Cosa sappiamo dell'agricoltura?

27 novembre 2010 Giordano Masini

L’agricoltura è una specie di universo parallelo, dove le leggi del mercato sono bandite, insieme al buon senso e alle opportunità. Un blog è nato per provare a raccontarne i paradossi.

 

Quanto interessa l’agricoltura agli economisti? Ogni volta che un economista spiega le leggi della domanda e dell’offerta, in particolare se le spiega a un pubblico non troppo preparato, o magari un po’ refrattario, fa il suo ingresso sulla scena il contadino con le sue mele: mele che probabilmente oggi costano 5 e domani 10, o viceversa, a seconda della domanda, ed è sempre chiaro che se le mele dovessero finire per costare troppo poco il contadino potrebbe smettere di produrle per darsi alle pere, o alle patate, o magari all’allevamento delle galline, oppure potrebbe acquistare nuovi terreni per produrre più mele, o scegliere di diversificare la produzione coltivando un po’ di mele e un po’ di pere, in modo da contenere i rischi.

Ecco, se c’è un settore in cui le cose non funzionano così quello è l’agricoltura, quantomeno l’agricoltura europea. Per questo penso che gli economisti tendano a dimenticarsi dell’agricoltura non appena riescono a superare lo scoglio del contadino con le mele, per passare a una dimensione più complessa.

Perché nel mondo reale il contadino che avesse difficoltà a vendere le sue mele (o i suoi cereali) si guarderebbe bene dallo smettere di produrle, se esse gli garantiscono l’accesso ai sussidi. Oppure potrebbe non avere nessun interesse a considerare l’andamento del prezzo delle mele (o del latte) se lo stesso viene stabilito non dal mercato ma da accordi interprofessionali di filiera. Magari potrebbe essere interessato a produrre mele col baco (le chiamano “biologiche”), dato che hanno ancora meno mercato ma gli garantiscono un sussidio maggiore, o decidere che sia un buon affare buttare le sue mele (o il suo mais) a fermentare in un vascone di liquame per produrre un biogas che nessuno farebbe se non ci fossero anche qui fior di incentivi.

Sicuramente non penserebbe ad incrementare la sua produzione di mele, dato che per farlo gli servirebbe più terra e la terra costa più di quel che vale, proprio per i sussidi che sono legati al possesso della medesima, oppure perché è espressamente vietato produrre più mele (o uva, o latte) di quelle che già produce, e se ne vuole produrre di più deve acquistare da qualcun altro il “diritto” di produrle.

Oltretutto da qualche parte hanno deciso che il fatto che lui continui ad essere uno sfigato produttore di mele bacate, magari col cappello di paglia e il filo d’erba in bocca, fa bene (chissà perché) all’ambiente, alla tutela del paesaggio agrario, alla lotta ai cambiamenti climatici, alla conservazione di antichi sapori, al massimo potrà godere della strabiliante opportunità di andare a vendere le sue mele ad un farmer’s market (sussidiato) alla città più vicina, cosa che faceva anche suo nonno da ragazzo (il quale nonno raccontava anche di come si patisse la miseria a quel tempo), che già suo padre si vantava di non aver mai fatto e che lui stesso non avrebbe mai immaginato di dover tornare a fare.

Certo, non è così dappertutto. Ci sono paesi, come il Brasile, in cui il contadino in soli dieci anni è riuscito a triplicare l’export delle sue mele (e di tutto il resto), ad aumentare la produzione di quasi l’80% utilizzando meno del 30% di terra in più. Ma queste cose il nostro di contadino non le deve sapere, anzi è meglio che continui a pensare che sia meglio fare sempre come l’anno prima, che se le sue mele non le vuole più nessuno è meglio beccarsi un po’ di elemosina pubblica piuttosto che cercare strade più redditizie, che le biotecnologie, l’intensificazione, l’efficienza e i mercati globali siano prodotti del demonio e che in quegli altri mondi lontani la produzione cresce e i contadini fanno soldi perché le multinazionali, perché la speculazione, perché i cinesi, perché la mano d’opera da tre soldi, perché il modello superfisso…

A meno che non si ricominci a ragionare di agricoltura e mercato, agricoltura e scienza, agricoltura e innovazione. In due parole, agricoltura e opportunità. Proprio per provare a ragionare di queste cose, e cominciare a raccontare questo mondo paradossale, quasi un anno fa ho cominciato a scrivere un blog, La Valle del Siele. Dapprima ci scrivevo solo io, poi, negli ultimi tempi, sono arrivati anche altri autori con maggiori competenze di quelle del sottoscritto (che non è né economista, né scienziato, ma solo un agricoltore a cui i sussidi hanno garantito, quantomeno, un po’ di tempo libero da passare davanti al pc).

La band al momento è composta da Claudio Costa alla zootecnia, Gianpaolo Paglia all’enologia, i ragazzi di Biotecnologie Basta Bugie agli Ogm, e la partecipazione straordinaria di Pierre Desrochers, Hiroko Shimizu e Antonio Pascale. Nella valle però si parla un po’ di tutto, in base al principio secondo il quale un buon agricoltore deve essere al tempo stesso agronomo, biologo, geologo, economista, ragioniere, metereologo, climatologo, chimico… meccanico, elettricista, idraulico, muratore e pure un po’ politico. E proprio per questo non ci dispiacerebbe riuscire a dire la nostra prima che il 2013 ci consegni la nuova, disastrosa, Politica Agricola Comune.

Quindi siamo aperti ai commenti e ai contributi di chiunque, per una ragione o per l’altra, abbia a cuore un’agricoltura libera. Libera, per dirla con la mission del sito, prima di tutto dai luoghi comuni che, nell’indifferenza generale e con l’accondiscendenza dei mezzi di informazione, orientano le politiche di spesa e di intervento pubblico, libera dai sussidi, libera di svilupparsi attraverso l’innovazione e il mercato. E libera di parlare di sé senza piangersi addosso.

66 commenti (espandi tutti)

Bellissimo articolo, complimenti! Devo dire che anch'io mi ero quasi convinto che l'agricoltura in Europa potesse sopravvivere soltanto grazie ai sussidi. L'esempio del biogas su "la Valle del Siele" è illuminante sulle storture che incentivi e i sussidi possono provocare.

E' un compito importante che La Valle del Siele si accinge ad implemetare maggiormente. Lo dico da persona che del mondo dell'agrcoltura ha una qualche conoscenza, quella che basta per capire che hai ragione sotto molti punti di vista. Anzi, per le dimensioni dell'agricoltura rispetto al PIL che sono inversamente proporzionali al suo ruolo come fornitore di derrate per l'alimentazione umana e di  piante industriali, c'è una pressione statalista terribilmente pesante ed oppressiva che la danneggia spaventosamente.

ah, le metafore agro -pastorali! che grande risorsa per noi retori da strapazzo: le mele ben diverse dalle pere, il cavallo che tira un carro pesante oppure non beve, le questioni che non quagliano, la previdente semina....è che noi siamo contadini, una generazione sola è passata e abbiamo studiato ma appena un po'.

la tua impostazione è, come minimo, doverosa e prometto di seguirvi.

Caro Giordano Masini,

ho spesso seguito i tuoi interventi su Chicago Blog, trovandoli molto interessanti, come questa rapida sintesi su nFA che presenta il tuo blog (che visiterò quanto prima).

Anch'io mi occupo un po' di agricoltura - miglioramento genetico di piante e animali d'interesse agricolo - e condivido molte delle tue critiche alla frequente insensatezza della politica agricola comunitaria (e nazionale): sussidi a pioggia in base alla terra posseduta, incentivi (che pure possono essere strumenti utili, a volte) per non produrre o produrre poco e male, quote di produzione, ostracismo verso le biotecnologie e la tecnologia in generale, adesso anche la nuova follia dei campi fotovoltaici ed eolici (non mi si fraintenda, non sono contrario tout court alle energie rinnovabili, anzi, ma sono certe frenesie modaiole che mi innervosiscono e preoccupano)...

Spero veramente che, con questo blog e altre iniziative simili (non sono pochi gli addetti ai lavori critici con le politiche agricole in voga) si possa sensibilizzare qualche coscienza per cambiare la politica europea (ed italiana) in materia di agricoltura.

Io sono convinto che l'agricoltura moderna offra enormi possibilità per produrre molto e bene (e non solo derrate alimentari), e anche per gestire/usare con criterio il territorio.

Ne parleremo.

Ciao Filippo, sono Gianpaolo Paglia, citato nel post come "contributore". Io faccio vino da 14 anni, ma prima anche io mi occupavo di genetica vegetale, sopratutto con tecnologie di biologia molecolare. Spesso commento sugli OGM e sulla disinformazione militante che c'e' su questo argomento. Spero di verderti "circolare" in giro dove si parla di questi argomenti. Non si sa mai, a furia di seminare qualcosa nascera'.

Invece io non leggerò il blog "la Valle del Siele", per un motivo molto preciso. Sono andato a sfogliarlo, pieno di ottimi propositi, visto che anche io ho sempre sospettato che la Politica Agricola Comune della UE fosse il grande satana. Ho trovato invece una specie di foglietto propagandistico, stile Edward Luttwak (qui l'inquietante originale, qui la parodia di Guzzanti), in cui c'è un nemico da distruggere, con argomenti validi (quando ci sono) o ideologici (quando non ci sono quelli validi). I nemici e gli amici sono, ovviamente, quelli soliti, prevedibili fino al ridicolo (che cosa c'entra con l'agricoltura le decine di post su Israele?). Mi chiedo, a cosa serva un altro blog estremista, pieno di luoghi comuni "di destra", che sembrano la fotocopia al negativo di quelli "di sinistra"? Non lo leggerà nessuno tranne quelli che la pensano già allo stesso modo. Nella migliore tradizione italiota: schieramento contro schieramento, senza vincitori né vinti. 

Per fortuna, nFA, con il suo sano cinismo, non è di questa risma.

Sorvoliamo, poi, sul fatto che l'autore, dichiaratamente, ai contributi agricoli europei non ci rinuncia, il che rende del tutto prive di autorevolezza morale qualsiasi battaglia contro i medesimi. Invece, c'è chi ha provato a rinunciare agli incentivi e ha fatto l'affare salvando pure la verginità.

cavolo (oppure broccoli)! non ho neanche cominciato a leggerlo che devo già smettere?! non ci sono più le mezze stagioni...:-)

che cosa c'entra con l'agricoltura le decine di post su Israele?

Come ho spiegato, per molti mesi la Valle del Siele è stato semplicemente il mio blog personale. Quindi, oltre che di agricoltura, ho scritto post sugli argomenti che mi stavano più a cuore, e tra questi c'è la sopravvivenza di Israele (e credo che questo possa essere classificato come argomento di "destra" solo da chi è abituato a suddividere l'universo mondo con il metro della politica italiana da stadio). Da quando sul blog hanno cominciato a scrivere anche altri autori, come puoi constatare, ho sempre cercato di rimanere in tema, per rispetto innanzitutto verso chi ha accettato di collaborare condividendo un progetto preciso.

Quanto al disorso sugli incentivi e i sussidi, e se rinunciarvi sia realmente un'opzione praticabile per un'azienda agricola, è un discorso abbastanza complesso. In primo luogo perchè i sussidi condizionano i prezzi delle materie prime, quindi chi vi rinuncia opererebbe lo stesso in un mercato drogato. In secondo luogo perché rinunciare ai sussidi, per fare un esempio, non mi autorizzerebbe a usare le biotecnologie, o a piantare un vigneto senza acquistare una quota il cui valore supera spesso quello del terreno stesso. Per essere competitivi, poi, bisognerebbe crescere, e come dicevo i valori fondiari sono artificialmente alti, mentre le ipotesi di "fare sistema" con altri agricoltori sono ostacolate da molti stimoli opposti. Ne ho parlato, anche se solo parzialmente, qui.

Comunque è un po' di tempo che penso a come affrontare seriamente la questione sulla Valle, nel senso che mi piacerebbe quantificare le opportunità che si perdono per colpa dei sussidi e verificare quanto sia realistica la possibilità di rinunciarvi. Mi servirebbe però l'aiuto di qualcuno un po' più esperto nella gestione dei numeri.

Dopodiché, come ogni imprenditore, sono alla ricerca di profitto, non di verginità.

Io invece lo leggerò perchè hai degli ottimi collaboratori. In particolare mi piace molto Pascale che scrive libri interessanti (e anche divertenti) e stimo moltissimo i ragazzi di "biotecnologie basta bugie" che hanno tutto per piacermi: seri, preparati, pacati nei toni e con dei soprannomi da pirla.

A proposito perchè non ti "linkano" dal loro blog? Ho capito che siete contadini ma un minimo di marketing :D

Infatti, ho scritto "di destra" con le dovute virgolette, perché ovviamente anche io mi rendo conto dell'artificiosità della distinzione destra/sinistra in Italia (basti dire che ancora pochi decenni fa la sinistra era pro Israele e la destra pro palestinesi).

La cosa che mi ha fatto passare la voglia di leggere il vostro blog è l'assoluta prevedibilità e inderogabilità dei nemici da combattere. Ci sono tutti, ma proprio tutti: i vegetariani, l'agricoltura biologica, l'agricoltura di prossimità, i cambiamenti climatici, l'ambientalismo, l'antinuclearismo, Al Gore (naturalmente anche i musulmani, ma lasciamo stare). E ovviamente sono tutti da condannare in toto, non si salva nulla. Esiste solo il bianco e il nero, niente sfumature.

Tutto questo non senza malizie nell'argomentazione. Per non essere accusato di parlare a vanvera cito questo post:

http://lavalledelsiele.com/2010/11/23/energie-rinnovabili-e-danni-collat...

Si parla male degli incentivi alla produzione del biogas perché impoveriscono i contadini. Benissimo, magari è così. L'articolo si conclude al grido di

Tutti i programmi per le energie cosiddette “rinnovabili” finiscono per sprecare e distruggere la preziosa risorsa della terra coltivabile, che serve a nutrire l’umanità.

(In realtà, è un discorso riportato, ma che sembra condiviso dall'autore del blog).

Non è dato sapersi come le centrali elettriche offshore che sfruttano il vento o il moto ondoso (che fanno parte di quel tutti) possano "distruggere la preziosa risorsa della terra coltivabile". Ma soprattutto, la conseguenza logica ultima (e sottaciuta) qual è? Forse che dobbiamo bruciare petrolio comprandolo da Saddam Hussein, e facendoci una guerra ogni 10 anni, e periodicamente qualche sversamento nel mare qua e là (contadini della Louisiana ringraziano)? Ovviamente, la possibilità che magari si possa produrre il biogas senza creare artificiose distorsioni di mercato, né impoverire nessuno, non viene neanche presa in considerazione: non sia mai che si dia ragione al nemico.

L'esempio è preso a caso tra gli ultimi post, però rende bene l'atmosfera.

Non so gli altri, ma su di me questo metodo non funziona.

In realtà, è un discorso riportato, ma che sembra condiviso dall'autore del blog

è vero, è una frase riportata. Il suo autore la ha già argomentata meglio di quanto non possa fare io. In ogni caso, a una lettura attenta, la frase sembrerebbe parlare di "programmi" per le energie rinnovabili, non di energie rinnovabili in sé, quindi sembrerebbe che il suo autore, e chi, come il sottoscritto, condivide il suo pensiero, non abbia nulla contro la possibilità che tali energie possano essere prodotte senza "creare artificiose distorsioni di mercato". Comunque le assicuro che so essere fazioso anche con parole mie.

.............in cui c'è un nemico da distruggere, con argomenti validi (quando ci sono) o ideologici (quando non ci sono quelli validi)............

Io leggo il blog. Il nemico da distruggere è la PAC e mi sembra che ce ne siano tutte le ragioni logiche e fattuali. Quanto a tutti i limiti che all'agricoltura si pretende di imporre in nome dell'ambientalismo ideologico, mi pare vi si trovino delle argomentazioni che quantomeno possono aprire spazi di interesse e di discussione piuttosto concreti. Qualificarli come di "destra" sia pure tra virgolette è anche esso un fatto ideologico se si vuole. Ma insomma mi sembrano osservazioni di eccessiva severità. Le alternative ai contributi pubblici, in ultimo, con la rinuncia compiuta da Il Fatto per una impresa agricola è un tantinello più difficile. Forse un esempio aiuterebbe. Altrimenti è solo una intenzione un pò illusoria.

Sono d'accordissimo sul fatto che la PAC sia il grande satana. Ma che male gli hanno fatto le povere mele biologiche/col baco? Perché, se siamo contro la PAC, siamo automaticamente arruolati a disprezzatori del vegetarianesimo e a sostenitori degli OGM? etc etc.

Ma che male gli hanno fatto le povere mele biologiche/col baco? Perché, se siamo contro la PAC, siamo automaticamente arruolati a disprezzatori del vegetarianesimo e a sostenitori degli OGM

Il motivo è che la logica che presiede alla PAC è la medesima che regolamenta l'agricoltura biologica, le mele con il baco. Limita la libertà dell'impresa, restringe il mercato dell'agricoltore ed impone, oltre alla tassa dei sussidi, un prezzo più elevato al consumatore senza garanzie di miglior qualità del prodotto né maggior "naturalità".

Caro Artemio e caro Giordano

Ora che avete entrambi espresso la vostra inclinazione su Israele e sui musulmani, non mi sembra un delitto, anzi mi sembra interessante, l'esposizione di argomenti non usuali su biogas, fotovoltaico, OGM e conseguenze dei sussidi. Dopotutto l'agricoltura non è UN agricoltore e neppure UN giornale, che possono ben avere le proprie utili connessioni. Quanto a Luttwak, che viene spesso dipinto come una specie di fascista, a me risulta, per esempio, che sia basicamente contrario a interventi militari nei conflitti regionali, inclusi Iraq e Afghanistan.

Non ho espresso nulla su Israele e i musulmani (tranne che li trovavo estranei all'argomento agricoltura, ma questo punto è stato già chiarito dall'autore), mentre Luttwak l'ho menzionato più che altro un simbolo, ossia il simbolo di una certa retorica partigiana e senza compromessi… speculare, ma pur così simile, a certa altra retorica, di colore opposto.

Intendi dire che Luttwak è altrettanto manicheo quanto il suo imitatore? Guzzanti è simpatico, peraltro. Per quei due o tre che non le conoscessero, le sue imitazioni di Tremonti sono esilaranti.

http://www.youtube.com/watch?v=_eV0jQVWyzY

Secondo me, pur con quella sua aria da Pierino la Peste, Luttwak lo è molto di meno. Se non ricordo male, il suo libro "Turbocapitalism" (HarperCollins, 1999) non è propriamente "di destra" o, se lo è, altrettanto a ragione può essere considerato "di sinistra".  

Ma no, Guzzanti mi serviva solo per distendere l'atmosfera e non sembrare troppo apodittico. Quanto a Luttwak, devo dire che trovo assolutamente da esorcismo i suoi attacchi a Emergency (vedi filmato). Vittorio Strada può non piacere per vari motivi, ma la sua opera è talmente umanitaria che gli si perdona facilmente qualsiasi vizio politico, mentre additarlo come un criminale è da criminali.

aneddoto. luttwak gode dell'umana ammirazione di un noto corrispondente da pechino per un quotidiano italiano. da quando lo ha conosciuto , se capita non manca di riportarne la simpatia, benevolenza e vivace intelligenza. la cosa ha destato non pochi grattacapi fra amici e conoscenti e alla fine si era deciso di non parlarne più, sperando che gli passi.

che luttwak sia un incompreso anche lui? c'è da vacillare, in effetti.

 

Ho visto il filmato. Si può dire che Luttwak abbia attaccato le ONG ed Emergency ma non che abbia detto assurdità o che abbia trattato Strada come un criminale. Anzi, ne ha riconosciuto le buone intenzioni. Il suo mi sembra il giudizio di un analista strategico che vede nell'attività di Emergency nella provincia di Helmand, piuttosto che nel Panshir, un aiuto a una delle parti in guerra anziché all'altra. Se poi questo aiuto ha davvero l'effetto di prolungare la guerra, il giudizio di Luttwak, sia pur contestabile, mi sembra legittimo e non "da esorcismo". Descrive quello che ritiene un circolo vizioso del tipo di quello descritto dall'africana Dambisa Moyo riguardo agli effetti degli aiuti all'Africa ("Dead Aid"; Farrar, Straus and Giroux 2009)

 

Che gli aiuti economici sono spesso ostacolo alla crescita e causa di rammollimento delle popolazioni africane lo dicono molti. Ma Strada non fa questo: semplicemente cura le persone, in un paese (Afganistan) dove gli abitanti spesso non sanno neanche che bisogna bollire l'acqua per renderla potabile; in cui non esiste alcun sistema sanitario nazionale, e le donne muoiono di parto. E lo fa con tutti, senza guardare la loro appartenenza politica o tribale (e anche se facesse del face control all'entrata sarebbe stato fin troppo facile eluderlo). Questa è la forza del BENE.

Luttwak sostiene (senza alcuna prova, ma lasciamo stare) che ciò fa prolungare la guerra? io direi: chissenefrega. Di sicuro, le parti effettivamente belligeranti la prolungano molto di più che non uno che ha fondato un'ospedale. In questo sta, a mio avviso, il crimine di Luttwak.

P.S. E voglio proprio vedere cosa avrebbe detto Luttwak se Emergency, per assurdo, fosse stata fondata non da un residuato della sinistra extraparlamentare italiana, ma bensì, diciamo, da un organismo filantropico WASP americano, magari sponsorizzato dai repubblicani (le vie del signore sono infinite); voglio proprio vedere…

guerra in afghanistan? guerra? chi ha detto che c'è una guerra?

ma allora, allora se c'è una guerra valgono le convenzioni di ginevra sulla guerra. tipo quelle che obbligano i governi e gli eserciti a permettere ad organizzazioni umanitarie neutrali di soccorrere e curare i feriti anche se nemici.

 

 

Non mi è sembrato che Luttwak negasse né l'obbligo dei governi né le buon intenzioni di Emergency.

non confondiamo però gli aiuto allo sviluppo con gli aiuti di emergenza, che son cose diverse, con effetti diversi.

 

Ps Luttwak come faccia a ricevere tanta ammirazione e godere di tanta credibilità in italia come analista strategico proprio non so. era lui quello de"ci sono le MDW in iraq", "non attacheremo mai il kosovo" "non attaccheremo mai L'iraq" , fio al "erdogan vuole trasformare la turchia in uno stato islamico con ogni donna coperta da burqa" di ieri.

 

mah!

non confondiamo però gli aiuto allo sviluppo con gli aiuti di emergenza, che son cose diverse, con effetti diversi.

In un certo senso Emergency è una via di mezzo: c'è in tempo di guerra, ma rimane anche dopo

 

purtroppo le emergenze, contrariamente a quanto il termine possa far credere, hanno durate impensabili. Anche Medici Senza Frontiere permane nei luoghi affliti dia disastri umanitari o naturali anche per decadi. ovvereo finchè l'emergenza non si si estingue

gli effetti perversi degli aiuti allo sviluppo poco hanno a che vedere con le missioni atte curare e alleviare le sofferenze in zone dove l'assistenza alle vittime di epidemie e conflitti non si sa nemmeno cosa sia

Del tipo: "silete, analisti strategici"? Comunque, ripeto che, in più occasioni, il nostro si è dichiarato contrario al coinvolgimento dell'Occidente in conflitti regionali.

Complimenti per l'iniziativa!

A proposito di mele.. attendo proprio articoli sul tema, anche sulle mele del Trentino.. (dove risiedo)

Anche se sono contentissimo che qualcuno parli di agricoltura e sussidi, non posso che fare alcune critiche perche', si sa, criticare e' facile!

Oltretutto da qualche parte hanno deciso che il fatto che lui continui ad essere uno sfigato produttore di mele bacate, magari col cappello di paglia e il filo d’erba in bocca, fa bene (chissà perché) all’ambiente, alla tutela del paesaggio agrario,

No? Ma scusi, se il prezzo del terreno diminuisce perche' l'agricoltura non e' piu' sussidiata, perche' non dovrebbero massacrare il territorio di speculazioni edilizie ancora di piu' di quanto facciano al giorno d'oggi in un'Italia che ha una quantita' di cemento pro-capite altissima?

E visto che le speculazioni edilizie cambiano il territorio in modo permanente, come tra le altre cose, implicava un articolo recentemente pubblicato su questo forum, non sono i sussidi un modo efficace di tutelare l'ambiente, il paesaggio, oltre che IL SUOLO, che e' una risorsa non rinnovabile?

Non sono un esperto di diritto urbanistico (mi occupo di statistica e genetica), ma mi sembra che per costruire il terreno debba essere edificabile, e questo permesso di costruire (se, come, quanto) lo concedono gli enti locali (dietro corresponsione di non trascurabili oneri di urbanizzazione).

I terreni agricoli in Europa (ed in Italia in particolare) sono cari rispetto a quello che possono produrre, e ciò è dovuto anche ai generosi sussidi ad essi legati (sussidi in larga parte erogati in base alla mera superficie, e non alla produzione - se uno ha la terra e non fa niente tutto il giorno se li becca lo stesso: ahi, che perversione!).

In realtà i terreni edificabili sono molto più cari di quelli agricoli (quasi un ordine di grandezza, ma dipende molto dalle zone).

La cementificazione selvaggia (foriera di molti degli attuali mali delle città italiane, a mio avviso) la si può fermare spezzando il mortale abbraccio tra amministrazioni locali e palazzinari. In realtà basterebbe evitare di concedere il permesso di costruire in aree nuove (se non strettamente necessario) ed incentivare le imprese edili a riutilizzare spazi esistenti . Ma questo è più difficile, più costoso, è meno redditizio (per le casse comunali) di rendere edificabile un ennesimo lotto di terreno al bordo della città.

Filippo ha risposto prima di me. Non c'è relazione tra i due fenomeni: il valore dei terreni edificabili dipende dalla domanda di case, non dal valore dei terreni agricoli, ed è comunque già molto più alto di qualsiasi seminativo.

La cementificazione selvaggia (foriera di molti degli attuali mali delle città italiane, a mio avviso) la si può fermare spezzando il mortale abbraccio tra amministrazioni locali e palazzinari. In realtà basterebbe evitare di concedere il permesso di costruire in aree nuove (se non strettamente necessario) ed incentivare le imprese edili a riutilizzare spazi esistenti . Ma questo è più difficile, più costoso, è meno redditizio (per le casse comunali) di rendere edificabile un ennesimo lotto di terreno al bordo della città.

Spezzare l'abbraccio tra palazzinari ed enti è difficile a livello locale, è più facile (o forse più difficile) se a livello nazionale si obbliga i comuni a edificare terreni di propria proprietà lasciando alle imprese il costo industriale di costruzione e non quello di speculazione e/o  si purga pesantemente chi tiene case sfitte.

 

  ..se a livello nazionale si obbliga i comuni a edificare terreni di propria proprietà lasciando alle imprese il costo industriale di costruzione e non quello di speculazione

è più o meno il principio della legge bucalossi del '77, che nei piani di edilizia convenzionata, prevedeva prezzi di esproprio dele aree che limitavano fortemente la rendita fondiaria. successivamente la corte costituzionale sancì l'illegittimità di quei valori, indicando genericamente valori equi. anche la corte europea ha confermato tale indirizzo, sempre negli anni '90 e sempre in modo generico.

non ho indicato collegamenti volutamente, per invitare un competente a fare considerazioni più precise delle mie. mi piace la biografia di bucalossi, un padre o un nonno di cui non dobbiamo vergognarci.

I terreni agricoli in Europa (ed in Italia in particolare) sono cari rispetto a quello che possono produrre, e ciò è dovuto anche ai generosi sussidi ad essi legati (sussidi in larga parte erogati in base alla mera superficie, e non alla produzione - se uno ha la terra e non fa niente tutto il giorno se li becca lo stesso: ahi, che perversione!).

questa sì che è una rendita! la rendita fondiaria è la più classica di tutte: vogliamo cominciare da lì a perequare la tassazione? cioè, a gettito invariato, tagliare questi incentivi e ridurre il carico sui redditi da lavoro.

però il calo sarebbe immediatamente modesto, poco avvertito e i rentiers toccati sono pochi ma molto organizzati. la loro retorica convincerà facilmente l'opinione pubblica eccecc.

amen.

ed incentivare le imprese edili a riutilizzare spazi esistenti

Esiste qualcuno che saprebbe spiegare (a grandi linee) come dovrebbero funzionare dei simili incentivi ? Lo chiedo perchè, che si debba incentivare il riutilizzo delle aree esistenti, è esattamente la mia idea, ma in pratica non saprei come questo risultato possa essere ottenuto.

Quando penso ai costi di demolizione (o ristruttrazione), smaltimento, bonifica; ho la netta sensazione che burocraticamente sia vero proprio il contrario: è molto più complicato (e controllato) il riutilizzo che non la costruzione su nuove aree.

È proprio ciò che si diceva: riutilizzare spazi esistenti sarebbe in molti casi meglio per la collettività, ma è più difficile. Tra l'altro il costruttore dovrebbe utilizzare la fantasia (e rivolgersi a qualche ingegnere od architetto) per progettare soluzioni nuove e ad hoc, invece di riproporre sempre lo stesso palazzo (o villetta) fotocopia (es. Caltagirone a Roma, ma ce ne sono in ogni città italiana).

 

presto detto: ho una vigna nel saluzzese, di due giornate circa (6300 mq). fino a tre anni fa era terreno agricolo, con reddito agrario di 87,85€ e reddito dominicale di 48,81€. ai fini ICI (unico parametro di riferimento esterno al mercato) la terra valeva 1,74€/mq.

poi il comune ha deciso di renderla edificabile (il fatto che in cima alla collina sulle cui pendici giace la vigna ci stia la casa del sindaco precedente, e suocero dell'attuale, è da considerarsi mera coincidenza), e il valore attuale, sempre ai fini ICI è di 37 €/mq (ma occorre aggiungere che se io per sventura decidessi di venderla a un villettaro, l'equivalente campagnolo del palazzinaro, sarei fesso a farlo per 37€/mq perché in realtà vale molto ma molto dippiù. logicamente, dovrei poi pagare la differenza di ICI per tutti gli anni precedenti la vendita.......)

 

farò sicuramente visita al blog, BBB lo conoscevo già, aggiungo questo alla lista. 

Dell'agricoltura si sa veramente poco, a giudicare dal tenore del post e dei commenti. Molti luoghi comuni e approssimazioni.

1 - il boom del Brasile: vero, è quello che è successo da noi quaranta anni fa, anche noi abbiamo moltiplicato le produzioni a parità di risorsa terra impiegata con il miglioramento tecnologico, non è certo una novità. Poi siamo andati ad insegnare il mestiere anche in Brasile, dove, ad esempio, le più grosse cantine e i grandi investimenti in vigneti sono fatti da aziende italiane. Nel mondo poi l'agricoltura è sussidiata tanto quanto in Europa, anche negli USA.

2 - il valore dei terreni non è tenuto artificiosamente alto dai contributi PAC ma dal mercato extra agricolo: in Italia la terra è il bene rifugio per eccellenza, essendo una risorsa limitata, oggetto di investimenti di capitali extra agricoli. Negli anni ottanta e novanta la terra la compravano avvocati, notai e professionisti a prezzi folli per il singolo agricoltore. Anche oggi non mancano i capitali da investire o ripulire.

3 - non esiste più sostegno ai prezzi (era la PAC degli anni 70 - 80); nel settore frutticolo, quello che conosco meglio, non esistono più i prezzi di intervento e i ritiri dal mercato, se non per quote minime lasciate alle associazioni dei produttori. Il prezzo lo fanno gli acquirenti, in particolare la GDO che in Europa ha dimensioni colossali rispetto all'Italia. I supermercati europei comprano masse di prodotto paragonabili alla capacità produttiva di uno stato; il potere contrattuale dei produttori è minimo, a meno che non facciano come in Nuova Zelanda per il kiwi (un unico consorzio gestisce tutto l'export). Di conseguenza le condizioni commerciali sono dettate dai pochi acquirenti (situazione di oligopsonio se non ricordo male).

4 - l'agricoltura italiana ha reagito alla fine della vecchia PAC con adattamenti importanti, che l'autore del post sembra ignorare. Forse non sa che le aziende agricole si sono specializzate, ampliate, hanno rinnovato profondamente la meccanizzazione e le tecniche colturali, le varietà (io in venti anni di lavoro ho visto due rivoluzioni nell'assortimento varietale della peschicoltura, e visto che la vita produttiva media di un pescheto è di 12 anni, non mi sembra sia un indice di immobilismo), non mi sembra che il contadino continui a produrre nonostante il mercato e in attesa di contributi.

 

 

 

 

Beh, che la PAC sia poca cosa mi sembra poco credibile, visto che è la maggior fonte di uscita della UE, e se dai incentivi, sia pure per qualsiasi cavolo, alla fine il mercato ne esce distorto, c'è poco da fare, poi può essere quello frutticolo, avicolo, o altro, ma le distorsioni esistono, da quel che ho capito adesso sono rivolte soprattutto al biologico.

Forse non sa che le aziende agricole si sono specializzate, ampliate, hanno rinnovato profondamente la meccanizzazione e le tecniche colturali, le varietà

Mi sa che lo sa, tanto che afferma che stiamo perdendo la nuova frontiera, tipo gli OGM, per una scelta ideologica.

Ma comunque non intendevo contraddirti, volevo farti notare che forse dite le stesse cose, ma da angoli diversi, personalmente sono molto colpito da alcune cose che proprio non capisco, e da imprenditore mi suonano strane:

1. Perchè le arance calabresi e siciliane sono (s)vendute a produttori di succhi, in massima parte esteri, tanto che partono a 0,15 cent e tornano sotto forma di succhi a 3,50 €/lt. Non si possono consorziare, produrre in loco e guadagnare loro ? Cosa lo impedisce ?

2. Perchè le produzioni di eccellenza della Sardegna sono sconosciute ? Addirittura ho trovato il pane pistoccu al supermercato prodotto a .... Verona ! Cosa impedisce ai coltivatori/produttori sardi di consorziarsi e fare valanghe di soldi ?

3. Perchè i contadini che vivono vicino casa mia hanno tolto il campo di piselli, fave, ortaggi in genere e piantato un pescheto, che poi lasciano le pesche marcire sugli alberi? Idem per le albicocche ?

4. Perchè i produttori di latte devono inventarsi ogni anno come aggirare le "quote latte", vendersele care e amare fra di loro, litigare, e poi arriva il latte in caglio dalla Germania ?

Cioè converrai che parlare di "mercato agricolo" è quantomeno strano, visto che ci sono migliaia di esempi di "non mercato".

Io, per questo, seguo il blog de "La Valle del Sele", non altro, per capire. E magari capire come fare con il mio albero di arance che puntualmente le perde a Novembre. Mentre l'albero di limoni, che è a 3 mt, ne produce una marea (di limoni, ovviamente), per non parlare del Kumquat che ne fa talmente tanti che ne regalo a ceste intere..

Perchè i contadini che vivono vicino casa mia hanno tolto il campo di piselli, fave, ortaggi in genere e piantato un pescheto, che poi lasciano le pesche marcire sugli alberi? Idem per le albicocche

Marco, di frutta so poco, dalle mie parti non sarebbe un grande affare piantare frutteti, però credo che bisognerebbe andare a dare un occhiata nei bandi dei Piani di Sviluppo Rurale: se un'azienda può essere finanziata per il 40% a fondo perduto per piantare un pescheto, e poi gonfia le fatture e fa la maggior parte dei lavori in economia dichiarando più opere di quelle fatte (che ne so, si può dire di aver fatto fare lo scasso del terreno con uno scavatore, come per i vigneti (giorni e giorni di lavoro, diverse migliaia di euro per ettaro), e in realtà gli si è solo data una passata con un erpice a dischi (per un ettaro: un ora di lavoro e 5 litri di gasolio), può darsi che il contributo superi la spesa effettivamente sostenuta.

 

 

E' vero, la PAC è la principale voce di spesa del bilancio CE ed è anche un mostro di burocrazia che alimenta burocrazia, consorzi fasulli nati solo per sfruttarla, uffici inutili per i pagamenti e consulenze per compilare le domande. Si divide in due grandi settori:

- la PAC dei seminativi, cioè delle colture estensive, che dà contributi legati alla superficie coltivata. Sono dell'ordine delle centinaia di euro per ettaro, e sono quindi apprezzabili solo per grandi superfici.

- gli OCM (organizzazioni comuni dei Mercati) dei settori frutticolo e vitivinicolo che riguardano le colture arboree e la vite. Qui i contributi sono legati al fatturato delle OP (organizzazioni dei Produttori) e sono circa il 4,5% del fatturato; la metà viene dalla CE e la metà dall'associazione dei produttori. I contributi sono in parte legati alla superficie e in parte finanziano i nuovi impianti (qui siamo sull'ordine dei 2000 - 4000 euro/ha).

In effetti il difetto è che sono contributi a pioggia; per accontentare tutti, scontentano tutti e soprattutto non sono un incentivo alla ristrutturazione e all'adeguamento delle strutture produttive.

In viticoltura vige da 30 anni ormai il blocco dei nuovi impianti; questo ha dato origine a rendite di posizione e al mercato dei diritti di reimpianto. Inoltre nella sua schizofrenia la burocrazia europea sta erogando contributi x l'abbattimento dei vigneti allo scopo di ridurre le superfici (e quindi le eccedenze) ma ha in progetto dal 2014 la liberalizzazione dei nuovi impianti.

Tutto questo di sicuro non è mercato; anzi è una assurdità economica. Nonostante ciò le decisioni del produttore sono meno legate ai contributi di quanto si voglia far credere, e la contingenza economica col calo dei consumi, il ridotto potere contrattuale di una offerta frammentata rispetto ad una domanda molto concentrata, la rigidità della domanda di prodotti agricoli, condizionano molto di più le scelte imprenditoriali.

Che poi le aziende agricole non si adattino come dimensioni, non è vero, almeno nella pianura padana.

 

4. Perchè i produttori di latte devono inventarsi ogni anno come aggirare le "quote latte", vendersele care e amare fra di loro, litigare, e poi arriva il latte in caglio dalla Germania ?

 

In larga parte perché negli anni '80, quando fu introdotto il sistema delle quote nell'Unione Europea, l'Italia se ne fece assegnare una quantità di gran lunga inferiore al fabbisogno nazionale, diventando quindi un importatore cronico di latte. Ho lavorato alcuni anni nel settore della produzione di latte (anche se come tecnico, nel miglioramentoe genetico), e il sistema delle quote mi è sempre sembrato un'assurdità.

Per quanto riguarda il latte, è interessante anche notare come un litro di latte fresco al supermercato costa più di 1,30 euro in Italia e 50 centesimi in Olanda e in Germania. E il prezzo alla stalla (il corrispettivo dato all'allevatore) è grossomodo lo stesso (sui 30-35 centesimi al litro).

 

1) negli USA è sussidiata, ma non in tutto il mondo. In ogni caso c'è modo e modo, e la portata dell'intervento pubblico europeo non ha eguali. Dietro alla rivoluzione brasiliana non c'è solo l'adeguamento ai nostri livelli tecnologici. C'è soprattutto l'aumento della domanda globale di generi alimentari: la popolazione mondiale aumenta, e una bella fetta di essa, a differenza che in passato, può spendere per acquistare cibo, e può spendere ogni anno di più. Ora, possiamo lasciare che questa domanda sia soddisfatta da un'altra offerta, e continuare a baloccarci con la decrescita, la spesa a km zero and so on, oppure possiamo metterci a lavorare anche noi.

2)La terra è un bene rifugio proprio perché il suo valore è tenuto artificialmente alto dai sussidi. Lo era anche quando i sussidi non erano legati alla superficie ma alla produzione, semplicemente perché anche allora il profitto prescindeva dal mercato. E' poi difficile indovinare cosa succederebbe se la PAC venisse eliminata: può darsi anche che i prezzi dei terreni non scenderebbero. E' già successo proprio in Nuova Zelanda, dove l'abolizione dei sussidi ha provocato un aumento della competitività dell'agricoltura neozelandese.

3)Ho detto da qualche parte che esiste ancora il sostegno ai prezzi?

4)Ci sono state innovazioni tecnologiche, non c'è dubbio, ma (a differenza di quanto è successo 50 anni fa) non ci sono state rivoluzioni nella dimensione delle aziende, nell'assetto fondiario, cioè proprio ciò di cui ci sarebbe bisogno per restituire potere contrattuale ai produttori. Il famoso consorzio neozelandese è nato proprio dalla necessità di stare sul mercato e realizzare economie di scala adeguate, quando sono stati aboliti i sussidi. Da noi ci sono troppi stimoli opposti (e molti derivano dalla pac) perché i produttori si convincano a "fare sistema", a cedere parte della "sovranità aziendale" a realtà produttive più consistenti.

1 - l'aumento della produzione deriva da una intensificazione produttiva stimolata dalla domanda. In Brasile c'era spazio per una intensificazione, da noi difficilmente si aumenta ancora la produttività dei fattori dato che il salto tecnologico l'abbiamo già fatto. Che tutti si stia a guardare non è vero; io lavoro per una grande coop. ortofrutticola che vende kiwi in USA, sudamerica e Cina (sì, anche nel luogo di origine del kiwi)  susine in centroamerica e in Russia, praticamente dovunque si possa arrivare con un prodotto conservabile. Se questo non è darsi da fare ...

2 - non ne sono convinto. Il valore fondiario da anni non è più legato al reddito fondiario, anche se gonfiato dai contributi. Questi ultimi hanno distorto invece il mercato degli affitti (vedi medica disidratata con contributo CE e affitti a 2 milioni di lire negli anni 90).

3 - non era una correzione ma una affermazione, non voglio fare polemica dove non esiste

4 - non rivoluzione ma adattamento sì; oggi nelle provincie della romagna la dimensione aziendale si è ampliata non con la compravendita ma con gli affitti (propri e impropri), tanto e vero che aziende che fanno conto terzi hanno una base produttiva di centinaia di ettari. Le aziende frutticole hanno ampliato (poco) ma soprattutto investito e ristrutturato, almeno quelle che intendono sopravvivere. Hanno aumentato le densità di impianto, cambiato le forme di allevamento, coperto con antigrandine e esteso irrigazione e drenaggio fisso, cambiato le macchine. E tutto questo in anni sempre più difficili come redditività. La vera carenza è l'aggregazione dell'offerta; qui purtroppo la vecchia politica sta ancora facendo i suoi danni, limitando l'aggregazione delle organizzazioni dei produttori

Comunque complimenti a chi porta in luce i problemi di un mondo ignorato dai più, anche dagli economisti.

 

io lavoro per una grande coop. ortofrutticola che vende kiwi in USA, sudamerica e Cina (sì, anche nel luogo di origine del kiwi)  susine in centroamerica e in Russia, praticamente dovunque si possa arrivare con un prodotto conservabile. Se questo non è darsi da fare ...

Cavoli se è darsi da fare, e ti dico la verità, mi piacerebbe lavorare anche a me in realtà più operative di queste colline cretose..

Il mio punto di osservazione è senz'altro parziale, parte prima di tutto dalla mia esperienza personale, quella dei seminativi, in cui vedo una realtà fatta di aziende fortemente sottodimensionate e in cui l'intervento pubblico costituisce un forte stimolo a tirare a campare e un freno allo sviluppo. D'altronde la difesa della piccola azienda agricola fa parte di quei cosiddetti "valori pubblici" che la pac si impegna a sostenere economicamente, come forma tutela del paesaggio agrario.

Comunque non mi pare che stiamo raccontando un mondo tanto diverso, soprattutto quando parli di ostacoli della politica all'aggregazione dell'offerta e di distorsioni nei canoni d'affitto.

C'ho provato anch'io ad affittare la terra ai disidratatori della Farine Laziali negli anni '90, purtroppo non avevo una superficie sufficiente sennò ero a posto almeno per 6 anni... secondo me le distorsioni sui valori degli affitti sono anche più pesanti di quelle delle compravendite, dato che un'azienda che riesce ad afittare è un'azienda che si muove più spedita, che non si sobbarca mutui onerosi, e se le cose non vanno come si deve può tornare indietro.

Ma è proprio perché il mio punto di vista è parziale, mentre l'agricoltura è un universo complesso, che la Valle si è allargata al contributo di altri autori, ed è un luogo aperto. Vienici a trovare :-)

Purtroppo il mondo che raccontiamo è lo stesso, anche se magari ci sforziamo di vederlo da angolature diverse; stesse sono le difficoltà, i vincoli, la burocrazia stupida.

Verrò volentieri sul sito, ma non mi dispiacerebbe venirti a trovare sulla tua terra :-)

1 - l'aumento della produzione deriva da una intensificazione produttiva stimolata dalla domanda. In Brasile c'era spazio per una intensificazione, da noi difficilmente si aumenta ancora la produttività dei fattori dato che il salto tecnologico l'abbiamo già fatto.

 

Io credo invece che si possa ancora produrre di più e meglio, anche in Europa: è vero che si sono già fatti notevoli passi tecnologici in avanti, ma il miglioramento genetico (tradizionale e con i nuovi metodi biotecnologici, i cosiddetti OGM), ad esempio, può dare molti risultati ulteriori (in termini di quantità e qualità delle produzioni, e di efficienza nell'utilizzo delle risorse). Con le tecniche tradizionali si è ad esempio aumentata moltissimo la produzione di latte vaccino, e adesso si è arrivati anche a poter modificare la sua composizione in acidi grassi (qui, per esempio). Tra i numerosi esempi di OGM di successo si può citare il famoso Mais Bt che riduce la contaminazione da micotossine, o la papaya nelle Hawaii (di cui si può leggere nel libro di Bressanini citato dall'autore del post). Ed ho menzionato solo la genetica (di cui mi occupo), ma ci sono altri fattori della produzione agricola che si possono migliorare od ottimizzare. Per esempio, un mio amico olandese si dedica all'agricoltura computerizzata che tra le altre cose fornisce sistemi per razionalizzare l'irrigazione permettendo di calibrare l'apporto d'acqua a seconda delle necessità delle varie parcelle di terreno nel tempo (in pratica irrigare dove e quando serve). E la novità è apprezzata in Olanda, ma anche in Germania e Russia.

Ricapitolando, non dico che sia facile, ma spazio per migliorare c'è ancora (e secondo me sempre ci sarà).

 

2 - il valore dei terreni non è tenuto artificiosamente alto dai contributi PAC ma dal mercato extra agricolo: in Italia la terra è il bene rifugio per eccellenza, essendo una risorsa limitata, oggetto di investimenti di capitali extra agricoli. Negli anni ottanta e novanta la terra la compravano avvocati, notai e professionisti a prezzi folli per il singolo agricoltore. Anche oggi non mancano i capitali da investire o ripulire.

 

Beh, io infatti avevo detto che il prezzo dei terreni agricoli è tenuto alto ANCHE dai contributi; certo ci sono altri fattori, quali ad esempio l'investimento -come giustamente hai notato tu-, e la possibilità (in Italia tutt'altro che remota) che da agricolo il terreno diventi edificabile.

 

OGM

Marco Marincola 29/11/2010 - 13:46

D'accordissimo su molto.  Non su tutto perché c'è un dettaglio che mi stona, ovvero gli OGM.

Io sono tendenzialmente contrario per paura: che garanzie offrono gli OGM nei confronti di chi soffre di allergie e intolleranze alimentari?  Non c'è il pericolo di rendere pericolosi cibi una volta "sicuri"?

Per esperienza, già ora non è facile districarsi fra gli alimenti; senza una regolazione ferrea (analoga a quella delle case farmaceutiche) sarà ancora peggio.  Siamo sicuri che sia sostenibile?

Probabilmente sì, non mi risulta che negli USA ci siano grossi problemi, ma non so neanche da quanto,in che modo e all'interno di quale quadro normativo si sia sviluppato l'utilizzo degli OGM da quelle parti.

Chi ne sa un po' di più?

a proposito di OGM (sono OT, ma non troppo) cosqa ne pensate delle difficoltà che sta passando la monsanto a proposito delle sementi Roundup ready ?

forse il principio di precauzione viene spesso sottovalutato?

Non so nulla di OGM, ma se Monsanto perde soldi è un problema suo e/o di quel prodotto, non degli OGM in genere.E poi scusa: ti pare che 'ste super erbacce non siano un problema pure per chi coltiva biologico? O il solfato di rame ammazza tutto?

forse il principio di precauzione viene spesso sottovalutato?

Spessissimo.Per esempio da quegli irresponsabili che hanno introdotto l' uso della ruota e del fuoco, responsabili di tutti i morti per incidenti stradali.

Scherzi a parte, è un principio che ha senso solo se applicato a rischi quantificabili, se no finisce che non fai nulla che non facesse pure tuo nonno, e se ripeti un po' di volte ti trovi al paleolitico.

 

"Spessissimo.Per esempio da quegli irresponsabili che hanno introdotto l' uso della ruota e del fuoco, responsabili di tutti i morti per incidenti stradali"

oppure ci si sarebbe guardati bene dal produrre amianto e acrne agli ormoni.

in realtà il principio di precauzione trova la sua ratio nel cercare di evitare  rischi ponderabili ma non quantificabili. altrimenti si parlerebbe di principio di prevenzione che è tutta un'altra cosa.

"Non so nulla di OGM, ma se Monsanto perde soldi è un problema suo e/o di quel prodotto, non degli OGM in genere.E poi scusa: ti pare che 'ste super erbacce non siano un problema pure per chi coltiva biologico? O il solfato di rame ammazza tutto?"

la responsabilità della monsanto sorge nel momento in cui la società fa campagna attiva tra i contadini statunitensi consigliandoli di abbandonare ogni altro tipo di diserbante. adesso, anzichè trovarsi proiettati in un futuro fatto di profitti e sforzi ridotti, si sono guadagnati un nemico in più, tanti soldi in meno (alla fine sono gli stessi agricoltori a sostenere le spese maggiori per il raccolto perso), e con la zapa in mano- come i nostri nonni "eco-sostenibili :-D -

Non facciamo confusione: il fatto che l'uso ripetuto di un determinato tipo di diserbante provochi fenomeni di resistenze a quel determinato principio attivo è noto da sempre, e gli ogm non c'entrano nulla. E' un po' come con gli antibiotici, se ne prendiamo troppi dello stesso tipo finisce che non ci fanno più nulla. Questo non vuol dire che si siano generate delle super erbacce geneticamente modificate, come ho sentito dire da qualche parte, ma solo che tra le comuni infestanti sono sopravvisute (e si sono riprodotte) quelle che mostravano caratteri di resistenza alla sostanza impiegata per il diserbante. Sono le stesse erbacce di prima: si cambia prodotto e oplà... Ma è una cosa che avviene ovunque: da agricoltore mi è stato sempre sconsigliato di usare lo stesso prodotto tutti gli anni, anche se ero soddisfatto dei risultati, proprio per evitare fenomeni di questo genere.

Quindi il problema che si è verificato in alcune zone degli Stati uniti è solo un capitolo dell'antichissima battaglia per tenere le infestanti lontane dai campi. Se ne parla anche qui.

la responsabilità della monsanto sorge nel momento in cui la società fa campagna attiva tra i contadini statunitensi consigliandoli di abbandonare ogni altro tipo di diserbante.

Cioè di far pubblicità?

adesso, anzichè trovarsi proiettati in un futuro fatto di profitti e sforzi ridotti, si sono guadagnati un nemico in più, tanti soldi in meno (alla fine sono gli stessi agricoltori a sostenere le spese maggiori per il raccolto perso), e con la zapa in mano- come i nostri nonni "eco-sostenibili :-D -

bon, si convertiranno al biologico e Petrini gongolerà.Non ci vedo nessun problema.

 

quegli irresponsabili che hanno introdotto l' uso della ruota e del fuoco, responsabili di tutti i morti per incidenti stradali.

Scherzi a parte, è un principio che ha senso solo se applicato a rischi quantificabili, se no finisce che non fai nulla che non facesse pure tuo nonno, e se ripeti un po' di volte ti trovi al paleolitico.

se mai ci fosse rimasto qualcuno che non l'ha mai letto, "il più grande uomo-scimmia del pleistocene"  rimane un pilastro di saggezza e divertimento educato. ah, lo zio Vania, che ancora vive sugli alberi, e che visita però volentieri i nipoti  che già arrostiscono carne sul fuoco!  non so, penso sempre che un italiano non l'avrebbe mai potuto scrivere, per difetto di carattere.

Re: OGM

Giordano Masini 29/11/2010 - 17:02

Gli Ogm ammessi sul mercato sono sicuri, e lo sono proprio perchè esiste una regolazione ferrea in materia. Anzi, paradossalmente è proprio la presenza di questa regolamentazione ad avere gonfiato a dismisura i costi per l'immissione sul mercato di una varietà geneticamente modificata, costi che possono essere coperti con molta difficoltà da piccole società o da enti pubblici, lasciando spazio solo alle grandi multinazionali del settore.

In ogni caso non esiste un solo studio scientifico serio (per serio intendo sottoposto almeno a peer review) che dimostri che un Ogm sul mercato sia dannoso per la salute. Continuando con i paradossi, gli Ogm sono sottoposti a molti più controlli di quelli che subiscono le varietà selezionate con metodi convenzionali (sarebbe più corretto dire "le varietà il cui patrimonio genetico viene modificato con modalità diverse da quella del DNA ricombinante"). Per questo potrai trovare molte varietà allergeniche, ma nessuna di queste sarà mai un Ogm, perché altrimenti non sarebbe possibile commercializzarlo.

Comunque, per non dilungarmi, rimando alla lettura di "OGM tra leggende e realtà" di Dario Bressanini, un testo molto chiaro, interessante anche per uscire dalla querelle "naturale vs artificiale" e agli articoli del blog Biotecnologie Basta Bugie, i cui autori (molto più preparati di me) collaborano anche con la Valle.

Re: OGM

Mario Giardini 30/11/2010 - 01:13

Una volta ho visitato un museo a Lima, dove ho appreso che gli Incas erano riusciti a selezionare più di 800 tipi diversi di mais. Ricordo da ragazzo le piante innestate da mio padre (viti, alberi di frutta, e altro ancora). Ricordo anche esperimenti per incrociare gli animali. Insomma. Tutto quello che mangiamo è il prodotto di millenni di incroci incontrollati (scientificamente) di geni i più disparati, che però definiamo "sicuri". Adesso che si pretenderebbe di andare a vedere che cosa viene fuori quando in una pianta si inseriscono geni provenienti dall’esterno; che si pretenderebbe di provare in laboratorio se fanno male o se, invece, non sono nocivi e possono essere commercializzati; che si inseriscono, in maniera accurata e controllata, quei e solo quei geni che servono a correggere aspetti importanti o collaterali, ma egualmente importanti: esempio, ridurre l'uso di concimi e di antiparassitari; oppure aumentare la resa per ettaro; o inviare a popolazioni affamate (che evidentemente non possiedono né silos né frigoriferi) prodotti che deperiscano meno velocemente di quelli tradizionali. Ecco, quando si tenta di fare questo, cioè quando si tenta di capire e di migliorare processi pericolosi affidati per migliaia di anni alle mani e agli intelletti di contadini e allevatori privi di conoscenze scientifiche, lamenti guaiti ed alte grida si levano per opporsi. Non s'ha da fare. Francamente: mi sfugge la razionalità.

Un po' fuori tema ma legato all'attualità, vorrei proporre il conferimento di una laurea honoris causa al ministro Frattini, che propose di convertire le coltivazioni di oppio in Afghanistan in piantagioni di olivi. Pensare di introdurre una tipica pianta mediterranea, che non cresce perfino in gran parte del nord Italia a causa delle gelate invernali, in un paese dove in inverno si arriva a -20 gradi, mi sembra una geniale proposta che merita un riconoscimento, soprattutto se condivisa con diplomatico statunitense.

I balconi di Milano sono pieni di piante d'olivo, che resistono all'inverno. Ovvio che non produciamo olio.

Mi risulta che le piante di olivo possono resistere al massimo una settimana a -7°C e subiscono danni pemanenti se la temperatura scende a  -10°C.

Ovviamente i balconi dei palazzi in centro di Milano sono abbstanza protetti dal gelo.....

Le ragioni per i sussidi agricoli sono principalmente tre.

La prima, e forse più importante, è che l'agricoltura, al pari della politica energetica, è considerata strategica, ed è strategicamente perdente che un paese dismetta quasi del tutto la propria produzione agricola, rimanendo dipendente dai mercati esteri. Cosa accadrebbe in caso di guerra con un blocco degli scambi commerciali?

La seconda è che veramente una campagna ben coltivata aiuta a prevenire alcuni disastri. Una montagna con alberi, coltivata e con dei terrazzamenti ben fatti, difficilmente franerà anche con un violentissimo acquazzone. Posso farti esempi concreti e reali.

La terza è che l'agricoltura, a differenza della manifattura e dei servizi, ha una domanda inelastica. Se il Pil pro capite aumenta, la quantità consumata di beni alimentari non aumenterà, quindi se il settore agricolo vuole avere lo stesso reddito relativo, i prezzi dovrebbero aumentare in misura pari al Pil. Cioè, non possono compensare un minor prezzo con una maggiore quantità venduta (parlo del settore, non del singolo imprenditore agricolo).Però negli anni il valore aggiunto del settore agricolo è diminuito rispetto al Pil, poichè si produce di più con meno spreco di risorse (meccanizzazione, agricoltura intensiva ecc...) con meno risorse e occupazione, quindi non vedo un problema da questo punto di vista, poichè, oltretutto, i prezzi diminuiscono (alla produzione) poichè la produzione agricola è polverizzata mentre la domanda della grande distribuzione è concentrata, con un rilevante potere contrattuale da parte di quest'ultima.

Quindi, dal punto di vista die prezzi, salvaguardando le altre due ragioni (indipendenza alimentare e prevenzione idrogeologica), basterebbe introdurre un maggior grado di concorrenza nella grande distribuzione, cercando di diminuire il ricarico di questa sul prezzo finale del prodotto agricolo.

Nessuno tenta di favorire e stabilizzare l'occupazione agricola, fortunatamente, poichè è quasi un processo naturale che con una migliore meccanizzazione e con la domanda inelastica l'agricoltura e l'occupazione del settore sia sempre meno rilevante rispetto al Pil. 

La ragione politica che sottintende la Pac, invece, è quella di mantenere questa, ormai piccola, parte di Pil all'interno del territorio della UE invece di delegarla ad altri, per i primi due motivi sopra esposti.

 

 

La prima, e forse più importante, è che l'agricoltura, al pari della politica energetica, è considerata strategica, ed è strategicamente perdente che un paese dismetta quasi del tutto la propria produzione agricola, rimanendo dipendente dai mercati esteri. Cosa accadrebbe in caso di guerra con un blocco degli scambi commerciali?

son le stesse chiacchiere che si usavano per gli altoforni italiani, piazzati in centro-città e divoratori di risorse pubbliche. eppure anche l'acciaio è popolare in guerra: "volete voi burro o cannoni?" e sembra che si preferissero i secondi. rispettiamo la volontà popolare?

La seconda è che veramente una campagna ben coltivata aiuta a prevenire alcuni disastri. Una montagna con alberi, coltivata e con dei terrazzamenti ben fatti, difficilmente franerà anche con un violentissimo acquazzone.

peccato che gli aiuti non vadano a sostenere direttamente il reddito delle imprese collinari, magari collegandoli ai lavori di mantenimento effettivamente svolti, ma finiscano alle sovrapproduzioni (peraltro di scarsa qualità) della pianura.

La ragione politica che sottintende la Pac, invece, è quella di mantenere questa, ormai piccola, parte di Pil all'interno del territorio della UE

la ragione politica che sottintende ai pac è la potenza elettorale della lobby agricola che vota compatta un po' dappertutto in europa. taciamo, per carità di patria, cosa significa per i paesi del terzo mondo questa politica di aiuti e di dazi doganali.

Non credo che il 4,4% degli occupati, e probabilmente del corpo elettorale, sia così determinante a fini elettorali, e sulla relativa compattezza.

Sul fatto che i sussidi vadano alle persone sbagliate e che i meccanismi siano farraginosi e pieni di insidie, com'è, purtroppo, spesso l'azione della burocrazia, siamo completamente d'accordo. Meglio sarebbe legarli ad interventi per la prevenzione dei rischi idrogeologici, che costano molto meno dei danni che poi bisogna pagare ex post.

Non credo che il 4% del Pil dell'Unione Europea possa sfamare l'intero terzo mondo, nemmeno nel caso in cui (poco probabile) dopo l'apertura dei mercati agricoli e l'abolizione dei sussidi l'intero 4% sia prodotto all'estero.

Inoltre vi sarebbero problemi riguardanti le regole riguardanti i prodotti chimici utilizzabili. Nel caso in cui il tutto venisse prodotto fuori dall'UE e l'UE, a garanzia della salute dei cittadini, decidesse di abbassare le quantità o le tipologie di prodotti chimici utilizzabili nella produzione di alimenti, ci sarebbe la solita polemica sul fatto che queste regole siano dei "dazi di fatto" (se n'è parlato prima al GATT e poi al WTO).

Insomma, con il 2% del Pil dell'UE (al massimo, visto che una certa fascia rimarrebbe comunque sul mercato, ad un prezzo superiore) non si sfama il terzo mondo. Inoltre la cura delle campagne è collegata, anche se non sempre, all'attività agricola, quindi sarebbe meglio una riorganizzazione dei sussidi in tal senso, ma non la semplice abolizione (visto che si possono prevenire danni maggiori, derivanti dal dissesto idrogeologico). Infine c'è comunque l'interesse ad avere in una materia del genere una quota di produzione nazionale, c'è poco da fare.

Già abbiamo visto che la Russia, chiudendo i rubinetti, può mettere in difficoltà il settore energetico europeo, figuriamoci se deleghiamo il grano a paesi africani che poi, magari, per ricontrattare le concessioni petrolifere minacciano l'interruzione della fornitura, ad esempio, di grano.

Potrei essere più ipocrita, dire che va bene l'apertura totale del mercato agricolo per poi sostenere una legislazione ultrarigida sulla tutela della salute impedendo di fatto l'accesso di molti prodotti nel mercato europeo, ma preferisco la chiarezza.

 

il valore della produzione agricola è stato nel 2009 circa 49 miliardi ( V.A. 28 miliardi ) a cui vanno aggiunti 5 miliardi di sbilancio commerciale del settore agroalimentare ( cifra per eccesso in quanto contiene costi di trasformazione e margini ) : totale 54 miliardi , 900 euro per abitante , meno di 2,5 euro al giorno per abitante.

Se confrontiamo questi numeri a quanto spendiamo per mangiare possiamo avere un'idea dei costi di trasformazione , internediazione e commercializzazione che gravano sui prodotti alimentari.

Sono convinto che questo modo di ragionare porta più svantaggi che benefici: in primo luogo, fermo restando il fatto che le politiche protezionistiche sono spesso la causa delle guerre, molto più di quanto non riescano ad essere un modo per prevenirne gli effetti negativi, ci sono altri aspetti che vanno tenuti in considerazione: immaginiamo cosa significherebbe, ad esempio, panificare esclusivamente con grano italiano. Il prezzo del grano, e di conseguenza quello del pane, dipenderebbe solo dall'andamento dei raccolti di un'area geografica limitata, e sarebbe eccessivamente instabile, a meno di ulteriori interventi pubblici per regolare i prezzi.

Ma dove sta scritto (mi piacerebbe proprio saperlo, dato che è una delle cose che sento dire più spesso) che senza sussidi dismetteremmo la nostra produzione agricola? Nel mondo reale sono i paesi che non sussidiano ma che guardano al mercato quelli i cui comparti agricoli sono più competitivi. la Nuova Zelanda (non quindi un paese in via di sviluppo in cui si è solo colmato un gap tecnologico, né un paese le cui aziende hanno estensioni sudamericane) è un posto lontano, ma non sarebbe male imparare la loro lezione.

Quello poi della salvaguardia del paesaggio e dell'ambiente è il luogo comune più duro a morire: è vero che le aziende agricole, nella loro multifunzionalità, hanno sempre operato in difesa di un certo equilibrio idrogeologico, con benefici per tutti. Ma andiamo a guardare un po' più nello specifico: sono solo le aziende il cui reddito deriva dal prodotto ad essere stimolate ad investire e a lavorare correttamente la terra, inseguendo l'efficienza produttiva. Se mi paghi per star fermo io sto fermo, e anche se mi paghi per non star fermo finisce che sto fermo lo stesso, che rischio a fare? la terra l'abbandono, o faccio quel minimo che mi garantisce il sussidio, e il paesaggio, l'ambiente e l'equilibrio idrogeologico vanno a farsi benedire. Pochi giorni fa, se vogliamo proprio parlare di alluvioni, il Paglia dalle mie parti è andato fuori abbondantemente in molti punti, portando via terra e coprendo molti campi di breccia di fiume. Vogliamo scommettere che nessuno dei proprietari di quei terreni si preoccuperà di rimuovere la breccia, bonificare e risistemare le quote preesistenti? La bonifica son soldi, meglio star fermi, tanto se quel terreno produce 5 o 10, cambia poco, se intanto 20 me lo date voi.

Quanto all'ultimo punto, hai ragione, il problema è l'eccessiva parcellizzazione delle aziende, che perdono peso contrattuale. Ma uno degli obbiettivi dichiarati della PAC è proprio quello di difendere i piccoli agricoltori, non si sa bene poi da che, e la conseguenza sono tante misure che nella pratica scoraggiano proprio l'aggregazione dell'offerta (e l'aggregazione dell'offerta aiuterebbe proprio i piccoli produttori, che invece a far da sè soccombono)...

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