La concorrenza fiscale

15 maggio 2009 alberto bisin

Vedere prima l'Economist e poi Mario Monti che elogiano il modello francese e picchiano sull'Irlanda è assolutamente troppo.

Solo gli uomini semplici e i bambini pensano che le persone, le cose, le idee siano o buone o cattive.

Questo vale anche per le politiche economiche. La crisi economica è stata esacerbata da mercati finanziari regolamentati poco e male. Non ci piove. È quindi indubbia la necessità di nuove forme di regolamentazione dei mercati dell’economia globale. Bisogna farlo bene, non motivati da infantile vendetta. Soprattutto è opportuno tenere sempre a mente che a regolare sono e saranno governi e istituzioni internazionali, complesse burocrazie che agiscono sulla base di interessi politici e attraverso dinamiche non necessariamente in linea con gli interessi della collettività. [In forma così generale questa affermazione sembra un po' ovvia, e forse lo è; ma è comunque una affermazione importante - il cui sviluppo coerente si deve a James Buchanan (non il presidente, uno dei peggiori, apparentemente) e Gordon Tullock, al primo dei quali è stato assegnato il Nobel per l'economia proprio per questo].

In particolare, i governi hanno una ben documentata tendenza alla eccessiva spesa pubblica. Questo perché la spesa pubblica si traduce in controllo delle risorse, potere, e in ultima istanza è strumento fondamentale al raggiungimento del consenso elettorale. Per inciso, su questo si è sviluppata una larga letteratura in economia, che peraltro è quasi monopolio italiano: a partire da Alesina e Tabellini, fino a Lizzeri e Persico e a Battaglini.

Ed è così che i politici sfruttano la crisi per i propri interessi (politici): Nicholas Sarkozy, ad esempio, che pure ha fatto del modello anglosassone e del ridimensionamento del welfare il suo cavallo di battaglia, ora cavalca invece l'anti-mercato. E non dimentichiamo gli esempi di casa nostra (vostra): la politica economica del centro-destra in Italia è passata, almeno a parole, dal liberismo ideologico un po' tonto di Antonio Martino alle più recenti posizioni interventiste del ministro Tremonti. [La pagina wikipedia in italiano di Martino, edulcorata, è qui; quella in inglese, che riporta i suoi danni al Ministero della Difesa, è qui.]

Ma anche i più attenti osservatori delle questioni economiche europee sembrano favorevoli ad un ridimensionamento del ruolo del mercato. L’Economist, non certo fautore delle economie sociali dell'Europa continentale, sembra rivalutare il welfare francese e tedesco. Persino Mario Monti, che ha sempre difeso concorrenza e mercato, ha auspicato, in un editoriale sul Corriere di Domenica, un maggiore coordinamento delle politiche fiscali tra paesi, per evitare che la concorrenza fiscale, “determinando [...] una corsa all’abbassamento delle aliquote d’imposta”, riduca il gettito, e quindi “il finanziamento di programmi sociali”.

Quella della riduzione della concorrenza fiscale è questione importante, che sta a cuore a molti governi e che ha dominato le discussioni ai G20. Anche il governo Obama, sempre attento a non farsi scappare politiche economiche dannose, ha mosso passi decisi in questa direzione, proponendo una modifica del regime fiscale delle società che in buona sostanza impedirebbe alle imprese multinazionali statunitensi di adottare regimi di tassazione più favorevoli di quello americano.

È triste [disclaimer: Monti è stato mio relatore di laurea in Bocconi] che Monti spari contro la concorrenza fiscale con argomenti francamente debolucci (anche se all'interno di una complessa quanto confusa strategia compromissoria per la Commissione).

Vale la pena, quindi, di soffermarsi un po' più in dettaglio sui vantaggi e i costi della concorrenza fiscale. La retorica populistica vuole che queste misure siano una difesa necessaria dalla fuga dei capitali verso i paradisi fiscali. In realtà esse rappresentano innanzitutto una forma di protezionismo del mercato del lavoro interno dalla concorrenza di paesi in via di sviluppo quali l'India e la Cina. Ma più in generale, quello che i governi temono maggiormente è la concorrenza fiscale di paesi sviluppati, con moderne infrastutture, ma a bassa imposizione, come l'Irlanda. La tassa sulle società (centrale, regionale e locale) è del 12,5% in Irlanda, mentre è del 34% in Francia, del 30% in Germania, ed in principio del 39% negli Stati Uniti (anche se varie esenzioni ne permettono una riduzione notevole per la maggior parte delle imprese). I dati sono OCSE (io li ho presi da un bell'articolo del WSJ).

Per garantire la competitività delle imprese nazionali, quindi, Francia, Germania, Stati Uniti, potranno essere costrette ad un “abbassamento delle aliquote d’imposta”. A meno di raggiungere un accordo sul coordinamento delle politiche fiscali ad aliquote più elevate, che riduca sostanzialmente la concorrenza fiscale (includendo il più possibile i paesi oggi a bassa aliquota e limitando i flussi di capitale e di investimenti diretti verso quelli che rifiutino l'accordo).

Ma e' davvero auspicabile una siffatta limitazione della concorrenza fiscale? Ci fa paura davvero un possibile “abbassamento delle aliquote d’imposta”? In un mondo perfetto, in cui i governi destinino la spesa pubblica ad una efficiente produzione di beni pubblici, la concorrenza fiscale ha effetti dannosi, proprio perche' limita la quantita' di beni pubblici che possono essere finanziati. In un mondo imperfetto, in cui le istituzioni politiche tendono a favorire una dinamica incontrollata della spesa pubblica, la concorrenza fiscale ha invece un effetto positivo: impone un vincolo alla capacita' impositiva dei governi e quindi alla spesa eccessiva ed inefficiente.

La limitazione della concorrenza fiscale ha quindi effetti opposti a seconda di quale sia il mondo in cui viviamo e di quanto le istituzioni politiche siano in grado di limitare la propria naturale tendenza alla spesa: solo gli uomini semplici e i bambini pensano che le le persone, le cose, le idee siano o buone o cattive.

Purtroppo non e' difficile osservare quanto imperfetto sia il mondo reale. Ed e' soprattutto in Europa che le istituzioni hanno permesso a spesa pubblica e a tassazione di raggiungere livelli tali da soffocare la crescita economica ormai da anni. Ne parliamo e riparliamo da tempo su nFA. E’ questo il caso dell’Italia, ovviamente. Ma anche di quei paesi come la Francia e la Germania, che pure hanno una amministrazione pubblica efficiente.

E allora si agisca pure sulle Isole Cayman, ma ben venga la concorrenza fiscale dell’Irlanda.

27 commenti (espandi tutti)

Dopo essermi fatto un convegno della CCIAA (che è pagata dagli imprenditori..) di Napoli sul federalismo fiscale in salsa Calderoliana e aver sentito il peggio del peggio, che non vi racconto per pietà nei vostri confronti, aver chiaccherato con amici che lavorano con la PA (OT : i soldi "veri" non li ha ancora visti nessuno, quattro mesi dopo che EM li aveva visti) io sto diventando più oltranzista di Alberto, Michele e Sandro messi insieme.

Non solo è necessaria la concorrenza fiscale fra Stati, ma è anche indispensabile fra Regioni, Comuni e quartieri, se possibile. E la PA deve incominciare a licenziare, anche in massa, perchè l'attuale livello di inefficienza si supporterebbe anche con metà dipendenti.

Mi dispiace dire cattiverie, ma sentirmi dire da un ingegnere che non può partecipare a un progetto perchè "la mattina faccio il docente in un corso di qualificazione professionale per gli indultati (500 persone..), sai anche i corsisti sono retribuiti, quindi vengono.." mi fa crollare le braccia. Non so se è meglio che tornino in carcere (dove mangiano a mie spese) o facciano il corso (sempre a mie spese..). Quindi meglio che io possa pagare le tasse dove almeno i miei soldi non finiscono nel gabinetto.

Lieve nota: lo sapevate che sia l'Irlanda che l'Inghilterra hanno tassazione 0 per le holding che non fatturano sul loro suolo ? Altro che isole Cayman..

Paese del futuro, l'Irlanda. L'idea della concorrenza fiscale fra  Regioni, Comuni e quartieri, e' associata a un economista, Tiebout. Questo per dire che, qualunque idea, gli economisti ci hanno pensato prima...  :)

Dal mio punto di vista SE SERVE A MIGLIORARE LE COSE coloro che frequentano il corso possono ben essere pagati. Penso che una tale politica sia stata un minimo pensata.

Per quanto riguarda la concorrenza fiscale, sono contento che diate un limite temporale alla sua validità: essa è valida fintanto che siamo in una situazione di sprechi.

D'altro canto temo che a fronte del forte indebitamento e della grande evasione fiscale italiana, i potenziali effetti benefici della concorrenza fiscale siano pressocchè annullati. 

 

Penso che una tale politica sia stata un minimo pensata.

L'ottimismo non muore mai, certo, pero detto da un italiano suona davvero ingenuo... dopo decenni di malgoverno, davvero credi questa politica sia stata pensata? o piuttosto messa lì per raccogliere un po' di voti da un politicante che doveva pagare le cambiali al proprio elettorato?

Mah, attribuisco come te (suppongo) un'alta probabilità al fatto che dove ci sono soldi pubblici ci sia uno spreco che va combattuto in maniera serrata. 

Affermare invece l'identità tra una qualsiasi politica sociale e lo spreco lo lascio fare a te, se vuoi.

Per il resto, non mi risulta che tra le specializzazioni degli economisti ci sia la pedagogia penitenziaria. 

Guarda, sicuramente non so nulla di pedagogia penitenziaria, pero' questi corsi professionali dove uno viene pure pagato per frequentare non suonano mica tanto pedagogici... Gli incentivi sono completamente sballati, perchè con quel tipo di politica non si incentiva la persona ad imparare: la si incentiva ad andare al corso e basta. Ritenere che quella politica sia stata pensata per "migliorare le cose" (qualunque sia il significato che attribuisci a questa frase) è fantascienza.

non ho nemmeno detto che ogni politica sociale è spreco, ho invece detto che quella NON È una politica sociale, è una spesa fatta per ingraziarsi un certo tipo di elettorato (te compreso, pare, quindi funziona). La politica in questione è stata pensata, sì, ma per altri obiettivi molto meno nobili.

(So che è una polemica solo tra noi due, ma è divertente)

1) O  non sai nulla di pedagogia penitenziaria (e magari più in generale di pedagogia) e allora non mi sembra il caso di parlare del fatto che gli incentivi siano ben allineati o meno (magari lo sono, e tu non lo sai)

2) oppure sai di pedagogia etc.. etc.. e allora la tua valutazione "vale".

Mi permetto di far notare che ci sono diversi corsi per disoccupati per es. finanziati dalla comunità europea, in cui i frequentanti ricevono un emolumento. Se vale per loro, forse può valere per carcerati ed ex-carcerati.

Infine, per quanto riguarda la mia ingenua morale compromessa da "certo tipo di elettorato" posso solo ripetere quel che ho già detto: gli sprechi vanno combattuti, di brutto!

Morale: Marco Esposito poteva offrire di più al signor ingegnere ;) 

Il mio stesso discorso vale per i disoccupati. Sono incentivi sbagliati. E i risultati si vedono: che io sappia, tutta la letteratura su active labor market policies trova zero o minimi effetti.

Mi dispiace che siate entrati in una polemica socio-pedagogico-carceraria, anche per colpa mia, ma il punto non era "chi" seguiva il corso, ma il fatto che i corsi siano retribuiti per i corsisti. Da quello che so è così per tutti i corsi, e c'è gente che di lavoro fa il "corsista", tanto che a Napoli c'è un "coordinamento corsisti". Ma se entriamo nella telenovela degli sprechi potremmo scrivere un libro che potrebbe far impallidire G.A. Stella e G. Rizzo, l'idea base da sviluppare è quella della concorrenza fiscale fra enti territoriali di livello inferiore allo Stato.

Ne parlava già Machiavelli nel '400 a proposito delle Città Stato italiane, per sua fortuna Machiavelli non era un economista, quindi scriveva cose sensate.

A me da un lato spaventa la possibilità della concorrenza fiscale fra Regioni, Comuni, etc., (vivendo in Campania penso ci sarebbe un fuggi-fuggi generale dalla regione peggio amministrata del pianeta), dall'altro mi convince che solo così (forse) si selezionerebbe una classe politica meno arruffona e sprecona.

Sull'offerta per l'ingegnere posso solo dire che non siamo proprio arrivati a parlare di soldi: lui ha detto di avere già un impegno (la docenza al corso..) e lì è finita. Di questo periodo gli ingegneri, comunque, si vendono a pacchi..

 

c'è gente che di lavoro fa il "corsista", tanto che a Napoli c'è un "coordinamento corsisti"

Appunto, QED.

Mi rendo conto che stiamo lentamente scivolando out of topic, ma questa dei corsisti organizzati non la sapevo. Incuriosito, ho trovato questo.

Non so come la vicenda sia proseguita perche' non ho navigato nel sito ulteriormente; metto solo un piccolo estratto:

[...] Noi rispetto a loro, abbiamo il vantaggio dell’utopia, infatti, noi parliamo di assunzione diretta nelle strutture pubbliche, a tempo indeterminato, loro invece mirano a farli lavorare con le agenzie interinali e/o con le cooperative a loro vicine. [...]

 

 

"ma il punto non era "chi" seguiva il corso, ma il fatto che i corsi siano retribuiti per i corsisti"

il mio punto è che pur essendoci un problema di sprechi infiniti e lo abbiamo capito, non si rischi di buttare il bambino con l'acqua sporca, giudicando allo stesso modo una politica ed una sua errata e colpevole applicazione. 

http://www.ons.gov.uk/about-statistics/user-guidance/lm-guide/concepts/employment/govt-training/index.html

http://www.fas.ie/en/Allowances+and+Grants/default.htm

Uk e Irlanda, i due paesi citati, prevedono degli incentivi monetari per chi frequenta corsi.

Per quanto riguarda la selezione di una classe politica meno sprecona credo che più della concorrenza fiscale possano un'informazione corretta, una cultura del rispetto delle regole e una sana concorrenza tra partiti. Mi rendo conto che se uno pensa all'Italia... ma ci sono buoni esempi da seguire.     

 

In teoria potrebbe funzionare se invece di pagarli per frequentare il corso li pagassi per il superamento dell'esame finale.

Ma per nessuna ragione al mondo vorrei essere l'esaminatore di "corsisti" appena usciti di galera...

essa è valida fintanto che siamo in una situazione di sprechi.

Ossia fino all'estinzione dell' homo sapiens :)

In un mondo perfetto, in cui i governi destinino la spesa pubblica ad una efficiente produzione di beni pubblici, la concorrenza fiscale ha effetti dannosi, proprio perche' limita la quantita' di beni pubblici che possono essere finanziati.

Alberto, ma come? In un mondo perfetto (mettiamo con barriere linguistiche/culturali abbastanza basse) la concorrenza fiscale serve a diversificare l'offerta del bene "paese" secondo diversi mix "tasse/spesa sociale".

Dipende da quanta perfezione c'è nel mondo.

Considera un mondo con due paesi e due imprese che devono decidere dove locarsi, la prima posseduta dai cittadini del paese A e la seconda da cittadini del paese B (immagina quote azionarie uguali per ciascun cittadino). Nel paese A i cittadini vorrebbero produrre un bene pubblico e sarebbero disposti a sopportarne il costo mentre nel paese B i cittadini preferiscono consumare solo beni privati. Supponi che, per ragioni di free-riding e alti costi di transazione, non sia possibile produrre il bene pubblico in forma privatistica. L'unico modo per produrlo è quindi tassare, e per semplicità assumiamo che l'unica tassa possibile sia quella sulle imprese. Allora:

1) In un mondo non tanto perfetto, in cui i cittadini di A votano per tassare la loro impresa e produrre il bene pubblico ma poi come azionisti dell'impresa decidono di locare l'impresa dove le tasse sono più basse allora la concorrenza fiscale con B impedisce la produzione del bene pubblico e genera un outcome inefficiente.

2) L'imperfezione nel punto precedente che impedisce l'efficienza è la presenza di costi di transazione. In un mondo senza tali costi (moooolto perfetto) i cittadini di A si mettono intorno a un enorme tavolo e firmano un grand contract in cui si impegnano a tenere l'impresa nel paese, farle pagare le tasse, e produrre il bene pubblico. L'outcome ottenuto è efficiente. L'impresa non sta massimizzando i profitti e sceglie di locarsi nel paese con alte tasse perché tiene conto dell'esternalità positiva generata mediante il pagamento tasse e la produzione di beni pubblici sui suoi shareholders. In tal caso l'outcome è efficiente  e la concorrenza fiscale fa un baffo.

3) Cosa succede se le imprese sono possedute in parte dai cittadini di A e in parte da quelli di B? Cosa succede se i cittadini che vogliono il bene pubblico sono sparsi tra A e B, mischiati a cittadini che di beni pubblici e tasse non vogliono manco sentire il nome? Di nuovo, assumi abbastanza perfezione e nema problema. Se i cittadini di A vogliono tassare le imprese e produrre il bene pubblico, allora venderanno le azioni dell'impresa 2 e acquisteranno quelle dell'impresa 1. Una volta che l'impresa 1 è tutta di proprietà dei cittadino di A, vai al punto 2) e implementa la soluzione efficiente con il grand contract. Se i cittadini che vogliono il bene pubblico sono sparsi per il mondo, assumi zero (o bassi) costi di spostamento. I cittadini che vogliono il bene pubblico emigrano in A, quelli che non lo vogliono vanno in B (il modello di Tiebout). A questo punto, vai al punto 2) etc. etc.

Affinché la concorrenza fiscale non generi problemi quindi non è solo necessario che non esistano barriere alla mobilità. È anche necessario che i costi di transazione siano bassi e sia possibile che i cittadini accettino di locare le loro imprese dove le tasse sono più alte, in modo da finanziare i beni pubblici.

Nella realtà l'unico modo realistico di farlo è mediante leggi che impediscono alle imprese di locarsi nei paesi a tasse basse. Da cui il punto di Alberto. Simili leggi possono avere senso ed essere parte di una soluzione efficiente se abbiamo fiducia che i governi usino il gettito fiscale in modo appropriato. Se invece siamo convinti che i governi abbiano una tendenza a spendere (e quindi tassare) in modo inefficiente allora leggi che limitano la concorrenza fiscale rischiano di creare più danni che benefici.

aggiungerei che la perfetta mobilità dei cittadini richiede che le loro preferenze abbiano come argomento "principale" la combinazione (spesa pubblica/tasse)...  e qui ci vorrebbe un sociologo?!!

Ma poi, nella realtà, tutto questo "voto con le gambe" delle imprese esiste davvero? Le scelte di localizzazione delle imprese sono davvero così elastiche rispetto alla corporate tax vigente (e alla corrispondente spesa pubblica) in ogni stato o regione?

Ricordo diversi papers (due esempi presi al volo: Baldwin-Krugman, Krogstrup) che sollevano qualche dubbio. Si può dire che l'esperienza irlandese ha dimostrato il potere d'attrazione che aliquote basse esercitano sugli investimenti stranieri, ma a me sembra che solo determinate tipologie di imprese (soprattutto del settore I&T), e di funzioni aziendali (call center, localizzazione linguistica di software e manualistica, holding di gruppo, e qualcos'altro), sono state rilocalizzate nell'Isola smeraldina patria della nota birra scura.

Posto che mi trovo d'accordo con Alberto Bisin per quanto riguarda il discorso generale sulle virtù della competizione fiscale, oggi che tutti gli stati appaiono gonfi di spese mal gestite e spesso superflue, mi (e vi) domando due cose: 1) perché adesso si parla tanto di coordinamento fiscale? Ci sono nuovi dati che attestano un incremento della mobilità delle imprese negli ultimi anni, o un ribasso sfrenato delle imposte societarie? Oppure è solo che con la crisi il gettito delle imposte diminuisce, e qualcuno ha pensato bene di andare a recuperarle bastonando i paradisi fiscali e stipulando trattati per ancorare le aliquote a valori comuni? E arrivo così alla seconda domanda: 2) Come osservava Gordon un po' di anni fa, se un gruppo di Paesi (es. i membri UE più i "paesi anglosassoni", come suggerisce Monti) si accorda per un sistema di imposte societarie armonizzato (stesse aliquote, e/o un coordinamento attraverso opportuni crediti d'imposta), quello stesso gruppo costituisce una "piccola economia aperta" che entra in competizione col resto del mondo. Quindi forse sono stupido io, ma non vedo come il patto per l'Europa di cui parli Monti ci possa aiutare: se i paesi asiatici non aderiscono al patto, e le multinazionali rilocalizzano in Cina, India & C., a chi avrà giovato?

"1) perché adesso si parla tanto di coordinamento fiscale? Ci sono nuovi dati che attestano un incremento della mobilità delle imprese negli ultimi anni, o un ribasso sfrenato delle imposte societarie? Oppure è solo che con la crisi il gettito delle imposte diminuisce, e qualcuno ha pensato bene di andare a recuperarle bastonando i paradisi fiscali e stipulando trattati per ancorare le aliquote a valori comuni?"

Non sarà invece per caso che, dopo aver speso un bel po' di quattrini per salvare il sistema finaziario e rilanciare(?) l'economia si stanno chiedendo come recuperarli? E che, prevedendo un sostanzioso incremento del prelievo fiscale, stiano predisponendo un "corralito" prima che i buoi, ops, scusate i contribuenti, possano tentare di squagliarsela?

There you go! dicono qui. Io sto con la teoria di Massimo. C'e' un mucchio di evidenza empirica a suo favore  sul comportamento degli stati.

Più del 43 % ? Chiudo e mi metto a fare il "corsista" ! E poi non c'era un giuramento del tipo "mai metteremo le mani nelle tasche degli italiani "? Dove me le vogliono mettere 'ste mani ?

Ci dici dov'è l'evidenza empirica, che corro ai ripari prima ?

Massimo, la tua tesi mi sembra assolutamente plausibile e probabile per i nostri partners europei ed anglosassoni, ma per quanto riguarda l'Italia? Se come informa Marco Seminerio "L'Italia non ha attuato stimoli (0,2 per cento del Pil), né soprattutto riforme strutturali", cosa c'è da recuperare?

E rimane comunque aperta la mia seconda domanda. Ammesso che la strategia sia quella di recuperare le elargizioni concesse oggi, percuotendo i soggetti che prevalentemente ne hanno beneficiato (le imprese?), se tale public spending è stato fatto con aumento del debito pubblico e le future imposte societarie sono destinate a riassorbirlo, come si fa a parlare di voto con le gambe alla Tiebout? Se le imprese sono internazionalmente mobili, nel futuro dovranno scegliere tra un gruppo di paesi aderenti al "patto fiscale" che impone elevate aliquote sulla corporate tax a fronte di un public spending per il settore produttivo (nella forma di infrastrutture, servizi pubblici, grants, ecc.) non superiore agli altri paesi non membri, e tutti i paesi estranei al "patto fiscale", che vanteranno aliquote più contenute e potenzialmente il medesimo livello di spesa a vantaggio delle produzioni.

A questo punto il gruppo del "patto fiscale" deve attuare strategie per allargare il numero dei paesi membri, come scrive Alberto "includendo il più possibile i paesi oggi a bassa aliquota e limitando i flussi di capitale e di investimenti diretti verso quelli che rifiutino l'accordo". Chi ci dice che questi ultimi non reagiranno con misure a loro volta protezioniste? Quale modello teorico ci rassicura sul fatto che non avremo una escalation di barriere fiscali e commerciali (tendenza che peraltro già appare verificata a sentire i discorsi di Obama...)? Oppure: se paesi non membri si contrappongono al "patto fiscale", associandosi fra loro per adottare una politica commerciale comune, la capacità di allargare il "patto" potrebbe risultare molto limitata (penso al Medio Oriente, all'America Latina di Chavez & soci, alla Russia, a tutta l'Asia... ma anche ai neoentrati paesi est-europei che già alzano polveroni ogni volta che c'è pericolo di imposizioni dai membri UE più anziani). Insomma mi sembra tutta da verificare la fattibilità (politica prima che economica) di questa strategia.

Massimo, la tua tesi mi sembra assolutamente plausibile e probabile per i nostri partners europei ed anglosassoni, ma per quanto riguarda l'Italia? Se come informa Marco Seminerio "L'Italia non ha attuato stimoli (0,2 per cento del Pil), né soprattutto riforme strutturali", cosa c'è da recuperare?

Lo Stato italiano anche senza spendere molto contro la crisi avra' comunque un notevole deficit di bilancio a causa dei suoi sprechi come il "prestito" all'Alitalia pochi mesi prima che di fatto fallisse, e in generale per il troppo elevato livello della spesa pubblica.

(ho sbagliato a contribuire)

La limitazione della concorrenza fiscale ha quindi effetti opposti a seconda di quale sia il mondo in cui viviamo e di quanto le istituzioni politiche siano in grado di limitare la propria naturale tendenza alla spesa

Concordo ed aggiungo che pero' il miglior sistema per aver concorrenza fiscale è averlo anche all'interno della nazione, nelle giurisdizioni. E piu' sono piccole queste giurisdizioni è più è possibile per una persona o una azienda spostarsi (votare con piedi) anche di pochi km. Il vero federalismo fiscale inizia nei comuni.

Francesco

il miglior sistema per aver concorrenza fiscale è averlo anche all'interno della nazione, nelle giurisdizioni. E piu' sono piccole queste giurisdizioni è più è possibile per una persona o una azienda spostarsi (votare con piedi) anche di pochi km. Il vero federalismo fiscale inizia nei comuni

Assolutamente sì. Anche perché, se vogliamo portare il discorso fino in fondo, il federalismo - non solo fiscale - inizia dai comuni, cioè dall'unità amministrativa più piccola in grado di assumere decisioni e di reperire risorse per metterle in atto. Solo ciò che non può efficacemente essere affrontato in quella sede andrebbe rinviato ad un livello dimensionalmente superiore che, però, non deve necessariamente essere la provincia, la regione o lo stato: la libertà di aggregazione su singoli temi, insomma, dovrebbe guidare il processo decisionale, con risorse ad hoc drenate nel territorio di riferimento.

Mi pare che siamo davvero molto lontani ......

Mi pare che l'analisi dei benefici della concorrenza fiscale sia poco profonda. I costi pero' sono sotto gli occhi di tutti. E non ci sono più risorse per far nulla. Hai voglia di tagliar tasse. Non mi pare che la concorrenza fiscale porti nemmeno a un'ottima allocazione delle risorse pubbliche e private. Non vedo poi perché si debba contrapporre concorrenza fiscale e coordinamento fiscale à livello europeo. Il rischio é che ci siano paese che dietro lo spirito della concorrenza fiscale in realtà giocano da free riders. Il caso dell' Irlanda potrebbe essere riassunto dal posto di Buiter qui:

 

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