Credibilità internazionale: l’Italia e la Politica Mondiale

26 marzo 2007 andrea gilli

Con la fine della Guerra Fredda, l’Italia ha di fatto (ri)acquisito una sorta di autonomia in politica estera. Autonomia significa poter decidere sui modi e tempi di interazione con il resto del mondo e soprattutto (dover) pagare costi e (poter) ricavare benefici dalle proprie azioni. Autonomia significa dunque responsabilità, ma anche credibilità. Potendo agire in modo più autonomo, non solo l’Italia ha iniziato ad essere responsabile delle proprie azioni, ma ha anche iniziato ad accumulare un suo stock di credibilità – che, come in qualunque interazione sociale, e’ fondamentale per la miglior attuazione delle proprie strategie e quindi il raggiungimento dei propri obiettivi. Poiché il concetto di credibilità internazionale è tanto importante quanto usato a sproposito, in questo articolo ci proponiamo di specificarlo sia nei suoi significati che nelle sue implicazioni in termini di policy.

La credibilità internazionale è sostanzialmente l'immagine che la comunità internazionale ha di un certo Paese. Essa è importante in quanto permette ad un attore di fornire informazioni in modo più semplice e veloce in merito ai propri obiettivi, alla propria capacità e volontà di ottenerli, etc. per ciò che concerne la politica internazionale. In altre parole, permette di essere più efficace ed efficiente. Chiaramente, il concetto di credibilità internazionale non è estraneo alla forza relativa del Paese in questione: è altresì ovvio che un Paese forte è anche credibile, e un Paese credibile è forte (non entriamo nel merito del significato del termine "forza" perchè ciò richiederebbe un altro articolo).

La credibilità di un Paese è dunque una sorta di capitale immateriale che si accumula nel tempo. Essa dipende da numerose variabili. In questa sede possiamo considerae le principali. In primo luogo, è importante sottolineare il fatto che questo capitale si inizi ad accumulare a partire da determinanti turning-point nella storia di uno Stato. Paesi dalla storia secolare quali Stati Uniti, Francia o Cina iniziano ad accumulare il loro capitale di credibilità a partire da significative svolte costituzionali (o dai cambiamenti avvenuti nella loro forma di governo/regime), non certo dalla condotta dei loro capi di Stato di secoli orsono – anche se la Storia di un Paese ha un ruolo non indifferente nel creare un’identità nazionale e quindi nel rafforzare la coesione socio-politica interna di un Paese, e di conseguenza nel contribuire alla sua stessa credibilità. Proprio la coesione interna è infatti un secondo fondamentale fattore per la credibilità di uno Stato.

Possiamo dividerla in due sottocategorie: da una parte c’è la coesione politico-sociale tra società e Stato (quanto una comunità è legata allo Stato di cui fa parte: uno Stato come l’Afghanistan o l’Iraq evidentemente non ha una forte coesione interna in quanto i suoi cittadini non riconoscono o non hanno fiducia nelle istituzioni statuali), e poi c’è la coesione in materia di politica estera. Se l’assenza di coesione interna fa naturalmente venire meno la coesione in materia di politica estera, non è però vero il contrario: questo è il caso dell’Italia, che pur non avendo casi di warlordism (anche se il ruolo della Mafia non è da sottovalutare), non riesce ad esprimere una posizione univoca circa il proprio ruolo internazionale.

Infine, su questo capitale accumulato intervengono i Governi, come degli “shocks”. La loro capacità di proporre una politica estera condivisa e di attuarla determina il tasso di deprezzamento di questo capitale. Da qui deriva l’effetto positivo o negativo apportato da ogni singolo Governo sulla credibilità del proprio Paese.

Ogni Stato ha dunque una sua credibilità, che è data dalla sua Storia (tanto socio-culturale che politica). I Governi incidono sulla credibilità del loro Stato non per via delle persone che li compongono, ma attraverso la loro abilità di governare. Paesi quali gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Inghilterra, hanno una forte credibilità, in quanto storicamente sono stati amministrati in modo efficace ed efficiente, in quanto sono coesi internamente e poichè sono riusciti ad esprimere politiche estere condivise. Ciò non significa che quanto fanno sia sempre corretto o efficace, significa che sono in grado di compattare abbastanza efficacemente la società che rappresentano per manifestare una posizione univoca sul piano internazionale (ovviamente delle eccezioni sono possibili: si veda Jimmy Carter o George W. Bush, per esempio).

Quando un nuovo Governo sale al potere, pertanto, questo eredita la credibilità dello Stato che si appresta a guidare. Il Governo può soffrire crisi di legittimità interna o esterna (Jimmy Carter o Bush, al termine della loro presidenza, per via della frammentazione interna prodotta dalle loro politiche o dell'ostracismo mostrato dalla comunità internazionale nei loro confronti), ma la credibilità dello Stato resta abbastanza intatta – ovviamente delle eccezioni sono possibili.

Per esempio, nessuno può realisticamente pensare che gli Stati Uniti non siano più in grado di usare la loro forza militare, anche dopo due mandati di George W. Bush. Piuttosto, è facile ipotizzare che l’attuale amministrazione americana possa incontrare notevoli problemi in questo senso.

La credibilità dell’Italia

Dunque, la credibilità di un Paese dipende dai trascorsi di quel Paese medesimo, dalla sua Storia, dalla sua coesione interna, etc. Non intimamente dal Governo in carica, specie se il Governo si è appena insediato. Per essere ancora piu’ espliciti: l’Italia non ha perso credibilità perché è salito al potere uno come Silvio Berlusconi (o Romano Prodi), come taluni avrebbero voluto farci credere, ma piuttosto “solo un Paese come l’Italia poteva eleggere a primo ministro uno come Silvio Berlusconi (o Romano Prodi)”. (Grosso modo quanto si dice a proposito dell’Italia nei circoli diplomatici internazionali).

Se infatti gli Stati Uniti, che ci sia Clinton o che ci sia Bush, restano un Paese unito e coeso, l’Italia resta invece una Paese profondamente diviso da ampie fratture ideologiche, sociali, culturali – senza parlare di quelle geografiche, a dispetto del Governo in carica. E soprattutto con un senso della fazione, del clan, della tribu’, piuttosto che con un senso dello Stato. Forse unico – di sicuro raro – tra i Paesi del G8, l’Italia è caso abbastanza singolare nel quale politici e parlamentari agiscono sistematicamente contro gli interessi del proprio Paese pur di delegittimare l’avversario politico. Lo vediamo quando si tratta di rifinanziare le missioni militari, lo vediamo quando al Parlamento europeo assistiamo a vere e proprie imboscate – organizzate da politici appartenenti all’opposizione – contro il Governo in carica, etc.
E’ ovvio che in queste condizioni qualunque Governo, a dispetto delle sue capacità e del suo colore politico, non è particolarmente credibile, in quanto tutti gli attori internazionali sanno bene che l’Italia non sarà mai in grado di formulare una politica estera condivisa, e quindi di portare a termine in modo autonomo gli impegni assunti. Se i politici non riescono a vedere un supremo interesse da servire, se la società che compone lo Stato non è disposta ad accettare quanto il proprio Governo ha intenzione di compiere (se non addirittura ne nega la legittimità – e tutto cio’ a sua volta è in gran parte frutto della retorica a cui fanno ricorso i nostri politici), allora è verosimile pensare che quello Stato non sarà in grado di assumersi le proprie responsabilità internazionali. In altre parole, non sarà credibile.

Gli ultimi anni di politica italiana ci raccontano proprio questa storia. Nei giorni scorsi abbiamo visto quanto accaduto in Afghanistan. Ovviamente una pessima pagina di storia nazionale. Se guardiamo all’Iraq vediamo però una storia molto simile, per certi versi. Il Governo si mostrò certamente coeso e unito, a differenza dell’attuale, nel gestire quella missione militare. Ma lo Stato rimaneva quello con il quale deve confrontarsi l’attuale maggioranza. Ciò significa che quando alcuni connazionali furono rapiti, la posizione dell’Esecutivo divenne presto di estrema debolezza. Proprio come abbiamo visto nei giorni passati in merito al rapimento del giornalista Daniele Mastrogiacomo.

Analogamente, lo stesso fatto che per decidere l’intervento in Iraq sia stato necessario giocare sull’ambiguità delle parole (andavamo in pace, in un teatro di guerra) mostra sostanzialmente la profonda debolezza di quell’Esecutivo – se può consolare, non certo superiore a quella dell’attuale. Esso, infatti, pur essendo disponibile ad assumersi nuovi e più importanti impegni internazionali, dovette sempre fare notevoli compromessi che alla fine hanno ridimensionato sognificativamente l’importanza dei nostri contributi. In breve: nonostante le buone intenzioni e anche una discreta capacità mostrata nel gestire situazioni complesse quali appunto la missione in Iraq e in Afghanistan, la credibilità dello Stato italiano non mutò in modo significativo – nonostante il Governo si sia mostrato un amministratore discretamente valido. Il motivo, come detto, è semplice: perchè le nostre divisioni interne, il provincialismo della nostra cultura e prassi politica, il tribalismo della nostra classe politica non scomparivano, ma addirittura riscoprivano una nuova primavera.

Inoltre, cio’ che blocca qualunque tentativo di accrescere la nostra credibilità internazionale è il perenne ricorso alla politica estera come strumento di lotta politica interna. Non solo cio’ suggerisce una divisione di intenti che piu’ che rara è paradossale, ma anche la possibilità, per gli altri attori internazionali, di trovare nell’opposizione parlamentare di turno uno straordinario alleato contro il nostro Paese. Altrove si parlerebbe di tradimento, da noi si chiama dialettica politica.

Non è però esente da biasimo il comportamento delle varie maggioranze parlamentari che ovviamente non si comportano in modo molto diverso. La politica estera, infatti, diventa in Italia una passerella per i propri spettatori interni, con risultati spesso "discutibili": dalle pacche sulle spalle di Berlusconi con le quali si pensava (di far credere?) che la debolezza e la scarsa credibilità internazionale del nostro Paese potessero essere rimpiazzate dall'amicizia tra leader politici (this is demented, direbbero gli americani), alle proposte di Conferenza per l'Afghanistan che, finora, hanno avuto il solo risultato di compattare la maggioranza parlamentare italiana (e dalle implicazioni not serious, sempre per usare un'espressione cara ai cugini oltre Atlantico). Giusto per fare due semplici esempi.

Si può dire che questa è la politica. Si può però anche ribattare che il dovere di uno scienziato politico è sottolineare questi problemi.

In presenza di uno Stato con poca credibilità internazionale, pertanto, qualunque Governo risulta debole. Ma è altresì evidente che i Governi non sono tutti uguali. Vi possono essere politiche sbagliate – ma portate a termine. E politiche corrette, che però un Governo non è in grado di completare. Le politiche sbagliate incidono sulla legittimità internazionale o sullo status del Paese, e sulla credibilità di un governo se nel lungo periodo non vengono corrette (in quanto attaccano la base di "forza" degli Stati). Le politiche non portate a termine incidono sulla credibilità. Il precedente Governo è andato in Iraq. Molti affermano che così facendo ha leso i nostri interessi. E’ possibile – è una questione di interpretazioni. Gli effetti, in ogni caso, si risentiranno sulla nostra legittimità ad operare all’estero e sul nostro status: siamo in grado di agire, ma gli altri ci percepiscono come avversari o antagonisti (?). Se ciò porterà degli svantaggi materiali, alla fine il ridimensionamento della nostra forza relativa non potrà che rappresentare anche un danno in termini di credibilità.

Il presente Governo non è invece in grado di confermare le missioni militari che vedono impegnate le nostre forze armate: ciò incide direttamente sulla nostra credibilità. Siamo intenzionati ad agire, ma non ci riusciamo. Forse è una metafora estrema: ma sembra un bambino che vuole far vedere di diventare grande, senza esserlo. Allora non lo si prende sul serio.

Perché e cosa fare?

Da quanto è stato detto potrebbe emergere una visione che tende a deresponsabilizzare il ruolo dei Governi. E’ vero l’opposto: come indicato, la credibilità di uno Stato deriva sia da come esso è stato storicamente amministrato che dalle sue peculiarità politico-culturali. E i Governi che si succedono alla loro guida possono influire su entrambe le variabili. In primo luogo amministrando meglio la res publica. In secondo luogo, contribuendo a eliminare quelle cause strutturali che ci impediscono di essere presi seriamente a livello internazionale.

Come argomentato nei precedenti paragrafi è necessario superare la lotta tra guelfi e ghibellini che caratterizza la nostra politica interna, è necessario creare una cultura politica, è necessario portare in Parlamento personaggi di piu’ alto spessore politico e culturale (e – se ci è permesso – morale), è necessario creare un senso dello Stato tra i cittadini, in primis efficientizzando la macchina statale che al momento sembra ritardata di trent’anni nelle sue dinamiche.

Conclusioni

Nel nostro Paese il concetto di credibilità viene usato in malo modo e in maniera tendenziosa – chiaramente come strumento di lotta politica interna. Ad ogni mossa dell’Esecutivo, l’opposizione di turno invoca la perdita di credibilità internazionale per criticare quanto viene fatto. Questa è chiaramente una mossa pretestuosa: infatti, cio’ che lede la nostra reputazione internazionale non sono, di per se’, o almeno direttamente, gli atti e le azioni del Governo, ma l’uso della politica estera come strumento di politica interna. Appunto le divisioni che si manifestano nel Paese e di cui abbiamo ampiamente parlato in questo articolo. Per esempio, quando il Ministro D’Alema fece la famosa passeggiata con un membro di Hizbullah nessuno ragionò sull’importanza di assicurarsi che le nostre truppe, per il buon proseguimento della missione stessa, non venissero attaccate. In tanti si stracciarono le vesti, ovviamente parlando di credibilità – senza ragionare sul fatto che, non essendo l’Italia in grado di accettare delle vittime da una missione militare (cultura politica), l’unico modo per portarla a termine con successo, e quindi in definitiva farci acquisire punti sullo scacchiere internazionale, consisteva nel “concertare” le condizioni in loco. E quindi ragionare con i possibili avversari perche’ tutto filasse al meglio. Lo stesso si puo’ ovviamente dire a proposito della missione in Iraq e di come l’opposizione di allora abbia trattato il caso: certamente non nell’interesse del nostro Paese, ma invece utilizzando la vuota retorica dell'articolo 11 senza in realtà essere coerente tanto con l'articolo stesso (si veda quanto ha scritto a proposito il costituzionalista De Vergottini) che con se stessa (si veda la guerra in Kosovo).

Tutto cio’ suggerisce dunque alcune conclusioni finali, in particolare sulla necessità di agire su determinati fronti per accrescere la credibilità internazionale dell’Italia.

I Governi italiani, in primo luogo, soffrono di una tremenda debolezza dovuta al rapporto (anomalo) con il Parlamento e al ruolo (più che anomalo diremmo paradossale, in questo caso) del Primo Ministro che più che Primo è Prono. Questi problemi hanno bisogno di una soluzione: una classe politica seria si preoccuperebbe di trovarla.

In secondo luogo, e questo ci sembra il punto più importante, nel nostro Paese gli interessi di bottega tendono drammaticamente a prevalere su quelli generali: si parli di riforme economiche o di politica estera, dove i singoli parlamentari antepongono l’interesse del loro partito o della loro coalizione a quelli della Nazione che invece sarebbero chiamati a servire. In altri termini non c’è senso dello Stato e delle Istituzioni tra gli stessi rappresentanti dello Stato. Se una riforma costituzionale è la soluzione al problema del capoverso precedente, una riforma elettorale non basta per risolvere il secondo. Serve leadership, e una nuova cultura politica: purtroppo queste non si inventano con un tratto di penna.

In conclusione, sia il Governo che l’opposizione più che pensare ad usare la politica internazionale come uno specchio per le allodole (interno) dovrebbero pensare a rimuovere quei fattori strutturali che ci impediscono di essere un Paese credibile. Chi procederà in questo senso farà un favore a se stesso, in quanto troverà più facile governare, ma soprattutto al Paese, allo Stato. Stato di cui i Governi dovrebbero essere servitori. Dovrebbero, appunto.

L'errore imperdonabile è illudersi che la credibilità dell'Italia possa essere riscattata in poco tempo e facilmente: magari con un semplice cambio di Governo. Ciò non solo non risolve il problema, ma anche lo accresce. A noi sembra che questa illusione sia drammaticamente diffusa. Purtroppo, per il nostro Paese.

Le divisioni che hanno preceduto il voto di oggi in Senato, al di là di come esso terminerà, ci danno una sola informazione: la credibilità del Paese continua a logorarsi.

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Nota Redazionale. Andrea Gilli è uno dei redattori di epistemes. Stiamo provando a vedere se riusciamo a collaborare su temi di mutuo interesse.

15 commenti (espandi tutti)

Le divisioni che hanno preceduto il voto di oggi in Senato, al di là di
come esso terminerà, ci danno una sola informazione: la credibilità del
Paese continua a logorarsi.

Vedo qui un salto logico: dalla credibilita' dell'esecutivo a quella del Paese. Io mi preoccuperei di piu' se l'esecutivo avesse prestigio: nelle condizioni presenti, chi riuscirebbe a metter su un governo autoritario senza che scappasse da ridere a tutti, a cominciare da lui?

D'altronde, se vai a guardare indietro nella storia, il periodo migliore per l'Italia fu il Rinascimento, in cui principi e duchi erano troppo impegnati a farsi le scarpe l'un l'altro (sovente con truppe mercenarie, il che e' ottimo per prevenire bonapartismi o cesarismi) per trovare il tempo di opprimere mercanti e intellettuali... Confrontalo col deprimente panorama dell'Italietta umbertina o del fascismo...

Intendevo le divisioni nel Paese, non nella maggioranza.

Sull'Italia, a me sembra che il periodo migliore sia stato quello del Risorgimento quasi fino al periodo liberale di Giolitti. Certo, non era il paradiso, ma era meglio dell'attuale fase.

Le divisioni del Rinascimento ci portarono 4 secoli di dominazione straniera, che tra le altre cose rappresento' in talune aree un freno allo sviluppo (Sud - al Nord, gli austriaci invece trasmirero idee e pratiche piu' evolute) economico, politico, culturale, e sociale.

ag

 

Sull'Italia, a me sembra che il periodo migliore sia stato quello del
Risorgimento quasi fino al periodo liberale di Giolitti. Certo, non era
il paradiso, ma era meglio dell'attuale fase.

Mah, non lo so mica: a Giolitti e' dato credito per l'invenzione del trasformismo, che e' il nonno delle ammucchiate consociative e opportunistiche di ieri e di oggi. E tra teorici del Risorgimento, vedo poco di valore: avventurieri generosi ma politicamente sprovveduti come Garibaldi; guru democratici idealisti e digiuni di economia come Mazzini; liberali come Cavour ridotti a lavorare (con molte frustrazioni) per una dinastia clerico-conservatrice come poche altre...

Sull'unita' nazionale (non solo in Italia), la mia posizione e' questa. Nel XIX secolo (per l'Italia e la Germania, e due o tre secoli prima per altri paesi europei) essa rappresento' un prezzo politico da pagare per ottenere almeno in campo nazionale i vantaggi del free trade (abolizione dei dazi interni, maggiori orizzonti per gli investimenti, economie di scala etc.). Dopo i lavoro di Smith e ancor piu' di Ricardo, e poi con l'evangelizzazione da parte di Stuart Mill, Bastiat e molti altri, c'era gia' abbastanza evidenza teorica e sperimentale a suo favore, ma a livello politico prevaleva il mercantilismo nazionalista. La scommessa, per le classi emergenti europee di inclinazione liberale, fu quella di accettare un compromesso: allargare i confini, anziche' renderli piu' porosi. Il prezzo pagato fu, purtroppo, un assetto politico che porto' a numerosi conflitti militari, tra cui due guerre mondiali.

Dopo il disastro di WWII (che seguiva quello di WWI ma, di nuovo per ragioni politiche, fu lasciato accadere con la demenziale Pace di Versailles, contro l'avviso di poche persone sensate tra cui JM Keynes) si decise che era tempo di pensare all'integrazione economica come antidoto a nuovi conflitti: e furono stesi accordi internazionali che permisero un insolitamente lungo periodo di pace e prosperita' in Europa e altri paesi industrializzati. Tali accordi avevano a mio avviso i loro limiti, come per esempio le assunzioni di politica economica alla base degli accordi di Bretton Woods, ma non si puo' negare che GATT (e poi WTO) da un lato e CEE per quel che riguarda l'Europa abbiano giocato un ruolo positivo nello smantellamento degli ostacoli al commercio internazionale. Un'ulteriore ondata di liberalizzazione arrivo' negli anni '80, quando l'abbandono di certi assiomi keynesiani quali la fissita' dei cambi delle valute permise di aprire nei confini nazionali altre brecce, stavolta non solo per le merci ma anche per i movimenti di capitali.

Qual e' il problema rimasto? Quello solito: a livello popolare la cultura economica non e' mai progredita al di la' del Mercantilismo (il cui equivalente in campo medico e' lo scegliersi un dottore che ti curi con i salassi e dia la colpa delle malattie agli influssi astrali), e per governi eletti a suffragio universale e' incredibilmente difficile vendere ai votanti il fatto che la disomogeneita' dei partners commerciali e' quel che rende commerci e finanza internazionali vantaggiosi (a tutti i partners, anche quelli meno competitivi in ogni campo), non la loro omogeneita'. A questo punto, i governanti preferiscono concludere con Jacques Delors che "non ci si puo' innamorare di un mercato unificato", e che per mantenere il supporto popolare e' tempo di passare all'unificazione politica. (A onor del vero ne esistono anche alcuni particolarmente trogloditi che non hanno mai passato la fase del puro protezionismo e vogliono erigere barriere sub-nazionali, ma non hanno molto peso). Siamo cioe' agli errori del XIX secolo, ma magnificati a livello di "trade block" anziche' nazionale: stringiamoci assieme nella nostra fortezza, alziamo il ponte levatoio per separarci da immigranti extracomunitari che fanno concorrenza alla manodopera locale, prodotti cinesi che fanno competono con i nostri costosi manufatti, e locuste "anglosassoni" che con i loro capitali rischiano di turbare gli accordi cogestivi benedetti da governi devoti al "modello sociale europeo".

Plus ça change, et plus c'est la meme chose...

... NCS... non ci siamo.

1) con Giolitti la lira tocco' la parita' con l'oro. Se si conta che aveva a che fare con partiti di massa (e socialisti) in rapida ascesa, lo si giudica in tutta altra maniera. Per certi versi sbaglio'. Ma mi sembra che avesse tutt'altro valore politico dagli individui che popolano attualmente il Palazzo.

2) La lettura della nascita dell'Italia e' interessante ma, per me sbagliata. Non considera il ruolo del nazionalismo (nel caso tedesco, soprattutto) e dell'anarchia internazionale. In altre parole: l'Italia, per contare in Europa e non finire come la Polonia, doveva avere le dimensioni degli altri Stati. E difatti cosi' fece.

3)

si decise che era tempo di pensare all'integrazione economica come antidoto a nuovi conflitti: e furono stesi accordi internazionali che permisero un insolitamente lungo periodo di pace e prosperita' in Europa e altri paesi industrializzati.

Non sono d'accordo. Non confondiamo la causa con l'oggetto: pace, democrazia, commerci, etc. furono mantenuti dalla forza militare degli Stati Uniti. Si veda Gowa (1993), ma anche le varie opere di Gilpin (1981, 1987) o Grieco (1990) e Mastanduno (1991). Believe boy, this is the right interpretation.

I agree, invece, sulla cultura economica in Italia... ricorda il Medioevo.

ag

1) con Giolitti la lira tocco' la parita' con l'oro.

Che un cambio in salita rappresenti il colmo della virtu' economica e' una tipica illusione mercantilista; e ricorda che la fine dell'800 era un periodo deflattivo. Io trovo piu' interessante lo scandalo della Banca Romana, con il suo insabbiamento dell'inchiesta che si era conclusa nel 1889, l'aver fatto nominare senatore il governatore della banca Bernando Tanlongo, e la curiosa coincidenza dei "prestiti" che ottenne dalla stessa banca per finanziare le sue spese elettorali.

Non sono d'accordo. Non confondiamo la causa con l'oggetto: pace,
democrazia, commerci, etc. furono mantenuti dalla forza militare degli
Stati Uniti. Si veda Gowa (1993), ma anche le varie opere di Gilpin
(1981, 1987) o Grieco (1990) e Mastanduno (1991). Believe boy, this is
the right interpretation.

Se l'Europa fosse stata economicamente instabile, la forza militare sarebbe servita a poco. Ti ricordo che gli Stati Uniti, su due guerre d'occupazione combattute dopo WWII, ne hanno persa una e stanno perdendo la seconda... Per tacere di episodi minori come la Somalia nel 1993 e il Libano dieci anni prima.

Non sono d'accordo. Non confondiamo la causa con l'oggetto: pace, democrazia, commerci, etc. furono mantenuti dalla forza militare degli Stati Uniti. Si veda Gowa (1993), ma anche le varie opere di Gilpin (1981, 1987) o Grieco (1990) e Mastanduno (1991). Believe boy, this is the right interpretation.

Se l'Europa fosse stata economicamente instabile, la forza militare sarebbe servita a poco. Ti ricordo che gli Stati Uniti, su due guerre d'occupazione combattute dopo WWII, ne hanno persa una e stanno perdendo la seconda... Per tacere di episodi minori come la Somalia nel 1993 e il Libano dieci anni prima.

Ma bisogna capire: la stabilita' economica e' possibile senza stabilita' politica? Per me no. La stabilita' politica fu creata dagli USA, che proteggendo l'Europa dall'Unione Sovietica garantirono le basi per un minimo di certezza e sicurezza, componenti essenziali per rilanciare investimenti. Se hai tempo, dai un'occhiata a Gowa, e' un libretto di 140 pagine grosso modo, scritto oltretutto con un carattere gigante. In due ore lo leggi. Ma lo ricordi per vent'anni.

Le divisioni del Rinascimento ci portarono 4 secoli di dominazione
straniera, che tra le altre cose rappresento' in talune aree un freno
allo sviluppo (Sud - al Nord, gli austriaci invece trasmirero idee e
pratiche piu' evolute) economico, politico, culturale, e sociale.

Il merito degli Stati rinascimentali, e qui penso soprattutto a quello piu' ricco e potente e cioe' Venezia, non era quello di dividere un'area potenzialmente unita, ma quello di essere entita' politiche coese al loro interno, con vertici politici abili e determinati. Quando il Papa sollevo' contro Venezia una coalizione che, oltre a molti Stati italiani, comprendeva Francia, Spagna e Austria, i nobili di Venezia usarono tutte le risorse dello Stato, inclusa buona parte dei loro patrimoni personali, per metter su un esercito che numericamente era comparabile con quello della Lega di Cambrai. Questa dimostrazione di coesione e capacita' di reazione militare faceva di Venezia uno Stato credibile. Fino al recente passato le sfide cui doveva rispondere uno Stato credibile erano militari, solo dopo la seconda guerra mondiale e' diventata cruciale la competizione economica.

Ora, quandomai lo Stato italiano potrebbe essere in grado di reagire come ha fatto la Serenissima ai tempi della Lega di Cambrai? Mai, nel prevedibile futuro. Non e' pensabile secondo me che una nuova legge elettorale, o qualche altro trucco ci porti in quelle condizioni. Pur essendo unito lo Stato italiano, e anzi amministrato in modo centralista, le elites italiane sono divise in bande, e competono solo per massimizzare i loro guadagni a spese del resto dei cittadini. Come si vede in ogni occasione, prevale in loro l'interesse a fare le scarpe ai loro vicini italiani, rispetto ad ogni idea di coesione nazionale finalizzata al vantaggio comune nel confronto con altri paesi. Credo che questo dipenda dal fallimento ripetuto dello Stato italiano in praticamente ogni occasione in cui si e' confrontato militarmente con gli altri. Perfino l'unificazione e' stata portando a termine prevalentemente sfruttando i contrasti tra le altre Potenze. Ci sono Stati come la Polonia che hanno subito una serie impressionante di sconfitte, ma con elites e cittadini che hanno in qualche modo resistito. In Italia invece ha prevalso l'idea che fosse piu' conveniente allearsi con chi viene da fuori per fregare i vicini. Con questa mentalita' non e' possibile alcuna credibilita'.

1) Io dico il contrario: che gli Stati rinascimentali, guardando ai loro interessi di bottega, fecero del male all'Italia. Nessuna valutazione normativa, solo empirica. Cmq, non erano neppure cosi' uniti come Lei dice. Il buon Lorenzo il Magnifico evito' per pura fortuna un attentato organizzato da una frangia interna sponsorizzato dal Papa. A Napoli ci furono diverse controrivoluzioni anti-borboniche. A Milano Ludovico Moro (potrei sbagliare) fece casini vari tenendo il nipote Giangaleazzo, in qualche modo imparentanto con un Ferdinando di Napoli, chiuso dentro una cella come un demente. Furthermore, per lottare contro gli altri stati, i vari principi e duchi chiamarono gli stranieri (Carlo VIII di Francia) e di li' iniziarono a venire tutti a prendersi un tocchetto a casa nostra.

2) La competizione economica e' sempre esistita. Temo di toccare un tasto dolente, ma l'economia e' una forte leva politica (ECONOMISTI: FERMI, NON CROFIGGETEMI!). Fummo conquistati dai paesi stranieri, dopo il Rinascimento, proprio perche' poco competitivi (le nostre corporazioni medievali impedivano l'uso di pratiche piu' moderne ed efficienti... - la storia mi suona familiare). Meno crescita economica, meno risorse, meno capacita' militari, etc. Conquistati. Non e' un caso che l'imperialismo lo hanno perseguito quelli economicamente sviluppati... non i deboli...

3) Secondo me, le divisioni che vediamo in Parlamento non rappresentano il PAese. Non posso credere che gli Italiani siano tanto non curanti del loro Paese. Magari mi sbaglio, ma mi sembra dei sondaggi sulle riforme economiche confermavano recentemente questa mia impressione. That's why penso serva una riforma elettorale.

4) Sul fatto che manchi coesione per via delle vittorie militari. Possibile, qui andiamo nella sociologia (il mito di vittorie fondative). Pero' il suo argomento puo' essere anche ribaltato: con il mito della Resistenza si e' creata una nuova nascita all'Italia. Non sono necessarie vittorie militari per avere una coscienza nazionale: basta che le elites si inventino qualcosa. Mi fermo perche' sto entrando nel regno del costruttivismo duro e puro... tutta roba neppure minimamente falsificabile... Popper preso e tirato giu' per lo sciacquone... :)

ag.

1) Io dico il contrario: che gli Stati rinascimentali, guardando ai
loro interessi di bottega, fecero del male all'Italia. Nessuna
valutazione normativa, solo empirica. Cmq, non erano neppure cosi'
uniti come Lei dice. Il buon Lorenzo il Magnifico evito' per pura
fortuna un attentato organizzato da una frangia interna sponsorizzato
dal Papa. A Napoli ci furono diverse controrivoluzioni anti-borboniche.
A Milano Ludovico Moro (potrei sbagliare) fece casini vari tenendo il
nipote Giangaleazzo, in qualche modo imparentanto con un Ferdinando di
Napoli, chiuso dentro una cella come un demente. Furthermore, per
lottare contro gli altri stati, i vari principi e duchi chiamarono gli
stranieri (Carlo VIII di Francia) e di li' iniziarono a venire tutti a
prendersi un tocchetto a casa nostra.

Certo l'Italia e' stata conquistata perche' era divisa, ma chi e' responsabile della divisione? Ogni stato nazionale europeo nella prima parte del medioevo era diviso in unita' politiche che tipicamente si combattevano, oltre ad essere distinte. In Inghilterra l'unificazione (non completa) arriva molto presto, in Francia e' stata piu' laboriosa. In Spagna l'unificazione arriva tardi, ma le basi erano pronte dalla lotta comune contro gli Arabi. L'Italia avrebbe potuto essere il primo Stato nazionale europeo, con i Longobardi, ma il Papa si oppose chiamando i Franchi. Il vero motivo storico alla base della disunita' d'Italia e' stato il Papa, che ha chiamato i Franchi, poi gli Angioini, poi Francia e Spagna. Infine il Papa ha appoggiato la Spagna che si mostrava piu' incline a salvaguardare il suo dominio temporale. Per questo non concordo assolutamente nell'addebitare la disunita' d'Italia alla mera esistenza degli Stati rinascimentali. L'esistenza e il conflitto tra entita' politiche vicine (sub-nazionali solo rispetto agli Stati nazionali che in seguito si sarebbero formati) e' stata la norma ovunque, preliminare alla formazione dello Stato nazionale. L'anomalia italiana e' stata il Papa, che ha impedito che vi fosse un vincitore che completasse l'unificazione.

A me poi sembra che praticamente sempre nel passato ogni entita' politica di successo si e' forgiata proprio nella competizione militare tra entita' vicine, da cui e' emerso un vincitore che, proprio perche' temprato dalla competizione passata, ha forze e risorse ad esempio per costruire un impero. E' successo cosi per i Macedoni, per Roma, per l'Inghilterra, per l'impero Han in Cina dopo il periodo degli Stati combattenti, perfino per Gengis Khan. Il sistema degli Stati rinascimentali poteva costituire la base per una selezione dello Stato piu' forte che avrebbe unificato la penisola. E' vero che gli Stati rinascimentali soffrivano per le fazioni interne. Questo fenomeno, non assente altrove, era probabilmente piu' virulento in Italia, ma con una importante eccezione, la Serenissima, come ha riconosciuto anche recentemente Sergio Romano scrivendo sul Corriere del particolarismo esistente in Italia.

Non capisco poi perche' si addebita agli Stati rinascimentali di aver fatto il proprio interesse di bottega. Ogni entita' politica lo fa, per definizione, nel confronto con gli altri. Anzi, se vogliamo fare una distinzione, ci sono due tipi di Stati, quelli in cui l'entita' politica e' al servizio degli interessi economici (Venezia, l'Inghilterra imperiale, l'Olanda del 1600) e quelli in cui l'attivita' economica e' vessata e al servizio dello Stato (l'Italia dall'unificazione in poi, la Spagna, l'impero Cinese). Per i sudditi, solitamente e' molto meglio Stare in uno Stato al servizio della bottega (Venezia, Inghilterra imperiale, Olanda) piuttosto che in uno Stato che vessa l'attivita' economica come l'Italia, specie poi se lo Stato (come l'Italia dopo l'unificazione) per di piu' persegue una politica di grandezza. Non a caso Venezia proprio con la sua politica di interesse di bottega ha riscosso notevole rispetto e consenso dalla massa dei suoi sudditi, in misura nettamente superiore rispetto agli altri Stati rinascimentali e all'Italia unita.

3) Secondo me, le divisioni che vediamo in Parlamento non rappresentano
il Paese. Non posso credere che gli Italiani siano tanto non curanti
del loro Paese. Magari mi sbaglio, ma mi sembra dei sondaggi sulle
riforme economiche confermavano recentemente questa mia impressione.
That's why penso serva una riforma elettorale.

Gli italiani sono estremamente divisi da una molteplicita' di conflitti sociali, economici e ideologici, vedi "Le due civiltà -
Settentrionali e meridionali nella Storia d’Italia", di Claudia
Petraccone, "Le tre societa'" di Luca Ricolfi, e l'esistenza delle due sub-culture, quella DC e quella comunista, che ancora condizionano territorialmente i risultati elettorali. In Parlamento sono paradossalmente piu' uniti che nel resto del Paese, basta considerare l'esperienza del governo consociativo (secondo Occhetto dal 1977 al 1989) che si faceva beffe del conflitto reale invece esistente tra gli elettori (come imbrigliati dai rispettivi partiti). Ovviamente una riforma elettorale puo' essere utile, ma ogni volta che gli elettori hanno avuto scelta, hanno premiato la maggiore frammentazione (per es. partiti divisi rispetto agli stessi partiti, ma uniti in una sola sigla, Berlusconi+Lega+AN rispetto ai Progressisti nel 1994). Non abbiamo un Paese unito con politici disuniti, abbiamo un Paese profondamente disunito, con una classe politica che sfrutta la mobilitazione popolare creata dalle divisioni per il proprio vantaggio, ed e' molto incline a compromessi consociativi a danno dei sudditi.

Mi sembra che l'articolo confonda un po' troppo alcuni difetti tipici della sinistra italiana con la politica italiana internazionale per se. L'uso strumentale della politica estera in funzione interna mi sembra molto piu' tipico della sinistra (e anche non solo italiana, fa un po' parte della storia a vari livelli di cospirazione e vendetta politica del socialismo e comunismo internazionali) che non della destra. I difetti della destra italiana mi paiono sostanziamente diversi e francamente incompatibili con un uso cosi' cinico ma anche sapiente e sottile della politica estera come quella della sinistra e dei suoi giornali: la destra mi sembra piu' raffozzanata e pasticciona, ma anche piu' sinceramente e genuinamente fiera dei valori nazionali e patriottici. 

L'uso strumentale della politica estera in funzione interna mi sembra
molto piu' tipico della sinistra (e anche non solo italiana, fa un po'
parte della storia a vari livelli di cospirazione e vendetta politica
del socialismo e comunismo internazionali) che non della destra.

In tal caso, senza che nessuno se ne accorgesse gli Stati Uniti devono essere caduti in mano ai Bolscevichi...

In realta', e' tipico di tutti i governanti: la politica estera e' solo un'occasione per self-aggrandisement e arraffamento di poteri straordinari (dall'incendio del Bundestag al post-9/11), ma i frutti del potere si raccolgono a casa, ed e' quello il campo di gioco che conta per i vari roditori che occupano poltrone.

Non sono ancora in grado di fare analisi cosi' sottili e dal vago sapore darwiniano o quasi lombrosiano. Io noto alcuni elementi caratteristici della politica italiana, tra questi la perenne assenza di un consenso in merito alla politica estera. Ma consenso non significa solo votare insieme la missione di turno, significa anche un'idea condivisa di quale ruolo l'Italia debba giocare nel mondo. E quest'idea non c'e'. Il precedente Governo voleva farci diventare il principale alleato degli USA in Europa. Idea fondamentalmente senza senso, sia perche' a Washington sapevano bene che al primo cambio di governo quel ruolo sarebbe cessato (credibilita'...), sia perche' non abbiamo le risorse e le capacita' per assumerci una tale responsabilita' (il Regno Unito manda le sue truppe a combattere... noi a momenti non abbiamo neppure piu' un esercito).

L'attuale Governo voleva farci il motore d'Europa, non considerando che l'Europa si muove se gli Stati hanno un interesse a muoversi, non se l'Italia li convince che l'Itlaia e' un grande sogno.

saluti, ag.

ps: il suo cognome mi ricorda qualcosa... :)

La votazione avvenuta oggi al Senato prova, se ve ne fosse bisogno, che "Questa o quella, per me pari sono".

Non serve aggiungere altro, basta leggersi i resoconti (qui, qui e qui - per oggi vale la par condicio) ed interpretarli alla luce di quanto sostiene Andrea Gilli nel suo articolo.

Le, da troppe parti abusate, ciancie sui valori patriottici appartengono alla classe di equivalenza definita dal "armiamoci e partite" di triste memoria: chiacchere di codardi celati dietro a trasparenti foglie di fico. Roba da "bancari, pizzicagnoli, notai, coi ventri obesi e le mani sudate ...", appunto.

il nostro paese nasce grazie all'aiuto determinante di Francia e Prussia, in illo tempore le due maggiori potenze europee. in seguito, sono le memorabili sconfitte e gli innumerevoli e repentini cambi di fronte a caratterizare i principali turning points ed a scrivere la nostra storia. nel corso del tempo, in altre parole, ci siamo costruiti una reputazione di incosistenza ed inaffidabilita' che ha pochi eguali...

penso che il nostro sclerotico approccio alle (cosidette) missioni di pace, quel "voy pero no voy" che ricorda piu' i movimenti del tango che una linea di politica estera, dipenda in parte dalla nostra storia. i nostri governi infatti sembrano considerare la partecipazione a missioni armate il modo migliore per riscattare la nostra immagine ed ottenere una qualche briciola di riconoscimento internazionale. di conseguenza ci si buttano spesso a capofitto e ne accettano i rischi senza valutare a fondo le conseguenze (appunto, come suggerisci correttamente, come farebbe un bambino che smania di mostrare di esser diventato grande senza esserlo).

fatalmente, come sempre quando le decisoni sono impulsive, prive di una parallela costruzione del consenso e pertanto inerentemente fragili, si finisce per ritornare sui propri passi al primo morto ammazzato o al primo cambiamento di maggioranza.

un circolo vizioso preoccupante: i nostri fallimenti passati e la reputazione che ne consegue spiegano (in parte) l'attuale incosistenza nelle scelte di politica estera, scelte che finiscono per peggiorare ulteriormente la nostra immagine... 

Concordo.

Quando finì la guerra in Kossovo girava una battuta negli ambienti diplomatici: per la prima volta l'Italia ha finito una guerra stando dalla stessa parte in cui l'aveva iniziata.

Sulle missioni armate, e il ruolo che storicamente i nostri governi hanno dato loro: in effetti è così. Anche se in passato grandi statisti hanno saputo con pochi mezzi ottenere grandi risultati. Oggi con pochi mezzi non otteniamo nessun risultato. Veniamo prima all'oggi e poi al domani: uno dei motivi per cui dobbiamo buttarci in queste missioni è la riforma dell'ONU. Dobbiamo far vedere di essere un attore internazionale rilevante così che non venga realizzata una riforma che ci penalizzi. Il problema è che in tutte queste circostanze facciamo vedere di NON essere un attore rilevante, credibile e soprattutto affidabile.

Concerning ieri: il buon Cavour mandò le nostre truppe in Crimea per poter porre alle grandi potenze la questione italiana. Il precedente positivo si trova: ma appunto, parliamo di Cavour - nessun paragone con chi lo ha succeduto.

Il problema principale di tutte queste missioni è che noi ci buttiamo per far vedere quanto siamo maturi (Iraq, Libano, etc.) mentre gli altri tentennano. Il risultato poi è sempre lo stesso: il problema iniziale consisteva nel mantenere la pace IN LOCO, alla fine il problema diventa mantenere la stabilità nel nostro PAESE.

Ciò che serve, e in Italia manca, è ragionare a fondo su quale ruolo vogliamo prendere a livello internazionale. Vogliamo fare il good citizen tipo Norvegia e Canada? Vogliamo fare la sponda si Washington nel Mediterraneo e in Medio Oriente? Vogliamo fare da motore dell'Europa? Non c'è una posizione migliore o peggiore: si sceglie, si vede. L'importante è che la scelta sia condivisa. Come dicevo precedentemente, qualunque strategia non ha minimanente senso se dopo pochi anni viene completamente ribaltata. Ma il problema è di natura politica: da una parte ci sono i vari personaggi che parlano di scontro di civiltà e ci vorrebbero far tornare ai tempi di Urbano II, dall'altra quelli che vorrebbero uno Stato mondiale che alloca centralmente le risorse economiche per sconfiggere povertà e carestie.

All'Italia servirebbe solo una semplice e coerente linea di politica estera. Quella che non si vede.

ag

 

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