio a meno di negare regole "certe" come quelle della negazione e della disgiunzione

saluti e grazie per la disponibilita' 

 

Equivalenti

Nasissimo 15/12/2016 - 18:15

Qui stava per "Logicamente equivalenti", era sottinteso.
Due enunciati si dicono logicamente equivalenti quando assumono lo stesso valore di verità: l'equivalenza logica è la doppia implicazione.
(Nota a margine: sarebbe meglio dire enunciati che proposizioni, la proposizione essendo un concetto controverso e foriero di altre difficoltà nella filosofia del linguaggio, che rimandano al problema del significato).

Lei continua a fare lo stesso errore. La congiunzione qui non c'è affatto: esistenza e capacità di volare NON sono congiunte da una somma logica, perché NON sono due proprietà.
La capacità di volare, è una proprietà; l'esistenza è il presupposto - implicito o esplicito - di quella proprietà.
Il linguaggio comune è foriero di equivoci come questo, perché usa la stessa "é" come copula, per la predicazione e per l'equivalenza (qualcosa di simile notava Palma qui sopra).
Per questo è utile parafrasare l'enunciato nella forma canonica della logica dei predicati:

(x)(x=Pegaso & x vola)

Qui si vede meglio che tra (∃x) e (x vola) non c'è un simbolo &, ma un implicito "tale che": non c'è congiunzione.

"Pegaso vola" e "Pegaso non vola" NON sono complementari logici, perché NON sono l'uno la negazione dell'altro, come Lei afferma. Lo sarebbero se Pegaso esistesse.
Il principio di non contraddizione afferma che "non è possibile che lo stesso attributo possa appartenere e non appartenere allo stesso tempo allo stesso oggetto" (..sotto il medesimo riguardo, aggiunge Aristotele, precisazione degna di nota ma che trascuriamo).
Si applica agli attributi (l'esistenza non lo è) ed agli oggetti (che esistono, sottinteso).
Un oggetto che non esiste, non esiste, e quindi può avere e non avere ogni attributo, in ogni tempo, sotto ogni riguardo, senza contraddizione alcuna. 
Quando ci disponiamo a fare una qualsiasi considerazione sulla verità non verità, contraddittorietà o non contraddittorietà, di un qualsiasi predicato, noi implicitamente assumiamo che il suo oggetto esista.

Nei suoi termini: Il principio di non contraddizione, che Lei cita nella forma !(A&!A), è valido per A proposizione. Per A mazzo di asparagi è privo di senso.
Proposizione è qui proposizione della logica (non della linguistica).
Proposizione della logica è tante cose diverse, ma nella logica bivalente aristotelica

si intende per proposizione un tipo particolare di dichiarazione, che afferma o nega il predicato di un soggetto.
Le proposizioni aristoteliche hanno una forma del tipo tutti gli uomini sono mortali e Socrate è un uomo.

La citazione è dalla definizione di proposizione (della logica) da Wikipedia.
Cioè sono di due tipi: universali (tutti gli uomini sono mortali) ed esistenziali (Socrate è un uomo).
Entrambi i tipi sottintendono l'esistenza del loro soggetto.
La prima potrebbe essere parafrasata con tutti gli uomini che esistono sono mortali (tra quelli che non esistono ce ne sono pure di immortali, come Highlander); la seconda con "Esiste almeno un uomo che si chiama Socrate".
Quando Lei scrive !(A&!A), Lei ha già affermato che il soggetto di A esiste, qualunque proposizione sia A. Se il soggetto di A non esiste, allora A non è una proposizione. Ma allora !(A&!A) non è vero.

P.S. Visto che Lei cita le dimostrazioni dell'esistenza di Dio, è divertente notare come una di esse, forse la più celebre di tutte, la cosiddetta prova ontologica, che data fino da Anselmo d'Aosta (ma forse addirittura da Agostino) passa da Arnaud, Descartes, Leibinz e continua ad essere proposta fino al XIX secolo (mi pare che Kant noti per primo, ma ancora un po' confusamente, che l'esistenza non è un predicato come gli altri) si fonda proprio su questo equivoco, consistente nel pensare l'esistenza come un attributo (e quindi x esiste come un predicato).
Questa "prova" si basava proprio su questo equivoco. Anselmo pensa l'esistenza come un attributo, e dice: Dio è l'essere perfettissimo, ossia l'essere che ha tutti gli attributi possibili; se Dio non esistesse, allora si potrebbe pensare un essere che ha tutti gli attributi di Dio più l'esistenza, ossia un essere ancora superiore, ancora più perfetto, perché ha tutti gli attributi di Dio più uno.

 

spero non si offenda se scherzosamente la paragono al noto studioso ..... da cio' che scrive desumo che anche lei , come lui , legga i libri al contrario.

sorvolo su certe cose ceh non sono chiare nel suo discorso e vado dritto al punto:

L’enunciato “l’attuale re di Francia è calvo” non sembra essere né vero, né falso, e neppure

insensato, ma ci accorgiamo che è semplicemente falso nel momento in cui lo traduciamo

nell’equivalente “esiste oggi un re di Francia ed è calvo”. Allora vediamo bene che l’enunciato ha la

forma di una congiunzione in cui uno dei congiunti è falso, dunque è falso.

ripeto : allora vediamo bene che l'enunciato ha la forma di una CONGIUNZIONE in cui uno dei due congiunti e' falso.

Per esempio nel caso di “Pegaso vola”, la traduzione:∃x (x è Pegaso ∧ x vola) mostra che non siamo di fronte a una struttura nome/predicato (ossia a “x vola” saturato con “Pegaso”) ma a due predicati : “essere Pegaso” e “volare”

ripeto : NON siamo di fornte a una struttura nome predicato ma a DUE predicati : "essere pegaso" e "volare"

mi rendo conto di non aver aggiunto nulla a quanto gia' affermato da me e negato da lei nei commenti precedenti

tuttavia mi auguro lei non voglia dubitare oltre che della mia anche dell'attendibilita' di una dispensa universitaria di cui le porto la fonte:

http://www.dif.unige.it/epi/con/dag.pdf    capitolo "nomi o predicati?"

in ultima analisi le faccio presente che non e'possibile che un mazzo di asparagi non sia un mazzo di asparagi

!(A e !A) resta sempre valida , come le ho gia' detto nemmeno dio puo trascendere tale regola .... cmq non volevo assoultamente tirare in ballo dimostrazioni dell'esistenza di dio , la mia era solo una battuta per la felice convivenza di credenti e non credenti

qualcosa in merito alle assunzioni:

evidentemente russel , e quine di conseguenza pongono l'implicazione ( nel teso si parla di equivalenza , ma per il momento valuto solo l'implicazione in un solo verso ) : pegaso vola ----> esiste x t.c. x e' pegaso e pegaso vola , ed e' da questa seconda proposizione che fanno le loro deduzioni .....

liberissimi di farlo tuttavia mi permetto di dissentire ( cosa personalissima e non logica questa volta ) nel merito dell'assunzione ..... mi spiego:

mi piace pensare che l'affermazione "la superficie di un disco e' uguale pigreco r quadro" sia vera non ostante il cerchio non esista , pigreco non esista e conseguenza dell'inesistenza del cerchio nemmeno il raggio esiste ....

piu' in generale il 99% della matematica tratta oggetti inesistenti , voglio solo salvare la validita' delle deduzioni matematiche

se qualcosa non le fosse chiaro non esiti a chiedermi spiegazioni che , ove le mie competenze me lo permetteranno , non esitero' a fornirle

cordialmente bonghi

bonghi, provi a sostituire quell "e" con un "tale che".
Se io leggo al contrario, lei non legge proprio. Non solo quel che scrivo io, neppure quello che posta Lei. Io avevo affermato che l'esistenza non è un attributo.
Quindi "Pegaso vola" è un predicato mentre "Pegaso esiste" non lo è, e non può esserci alcuna congiunzione logica tra i due. La forma parafrasata dell'enunciato è:

(x)(x=Pegaso & x vola)

una congiunzione c'è, ma è tra le due proprietà, che sono l'esser Pegaso e il volare. L'esistenza è fuori dalla parentesi che contiene gli attributi, perché non è un attributo, e non è congiunta con essi. Gli attributi di Pegaso poi sono molteplici, potremmo scrivere anche

(x)(x=Pegaso & x vola & x ha la criniera & è bello & x nitrisce..)

Così di congiunzioni ce ne sono quante ne vuole, pur di lasciare l'esistenza fuori dalle parentesi. Nell'esempio famoso "l'attuale Re di Francia è calvo" che dobbiamo a Bertrand Russell, richiamo di cui ringraziamo il dott. Palma (dal celebre articolo "on Denoting", pubblicato su Mind nel 1905 e consultabile qui) la "traduzione" (parafrasi) corretta è quella che esplicita il quantificatore:

(x)(x è l'attuale Re di Francia & x è calvo)

anche qui c'è una congiunzione, ma anche qui è tra l'essere l'attuale Re di Francia e l'essere calvo, mentre l'esistere è presupposto di entrambe.

Nella stessa dispensa che Lei cita, l'autrice porta proprio lo stesso esempio "Pegaso vola", si rifa proprio a Quine, e lo parafrasa esattamente come lo avevo parafrasato io:

∃x (x è Pegaso ∧ x vola)

L'unica differenza tra questa parafrasi e quella che le avevo evidenziato io è che qui si preferisce il simbolo ∧ al mio &. Mai negato che ci sia una congiunzione quindi, ma solo che l'esistenza possa essere enumerata tra gli attributi (cioè che la congiunzione possa essere tra l'esistenza e qualcos'altro).

Questa fallacia, che consiste nello scambiare l'esistenza per un attributo e trattarla come tale, mentre è il presupposto di tutti i predicati di attribuzione, è molto comune. La chiamano "fallacia della classe vuota". Conduce a formulare sillogismi apparentemente corretti che conducono a conclusioni inaccettabili. Per esempio questo (Keane):

1) tutti i Ciclopi sono bipedi
2) tutti i bipedi sono esseri viventi
-> almeno un essere vivente è un Ciclope

La conclusione errata si è manifestata, come al solito, perché nella prima premessa si è implicitamete ammessa l'esistenza dei Ciclopi, senza rendercene conto e senza esplicitarlo. Ciò in certi contesti può essere accettabile (per esempio se stiamo parlando di mitologia) ma nelle elaborazioni della logica dei predicati questo contesto può perdersi, se non se ne tiene traccia, come suggerito da Russell.

Non cercherò di convincerla che la sua !(A&!A) - che è il principio di non contraddizione - non è "sempre valida": lo è solo nella logica bivalente aristotelica, e lo è se e solo se A è una proposizione. Ma A è una poposizione (della logica) se e solo se il suo soggetto esiste.

Pigreco*r2 = area della circonferenza non è forse vero anche se la circonferenza non esiste? E chi ha detto che la circonferenza non esiste? Forse Lei si confonde con il concetto di reale (nel senso di fenomenico, tangibile). Delle difficoltà si possono incontrare con i soggetti autocontraddittori ("I quadrati rotondi non sono figure gometriche", cit. Palma) ma qui si va sul difficile.
Lasciamo perdere, non se ne esce più. Se Lei se la sente di dissentire da Russell e Quine, e perfino dalla prof. D'Agostini che sta citando (e senza il permesso dell'autrice, espressamente richiesto nella dispensa) a convincerla io non ci riuscirò mai. :-)

 

credo di capire

bonghi 16/12/2016 - 23:51

con le parole della professoressa , spero non se na avra' a male se le sue preghiere non saranno esaudite

"Ciò significa che il “peso referenziale” ovvero il “peso ontologico” è scaricato interamente sul quantificatore"

mi permetto pero' di diffidare dall'affermazione:

"Non cercherò di convincerla che la sua !(A&!A) - che è il principio di non contraddizione - non è "sempre valida": lo è solo nella logica bivalente aristotelica"

 il principio !(A e !A) vale anche in logica non classica ( non aristotelica per lei ) ,  lo si deriva da proprieta' della disgiunzione , della negazione e della congiunzione

considerazioni sull'esistenza di pigreco : esso esiste , come pegaso , solo nella mente di chi lo immagina

concludo pero' rinnovando quanto premesso :"esiste pegaso e pegaso vola , allora dalla falsita' della prima ( supponiamo che pegaso non esista ) deriva la falsita della congiunzione delle 2" che mi sembra in linea con la posizione di russel

preciso e mi scuso per l'insistenza che le mie osservazioni sono solo a livello formale logico circa la possibilita' di dedurre o meno certe proposizioni da altre .... il dibattito sulla verita' effettivamente esula dalla mia osservazione e ho sbagliato nel sottovalutare il concetto di "verita'" cui si faceva riferimento.

con le scuse se sono stato arrogante , bonghi

domanda

bonghi 19/12/2016 - 10:39

spero di non avcerla urtata troppo con la mia insolenza ( come immagino lei sappia passare da una visione delle cose ad un altra e' sempre traumatico ) , nel caso la mia speranza sia fortunata le vorrei fare una domanda perche' ancora non mi e' tutto chiaro:

la falsita' dell' affermazione e' legata all'esistenza di x , tuttavia non cpaisco come la sola non esistenza di x , slegata dalla proprieta' x e' pegaso possa portare alla negazione di pegaso vola 

grazie , bonghi

tra l'altro io avrei formalizzato cosi' :

p( x ) = x e' pegaso

v( x ) = x vola

allora : esiste x ( p(x) e v(p) )

dove sbaglio?

Urtare?

Nasissimo 19/12/2016 - 18:05

E perché mai. Le domande non devono urtare mai. Anzi ce la prendiamo sempre troppo quando qualcuno ci contraddice. Se a seguito di questa discussione lei ha modificato anche di poco la visione delle cose come dice, dimostra onestà intellettuale e da una lezione di umiltà a tanti presuntuosi (come me).
Volentieri Le rispondo, premettendo che non ho titoli per salire in cattedra: mi interesso di queste cose per hobby e non sono professore di Filosofia (Adriano Palma lo è) e sperando di non urtare io i redattori di nFA e l'autore del post (che questo è un blog di Economia e qui si parlava di complottismo, siamo parecchio OT).

Abbiamo qui dibattuto un problema ontologico antico, quello che domanda la verità degli enunciati che predicano qualcosa di un oggetto che non esiste (come "Pegaso vola").
Bertrand Russell, nel famoso articolo del 1905 citato sopra, propone la sua soluzione del problema. Egli suggerisce di parafrasare tutti gli enunciati (gli enunciati quantificati, sentences, i predicati: gli unici che possono avere valore di verità) nella forma della logica formale esplicitando il quantificatore come si è visto. In questo modo gli equivoci generati dalla imprecisione del linguaggio comune sono scongiurati, ed il valore di verità di ogni enunciato (quantificato) diviene immediatamente riconoscibile.

Il "trucco di Russell" (chiamiamolo così) sembra uno strumento potente capace di risolvere il problema una volta per tutte.
Lasciamo da parte "Pegaso vola" ed applichiamolo per esempio al classico dei classici, l'enunciato esistenziale per antonomasia: "Socrate è un uomo". Socrate è morto quindi non esiste più. Per aggirare la difficoltà sostituiamolo con qualcun altro. Consideriamo "Adriano Palma è un uomo" (Palma non si offenderà se lo metto al posto di Socrate).
Noi diciamo che questo enunciato è vero perché Palma esiste, ed è un uomo.
Consideriamo un altro enunciato con struttura formale identica al precedente: "Manlio Gallastroni è un uomo". Chi è Manlio Gallastroni? E' uno con esiste, me lo sono inventato io in questo momento. Questo enunciato è falso, perché Manlio Gallastroni, se non esiste, non può essere un uomo; come non può essere un gatto o una cornacchia; come non può volare, né restare a terra, né fare puzzette.
Qualunque predicato presuppone, implicitamente o esplicitamente, l'esistenza del soggetto. Prima di volare o non volare, prima di essere un uomo o essere un gatto, prima di fare qualcosa o non farne un altra, prima di possedere o non possedere un qualunque attributo, tu devi esistere.
E l'esistenza non è un attributo: è il presupposto necessario di tutti gli attributi (negli enunciati veri). L'errore comune di considerarla e trattarla come un attributo ha prodotto molte fallacie, tra cui forse la più grande è la "prova ontologica" dell'esistenza di Dio, fallacia che perdura almeno per 1500 anni nella storia del pensiero occidentale.

Quindi dire "Socrate è un uomo" significa, sì, dire "Socrate esiste ed è un uomo", ma meglio è scriverlo con la notazione della logica dei predicati, come suggerito da Russell:

(∃x)(x è Socrate ∧ x è un uomo)

in modo da evidenziare che l'esistenza non è un attributo che si "congiunge" logicamente agli altri, ma si colloca fuori dalla parentesi prima dell'enumerazione delle proprietà.
Solo questa scrittura è corretta, quelle che mettono l'esistenza tra le proprietà non lo sono:

(x)(x è Socrate ∧ x è un uomo ∧ ∃)
(x esiste ∧ x è Socrate ∧ x è un uomo)

Russell nel suo articolo pone anche l'unicità di x tra le condizioni, ma possiamo trascurare leggendo come "Esiste almeno un": se di Pegasi che ne fossero due, per noi "Pegaso vola" sarebbe vero.
Notiamo anche, a margine, che usando il metodo di Russell l'enuciato "Pegaso vola" è falso, non è indecidibile. Come sappiamo nella logica trivalente oltre al V e al F c'è anche il valore di verità indeterminato, il don't care, che è anche esso un valore di Verità. Non è questo il caso, dice Russell: se Pegaso non esiste allora "Pegaso vola" è falso, come si vede subito parafrasandolo alla sua maniera.

Con questo la questione parrebbe chiusa, ed il problema risolto, ma non è esattamente così.
Già Quine, nel testo che citavo, circa cinquanta anni dopo Russell, manifesta alcune perplessità, e con lui molti altri, come il Peter Strawson che ricorda Palma, nel famoso articolo pubblicato sempre su Mind nel 1950, da titolo On Referring.
Non è naturalmente che Russell dica sciocchezze, ma Russell è un logico e massimamente un matematico, affronta il problema from a logical point of view, e ne da una soluzione logica. Avendo riconoscuito che molti equivoci sono prodotti dall'imprecisione del linguaggio comune, egli suggerisce di affrontarli adottando (all'occorrenza) la precisione e il rigore dei linguaggi formalizzati, come il linguaggio della matematica.
Gli enunciati della matematica hanno tutti, immediatamente, la forma canonica della logica dei predicati: qualunque enunciato matematico o è un enunciato universale, o è un enunciato esistenziale; ed assume rispettivamente la forma

(∀x)(A∧B∧C)
(∃x)(A∧B∧C)

dove A,B,C sono le proprietà (attributi) x è l'oggetto ed ∃ (∀) è il quantificatore.
Mai si vide il quantificatore inserito tra gli attributi, e congiunto ad essi per somma logica.
Ma usando il metodo di Russell si risolve il problema solo spostandolo altrove (qui forse sta l'origine del suo dubbio).
Così facendo infatti il "peso referenziale" o "peso ontologico" è scaricato interamente sul quantificatore, come si legge nella dispensa da lei citata (e come nota Quine).
Ci si pone cioè la domanda di cosa significhi ∃x preso da solo.
Di cosa mai questa esistenza sia. Non è un'attributo, ok, questo lo abbiamo capito, grazie professor Russell. Ma allora cos'è?
Qui si dovrebbe passare ad Heidegger (Dasein, ex-sistere, "esistere è esser-ci", ecc.) come fa la sua professoressa, ad Husserl, allo stesso W.V. Quine di di On what there is, del 1948, ma ci perderemmo. Le lascio il link e provo a dire qualcosa io.

Nel linguaggio della matematica il quantificatore è sempre associato a un Dominio.
L'enunciato esistenziale matematico (proposizione, teorema) ha la forma:

∃x ∈ D : (A∧B∧C)

e si legge"esiste almeno un x appartenente a D tale che.." l'esistenza è da subito associata a un Dominio, come un insieme numerico o una qualsiasi altra classe, precedentemente definita.
Ove il Dominio non sia specificato si dovrebbe assumere implicitamente l'Insieme Universo, cioè l'insieme che contiene tutti gli elementi e tutti gli insiemi, compreso se stesso. 
Conoscendo i problemi cui si va incontro con una classe come questa, viene spontaneo guardarsi da un simile mostro: è la Morte Nera della Teoria degli Insiemi.
Ma chiediamoci piuttosto quale sia il suo corrispondente nel linguaggio comune, che è quello che stiamo osservando qui.
Cosa si intende, nel linguaggio comune, quando diciamo che "x esiste"? In quale Dominio?
Si intende, suppergiù, che "appartiene al mondo", dove il mondo è il mondo reale. Nel linguaggio comune l'insieme Universo è, appunto, l'Universo. Cioè l'universo reale. Per questo, forse, istintivamente, lei scriveva prima che una circonferenza "non esiste": la circonferenza è un oggetto concettuale, non appartiene al modo fenomenico, quello fatto di "cose", ossia non è "reale", se reale è ciò che si può esperire (direttamente e indirettamente) e poi condividere.
Ma cos'è "reale"?
Solo ciò che può essere oggetto dell'esperienza, ed osservato e misurato e condiviso? Una forma geometrica astratta è reale? Un sentimento è reale? Una rappresentazione del pensiero è reale?
Dio è reale?
A quest'ultima domanda da sempre alcuni ripondono si, altri ripondono no, e ci si è ammazzati e ci si ammazza ancora per questo.
Il "trucco di Russell" ci ha risolto, forse, il problema filosofico dell'esistenza, ma ce lo ha risolto solo a livello della logica dei predicati. 
Al livello ontologico più generale ce lo ha fatto solo sostituire col problema del realismo, che è un problema filosofico ancora più grande.

 

grazie

bonghi 19/12/2016 - 19:16

per la cortese risposta ... mi unisco alle sue scuse per l'essere ampiamente fuori tema.

se ho capito la posizione di russel , quella di quine ancora non mi e' chiara .... forse col tempo ne capiro' la consistenza

chiave per capire il mio errore e' stato lesempio dei ciclopi , nel mio modo di vedere le cose esistono  i ciclopi .... pur rendendomi conto che tale affermazione e' falsa

spunti  (non critiche) : sarebbe interessante indagare sulla validita' del principio per cui affermiamo la non esistenza di pegaso dal momento che dimostrarlo e' difficile ( scriverei impossibile ma me ne guardo bene ) e la sua conseguete  impossibilita' di volare .... magari il prof  palma ci puo aiutare

piccolo appunto per non tradire il mio spirito "critico" : scriva famiglia di insiemi , non insieme di tutti gli insiemi o richia che darth russel scateni la morte nera

su dio : mi pare di aver capito che godel riesca a spingere oltre la problematica per l'esistenza di dio trasferendolo alle qualita' di dio e dimostrandone l'esistenza

grazei ancora bonghi

Mi scuso mi era sfuggita questa appendice molto interessante. La cosa curiosa è che, qualche tempo fa, molto tempo fa, mi sono molto interessanto di questi temi, e avevo anche scritto una cosa. Quindi, se trovo un po' di tempo, provo a dire come la vedo...

Un "babbo Natale non esiste" dichiarato da un direttore d'orchestra a un concerto per bambini gli è costato il licenziamento in tronco.
Quel che "esiste" e quello che "non esiste", come quel che è "vero" e quello che non lo è, da sempre è oggetto di battaglie all'ultimo sangue..

prova

bonghi 31/12/2016 - 17:53

provo ad introurre il mio pensiero , nulla di trascendentale , semplicemente il primo problema che mi sono posto:

per quello che esiste credo non ci siano problemi

la domanda invece che mi ponevo era circa la veridicita' di un affermazione che nega l'esistenza di qualcosa , nello specifico:

"non esiste pegaso" e' vera?

se lo e' , cio e' coerentee con la posizione di quine?

buon anno nuovo

Rapidamente

Nasissimo 10/1/2017 - 15:04

I quantificatori principali sono quelli di Frege e sono due: "esiste" e "per ogni" (∃,∀).
A questi si possono aggiungere i loro negati "non esiste" (∄) e "non tutti" (¬∀), "esiste ed è unico" (∃!) e le varie combinazioni possibili; ma non è necessario perché gli enunciati che li contengono si possono parafrasare in una forma equivalente che fa uso dei primi due (o anche di uno solo).
L'enunciato "Pegaso non esiste", seguendo il suggerimento di Russell, si può parafrasare con una tra le formule equivalenti:

(∄x)(x=Pegaso)
(∀x)(x≠Pegaso)

e quindi credo che sia vero.

Questa non è esattamente la posizione di Quine. Quine riporta il problema ontologico alla sua complessità originale compresi i paradossi, tra cui è l'enigma platonico del non-essere, che lui chiama metafora della "barba di Platone"
 Non being must in some sense be, otherwise what is it that there is not?
La posizione più articolata di Quine è descritta nel suo articolo del 1948, scaricabile online a questo link, che le lascio.
Ciò è divertente, ma per mio gusto (ora i filosofi mi insulteranno) alla fine un po' inconcludente. La mia modesta opinione è quella che avevo sommariamente descritto prima: il "trucco di Russell" è uno strumento potente, e validissimo per chiarire il problema dell'esistenza a livello della logica dei predicati.
La livello ontologico più generale il problema dell'esistenza è contenuto nel problema del realismo, un problema troppo grande per essere affrontato qui in un breve scambio di battute.

gia' mentre scrvevo il quesito sulla veridicita' di pegasono non esiste mi assaliva forte un dubbio , che e' maturato nei giorni successivi e forse mi ha avvicinato a comprendere parte della tesi di quine , o almeno di cio' che mi pare sia la sua tesi , potrei sbagliarmi pero'

fatta questa premessa , e successivamente questa , e cioe' che non ho letto il saggio proposto dico:

la mia domanda era sbagliata ..... mi pare di aver capito che quine ( correggetemi se sbaglio ) avesse distinto tra proposizioni e attributi ( distinzione che non mi era chiara in principio ) .... credo cio' sia dovuto al fatto che se delle prime ha senso se chiedersi o meno se sono vere , nelle seconde questo senso non c'e' .... credo , e ripeto credo non ho letto nulla a riguardo , la differenza tra proposizioni e attributi sia proprio questa , cioe' che dei primi ci si chiede se sono veri o meno , degli attributi no.

se l'esistenza fosse un predicato si arriverebbe a odiose conclusioni tipo pegaso esiste e pegaso non esiste , problema che si risolve chiamando l'esistenza un attributo

colpa mia quindi che la domanda  "e' vero che pegaso non esiste"  era sbagliata ( al pari di quanto potrebbe essere sbagliato tutto quanto scritto fino ad ora)

in caso

palma 16/12/2016 - 14:41

russell (inventore delal teoria di 'il' [in IL RE D'ITALIA E' CALVO]) si trovo' contrapposto a Strawson (il padre di Strawson filosofo vivo ora) che sostenne che la sensazione di non aver valori di verita' dipende dal "fallire nelle presupposizioni."

Non vorrei parlar troppo, l'idea e' chiara, non si da nessun ordine dicendo di chiuder le porte se non ci sono porte, analogo il caso del re d'Italia, che non c'e' e l'enunciato in lettere maiuscole presuppone vi sia un, se il re c'e' l'enunciato e' vero sse egli e' calvo, falso altrimenti. se il re non c'e' l'enunciato fallisce. la questione si complica con i casi di finzioni (Biancaneve parlava il russo) e di inusitata difficolta' che fare con enunciati "impossibili" (del tipo [I QUADRATI ROTONDI NON SONO FIGURE GEOMETRICHE]

 

 

Questa una risposta a Michele Boldrin, ma, mi pareva di averlo messo sotto al suo commento, invece si trova qui. 

Il fatto che hai letto, discusso e conosciuto Severino lo trovo in qualche modo straordinario, ma  devo dire che  avevo notato, non ti saprei dire da che cosa, il segno di certe frequentazioni, non solo di Severino, ma in generale compromettenti e dubbie per un serio economista. : )

 

Mi scuso per l’assenza di sintesi. Ma, come si sa, è più rapido mettere che ridurre. 

 

Intanto, ho tolto Severino dagli autori considerati criticamente nell’articolo per ragioni di spazio e poi  perché, a differenza di autori come Foucault, che connettono subito il mito alla politica, al Potere, ecc., Severino resta più sul lato del mito e arriva alla politica solo in altro modo (ovvero nelle tesi, che non condivido e che trovo inutili e vacue, su capitalismo, tecnica, occidente ecc.). Ma sarei d’accordo nel vedere in certe sue posizioni il Paradigma ecc. Ci tornerò (spero) perché lo scritterello sul complottismo è stato un modo per saggiare, con i lettori esigenti di nFA, la plausibilità di una serie tesi ecc.

 

Detto questo, sì, c’è però un Severino che, a mio modesto giudizio, ha un certo valore, e a cui certe sue tesi visionarie (da affabulatore come dici tu) non rendono giustizia. Viste le tue frequentazioni disdicevoli e compromettenti di filosofi diciamo che qui parliamo di metafisica. Il mito di cui parlo per il complottismo è connesso, direi, allo stesso tipo di ansia, o di bisogno, che si trova all’origine della metafisica. Il bisogno, per dirla con le parole di Severino, dei “mortali” di pensarsi in una luce di immortalità… La metafisica: l’idea che il mondo abbia un fondamento, che i fenomeni abbiano una ragion d’essere, che le cose abbiano un senso. Un’ansia di “salvezza” dal “nichilismo”, dalla morte, dalla caducità, ansia che Severino rappresenta in pieno, perché è - sempre per dirla in breve -  un metafisico: l’ultimo metafisico della vecchia e declinante tradizione della filosofia (metafisica) occidentale. Metafisico era anche, per intenderci, Marx, con la sua idea di una salvezza finale della storia umana (e non solo Hegel, Spinoza ecc.). La metafisica ha molte uscite.

 

Dunque, Severino vede nel nichilismo la chiave della grande crisi che è il destino dell’Occidente, il paradigma che ci domina, che domina il nostro pensare, fare ecc. Il nichilismo è l’idea che l’essere possa non essere nulla (che esca dal nulla, come nella  teologia cristiana della creazione;  o che torni nel nulla). Da qui, salto passaggi, passa a una sorta, più che di filosofia neoparmenidea, di spinozismo: ogni realtà è santificata e rassicurata dentro l’eternità. Tanto per chiarirsi, io sono lontano dalla metafisica e  vedo anzi nel “nichilismo”, non nel senso di Severino (non nel senso che l’essere possa non essere),  ma nel senso che il mondo non abbia un fondamento, la premessa del discorso morale laico, della libertà, del valore, della politica ecc. E direi che il liberalismo stesso non può fondarsi su presupposti metafisici, come invece, però, è storicamente accaduto per quel liberalismo delle origini basato (non per la logica, ma per la retorica) in chiave giusnaturalistica, e dunque metafisica. In proposito, interessante il dibattito tra Severino e Natalino Irti (visto poi che siamo in tema: debole sul piano politico, almeno sul piano teorico, il liberalismo italiano ha una tradizione interessante di liberalismo “politico”: giuspositivo più che giusnaturalista).

 

Siamo partiti dal complottismo e siamo andati molto lontani. Non mi sentirei di dire che il complottismo è, alla lettera, in senso analitico, metafisica; però ci si avvicina,  risponde ad  un’ansia di ordine assai simile. La mitologia  è quella di un ordine andato in pezzi a causa di un evento perturbatore che si trova all’inizio della storia (un bel libro per vedere quanto sia radicata questa idea è il classico: Il Mulino di Amleto, di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend)

 

Però, sì. Severino però conosce il mestiere. Ha scritto un sacco di cose e tra queste ad esempio “La struttura originaria”, “Ritornare a Parmenide” (“L’essenza del nichilismo”), “Oltre il linguaggio” e tante altre che sono notevoli. Poi altre che sì, capisco, affabulano. Lo capisco bene, benissimo. Tuttavia, ci sono testi (te ne ho “localizzato” qualcuno) nei quali Severino è un maestro: sa di che cosa si parla quando si parla di divenire, nulla, essere, tempo, identità, differenza, principio di identità e di non contraddizione, molteplicità, unità, assoluto, relativo ecc. E questo è il punto importante. La vecchia filosofia metafisica direi che è… finita. Un segno di questo declino è che non la si capisce più, perché se ne è persa la chiave di lettura. Questo non perché sia finita la metafisica come tendenza a immaginare la salvezza (vive sono, infatti, le ideologie, le religioni, i populismi, complottismi, le idee salvifiche più o meno a buon mercato ecc.), ma perché è finito quel tipo di metafisica che attraversa la storia della filosofia. La nuova epoca – che non è post- metafisica, se non nel senso della metafisica tradizionale -  tende a   leggere  la filosofia riportandola al noto, a quello che capisce, alle proprie categorie: ed ecco le letture sociologiche o politiche di questioni logico-filosofiche; letture sociologiche che sono un modo per spiegarsi quello che sfugge. Senti gente che mescola cose diverse, anche gente di un certo livello, che fa convegni di filosofia ecc. e dice cose del tipo: “dobbiamo ritornare a un’idea forte della verità altrimenti continuerà a vincere Berlusconi”, e su questo – e solo su questo – immagina di fondare una svolta logico-filosofica che dovrebbe fare giustizia del passato…Come se per sapere che “se piove ti bagni” hai bisogno di “ritrovare un’idea forte di verità”! Oppure quelli che dicono: “senza proporre un’ontologia forte della verità, dimostrerò che i giornali raccontano una sacco di balle…” Quasi che “proporre un’idea forte di verità” sia da maleducati, e che comunque c’entri qualcosa con lo stabilire se una notizia sia vera o falsa. Come se poi, in ultima analisi, far dipendere da una ragione utilitaria (=altrimenti vince Berlusconi) il motivo per “ritornare”  (!) a una “teoria forte della verità”, non significasse esattamente il contrario: non fondare una teoria della verità, ma farla dipendere da una scelta utilitaria… Tante chiacchiere. Ecco, su questo genere di questioni Severino è tutto un altro mondo: certo lo puoi criticare, ma sul terreno della filosofia, non su un altro terreno. Severino sa argomentare dentro i concetti chiave della tradizione filosofica  con un uso preciso, non metaforico, non sociologico, non politico, non traslato, non urbanizzato o addolcito. Questo è il punto.

 

Poi il valore della filosofia resta, a mio giudizio, dentro la storia della filosofia. Il suo  valore non sta nel fatto di autorizzarci, grazie a una “teoria forte della verità”, a prendere l’ombrello per non bagnarci, o di capire che il tal politico è un truffatore. Ecco perché la rilettura post-filosofica, “culturale”, sociologica, psicologica (e non logica) della filosofia è, invece, un fallimento annunciato. Poi che cosa ci vuoi cavare da Severino? Non ci ricavi un risposta sul destino dell’Occidente… Ma mi verrebbe da chiederti: che cosa “ci ricavi” da Kant, da Hegel, da Platone, da Aristotele, da Spinoza, da Hume, da Agostino? Se tu poni la domanda dentro la storia della filosofia, ci ricavi molto, se la poni fuori della storia della filosofia non ci ricavi niente. Ma forse lo stesso vale per certa matematica astratta.

 

Io però posso capire che se si leggono certe cose di Severino l’impressione che se ne cava è proprio quella che dici tu. 

 

 Non so se sono stato abbastanza “locale”. Ma se vuoi qualcosa di più “localizzato” , potrei divertirmi a fare qualche riferimento filosofico greco. Quale “luogo” migliore del “non essere”?  A differenza, tuttavia, del sofista di cui parla Platone, non vorrei nascondermi nel non-essere.  Vabbé, la ripresa di Severino dell’”aporia del nulla”, che è forse una delle sue questioni centrali, è notevole: è una tesi greca, tra Parmenide e il Platone de Il Sofista. Anche se criticabile  per certi sviluppi e “soluzioni”, la ripresa della questione di Severino è importante (certo – occhio –  per le questioni della filosofia). L’idea che l’essere possa tornare o uscire dal nulla è una totale assurdità, che presuppone un fraintendimento del concetto di nulla che trovi anche in non pochi dei logici, e che consiste nel fatto di fare del nulla un “qualcosa”. Alcuni farneticano del nulla inteso come il vuoto, lo zero e altre metafore che non colgono il concetto di nulla, ma ne fanno un “qualcosa”.  In un’opera credo di logici, vado a memoria, uscita per una nobile università, trovai uno che scrisse che il nulla è come il buco… Stupore. Come si fa a non capire, per dire la prima cosa che capita in mente, che un buco può subentrare al suo contrario, mentre il nulla non subentra a qualcosa perché non è qualcosa? E infatti è nulla; e se è nulla, non subentra a qualcosa, perché una cosa subentra ad un’altra, ma il nulla, no non “subentra” perché non è. Per così  dire, il nulla non impedisce che ci sia qualcosa: perché parliamo del nulla. Ma un caso clamoroso e influente (molto influente anche fuori della teologia) è il cristianesimo, che costruisce un’idea di Dio e del cosmo a partire dalla creazione dal nulla, il mondo creato dal nulla…. È  un mito, un’insufficienza analitica, vedere il nulla come  un “luogo” da cui si possa entrare e da cui si possa uscire. Il nulla non è qualcosa, non è un luogo… Ecco la mia “localizzazione”, più classica di così si muore eh! 

 

Ma se si ha chiaro questo,  risulta altrettanto evidente, non solo che la creazione dal nulla è un non senso,  ma che è un non senso l’annichilimento. Nota che qui non è “Severino”: è la filosofia greca che ha sviluppato questo assunto: l’essere (con pleonasmo e imprecisione) è “eterno” (l’imprecisione è data dal fatto che l’“eternità” è comunque una rappresentazione temporale). Parmenide, la filosofia greca, sono paradossali? Ma no. Severino ha detto più volte che in ultima analisi il suo punto di partenza “parmenideo” potrebbe essere espresso dal motto di Antoine-Laurent de Lavoisier: in natura nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma. Il tema dell’eternità del “mondo”, anche se è una cosa solo un po’ diversa, è dentro questo orizzonte,  e storicamente è una delle tesi atee per definizione, condannate dalla Chiesa, e riproposte dagli “arabi” nel medioevo latino, perché semplicemente leggevano gli autori greci, che l’Europa non leggeva più. Il celebre  Averroè, ad esempio. Severino è un autore che, come altri, riporta l’attenzione sull’ontologia greca, la riprende, la racconta, la fa rivivere. Ovvio che uno così non poteva restare dentro la Cattolica. Poi Severino costruisce, sì, una specie di “spinozismo”, l’idea che l’essere, la Necessità, tolga via ogni caducità, che niente muoia, perché tutto è essere ecc. Il massimo della metafisica. Totale disaccordo, da parte mia. Ma qui inizia un’altra storia. 

 

 

Comunque, questa “localizzazione” è un accenno. A proposito di aporia del nulla, logica, predicazione ecc., ti mando il pdf di un saggio che scrissi in gioventù, Il Nulla e la chimera. Il Sofista di Platone e la distinzione tra “essere” della copula e “essere” dell’esistenza: è un saggio che passa in rassegna, in modo critico, partendo dall’aporia del nulla, alcune posizioni di logici moderni. Il concetto di nulla è divertente. (Se vuoi un esempio di confusione: S. Giovone, “Storia del nulla”). Sarebbe utile anche a “Astrologo”, che commenta sotto.

iraq

bonghi 9/12/2016 - 14:07

chiedo all'autore risposta che non sono riuscito a darmi da solo, pensare che l'attacco all'iraq sia frutto di un complotto e' complotto complottista  o semplicmnte ecomplotto?lo chiedo perche' analizzando l'articolo mi viene da pensare che sia complotto complottista .... nel senso che per esempio mancano i mandanti ( in relazione alla spersonalizzazione degli artefici del complotto )  tuttavia non lo credo essere .... lo credo semplicemente un complotto

grazie per la risposta

crauti

dragonfly 22/11/2016 - 23:19

2. Come pensi si possa prevenire il complottismo? Questo lo chiedo anche alla luce del fatto che anche diversi intellettuali e persone studiate vi contribuiscono, per cui mi l'education potrebbe non sempre essere una risposta.

il capitano cook per prevenire lo scobuto che decimava gli equipaggi nelle lunghe navigazioni,, introdusse i crauti nella dieta e questo avrebbe poi funzionato, senonchè i marinai all'inizio non ne volevano sapere di mangiare cavoli fermentati sotto sale, teemndo anzi l'avvelenamento. pur disponendo di un potere di enforcement molto alto (gatto a nove code, nodo scorsoio dai pennoni etc.) il comandante risolse molto meglio riservando all'inizio il nuovo cibo agli ufficiali, che se ne dovevano mostrare entusiasti, e severamente vietandolo agli altri.

il complottismo dilaga quando la classe dirigente, intesa in senso lato, continua invece a dare pessimo esempio, rifuggendo da ogni responsabilità con le scuse più assurde e innescando infinite spirali al ribasso in qualunque atto pubblico, fosse anche una dichiarazione al bar del molto rispettato avvocato anziano del paese. spiegare il ruolo delle vitamine e i gap logici del complottismo, serve a poco. bisogna dare il buon esempio.

 

nothing to add. Bisogna dare il buon esempio.

 La moneta buona scaccia quella cattiva. (spero in questo consensso di non suscitare obiezioni di teoria economica)

dice l'opposto.

Ma non ti preoccupare, anche quel fine economista del crostarolo a suo tempo, e lui seriamente, inverti' la legge in questione :) 

Purtroppo la legge di Gresham si applica anche in politica, come il dominante populismo (di cui il complottismo e' al contempo causa ed effetto) prova. 

Ma il punto che fai e' giusto.

Possiamo dire che si tratta di incentivare la meritocrazia e la cultuare della responsabilita'?

Arrivare ad avere un ambiente che da' valore a questi elementi batte anche il fattore istruzione, perche' crea un equilibrio piu' stabile. Il problema, pero', e' solo spostato a monte: come si fa a mettere in piedi un sistema di incentivi che favorisca la diffusione di una cultura responsabile e meritocratica? Inoltre, visto che una societa' non e' un moloch, in che proporzione e in quali classi sociali e' auspicabile che prenda piede questo tipo di cultura?

.... sappiamo tutti che nella palude del complottismo stanno a mollo da sempre due categorie tipiche del genere umano: gli idioti (che sono in buona fede) e gli scaltri (che in buona fede non sono).

Con i primi la terapia è facilmente individuabile anche se non altrettanto facilmente applicabile: massiccie dosi di cultura.

Con i secondi è molto più complicato.

Se vogliamo solo fare un esempio: provatevi a  convincere i vari Giulietto Chiesa, Thierry Meyssan e compagnia cantante a rinunciare alla loro fonte di reddito, credo sia impossibile.

Il mercato mondiale del complottismo fattura cifre rilevanti, forse bisognerà rassegnarsi a pensare alle scie chimiche come fattore di sviluppo dell'economia ...

...articolo, complimenti.

Vorrei tuttavia notare che se si fa una teoria di un processo sociale inevitabilmente si fa qualche assunzione che semplifica e "spersonalizza" i fattori in gioco. Mi sembrerebbe quindi utile distinguere più esplicitamente fra teorie sociali non-complottiste versus pseudo-teorie complottiste.

Una differenza abbastanza ovvia è che le (pseudo)teorie complottiste evitano la verifica empirica, ma credo ci siano altre differenze nel modo di costruire la teoria. Mi pare che Perazzoli accenni al problema quando distingue fra modello marxista originario (teoria di per sé non tanto complottista, che si prestava a essere confutata empiricamente come in effetti è avvenuto) e sue versioni volgari (complottiste e formulate in termini così vaghi da essere difficilmente confutabili). Il rischio altrimenti, mi sembra, è di intendere qualsiasi macro-teoria del funzionamento sociale come in qualche modo complottista.

Non riesco a dirlo meglio, ci vorrebbe qualcuno più bravo di me e più competente sulle macro teorie socio-politiche o socio-economiche, o simili.

 

Fabrizio Bercelli, grazie  soprattutto dell’osservazione che mi sembra assolutamente pertinente. In effetti,  è un problema che mi sono posto (e che mi è stato posto). Lei guarda alla parte più “ardita” del mio articolo: il “complottismo senza soggetto”. Per non allungare il già troppo lungo intervento mi sono effettivamente limitato ad accennare al problema che lei segnala, con il  riferimento a Marx (come lei giustamente nota) e con il riferimento allo stravolgimento del categorie empiriche della ricerca storica (l’assenza della più elementare verifica empirica). Ora, ci sarebbe forse una risposta più complessa. Però per il complottismo c’è un punto che a me sembra rispondere alla questione (spero): se il complottismo si può davvero circoscrivere dentro una certa forma letteraria, dentro un plot che presenta più o meno sempre gli stessi protagonisti, allora è qui che il complottismo viene distinto dalle assunzioni teoriche non complottiste che per necessità semplificano e generalizzano. Non è la ricerca seria che ha bisogno di essere distinta dal complottismo, ma il contrario, il complottismo che deve essere distinto dalla ricerca scientifica. Individuata una forma complottista,  si potrebbe chiedere all’autore (che poi significa sempre ricercare nel congegno della sua teoria ): come si giustifica questa  o quest’altra assunzione? Ad esempio, come si definisce questo “potere”, chi sono questi attori che non si nominano? C’è una parte della teoria che risponde efficacemente a queste domande? Io vedo il complottismo proprio come una favola ripetitiva, un’inclinazione non libera della fantasia. Talmente diversa dalla teoria che può essere persino una sorta di incrostazione di una teoria non complottista. A volte una teoria non complottista può avere passaggi demagogici. Prendiamo Marx: era un teorico, ma anche un attivista politico: probabilmente in lui, che era anche un grande scrittore, convivevano due anime, quella che sapeva toccare determinati sentimenti e miti (forse perché ne era egli stesso agitato) e quella fredda, lucida, dell’analisi. Si può immaginare anche che nei suoi scritti il bisogno della propaganda politica usasse, più o meno consapevolmente, degli strumenti retorici che non si ritrovano davvero nell’elaborazione teorica (e viceversa). Ma questi due aspetti possono essere distinti se si è avvertiti del problema. Gli epigoni hanno preso un aspetto e lo hanno esasperato e stravolto, rendendolo una parodia.  Spero di aver risposto in parte alla sua questione.

leggiamolo: http://www.europe-solidarity.eu/documents/ES1_euro-area-adjustment.pdf

e premettendo che non trattasi di documento interno (note a piè pdf) qui proprio due "micromega" , uno dell'aprile 2014 ed uno di ieri.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/si-scrive-renzi-si-legge-jpmo...

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-costituzione-al-servizio-d...

Saluti :=)

ps: banale e noioso...a me è preso un 1/2 colpo a leggerlo..

Sig. Ernesto, beh lei mi offre un assist inaspettato e irresistibile. Visto che è un lettore di MicroMega (so anch’io di che cosa si tratta), la rimando alle annate passate della rivista, alle tante discussioni sulle riforme costituzionali (ad esempio 4/1989 oppure 4/90).  Ho scritto che JP Morgan ha scopiazzato pagine di giornali italiani, ma avrei potuto dire che ha scopiazzato MicroMega. E il senso è – banalmente, certo  - questo: che il tema delle riforme costituzionali, in forme persino più spinte di quella di Renzi (una sola camera, 100 parlamentari, doppio turno, separazione netta tra esecutivo e legislativo, incluse forme di presidenzialismo), è sul tavolo da decenni anche  “a sinistra” (con diverse sensibilità). Altro, dunque, che JP Morgan! Beh da decenni…  dall’inizio, proprio dall’inizio, ovvero dai tempi dell’Assemblea Costituente. Come ricorderà, infatti,  il tanto citato (a sproposito) Piero Calamandrei sosteneva che non la Repubblica presidenziale, ma il sistema proporzionale e il parlamentarismo fossero l’anticamera dell’autoritarismo, e ricordava che “in Italia si è veduta sorgere una dittatura [il fascismo] non da un regime presidenziale, ma da un regime a tipo parlamentare, anzi parlamentaristico, in cui si era verificato proprio il fenomeno della pluralità dei partiti e della impossibilità di avere un governo appoggiato ad una maggioranza solida che gli permettesse di governare” ( 5 settembre 1946). E ancora, nella medesima seduta: “le dittature non sorgono dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare i governi democratici”. E ancora: “ Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi esso è condannato”. Calamandrei rispondeva, con queste parole, a coloro i quali temevano nel presidenzialismo una “deriva autoritaria”. Ma, come ricorda il documento JP Morgan -  e lo ricorda semplicemente perché  è cosa nota, banale, direbbe lei -  si era nel dopoguerra ed erano forti i sospetti verso forme di accentramento del potere. Ma Calamandrei rovesciava il punto di vista: il potere in un regime democratico non significa dittatura, può significare, al contrario maggiore capacità di resistenza alle derive politiche, clientelari e anche dei poteri forti (se le piace questa espressione). Naturalmente,  Calamandrei credeva che le istituzioni liberali dessero forma ai paesi e non il contrario. Di diverso parere Lussu  -  che era stato davvero un partigiano - il quale all’estero aveva “sentito il bisogno della Repubblica presidenziale”,  ma che rientrato poi in Italia si era accorto che la situazione politica non permetteva questa soluzione istituzionale, soprattutto senza delle vere riforme sociali; e sempre nella seduta del  5 settembre 1946 diceva che  la scelta bipolare “potrebbe comportare il rischio di una situazione molto confusa, forse anche rivoluzionaria”. Insomma,  già allora JP Morgan tramava? Oppure sono problemi seri con i quali  combattiamo da sempre, e di difficile soluzione? Non ci siamo accorti che sono decenni che si parla di riforme costituzionali? Come si può (mi chiedo) dare credito, allora, a questa storia di JP Morgan (che ha tutto il diritto peraltro di fare le considerazioni che vuole, come tanti altri)? Non solo è vero, ma è risaputo, anzi banale (banale non significa falso, anzi risaputo, e dunque non necessariamente  falso), quello che JP Morgan scrive, ovvero che  la costituzione italiana nasce debole perché influenzata dal clima post-fascista di sospetto verso forme politiche forti. Ma una forte democrazia non è una forte dittatura. Del resto, esistono altre costituzioni democratiche in giro per il mondo. Questo è vero indipendentemente da JP Morgan. Ma, come si diceva sopra, occorrerebbe che le classe dirigenti fossero capaci di dare l’esempio: se poi invece sono proprio loro le prime a creare sospetti di tipo polulistico di che cosa ci stupiamo?  Poi, di uno degli autori che lei cita mi sono -  guarda caso -  occupato già per nFA.

http://noisefromamerika.org/articolo/hillary-clinton-isis-bufala-molto-piu

 

E sinceramente potrei scriverle 10 pagine fitte fitte di ragioni. Le scrivo due righe invece: attenzione a fare di tutta un'erba un fascio. Attenzione a svilire come complottismo giuste e sacrosante preoccupazioni. Vede Giovanni(mi permetto una confidenza forse eccessiva)..prima dell'epilogo chiunque avesse pensato di urlare ad una manipolazione del libor (tasso di interesse) sarebbe stato(e lo è stato) etichettato come complottsta. 450+12 zeri di nozionale in dollari agganciati al libor. Non ci crederà..lo hanno fatto sul serio. Urlare al populismo o al complottismo tout court è intellettualmente superficiale. Bisogna capire. Non è quello che scrive JPM a stupire, ma il contesto nel quale un suggerimento implicito viene espresso. (ovviamente mi riferisco alla fattispecie in oggetto...ho apprezzato l'articolo..solo la chiosa mi ha fatto sobbalzare.. ) Saluti, :) 

bum

dragonfly 23/11/2016 - 23:38

.prima dell'epilogo chiunque avesse pensato di urlare ad una manipolazione del libor (tasso di interesse) sarebbe stato(e lo è stato) etichettato come complottsta. 450+12 zeri di nozionale in dollari agganciati al libor.

questo fatto è riportato con malizia, oppure " alla  zichichi", per stupire. 

sarei per la prima: vista la pervasività dell'indice ela enormità del nozionale, saperlo taroccato fa ovviamente  immaginare subito un complotto che neanche i sette savi di sion, e provoca vertigini lisergiche, un misto di matrix e truman show, dove la realtà nemmeno esiste più e i sensi ingannano.

invece non è così, la truffa del libor, pur gravissima, non ha  avuto conseguenze concrete nell'andazzo economico di noi comuni mortali. le alterazioni, stimate solo induttivamente e mai provate, sono state perloppiù periodiche , e di periodo breve, attorno al mese. soprattuto l'entità era dell'ordine di qualche (3-4) punto base e un punto base vale un centesimo di punto percentuale. se proprio si vuole riscontrare una alterazione più persistente, questa semmai è stata al ribasso e ovviamente di ampezza  anche minore. cioè, chi pagava il libor tarocco,  e il suo cugino euribor, ad es. in un mutuo-casa, a ben guardare adesso dovrebbe restituire il beneficio ricevuto! beneficio minuscolo, ma pur sempre indebito.

i danneggiati ci sono stati e per importi ingenti, ma non destano nessuna simpatia nel grande pubblico: sono le controparti,  principalmente di barclays e RBS,  in contratti derivati anche esotici, ove il  raggiungimento "spintaneo" di certe soglie faceva scattare l'evento. queste sono tutte le altre banche d'affari specializzate, specialmente quelle che non partecipavano al panel del fixing. ma chi mai scenderebbe in piazza per goldman sachs?

il danno principale è stato alla credibiltà del sistema tutto, che non ha visto la fragilità del metodo impiegato, una cosa arcaica che deve far pensare a una dozzina di imparruccati che si riunivano con gran sussiego a metà mattina per decretare il numerino magico. i regolatori non se ne sono accorti per lungo tempo,  ma neppure i truffati, che pure avevano mezzi e motivazioni per farlo.

 

 

Ah!

Sig.Ernesto 23/11/2016 - 23:57

Capisco. Lei mi dice che era una sorta di red cross della finanza che aveva a cuore i mutui casa, i prestiti studenteschi, i finanziamenti personali etc..etc..etc.che agiva sostanzialmente per scopi umanitari insomma. Interessante punto di vista il suo...credevo fosse per far soldi. Ma il punto, banalmente, è(non andiamo off topic):  ritengo che non siano titolati a commentare(esatto..solo "commentare"..figuriamoci criticare) la mia costituzione. Mancano dei requisiti essenziali.

Solo il leggerne riferimenti in un report economico finanziario inviato ad investitori qualificati e in un contesto così delicato, con un paese così vulnerabile, mi causa una fastidiosa quanto irreprimibile irritazione. Sarà una patologia...che le devo dire.. Saluti :)

non hai letto,

dragonfly 24/11/2016 - 00:17

oopure non hai capito. se vuoi, rileggi

Do not

michele boldrin 23/11/2016 - 23:34

feed the troll(s) ...

Questo s'era quasi tolto di mezzo dopo ch'era stato ignorato un po' da tutti.

Come tutti i trolls che abbiamo sperimentato in questi 10+ anni, anche costui e' un poveretto convinto d'aver capito solo lui quello che nemmeno ha cominciato ad intendere ...

Continuiamo ad ignorarlo, there is no other way :)

Ottimo articolo. Concordo con le riflessioni: occorrerebbe il buon esempio delle classi dirigenti per, molto lentamente, uscirne. Ma come si selezionano in Italia le classi dirigenti ? Ad ogni livello, micro/medio/mega/iper imprenditoriale, politico, e delle professioni liberali è scontata culturalmente la succedibilità dinastica e  l' investitura della burocrazia di controllo: pensare che il sig. X, figlio del farmacista Y, e che, per questo semplice motivo futuro erede della farmacia Z, di 3 vetrine, quindi del valore di € 850.000, possa rinunciare ad un futuro già segnato, è pura utopia, in Italia; in questo modo si "ragiona" per gruppi, o meglio per cosche, e da questo al ragionare da perseguitati il passo è breve. Anche perché il modello del gruppo perseguitato da forze oscure garantisce la leadership e dà importanza agli adepti: siamo così importanti che addirittura forze oscure, fortissime, ci perseguitano: esse hanno così coscienza della nostra forza che si nascondono dietro maschere irriconoscibili. Ha cominciato così il cattolicesimo, che rimane il vero modello (in)culturale che in questo paese permea qualunque aspetto. E proprio il cattolicesimo ha fornito, mi pare, la vera colonna portante alla conservazione: 1) l' individuo è nulla, ci sono solo le fazioni, quelle pro-bene e quelle pro-male; 2) comunque siamo tutti impastati di peccato originale, quindi, anche all' interno delle forze pro-bene, è inutile proporsi come innovazione, tanto si rischia di diventare forza pro-male, e quindi a che pro tentare di innovare e di cambiare la struttura ? E da questo consegue la conservazione più immonda: di occasioni che giustificassero una rivoluzione in Italia ne abbiamo avute mille, tutte sprecate all' insegna di chimmoffafà. Ho orrore di quello che è avvenuto in Spagna dal luglio del '36 all' aprile del '75, ho orrore anche di quello che sarebbe potuto succedere se avessero vinto "los rojos", ma lì i cattolici hanno scelto molto chiaramente un campo, si sono schierati con uno che si credeva diverso e voleva cambiare le cose, forse perché la Chiesa fin dalla reconquista ha scelto un campo culturale molto più chiaro e lineare che in Italia, e non ha (troppo) inquinato i meccanismi politici dei suoi avversari, li ha "semplicemente" messi al rogo. Qui da noi ha stravinto ed ha trasformato questo paese sordo e grigio in una palude fangosa di manipoli, semplicemente eliminando una qualunque spina dorsale agli individui (che si sono fin troppo docilmente fatti piegare, ovvio), e chiamando ciò "duttilità", "intelligenza politica" et similia: proprio il mascellone fu da giovane mangiapreti poi fece i Pazzi Lateranensi, prima neutralista poi interventista, prima monarchico poi repubblicano, prima antipatizzante del nazismo poi amico, prima con un penchant per gl' inglesi, poi avversario, ecc. ecc.. L' ultimo colpo da maestro è stato far incancrenire la situazione fino a renderla modificabile solo, se va bene, con un' azione ininterrotta che duri almeno il triplo di una vita umana longeva: chi oggi si imbarcherebbe nell' impresa di bonificare culturalmente questo paese da quei cancri, sapendo che, anche se tutto va bene, nemmeno i propri nipoti vedranno l' arrivo ? In passato abbiamo cercato il vincolo esterno, cominciando con la CECA e finendo con l' Euro: forse una coscienza del fatto che solo cedendo un pochino di potere decisionale possiamo uscirne vivi. E poi della nostra cialtronaggine abbiamo fatto almeno spunto per opere d' arte immortali: "Il sorpasso", "In nome del popolo italiano" sono anche dei successi psicanalitici: nel momento in cui ci accettiamo per quell' aborto della storia che siamo, ci liberiamo e viviamo al nostro meglio, comunque sereni. Ma Monicelli, Sordi, Gassman, Tognazzi sr., ecc. ecc. sono assenti giustificati: sempre i migliori se ne vanno per primi.

santissime!

roccog 23/11/2016 - 14:50

Troppe bugie in giro.

scusate, andava più su, dopo l'intervento di boldrin, ma poco importa...

non sono riuscito a cancellare il mio commento, solo editarlo.

i “detentori di ricchezza”, che complottano lungo i decenni contro il welfare, opererebbero su scala globale: sono un’associazione supernazionale, che agisce oggi secondo un piano uguale e contrario a quello che li ha portati a creare il welfare

Ecco allora cosa fanno quelli del Bilderberg! E io che me li raffiguravo come nel film Eyes wide shut. . . Il nostro amato onorevole Sibilia l'ha sempre detto, bisogna dargliene atto; e Lei si vergogni. . .

Jokes a part (come dice Renzi), resta intatta la mia difficoltà nel confutare a 4 occhi dette teorie. E' come cercare di afferrare un'anguilla, prima o poi ci rinunci. . .

ottimo articolo.
Aggungo qualche dettaglio che ho notato:

- i significati di "complotto" e "complottismo" mi sembrano diversi anche per il rapporto di forze tra i congiurati e la vittima. Il "complotto" vede tipicamente un gruppo contro un singolo o contro un gruppo molto più debole. Il "complottismo" figura un accordo di tipo diverso, tra i componenti di un gruppo ridotto ai fini di imbrogliare il mondo intero.

- Posso però testimoniare che un certo accordo del secondo tipo esiste, anche se "tacito". Più che con il "complotto", esso si esplica in forma di "omertà". Tralasciando il tradzionale esempio di certa cittadinanza sicula nei confronti dei "piemontesi", sembra più interessante quella all'interno dell'amministrazione pubblica. In cui parlare pubblicamente delle malefatte della dirigenza, tipicamente di nomina politica, è vietato per paura di ritorsioni. Per non parlare delle nomine con contratto a termine,  tipo i dirigenti degli uffici tecnici, che devono stare zittissimi per non svelare l'incompetenza o la parzialità di chi li ha nominati. Ed ovviamente il silenzio è d'obbligo su tutti i privilegi di certi impieghi pubblici.
In questo senso, l'omertà sui propri privilegi di categoria, o sulle malefatte della dirigenza pubblica da cui dipende la propria carriera è effettivamente una sorta di tacito "complotto" di una certa propaggine della classe politica nei confronti di una cittadinanza che paga.

domanda

bonghi 13/12/2016 - 13:48

ma l'attacco a saddam fu un complotto o pensarlo e'  complottismo

come tante altre boiate mondiali, fu dovuto a stupidità.

Il primo errore del "complottista" è pensare che gli uomini politici siano intelligenti.

Se lo fossero, sarebbero incapaci di parlare per slogan.

Come è stato scritto in una moltitudine di saggi, la semplicità e la limitatezza mentale dell'uomo politico sono la stessa fonte del suo successo.

bollare l'attacco a saddam come stupido mi sembra riduttivo , quando colin powell mentiva sulle armi chimiche in mano a saddam lo faceva per interesse di qualcuno , qualcuno di "sconosciuto" , "nascosto" .... di qui la domanda se fu complotto o e' complottismo dal momento che la situazione calza , almeno in parte , con la descrizione di complottismo descritta nell'articolo 

accettare qualcosa di diverso da "un ordinamento costruito",
come dice Hayek?

moltissimo

bonghi 23/12/2016 - 15:10

http://www.nytimes.com/2005/09/09/politics/powell-calls-his-un-speech-a-...

difficile veramente credere che certe cose succedano senza ordinamento costruito , evidentemente ci sono delle decisioni che fanno prendere certe scelte 

 I complotti esistono, appunto Cesare fu ucciso in seguito ad un complotto. Tutti i giorni e tutti i momenti si ordiscono grandi o piccoli complotti. La guerra in Iraq fu una decisione politica, motivata come fu motivata, cercando di portare dalla propria parte l'opinione pubblica. L'opera di persuasione, condivibili o meno che siano le ragioni politiche, c'è sempre e non solo nelle democrazie. Fu complotto? Beh fu appunto una decisione politica, con molti lati poco chiari. Resta da vedere quanta chiarezza in generale si può fare intorno alle decisioni politiche (e non solo politiche, per laverità, anche nelle nostre scelte non è sempre così facile fare chiarezza).  Poi però della guerra in Iraq, come di tutti i fatti storici, si possono dare delle interpretazioni complottiste. In questo caso, i fatti vengono sostituiti da una narrazione che ha caratterstiche ricorrenti, come cerco di dire. E all'opacità di solito si sostituisce una apparente chiarezza.

rispondo qui ma faccio riferimento anche al porblema della discussione piu' in alto:

la mia osservazione puntava infatti a mantenere il dubbio , secondo il principio  per cui "i fatti vengono sostituiti da una narrazione" tanto i complottisti quanto chi li nega compiono , specularmente , l'operazione appena citata

aspetto invece con curiosita' le idee sulla "dimostrabilita' " ( o indimostrabilita' ) della non esistenza di pegaso

cordialmente bonghi

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