La crisi secondo il "papa"

21 aprile 2009 alberto bisin

Il papa è Bob Lucas (giudizio soggettivo, ovviamente, su cui non tutti, nemmeno a nFA, concordano). Ho imparato molto da Lucas, nei miei anni di studente a Chicago, come anche dopo. Ho imparato qualcosa anche ascoltando una sua recente breve "lezione" a NYU-Stern sulla crisi.

Ho pensato di procedere così: prima vi racconto cosa ha detto Lucas; poi vi dico cosa ho imparato; e infine discuto la sua analisi su cui non concordo affatto, in linea di massima.

Cosa ha detto Lucas (ecco quì un resoconto "stenografico"). La crisi è una crisi di liquidità - cioé di fiducia nei mercati finanziari - così come lo fu (sempre secondo lui) la crisi del '29. La crisi di liquidità naturalmente amplifica la recessione reale e rallenta il processo di uscita dalla stessa: se i mercati finanziari non funzionano a dovere, una recessione tipo si può trasformare in una Grande Depressione, o in un rallentamento decennale della crescita economica (come in Giappone negli anni '90).

L'argomento cuore dell'analisi è nella forma di un confronto:

- nel '29 la crisi di liquidità si è manifestata in una "bank run" - una "corsa" dei risparmiatori a trasformare i depositi in moneta;

- oggi la crisi di liquidità si è manifestata in una "investment bank run" - una corsa dei risparmiatori (soprattutto quelli istituzionali, fondi, aziende, altri istituti finanziari) a trasformare attività poco liquide in T-bills (titoli a breve del governo americano).

A sostegno di questo confronto Lucas adduce l'evidenza empirica del declino del rapporto depositi/gdp - dovuto alla nascita di attività liquide presso banche di investimento che sostituiscono i depositi (una forma di arbitraggio della regolamentazione: i depositi presso banche ordinarie sono soggetti a vincoli di capitale - e quindi a minori tassi - cui queste altre attività non sono soggette).

Le implicazioni di politica economica dell'analisi di cui sopra sono semplici:

- così come la FED avrebbe dovuto iniettare la liquidità in forma di moneta richiesta dai risparmiatori nel 29 (e non lo ha fatto, come hanno argomentato Milton Friedman e Anna Schwartz nella loro Bibbia),

- così oggi la FED deve acquistare attività illiquide (che il mercato rifiuta), iniettando liquidità che permetta al mercato del risparmio di soddisfare la propria domanda di T-bills.

Quindi, grazie Bernanke. Quantitative easing (nome dato dalla FED a questa politica monetaria) è la strada giusta.

Infine: per sveltire il ritorno all'efficiente funzionamento dei mercati finanziari è buona cosa aiutare le banche a disfarsi delle attività "tossiche" nei loro bilanci e a ricapitalizzarsi. Come questo si faccia, è questione del secondo ordine - questione redistributiva, in buona sostanza: che questa ricapitalizzazione delle banche si ottenga attraverso sussidi o meno agli azionisti delle banche, ai fini della ripresa, non conta molto.

Cosa ho imparato. Una spiegazione economica (vorrei dire scientifica) richiede un "modello". Più il modello è semplice - nel senso che astrae da elementi che non appaiano importanti - più è efficace ed elegante. Spesso la sostanza del modello sta molto più in ciò da cui si astrae che in ciò che nel modello è presente. Vabbé, non è che proprio non le sapessi queste cose ... questo è il mio mestiere dopo tutto. E anch'io è un po' che penso alla crisi (con "pensare" intendo proprio "modellare" - astrarre) e anch'io sono arrivato alla conclusione che molti elementi che appaiono a prima vista importanti per spiegarla non lo sono affatto. Però devo ammettere che Lucas ha portato il "modellare" a un elegantissimo efficacissimo estremo:

i risparmiatori hanno perso fiducia nei mercati finanziari ---> richiedono liquidità ---> non ci resta che dargliela.

Come gliela diamo la liquidità e quanto in fretta ristabiliamo la fiducia nel sistema finanziario è importante ma di secondo ordine rispetto alla liquidità stessa.

Perché non concordo. L'efficacia di pensare per "modelli" consiste anche nel fatto che è semplicissimo criticarli, basta argomentare che alcuni degli elementi da cui il modello astrae sono invece importanti - e che una volta considerati questi elementi mancanti la spiegazione cambia (e forse anche le implicazioni di politica economica).

Beh, cosa manca nel modello di Lucas? Varie cose vengono in mente (e senz'altro altre, che a me non vengono in mente). Provo a catalogarle e elencarle.

1. Come siamo arrivati alla crisi: la bolla immobiliare, la mostruosa leva delle banche, l'indebitamento delle famiglie, la politica monetaria espansiva da Greenspan in poi, i capitali cinesi,... tutto questo non aiuta a spiegare la crisi - a parte il fatto che ha indotto i risparmiatori a perder fiducia nei mercati finanziari?

Naturalmente tutte queste cose sono importanti per evitare una nuova crisi tra dieci anni, su questo siamo tutti d'accordo, anche Lucas. Ma aiutano alla diagnosi e alla cura? Una metafora può essere utile per capire la questione. Un tumore ai polmoni può essere stato causato dal fumo, ma una volta identificato il tumore, è molto probabile che la causa sia irrilevante - un tumore è un tumore - sia per la diagnosi che per la cura. O magari, invece, ci sono diversi tipi di tumori al polmoni, indistinguibili ai test, ma solo uno di essi è causato dal fumo. In questo caso è bene sapere se il paziente è un fumatore.

Fuor di metafora: se la crisi è una di liquidità non importa molto capire cosa l'ha causata. Manca liquidità... Ma se la bolla immobiliare, la mostruosa leva delle banche, l'indebitamento delle famiglie, la politica monetaria espansiva da Greenspan in poi, i capitali cinesi, ci suggeriscono che la crisi non sia una di liquidità, allora cambia tutto. Se la bolla immobiliare, la mostruosa leva delle banche, l'indebitamento delle famiglie, la politica monetaria espansiva da Greenspan in poi, i capitali cinesi, ci suggeriscono che, anzi, la crisi è una di eccesso di liquidità, allora la politica di iniettare liquidità è potenzialmente contro-producente. Questo è quanto sostiene ad esempio John Taylor, in un bel librettino appena uscito (bello e convincente, nonostante appaia chiaro che l'autore è mosso da una certa ossessione che la causa di tutti i mali del mondo sia riconducibile a deviazioni dalla Taylor Rule - la regola di politica monetaria che dal nostro prende il nome).

In questo caso un modello alternativo andrebbe più o meno così:

la politica monetaria della Fed e i risparmi cinesi hanno alimentato la bolla; la bolla, scoppiando, ha avuto un effetto devastante sui bilanci di famiglie e imprese (specie imprese finanziarie); questo effetto ricchezza ha indotto la crisi di fiducia,...

In questo caso, la liquidità è necessaria ex-post (la crisi di fiducia rimane), ma è questione di secondo ordine; la questione fondamentale è agire sui bilanci di famiglie e imprese.

2. Il moral hazard implicito nei salvataggi di banche ed azionisti: davvero non importa come si procede al salvataggio delle banche? Ovviamente, importa eccome nel lungo periodo; importa per evitare che la crisi si ripeta tra dieci anni. Importa per forza in una desiderabile fase successiva di "rifondazione" dei mercati finanziari e delle norme riguardanti la loro regolamentazione. Ma è possibile che non non importi nel breve periodo - nella soluzione a breve della crisi? È davvero questa "solo" una questione redistributiva, e quindi di secondo ordine? Una di quelle questioni che gli economisti tendono a evitare perché non hanno gli strumenti per affrontarle?

Questa è la posizione di Lucas. Pare anche ragionevole. È difficile non farsi prendere dalla foga iconoclasta. È facile voler vedere i banchieri nella polvere. Ed è anche legittimo. Ma è possibile che, comunque, questo non sia affatto necessario per uscire dalla crisi. Aggiustiamo i bilanci delle banche e tutto riparte. Io preferisco che paghino tutti coloro il cui cognome inizia con "t", ma Giorgio non è d'accordo. Cambia per noi come finisce la cosa ma non per l'economia (per approssimazione, naturalmente, perché poi la distribuzione ha effetti aggregati, ma di secondo ordine).

A ben vedere però non è proprio così. La questione è che il meccanismo politico per trasferire risorse da tutti noi agli azionisti delle banche è naturalmente frutto di operazioni poco trasparenti ed estremamente inefficienti. È naturale che sia così perché la gente non paga volentieri le tasse per coprire i banchieri. In particolare, tutta questa nebbia sugli stress test, sulle regole contabili, sui prezzi a cui gli asset "tossici" sono comprati, su azioni privilegiate e ordinarie,.... ha bloccato il mercato finanziario: nessuno vende a 20 centesimi sul dollaro se il governo sta cercando di pagarne 60. E finché il governo non riesce a pagare 60 senza apparire, i mercati finanziari non funzionano.

In sostanza, se si potesse:

- definire nuove regole di regolamentazione del mercato finanziario, applicabili da subito (evitando che le banche facciano cose strane in anticipazione e quindi evitando il moral hazard in futuro);

- tassare l'economia una volta per tutte e mandare una busta ad ogni banca al momento in cui le nuove regole risultano applicabili;

allora forse.... Ma mica va così il mondo. Come si interviene importa eccome.

Finisco con due bei pensieri per gli acquisti/consigli per la lettura. Due altri economisti che hanno un bel modello per capire la crisi e che val la pena seguire:

  1. John G. - che oltre a essere un ottimo economista (uno tra i più svelti) è anche un hedge fund manager che ha iniziato 20 anni fa a occuparsi di Mortgage Back Securities. Qui i suoi pensieri
  2. Markus Brunnermeier - che sta da un po' sulla frontiera della teoria delle bolle. Qui i suoi pensieri.

 

 

 

 

 

 

 

37 commenti (espandi tutti)

Per la cronaca, la parte dell'intervento di Lucas che riguarda il moltiplicatore fiscale e' molto divertente, oltre che illuminante.

... could we do even better with fiscal stimulus? I just don't see this at all.  If the government builds a bridge, and then the Fed prints up some money to pay the bridge builders, that's just a monetary policy.  We don't need the bridge to do that.  We can print up the same amount of money and buy anything with it.  So, the only part of the stimulus package that's stimulating is the monetary part.  [...]

But, if we do build the bridge by taking tax money away from somebody else, and using that to pay the bridge builder -- the guys who work on the bridge -- then it's just a wash.  It has no first-starter effect.  There's no reason to expect any stimulation.  And, in some sense, there's nothing to apply a multiplier to.  (Laughs.)  You apply a multiplier to the bridge builders, then you've got to apply the same multiplier with a minus sign to the people you taxed to build the bridge.  And then taxing them later isn't going to help, we know that.

 

Ognuna delle cause ha un peso diverso e sicuramente quello dominante è la leva mostruosa delle banche . La bolla immobiliare non sarebbe stata così drammatica se le banche avessero potuto mettere a patrimonio le case pignorate. Invece hanno cercato di venderle deprimendo il mercato immobiliare. Hanno cercato di venderle per compensare la crisi di liquidità in cui si sono trovate per il ribaltamento della leva finanziaria.

Dove iniettare liquidità non è ininfluente . In questo momento si sta iniettando liquidità nelle banche , ma da lì non si muove . Un pò come il debito italiano che assorbe liquidità togliendo risorse a tutti . Se il governo invece riduce le tasse , distribuisce liquidità ai consumatori. Alcuni ripianeranno una parte del loro debito, altri li spenderanno, altri li investiranno  (molto probabilmente non nelle banche ) . In questo caso l'immissione di liquidità sarebbe più efficiente.

Nel primo caso quando le banche ripianeranno i loro conti ( realmente non in modo artefatto) , ribalteranno sul mercato l'eccesso di liquidità da loro detenuto . Aumentando la massa monetaria si genera inflazione . Nel secondo caso invece l'immissione di liquidità è più regolare e di conseguenza controllabile .

Una cosa che mi sono sempre chiesto è : a che percentuale di tasse corrisponde l'intero ammontare speso dal governo americano fino ad adesso ? qual'è l'ndebitamento medio della famiglia americana ?

Alberto, è questo il libro di Taylor a cui fai riferimento?

Grazie

f

Si, scusa. Avrei dovuto linkarlo. 

Caro Alberto per un momento ho pensato che tu fossi in possesso della bozza dell'ultima enciclica del Pastore Tedesco. Gli informati dicono che uscira' per il primo maggio e che si occuperà della crisi finanziaria. Se lo scrittore è lo stesso del precedente papa avra' come base di partenza questo scritto http://www.econometica.it/allegati/Zamagni_Crisi_09_03.pdf

Grazie Marco. Muoio dalla curiosita' di sapere cosa pensa Zamagni. Qualcosa mi dice che il papa peschera' in un nuovo lago. 

Esattamente: la causa conta eccome. Se e' un problema di rischio (o incertezza, se vi pare) anziche' di liquidita' come appunto conclude John Taylor nel libretto che citi ("Getting off track") siamo ben lontani dalla soluzione, molto lontani.

Su questo Prescott ha pizzicato Lucas e peccato che non li abbiano fatti continuare (avranno continuato altrove: qualcuno di voi c'era?). In breve, Prescott suggerisce (cosi' almeno interpreto io) che togliere i titoli tossici alle banche e darli alla FED non puo' in alcun modo ridurre il rischio aggregato di quei titoli. E finche' la causa persiste non c'e' modo di eliminare gli effetti.

Vedere anche l'intervento di Geanakoplos in questo video  (parla dopo Shiller)

Alberto, non so se hai visto questa lettura della crisi, ma a me e' parsa interessante; tra l'altro parla esplicitamente della commistione di interessi tra Wall Street e Washington.

Grazie Luca. L'avevo vista. Concordo. E' interessante e fa anche un po' paura, onestamente. Grazie per averla linkata cosi' che i lettori la possano vedere.

Paura si, pero' la ricetta che da e' abbastanza semplice: nazionalizzazione delle banche e riforma del settore finanziario. Da questo punto di vista mi pare abbastanza in linea con quello che alcuni vanno dicendo su NfA.

Il parallelismo Amerika e troubled countries sottoposte alle cure dell'IMF in effetti fa impressione. Comunque Johnson da il meglio quando lapidario afferma 

"Anything that is too big to fail is too big to exist."

Infatti, la paura, anche nel mio caso e' all'idea che la regulatory capture della finanza e' tale da ricordare a S. Johnson la corea, o l'argentina. 

Ma io condivido l'analisi e anche la soluzione di breve (nazionalizzare) e di lungo ("Anything that is too big to fail is too big to exist")  come ben nota Ne'elam. 

Ma se siamo daccordo sulla necessita' di una cura di questo genere, non sarebbe il caso di dirlo in giro senza troppe mezze misure? SJ stesso nota che il dibattito sul da farsi e' ancora in corso. Io sono un ottimista e penso che se alcuni (molti?) economisti si esprimessero sul da farsi in maniera netta, si potrebbe avere un cambiamento delle scelte politiche.

...Come se non ci stessimo provando! E da parecchio tempo....

... sara' che io passo troppo tempo nella torre d'avorio, ma la lista di economisti che ha firmato una petizione a favore della nazionalizzazione delle banche non la conosco...

 

Luca ha ragione da vendere.

Non è per nulla vero che, almeno come professione, "ci stiamo provando e da parecchio tempo!" È vero il contrario, proprio il contrario, Brighella. Infatti, e non prendertela, una delle prove che non ci si sta proprio provando, come professione, è che tu sei costretto ad usare l'anonimato per non finire nei guai! Se vi fosse un dibattito aperto e se la professione accettasse apertamente come ragionevole la posizione che qui si sostiene da sempre, questa cautela non ti sembrerebbe necessaria, o no?

L'atmosfera, invece, è orrenda, semplicemente orrenda. Non c'è nessun dibattito pubblico serio, c'è solo un dibattito di facciata, condotto in toni drammatici ed equivoci. Si sente quasi sempre e quasi solo la medesima campana: quella che dice che occorre lo stato, lo stato, lo stato per salvare le banche e noi con loro. Gli unici economisti che si odono parlare al grande pubblico (e sono pochi infatti) son quelli che concordano con questo punto di vista. La grande maggioranza sta assolutamente zitta. Poi c'è una minoranza di "paria" o di gente strana che insiste ad andare controcorrente ricevendo pochissima attenzione nei media di grande divisibilità. Mi considero uno di questi? Certamente. Ho il dente avvelenato? In parte, perché anche se questo non è esattamente il mio terreno irrita enormemente vedersi censurati. John Taylor è probabilmente l'unico che, dato il suo passato al Treasury e l'essere stato l'economic advisor di McCain, è riuscito a farsi sentire un poco, ma solo un poco. Nota che JT è praticamente diventato uno che dibatte la crisi a tempo pieno, non fa altro da due anni a questa parte. Ora è uscito questo articolo di Simon Johnson (sul quale pure c'è da ridire, vedi sotto). Che io sappia, poco altro è uscito. Ed in questo includo la conferenza in cui Lucas ha pronunciato la prolusione che, molto appropriatamente, Alberto smonta. Tanto per non andare lontano da casa, quanto si è esposto Tom?

Persino dal gruppo che firmò il "famoso" manifesto di Cato non si è riusciti a far uscire una posizione udibile sulla questione banche e sistema finanziario. Nessun dibattito organico, assolutamente nessuno. Anche la settimana scorsa, all'inauguarazione del centro in onore di Ed Prescott ad ASU, i papers ufficiali e le relazioni erano estremamente "sottotono" e "smussati". Poi, ovviamente, al coffee break la gente ne dice di tutti i colori, ma questo è ben diverso dal firmare appelli pubblici e dibattere a viso aperto. Questo non sta succedendo. Infatti, persino Gary Stern, uno che del Too Big To Fail (TBTF) ha fatto la propria bandiera ora se ne esce con articoli CONTRO la posizione riassunta nello slogan "If they are too big to fail, make them smaller" (usato da George Shultz sul WSJ la settimana scorsa).

In particolare, è importante notare che le uniche posizioni "pro nazionalizzazione delle banche insolventi" che appaiono sui grandi giornali (dal NYTimes al WashPost al New Yorker) sono quelle del trio Krugman-Sachs-Stiglitz, che sono posizioni deleterie e, comincio a pensare, inventate ad arte per "coprire" un pezzo di elettorato. Seppur con toni diversi, KSS richiedono la "nazionalizzazione" nel senso stretto, non che si faccia funzionare il mercato e le regole del gioco previsto (ossia, se fallisci fallisci, FDIC entra in gioco, eccetera). La nazionalizzazione che richiedono ha puro carattere punitivo ed è funzionale alla propagazione dell'idea che i mercati non funzionano e le regole del mercato vanno abbandonate. L'opposto di quello che andrebbe detto. In particolare, non battono il tasto sulla relazione di "capture" fra grandi banche (commerciali o d'investimento, fa nessuna differenza), Fed, regolatori (SEC e Treasury), né riconoscono che il problema viene dal troppo intervento pubblico, dalla cattiva regolazione e dalla creazione di posizioni di monopolio.

Aldilà del circuito dei blogs e delle riviste impegnate (quindi poco visibili) una posizione coerentemente "pro-mercato anche nel bancario" è molto difficile da far pubblicare. Non ho alcuna vergogna ad ammettere di averci provato con il NYTimes, così come l'hanno fatti parecchi altri, senza ricevere attenzione. Arrivare nei grandi salotti televisivi per sostenere organicamente tale posizione è altrettanto impossibile. Parecchi più addentro di me nell'area di moneta e banche ci hanno provato, anche loro senza senza risultato. Non è per caso che Business Week, per fare un'articolo sulle "grandi idee" degli economisti monetari al riguardo pubblichi le banalità indolori che ha pubblicato ...

Sia chiaro: non si tratta di un complotto o cose del genere. Non sto sostenendo che Obama, Summers, Geithner ed i CEOs delle 4 o 5 grandi banche son lì che organizzano il silenzio degli agnelli macroeconomici! Si tratta dell'ovvio effetto dell'atmosfera che c'è nel paese e nella professione. Un'atmosfera di "denial" da un lato e di "auto-censura" dall'altro, perché occorre essere "positivi" e fare proposte "costruttive", dove quest'ultimo aggettivo va inteso nel senso di "che aiutino Citi, Bank of America e GS a rimanere tali e quali sono, gestiti dalle stesse persone, con gli stessi stipendi e con la stessa struttura societaria". Il blog di Mankiw è lo specchio di questo atteggiamento: battute, allusioni, strizzatine d'occhio, link a qualcun altro, persino articoli sul zero nominal bound (whow, that's relevant right!) o sul deficit di Obama, ma della questione "banche" non si parla se non per far battute. Perché? A mio umile avviso la ragione di questa auto-censura è semplice: nessuno vuole farsi odiare dai potenti di WStreet ed ancor meno dal circuito delle Feds, punto. Il denial, invece, viene dal fatto, ora apparente a tutti, che la macro degli ultimi trent'anni non serve quasi a nulla per capire quanto sta succedendo. Non serve assolutamente a nulla, in particolare, l'intero corpus dominante di modellini "neo-keynesiani" a prezzi fissi ed IS-LM. Infatti, son tutti lì a discutere di zero nominal bound! Poiché sia nelle banche centrali che in 2/3 dei dipartimenti di economia questo è ciò che si studia e si propone, tutti zitti e muti. La miseria della macroeconomia, appunto.

P.S. Mi accorgo d'aver fatto cenno sopra a perplessità che ho sull'articolo di Simon Johnson senza poi esplicitarle. Siccome sono un bastian contrario, le metto qui. Sia chiaro, il punto che SJ fa sulla "capture" effettuata da ciò che per brevità chiamiamo "Wall Street" sul mondo dei policy makers la condivido, ovviamente, avendo io stesso argomentato esattamente le medesime cose qui ed altrove in tempi non sospetti. Quindi, ben venga l'articolo dell'ex direttore di ricerca dell'IMF (infinitamente meglio di quanto il suo predecessore ha raccontato qui la settimana scorsa e di quanto il suo successore ora sostiene!) e magari ce ne fossero altri dieci di articoli simili. Però, c'è un però, anzi due. SJ fa due gravi omissioni grazie alle quali sembra che il tutto sia prodotto solo da WS e paraggi, con gli altri come attori passivi o vittime. Invece no. Il ruolo della politica e dei politici in tutto questo è stato enorme, inutile voler nasconderlo. Lui menziona le cose (FM&FM, la politica per la casa a tutti da Clinton a Bush, l'enorme moral hazard che si andava progressivamente creando, eccetera) però dà a questi fattori un peso secondario. Si sbaglia, hanno avuto un peso primario. In un certo senso sono il vero motore della cosa: la deregulation mal fatta del sistema finanziario USA avviene nella seconda metà degli anni '90 (vedere il suo elenco di cose "cattive" a pagina 52, fra cui mette senza alcuna ragione anche il libero movimento dei capitali!) giusto sotto la guida di Rubin e Summers! In secondo luogo, omette il ruolo deleterio della Fed di Greenspan, dal LTCM in poi, e del "consenso" che attorno alla Greenspan-put ed alla politica dei tassi bassi l'accademia macroeconomica "ufficiale" è andata creando dalla metà degli anni '90 in avanti. Non è certo per caso che giusto da allora tornano in auge i prezzi fissi, la paranoia della deflazione, ed il "dagli con la moneta che risolve tutti i problemi". Tutti a fare IS-LM con i prezzi alla Calvo, tutti ad argomentare che il Giappone non cresceva perché non aveva pompato abbastanza moneta, non aveva svalutato lo yen, non aveva fatto abbastanza inflazione credibile (ricordate Svensson?), tutti a sostenere che la Greenspan-put ci vuole perché i mercati altrimenti prenderebbero "too little risk" (sentita nelle Fed, questa!!!) e via elencando. Non scordiamoci che, ancora nel gennaio del 2008, davanti alle prime serie cadute della borsa, si ricordava che tagliare i tassi era la risposta che la teoria dominante (e.g. Bernanke) suggeriva essere quella appropriata!

L'ambiente intellettuale l'hanno creato i macroeconomisti ufficiali da soli, senza che WS glielo chiedesse. O, se glielo chiedeva, lo faceva implicitamente con l'allure del consulting, delle lectures onorarie, dei lunch talks, ... ad ognuno il suo, no? In sostanza, lungi da me esonerare i bancari, ma non esoneriamo politici ed economisti ufficiali, please. Anche perché, facendolo, si finisce per credere che la soluzione ai guai creati dai bancari la possano offrire i politici regolando a man bassa.

P.P.S. Infatti, cercando il link all'articolo di Carlo Favero ho trovato le "esternalità finanziarie", variazioni sulle esternalità pecuniarie dalle quali discende che con un pelino di regolazione addizionale si risolve tutto! L'errore di sempre: le esternalità pecuniarie (maledetto colui che inventò questa terminologia) che diventano sintomo di inefficienza perché le si confonde con le reali! Come si faccia a non capire la differenza, mi sfugge. La fonte sembra essere Lorenzoni oltre a questo ... essendo tardino sospendiamo il giudizio, che è meglio.

Io non intendevo "come professione", intendevo dall'interno. Comunque, sono d'accordo. Concordo anche in pieno su questo:

Seppur con toni diversi, KSS richiedono la "nazionalizzazione" nel senso stretto, non che si faccia funzionare il mercato e le regole del gioco previsto (ossia, se fallisci fallisci, FDIC entra in gioco, eccetera). La nazionalizzazione che richiedono ha puro carattere punitivo ed è funzionale alla propagazione dell'idea che i mercati non funzionano e le regole del mercato vanno abbandonate. L'opposto di quello che andrebbe detto. In particolare, non battono il tasto sulla relazione di "capture" fra grandi banche (commerciali o d'investimento, fa nessuna differenza), Fed, regolatori (SEC e Treasury), né riconoscono che il problema viene dal troppo intervento pubblico, dalla cattiva regolazione e dalla creazione di posizioni di monopolio.

Qualche voce diversa si e' sentita, se non ricordo male, fra alcuni giornalisti economici, come Joe Nocera, Andrew Ross Sorkin, e altri. Ma, appunto, giornalisti economici, non economisti accademici. Effettivamente, il silenzio e' assordante.

non capisco... che ci sarebbe di male se la nazionalizzazione avesse anche un "effetto punitivo"?

non capisco... che ci sarebbe di male se la nazionalizzazione avesse anche un "effetto punitivo"?

Perché punirebbe altri (coloro i quali potrebbero dedicarsi all'attività bancaria privata se l'attuale management saltasse come dovuto) per colpe proprie (2/3 di questo casino è opera dei governi e dei funzionari da loro nominati nelle varie branche dello stato: Feds, SEC, Comptroller of the Currency, Fannie& Freddie, State Insurance Regulators, eccetera).

Per punire i bancari attuali basta lasciare che le banche che gestiscono falliscano e finiscano in mano a FDIC. Poi magari si può anche mandare qualcuno a vedere se tutti quei profitti fatti tra il 2000 ed il 2007 erano ragionevoli o il frutto di falsi in bilancio. Molto semplice, se si vuole.

Punire i terzi per colpe proprie e dei propri comparielli non mi sembra una politica raccomandabile.

Segnalo interessante articolo di un professore di Berkeley:

 

Abstract
I look for divisions to clusters among academic departments in three disciplines: economics, mathematics, and comparative literature. I  define clusters as subsets of departments with unexpectedly little hiring across the cluster lines. The division within economics is by far the strongest, is consistent with anecdotal evidence about "Freshwater" and "Saltwater" schools of thought, and has been stable over time. There is also a significant division within comparative literature, but the hiring patterns between top mathematics departments are consistent with random matching.

"Aldilà del circuito dei blogs e delle riviste impegnate (quindi poco visibili) una posizione coerentemente "pro-mercato anche nel bancario" è molto difficile da far pubblicare. Non ho alcuna vergogna ad ammettere di averci provato con il NYTimes, così come l'hanno fatti parecchi altri, senza ricevere attenzione. Arrivare nei grandi salotti televisivi per sostenere organicamente tale posizione è altrettanto impossibile. Parecchi più addentro di me nell'area di moneta e banche ci hanno provato, anche loro senza senza risultato. Non è per caso che Business Week, per fare un'articolo sulle "grandi idee" degli economisti monetari al riguardo pubblichi le banalità indolori che ha pubblicato ..."

 

stai parlando dell'america di Obama o dell'italia di Berlusconi ?

.. che tempo fa dicevo di voler fare io (e poi son rimasto a metà, come spesso mi capita ...).

Ecco il primo risultato.

For the recent period we estimate that rents accounted for 30% to 50% of the wage differential between the financial sector and the rest of the private sector.

Ammetto con soddisfazione che comincio a fidarmi della mia "nasometria", visto che ero arrivato a stime molto simili. L'implicazione è sostanziale: fra una cosa e l'altra (ossia, fra "profitti e capital gains distribuiti" e "rents pagate agli employees" se ne sono "andati" in dieci anni almeno 3.5 trillioni di dollari! Se li avessimo avuti  "in banca", tutti questi casini ce li saremmo evitati!

Se la teoria dell'agente rappresentativo funzionasse non ci sarebbe da preoccuparsi: l'effetto è puramente distributivo (abbiamo dato noi, hanno avuto i bancari) ed il reddito e la ricchezza totali sono invariati.

Una vera sfiga che non ci sia l'agente rappresentativo, bisognerebbe imporlo per legge ed i problemi sarebbero risolti ... Allegria!

Un articolo di Gillan Tett sul FT di oggi ("The shadow banking world's implosion is the real culprit") cita una recente ricerca prodotta in Citigroup (per la quale non ho riferimenti diretti) che solleva un interessante questione: l'attuale stretta creditizia e' dovuta non tanto a banche che non estendono credito (nel 2008 sono stati concessi globalmente circa 1,500 miliardi di dollari in nuovi prestiti, meno dei 2,000 del 2007 ma circa altrettanti che nel 2006), quanto all'improvvisa cessazione delle attivita' di cartolarizzazione conseguente al crollo del cosiddetto "shadow banking system" (SIV's, conduits etc.). Questa era un fattore che sospettavo da tempo potesse ridurre pericolosamente la liquidita' (vedi questo mio commento di gennaio 2008), ma mi e' poco chiaro che cosa ci si possa fare. Secondo l'articolo citato, sia in UK che in US i governi stanno esplorando strade per rilanciare la cartolarizzazione garantendo i nuovi titoli con denaro pubblico (perche' per questo non usano direttamente AIG, mi chiedo? ;-) ) magari imponendo alle banche di trattenere il 5% dei relativi titoli come incentivo a emettere titoli di buona qualita'. Ma come: la storia non era che il problema principale da risolvere era proprio che dei CDO le banche avevano spesso trattenuto e messo a bilancio le equity tranches, le piu' soggette a rivelarsi tossiche, e per risolverlo bisognava comprargliele con denaro pubblico? Come incentivo non sembra aver funzionato molto...

quindi il papa ha ragione ? il sistema necessità di liquidità ?

quindi il papa ha ragione ? il sistema necessità di liquidità ?

Secondo me in US (e probabilmente anche UK) il problema per le banche da diverso tempo non e' solo di liquidita' ma di insolvenza bella e buona, e gli ultimi dati del FMI lo riconoscono.

Certo che la cosa puo' essere tamponata con denaro pubblico, ma non con un'iniezione temporanea da prosciugare una volta finita l'emergenza: i soldi spesi per ricapitalizzare le banche saranno pagati con maggiori tasse, inflazione o entrambe le cose.

Ma una soluzione tipo quella adottata dalla Svezia all'inizio degli anni '90 [ a) lasciar fallire le banche; b) nazionalizzare le banche fallite; c) ricapitalizzare le banche nazionalizzate; d) rivendere le banche sul mercato una volta che la crisi sia passata] non è praticabile? Mi pare abbia funzionato abbastanza bene; Non ci sono un paio di economisti svedesi di buon carattere che si prestino a spiegarla a Obama & Co?

L'ultimo ad arrivar ... fu "massimo gambastorta"! :-)

Scherzi a parte, cosa credi che quelli come noi, ed una buona fetta dell'accademia americana, vada raccomandando da più di un anno a questa parte? Il problema non è spiegarla, il problema è che siano disposti ad ascoltare ... e non sembrano disposti per nulla. Il caso, oramai, è chiuso: l'oligarchia bancario-finanziaria USA rimane intatta e stringe un patto scellerato con l'amministrazione Obama. Il patto è semplice: in cambio del mantenimento di sedie, posti, jet privati, stipendi immeritati e (nel futuro) fringe benefits da mille e una notte (perché bisognerà far finta di essersi ridotti lo stipendio) accetteranno di farsi regolare e "maneggiare" da Casa Bianca e Congresso. Insomma, gli USA diventano un po' di più italiani di quanto non siano.

Ha detto testualmente il segretario del tesoro Geithner: "We are not Sweden; we are the United States of America". :-)

Finalmente ha detto una cosa che, senza essere particolarmente originale, corrisponde ai fatti. C'è speranza ...

Ma il 23 aprile tu sostenevi "Sia chiaro: non si tratta di un complotto o cose del genere. Non sto sostenendo che Obama, Summers, Geithner ed i CEOs delle 4 o 5 grandi banche son lì che organizzano il silenzio degli agnelli macroeconomici!" mentre oggi parli di "patto scellerato";

Mi sfugge la differenza: me la spiegheresti meglio? Fai conto che sia uno studente un po' zuccone...

Non vedo la contraddizione:

- In un caso ho detto che non c'è un complotto fra i soggetti in questione per far tacere chi nella professione (e chiunque altro) voglia spiegare al popolo perché quanto stanno facendo è pura redistribuzione (dannosa, perdippiù) di denaro dai contribuenti all'oligarchia finanziaria. Confermo, non vedo evidenza di alcun complotto.

- Nell'altro caso ho detto che esiste un patto - in parte implicito, in parte esplicito, in parte ancora da far quagliare tanto che ci sono i riottosi che ora vogliono restituire i soldi in fretta o non vogliono dar valore ai warrants attaccati alle privilegiate che li han salvati alcuni mesi fa - fra la dirigenza democratico-obamiana e la dirigenza delle grandi banche americane.

Mi sembrano due cose alquanto diverse. Dopodiché, come è chiaro da quanto ho scritto, è anche trasparente ai più che sia l'amministrazione che le grandi banche non gradiscono molto le voci critiche e che spesso qualcuno si fa sentire per smorzarle ... witness l'esperienza di Stern School e del Council of Foreign Relation nell'organizzare il simposio dove Lucas ha poi fatto il discorso che Alberto qui critica. Ma non vedo una centrale che coordini la censura, cosa che invece il complotto implica.

Interessante articolo di Martin Wolf sulla (presunta) necessità di abbandonare, o cmq modificare sostanzialmente, una gestione della politica monetaria centrata sul concetto di inflation targeting.

Guardando a possibili futuri sviluppi "teorici", il passo più importante mi sembra questo:

No less discredited is the related view, also advanced by the Fed, that it is better to deal with the aftermath of asset price bubbles than prick them in advance. Prof Mishkin wrote that “it is highly presumptuous to think that government officials, even if they are central bankers, know better than private markets what the asset prices should be”. Today, few would mind such presumption, given the costs of the financial crises that follow asset price bubbles accompanied by big expansions in private credit.

Non mi pare che il problemi siano nati dall'inflation targeting, che semmai non e' stato praticato correttamente escludendo dal calcolo i prezzi degli assets (e anzi concentradosi sull'indice dei prezzi al consumo, neanche il deflattore del PIL). Martin Wolf dovrebbe star zitto, dato che e' tuttora un seguace di quell'isteria anti-deflazionista a cui dobbiamo la tolleranza della FED per le varie bolle, ultima e piu' rovinosa delle quali e' stata quella immobiliare.

Martin Wolf dovrebbe star zitto,

Parole sante. E con lui parecchi altri.

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