Cosa non va nella riforma Gelmini e cosa si dovrebbe fare

19 aprile 2010 paola potestio e aldo rustichini

Il disegno di legge Gelmini vuole realizzare una università che fornisca un buon servizio pubblico, l’educazione terziaria. Crede di poterlo fare con alcune modifiche organizzative, che vedono l'università come un'azienda, e quindi dando più potere al suo manager, il rettore. Il decreto però abbandona l’università come luogo di produzione di ricerca. Condannata a camminare su una sola gamba l’università italiana ristagnerà, e quindi anche la qualità dell' educazione diventerà scadente. Discutiamo del perché sia così e del cosa si potrebbe ancora fare.

Breve storia degli ultimi dieci anni

La riforma Gelmini giunge dopo diverse trasformazioni dell’università italiana negli ultimi anni, alcune buone, altre pessime. Ricapitoliamo. Il ministro Moratti fece tre innovazioni importanti. Avviò la valutazione sistematica della ricerca con un organismo di qualità, il CIVR, che aveva questa valutazione come compito istituzionale. Eliminò le due idoneità dai concorsi e tornò al vincitore unico. Infine, soppresse il ruolo di ricercatore sostituendolo con contratti triennali rinnovabili.

Il ministro Mussi è stato la controriforma: ha fermato la valutazione, ha reintrodotto le due idoneità (con un consenso politico purtroppo pressoché unanime) e ha avviato una disciplina diretta a correggere i pasticci fatti dalle facoltà sui corsi di laurea, con l'unica idea che sarebbe stato possibile avere buone lauree semplicemente imponendo vincoli di natura quantitativa alle facoltà. Il ministro Gelmini ha continuato la controriforma Mussi: ha mantenuto per due anni ferma la valutazione (il CIVR è stato riattivato solo pochi giorni fa), ha rafforzato ancora i vincoli sui corsi di laurea e soprattutto ha avviato un'ampia riforma – l’attuale disegno di legge - basato sull’idea che si possa riformare l’università pensandola come una azienda che produce educazione terziaria. Coerentemente con l'idea dell'università come azienda, si dà peso al manager dell'impresa puntando al rafforzamento del governo centrale delle università e in particolare del rettore. La linea dei due ultimi ministri avrà conseguenze pesanti per l’università. Vediamo perché, iniziando dal problema vero, che non è una didattica scadente, ma una ricerca debole.

L’università italiana oggi e fra dieci anni

La situazione dell’università italiana già oggi, rispetto a tutti gli indicatori significativi, è preoccupante. Per gli indicatori, la scelta possiamo lasciarla al lettore, uno qualunque di quelli che la comunità internazionale accetta come misure fedeli di qualità va bene. Per esempio, il numero di citazioni in uno qualunque degli indici disponibili. Il numero di pubblicazioni in riviste peer-reviewed, le prime dieci di ogni disciplina. Il numero di grants ottenuti in competizioni internazionali. Il numero di studenti di dottorato di paesi stranieri che vengono a studiare in Italia. La posizione in una delle tante classifiche delle università mondiali. Una qualunque di queste misure, o una media ponderata. Il risultato sarà sempre lo stesso. Guardiamo a quelli più significativi. Per numero di articoli scientifici pubblicati per abitante (dati Eurostat, 2005) l’Italia è sotto alla media europea, insieme a Spagna, Grecia, Repubblica Ceca, Ungheria. Sopra la media ci sono paesi che sembra naturale aspettarsi: Svezia, (circa tre volte il nostro numero), Danimarca, giù fino a Belgio e all’Austria (che ne hanno un terzo più di noi). La percentuale dei brevetti all’Ufficio Patenti USA ci vede con meno di un punto percentuale (0.77, per la precisione: Taiwan da solo ne ha più di 4, il Giappone 18). Quel che è peggio, questo indicatore sta peggiorando: siamo scesi dal 1995, e ci hanno superato paesi piccoli come l’Olanda e Israele. Questi dati concordano con i risultati dell’Academic Ranking of World Universities, dove le università italiane non hanno prestazioni eccellenti, che danno circa l’80 per cento del peso a indicatori di qualità della ricerca.

Facciamo ora una predizione facile: con la riforma Gelmini, l’università italiana fra dieci anni sarà, rispetto a quegli indicatori, in una situazione di gran lunga peggiore di quella attuale. Più precisamente, saremo di gran lunga al di sotto degli altri paesi europei, come Inghilterra, Germania, Francia, a grande distanza dagli Stati Uniti, con una distanza sempre più breve dai paesi emergenti come la Polonia, che potrebbero addirittura averci superato.

Il DDL e il dibattito in Senato

La ragione per una predizione che sembra pessimistica, ma è solo realistica, è semplice. Il disegno di legge e il dibattito che lo ha seguito hanno sempre ignorato la questione fondamentale da affrontare. Ricordiamola. L’università è il luogo ideale dove si svolgono didattica e ricerca. Una università eccellente eccelle in tutti e due. Ma la didattica non può trainare la ricerca, mentre la ricerca può trainare e traina la didattica. Stiamo parlando qui di un sistema universitario, non di una singola istituzione. Chi indica i colleges inglesi (anche i più prestigiosi) come il luogo in cui la didattica eccelle perché i docenti seguono one-to-one and face-to-face gli studenti non capisce due principi fondamentali.

Il primo è questo: nei colleges di Cambridge (come King’s o Trinity: i classici colleges) si fa didattica, non si fa ricerca. I tutors che insegnano a stretto contatto con gli studenti non sono i ricercatori prestigiosi e non sono quelli che fanno la qualità dell' Università di Cambridge. Questi sono nei dipartimenti, nei laboratori, nel Downing Site, nel New Cavendish. Quando vanno nei colleges è per andarci a cena, o a dormire se han deciso di viverci. L'impulso e lo stimolo della nuova ricerca si trasmette dai dipartimenti ai colleges, e per questo, solo per questo, l'insegnamento nei colleges è nuovo, vitale, eccitante. Chi indica i colleges come esempio da seguire conferma in modo drammatico la incomprensione alla base del fallimento della nostra università. Chi indica il problema della università italiana nella facilità ad iscriversi e difficoltà a laurearsi (un esempio è qui) sta ancora parlando della didattica. Cercare di curare questi sintomi preoccupanti significa appunto curare i sintomi, perdendo di vista il vero male, che è un altro. L’università vive se è il luogo di produzione di ricerca eccellente. La legge che si sta realizzando manca questo punto fondamentale, e condanna l’università italiana a un futuro di secondo ordine. Così come non abbiamo una industria elettronica (e biologica, e tante altre) non avremo neppure una università eccellente.

Il secondo è che una differenziazione nel livello di qualità delle istituzioni universitarie è non solo un bene, è una condizione essenziale per il buon funzionamento dell' intero sistema universitario. Intanto c'è una divisione delle competenze. Dei migliori undergraduate colleges negli Stati Uniti, come Oberlin, Carleton, Williams, Wellesley, nessuno in Italia ha sentito parlare, perché appunto quelle istituzioni privilegiano l'insegnamento. Ma c'è anche una differenza di qualità, che si rispecchia in una differenza di prezzo. L'idea che ogni università debba essere di ottima qualità è una affermazione di principio tanto dannosa quanto assurda. Pensate: ogni macchina deve essere di ottima qualità, ogni paio di scarpe dev'essere di ottima qualità, ogni film o romanzo deve essere di ottima qualità, ogni albergo deve essere di ottima qualità ... Le università invece sì, chissà perché.

Il decreto legge è la traduzione in legalese di questa incomprensione. Perché esso manchi questo punto fondamentale lo abbiamo già detto in diverse sedi, per esempio qui, ma ci torniamo volentieri sopra. Il disegno di legge ha due elementi fondanti: il primo è un rafforzamento della governance centrale, puntando a rafforzare i già notevoli poteri di fatto del rettore. Il secondo è una apparenza di democrazia, basata su un Consiglio di Amministrazione non elettivo e che diviene l’unico organo deliberante dell’ateneo e su una consistente presenza nel CdA, almeno il 40%, di membri esterni all’ateneo. Questa struttura allarga i rischi delle gestioni clientelari che vediamo in azione ogni giorno. Invece gli incentivi, in particolare quelli alla ricerca che dovrebbero essere l'asse portante, sono rinviati a decreti del governo senza che il disegno di legge fornisca direttive precise e vincolanti. In sintesi: la riforma applica all’università una sorta di modello di centralismo democratico, centrato sulla figura del rettore.

Gli emendamenti del relatore e quelli dell' opposizione

Gli emendamenti del relatore Valditara attenuano la democrazia - e questo non è un male perché è democrazia puramente fittizia -  e inaspriscono il centralismo - e questo è un male poiché il centralismo nel disegno di legge non ha nulla ha che fare con un ammodernamento del sistema, non ha nulla a che fare con ciò che realmente serve, e cioé un accettabile sistema di incentivi. Per il primo aspetto, gli emendamenti Valditara rinviano sostanzialmente alle sedi la decisione sull’inclusione o meno del personale tecnico-amministrativo nell’elettorato attivo per l’elezione del rettore. Per il secondo aspetto, gli emendamenti Valditara richiedono l’autorizzazione del rettore perché i docenti possano svolgere attività di didattica o di ricerca esterna all’ateneo, e attribuiscono al rettore l’attivazione di provvedimenti disciplinari nei confronti dei medesimi. Queste innovazioni non sono esattamente efficienti, anzi sono pericolose in un contesto in cui il rettore è eletto da tutti i docenti, come prevede il disegno di legge. Il PD accetta l’impianto della riforma e propone solo di dosare in modo un po’ diverso centralismo e democrazia, conferendo un maggior ruolo al Senato Accademico.

 

Vediamo ora i dettagli della questione.

 

Il rapporto fra dipartimenti e facoltà

Iniziamo con una nota positiva. Nel disegno di legge c’è una innovazione buona e importante: le chiamate di nuovi professori, che oggi sono fatte dalle facoltà, verrebbero affidate ai Dipartimenti. Solo le proposte di chiamata, ma è già qualcosa. Ma le relazioni tra dipartimenti e facoltà, e il modo in cui verranno istituiti nuovi posti di ruolo, sono punti oscuri nel disegno di legge e non vengono toccati negli emendamenti. Valditara va incontro alle facoltà, ossia al mantenimento dello status quo, stabilendo semplicemente che le facoltà di un ateneo non possano essere più di dodici. Il suo emendamento attenua il vincolo della stesura originaria del ddl, che prevedeva un numero di facoltà proporzionato alle dimensioni dell’ateneo. Noi vediamo all’orizzonte lotte e impegno straordinari nei nostri atenei per, nella sostanza, semplici permutazioni di nomi. Ce ne era bisogno?

Gli incentivi

Il decreto attribuisce al Governo deleghe per l'emanazione di decreti su cinque ambiti diversi. Valditara non tocca la prima delega che è quella relativa agli incentivi. Ed è un male, perché questa delega, pur stabilendo criteri, li formula in modo genericissimo e dunque non fornisce alcun indirizzo per l’elaborazione di uno schema di incentivi. Valditara si occupa invece della delega relativa alle attività del personale docente. Propone di annullarla e che il ddl formuli direttamente regole sul tema: lo stato giuridico dei docenti. L’idea di Valditara è che solo le università hanno competenza a valutare i propri docenti e le valutazioni dell’ANVUR dovrebbero essere fatte al solo fine di permettere o meno la partecipazione dei docenti a commissioni di concorso. Per l’ANVUR, l’emendamento Valditara indica come criterio di valutazione la presenza continuativa nel dibattito scientifico, attestata da pubblicazioni su riviste accreditate. Niente altro. D’altro lato i docenti sono valutati dalla propria università per lo scatto di stipendio. La valutazione è una valutazione "del complessivo impegno didattico, di ricerca e gestionale". Con uno spettro di parametri di valutazione così ampio ci sarà sempre il modo di promuovere tutti, e magari chi è più allineato alla governance del momento.

Che fare

Per tutelare la ricerca il disegno deve realizzare alcune semplici ma fondamentali condizioni. Per prima cosa, occorre rafforzare il CIVR, come organo con il compito esclusivo di valutazione della ricerca. Sulla base delle valutazioni del CIVR si deve disegnare un sistema di incentivi adeguato a stimolare la ricerca dove è possibile.

Il disegno di legge dovrebbe enunciare chiaramente l'obiettivo a regime della quota del finanziamento degli atenei che va alla ricerca nonché il piano per raggiungere questa quota. Il disegno deve anche stabilire come questa quota debba essere amministrata, e c'è un solo modo per farlo bene. Siccome il luogo di produzione della ricerca sono i dipartimenti, i dipartimenti devono anche essere i destinatari principali di questa quota, in base alla qualità e quantità della ricerca prodotta. L’intervento dei singoli atenei in questa allocazione deve essere il più possibile limitato: le mediazioni dei rettori e dei CdA vanno ridotte al minimo.

Infine, va affrontata seriamente la questione degli incentivi personali ai ricercatori: il decreto deve stabilire che parte di questa quota debba contenere anche incentivi personali per i ricercatori. Ossia: aumenti di stipendio e stipendi differenziati a seconda della qualità e quantità di ricerca prodotta. I vincoli a questa componente della retribuzione devono essere minimi. La qualità della ricerca individuale deve essere valutata al di fuori dell’ateneo, o con l’ausilio di criteri oggettivi, o con valutazioni offerte da organismi come il CIVR.

Queste sono, secondo noi, le cose da fare; con l'idea chiara in testa che la competizione oggi è altissima e viene oramai da tutto il mondo. O si fa sul serio nei prossimi dieci anni o il caso è chiuso per sempre.

83 commenti (espandi tutti)

Civr

Igor 19/4/2010 - 08:45

Il civr e' stato istituito dal governo Prodi col  D.Lgs. 204/98 del 5 giugno 1998.

Correggete.

 

Re: Civr

aldo rustichini 21/4/2010 - 05:38

Igor, ci dici:

Il civr e' stato istituito dal governo Prodi col D.Lgs. 204/98 del 5 giugno 1998. Correggete.

Grazie per darci l'occasione di tornare su un punto importante.

Noi diciamo, a ragion veduta, che la Moratti avvio' la valutazione sistematica della ricerca, non che creo' il CIVR. Avvio' e' il termine, come si avvia un' auto lasciata in sosta. Nel nostro caso quell'auto era rimasta in sosta per diversi anni. Riporto il pezzo del libro di Paola Potestio, l'autrice con me di questo post, nel suo libro "L'Universita' Italiana: un irrimediabile declino?" che descrive bene questa vicenda:

 

3. La valutazione della ricerca

Nel 1998 viene istituito con apposito decreto, in attuazione della Legge Bassanini del 1997, il CIVR, ossia il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca. Il titolo del Decreto istitutivo è "Disposizioni per il coordinamento, la programmazione e la valutazione della politica nazionale relativa alla ricerca scientifica e tecnologica". La nascita del CIVR, dunque, non mostra un legame diretto con l’autonomia degli atenei, ma è ovviamente un evento rilevante per poter finalmente inquadrare l’autonomia in un sistema di valutazione. I principali compiti affidati al CIVR sono "attività per il sostegno alla qualità e alla migliore utilizzazione della ricerca scientifica e tecnologica nazionale. A tal fine [il CIVR] promuove la sperimentazione, l’applicazione e la diffusione di metodologie, tecniche e pratiche di valutazione della ricerca".

Il CIVR inizia i propri lavori nel settembre 1999: come informa il sito web, sedute dei (7) membri componenti il Comitato, audizioni, convegni, analisi di indicatori, acquisizioni di elementi conoscitivi, raccomandazioni di indirizzo.

L’approdo a una più sostanziosa operatività si realizza nel 2003. Il ministro Moratti dà incarico al CIVR di formulare le linee guida per la valutazione della ricerca. Il testo elaborato delinea il processo di valutazione che il CIVR attuerà sulla attività, nel triennio 2001-2003, di tutto il sistema di ricerca italiano (università, enti pubblici di ricerca, progetti speciali finanziati dal MIUR).

 

Noi diciamo, a ragion veduta, che la Moratti avvio' la valutazione sistematica della ricerca, non che creo' il CIVR. Avvio' e' il termine, come si avvia un' auto lasciata in sosta. Nel nostro caso quell'auto era rimasta in sosta per diversi anni.

Gli economisti di lingua italiana che scrivono di valutazione nel dibattito di questi anni (editoriali e commenti vari), hanno un chiodo fisso: il CIVR. Ma solo loro. Nel resto del mondo non è affatto così.

Notiamo innanzitutto che il sito web del CIVR non c'è più. Era registrato a nome del presidente, il Prof. Cuccurullo, il quale da un anno non ha più rinnovato il dominio - cosa incredibile, visto che il materiale là sopra non è mica di proprietà sua, ma c'erano varie informazioni istituzionali, sibbene non più aggiornate (il tutto dà un'idea della "serietà" di queste persone, e del Ministero, visto che il CIVR è un suo Comitato). Comunque, andiamo avanti. Quando ancora c'era il sito del CIVR, vi erano riportati (per alcuni anni) dei brevi resoconti delle sue adunanze. Nei primi anni il CIVR si dedicò alla definizione dei termini generali della valutazione della ricerca, in particolare quella degli Enti Pubblici di Ricerca e quella in carico a diversi Ministeri, effettuando audizioni e producendo delle indicazioni per i vari organismi o comitati di valutazione esistenti o in costituzione. Infatti, a dispetto degli economisti italiani, non è necessario "fare le classifiche" che piacciono a loro per fare le valutazioni. La grandissima parte delle valutazioni che ognora si fanno nel mondo sono valutazioni non comparative, e sono condotte individuando l'istituto o il programma di ricerca che di volta in volta si vuole sottoporre ad analisi. Per degli esempi, e per la metodologia, consiglio il Protocollo Standard di Valutazione olandese, o, più in generale, le linee guida dell'Agenzia Danese per la Scienza, la Tecnologia e l'Innovazione. Si veda anche la parte relativa alle "unità di ricerca" delle attività di valutazione dell'agenzia francese AERES.

Comunque sia, il CIVR non era rimasto "in sosta", ed ha sviluppato le proprie riflessioni "in maniera evolutiva" (come appunto ci si rende conto leggendo le minute) per arrivare a progettare il VTR 2001-2003. Qui il punto era il coinvolgimento della ricerca universitaria, che non era scontato, vista anche l'esistenza di un altro comitato di valutazione, il CNVSU. L'imprimatur della Moratti si riferisce più a questa autorizzazione che a chissà quali meriti speciali.

Ma la valutazione comparativa delle Università, e segnatamente il suo uso per la distribuzione del Finanziamento Ordinario, non è né la norma, né è di banale applicazione, trasponendo, ad esempio il ben noto esercizio di valutazione RAE. Ci vuole un certo contesto, un quadro istituzionale, e dei comportamenti consolidati. Bisogna capire bene gli scopi, i limiti, che cosa si può fare e come. In Gran Bretagna il RAE serve per distinguere le Università research-intensive da quelle meno, per concentrare la capacità di ricerca, anzichè spalmare laboratori e biblioteche come la marmellata. In Italia tutte le Università e tutti gli accademici sono tenuti a fare ricerca. D'altra parte sarebbe legittimo (e questo vale sia per UK sia per l'Italia) - e anche desiderabile - che diverse Università e diversi Dipartimenti abbiano diverse strategie di ricerca e diversi programmi di attività, con diverse ricadute in termini di output e modalità di valutazione propria di quell'output. Invece una valutazione comparativa deve necessariamente usare canoni di valutazione esterni e uguali per tutte, al fine di produrre la classifica. Questo è il maggior problema di ordine generale. Inoltre, se i finanziamenti devono essere legati alla valutazione, ed essere quindi ballerini, in UK si può anche licenziare il personale (se cala il finanziamento strutturale), ma in Italia? Si farà come certe Università che devono alienare il patrimonio? Oppure non avere neanche i soldi per le missioni, o per il materiale di consumo? 

Di tutto questo agli economisti di lingua italiana non importa granchè, quello per cui sbavano è la classifica. D'altra parte siamo tutti Commissari Tecnici.

RR

 

 

A conguaglio di quanto scritto nel precedente post, segnalo (così non si può dire che non sia unfair) che oggi è comparso magicamente un nuovo sito del CIVR, comprendente alcune parziali e recenti informazioni. Ovviamente tutto è centrato attorno alla nuova Valutazione Quinquennale della Ricerca, il VQR 2004-2008, le cui Linee Guida erano state approvate dal Ministro con decreto del 19 marzo.

Vi si annuncia, in particolare, un bando per la candidatura ai Panel di valutazione. Visto che, nel concreto, a voi di nFA interessa di più la materialita' dell'esercizio, potete forse dare pubblicità a questo fatto con i vostri canali, ed eventualmente candidarvi voi stessi.

Io mantengo forti riserve sulle regole anche di questo nuovo VQR, comunque pare che non ci si debba lamentare troppo perchè siamo in Italia e quindi vediamo quello che combinano.

Però segnalo come minimo un fatto curioso, e cioè che con Decreto Direttoriale dell'8 aprile, è stata costituita di una Segreteria Tecnica del VQR. Ora, visto che nelle Linee Guida si faceva riferimento, nell'Art. 14, al fatto che

"[...] 2. L'indirizzo e il supporto organizzativo alle attività di valutazione del CIVR è assicurato dall'Ufficio III del Dipartimento per l'Università, l'Alta formazione artistica, musicale e coreutica e per la Ricerca del MIUR."

uno si domanda come mai serva una "segreteria" composta non solo da 4 membri del suddetto Ufficio III/Ministero, ma anche da ben 6 professori, 2 ricercatori, 3 dottori di ricerca tutti dell'Univ. di Chieti-Pescara (di cui è Rettore il Presidente del CIVR Cuccurullo). Insomma una specie di "appalto esterno" del lavoro a persone di una sola Università, e per di più che non si può chiamare di mera segreteria, visto che ci sono 8 accademici, che hanno i loro doveri didattici e di ricerca da svolgere. Ovvio, invece, che la direzione scientifica del VQR deve ricadere sui componenti del CIVR. E in particolare la scelta e la vigilanza sui Panel, operazione più che delicata e decisiva.

RR

Il disegno di legge Gelmini vuole realizzare una università che fornisca un buon servizio pubblico, l’educazione terziaria. [...] Il decreto però abbandona l’università come luogo di produzione di ricerca.

[...]

L’università vive se è il luogo di produzione di ricerca eccellente.

In tutto il mondo l'istruzione terziaria non è solo Università, l'Università non è solo Università eccellente, l'Università eccellente non è solo eccellente nella ricerca, e l'Università eccellente nella ricerca non lo è necessariamente in quella di frontiera, che si misura con pubblicazioni, magari (?) nelle sole riviste ISI.

Perchè si dovrebbero adottare canoni bizzarri solo per l'Italia? Per fare come avrebbe voluto la Moratti con la scuola, cioè fare un'istruzione secondaria con soli Licei?? Per fortuna quel progetto non andò in porto, ma causò un'impennata di iscrizioni nei Licei a danno di Istituti Tecnici e Professionali, con il bel risultato di acuire la carenza di periti e tecnici necessari al sistema produttivo italiano (oltre a svilire l'immagine dell'istruzione tecnica). Con il sistema produttivo italiano che ci ritroviamo, invece, si dovrebbe adottare la strada inversa per l'istruzione terziaria, istìtuendo anche un canale di formazione professionalizzante anzichè puramente accademico. Per dirla tutta, le Università italiane hanno provato loro a buttarsi anche in questo settore con il ben noto allargamento dell'offerta formativa, ma non ne avevano nè la missione, nè soprattutto - diciamocelo chiaramente - la capacità. L'Università Italiana ha sempre voluto essere "formalmente" Accademia, giammai lasciare spazio ad un "collegio politecnico" che le si affiancasse, per attuare una diversificazione reale e non raffazzonata della proposta didattica. Per colmo di scarogna, poi, l'eventuale tentativo ben riuscito in varie realtà locali non sarebbe stato (ancora) notato/ricompensato, nel diluvio di critiche cieche e strumentali - prive di valutazioni puntuali e qualitative.

La posizione esposta nell'articolo rafforza la solita anima conservatrice dell'Accademia Italiana, che vuole sentirsi unica e indistinta portatrice dei valori storici e sempiterni dell'"U-ni-ver-si-tà".

RR

P.S.: la discussione in VII Commissione del Senato sugli emendamenti all'Art. 1 ha già prodotto una convergenza sulla reintroduzione della ricerca al pari della didattica come "mission" dell'Università italiana. Quindi il tentativo gelminiano, che era stato anche descritto nelle bozze del Piano Nazionale della Ricerca (pag. 32):

- nell’ambito degli Atenei, differenziamento delle eccellenze formative da quelle di ricerca. Il riordino universitario potrebbe prevedere Università dove la didattica (teaching university) rappresenta il 90% dell’attività e Università (research university) dove il 50% delle attività sono di ricerca

è già quasi abortito. D'altra parte l'idea era stata raccolta solo dal gruppo delle Università AQUIS, in un loro documento di Novembre.

 

La posizione esposta nell'articolo rafforza la solita anima conservatrice dell'Accademia Italiana

Piuttosto il contrario: l'anima conservatrice dell'accademia italiana si alimenta del sottosviluppo della ricerca e dell'asserita invalutabilita' quantitativa della stessa. Cioe' le cose contro le quali l'articolo prende netta posizione.

Una politica dell'istruzione terziaria che non metta in discussione l'asserita sacralità del ruolo della ricerca per l'esistenza stessa di istituzioni di istruzione superiore è destinata a rafforzare l'anima conservatrice, perchè questa si fonda e si alimenta sull'unicità dello stato giuridico del docente universitario. "Un docente, uno statuto rigido unitario di diritti e doveri, una università".

Il sottosviluppo della ricerca in Italia, poi, dipende molto anche dai mezzi (messi a disposizione). Guardare per credere e confrontare, in particolare, le organizzazioni per il finanziamento selettivo di progetti di ricerca proposti dalla comunità scientifica, nonché di borse, assegni e altri programmi di sostegno alla ricerca: i Research Councils nel Regno Unito, la DFG in Germania, e l'ANR in Francia. Esperienze ed analisi di vari casi Europei sono trattati in uno studio della European Science Foundation

Uno, se vuole, può anche dire che questi strumenti non ci sono perchè la comunità scientifica italiana non li vuole, o comunque non saprebbe fare le valutazioni (cfr. PRIN et similia). Fatto si è che la differenza di mezzi si nota. Dal mio punto di vista basterebbe copiare ed adattare all'Italia gli strumenti del Programma Quadro della Commissione Europea (e segnatamente, il programma IDEAS eseguito attraverso il Consiglio Europeo delle Ricerche). Insomma, adottare l'euro della ricerca.

RR

 

 

Un breve commento a riguardo degli ANR francesi:

Se da un lato mi sembra che distribuiscano piu' soldi alla ricerca rispetto agli omologhi italiani (si chiamano ancora PRIN?), e' anche vero che oramai una gran parte dei fondi dedicati alla ricerca fondamentale in Francia passano per gli ANR. Un fatto che crea alcune distorsioni negative:

1. Si passa un sacco di tempo a scrivere progetti invece che a fare davvero della ricerca.

2. Gli enti di ricerca (CNRS, CEA, Universita') rischiano di perdere il controllo della loro politica scientifica a favore delle commissioni ANR.

3. Per ottenere fondi e' talvolta piu' importante sapere scrivere un buon progetto che saper fare della buona ricerca. Di conseguenza la "spettacolarita'" di una ricerca e' spesso piu' importante del suo rigore scientifico quando si tratta di ottenere un finanziamento.

 

Francesco, il tuo commento è utile e anzi ci torno subito, ma lo scopo del mio intervento era in primis sottolineare la sensibile sproporzione di mezzi nel settore del "finanziamento della ricerca a progetto, e di altri programmi di borse e assegni di ricerca".

Se vogliamo aprire una discussione sulla modalità del finanziamento della ricerca a progetto in quanto tale, facciamolo pure. Ma tieni conto che questa è una modalità "anglosassone" che non penso sia contestata dagli autori di questo articolo, ed è stata poi adottata in qualche modo anche in Italia con i PRIN (che sono network, però) e i FIRB (od altri simili programmi) negli anni '90, per "anglosassonizzare" il modo in cui gli accademici italiani dovevano concepire ed eseguire le loro ricerche. Prima, tipicamente, il singolo docente aveva la sua quota-orticello di fondi da spendere per se'.

Il finanziamento ordinario, strutturale, è percepito come altra cosa, e distinto dal finanziamento per progetti dappertutto in Europa e nel mondo, sebbene, magari, attuato in proporzioni e forme diverse. Poi, possiamo discutere sull'idea "research as project management", e farci sopra un altro articolo, pero',...

RR

 

Rustichini e Potestio affermano:

[...per l’università. Vediamo che il problema vero, non è una didattica scadente, ma una ricerca debole....[

[...perdendo di vista il vero male, che è un altro. L’università vive se è il luogo di produzione di ricerca eccellente....]

[...Il disegno di legge dovrebbe enunciare chiaramente l'obiettivo a regime della quota del finanziamento degli atenei che va alla ricerca nonché il piano per raggiungere questa quota...]

[...parte di questa quota debba contenere anche incentivi personali per i ricercatori....]

Queste sono, secondo noi, le cose da fare;

Personalmente mi permetto di dissentire e se mi è consentito anche di sostenere che l'analisi non mette bene a fuoco l'idea generale e i principi che muovono detta riforma Gelmini.

Avevo imparato che le riforme si fanno con i soldi, ora “la coraggiosa proposta fatta della Gelmini, introducendo (due) elementi fondamentali e rivoluzionari” (cit. Zingales dall'Espresso 11/2009), di soldi ne toglie anziché mettercene e ancora peggio li toglie a tutti “buoni e cattivi”.

Ogni discussione “pro o contro” la situazione dell’università italiana credo debba partire dall’evidente premessa che la suddetta sia largamente sotto finanziata, cioè a dire la percentuale del PIL spesa dai vari Paesi “a noi affini” nell'istruzione terziaria (universitaria) è al di sopra dello 0,9% del PIL speso dall’Italia, quando la media dei paesi OCSE è dell'1,4%.

Questo è il problema principale, il nodo attorno a cui ruota l'esistenza futura dell'intera università italiana. Come si può pensare di fare buona didattica e buona ricerca se si è malpagati e malfinanziati?

Molti sanno che tanti atenei sono al collasso finanziario, (ad es. i tre atenei toscani e Trieste giusto per fare nomi, a cui entro il 2012 si uniranno molte altre università). Bene, nessuno si è mai chiesto come mai (nonostante tutte le storture, gli imbrogli, le inefficienze denuncite sui giornali e anche su questo sito), queste università (Siena, Pisa, Firenze, Trieste) così fortemente indebitate portano al loro interno molte eccellenze? (si pensi magari solo a Pisa, alla sua medicina e alla classe di scienze). Ci sarà una minimima correlazione tra spesa e produzione scientifica? Ora come si fa a parlare di incentivi quando una riforma è fatta a costo (sotto)zero (prevede infatti tagli progressivi per i prossimi anni). Perchè anche questo avevo imparato tanti anni fa, zero diviso qualsiasi numero fa sempre zero. O si pensa di pagare gli incentivi facendo aumentare il fondo premiale dal 7% (si veda poi come è stato calcolato lo scorso anno), al 30% dell'FFO (così come auspica la ministra), sulla base di una valutazione Anvur? e gli stipendi degli amministrativi e tutto il resto come li si paga?

Il problema del finanziamento dell'università è un problema trascurato forse volutamente da più parti. Si inizi a dire che i finanziamenti destinati all'università e alla ricerca debbono passare dallo 0,9 ad es. al 2% del PIL, poi ricominciamo a parlare giustamente di professori fannulloni, imbroglioni, asini, ecc e di incentivi alla ricerca, di governance e altri concetti che diversamente suonano astratti e lontani da quello che è il nodo centrale del problema (ovviamente a mio modestissimo parere), ripeto quello del sottofinanziamento di tutta l'università italiana e in particolare della sua ricerca.

Si puo’ discutere all’infinito se le retribuzioni nell’ universita’ italiana siano basse o alte, perche’ la questione e’ imprecisa. Invece la discussione si conclude subito se si fanno affermazioni specifiche. Eccone due:

1. Le retribuzioni in Italia sono troppo uguali (perche’ sono, appunto, uguali per tutti e differenziate in sostanza solo per ruolo e anzianita’). Certo sono troppo uguali rispetto agli Stati Uniti.

Dalla prima segue una seconda conclusione:

2. Le retribuzioni che contano per influenzare gli esiti della competizione internazionale sono troppo basse. Immagina che l’ Universita’ di Milano voglia attirare una promessa dell’ economia, che ha un lavoro negli USA. O offre quello che offre a tutti con la stessa nzianita’, o dovrebbe elevare la retribuzione di tutti fino al livello della competizione. La seconda soluzione e’ impossibile, quindi si fa la prima cosa, che non funziona mai.

In fondo la questione e’ molto semplice. Immaginiamoci cosa sarebbe del calcio italiano per squadre se si imponesse che tutti i calciatori guadagnino lo stesso. Quali sarebbero le conseguenze di questa follia sono ovvie per tutti. Noi ci limitiamo a fare la modesta proposta che gli attaccanti sono pagati in base ai goals che fanno. Non e’ ideale, ma e’ meglio della follia che regna nel nostro calcio immaginario e nell’ universita’ italiana
reale.

Aldo concordo su quanto tu dici riguardo le differenze di retribuzione sulla base della produttività scientifica, anche se io sollevavo la questione dell'aumento del finanziamento dell'università e della ricerca in Italia come premessa indispensabile a qualsiasi tipo di riforma che sia tale.

Tuttavia, dovresti precisare meglio la tua (vostra)  proposta che "gli attaccanti siano pagati sulla base dei goals che fanno", puntualizzando il fatto che questi goals li devono fare a squadre blasonate.

Infatti, la Ministra ha proposto di bloccare gli scatti stipendiali e la partecipazione come membri di commissione di concorso dei professori (ordinari) che non hanno pubblicazioni (generico) nell'ultimo quinquennio (proposta che mi pare si sia arenata o quantomeno di cui non si parla più).

Sempre la Gelmini ha quindi chiesto alle varie accademie di istituire commissioni ad hoc per stabilire quali siano le pubblicazioni ritenute tali in quell'area specifica. Bene, mi pare di ricordare e mi sembra di aver capito, che la società italiana degli economisti nell'ultima riuonione di ottobre scorso alla Luiss si sia affrettata a precisare che vengono considerate pubblicazioni un "pò tutto ciò che viene pubblicato".

Se così è, ma è altamente probabile che ricordi male e quasi sicuro che non ho capito, sarà difficile, in questo scenario, differenziare i salari sulla base dei "goals fatti".

Infatti, la Ministra ha proposto di bloccare gli scatti stipendiali e la partecipazione come membri di commissione di concorso dei professori (ordinari) che non hanno pubblicazioni (generico) nell'ultimo quinquennio (proposta che mi pare si sia arenata o quantomeno di cui non si parla più).

Precisazione: con decreto convertito in legge nel gennaio ’99 si è disposto che a decorrere dal 2011 gli scatti biennali di stipendio dipendono dalla “effettuazione nel biennio precedente di pubblicazioni scientifiche”. Questo è quanto. L’attuale disegno di legge rinvia sul punto, senza fornire particolari direttive, a decreti delegati.

Poi, scrive sempre malpassotu:

Sempre la Gelmini ha quindi chiesto alle varie accademie di istituire commissioni ad hoc per stabilire quali siano le pubblicazioni ritenute tali in quell'area specifica.

Mah! Lo ha comunicato forse il ministro Gelmini a malpassotu? Sia chiaro però che - nelle parole di malpassotu - “quali siano le pubblicazioni ritenute tali in quell’area specifica” NON risolve la distribuzione di incentivi. Ridurre gli incentivi agli scatti biennali di stipendio (ancorati peraltro a quanto richiamato sopra o ai criteri indicati negli emendamenti del relatore Valditara) non ha nulla a che vedere con un sistema efficiente e opportunamente selettivo di incentivi.

Per quanto riguarda infine la Società degli economisti, nella riunione cui fa riferimento malpassotu si stava discutendo di criteri di accreditamento delle riviste italiane. Di nuovo,  è una questione che non ha a che vedere con il problema degli incentivi sollevato nel post scritto con Rustichini. (Tra parentesi, sorvolo sui criteri discussi che si sarebbero affrettati a considerare pubblicazioni “un po’ tutto ciò che viene pubblicato”).

 

Precisazione: con decreto convertito in legge nel gennaio ’99 si è disposto che a decorrere dal 2011 gli scatti biennali di stipendio dipendono dalla “effettuazione nel biennio precedente di pubblicazioni scientifiche”.

Scusa c'e' un refuso o nel '99 hanno approvato una legge che sarebbe andata in decorrenza dodici (!) anni dopo?

In ogni caso, forse sarebbe il caso di includere criteri un po' piu' esigenti di una pubblicazione per biennio per ottenere un aumento, no? Io se pubblico un paper ogni due anni mi ritrovo giustamente disoccupato in un batter d'occhio

Chiedo scusa: è ovviamente gennaio '09.

Per il resto del suo commento, Lei ha perfettamente ragione. Quelli fissati nel gennaio 2009 sono ben strani incentivi, per il semplice motivo che premieranno poco pressoché tutti.

Poi, scrive sempre malpassotu:

Sempre la Gelmini ha quindi chiesto alle varie accademie di istituire commissioni ad hoc per stabilire quali siano le pubblicazioni ritenute tali in quell'area specifica.

Risponde Potestio:

Mah! Lo ha comunicato forse il ministro Gelmini a malpassotu? Sia chiaro però che - nelle parole di malpassotu - “quali siano le pubblicazioni ritenute tali in quell’area specifica” NON risolve la distribuzione di incentivi.

[...]

Per quanto riguarda infine la Società degli economisti, nella riunione cui fa riferimento malpassotu si stava discutendo di criteri di accreditamento delle riviste italiane.

Per la verità a me non ha comunicato nulla, non mi chiamo accademia e non sono iscritto a nessuna Accademia. Se l'avesse fatto, forse, non essendo personalmente in gradi di elaborarne una, avrei potuto suggerire all'ottima Gelmini chi consultare riguardo l'area 13 per la redazione di una "lista di riviste ritenute tali"...

Tuttavia, mi pare che gli aziendalisti questa operazione l'abbiano fatta e l' hanno fatta per certo gli statistici, si veda l’articolo: B. Frosini (2008) Valutazione della ricerca e valutazione delle riviste scientifiche in ambito statistico, Statistica e società , anno VI, numero speciale.

Potrebbe essere quindi così gentile da fornirci i riferimenti (link, paper ecc.) riguardo i criteri adottati e (conseguentemente) la lista delle riviste italiane (di economia e affini) accreditate o accreditabili come riviste scientifiche da parte della SIE? Ho cercato inutilmente sul sito della SIE, ma mi pare non sia reperibile nessun riferimento...

Scrive ancora Potestio:

Ridurre gli incentivi agli scatti biennali di stipendio non ha nulla a che vedere con un sistema efficiente e opportunamente selettivo di incentivi.

 Mi pare di non aver sostenuto questo nel mio commento. Se questo si è invece capito provo a chiarire. Dicevo: bene Aldo, concordo con la storia degli incentivi per attrarre i giovani (e perchè no anche i meno giovani), bravi e capaci, ma se si vuole incentivarli sulla base della produzione scientifica bisogna distinguere con forza tra ciò che è da ritenersi prodotto di qualità e ciò che non lo è, altrimenti todos caballeros. Ti faccio un esempio, la Gelmini ha provato a incentivare gli insiders dicendo (adesso Potestio, per favore, non mi risponda che magari lo ha detto a malpassotu, altrimenti mi mette in crisi riguardo le mie capacità di scrivere e farmi capire anche su cose elementari), loro "non vi dò più manco quei quattro soldi di scatto biennale se non mi producete almeno una pubblicazioncina e soprattutto non vi faccio partecipare ai concorsi (in qualità di membri di commissione". (Ora, qui concordiamo tutti anche il mio vicino di casa tassista e quindi non accademico che non è uno "schema di incentivi efficiente e opportunamente selettivo" bensì una barzelletta). Per tutta risposta, [così mi pare di ricordare e così mi pare di aver capito, ma sicuramente mi sbaglio (e con questa l'ho detto 3 volte)], alcuni si sono affrettati ad esorcizzare il pericolo andando ad analizzare i diversi criteri di accreditamento delle riviste (italiane). Ma ripeto (e sono 4), di sicuro ho capito male e l'esempio che facevo ad Aldo è privo di significatività.

Trovo il post largamente condivisibile nell’analisi, e particolarmente là dove si evidenzia la continuità tra l’opera dei due Ministri Mussi e Gelmini.  La parte propositiva mi sembra al contrario di una estrema povertà, risultando incomprensibile come sia sufficiente valorizzare i Dipartimenti quali centri propulsivi di ricerca, per avere una svolta virtuosa. Per tradurre in termini reali quanto prospettato, sarebbe necessario avere dipartimenti direttamente finanziati dal Ministero o da privati e dotati di completa autonomia.   A questo punto non si capirebbe più quale sarebbe il loro ruolo nella didattica – che per molti corsi di laurea non può afferire ad un unico dipartimento -  e quale dovrebbe essere la consistenza numerica, o se si preferisce, la varietà disciplinare.

  Gli stipendi differenziati sarebbero un mezzo eccellente per migliorare la ricerca, ma mettere in piedi un meccanismo praticabile per classificare ciascun docente – visto che lo stipendio riguarda il singolo – non è semplice e sarebbero benvenute idee concrete.

  Il post soffre poi – ed è l’aspetto di maggiore insufficienza – di una contraddizione: giustamente si sottolinea come l’uguaglianza tra atenei sia in conflitto con l’eccellenza di alcuni tra essi, e tuttavia si sostiene con disinvoltura che solo il miglioramento della ricerca può salvare l’università italiana.

Ma si parla di un miglioramento generalizzato o riservato solo ad alcuni  atenei? Qui bisognerebbe avere idee chiare: se l’università è anche una scuola superiore che deve preparare quadri intermedi, le università specializzate in questa direzione potrebbero non eccellere nella ricerca, come avviene in molti altri paesi. Così, la battaglia per differenziare gli atenei dovrebbe avere la precedenza su tutto.

   E per finire sulla governance: rafforzare i poteri del rettore è davvero un’idea perversa. Anche qui non si capisce dal post quali siano le soluzioni possibili per limitare questo potere. Uno degli emendamenti Valditara risponde a questa esigenza proponendo la sfiducia nei confronti del rettore da parte del Senato. L’unica  arma decisiva contro l’eccesso dei poteri del vertice sarebbe quella di un consiglio di amministrazione composto da persone non facenti parte dell’accademia, cosa che già avviene nelle università private od in quelle USA.  Nel caso nostro sorge lo spettro della lottizzazione, capace di far morire sul nascere qualsiasi (buona) idea.

Sono anni che discuto della politica dell’ Universita’, e ho raggiunto la conclusione che e’ meglio puntare su alcune proposte, limitate e precise, piuttosto che esporre un disegno organico elegante e articolato.

Delle poche proposte che elenchiamo alla fine, una qualsiasi provocherebbe una trasformazione profonda dell’ Universita’ italiana. Basta pensare a quanta resistenza incontrerebbe, e che effetti produrrebbe, una retribuzione differenziata sulla base della ricerca.

Forse mi sbaglio, ma la discussione mi pare piu' chiara cosi'.

Questo è il problema principale, il nodo attorno a cui ruota l'esistenza futura dell'intera università italiana. Come si può pensare di fare buona didattica e buona ricerca se si è malpagati e malfinanziati?

 

L'università sarà sempre malpagata e malfinanziata se i soldi saranno utilizzati per aumentare il numero dei professori e/o i loro salari come è successo negli ultimi trent'anni. Cf. per i dati

http://www.noisefromamerika.org/index.php/articoli/1704

 

Giovanni Federico scrive:

   L'università sarà sempre malpagata e malfinanziata se i soldi saranno utilizzati per aumentare il numero dei professori e/o i loro salari come è successo negli ultimi trent'anni.

Io non confonderei i due piani, cioè quello del sottofinanziamento dell'istruzione terziaria che fa dell'Italia un paese in via di "sottosviluppo" con quello dell'utilizzo dei fondi.

L'italia investe molto meno degli altri paesi dell'area ocse in istruzione universitaria e ricerca ( e questo è un fatto).

Le riforme, particolarmente quelle che tendono a trasformare l'università in libera impresa, si fanno con i capitali, cioè mettendoci soldi non tagliando i fondi (anzi il fondo: è uno solo, quindi va al singolare).

Partiamo da questo presupposto, e partano da questo presupposto i tanti Minosse lombardi che nelle loro giuste denunce non sempre hanno reso un buon servizio all'università. Poi (immediatamente dopo che la percentuale del Pil investito in istruzione terziaria e ricerca è passato ad un valore al di sopra della media ocse), si parlerà di come malamente è redistribuito questo fondo, di come i professori siano dei buoni a nulla, capaci solo di autopromuoversi e aumentarsi gli stipendi, si discuterà di incentivi e di governance senza il rischio di avere una visione onirica dei fatti.

 

Le riforme, particolarmente quelle che tendono a trasformare l'università in libera impresa, si fanno con i capitali, cioè mettendoci soldi non tagliando i fondi (anzi il fondo: è uno solo, quindi va al singolare).

Perchè? Perchè bisognerebbe mettere preziosi  soldi pubblici in un sistema funzionale (quasi) esclusivamente al benessere degli insiders? Prima si faccia la riforma, si eliminino un po' di incrostazioni parassitarie (vulgo un gran numero di professori ora in servizio) si dia una speranza alle persone valide (comunque una robusta minoranza) e poi si discute sui soldi addizionali eventualmente necessari

 

 

Prima si faccia la riforma, si eliminino un po' di incrostazioni parassitarie (vulgo un gran numero di professori ora in servizio) si dia una speranza alle persone valide (comunque una robusta minoranza) e poi si discute sui soldi addizionali eventualmente necessari

Questa "eliminazione delle incrostazioni parassitarie" mi pare come l'"eliminazione degli sprechi" nei programmi di Governo. Nei fatti non accade. Prendiamo il caso della rottamazione dei ricercatori con 40 anni di contributi decisa nella scorsa Finanziaria. Applicata da qualche amministrazione universitaria, ora appare debole nei fondamenti. E' notizia di oggi che l'Università di Messina è stata bloccata dal TAR del Lazio (sentenza 1650 del 15 aprile), che peraltro deciderà nel merito con più calma (udienza il 24 novembre). Da fonti incrociate con gli uffici legali di altre università, si apprende che la sostanza del problema è assai semplice: i ricercatori sono funzionari in regime pubblicistico puro, e il disposto della Finanziaria può applicarsi solo a quelli in regime privatistico (la gran parte della P.A. ordinaria, fra cui anche il personale tecnico-amministrativo delle Università) ma non, quindi, a quello docente.

Un bel problema! Molti ricercatori precari, ad esempio, pensavano di poter fare pressione per estendere la misura anche a Professori Associati e Ordinari nelle more degli emendamenti al ddl Gelmini.

Da cui si intuisce che per mettere mano a queste incrostazioni bisogna innanzitutto cambiare un bel po' di cosette che i vari interessi non ti fanno cambiare così sui due piedi. Del resto io ho sempre propagandato la privatizzazione del ruolo docente, una linea espressa mi pare bene in un articolo di due amministrativisti che ho citato altre volte. Ma politicamente mi rendo conto di non poterla "esigere" così, su due piedi. Allo stesso modo sarebbe opportuno più realismo in certe discussioni.

RR

 

 

Allo stesso modo sarebbe opportuno più realismo in certe discussioni.

 

E' altrettanto irrealistico chiedere un aumento dei fondi per l'università pari allo 0.5% del PIL, con la differenza che è anche sbagliato.

Giovanni Federico scrive:

Perchè? Perchè bisognerebbe mettere preziosi  soldi pubblici in un sistema funzionale (quasi) esclusivamente al benessere degli insiders? Prima si faccia la riforma, si eliminino un po' di incrostazioni parassitarie (vulgo un gran numero di professori ora in servizio) si dia una speranza alle persone valide (comunque una robusta minoranza) e poi si discute sui soldi addizionali eventualmente necessari

L'idea di "affamare la bestia" cara ai Minosse lombardi "taglia di netto" la testa non già alla maggioranza "parassitaria" che cura il proprio benessere con attività esterne all'università, ma toglie speranze e danneggia i tanti lavoratori onesti e la "robusta minoranza" eccellente di cui è capace l'università italiana.

Se c'è un posto dove andrebbero spesi molti più "preziosi soldi pubblici" questo è l'università a meno di non essere convinti che non già nella ricerca ma nell'idea di fare dell'Italia la Sharm el sheik del mediterraneo sta il futuro del paese.

 

 

 

Se c'è un posto dove andrebbero spesi molti più "preziosi soldi pubblici" questo è l'università a meno di non essere convinti che non già nella ricerca ma nell'idea di fare dell'Italia la Sharm el sheik del mediterraneo sta il futuro del paese.

Senza offesa per i tanti bravissimi professori universitari che insegnano in Italia, il vantaggio comparato dell'Italia lo vedo più nello scenario due che nell' (eventuale) scenario uno...

Scrive VincenzoP:

Senza offesa per i tanti bravissimi professori universitari che insegnano in Italia, il vantaggio comparato dell'Italia lo vedo più nello scenario due che nell' (eventuale) scenario uno...

Bene, mi sembra un'ottima idea e una discreta analisi economica, così in un prossimo futuro per dirla con le parole di Rodotà "le nostre nipoti andranno a fare le badanti a Pechino" e i nostri nipoti gli "spiaggini" a Porto Cervo...

 

 

intanto la corte dei conti ha bocciato la laurea breve: troppi indirizzi frammentati

La Corte dei Conti, anzichè limitarsi a fare il proprio lavoro di vigilanza sulle revisioni contabili - e nelle Università c'è ampia materia per vigilare, come dimostrano i casi di Siena e simili - si è impancata a giudice accademico della qualità, producendo un rapporto di 170 pagine che ovviamente i giornalisti non hanno letto in toto, ma di cui sono circolate veline fatte a bella posta per produrre un profluvio di titoli sui giornali di oggi. E mettere i piedi nella discussione sul ddl Gelmini (che peraltro non tratta direttamente di ordinamenti didattici).

Se lo avessero letto, il rapporto, avrebbero (forse) scoperto che la Corte ha semplicemente copiato e incollato pezzi di un altro rapporto, quello del CNVSU, già noto da dicembre. Il quale rapporto faceva i soliti conti statistici sul numero dei corsi, ed altri simili valutazioni su scala sistemica, senza peraltro avere mai condotto quelle valutazioni istituzionali (nelle singole Università) che, sole, avrebbero potuto fornire dei giudizi di qualità "elementari" sulla progettazione didattica fatta, e sulla reale attuazione. Altri dati, un po' diversi (nel tenore e nel giudizio), erano invece stati forniti dalla banca dati AlmaLaurea. Quello sì, che è un lavoro fatto bene, sul campo.

I docenti universitari non sono certo immuni da critiche, ma non certo per aver applicato la riforma, casomai per non averlo fatto. Assumersi la responsabilità di essere i gestori dell'autonomia didattica, come teorizzato da molti - anche dai critici - significa innanzitutto saper fare quel lavoro lì, disegnare un profilo del corso, progettare un curriculo, garantirne la qualità e il suo miglioramento in modo continuativo. Ma i professori italiani hanno dimostrato invece di non sapere neanche cos'è un titolo di studio.

Però incaricare la Corte dei Conti di fare veline giornalistiche non è la soluzione, se ne rendano conto i commentatori volanti e la destra bavosa.

RR

 

 

I docenti universitari non sono certo immuni da critiche, ma non certo per aver applicato la riforma, casomai per non averlo fatto. Assumersi la responsabilità di essere i gestori dell'autonomia didattica, come teorizzato da molti - anche dai critici - significa innanzitutto saper fare quel lavoro lì, disegnare un profilo del corso, progettare un curriculo, garantirne la qualità e il suo miglioramento in modo continuativo. Ma i professori italiani hanno dimostrato invece di non sapere neanche cos'è un titolo di studio.

concordo. come già fu per la riforma del 3+2 l'arteriosclerotica e gerontocratica classe dirigente dell'università italiana (a parte pochi) ne ha approfittato per ridurre la quantità e la qualità del proprio lavoro (perché offrire una buona qualità è faticoso), trasformando i propri corsi in sinossi di se stessi.

e mentre i docenti a contratto si dovevano barcamenare per offrire lezioni di buon livello e insieme arrivare a fine mese (1180 euro netti per 60 ore di lezione frontale a 90 studenti + esami + ricevimento studenti. era bello, eh, ma checcazzo), i baroni riraccontavano il capitolo 3 di quel bel libro che avevano scritto negli anni settanta.

e la stupida destra che pensa che tagliare senza verificare la qualità di quel che si fa e viene offerto sia una soluzione. che rabbia!

 

I docenti universitari non sono certo immuni da critiche, ma non certo per aver applicato la riforma, casomai per non averlo fatto. Assumersi la responsabilità di essere i gestori dell'autonomia didattica, come teorizzato da molti - anche dai critici - significa innanzitutto saper fare quel lavoro lì, disegnare un profilo del corso, progettare un curriculo, garantirne la qualità e il suo miglioramento in modo continuativo. Ma i professori italiani hanno dimostrato invece di non sapere neanche cos'è un titolo di studio.

Si ma c'è un enorme moral-azzard, i docenti quanto meno per la mia esperienza, tendono a farsi i fatti loro a massimizzare la loro utilità, il ché spesso e volentieri significa fregarsene totalmente degli studenti. Una delle mie maggiori delusioni nei confronti dei miei docenti è stata vedere come hanno fatto i corsi delle nuove lauree. In cui al posto di avere lo studente al centro avevano i fatti loro al centro seppur vincolati, sta volta da un numero massimo di esami ed altri vincoli. Risultato i corsi non sono coerenti, sono pieni di esami messi li fine a se stessi, tali corsi ne abbassano notevolmente la qualità.

Si ma c'è un enorme moral-azzard, i docenti quanto meno per la mia esperienza, tendono a farsi i fatti loro a massimizzare la loro utilità, il ché spesso e volentieri significa fregarsene totalmente degli studenti. Una delle mie maggiori delusioni nei confronti dei miei docenti è stata vedere come hanno fatto i corsi delle nuove lauree. In cui al posto di avere lo studente al centro avevano i fatti loro al centro seppur vincolati, sta volta da un numero massimo di esami ed altri vincoli. Risultato i corsi non sono coerenti, sono pieni di esami messi li fine a se stessi, tali corsi ne abbassano notevolmente la qualità.

Davide, sono d'accordo "statisticamente" con te sull'analisi elementare. Ma questa incapacità di gestire la didattica significa solo che, lasciati fare da sè, i professori sono come tutti gli altri componenti di questa società italiana a moralità limitata. Già lo sapevamo - e perchè andava meglio prima, con lauree che duravano 7-8 anni?

La risposta, dal mio punto di vista, è semplice (ma non viene fuori nei commenti e negli articoli): bisognava mettere la Vigilanza, la Valutazione Puntuale, come fanno nel resto del mondo. I professori Italiani non l'hanno mai voluta, perchè consentire a dei Panel di Valutazione di venire a vedere come fanno, chessò, il calcolo dei crediti, per non dire delle scelte dei corsi, la gestione delle prove d'esame, significa in partenza arrendersi all'evidenza. Che in qualche modo verrebbe fuori.

Rimaniamo in Europa, dove il "3+2" e' stato adottato quasi dappertutto, e vedremo che la situazione è ben diversa. Stiamo ancora più vicini, e andiamo dai cugini francesi, che hanno un sistema e un'amministrazione "concettualmente" simile. Chiediamo agli amici dell'AERES. Ma per i giornalisti italiani fare le ricerche è troppo faticoso.

RR

  E' necessario riconoscere che la didattica negli atenei italiani è piuttosto carente. Le cause di ciò - non correlabili in moltissimi casi alla qualità della ricerca - vanno individuate nelle carenze organizzative (comuni a qualsiasi istituzione del Belpaese) e principalmente alla mancanza di controlli da parte degli organi collegiali preposti. Per citare uno degli aspetti più rozzi, calendari di esami ed orari di lezione vengono decise - in parecchie facoltà - secondo le esigenze dei docenti, e non secondo quelle degli utenti. Un altro aspetto riguarda la scarsa comunicazione di tipo personale esistente tra docenti ed allievi, anche in quelle situazioni nelle quali esiste un rapporto numerico favorevole al contatto diretto. E' probabile che sia anche questo il prodotto di una scarsa attenzione da parte degli organi di controllo, che sono poi di tipo collegiale con un vertice elettivo. Anche la tradizione della lezione cattedratica potrebbe giocare un ruolo significativo. 

  Purtroppo, ben pochi dei soloni che discettano sull'università discutono questi aspetti "minori", capaci di rendere però buoni o cattivi i risultati, specie se riferiti alla maggioranza degli studenti.  

L'idea che ogni università debba essere di ottima qualità è una affermazione di principio tanto dannosa quanto assurda. Pensate: ogni macchina deve essere di ottima qualità, ogni paio di scarpe dev'essere di ottima qualità, ogni film o romanzo deve essere di ottima qualità, ogni albergo deve essere di ottima qualità ... Le università invece sì, chissà perché.

Quanta ideologia! Quanta vacuità! Gli autori sarebbero sicuramente bocciati ad un esame di Sistemi Educativi in una qualsiasi Università anche mediocre. Le Università devono essere sostanzialmente buone, questo si richiede. Mi sembra di ri-leggere il Perotti (in "L'Università truccata") quanto tentava di denigrare il controllo di qualità, in una pagina del suo libro, e invece stava descrivendo esattamente il sistema di accreditamento statunitense!! Su quella pagina stavo cadendo dalla sedia...

Gli autori farebbero bene ad informarsi meglio: in Europa non si ammettono istituti di istruzione superiore mediocri, e in America, pur potendo operare legalmente in alcuni Stati, non sono "de facto" considerati per ogni rilevante utilizzo successivo del rispettivo titolo di studio. Su questo non si transige.

Corre l'obbligo di indicare almeno una referenza - e di solito indico la competente Autorità Garante della Qualità del Regno Unito, la Quality Assurance Agency, di cui riporto qui il riassunto dei compiti, dalla home-page:

  • safeguarding the public interest in the sound standards of higher education qualifications
  • informing and encouraging continuous improvement in the management of the quality of higher education

Ma i professori italiani se ne fregano...

RR

 

Gli autori farebbero bene ad informarsi meglio: in Europa non si ammettono istituti di istruzione superiore mediocri

...e a me la pasta viene sempre buona! Ma cosa vuol dire? se tanto non c'e' controllo e' solo l'ennesimo riempirsi la bocca, no? Se l'europa non ammettesse universita' mediocri una buona fetta degli istituti italiani, spagnoli, tedeschi, portoghesi, francesi, etc, etc dovrebbe essere dichiarata fuori legge.

 

A me interessa informare, dare frammenti di teoria spicciola. Questo perchè il dibattito sulla politica universitaria manifesta una distanza siderale dalle necessità minime del sistema - in attesa del prossimo.

RR

Anche in Italia per avere appalti pubblici ci vuole la certificazione antimafia. Lei ha una curiosa (ma non unica) incapacità a distinguere fra dichiarazioni ufficiali e realtà universitaria. Forse perchè è espertissimo delle prime e ha pochi contatti con la seconda.

Anche in Italia per avere appalti pubblici ci vuole la certificazione antimafia. Lei ha una curiosa (ma non unica) incapacità a distinguere fra dichiarazioni ufficiali e realtà universitaria. Forse perchè è espertissimo delle prime e ha pochi contatti con la seconda.

Uhm, quindi forse per Lei la certificazione antimafia sarebbe "un pezzo di carta", come i soloni (= gli Opinionisti italiani) dicono sia il titolo di studio? Siamo messi male, caro Professore. E noi che pensavamo che gli statini che Lei firma dopo gli esami fossero cose serie...

C'è qualche problema di sicuro, ma proprio per questo bisogna parlarci sopra.

RR

A me sembra che il DDL Gelmini contenga prevalentemente chiacchiere che hanno una grande capacità di generare altre chiacchiere. L'unico aspetto rilevante è quello della prevista (e non immeritata) promozione della stragrande maggioranza  degli attuali ricercatori a professore associato. Questa operazione impegnerà tutte le risorse disponibili nei prossimi anni che sono le risorse provenienti dall'imminente pensionamento di un gran numero di percettori di alti stipendi. Non sarebbe nemmeno un errore se le promozioni comportassero uno spostamento dei docenti dalle sedi che ne hanno troppi alle sedi che ne hanno troppo pochi. Purtroppo però questo non avverrà, ed infatti l'utilizzazione delle risorse per le promozioni ne renderà impossibile una ragionevole ridistribuzione

A me sembra che il DDL Gelmini contenga prevalentemente chiacchiere che hanno una grande capacità di generare altre chiacchiere. L'unico aspetto rilevante è quello della prevista (e non immeritata) promozione della stragrande maggioranza  degli attuali ricercatori a professore associato. Questa operazione impegnerà tutte le risorse disponibili nei prossimi anni che sono le risorse provenienti dall'imminente pensionamento di un gran numero di percettori di alti stipendi. Non sarebbe nemmeno un errore se le promozioni comportassero uno spostamento dei docenti dalle sedi che ne hanno troppi alle sedi che ne hanno troppo pochi.

Probabilmente ne sai piu' di me ma dalle informazioni che ho io 1) non c'e' alcuna ope-legis 2) non mi e' per nulla evidente che potra' essere promossa la gran parte degli attuali ricercatori 3) non mi e' evidente che rimarranno tutti o in gran parte dove sono.

2) le promozioni sono comunque limitate da budget e punti-organico, e non mi e' chiaro a quale percentuale di ricercatori queste risorse consentono la promozione nei prossimi anni, prima che i posti siano sostanzialmente riservati ai nuovi ricercatori a termine.

3) la promozione di interni e' consentita per il 25% massimo delle posizioni (immagino ci sara' una lotta epocale per alzare questa percentuale). Possibile che ogni Ateneo avra' a disposizione 4 posizioni per ogni suo ricercatore?

Riguardo alla riforma in preparazione comunque mi pare buona cosa l'eliminazione del ricercatore, che diventa una specie di assistant professor a termine che se fa bene con elevata probabilita' diventa associato nella stessa sede dopo 5-6 anni.

Non c'e' nessuna ope-legis al momento, anzi...

Provo a chiarire, anche se la situazione e' fluida e vi sono oltre 800 emendamenti che, pero', probabilmente non verranno mai applicati.

L'eliminazione del ricercatore potrebbe essere una cosa positiva, se fatta con criterio. Ma siamo in Italia. Si cerca di imitare il modello del tenure-track, ma ovviamente prendendo solo quello che fa comodo: il ricercatore a tempo determinato (3+3 anni), ovverossia la copia italiana del tenure-track, al termine dei 3+3 anni potrebbe aver fatto molto bene, anzi, direi estremamente bene, ma non v'e' nessuna garanzia che possa diventare associato. Non c'e' traccia di alcun criterio di valutazione sulla bonta' del ricercatore al termine dei 3+3. Si parla genericamente di concorsi per associati, terminati i quali o si diventa associati o si e' fuori dall'universita'. Ed  i concorsi possono o non possono essere banditi (negli ultimi 2 anni si sono bloccati i concorsi universitari...). E tutti conoscono la serieta' che caratterizza i concorsi universitari italiani...Insomma, c'e' la concreta possibilita' che a 40 anni uno si trovi senza lavoro, oppure che tutti passino ad associati se vi sono i soldi. Inoltre, i ricercatori a tempo indeterminato attuali che fanno? Sono rimasti in un limbo, e non e' ancora chiaro se a questi concorsi da associato potranno parteciparvi....

La concreta possibilita' di trovarsi senza lavoro anche se si e' da Nobel, poi, e' data dalle condizioni al contorno. Fra queste cito la drastica riduzione del FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario) alle Universita', che a partire dall'anno scorso sta scuotendo l'intero sistema universitario. Posto che una riforma serve, non credo che le "keywords" "purche' a costo zero per lo stato" ripetute una trentina di volte (!!) nel DDL Gelmini rendano efficace questa pseudoriforma. Questa riforma non e' una riforma; e' semplicemente un taglio alle spese. Vi sono tagli drastici alle universita', alcune sono in bancarotta, molte (quasi tutte) hanno gia' dovuto dimezzare (o piu') il numero delle borse di dottorato, e certamente questa situazione finanziaria disastrosa (in parte colpa delle mala amministrazione universitaria) non potra' non influire sulle future assunzioni.

Esiste infatti un limite massimo del 90% del FFO che puo' essere destinato al pagamento degli stipendi, e molte universita' lo hanno gia' superato (in questo caso colpa loro...). Ma le universita' piu' virtuose non stanno meglio. Senza contare che vi e' un limite numerico al turn-over di chi va in pensione...

Ci sono poi n altri fattori che si sovrappongono, come il fatto che i passaggi di carriera nell'universita' italiana avvengono prima con le dimissioni per poi prendere servizio nella nuova mansione (associato?). Non si tratta di una semplice progressione di carriera... In questo il DDL Gelmini e' sadico: elimina la ricostruzione di carriera, annullando di fatto tutta l'anzianita' di servizio ottenuta fino al passaggio di carriera, con il risultato disastroso di un blocco di scatti stipendiali collegati all'anzianita'. La cosa in se' non sarebbe drammatica se non fosse associata al misero stipendio che si percepisce ad inizio carriera (un ricercatore all'inizio prende poco piu' di un dottorando, cioe' 1000 euro mensili).

Non ho mai parlatodi "ope legis", in senso classico. Naturalmente ci sarà una legge che avrà effetti. Le mie valutazioni sono le seguenti, tratte da un mio articolo pubblicato dalla rivista Paradoxa:

Il DDL conferma la scelta formalmente effettuata dalla Legge 4 novembre 2005, n. 230, di “mettere ad esaurimento” il ruolo dei ricercatori universitari. In realtà, come è noto, la Legge 230 rinviava questa disposizione al 2013, consentendo che si continuasse a reclutare ricercatori di ruolo fino a quella data. Questa volta, non solo si fa sul serio, perché non si potranno più bandire posti di ricercatore a partire dall’entrata in vigore della riforma, ma si fornisce anche una soluzione al principale “problema tecnico” associato all’abolizione di un ruolo che conta oltre 25.000 ricercatori. Il “problema tecnico” era l’improvviso affollamento dei concorsi a professore di seconda fascia, cui avrebbero partecipato, assieme a migliaia di ricercatori relativamente anziani, anche giovani studiosi, a pochi anni dal conseguimento del dottorato, i quali non potevano più concorrere per il  ruolo dei ricercatori. Sembra ovvio che se si sopprime un ruolo che costituisce il primo ingresso nei ruoli di docente, si debba prevedere che per un certo numero di anni si raddoppi, almeno, il numero di concorrenti al ruolo successivo.

      L’attuale DDL, in effetti, fornisce una soluzione coerente di questo problema, prevedendo l’ingresso in una sorta di  “pre-ruolo” dei recenti dottori di ricerca, ed un ingresso facilitato nel ruolo di professore associato degli attuali ricercatori sufficientemente qualificati. Il meccanismo è ben studiato perché consente un “facile” passaggio dal “pre-ruolo” dei “ricercatori a tempo determinato” al “ruolo” degli associati, ma si tratta di un passaggio che potrà avvenire solo dopo quattro o cinque anni, almeno. Nel frattempo i ricercatori del ruolo ad esaurimento avranno avuto l’opportunità di passare al ruolo degli associati, attraverso il conseguimento di un’abilitazione, che dovrebbe essere ottenuta, nel giro di pochi anni, da quasi tutti gli attuali ricercatori di ruolo, attivi nella ricerca scientifica.

      Vediamo in dettaglio cosa succederebbe dall’entrata in vigore delle disposizioni di legge.

      Il giovane dottore di ricerca con alle spalle qualche anno di “assegni di ricerca” o di altre posizioni “post-dottorali”, non potrà più concorrere per un posto di ricercatore “di ruolo” o a tempo indeterminato. Ci saranno però concorsi per “ricercatore a tempo determinato”. Quest’ultima posizione consente a chi resta attivo nella ricerca scientifica di passare, dopo cinque o sei anni,  al ruolo degli associati, attraverso il conseguimento della relativa abilitazione, ed una “chiamata diretta”, cioè evitando la concorrenza dei più anziani ricercatori del ruolo ad esaurimento.

      Per contro, il ricercatore del ruolo ad esaurimento, attivo nella ricerca scientifica, potrà fare subito domanda per ottenere una abilitazione alla docenza di seconda fascia, a numero aperto, senza aspettare un “bando di concorso”. Egli potrà quindi aspirare ad un inquadramento nel ruolo degli associati, prima che i suoi giovani colleghi “ricercatori a tempo determinato” possano giovarsi dello scivolamento nel ruolo degli associati per essi previsto. In pochi anni dovrebbe quindi svuotarsi il ruolo dei ricercatori di ruolo, ed ingrossarsi il ruolo dei professori associati.

      Le previsioni che ho appena delineato possono però avverarsi solo se si verificano due condizioni: l’abilitazione alla docenza di seconda fascia non dovrà essere  troppo selettiva, e ci dovranno essere sufficienti disponibilità finanziarie per gli inquadramenti nella fascia degli associati.

      Per quanto riguarda la prima condizione dobbiamo innanzitutto ricordare che a trenta anni dalle “idoneità” previste per i “precari”, quasi tutti gli attuali ricercatori sono entrati con un regolare concorso. La ormai esile pattuglia degli “idoneati”, è molto vicina alla pensione e non avrà più nemmeno una convenienza economica a passare al ruolo dei professori associati. E’ difficile fare valutazioni complessive per tutte le discipline, si ha tuttavia l’impressione che ben oltre la metà degli attuali ricercatori di ruolo, entrati per concorso, diciamo almeno 15.000, siano decisamente attivi nella ricerca scientifica ed abbiano raggiunto, nelle loro discipline, il livello scientifico medio dei professori associati. Insomma non ci dovrebbero essere obiezioni di principio a conferire, ad almeno 15.000 ricercatori di ruolo, l’abilitazione alla docenza di seconda fascia, nei due o tre anni successivi all’entrata in vigore della legge. D’altra parte non ci sono incentivi che potrebbero spingere le commissioni ad un eccessivo rigore. Se mai gli incentivi sono nella direzione opposta. I commissari si renderanno velocemente conto che un “settore scientifico disciplinare” con pochi abilitati è destinato a “perdere posti” a favore dei settori con molti “abilitati”. Il patriottismo di “settore”, che caratterizza la vita accademica (in Italia come all’Estero) spingerà le commissioni ad una certa generosità nei giudizi. Resteranno naturalmente esclusi dall’abilitazione i ricercatori che non sono scientificamente attivi, ma questi saranno certamente una piccola minoranza tra coloro che presenteranno domanda.

      Bisogna notare che la previsione di una “abilitazione a numero aperto”, solo dieci anni fa, avrebbe avuto conseguenze molto più drammatiche: nel 1998, ad esempio, oltre la metà dei ricercatori di ruolo risultava entrata in ruolo attraverso giudizi di idoneità, che, nel migliore dei casi, riflettevano gli “standard” scientifici, abbastanza provinciali, delle università italiane degli anni settanta.  Nessuno può dubitare, invece, che, negli ultimi decenni, il livello scientifico dei vincitori di concorso per il ruolo di ricercatore abbia raggiunto quella “ordinaria mediocrità internazionale” che consente una produzione scientifica che può dar luogo, ogni anno, a pubblicazioni su riviste internazionali.

      La verifica della seconda condizione è più complessa. Dobbiamo ipotizzare che non ci sia un deciso aumento del finanziamento del sistema universitario, ma nemmeno una diminuzione, al netto dell’inflazione. Farò un’ipotesi ancora più ottimista: che sia mantenuto un finanziamento in grado di coprire le spese per un organico di docenti pari a quello attuale. Possiamo allora misurare le disponibilità del sistema universitario in termini di “punti organico”, attribuendo, come fa il Ministero, 1 punto per ogni professore di prima fascia in servizio, 0,70 punti per ogni professore di seconda fascia e 0,50 punti per ogni ricercatore di ruolo. Il totale dei “punti organico” del sistema (al 31 dicembre 2008) risulta allora, 44.439, corrispondenti a 18.929 professori di prima fascia, 18.256 professori di seconda fascia e 25.583 ricercatori di ruolo. Più che il totale dei “punti organico” ci interessa valutare, però, i “punti organico” che saranno disponibili al sistema per reclutare e promuovere docenti, nel quinquennio successivo alla data di entrata in vigore della legge. A finanziamento costante le risorse disponibili proverranno solo dai pensionamenti.  Facciamo l’ipotesi che il quinquennio di prima applicazione delle nuove norme sia il 2011-2015. In questo quinquennio possiamo prevedere che vadano in pensione i professori di prima e seconda fascia nati dal 1941 al 1945, ed i ricercatori di ruolo nati dal 1946 al 1951. Questi pensionamenti, secondo i dati attualmente contenuti nella banca dati del Ministero, forniranno al sistema 5.836 “punti organico”,  disponibili per reclutamento e promozioni.

      Il passaggio di 15.000 ricercatori al ruolo degli associati dovrebbe costare  3.000 “punti organico” (0,2 “punti organico” per ogni passaggio). Resterebbero disponibili, nello stesso quinquennio, 2.836 “punti organico” da impiegare per le assunzioni dei ricercatori a tempo determinato, per le assunzioni di esterni al sistema nei ruoli di docente di prima e seconda fascia e per le promozioni dei docenti di seconda fascia alla prima fascia. E’ facile prevedere che nel primo quinquennio di applicazione della legge le assunzioni di esterni al sistema nei ruoli di docente saranno trascurabili, in attesa che abbiano effetto le disposizioni della nuova legge che dovrebbero incrementarle. A titolo di ipotesi possiamo supporre che i 2.836 “punti organico” residui siano usati per reclutare, nel quinquennio, 4.000 ricercatori a tempo determinato (equivalenti a 2.000 punti organico se si suppone che il costo del ricercatore a tempo determinato sia equivalente al costo del ricercatore di ruolo) e per promuovere a professore di prima fascia quasi 2.800 professori di seconda fascia (0,3 “punti organico” per ogni promozione). Secondo questa ipotesi entrerebbero nel sistema nel quinquennio 2011-2015, solo 4.000 nuovi docenti, mentre dovrebbero uscire per pensionamenti quasi 7.000 docenti (3.952 ordinari, 2011 associati e 954 ricercatori). Ci sarebbe quindi una contrazione del personale docente di circa il 5%. La contrazione riguarderebbe i ricercatori di ruolo ed anche la fascia degli ordinari, per la quale è prevedibile un saldo negativo di oltre mille unità. D’altra parte nel successivo quinquennio è prevista una ancor maggiore disponibilità di “punti organico” a seguito di pensionamenti. Superato il problema del passaggio in massa dei ricercatori universitari al ruolo degli associati, questi punti organico potranno essere utilizzati per aumentare il numero dei docenti, e ritornare al numero attuale, sia pure con una diversa distribuzione.

      Sono possibili naturalmente altre ipotesi di utilizzazione dei “punti organico” disponibili nel quinquennio 2011-2015. Non c’è dubbio, tuttavia, che i ricercatori di ruolo in possesso di abilitazione alla docenza di seconda fascia eserciteranno forti pressioni per essere chiamati prima che divengano possibili le “chiamate dirette” nel ruolo degli associati previste dalle nuove norme per i loro più giovani colleghi, ricercatori a tempo determinato.

      In ogni caso, l’ipotesi che ho presentato  dimostra che è possibile prevedere una promozione di massa (moderatamente selettiva e non ingiustificata) dei ricercatori di ruolo, a professori di seconda fascia, senza grossi traumi per il sistema universitario, e a finanziamento pressoché costante. Naturalmente questa promozione di massa ha un costo che avrebbe potuto essere parzialmente evitato se si fosse deciso di trasformare direttamente l’attuale ruolo dei ricercatori in una “terza fascia” di docenza. Il costo di questa soluzione alternativa non sarebbe stato zero, perché la trasformazione avrebbe comportato l’obbligo di un carico didattico per il docente di terza fascia, che avrebbe dovuto essere compensato con un aumento di stipendio, per quanto modesto. Non c’è dubbio tuttavia che la scelta di prevedere due sole fasce di docenza è più costosa. Non è qui il luogo per discutere le motivazioni per questa scelta del Governo, in assenza di una richiesta in questo senso da parte degli stessi ricercatori che ne beneficeranno. E’ possibile però, e coerente con le disposizioni del DDL sulla scala stipendiale, che il Governo ritenga più utile un corpo docente meno numeroso e meglio pagato, specialmente nei gradini iniziali della carriera.

 

Grazie per le informazioni.  Attendo di vedere pero' la forma finale delle norme, perche' da quel che conosco anche in presenza di abilitazione non e' per nulla banale per un ricercatore esistente essere assunto come associato: l'Ateneo deve avere i fondi, e poi puo' inquadrare al livello di associato i suoi interni sono in una frazione delle posizioni disponibili. Inoltre, deve volerlo fare.

Sarebbe meglio se le promozioni comportassero trasferimenti. Tuttavia le norme che impongono limitazioni alle "assunzioni" di personale in serivizio nella stessa sede (che sono comunque più blande per i primi cinque anni) sono di difficile applicazione. Potrebbe invece succedere che non ci siano abbastanza soldi a livello di sistema. A questo proposito questo è il mio commento nell'articolo che ho già citato.

  Dobbiamo, però, considerare l’ipotesi che, a fronte del prevedibile conseguimento di almeno 15.000  abilitazioni di seconda fascia da parte dei ricercatori universitari, vengano a mancare i fondi per inquadrarli. Ci sarebbero allora pressioni perché la durata delle abilitazioni sia estesa, perché sia bloccata la assunzione di nuovi ricercatori a tempo determinato, e perché siano bloccate le chiamate dirette dei ricercatori a tempo determinato in possesso di abilitazione di seconda fascia. Questi ultimi eserciterebbero allora tutte le possibili pressioni per ottenere ulteriori rinnovi del loro contratto, oltre ad una proroga della abilitazione. Il meccanismo ad orologeria che consente di non mettere in concorrenza per le chiamate ad associato i “vecchi” ricercatori di ruolo ed i “nuovi” ricercatori a tempo indeterminato, si incepperebbe ed il reclutamento e le promozioni del personale docente finirebbero nel caos, con probabili sanatorie e provvedimenti tampone in tutte le direzioni possibili. Insomma l’ipotesi di un taglio consistente nel fondo di finanziamento ordinario, tollerabile nella situazione attuale, avrebbe ben più gravi conseguenze dopo l’entrata in vigore delle nuove disposizioni sul reclutamento. Questo significa che se il Governo prevedesse ora un taglio consistente dei finanziamenti all’università sarebbe irresponsabile sopprimere contemporaneamente  il ruolo dei ricercatori. Si dovrebbe invece, quanto meno, rinviare questa operazione a tempi migliori, prorogando di qualche anno, la scadenza del 2013 prevista dalla Legge 230 del 2005.

Vorrei capire una cosa che mi sfugge: quanto spazio c'e' nella riforma per i ricercatori che vorrebbero rientrare in italia dall'estero? Poco tempo fa sentivo ragionamenti secondo i quali il numero di ricercatori italiani all'estero che vorrebbero tornare in Italia con una permanent position e' notevole, ma non ho dati anche perche' si riferiva ad alcuni settori della fisica che non conosco bene.

(PS: non mi interessa personalmente, ma solo indirettamente. Vorrei capire se questa riforma continuera' a favorire l'inbreeding dei ricercatori, che forse in fisica e matematica puo' essere positivo, ma in altri campi... lasciamo perdere.)

Tra le righe del DDL Gelmini, o piuttosto nelle indicazioni sui futuri decreti legislativi si può leggere l'intenzione di rendere appetibili anche a chi  non è già nel sistema le posizioni iniziali delle due fasce (abolizione della ricostruzione della carriera, e revisione delle scale stipendiali, presumibilmente in modo tale da riconoscere a tutti i nuovi assunti uno stipendio equivalente a quello che avrebbero con la massima ricostruzione della carriera). Attualmente vige un sistema discriminatorio: chi è già nel sistema mantiene il suo stipendio e può "ricostruire la carriera" dopo tre anni. Chi non è nel sistema si deve accontentare del misero stipendio inziale. Avremmo quindi un piccolo passo in avanti nelle possibilità di reclutare esterni.

Quanto allo "inbreeding" che io chiamo localismo, mi limito ad una autocitazione sempre dallo stesso articolo.

Superato lo scoglio delle prime due o tre “abilitazioni” di seconda fascia, il sistema di reclutamento previsto dal DDL entrerebbe “a regime”. Come funzionerà allora? Sarà superato il localismo che è il peggior difetto dell’attuale sistema di reclutamento e promozione? E' molto difficile prevederlo. Da un lato il DDL contiene norme esplicite  (Art. 5, comma 4, punto o) e Art. 9 commi 3 e 4)) che dovrebbero favorire, e, sotto certe condizioni imporre, il reclutamento di personale esterno alla sede universitaria reclutante, dall’altro, tutte le commissioni giudicatrici dei concorsi sono formate da professori della sede che ha bandito il concorso. Si tratta di disposizioni che spingono in direzioni opposte. Inoltre le norme che impongono di reclutare “esterni”  non sembrano facilmente praticabili. Ad esempio all’Art. 4, comma 3, punto b) si stabilisce che “almeno un terzo dei posti di professore di prima fascia resi disponibili in ciascun dipartimento […] è coperto da professori che non hanno prestato servizio presso l’università banditrice nei precedenti tre anni”. Significa che il terzo bando di concorso emanato da una università per lo stesso dipartimento dovrà escludere a priori gli “interni”? Cosa succederà se il bando non contiene questa previsione e la commissione afferma che l’unico concorrente abbastanza bravo per ricoprire il posto è un “interno”? Ci si aspetta che i concorrenti “esterni” esclusi facciano ricorso? Con quali prospettive di ricoprire, prima o poi, il posto a concorso? Una possibilità concreta è che questa norma venga semplicemente ignorata da molte università e dal Ministero. In ogni caso è difficile imporre il superamento del localismo concentrandosi sui concorsi di prima fascia cui concorrono candidati che hanno generalmente superato i 40 anni ed hanno obiettive difficoltà pratiche e famigliari a trasferirsi in altra sede. E’ importante invece che il primo reclutamento dei giovani, presumibilmente sotto i trenta anni, che ancora non hanno scelto la sede definitiva di residenza, avvenga attingendo al mercato nazionale ed internazionale dei giovani studiosi. Il DDL opera molto poco in questa direzione, limitandosi a prevedere incentivi in termini di fondo di finanziamento, per le sedi che hanno una percentuale più alta di ricercatori a tempo determinato provenienti dall’esterno (Art. 5, comma 4, punto o)). Più incisiva potrebbe essere invece la previsione, contenuta nel DDL, di un bando nazionale per ricercatori a tempo determinato, a condizione che il numero dei posti a concorso sia congruo, il bando sia ben pubblicizzato anche internazionalmente e le procedure di assegnazione del posto siano chiare e veloci. Tre condizioni non facili da raggiungere in pratica.

 

 

Credo che il passaggio alla seconda fascia di docenza da parte dei ricercatori non sara' facilmente realizzabile. Nelle casse delle universita' entreranno molte risorse in meno. Il sistema italiano, poi, e' afflitto dal problema dell'etica, per cui quasi mai sono i migliori a vincere i concorsi. La "valutazione comparativa" non solo e' scarsamente applicata, ma a volte smaccatamente e spudoratamente calpestata. Non sono rari i casi di ordinari che sono diventati tali a prescindere dalle pubblicazioni (il ministro Brunetta, ordinario, ha dichiarato di essere un premio Nobel dell'economia mancato.... su Web of Science ha 3 pubblicazioni.... Tremonti manco una...). Il problema dell'etica e' decisamente primario (stendiamo un velo pietoso sulla qualita' dei dirigenti politici..). Negli scorsi anni i docenti universitari (non tutti) hanno, purtroppo, seguito l'esempio dei politici, pensando unicamente agli interessi personali a berve termine, con il risultato della moltiplicazione del numero di corsi di laurea e del numero degli ordinari, proprio con la logica del rafforzamento del proprio settore scientifico-disciplinare.

Le riduzioni del FFO sono notevoli. Per esempio, a Torino ci saranno 48 milioni di euro (M) in meno rispetto al 2009. Ed il 2009 e' stato gia' una mezza tragedia. A fronte di un FFO attuale di circa 250 M, il bilancio di 800 M ci dice che molte risorse arrivano dall'esterno (fondi di ricerca europei e contratti vari). Si restituisce allo stato 220 M (fra IVA e IRPEF), indicando che e' praticamente gia' a costo zero... Ma il vincolo sull'ammontare dei salari (90%) e' sul FFO (credo). L'ulteriore tagli e' significativo. Sarebbe stato molto piu' lungimirante, secondo il mio modesto parere, ridurre il numero delle universita' italiane che a tutt'oggi sono grossomodo 95 (mentre sono cresciute e di parecchio negli ultimi anni!), contando anche le "telematiche" e le private. Non sono contro le private, a patto che queste non usufruiscano dei contributi statali, cosa che ad oggi mi risulta succede, e che quindi riducono la fetta di finanziamento a disposizione di quelle pubbliche...

Al momento il rettore di Torino ha proposto un piano ambizioso di mantenimento dell'organico basato solo su presunti fondi extra che potrebbero arrivare dallo stato specificatamente per le universita' virtuose (Torino e' in cima alla lista di queste). Ammesso che Torino ci riesca, cosa della quale dubito fortemente, a causa della continua erosione dei fondi a disposizione, non vedo come le altre universita' italiane possano sostenere un passaggio in massa dei ricercatori alla seconda fascia.

Oltretutto, gli ordinari fra 70 e 72 anni, che dovevano andare forzatamente in pensione quest'anno, hanno vinto un ricorso nazionale per cui sono stati riimmessi in ruolo, con un aggravio ulteriore sulle casse universitarie.

Insomma, non vedo bene la situazione finanziaria italiana in genere, meno che mai quella universitaria....

Forse andro' fuori tema Gelmini, ma e' per dare un'idea delle condizioni al contorno che spesso rendono inapplicabili certe criteri che in altri paesi funzionano bene. Il problema dell'etica rimane, a  mio giudizio, fondamentale. Condivido il commento che la didattica va a traino della ricerca, solo che la ricerca in Italia non e' sostenuta e valutata come si dovrebbe. Manca totalmente un controllo a posteriori. I finanziamenti delle ricerca sono erogati (spesso) senza una vera valutazione del progetto, e paticamente sempre senza un controllo a posteriori della qualita' della ricerca fatta. Guarda caso sono sempre i soliti (alcuni assolutamente meritevoli) a prendere i finanziamenti, e non c'e' spazio per altri.

Per concludere, vedo il DDL Gelmini come una pericolosa deriva verso il federalismo/regionalismo, al quale saranno costrette le universita' strozzate dai tagli finanziari, che potrebbe risultare semplicemente in un maggior controllo locale da parte dei soliti. In qualche caso si potrebbe cadere bene (ottima ricerca), ma in altri si potrebbe cadere dalla classica padella alla classica brace ("boss" locale). Nella peggiore delle ipotesi saranno i politici locali a dettare le regole sulla ricerca.

Per quanto riguarda il ritorno dei "cervelli", sono pessimista. Ci sono stati negli anni scorsi delle posizioni riservate a ricercatori italiani all'estero, ma solo formalmente. Non mi risulta che si siano realizzate molti di questi ritorni. Alcuni, poi, come il direttore dell'istituto di tecnologia di Genova di recente isituzione, rientrato dagli USA dove dirigeva fior fiori di laboratori biologici, e' stato licenziato perche' non in linea con le posizioni politiche (insomma, i politici volevano decidere chi assumenre).

Scusate se sono stato prolisso...

Per concludere, vedo il DDL Gelmini come una pericolosa deriva verso il federalismo/regionalismo, al quale saranno costrette le universita' strozzate dai tagli finanziari, che potrebbe risultare semplicemente in un maggior controllo locale da parte dei soliti. In qualche caso si potrebbe cadere bene (ottima ricerca), ma in altri si potrebbe cadere dalla classica padella alla classica brace ("boss" locale). Nella peggiore delle ipotesi saranno i politici locali a dettare le regole sulla ricerca.

Questa e' una caratteristica intrinseca del federalismo, ma la soluzione e' semplice: andare a lavorare in un'altra universita' meglio gestita. E' piu' facile di quanto non sia espatriare per sfuggire a una malamministrazione uniforme su scala nazionale.

Si, ma il federalismo USA ha un senso. Gli Stati sono grossi quanto l'intera Italia... Inoltre, gli stipendi sono gli stessi in tutta Italia, e la costituzione non prevede che possa essere altrimenti. E andare a toccare la costituzione in questo periodo non mi sembrano fra le idee piu' felici...., difficilmente attuabile, considerando le lotte interne (Fini-Berlusconi) e l'opposizione che ha deciso praticamente di fare harakiri....

Quanto alla mobilita'... magari!!!! Ma lo stesso bilancio delle universita' fa si' che un passaggio di carriera, se interno alla stessa universita' sia gia' economicamente complicato, ma che diventi economicamente molto poco sostenibile se avviene fra universita' diverse (costa molto meno il delta piu' che un nuovo dipendente). Senza contare che la mobilita' del lavoro in Italia e' molto piu' difficile che negli USA.

Secondo me, saro' ripetitivo, il problema morale ed etico e' prioritario a tutti gli alti livelli della societa'. Senza tener conto di questo si rischia che qualunque buon intento vada alla malora prima ancora di nascere.

Inoltre, gli stipendi sono gli stessi in tutta Italia, e la costituzione non prevede che possa essere altrimenti.

Sei sicuro di questo? L'omogeneità di trattamento dei dipendenti pubblici è pratica consolidata ma non credo che la Costituzione proibisca, ad esempio, che una regione paghi i propri dipendenti più di quanto previsto dal contratto nazionale (in ambito universitario, non fa già qualcosa del genere il Trentino?). A quel punto basta tenere bassi gli stipendi previsti dalla contrattazione nazionale e aumentare la parte decisa a livello locale. Non dico che sia politicamente facile, ma non mi pare incostituzionale.

Beh, ci sono molti modi per aggirare la costituzione. L'articolo 33, per esempio, cita

"L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.

La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.

Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato."

Eppure le scuole private gia' ottengono finanziamenti pubblici sotto forma di sussidi alle famiglie...per cui tutto e' possibile, basta volerlo politicamente... Quanto al rendere disomogenei gli stipendi, e' un'opzione da considerare, certamente, e costituisce un bell'incentivo. Gia' mi vedo, pero', l'universita' del "birillo verde" dove tutti saranno giudicati dei formidabili professionisti ed ovviamente avranno il massimo dello stipendio possibile.... Qui lo stato (ma per la regione valgono le stesse considerazioni, solo che sara' piu' facile la manipolazione locale) e' considerato una mucca da mungere, non una risorsa che genera benessere se ben coltivata...

Tempo fa leggevo un commento dell'autorevole Prof. Ernesto Carafoli sulla valutazione della ricerca in Italia, che in maniera provocatoria scrive: Valutazione della ricerca? No, grazie ... temo cose analoghe...

Aggiungo un punto di riflessione sulle proposte del Governo in materia Universitaria. Da una parte si tagliano i fondi alle università pubbliche, dall'altra si annuncia (lo scopro casualmente) che vi sarà una nuova Università del pensiero Liberale che sarà aperta a Villa Gernetto, la villa settecentesca acquistata dal premier.

Notizia apparsa sul Sole24ore col titolo "Berlusconi: Putin sarà il primo docente all'Università del pensiero liberale". Stento a crederci...

Questa è la ragione per cui non mi piace definirmi liberale. In Italia il termine è privo di significato. Suppongo che dopo Putin faranno parlare qualche rappresentanza, antica o moderna, dei repubblichini.

In Italia molti termini sono privi di significato, o, meglio, gli si attribuisce un significato diverso a seconda di chi parla e a seconda delle convenienze del momento....salvo poi smentire tutto poche ore dopo...

In questo appello, si sostiene ancora una volta che "senza un solido collegamento con la ricerca, una buona didattica è impossibile".

Posto che questa affermazione non è sicuramente condivisa da ameriKani, inglesi, e molti altri (quasi tutti) visto che hanno un sistema d'istruzione superiore parecchio diversificato, colgo l'occasione per ribadire, a chi fosse interessato (non agli appelli, di natura senz'altro politica), che il consenso del dibattito politico internazionale quale risulta dallo stato dell'arte della ricerca non supporta l'affermazione di cui sopra. Certo, forse ci vorrebbe "un solido collegamento con la ricerca" per farlo sapere anche agli italiani, comunque rimane il dubbio su cosa si dovrebbe fare, secondo gli estensori dell'appello, con quei Dipartimenti che risultassero ai loro occhi (informati da qualche CIVR, beninteso), scarsi nella ricerca. Forse chiuderli, immagino. Ministerializzando i dipendenti, come con l'ISAE o l'ISPESL.

RR

Dipende dal tipo di didattica che si vuole fare.... Al liceo non serve la ricerca.

Ma mentre la didattica (universitaria) puo' andare al traino della ricerca, l'opposto non si verifica mai.

In questo appello, si sostiene ancora una volta che "senza un solido collegamento con la ricerca, una buona didattica è impossibile".

Posto che questa affermazione non è sicuramente condivisa da ameriKani, inglesi, e molti altri (quasi tutti)

forse non ti ho capito bene cosa intendi, ma per quanto riguarda UK non sono mica tanto d'accordo: che di fatto ci siano dipartimenti/universita' che siano prevalentemente teaching oriented si, ma come linea di indirizzo c'e' sempre il presupposto che le universita' siano fortemente research oriented, e il funding che prendi o meno in base ai risultati di quello che ora si chiama "Research Excellence Framework" sono fortemente condizionanti (al punto che un dipartimento che non va bene sotto quel profilo puo' essere tranquillamente chiuso, i meno research active mandati in pre-pensionamento, gli altri riassorbiti da altri dipartimenti: ed e' successo).

Sulla politica di finanziamento del settore dell'istruzione superiore britannica dovrei aprire un discorso, ma io, qui sopra, mi riferivo alla seguente posizione - che riporto come ribadita nella recente Inquiry dell'Innovation, Universities, Science and Skills Committee, "Students and Universities".

Daltra parte è proprio questa posizione che permette l'esistenza di un settore diversificato - invece gli Italiani pensano che l'Università sia solo Una.  

 

EVIDENTIAL LINK BETWEEN RESEARCH AND THE QUALITY OF TEACHING

[...]

171. Despite seeking evidence to establish the relationship between research and teaching regularly during the course of the inquiry[326] it was only towards the end when we put the question to John Denham that we received a detailed response. In a supplementary written memorandum DIUS explained:

 

 

172. Having examined the material supplied by DIUS we cannot see that convincing evidence is currently available to prove the assertion that good-quality research is essential for good teaching of undergraduates. In our view, the evidence is at best mixed and there may be different relationships between research and teaching not just across disciplines within institutions and even within departments and that across the sector these relationships may range from mutually supportive to antagonistic. The nature of the relationship is, however, of crucial importance. It highlights a serious and fundamental question about the nature of a "university education", the distribution of excellence and the relative roles of teaching, research and scholarship in supporting student learning, not least in terms of developing students' professional and learning skills. We recommend that the Government commission and publish independent research in this area to inform future policy decisions.

[...]

RR

se ti riferisci a questo, per come la leggo io e' tutta una questione di soldi (che non ci sono): misurare la qualita' dell'insegnamento non e' semplice, e per questo e' difficile trovare una correlazione tra eccellenza nella ricerca ed eccellenza nell'insegnamento, dato che spesso le misure di quest'ultimo si basano sui giudizi degli stessi studenti (e ci sono molti modi per "allisciare" i propri studenti, ad esempio abbassando gli standards).

Ora il fatto e' che il governo labour ha molto spinto per espandere il numero di ragazzi in eta' che andassero all'universita' (target del 50%), ma il problema e' finanziare questa espansione. L'attuale governo conservatore sta indicando che sarebbe buona cosa che le universita' "decentrassero" l'attivita' didattica delegandola a quelli che si chiamano "further education colleges", che invece sono orientati ad insegnamenti molto piu' pratici (incluso, ad esempio, parrucchiere). Per insegnare in questi further education colleges basta la laurea. Ora bisogna vedere come vogliono procedere, ma io gia' mi perplimo al pensiero dei danni che possono fare persone che non sono mai state research active e che insegnano principles all'universita', figuriamoci cosi'...

Io commentavo l'affermazione sul "research-teaching nexus", questo mi interessava - e non questioni di soldi. I soldi entrano nel discorso in quanto, poi, la politica sviluppa le sue azioni, le sue decisioni. Ma, per l'appunto, senza capire i principi, gli intendimenti, gli assunti, non sai come giudicare la politica in questione. 

Se vogliamo riprendere un discorso più ampio sulla situazione in UK, allora diciamo che, indipendentemente dall'espansione della richiesta di istruzione superiore e dall'effettiva politica di sostegno a questo obiettivo, c'è sempre stato un "decentramento" dell'istruzione superiore nei Further Education Colleges (e un loro finanziamento a questo scopo). Nel medesimo report che ho citato si dà conto del fatto che

«There are 90 universities in England, and this figure increases to 133 if other higher education institutions are included.[2] All are autonomous institutions and undertake research and teaching, although the "mission focus" and balance of activities varies. Some institutions concentrate primarily on teaching while others are more research intensive. In addition, 286 of the 387 general and specialist further education colleges in England received direct or indirect funding from the Higher Education Funding Council for England (HEFCE) in 2006 -07.»

Per essere più chiari, i 286 colleges di FE che fanno anche istruzione superiore lo possono fare tramite un "validation agreement" con una delle 133 istituzioni che hanno il potere di dare titoli con valore legale. Di fatto, ne costituiscono una "sede distaccata", come diremmo noi. E il finanziamento che viene loro concesso, per studente, è esattamente lo stesso delle altre (e lo stesso dicasi degli altri Colleges che hanno il potere di conferire titoli con valore legale). Perchè non si dovrebbe finanziare quell'istruzione, se è di qualità sufficientemente garantita e gli studenti la richiedono? Meglio avere tonnellate di disoccupati laureati in Filosofia e Scienze della Comunicazione o avere anche degrees più professionali ma richiesti dal mercato, come "Scienze del Benessere Animale" (peraltro offerto anche nelle Università) o "Scienze Equine"? Questo per richiamare i concetti di base di sistema. Se a te non piace questo tipo di istruzione superiore non posso farci niente: è la norma in UK, e anche nel resto del mondo.

RR

mi spiego meglio:

Io commentavo l'affermazione sul "research-teaching nexus", questo mi interessava - e non questioni di soldi.

il nexus non lo trovano perche' la misurazione e' noisy, e chiamami cinica, ma al di la' della difficolta' oggettiva di trovare una misura affidabile, per qualsiasi governo piu' le cose sono vaghe e piu' si hanno gradi di liberta'... (e la misurazione affidabile diventa una questione di soldi)

Quando scrivi:

 Perchè non si dovrebbe finanziare quell'istruzione, se è di qualità sufficientemente garantita e gli studenti la richiedono?

ecco, il problema e' che secondo me non si puo' garantire la qualita' sufficiente di cui parli. E' un po' come lo scioglipancia di vannamarchiana memoria: pigli la pillola e la pancia sparisce, molto meglio che cambiare alimentazione e molto meno faticoso che fare sport. Pero' che un istituto di further education sia in grado di offrire un prodotto dello stesso livello, che so, dei Cambridge tripos, che ti devo dire, io non lo credo possibile. E a questo proposito la cosa che trovo unfair e' che attuando un programma del genere prendi in giro gli studenti, dicendogli che il programma e' di qualita' equivalente, mentre invece non lo e'.

Se a te non piace questo tipo di istruzione superiore...

E chi l'ha detto? Dico pero' che si tratta di cosa ben diversa da un'impostazione accademica. Ma bene cosi', per soddisfare esigenze ed inclinazioni meno accademiche mi va bene, pero' mi sembra fair che le cose siano chiare, mentre invece l'idea che mi sono fatta e temo nel mio (UK) attuale governo e' che si voglia vendere un prodotto di qualita' ben diversa da quella suggerita dal nome che gli si vuole dare.

 

Io commentavo l'affermazione sul "research-teaching nexus", questo mi interessava - e non questioni di soldi.

A me interessava chiarire il concetto in punta di teoria per le sue influenze sulla politica dell'istruzione, e per mostrare quanto sia fuori luogo affermare il contrario, come fanno gli estensori dell'appello.

 Perchè non si dovrebbe finanziare quell'istruzione, se è di qualità sufficientemente garantita e gli studenti la richiedono?

ecco, il problema e' che secondo me non si puo' garantire la qualita' sufficiente di cui parli.

E invece il ragionamento che si fa è l'opposto: si parte dall'idea che sono utili, interessanti, richiesti diversi tipi di istruzione, e si fa il possibile per garantire un livello di qualità sufficiente a tutti. Non ci interessa stabilire gerarchie "assolute" fra - tanto per dire - Università e colleges. Ci interessa che le diverse cose che fanno le facciano sufficientemente bene, in quanto siano utili e richieste dal mercato (sia del lavoro, sia da parte degli studenti). E, in tal caso, Pantalone è chiamato a pagare, per contribuire al bene pubblico di avere un'istruzione disponibile a tutti (o molti). Ricordo che il watchdog della qualità in UK è la Quality Assurance Agency.

Uso questi esempi per spiegare dei frammenti di politica dell'istruzione, e per mostrare quanto siano distanti dalla realtà delle cose i discorsi che si fanno nel cortile di casa italico - che siano pubblicati sul "Corriere" o sul "Fatto" non mi interessa.

RR

 

 

 

Credo che la migliore testimonianza della possibilità di una ottima istruzione "undergraduate" in istituzioni dove sostanzialmente non si svolge ricerca scientifica sia fornita dai "Liberal Arts Colleges" negli Stati Uniti. Per definire che cosa sia una "ottima istruzione" dobbiamo adottare una scala di valori. In questo caso possiamo scegliere la scala dei valori adottata dal "mercato",  che corrisponde a quanto una famiglia è disposta a pagare per l'istruzione dei propri figli. E infatti molti "Liberal Arts Colleges" competono con successo con le "Top Three" per il reclutamento degli studenti prevedendo tasse di iscrizione altrettanto alte. Nell'interessantissimo studio di J. Karabel delle politiche di ammissione nel secolo scorso di Harvard, Princeton and Yale, Amherst College viene, ad esempio, citato come un serio concorrente di Harvard.  Lo studio è pubblicato on il titolo "The Chosen". J.  Karabel è, mi sembra, professore a Berkeley. Naturalmente potremmo cambiare la scala dei valori, fino ad includere la ricerca scientifica come una parte essenziale di una buona istruzione.

Sì, e comunque ribadisco che, per quello che interessa la politica universitaria italiana, in Europa abbiamo tutti gli strumenti e le "cassette degli attrezzi" per ragionare, discutere, intervenire (anche perchè la liberal education statunitense da noi è concepita più di pertinenza del liceo). Ma prima bisogna comprendere. Ed è quello che si ostinano a non voler fare i commentatori (e i politici) italiani: chiusi nei loro giochetti di potere, palesano solo broccaggine mesta. 

Per tornare al sistema britannico, e alla natura e al valore dei relativi titoli di studio, infine, consiglio la lettura di questo recente position paper di Universities UK, l'equivalente della Conferenza dei Rettori.

RR

Non e' la prima volta che leggo, nei documenti sull'universita' inglese,  un meraviglioso esempio di ipocrisia a fin di bene, come questo "position paper". Altrettanto ipocrita è il cambiamento intervenuto anni fa nel significato dell'acronimo QAA quando da  "Quality Assessment" si è passati a "Quality Assurance". L'Inghilterra ha affrontato la crescita della domanda di istruzione universitaria prevedendo (e potenziando a partire dagli anni sessanta) istituzioni parauniversitarie, denominate Polytechnics o Technical Colleges che offrivano un'istruzione dichiaratamente di serie B, i cui docenti erano fortemente impegnati nella didattica (talvolta con la prescrizione di un orario di presenza) ma cui non era chiesto di svolgere ricerca scientifica. Queste istituzioni non erano autonome ma dipendevano da un National Council of Academic Awards che formalmente conferiva i diplomi di Bachelors. All'inizio degli anni novanta circa la metà dei diplomi era conferito dalle università e l'altra metà proveniva dagli studi nei Polytechnics. Complessivamente raggiungeva il diploma il 16% della popolazione di riferimento. (ora si pensa di rivolgersi al 50% dei diciannovenni)

All'inizio degli anni novanta i Polytechnics sono stati trasformati in autonome università. (Sono rimaste non autonome le istituzioni denominate Colleges of Further Education che hanno carattere professionale, ma sulle quali so poco). Naturalmente l'istruzione nelle vecchie università era molto piu' costosa, in quanto era previsto un minore impegno didattico dei docenti, i quali peraltro erano impegnati nella ricerca scientifica. Per ripristinare (o giustificare) un ragionevole equilibrio nei finanziamenti, furono inventati i Research Assessment Exercises, che subordinavano un maggiore finanziamento (30% circa del totale del finanziamento) alla esistenza di una ragionevole ricerca scientifica. I RAE hanno in massima parte confermato la vecchia divisione tra università e polytechnics, con qualche eccezione (in ambito umanistico) e forse con qualche "downgrading". Il fatto che la distribuzione dei finanziamenti avvenga su scala regionale ( Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) ha evitato il trauma del "downgrading" di storiche università presenti nelle aree depresse (Scozia). Anche se i RAE sono formalmente uguali per tutti, i soldi vengono spartiti prima degli esercizi tra i diversi "Higher Education Funding Council". Naturalmente i RAE hanno avuto anche altri effetti (ritenuti da molti, me incluso, benefici) sull'istruzione universitaria britannica. Ma l'effetto principale è stato quello di ripristinare la differenza, in termini di finanziamento, tra polytechnics e universities. Il sistema, tuttavia, tenta di negare che ci sia un divario di qualità tra l'istruzione che si ottiene nelle "migliori università" e quella che si ottiene nelle università di seconda o terza classe. Mentre giornalisti e pubblico cercano disperatamente di stilare classifiche, ad esempio sulla base dei RAE, le autorità si adoperano perché sia sempre più difficile trasformare i risultati degli RAE (che sono in forma vettoriale) in un punteggio complessivo scalare. Uno degli strumenti è quello di non rilasciare informazioni sul numero dei docenti di un'area soggetta a valutazione presenti in una sede. Senza questa informazione manca lo strumento per "normalizzare" i risultati. Inoltre i RAE non sono amministrati dall'agenzia di valutazione della qualità (Quality Assurance Agency) ma dagli Higher Education Funding Council. Ci troviamo così di fronte ad un complicato esercizio di ipocrisia. Da un lato, come recita, il documento citato sopra, le varie università offrono un'istruzione diversa (in risposta ad un corpo studentesco diverso e a diverse esigenze dei datori di lavoro), ma questa diversità non puo' dar luogo ad una comparazione in termini di qualità. Dall'altro periodicamente le uiversità sono paragonate tra loro in termini di qualità della ricerca scientifica che vi si svolge attraverso gli RAE che hanno un effetto determinante sui finanziamenti, e il cui esito è seguito dalla opinione pubblica e dalle famiglie bene informate anche ai fini di scegliere la sede universitaria migliore per i propri figli. "Empty talk vs hard reality" ho intitolato qualche anno fa un rapportino per il cnvsu che faceva il punto sulla valutazione in GB.  Lo strumento concettuale per questo esercizio di ipocrisia è il concetto di "fit for purpose". Se la "purpose" di un'università è quella di trasformare studenti somari in studenti appartenti ad una razza equina leggermente superiore, allora questa università può essere "fit for purpose" e quindi di ottima qualità se i somari diventano cavalli. Naturalmente un limite apparente è costituito dalle generiche guidelines di area cui fa riferimento il documento citato. Ma fino ad un certo punto. Ho dato, quando mi occupavo di queste cose come membro del cnvsu,  uno sguardo ai contenuti per l'area matematica ed ho trovato indicazioni che possono riferirsi allla piu' piatta "cookbook mathematics" come ad una matematica insegnata ad un alto livello di concettualizzazione. Così apparentemente "calculus" può essere insegnato ad un livello di piatta riproduzione di esercizi standard risolti sulla base di regole imparate a memoria, oppure dar luogo ad una comprensione approfondita e rigorosa dell'analisi. Abbiamo molto da imparare dal sistema inglese. Abbiamo anche noi il problema di una domanda di istruzione universitaria che ha raggiunto il 50% della popolazione di riferimento. Ma non possiamo imitare pedissequamente il sistema inglese perché partiamo da una situazione diversa. (Si veda il mio post sulle università di serie A e di serie B). Dobbiamo anche guardarci da prendere alla lettera i documenti piuttosto ipocriti sulla non paragonabilità della istruzione offerta da diverse università. Infatti dovremmo imparare ad essere un po' ipocriti anche noi, ad esempio offrendo una istruzione più approfondita ad una minoranza dei nostri studenti, che sia disposta, senza apparenti benefici, ad usufruirne, senza peraltro proclamare che sono gli studenti migliori o "eccellenti". I percorsi di approfondimento dovrebbero essere scelti dagli studenti che vogliono imparare di più, non da quelli che vogliono "avere un titolo in piu'". Dovremmo poi tollerare "lauree facili" (di primo livello) per studenti che non sarebbero in grado (se non con anni di inutile sforzo mnemonico) di ottenere una laurea difficile. A questo proposito il mito del valore legale del titolo di studio non dovrebbe essere preso sul serio. Ai titoli di studio si attribuisce già valore diverso, a seconda della disciplina (tutti sanno che una laurea in ingegneria è più difficile di una laurea in economia) e dell'età in cui si consegue. Tanto vale abituarsi a conferire lauree di serie A e lauree di serie B, diversificate solo sulla base del curriculum,  da parte delle stesse istituzioni. La diversificazione dell'offerta didattica in presenza di una domanda molto diversificata è assolutamente necessaria. Nelle nostre condizioni questa diversificazione non puo' che avvenire all'interno delle nostre istituzioni. Per questo ci vuole una buona dose di ipocrisia. Dobbiamo dire, come fanno gli inglesi, che stiamo offrendo lauree diverse nella stessa disciplina perché sono diverse le esigenze degli studenti e dei datori di lavoro, ma dobbiamo ipocritamente insistere che questa diversità non si traduce in un paragone in termini di qualità.

Non e' la prima volta che leggo, nei documenti sull'universita' inglese, un meraviglioso esempio di ipocrisia a fin di bene, come questo "position paper".

Si tratta della posizione ufficiale di quel Paese, non è ipocrisia. E' il funzionamento di quel sistema. Peraltro analogo a quelli di tutti gli altri paesi, tranne l'Italia e la Spagna, i quali dicono invece di avere "l'Università", non l'"istruzione superiore". Come se la scuola secondaria fosse solo "il Liceo", e non anche l'Istituto Tecnico o Professionale (a dire il vero ci provò la Moratti, ma l'operazione non fu portata a termine, non senza - comunque - aver causato degli ingenti danni, che paghiamo e pagheremo caro).

Altrettanto ipocrita è il cambiamento intervenuto anni fa nel significato dell'acronimo QAA quando da "Quality Assessment" si è passati a "Quality Assurance".

E' il concetto più corretto per il modus operandi del sistema, quale risulta da anni di pratiche e dibattiti approfonditi, che per questo filone si possono ricondurre al periodo 1985-2000. Quality Assessment è sbagliato, perchè implicherebbe che esistono dei criteri o canoni nazionali con i quali valutare la didattica di tutte le Università e Colleges del Regno, e che codesto organismo operi effettivamente questo giudizio. Il che non è vero, perchè al termine del processo di indagine condotto dall'Agenzia, viene solo dato un giudizio di "confidence", "limited confidence" o "no confidence" nella capacità della istituzione stessa di mantenere la qualità e gli standard accademici che ci si attende da essa, anche con riferimento all'"Infrastruttura Accademica" messa a punto dall'Agenzia, ma tenendo conto della propria missione. E' invece il complessivo lavoro e scrutinio condotto sia dall'Agenzia che dall'istituzione su sè stessa che sostiene il funzionamento dell"assurance", cioè delle garanzia pubblica di attendibilità e solidità dell'operato di Università e Colleges.

L'Inghilterra ha affrontato la crescita della domanda di istruzione universitaria prevedendo (e potenziando a partire dagli anni sessanta) istituzioni parauniversitarie, denominate Polytechnics o Technical Colleges che offrivano un'istruzione dichiaratamente di serie B,

Noi non sappiamo cosa voglia dire Serie A o B con riferimento ai diversi tipi di istruzione - e segnatamente nel contesto di una politica pubblica. Come se dicessimo che il Liceo è la Serie A, e l'Istituto Tecnico è la Serie B. Sono diversi tipi di istruzione per diverse finalità, diverse esigenze e diverso pubblico di riferimento.

All'inizio degli anni novanta i Polytechnics sono stati trasformati in autonome università. (Sono rimaste non autonome le istituzioni denominate Colleges of Further Education che hanno carattere professionale, ma sulle quali so poco).

I Polytecnics hanno ricevuto un'autonoma facoltà di rilasciare titoli di studio di istruzione superiore con valore legale (e.g. anche dei baccellierati) - la denominazione di Università si acquisisce col possesso di ulteriori requisiti rieptto al mero Degree Awarding Power, ma non cambia la sostanza.

La Further Education è tutta quanta l'istruzione secondaria dopo la scuola dell'obbligo, che termina a 16 anni. Una buona parte di questa istruzione è fornita nelle stesse scuole secondarie, un'altra in Colleges distinti.

Tuttavia molti di questi Colleges di Further Education (286 su 387 in Inghilterra, secondo il rapporto che avevo citato più sopra), erogano anche qualche corso di istruzione superiore - che conduce ad un titolo di studio del tutto analogo a quelli di Università e Colleges con un proprio Degree Awarding Power. Questo è possibile tramite un "validation agreement" con una di quelle 133 istituzioni, che ne garantisce gli standard "accademici". Di fatto, ne costituiscono una "sede distaccata", come diremmo noi. E il finanziamento che viene loro concesso, per studente, è esattamente lo stesso di Università e Colleges che hanno il potere di conferire titoli con valore legale, segno dell'uguale stima che la società assegna, in media, a questi titoli. I Marcegaglia e i Montezemolo inglesi, insomma, vogliono anche queste persone, non solo quei laureati di Oxbridge che saranno anche smart, ma non sono tutto quello serve al Paese.

Naturalmente l'istruzione nelle vecchie università era molto piu' costosa, in quanto era previsto un minore impegno didattico dei docenti, i quali peraltro erano impegnati nella ricerca scientifica. Per ripristinare (o giustificare) un ragionevole equilibrio nei finanziamenti, furono inventati i Research Assessment Exercises, che subordinavano un maggiore finanziamento (30% circa del totale del finanziamento) alla esistenza di una ragionevole ricerca scientifica. I RAE hanno in massima parte confermato la vecchia divisione tra università e polytechnics, con qualche eccezione (in ambito umanistico) e forse con qualche "downgrading".

La quota per studente per l'attività [istruzione] è la stessa dappertutto (dipende solo dalla Facoltà) ma ovviamente i Colleges non mantegono laboratori e biblioteche al livello necessario per la ricerca scientifica di punta. Quindi il RAE ha l'effetto di garantire un potenziale di ricerca strutturalmente competitivo ad un numero inferiore di istituzioni, in modo differenziato. Poi queste istituzioni incamereranno anche numerose sovvenzioni (grant) per il finanziamento a progetti di ricerca presentati e condotti dal proprio personale.

Il fatto che la distribuzione dei finanziamenti avvenga su scala regionale ( Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) ha evitato il trauma del "downgrading" di storiche università presenti nelle aree depresse (Scozia). Anche se i RAE sono formalmente uguali per tutti, i soldi vengono spartiti prima degli esercizi tra i diversi "Higher Education Funding Council".

Federalismo educativo, che rappresenta nè più nè meno il fatto che l'istruzione è vista sempre come legata anche localmente a territori e popoli.

Naturalmente i RAE hanno avuto anche altri effetti (ritenuti da molti, me incluso, benefici) sull'istruzione universitaria britannica. Ma l'effetto principale è stato quello di ripristinare la differenza, in termini di finanziamento, tra polytechnics e universities. Il sistema, tuttavia, tenta di negare che ci sia un divario di qualità tra l'istruzione che si ottiene nelle "migliori università" e quella che si ottiene nelle università di seconda o terza classe.

Boh, non esiste seconda o terza classe, perchè i titoli di studio hanno lo stesso valore legale. L'istruzione sarà diversa, gli individui saranno diversi, certamente vi sarà più probabilità di trovare laureati con certe caratteristiche cognitive e culturali se questi hanno frequentato certi corsi e non altri, ma alla fine della fiera quello che interessa è sempre la persona, l'individuo, e questa si giudica da un complesso di fattori, non riconducibili deterministicamente all'istituzione frequentata. In particolare conta il voto, visto come una "classificazione del titolo di studio" che ha valore legale e sostanziale per numerose opportunità di lavoro successivo. Uno studente sa che se prende First o Upper Second avrà certe possibilità, mentre se otterrà Lower Second o Third ne avrà di inferiori. Questa è la vera "classificazione" radicata nelle menti, e quindi nei comportamenti, di studenti, docenti, e datori di lavoro.

Mentre giornalisti e pubblico cercano disperatamente di stilare classifiche, ad esempio sulla base dei RAE,

Che campino pure tutti 'sti cavalli, che vendano pure le loro copie. Ma ci si dovrebbe impiccare sopra su quei numeretti? E poi ho riportato più sopra che una cosa è la ricerca, una cosa è l'istruzione. Gli anglosassoni sono molto analitici, riduzionisti, non ne voglion sentir parlare dei pastrocchi concettuali che fanno giù nel continente.

le autorità si adoperano perché sia sempre più difficile trasformare i risultati degli RAE (che sono in forma vettoriale) in un punteggio complessivo scalare. Uno degli strumenti è quello di non rilasciare informazioni sul numero dei docenti di un'area soggetta a valutazione presenti in una sede. Senza questa informazione manca lo strumento per "normalizzare" i risultati.

Uhm, penso di sì, che sia possibile. E poi la distribuzione di qualità è un indicatore già normalizzato.

Inoltre i RAE non sono amministrati dall'agenzia di valutazione della qualità (Quality Assurance Agency) ma dagli Higher Education Funding Council. Ci troviamo così di fronte ad un complicato esercizio di ipocrisia.

No, è solo che stiamo parlando di cose diverse. Funzioni diverse e scopi diversi. E poi ho riportato più sopra che una cosa è la ricerca, una cosa è l'istruzione. Gli anglosassoni sono molto analitici, riduzionisti, non ne voglion sentir parlare dei pastrocchi concettuali che fanno giù nel continente.

E poi il RAE è un metodo usato per calcolare la divisione dei soldi, il lavoro della QAA no. Riguarda gli standard e la qualità accademica.

Da un lato, come recita, il documento citato sopra, le varie università offrono un'istruzione diversa (in risposta ad un corpo studentesco diverso e a diverse esigenze dei datori di lavoro), ma questa diversità non puo' dar luogo ad una comparazione in termini di qualità. Dall'altro periodicamente le uiversità sono paragonate tra loro in termini di qualità della ricerca scientifica che vi si svolge attraverso gli RAE che hanno un effetto determinante sui finanziamenti, e il cui esito è seguito dalla opinione pubblica e dalle famiglie bene informate anche ai fini di scegliere la sede universitaria migliore per i propri figli.

Scegliere una sede universitaria non è così straightforward, ci sono diversi elementi che concorrono al giudizio.

"Empty talk vs hard reality" ho intitolato qualche anno fa un rapportino per il cnvsu che faceva il punto sulla valutazione in GB. Lo strumento concettuale per questo esercizio di ipocrisia è il concetto di "fit for purpose".

Il sistema non accetta una uniformità di scopi, come in Italia. Vuole diversi tipi di istruzione per diverse esigenze per diversi interessi e diverse tipologie di studenti. Non è incardinato sugli interessi dei docenti, che in Italia proclamano l'Unicità dello Scopo dell'Università per essere considerati un unico tipo di Funzionario Statale, senza differenze di doveri e diritti, e quindi avere una unica tabella retributiva da difendere in modo corporativo.

Dobbiamo anche guardarci da prendere alla lettera i documenti piuttosto ipocriti sulla non paragonabilità della istruzione offerta da diverse università.

In realtà esistono dei giudizi di questo tipo, ma sono quelli dati dagli studenti.

Con tutto il rispetto e l'interesse per questi giudizi (e per la doverosità della loro somministrazione), non ci si può fondare sopra un paragone "ufficiale".

A meno che Lei non voglia istituire una peer review delle lezioni dei colleghi fatta da referee che girano come trottole fra una lezione e l'altra (cosa mai fatta da alcuno), la lezione rimane un oggetto da giudicare in loco sulla base del confronto informale di svariate informazioni, e che una sapiente leadership istituzionale metterà in opera, soprattutto se non sarà soggetta al ricatto di elezioni per ogni tipo di carica accademica. Ma è cosa ben diversa dalle "classifiche".

RR

 

 

Credevo di aver chiarito nel mio commento che penso che l'ipocrisia inglese sia  "a fin di bene", e che  auspico che sia introdotta un po' di ipocrisia dello stesso tipo anche nel sistema italiano. Certamente non è mai opportuno parlare di università di serie A e di serie B, e nemmeno di docenti di serie A e docenti di serie B. Basta che i docenti meno attivi nella ricerca abbiano compiti didattici più onerosi. Questa è la diversificazione che suggerirei in Italia, perché reputo troppo complicato e costoso perseguire una diversificazione tra le sedi universitarie. Naturalmente è assolutamente proibito parlare di studenti (e laureati) di serie A e di serie B, ma ci dovrà pur essere una minoranza dei laureati in ingegneria in grado di leggere un testo scientifico di fisica o matematica applicata. Per formare questa minoranza bisognerà consentire ad alcuni studenti di ingegneria di seguire insegnamenti seri di matematica fin dai primi anni. Ingegneria è uno degli esempi possibili, ma la stessa necessità di diversificare l'offerta didattica si manifesta, in misura maggiore o minore, in tutte le discipline. A proposito di un commento al commento di Renzino, vorrei ripetere che non apprezzo gli argomenti "ad hominem".

Non vedo perchè non sia possibile parlare di università, docenti e studenti di serie A, B, C...Z. Non mi piace l'ipocrisia - neppur a fin di bene. Anzi, ritengo la differenziazione esplicita fra università una pre-condizione indispensabile per avere un sistema universitario decente (non dico ottimo - solo decente)

ritengo la differenziazione esplicita fra università una pre-condizione indispensabile per avere un sistema universitario decente (non dico ottimo - solo decente)

Che tipo di "differenziazione"? Una possibile differenziasione è basata sul livello di preparazione iniziale o capacità degli studenti che si iscrivono. Credo che in Italia una tale differenziazione già esista ma, prevalentemente per corso di laurea e non per sede universitaria: ad esempio è molto probabile che gli studenti di fisica di Lecce o di Catania siano migliori degli studenti di economia della LUISS (che pur prevede un esame di ammissione). C'è una fortissima autoselezione degli studenti legata al corso di laurea. Ho visto (ma non ho qui disponibile) dati sulla distribuzione degli immatricolati per voto di maturità e per corso di laurea che confermano fortemente questo tipo di diversificazione. E'  esperienza comune dei docenti che insegnano in diversi corsi di laurea (ad esempio economisti e giuristi che insegnano anche nei corsi di laurea di ingegneria gestionale, dove trovano studenti di gran lunga migliori, oppure docenti di inglese che insegnano a tutti gli studenti della facoltà di scienze e trovano che i migliori studenti sono quelli di matematica e di fisica ed i peggiori quelli di scienze naturali). Un'altra possibile differenziazione è basata sulla qualità della ricerca dei docenti nelle diverse aree. Anche qui si parte da una forte variabilità all'interno delle diverse sedi, ma dalla presenza di ricerca buona o eccellente in tutte le grandi e medie sedi universitarie, come testimoniato dalla valutazione vtr03 condotta qualche anno fa dal CIVR. Una analisi più completa riferita all'area della ingegneria industriale dei risultati VTR03 e di altri indicatori di "eccellenza" è stata fatta nel mio post intitolato (se non ricodo male ) "Universita' di serie A e di serie B?" Credo di aver efficacemente sostenuto che una tale diversificazione è costosissima, se non impossibile, per l'ingegneria.A me sembra ovvio che una diversificazione sia necessaria, anzi che la diversificazione già esiste ed è necessario razionalizzarla. Se la domanda di istruzione proviene dal 50% dei diciannovenni, non si puo' pensare che tutti debbano (o possano) usufruire dello stesso tipo e livello di approfondimento, di istruzione universitaria. Se il numero dei docenti universitari è dell'ordine di 60.000 non sarà possibile che tutti siano, nelle loro aree, al livello dei docenti dei primi 20 dipartimenti negli SU. Mi sembra però che la diversificazione (o meglio una sua razionalizzazione) possa avvenire senza troppi traumi e costi, all'interno delle singole sedi, partendo cioè dalla situazione attuale. Per quanto riguarda il livello (o, purtroppo, il volume) dell'attività scientifica dei docenti, dobbiamo pensare che in una università che dovrebbe svolgere i compiti di UCLA come di Long Beach State University, debbano coesistere docenti mpegnati nella ricerca scientifica a livello dei docenti di UCLA e docenti impegnati nella ricerca al livello dei docenti di Long Beach State University. Come distinguerli? Il modo più semplice e produttivo di risparmi, e meno costoso, in termini di autostima e rispetto dei docent,  è quello di diversificare i compiti didattici piuttosto che lo "status" o lo stipendio. Questo consente anche ai docenti anziani di scivolare gradatamente nei compiti per i quali la esperienza è più importante dalla creatività, accettando compiti didattici più onerosi. L'alternativa è che gli anziani siano incentivati a sfruttare i giovani, in cambio di protezione per la carriera, come purtroppo succede ampiamente, cio' che rende inaffidabile in quasi tutte le discipline sperimentali la valutazione della ricerca scientifica degli ultrasessantenni. Dovremmo poi imparare che il nostro compito riguarda anche studenti che non sarebbero mai ammessi a UCLA e che sarebbero invece ammessi a Long Beach State University, e magari anche quelli che potrebbero entrare solo in un "Community College",  ma che non possiamo trascurare la minoranza di studenti che sono in grado fin dai primi anni di affrontare studi più approfonditi.

Se vogliamo muoverci in questa direzione non ha senso proclamare che i docenti che accettano di insegnare dodici ore settimanali sono di serie B o di seconda classe, e che gli studenti pronti ad affrontare un vero insegnamento di analisi matematica (e non solo un insegnamento di Calculus o preCalculus) fin dal primo anno, sono di serie A. Questi proclami sono inutili e potenzialmente dannosi. E' per questo che io auspico una certa dose di ipocrisia. La stessa dose che si usa normalmente nelle relazioni sociali, quando incontrando dopo diversi anni un amico non gli si dice: "come sei invecchiato!". Così non c'è nessuna ragione di proclamare che un anziano professore che insegna dodici ore la settimana è di seconda classe rispetto al giovane cui è concesso di insegnare solo tre ore, perché impegnato in "ricerche di altissimo livello". Il vecchio professore, potrà sempre ritenere in cuor suo che i risultati del suo collega più giovane siano scritti nell'acqua e che il privilegio di insegnare poco finisca per essere controproducente anche per la ricerca.

La diversificazione comunque è già nei fatti. Si puo' cercare di razionalizzarla, credo invece che non sia utile "esplicitarla", o meglio credo che sia già abbastanza esplicita, e che non sia utile ufficializzarla, ad esempio attraverso decreti ministeriali. Quando valutazioni scientifiche si tramutano in decreti (ad esemio i decreti sui centri di eccellenza) è difficile che non intervengano poteri e valutazioni estranei alla scienza. L'ansia di riconoscimento che pervade i professori (italiani e non) dovrebbe avere un limite quando il riconoscimento non proviene dalla propria comunità scientifica, ma da qualche organismo burocratico.

un meraviglioso esempio di ipocrisia...

sono molto d'accordo, purtroppo e' cosi'.

E Renzino, mi chiedo da dove ti venga la certezza che

In particolare conta il voto, visto come una "classificazione del titolo di studio" che ha valore legale e sostanziale per numerose opportunità di lavoro successivo. Uno studente sa che se prende First o Upper Second avrà certe possibilità, mentre se otterrà Lower Second o Third ne avrà di inferiori. Questa è la vera "classificazione" radicata nelle menti, e quindi nei comportamenti, di studenti, docenti, e datori di lavoro

e sulla base di cosa dici che

Questa è la vera "classificazione" radicata nelle menti, e quindi nei comportamenti, di studenti, docenti, e datori di lavoro

semplicemente, la pratica delle cose non e' cosi', e le opportunita' per uno studente con un 2.1 da oxbridge sono molte di piu' e molto migliori che per un 2.1 da un'istituzione diciamo di serie B tanto per non fare nomi. D'atronde, se cosi' non fosse sarebbe difficile spiegare quel good in "good 2.1 degree" (incidentalmente, questo e' un esempio un po' maldestro, perche' qui leggere tra le righe e' un'arte). Non troverai mai un riferimento esplicito alle correnti pratiche in alcun documento, ma stimo che sia sufficiente partecipare anche ad un solo graduate committee o ad un exam meeting in una qualsiasi universita' per avere una prospettiva molto diversa.

stimo che sia sufficiente partecipare anche ad un solo graduate committee o ad un exam meeting in una qualsiasi università per avere una prospettiva molto diversa.

Parole sante, sora Paola.

Ma il Renzino, che vole, a quei committees ch'avrebbe voluto tanto parteciparci, ma chissà perché nun c'è riuscito mai ...

Il che non gl'impedisce de parlà a ruota libera de cose che nun conosce ...

un meraviglioso esempio di ipocrisia...

sono molto d'accordo, purtroppo e' cosi'.

Qui si sta cercando di spiegare un certo sistema di istruzione, e la corrispettiva politica. Io mi muovo su questo terreno, poi voi fate tutte le invettive che volete, ma non aiuta.

E ora torniamo al merito.

 

La classificazione dei titoli di studio di baccellierato è un sistema in uso da 200 anni, come spiega il Rapporto Burgess, che recentemente ha rivisitato a fondo la questione proprio per metterne in luce le deficienze e proporre dei miglioramenti. MA le deficienze non sono del tipo di quelle che vorreste evidenziare con i vostri frizzi e lazzi, bensì sono quelle che ho già avuto modo di trattare altre volte su nFA parlando dei titoli di studio: in sostanza una semplificazione eccessiva, che oscura il contenuto degli apprendimenti e del complessivo percorso formativo, quale potrebbe risultare, invece, da una più dettagliata descrizione, come quella che noi Europei proponiamo con il Diploma Supplement.

 E Renzino, mi chiedo da dove ti venga la certezza che

In particolare conta il voto, visto come una "classificazione del titolo di studio" che ha valore legale e sostanziale per numerose opportunità di lavoro successivo. Uno studente sa che se prende First o Upper Second avrà certe possibilità, mentre se otterrà Lower Second o Third ne avrà di inferiori. Questa è la vera "classificazione" radicata nelle menti, e quindi nei comportamenti, di studenti, docenti, e datori di lavoro

e sulla base di cosa dici che

Questa è la vera "classificazione" radicata nelle menti, e quindi nei comportamenti, di studenti, docenti, e datori di lavoro

Il "comune sentire" dei britannici su tale classificazione e sul suo uso è ben riassunto da alcuni paragrafi del menzionato Rapporto, che qui riporto

30. Changes to the labour market have resulted in a degree increasingly becoming a minimum expectation for a wider range of occupations. Although there are questions about the predictive value of the degree classification attained once graduates enter employment, many employers sift initially on the basis of the degree classification. Research we considered showed that more than half the employers in the sample were satisfied with the current system of degree classification commenting that the system is “widely understood and trusted” (University of Sussex School of Education 2006, p20)23. Research also found some employers who do not sift by degree category – both for wider business reasons and often also in the interests of ensuring equal opportunities, because attracting a wider range of applications can help ensure employees represent a more diverse base24.

e ancora, poco più sotto

The ‘essential 2(i)’ 34. These employer practices, described above, combined with the expansion of higher education, and an increasingly competitive environment caused by the increase in graduate numbers, has also resulted in student perceptions that they need “the essential 2(i)” to be even considered by employers30. Attaining at least an Upper Second, therefore, has for many students become the focus of the exercise – evidenced by the increasing number of appeals by borderline cases and supported by the Career Services Unit’s well-established, longitudinal survey research into the hopes of final-year students and experiences of new graduates31.

[...]

Spero che questo breve riassunto sia sufficiente per mostrare la questione di fatto. Sempre che anche a voi interessino i fatti.

Poi volevo dire anche due parole sugli Ordini Professionali, o per meglio dire, sui Professional, Statutory and Regulatory Bodies (PSRB). Non sono un esperto, non mi picco di sapere chissachè, ma il punto sta nel concetto generale della validità dei titoli di studio, e qui allora mi basta prendere un esempio a caso, l'Avvocatura. Insomma basta leggere.

Suli requisiti per entrare in un Master: e basta farsi un giro sui vari siti e si scopre che anche lì la classificazione del titolo conta. Vuoi la London School of Economics? Per alcuni sono anche più severi. Poi mi scrivi: che vuol dire "good" in "good 2.1 degree"? Vuol dire, a livello di requisiti, quello che c'è scritto qualche riga sotto. Quindi fai uno scroll della pagina e leggi.

E però ti dico anche: guarda che io non ho mai detto che codesto "valore legale" significhi l'uguaglianza dei titoli, io sono sempre rimasto nel solco della polemica anti-Einaudiana dalla parte di chi vuole comprendere e far comprendere cosa sia un titolo di studio, non certo assumere le stesse costruzioni da fantoccio di paglia tratteggiate dai polemisti, contro le quali è facile e anche comodo lanciare pallate...

RR

 

 

 voi fate tutte le invettive che volete, ma non aiuta.

Spero che questo breve riassunto sia sufficiente per mostrare la questione di fatto. Sempre che anche a voi interessino i fatti....

MA le deficienze non sono del tipo di quelle che vorreste evidenziare con i vostri frizzi e lazzi

dunque, mi produrrei in invettive, lazzi e frizzi, e non fatti?

vabbe, buonanotte...

 

 

La ricerca sul nesso fra ricerca e insegnamento per il momento e' poco conclusiva.

Nell’ attesa dei risultati, faccio prima una considerazione generale: successo nella ricerca implica che il ricercatore passa un test piu’ stringente (quello degli altri ricercatori) di quello che passano gli insegnanti (quello degli studenti). Quindi sulla qualita’ della conoscenza di chi fa ricerca e di chi non la fa io non ho dubbi. In media, naturalmente.

E’ vero che chi fa ricerca ha anche meno tempo per prepararsi, ma ne ha anche meno bisogno, perche’ gli strumenti piu’ elementari necessari per insegnare li deve avere pronti ogni giorno nella attivita’ di ricerca.

C’e’ poi una distinzione fondamentale, che e’ quella del livello di cui si parla. Direi che fino al livello undergraduate (diciamo della laurea 3 in Italia) ci posso ancora essere dubbi, perche’ il materiale che si insegna e’ cosi’ consolidato che le differenze di conoscenza possono essere compensate dall’esperienza e dalla dedizione di chi insegna come attivita’ principale. A livelli superiori (la laurea di cinque anni, o i corsi di dottorato) non vedo come ci possano esser dubbi. A questo livello bisogna sapere non solo cosa si fa al momento, ma anche cosa si fara’ nei prossimi anni. Qui chi non fa ricerca puo’ essere oltre che inutile dannoso. E infatti, mentre ci sono anche negli USA ottimi colleges per undergraduate che fanno solo insegnamento (e li menzioniamo nel post), non ci sono istituzioni che fanno insegnamento di dottorato e non fanno ricerca.

Conclusione: per la vera instruzione superiore, ricerca avanzata, a livello internazionale, e’ una condizione necessaria.

Approfitto del post precedente che riprende il discorso Gelmini, per sottolineare come piu' volte qui su nFA si sia ribadito che uno stato che rende retroattive certe leggi non rappresenta uno stato di cui ci si puo' fidare. Si era discusso sullo scudo fiscale che ha fatto rientrare capitali "poco puliti" dall'estero, e che non e' corretto tassare ORA quei capitali che sarebbe stato logico tassare PRIMA.

Invece, il DDL Gelmini sembra che contenga una norma non chiarissima, ma che si presta ad interpretazioni negative. L'art. 9 c. 4 fissa un tetto retroattivo per gli incrementi stipendiali conseguiti nel biennio 2008-2009, stabilendo che non si possa aver superato il 3,2 %, per effetto dei "rinnovi contrattuali del personale dipendente dalle PA" ... e dei "miglioramenti economici del rimanente personale in regime di diritto pubblico".

Mi pare che rendere retroattiva questa norma su accordi e contratti già conclusi, sia illogico e soggetto a ricorsi. Soprattutto se gli aumenti sono stati stabili per legge.

Forse ne avete già parlato, nel qual caso me ne scuso, ma vorrei richiamare la vostra attenzione sull'art.44 del dl. 31/5/2010 n. 78 - "Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica" - che recita:

Art. 44

(Incentivi per il rientro in Italia di ricercatori residenti all’estero)

1. Ai fini delle imposte sui redditi è escluso dalla formazione del reddito di lavoro dipendente o autonomo il novanta per cento degli emolumenti percepiti dai docenti e dai ricercatori che, in possesso di titolo di studio universitario o equiparato e non occasionalmente residenti all’estero, abbiano svolto documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi e che dalla data di entrata in vigore del presente decreto ed entro i cinque anni solari successivi vengono a svolgere la loro attività in Italia, acquisendo conseguentemente la residenza fiscale nel territorio dello Stato.

2. Gli emolumenti di cui al comma 1 non concorrono alla formazione del valore della produzione netta dell’imposta regionale sulle attività produttive.

3. Le disposizioni di cui ai commi 1 e 2 si applicano a decorrere dal primo gennaio 2011, nel periodo d’imposta in cui il ricercatore diviene fiscalmente residente nel territorio dello Stato e nei due periodi d’imposta successivi sempre che permanga la residenza fiscale in Italia."

 

Non so come la vediate voi ma a me pare che il criterio stabilito al comma 1 per definire il ricercatore meritevole di incentivo per il rimpatrio non sia particolarmente stringente. O sbaglio?

Grazie per la segnalazione.

No, davvero non molto stringente.

documentata attività di ricerca o docenza all’estero presso centri di ricerca pubblici o privati o università per almeno due anni continuativi

Non ci sono condizioni sulla ricerca condotta, e basta aver insegnato corsi elementari.

In questo modo si selezionano i ricercatori che vanno all'estero per un periodo di studi/vacanza, si ottengono delle statistiche positive che dimostrano che si e' posto rimedio al brain drain, e non si cambia nulla della sostanza. Questo e' il vero difetto: che si fa finta di aver affrontato un problema.

 

Aggiungo: estero dove? Tanzania? Paraguay? Albania?

Mi ricordo un famoso caso di professore ordinario "rientrato" dalla Mongolia all'università di Macerata (o Urbino?)

ma che c'ha contro  Tanzania?tanzania

Mi ricordo un famoso caso di professore ordinario "rientrato" dalla Mongolia all'università di Macerata (o Urbino?)

macerata. Qui qualcuno lo ricorda e riporta l'atto del senato accademico dell'industriosa città delle marche.

Il comma 1 cerca, mi sembra, di definire il concetto di 'rientro' (ovvero di 'residente all'estero'), non quello di 'meritevole'. In linea di principio questo sarebbe corretto: ci penserebbero poi i singoli istituti a selezionare, nel loro interesse, i migliori. Non c'e' bisogno che sia il legislatore a stabilire i criteri di bonta'.

Ovviamente, come sempre in Italia, e' qui che casca l'asino: siccome il sistema non e' generalmente costruito in modo da dare forti incentivi alle universita' per selezionare i migliori, la cosa non funzionera'.

Mi fa piacere leggere su ilsole24ore un articolo di Alessandro Figà Talamanca dal titolo "I risparmi non devono «bruciare» la riforma" in cui fondamentalmente si ribadisce quanto espresso un po' di tempo fa: i tagli dei salari agli universitari sono iniqui perchè si tagliano prevalentemente quelli dei più giovani (ricercatori ed associati) che all'inizio di carriera sono fortemente penalizzati, mentre i salari degli ordinari con maggior anzianità (che potrebbero sopportare meglio il taglio allo stipendio, visto che il loro è piuttosto elevato anche per meriti di semplice anzianità) lo sono decisamente meno. Lo stesso concetto è ripreso anche su un altro articolo, sempre sul sole, dal titolo "Nelle università più tagli agli stipendi dei giovani docenti".

Ora mi pare di poter concordare con Alessandro Figà Talamanca.

Riprendo questo vecchio thread per evidenziare come le paure allora esposte si stiano drammaticamente verificando. Qui non si tratta di tagliare gli stipendi, ma di farlo con criterio.

A parte la classe dei docenti universitari, quale altra classe della pubblica amministrazione ha subito o sta subendo dei tagli in maniera così regressiva ed iniqua? I magistrati, dopo la protesta, pare abbiano recupereranno i mancati scatti. I tagli ai politici pare siano scomparsi (qualcuno ha notizie?). Insomma, pare che i soli a pagare pesantemente la crisi nella PA siano i docenti universitari.

 E' così?

Su lavoce.info  un interessante articolo di Massimo Baldini ed Enza Caruso, da leggere...

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