Cosa manca all'appello
Alcune riflessioni sulla parte della legge 133, Agosto 2008, che si occupa di università, e sull'appello degli oramai 2000 docenti universitari italiani contrari ad essa.
Ritorna il
problema dello scontro tra un governo insensibile ai bisogni della cultura e
una classe accademica che, incapace di proporre un programma di rinnovamento,
si arrocca in posizioni di tipo corporativo, slegate da un discorso complessivo
di riqualificazione sia della formazione sia della ricerca. Il
paragone con l’università americana preferisco non commentarlo perché, come sa
qualunque studente di secondo anno al quale capiti di entrare in una qualsiasi
biblioteca universitaria americana, i due sistemi appartegono a galassie
separate e incommensurabili.
Più appropriato mi sembra invece il paragone con il sistema universitario
turco (vedasi qui).
Per quanto il sistema pubblico dell’università in Turchia soffra di una
situazione pecuniaria ancora più grave che in Italia, da qualche anno grazie ad
iniziative del settore privato si è innestato, con l’apertura delle università
di Koc e Sabanci, un meccanismo di rinnovamento che sembra proporre
un’alternativa realistica e qualitativamente apprezzabile. Il fenomeno sembra
prendere piede perché al seguito di Koc e Sabanci sono state fondate quindici
nuove università private.
Il programma dei vari curricula di insegnamento e di
ricerca si è avvalso della collaborazione di decine di consulenti
internazionali, per la maggior parte professori turchi con posti di ricerca
all’estero. I professori “privati” vengono pagati meglio dei loro colleghi nel
settore pubblico (fino a quattro volte); gli studenti pagano una retta alta ma
sono anche selezionati in base al merito; le strutture comprendono
biblioteche, laboratori e sale con computers che funzionano come nelle
università americane. Tra l’altro, guarda caso, è proprio la Turchia il paese
europeo con la classe professorale più giovane, con ordinari e associati che
salgono in cattedra in media a 38 anni, quando in Italia questa è l’età media
dei ricercatori (vedi qui).
Naturalmente la Turchia è la Turchia e l’Italia è l’Italia. Sarebbe sbagliato
prendere a modello qualsiasi esperienza straniera senza il solito grano di
sale, ma l’esempio turco dimostra senz’altro una dinamicità superiore a quanto
mai abbiano proposto gli appelli dei docenti italiani. Oggi una gran
parte delle università ha i conti in rosso, e pochissimi denari da dedicare
perfino alle spese di ordinaria amministrazione, per non parlare di biblioteche
e aggiornamento professionale. Quest’immensa spesa pubblica rende tuttavia
molto poco, visto che dei settantotto atenei solo due o tre si
classificano verso il fondo delle graduatorie delle migliori cinquecento
università del mondo (vedi qui).
Una buona parte degli studiosi italiani formatisi nelle strutture
pubbliche appena possibile prende la strada dell’estero: una perdita secca per
il contribuente italiano e un regalo alle economie e alle università straniere.
Allora ci si aspetterebbe che in Italia chi ha davvero a cuore la ricerca e
l’università, incominciasse ad esprimere delle proposte serie, che contemplino
in primo luogo il varo di programmi di ricerca e d’insegnamento adeguati ai
tempi, e in secondo luogo (l’ordine è essenziale) la selezione del personale
docente in base a criteri di merito riconosciuti a livello internazionale. Solo
allora sarà possibile attrarre verso la formazione e la ricerca gli
investimenti privati di cui l’università ha disperatamente bisogno.
Questa è la strada che molti paesi europei hanno già da anni intrapreso. Si
tratta di tracciati più vicini a ciò che il sistema italiano potrebbe proporre,
e con i quali, quindi, sarebbe più facile confrontarsi.
Il sistema
americano può e deve restare un punto di riferimento perché produce molto di
più di qualsiasi altro sistema, ma non può essere proposto a modello, né
negativo né positivo. Purtroppo l’università italiana è talmente calcificata che
è raramente possibile produrre un qualche cambiamento. Se guardiamo alla
Turchia, però, possiamo pensare ad un modello che proponga non la
trasformazione del pubblico in privato, come vorrebbe il governo Berlusconi, ma
la creazione di un sistema privato complementare che riesca a offrire a
studenti, ricercatori e docenti che oggi preferiscono studiare e lavorare
all’estero una qualità di formazione e ricerca di prim’ordine, competitiva a
livello internazionale. Forse il sistema pubblico non riuscirebbe comunque
a rinnovarsi, ma per lo meno le “fughe” si ridurrebbero, e questo sarebbe già
un bel risultato.
P.S. Per ulteriori materiali di discussione su questo problema, mi permetto di rinviare a ISSNAF.

