Deboli democrazie mediterranee - Le difficoltà della meritocrazia

20 agosto 2008 alberto lusiani

Segnalo e discuto due articoli pubblicati sul Corriere della Sera del 14/8/2008.

A. Panebianco recensisce un saggio di L. Morlino, che mi sembra alquanto interessante, sulle esperienze democratiche negli Stati mediterranei europei, "Democrazia tra consolidamento e crisi".

Michele Salvati recensisce un saggio di John Goldthorpe e Michelle Jackson pubblicato su Stato e Mercato sulle difficoltà di affermazione della meritocrazia.

Deboli democrazie mediterranee

Secondo il riassunto di Panebianco, la democrazia negli Stati mediterranei (Portogallo, Spagna, Italia e Grecia) ha stentato ad affermarsi per lo storico basso livello di legittimazione delle istituzioni democratiche stesse. Nel confronto, è l'Italia ovviamente ad avere il livello più basso di legittimazione istituzionale. Nei Paesi mediterranei, diversamente da altri Paesi, le masse popolari sono state legate alle istituzioni democratiche da una serie di associazioni corporative come partiti di massa, sindacati e confindustria. Queste stesse strutture corporative, tuttavia, in seguito possono tendere a soffocare e minare la democrazia stessa.

Preso questo spunto - premetto: senza aver letto il saggio che tempo permettendo sarebbe cosa doverosa - mi getto nel dare una mia personale valutazione delle difficoltà della democrazia in Italia, che vale per quel poco che so della storia del Belpaese. Secondo me i problemi della democrazia e del funzionamento delle istituzioni democratiche in Italia derivano dalla combinazione di due elementi: il ritardo di alfabetizzazione e di istruzione delle masse italiane e la bassa qualità delle elites italiane.

Il ritardo di alfabetizzazione è un dato storico misurabile facilmente confrontando le percentuali di analfabeti, (Tullio De Mauro ha affermato che l'Italia ha un ritardo di circa 400 anni rispetto ai paesi nord-europei). Il ritardo (italiano e mediterraneo) è sicuramente collegato con l'assenza o la sconfitta della Riforma protestante e, specie in Italia e Spagna, con l'affermazione della Controriforma. Nelle condizioni di limitata alfabetizzazione della metà del 1800, l'Italia ha avuto un Regno costituzionale basato su un sistema oligarchico, con diritto di voto limitato alla minoranza di alfabetizzati. Probabilmente, tra lo Statuto Albertino e l'istituzione del suffragio universale le elites italiane hanno posto le premesse per lo sfascio successivo che ha prodotto prima il Fascismo e poi la Repubblica delle Banane odierna. Dato l'analfabetismo di massa, sarebbe stato opportuno un programma di alfabetizzazione accelerata con conseguente allargamento del diritto di voto. Invece i notabili recalcitravano, perché nella loro retrograda valutazione i contadini dovevano pensare solo a zappare e per leggere bastavano i signori. Dall'altra sponda, cattolici e socialisti tendevano al populismo e hanno premuto per avere il suffragio universale indipendentemente dalle condizioni di semi-analfabetismo delle masse popolari.

La democrazia italiana nasce bacata proprio dalla pessima qualità della classe dirigente di notabili che non ha predisposto un piano accelerato di istruzione e allo stesso tempo ha pensato bene di poter meglio plagiare le masse popolari con metodi populisti alimentati dall'ignoranza, anche mediante strutture corporative come partiti di massa e sindacati, particolarmente necessari per mediare tra masse semi-analfabete e strutture statali democratiche.

Questa predilezione per l'ignoranza delle masse e per i metodi populisti si intreccia e si combina molto opportunamente con l'altra vocazione storica delle elites italiane, quella di usare la legge (e lo Stato) non come strumento di organizzazione consensuale della società, ma come strumento per avvantaggiare sé stessi, i propri famliari e conoscenti e la propria fazione ai danni degli altri. Per questo scopo come ho già scritto (qui e qui ) è utile che le masse siano ignoranti e che la legge sia difficile da comprendere, di qui la predilezione per il latino prima, in seguito l'italiano e oggi il burocratese.

Tutto ciò secondo me ha prodotto una democrazia debole e poco funzionale, tendente al populismo demagogico.

Le difficoltà della meritocrazia

Non ho trovato il testo usato da M.Salvati, ma credo che questo articolodello stesso autore ne sia una buona approssimazione. Il saggio analizza in quale misura in UK si stia realizzanto il modello di meritocrazia basata sull'educazione (education based meritocracy, EBM). Secondo questo modello, sponsorizzato in particolare dal New Labour, la società dovrebbe essere organizzata per offrire uguali possibilità di educazione avanzata a tutti, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza. Il sistema economico dovrebbe poi premiare con posizioni sociali più elevate chi ha conseguito i migliori risultati in base ad una valutazione equa delle strutture educative. Gli autori investigano quindi se, nel corso degli ultimi decenni, le posizioni più elevate della società inglese sono correlate sempre più solo ai risultati dell'educazione e sempre meno alle condizioni sociali di partenza. Contrariamente alle aspettative, essi documentano un arretramento nel raggiungimento di questo obiettivo rispetto ai risultati raggiunti negli anni '70.

Riassumo all'estremo (invitando a leggere direttamente l'articolo). Secondo l'autore non si tratta di un fallimento o arretramento della società e dell'intervento pubblico, ma piuttosto di un mutamento nel funzionamento del sistema economico. Contrariamente all'idea diffusa, secondo cui l'economia è in misura sempre maggiore un'economia della conoscenza in cui gli individui hanno successo in base al loro talento, la struttura economica si è evoluta nella direzione di offrire un numero relativamente maggiore di posizioni altamente redditizie nel settore "vendite". In questo settore, comprensibilmente, il talento e le conoscenze tecniche contano meno, mentre contano di più le capacità relazionali. In particolare, dai dati appare che la società inglese promuove economicamente chi ha talento (indipendentemente dalle condizioni di partenza) ma fallisce, in misura maggiore rispetto agli anni '70, nel ridurre lo status sociale dei "somari" quando costoro partono da classi sociali elevate. Questo avviene perché i "somari agiati" trovano maggiori spazi in posizioni elevate, per salari e responsabilità, in un settore vendite che cresce di dimensioni. Complessivamente, in termini quantitativi, la situazione netta è peggiore rispetto a quella di 20-30 anni fa, nel senso che chi nasce bene non cade in giù quando ha poco talento, ma trova interstizi ad alta redditività utilizzando le proprie relazioni.

Dal mio punto di vista questo significa che, anche dopo aver portato il Belpaese (tra qualche secolo) a livello delle democrazie più avanzate, con buona istruzione di massa, borse di studio vere per i meritevoli, meritocrazia nel settore privato e pubblico al posto delle sanatorie dei precari, i problemi non saranno ancora finiti: a Roma, nel settore vendite, regneranno sempre gli stessi ...

22 commenti (espandi tutti)

Non ho letto il saggio di Goldthorpe e Jackson, però la tesi che l'uguale accesso alle opportunità educative è assolutamente insufficiente per ridurre gli ostacoli alla mobilità sociale è un po' che gira.

Segnalo questo post sul blog inglese 'stumbling and mumbling', e quest'altro post dello stesso autore con varie indicazioni bibliografiche.

Il problema teorico e anche di politica pratica che questo pone alla sinistra liberale è importante. Il New Labor, almeno nella teoria e nella retorica, ha sempre cercato di distinguersi dalle vecchie politiche puramente redistribuzioniste dell'Old Labor e in generale della sinistra socialdemocratica europea. In cambio, la visione offerta era quella di una società in cui agli individui veniva offerto un ''level playing field'', in cui tutti avevano (tendenzialmente) un'uguale opportunità di competere per il successo. Questa è una visione che tende a piacere agli economisti dato che preserva gli incentivi al lavoro duro per raggiungere il successo, contrariamente alle politiche redistributive vecchio stile. Ancora meglio, fornisce incentivi a chi nasce in famiglie povere per darsi da fare; in una società in cui la mobilità sociale è assente, anche gli incentivi per migliorare la propria condizione tendono a sparire. Quindi, quadratura del cerchio. L'uguaglianza delle opportunità soddisfa gli impulsi egualitari e il desiderio di giustizia, fornendo al tempo stesso forti incentivi al lavoro e allo sviluppo economico.

Quello che stiamo apprendendo, mi pare, è che livellare il campo è molto, molto più complicato di quello che si pensava. L'effetto della famiglia e delle condizioni iniziali risulta persistere anche quando tutti gli ostacoli all'accesso alle opportunità educative sono stati rimossi. Il ché può portare a due conclusioni:

1) ritorno alla socialdemocrazia tradizionale. Se l'unico modo in cui un bambino può avere decenti opportunità è quello di crescere in una famiglia con reddito decente, allora non c'è alternativa alla redistribuzione vecchio stile. Oltre che fornire uguale accesso alle opportunità educative dobbiamo dare soldi ai genitori poveri perché non siano poveri. In questo modo i bambini non cresceranno in famiglie povere e avranno reali opportunità. Vedo due enormi problemi con questo approccio. Il primo è che è difficile fare redistribuzione massiccia senza ridurre gli incentivi alla crescita economica; e una società senza crescita economica è anche una società senza opportunità. Il secondo è che, una volta che il genio redistributivo è fuori dalla bottiglia, non c'è nessuna garanzia che venga usato per i fini inizialmente proposti, anziché per sussidiare i gruppi politicamente più forti.

2) abbandono completo dell'obiettivo di eguali opportunità. Visto che non è raggiungibile, tanto vale lasciar interamente perdere il progetto e concentrarsi semplicemente sulla crescita del reddito, sperando che tale crescita si rifletta anche sulle classi basse. Il principale problema che vedo con questo approccio è che non esiste alcuna ragione (che io sappia) teorica o empirica per cui la crescita del reddito debba beneficiare tutti i settori della società. È perfettamente possibile ossservare stagnazione dei salari reali e financo dei redditi mediani insieme a robusti tassi di crescita per l'economia nel suo complesso.

Il caso italiano è particolarmente triste perché né la destra né la sinistra sembrano in alcun modo rendersi conto dei termini del problema e delle reali alternative di policy. La destra ci propina le deliranti baggianate di Tremonti. Sulla sinistra, il PD sembra essere completamente in balia del marasma ideologico, in economia così come in altre  materie. E a sinistra del PD il livello di cultura economica è semplicemente da ritardati mentali. La pratica non va tanto meglio. Tanto per fare un esempio, se veramente si vogliono dare opportunità ai bambini aiutando i genitori, esattamente l'ultima cosa da fare è quella di trasferire soldi ai pensionati (che di bambini, normalmente, non ne hanno più), che è stata la principale manovra redistributiva attuata dal governo Prodi.

non esiste alcuna ragione (che io sappia) teorica o empirica per cui la crescita del reddito debba beneficiare tutti i settori della società. È perfettamente possibile ossservare stagnazione dei salari reali e financo dei redditi mediani insieme a robusti tassi di crescita per l'economia nel suo complesso.

In buona misura e' quello che accade negli USA dalla fine degli anni '70 a oggi, o sbaglio?

Personalmente non vedo soluzioni ragionevoli... un certo livello di disuguaglianza legata alle condizioni iniziali temo sia inamovibile dalla condizione umana.  Sottolineerei comunque che la societa' inglese secondo il saggio e' efficiente nel premiare il merito, il fallimento sta soprattutto nel punire il demerito dei somari di buona famiglia. Non credo sia facile raggiungere questo secondo obiettivo, beninteso con metodi non peggiori del problema da risolvere. Alcune soluzioni sono state sperimentate nella storia, dal comunismo di Stato (fallito), all'allevamento in comune dei figli e il divieto di uso del denaro che ha garantito per secoli una uguaglianzia sostanziale all'interno della classe degli Spartiati, pero' con l'effetto collaterale di una perdente dinamica demografica.

anche se, da alcune parti, si tenta di ridimensionare il fenomeno della diseguaglizna crescente negli usa negli ultimi 30 anni, ove la sovrastima dipenderebbe da certe inadeguatezze nei metodi di costruzione degli indici di prezzo e, quindi, nelle stime del reddito reale,  (con vari link)

 

http://www.economist.com/blogs/democracyinamerica/2010/09/inequality_myth

Il ritardo (italiano e mediterraneo) è sicuramente collegato con
l'assenza o la sconfitta della Riforma protestante e, specie in Italia
e Spagna, con l'affermazione della Controriforma.

Questo pero' non spiega perche' aree cattoliche come Austria o Baviera (e anche l'Irlanda, da quando ha varato riforme liberali) se la cavino molto meglio dell'Italia; ne' perche' la Grecia ortodossa se la cavi ugualmente male.

Questo pero' non spiega perche' aree cattoliche come Austria o Baviera
(e anche l'Irlanda, da quando ha varato riforme liberali) se la cavino
molto meglio dell'Italia; ne' perche' la Grecia ortodossa se la cavi
ugualmente male.

Premettendo che ogni spiegazione di fatti umani complessi non puo' che essere incompleta e approssimata, secondo me cio' che discrimina non e' tanto il successo dalla Contro-Riforma (mi sono espresso male) ma l'assenza della Riforma. In Grecia, come in Russia, non c'e' stata la Riforma. La Riforma e' stata un episodio storico molto particolare, gli interessi delle elites dei paesi nord-europei si sono combinati col disgusto intellettuale per alcune pratiche della Chiesa cattolica producento due effetti, da un punto di vista pratico la Chiesa cattolica ha perso la sua egemonia religiosa e le sue decime, e dal punto di vista culturale per rimpiazzare la religione cattolica intellettuali ed elites hanno promosso una rilettura "autentica" delle Scritture e - fatto ancora piu' importante - una lettura democratica di massa, quindi l'alfabetizzazione di massa. Questo e' il fatto importante che se vogliamo e' una delle basi del successo poi mondiale dell'Europa, che propriamente e' l'Europa nord-occidentale. Ovviamente questi elementi "democratici" della Riforma non nascono per caso ma sono legati alla tradizione culturale "democratica" ed egalitaria dell'Europa nord-occidentale meno condizionata dall'egemonia Romana.

Per quanto riguarda le differenze tra Austria e Baviera e Italia (o Polonia) secondo me le differenze stanno tutte nella qualita' delle elites. Bavaresi ed austriaci hanno elites di buona qualita', l'Italia ha elites di scarsa qualita' dedite come ho scritto altrove alla rapina delle risorse interne, quando possibile collaborando con gli interessi stranieri.

 


Questo pero' non spiega perche' aree cattoliche come Austria o Baviera
(e anche l'Irlanda, da quando ha varato riforme liberali) se la cavino
molto meglio dell'Italia

Intervengo solo per puntualizzare che il cattolicesimo dei paesi del Nord Europa è molto diverso rispetto a quello che conosciamo in Italia. Per il resto sottoscrivo in pieno quanto già scritto da Alberto.

E' vero che la mobilita' sociale in UK e' in declino, non solo in discesa come dice Goldthorpe ma anche in ascesa (oddio, sempre meglio che in Italia, dove ormai e' bloccata). Pero' mi sono venute in mente due considerazioni:

1) le 'soft skills' necessarie nel settore vendite non sono una cosa da disprezzare. Io ho un PhD e faccio un lavoro tecnico, ma nella stessa azienda ci sono persone che occupano posizioni -diciamo cosi'- di 'vendita' e guadagnano quanto e piu' di me. Non ci vedo niente di male, anzi - io un lavoro cosi' sarei negato a farlo, come loro il mio. Il fatto e' che queste soft skills, quando non si traducono solo nell'avere i contati giusti, si possono almeno in parte imparare. E siccome la scuola non le insegna, le impara meglio chi ha maggiore possibilita' di fare altro (sport, un gap year in Ecuador, ...). Voglio dire che e' anche colpa del sistema scolastico che continua a misurare le attitudini alle 'hard skills' e basta.

2) Ho trovato molto interessante l'inizio dell'articolo di Goldthorpe, in cui si traccia la storia del concetto di meritocrazia. Perche' e' tutto da vedere che la meritocrazia assoluta sia l'ideale. Per dire, se accettiamo che il talento e' in parte ereditario, un sistema perfettamente meritocratico avrebbe una componente di discriminazione in base alla nascita.

Ho trovato molto interessante l'inizio dell'articolo di Goldthorpe, in
cui si traccia la storia del concetto di meritocrazia. Perche' e' tutto
da vedere che la meritocrazia assoluta sia l'ideale. Per dire, se
accettiamo che il talento e' in parte ereditario, un sistema
perfettamente meritocratico avrebbe una componente di discriminazione
in base alla nascita.

Anche io ho trovato interessante che, prima ancora di diventare obiettivo dei partiti progressisti intelligenti, la meritocrazia e' stata avversata perche' in un sistema assolutamente meritocratico chi sta al livello piu' basso ci sta meritatamente e quindi non puo' trovare sollievo accusando la societa' ingiusta ne' sperare sulla comprensione e aiuto altrui per lo stesso motivo. Difatti l'unico vantaggio di appartenere al disastro sociale che e' l'Italia sono le amplissime opportunita' fornite a tutti per addossare alla Societa' e allo Stato ogni colpa per le proprie grame condizioni di vita. Questii elementi di compensazione psicologica, combinati con la promessa ultraterrena di felicita' eterna (cattolici) e con la promessa di felicita' materiale in un lontano e indefinito futuro (comunisti), sembrano predisposti apposta per consolare i sudditi della Repubblica per la loro vita grama, sfruttata senza pieta' dalla Casta e sottoposta agli arbitri erratici di sistema sociale disfunzionale. Allo stesso tempo, rinforzano certe insensate e nocive ideologie nostrane dominanti, che poi riproducono e stabilizzano la societa' disfunzionale esistente. Tutto si tiene...

D'accordo al 100%. Aggiungo solo che parte integrante di questa cultura e' l'invocazione continua della meritocrazia, anche per lavori tipo cassiere del cinema o valletta di quiz, dove il merito c'entra poco o niente. Poi ovviamente in pratica si fa di tutto per evitarla anche nei concorsi universitari.

le 'soft skills' necessarie nel settore vendite non sono una cosa da
disprezzare. Io ho un PhD e faccio un lavoro tecnico, ma nella stessa
azienda ci sono persone che occupano posizioni -diciamo cosi'- di
'vendita' e guadagnano quanto e piu' di me. Non ci vedo niente di male,
anzi - io un lavoro cosi' sarei negato a farlo, come loro il mio. Il
fatto e' che queste soft skills, quando non si traducono solo
nell'avere i contati giusti, si possono almeno in parte imparare. E
siccome la scuola non le insegna, le impara meglio chi ha maggiore
possibilita' di fare altro (sport, un gap year in Ecuador, ...). Voglio
dire che e' anche colpa del sistema scolastico che continua a misurare
le attitudini alle 'hard skills' e basta.

Parole sante.

I professori universitari di solito sottovalutano quanto non e' insegnato a scuola e misurano l'apprendimento e le abilita' in base ai titoli di studio.  Poi si sorprendono che la regressione lineare da un R^2 piccolissimo.  Ma se su due persone con stesso titolo di studio, uno sa dirigere un piccolo gruppo di operai e l'altro no, e il primo e' pagato di piu, non si puo dire che "la societa non e' meritocratica". 

La societa meritocratica non e' la stessa cosa di una societa in cui tutti  hanno accesso all'istruzione. Quello e' solo un aspetto. Mi sembra che la strategia del Labour Party si basi su un equivoco.

Gli 'skills' sono tanti, 'hard' oppure 'soft', imparati a scuola oppure imparati in un bar giocando a carte con sconosciuti.  Non tutto si riduce a titoli di studio e 'contatti'.  

I professori universitari di solito sottovalutano quanto non e'
insegnato a scuola e misurano l'apprendimento e le abilita' in base ai
titoli di studio.  Poi si sorprendono che la regressione lineare da un
R^2 piccolissimo.  Ma se su due persone con stesso titolo di studio,
uno sa dirigere un piccolo gruppo di operai e l'altro no, e il primo e'
pagato di piu, non si puo dire che "la societa non e' meritocratica".

A difesa di  J.Goldthorpe tuttavia va detto che non afferma "la societa non e' meritocratica" ma piuttosto che un particolare modello denominato "education based meritocracy" (EBM) funziona oggi peggio che negli anni '70, un'affermazione piu' tecnica che ideologica.  Effettivamente puo' essere che la mancanza sia dalla parte del sistema educativo, che non insegna e/o non valuta i soft skills. Anche questo potrebbe essere investigato tuttavia, cercando correlazioni tra risultati economici delle imprese e somari di buona famiglia con alte retribuzioni, vs. altre categorie nelle stesso genere di occupazione.

Punto (1): Kudos a James Heckman, che assieme ai suoi studenti porta avanti, da anni, un'agenda di ricerca straordinariamente interessante. Un recente articolo qui: http://voxeu.org/index.php?q=node/1564

 

Punto (2): Non capisco. Se per "ideale" intendi "perfetta", la cara vecchia utopia anarchica mi sembra difficilmente battibile. Se invece intendi "non umanamente migliorabile"... beh... trovare controesempi mi sembra piu' complicato. A meno che tu non stia semplicemente dicendo che una componente di redistribuzione e' necessaria in qualunque modello di societa'...

Mi sembra che il caso italiano sia un po' speciale. Infatti la rivoluzione economico-sociale degli anni cinquanta e sessanta che ha distrutto la rigida gerarchia sociale "piccolo borghese" fondata in gran parte sul livello di educazione, si è sviluppata prescindendo dal sistema di istruzione, che, eccetto per la tardiva (rispetto ai tempi dela rivoluzione) istituzione della scuola media unica, è rimasto ancorato al modello anteguerra. Il modello anteguerra, perfezionato da Gentile prevedeva un sistema di istruzione strutturato ad albero che garantiva e rispecchiava l'ideale gerarchico piccolo borghese. In fondo alla scalta gerarchica gli analfabeti di ritorno che avevano frequentato solo la seconda elementare (l'ultima classe veramente obbligatoria), poi gli operai con la quinta elementare, la successiva diramazione prevedeva gli operai specializzati con la scuola di avviamento, e sull'altro ramo gli impiegati "di ruolo C" con la scuola media inferiore. Il sistema si diramava ancora per l'accesso alle professioni minori (geometra, ragioniere, maestro elementare, perito industriale) con gli istituti tecnici e magistali, infine i licei erano riservati ai futuri laureati che accedevano alle professioni maggiori e al ruolo direttivo della pubblica amministrazione. Tutto è rimasto formalmente come prima , ma a partire dagli anni cinquanta si è affermata la classe dirigente del "miracolo economico" che nella maggior parte dei casi non aveva una formazione universitaria. Anche i grandi imprenditori (ad esempio Gardini, ferruzzi, Romiti, Schimberni), con l'eccezione di alcune "grandi famiglie", si fregiavano al più di un diploma di istituto tecnico, che nel periodo anteguerra, e nelle aspettative della piccola borghesia impiegatizia e professionale, li avrebbe relegati in una posizione sociale di secondo piano, lontanisima da quella, ad esempio, di un professore universitario.  La mobilità sociale ed il superamento della gerarchia "piccolo borghese", che si sono prodotti con il "miracolo economico" hanno completamente ignorato il sistema di istruzione. In altri paesi (penso anche alla Francia e non solo alla GB) c'è stato un tentativo coerente di utilizzare il sistema di istruzione per promuovere (e forse anche contenere) la mobilità sociale. Di questo si parla quando (a sproposito in Italia) si sostiene che l'università dovrebbe formare (o selezionare?) la classe dirigente. Questo in italia non avviene, né può ragionevolmente avvenire. L'università dovrebbe allora concentrarsi su quello che potrebbe fare e cioè formare personale dotato di competenze specifiche (ad esempio medici, ingegneri, professori, ecc.) che non sono destinati ai lavori più remunerativi, lasciando ad altre dinamiche il compito di selezionare la classe dirigente.

Se ne sono accorti anche gli inglesi che l'ascensore non sempre sale? "La distinzione" è stata pubblica nel '79...

Se ne sono accorti anche gli inglesi che l'ascensore non sempre sale?

Veramente gli inglesi hanno studiato quantitativamente i dati e hanno concluso che l'ascensore sale piuttosto bene, il problema maggiore e' che non scende altrettanto bene per chi e' di buona famiglia.  Altri sembra invece che parlino per dare aria alle tonsille senza portare dati, studi, confronti...

con tutto il rispetto: se nel settore vendite ci sono poniamo 10 posti da occupare e 5 sono sempre occupati dagli asini di buona famiglia allora quelli che potranno "salire" saranno solo 5 e non 6, 7, 8, 9 o 10. quindi l'ascensore non sale bene - semplicemente perchè dovrebbe salire di più ma non lo fa! - perchè una parte dei piani alti è costantemente occupata da chi nei piani alti ci nasce, cresce e muore. mi viene da aggiungere, ma questo è ovvio, che in questo caso la meritocrazia è un meccanismo che agisce - in positivo o negativo, poco importa - sopratutto per le classi basse mentre per i piani alti non è sempre prevista e operante. alcune possibili motivazioni di questo fenomeno sono state egregiamente fornite già nel '79 e riguardano meccanismi che hanno a che fare col capitale sociale (già quello di famiglia ovviamente) e con quelle che gli inglesi chiamano soft skills. appunto quello che dicevo indicando "la distinzione" come testo fondamentale. ovviamente ogni ricerca quantitativa che aggiorni i dati a nostra disposizione è la benvenuta ma i termini generali del problema erano già stati ampliamente trattati e dibattuti ed era ed è indubbio che la transizione da una socialdemocrazia (come quella inglese del passato ad esempio) ad altro (la società inglese attuale) non possa che provocare gli effetti di cui si parla. poi è ovvio che mi riferisco alla questione senza aver letto direttamente l'articolo e sopratutto i tre articoli di commento che seguono. se tu si potresti linkare delle versione visibili anche online? grazie e saluti

se nel settore vendite ci sono poniamo 10 posti da occupare

Sarebbe il modello superfisso.

 

 

se nel settore vendite ci sono poniamo 10 posti da occupare

Tu teorizzi assumendo valga il ridicolo modello superfisso. Si tratta di un modello abbastanza naturale nelle ristrette secche culturali italiane, ancorate idealmente ad un mondo antico fatto di notabili che possono essere solo possidenti terrieri o funzionari statali, in un contesto socio-economico immobile in cui queste posizioni sono immutabili di numero e come rendita. In un modello come questo, e' impensabile (e lo Stato lo previene in mille modi) che due neo-laureati creino Google, superando in pochi anni la capitalizzazione della General Motors, e creando dal nulla o meglio primariamente con l'intelligenza umana qualcosa che non c'era prima in termini di benefici generali per la societa' e anche posti di lavoro ben retribuiti.

In un sistema aperto, chi ha talento puo' salire in quel modo, anche se il 50% dei posti nel settore vendite della General Motors sono occupati.  Nella socialdemocrazia delle banane italiana invece non riesci ad emergere basandoti sul tuo talento, a meno di remare controcorrente rispetto a tutto il sistema, ed in cambio hai aiuti statali agli indigenti che sono miserabili o nulli.  Senza dimenticare le aliquote marginali fisco-contributive effettive del 60-65% a partire da redditi lordi annui miserabili attorno agli 11mila euro all'anno.

non capisco tutta questa ostilità. io non teorizzo assolutamente nulla e se per ignoranza e ingenuità mia l'ho dato ad intendere ti chiedo di scusarmi e di adattare il mio esempio alla tua forma mentis. quello di cui parlo è l'insieme dei meccanismi che portano alla riproduzione delle gerarchie sociali, meccanismi che lavorano benissimo qualsiasi sia il tuo modello del cuore.
non capisco poi perchè tirare in ballo la situazione italiana. chi ne ha mai parlato?

 

E' probabile che io abbia un'animosita' particolare contro certe opinioni che magari a torto mi sembrano far parte di una certa tradizione culturale tipicamentre italiana contraria al mercato e alla merotocrazia e favorevole ad una pianificazione statalista orientata in teoria a suddividere la poverta' in parti uguali, mentre in pratica blocca ogni mobilita' sociale e sostiene gerarchie ereditarie di Casta totalmente aliene da ogni forma di merito. Mi scuso per tutti i casi in cui la mia animosita' e' ingiustificata...

Esempio di difficoltà della meritocrazia (cut and paste da un chat via Skype con un collega italiano, cui nome rimuovo):

[4:19:52 PM] Collega says: tutto ok, stasera ti ho pensato!
[4:20:07 PM] Collega says: ero alla reception della european economic association a palazzo reale a milano
[4:20:34 PM] Collega says: cordone di studentelli per far passare monti e la moratti, mentre heckman era in fila con gli altri per le scale!!!

Ecco, appunto. Ed il professor Monti, temo, l'ironia della cosa non l'ha notata ...

Eh lo so, un terrone tifoso del Milan è cosa difficile da digerire, ma il destino ha imperscrutabili strade. Comunque ero arrabbiato per la sicura cessione di Pirlo al Chelsea, visto che BS ha appena detto che non ne sa niente, ho pensato che come in molti altri casi è cosa fatta. Vado sul sito dell'AC XXXXX (certe parole sono proibite dall'editor di nfa..) e trovo un paragrafo sulla meritocrazia. Per evitare problemi ai redattori di NFA che potrebbero non visualizzare correttamente il sito riporto le prime parole del paragrafo:

Tutto da scoprire il programma di meritocrazia dedicato ai possessori di Cuore Rossonero! Da ora in poi, ogni tuo gesto di fedeltà alla squadra verrà riconosciuto e premiato con Punti Stella.
Puoi scoprire già ora a quanto ammonta il tuo punteggio attuale e puoi anche far valere la tua storia attraverso l'attribuzione on-line dei vecchi abbonamenti.
Cosa aspetti? Entra subito nel mondo della meritocrazia!

Possiamo quindi dire che, secondo l'AC XXXXX, il cui presidente, non dimentichiamocelo, è anche il nostro PdC, il merito è riconosciuto a chi ha più dato soldi alla sua causa. Quindi chi dà più soldi , o fa più gesti di fedeltà ( e sappiamo che questa della fedeltà assoluta è una delle fisime di BS) è più meritevole, indipendentemente da come si comporta sugli spalti (immagino che gli abbonati ultradecennali siano soprattutto ultras), o su qualsiasi altro contributo possa dare. Dai i soldi che sei meritevole. Sii a me fedele che ti ricompenserò. Nel Medioevo si chiamava compravendite delle indulgenze e vassallaggio. Il XXXXX come metafora dell'Italia ?

Senza volermi dilungare ricordo che George Orwell (uno che di regimi totalitari se ne intendeva) diceva che la vera dittatura è nel linguaggio: cambiare il significato delle parole induceva a pensare in maniera conforme al nuovo significato. Meritocrazia uguale fedeltà...

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