Decreto anti crisi e sostegno alle banche: perchè solo a quelle quotate?

4 dicembre 2008 Alberto Lanzavecchia

Il Decreto anti crisi varato dal Governo prevede sostegni alle sole banche con azioni quotate in borsa. Perchè solo a loro? Sono forse la maggioranza, per numero o per risparmi raccolti? Sono forse, più delle altre, in difficoltà economiche a causa di eventi esterni o altri fattori a loro non imputabili? Hanno forse un minore accesso, rispetto alle altre banche, ai mercati dei capitali? Difficile trovare una ratio convincente.

Il sostegno statale limitato alle sole banche quotate è disfunzionale al perseguimento degli obiettivi di politica economica individuati dal Legislatore, distorsivo della libera concorrenza nel settore bancario ed iniquo laddove privilegia proprio quelle banche orientate alla generazione di extra profitti anziché alla sana e prudente gestione.

Il recente Decreto anti crisi n. 185/2008, con riferimento al sostegno all'economia attraverso la sottoscrizione pubblica di obbligazioni bancarie, contiene un’ambigua discriminazione: solo le banche con azioni quotate sono "meritevoli" di sostegno. Questa disparità di trattamento fra imprese del medesimo settore in Italia determina una significativa distorsione nel raggiungimento degli obiettivi del Decreto. Vale la pena richiamare a tal riguardo le seguenti evidenze.

1) In Italia sono attive 806 banche, di cui solo 20 classificate per dimensione come Banche Maggiori e Grandi, mentre solo 27 banche hanno azioni negoziate in un mercato regolamentato.

2) Il 44% del totale dei depositi in conto corrente è detenuto da Banche Maggiori e Grandi mentre il 56% è detenuto da Banche Medie, Piccole e Minori. Per le banche quotate l'incidenza dei depositi sulla raccolta diretta complessiva è minore rispetto alle banche non quotate.

3) Dall'inizio del 2007 ad oggi, negli Stati Uniti, hanno manifestato insolvenza 26 banche (23 nel solo 2008), fra cui la nota Lehman Brothers. Solo un paio di esse avevano azioni quotate in un mercato regolamentato.

4) In questa fase, il sistema creditizio soffre principalmente del rischio di liquidità (la banca non ha liquidità immediatamente disponibile per fare fronte ai propri impegni, pur in un contesto aziendale in cui l’attività bancaria è sana e la banca e' solvente) più che del rischio di insolvenza (perdite superiori al patrimonio minimo regolamentare). Gli interventi finalizzati a ricostruire il capitale di una banca agiscono sulla riduzione del rischio di insolvenza e non sul rischio di liquidità. Questo perche', per sostanziali che le iniezioni di capitale possano essere, saranno sempre una percentuale relativamente piccola del bisogno di liquidita' di una banca. I benefici di un aumento di capitale, in questo contesto, sono quindi di breve periodo.

5) Le banche non popolari quotate in Italia (19 su 27) hanno come obiettivo dichiarato quello della creazione di valore per i propri azionisti. La creazione di valore non è altro che il conseguimento di un extra profitto rispetto alla remunerazione del rischio atteso. Il profitto di una banca deriva, infatti, dalla lavorazione dei rischi (di credito, tasso, valuta, tempo, ecc.): a maggior rischio corrisponde un maggior profitto, Quindi perseguire obiettivi di extra profitto comporta la ricerca di maggiori rischi.

6) E' compito della Banca di Italia vigilare sulle banche e sugli intermediari finanziari avendo riguardo alla “sana e prudente gestione dei soggetti vigilati". E' quindi quantomeno problematico rendere compatibili gli obiettivi di extra profitto perseguiti da alcune banche quotate con l'obiettivo istituzionale della "sana e prudente gestione". Meglio detto: mentre gli azionisti delle suddette banche hanno tutti i diritti di questo mondo di perseguire un maggior rendimento a mezzo dell'assunzione di maggiori rischi, non v'e' ragione alcuna per cui la Banca d'Italia o il Ministero del Tesoro debbano favorire in modo discriminatorio tale scelta fornendo a queste banche finanziamenti privilegiati in conto capitale.

Le misure varate dal Governo, invece:

a)

Si rivolgono ad un ristretto numero di banche, peraltro caratterizzate da minor problemi di liquidità, oggi principale fattore di rischio per l’instabilità del sistema creditizio. La misura è quindi inefficace nel ridurre le difficolta' che il sistema creditizio si trova oggi ad affrontare.

b)

Discriminano, in modo paradossalmente avverso, proprio quelle banche che finora hanno perseguito obiettivi aziendali sotto il vincolo della sana e prudente gestione, ricercando un equilibrio finanziario di lungo periodo, basato su rapporti stabili con la propria clientela.

c)

Sanano benefici privati e azzardi morali perpetuati da poche banche al prezzo di compromettere, con costi a carico dello Stato, il livello di concorrenza oggi raggiunto nel sistema creditizio.

Il sostegno statale limitato alle sole banche quotate è disfunzionale al perseguimento degli obiettivi di politica economica individuati dal Legislatore, distorsivo della libera concorrenza nel settore bancario ed iniquo laddove privilegia proprio quelle banche orientate alla generazione di extra profitti anziché alla sana e prudente gestione. E’ ancor più preoccupante la circostanza, invero non irrealistica, in cui una banca quotata paga prima un dividendo agli azionisti (beneficio privato) e dodici mesi dopo aumenta il proprio patrimonio con denaro pubblico (costi collettivi).

Per queste argomentazioni auspichiamo una revisione del Decreto nella direzione qui indicata in sede della sua conversione in Legge.

14 commenti (espandi tutti)

Punti (5) e (6): non capisco. Le banche non quotate e "non popolari", in Italia, che "obiettivo dichiarato" hanno, se non creare valore per chi le possiede/controlla? Perche' le banche appartenenti a quest'ultimo gruppo, piu' o meglio di altre banche, "hanno perseguito obiettivi aziendali sotto il vincolo della sana e prudente gestione, ricercando un equilibrio finanziario di lungo periodo, basato su rapporti stabili con la propria clientela"?

Una banca quotata (come qualsiasi altra società quotata) trasferisce al proprio azionista il maggior valore creato mediante la distribuzione di dividendi e l'aumento del prezzo delle azioni (determinando un capital gain). Per una società quotata la creazione di un maggior valore è l'obiettivo ultimo, come peraltro richiesto persino dall'ente gestore del mercato (in Italia, Borsa Italiana spa).

Una banca non quotata distribusice valore ai propri azionisti con i dividendi e "direttamente" con la propria attività di raccolta e impiego. Ciò è ancor più tangibile nel caso di banche popolari e cooperative, ove il "valore percepito" dai soci/clienti è estratto direttamente dall'attività bancaria per mezzo di condizioni di credito e risparmio più vantaggiose rispetto alle condizioni di altre banche.

Quindi una banca non quotata e non popolare (dunque una Spa) trasferisce valore ai propri azionisti tramite il dividendo e tramite una gestione bancaria che soddisfi gli obiettivi di credito e di risparmio individuati dai propri azionisti. In questa seconda modalità, il "valore percepito" dagli azionisti è indiretto, ma pur sempre percepito. Esempio: una fondazione che controlla una banca spa non quotata si attende una remunerazione da 1) dividendi, necessari per attuare direttamente la propria politica di impiego di quella liquidità, e 2) una gestione bancaria che sviluppi l'economia del territorio e ne tuteli il risparmio. Entrambe le modalità presuppongono una sana e prudente gestione: senza equilibrio finanziario la banca non può assicurare un flusso di dividendi costante; lo sviluppo del territorio e la tutela del risparmio è incompatibile con strategie di impiego (prestiti) e di raccolta (polizze, fondi, altri strumenti finanziari) aggressive, perchè, nel lungo periodo, impoveriscono l'economia del territorio ove opera la banca. Non è coerente per una banca spa non quotata ricercare extra profitti che determinerebbero un aumento nel prezzo delle azioni, perchè non essendo quotate in un mercato, l'azionista non beneficerebbe affatto della crescita dei corsi azionari, e, al contrario, ne sopportebbe solo i maggiori rischi assunti.

Ciò detto vale in generale, ma non è difficile riscontrare evidenze in tal senso. Le banche quotate sono le prime, oggi, ad annunciare un taglio di dividendi e a registrare un crollo nei ricavi da "servizi", mentre ciò non sta avvenendo nelle popolari e cooperative.

Perchè allora esistono banche popolari quotate? A me sembra un controsenso

La domanda è coerente con il filo del discorso e centra un punto effettivamente ambiguo.

In effetti, ad oggi l'unica convenienza finanziaria fornita dalla quotazione in borsa di una banca popolare sembra essere quella di favorire le aggregazioni fra popolari tramite fusione (e scambi azionari). Infatti, per effetto del "voto capitario" (una testa = un voto in assemblea, a prescindere dal numero di azioni possedute, peraltro sotto un vincolo di azioni complessivamente detenibili) non è possibile procedere con "scalate" o acquisizioni di banche popolari.

Questo profilo di analisi apre poi una delicata questione: "chi controlla le banche popolari e cooperative?"

Il nostro amato primo ministro continua a dire che la situazione debitoria l'ha ereditata dal precedente governo...
Mi domando: perche' invece di fare finta che SKY sia il principale problema degli italiani, i giornalisti non fanno domande intelligenti e scomode quando lui se ne esce con queste frasi?

Il nostro amato primo ministro continua a dire che la situazione debitoria l'ha ereditata dal precedente governo...

... che l'aveva ereditata dal suo!

Il contenuto di queste dichiarazioni è folle, ovviamente. Ma, d'altra parte, occorre anche riconoscere che l'opposizione di ogni colore e tonalità, compresi gli economisti "liberal" ufficiali, non dicono nulla di meglio. Tutti a far finta che la crisi economica italiana sia dovuta alla crisi finanziaria USA e tutti a far finta che sia un problema di trasferimenti ulteriori da fare, maggior spesa pubblica, maggiori consumi da incentivare, eccetera. Cretinismo di massa, o peggio.

Nessuno, assolutamente nessuno - con un'eccezione: Tommaso Monacelli canta fuori dal coro, anche se poi compensa scrivendo strane cose d'astrologia monetaria - che chieda gli interventi che servono davvero e che sono poi sempre gli stessi: tagliare le tasse sul reddito da lavoro (specialmente da lavoro dipendente); tagliare le spese pubbliche (specialmente pensionistiche, aumentando l'età pensionabile come suggerito anche qui da Riccardo Fiorito); privatizzare per davvero tutto quanto continua a rimanere in mano al ministero del Tesoro, alle regioni, ai comuni; riformare brutalmente l'intero settore dei servizi pubblici, e poi liberalizzare la maledetta economia medievale italiana!

 

La ragione della preferenza accordata alle sole banche quotate non sembra legata a motivi sostanziali. Anzi, come indica AL, l'analisi del problema porterebbe ad escludere l'opportunità di questa preferenza.

Ma allora l'origine della preferenza è forse da ricercare nella più energica potenza lobbistica di queste banche. E questa interpretazione rientrerebbe nell'ordine normale delle cose e non ci stupisce. L'ipotesi più preoccupante invece sarebbe che questa soluzione fosse legata alla situazione di disordine finanziario rinvenibile "a monte". Le strutture di controllo delle banche sono attualmente assai "disordinate" (un eufemismo che mi sembra simpatico). "Disordinate" per saldezza degli strumenti di governance e/o per grado di equilibrio della propria gestione finanziaria. Di questo problema non mi sembra che si sappia tanto. Non mi pare che ci siano in giro riflessioni strutturate. Ma qualcuno il problema lo deve avere messo a fuoco.

La Lobby era già attiva quantomeno dal 19-11-2008, quando Corrado Faissola, a margine del convegno annuale ABI (di cui è presidente) ha dichiarato che:


«Il requisito fondamentale penso sia la quotazione in Borsa».

Il timore della Lobby era poi sull'ipotesi (realistica) che il Tesoro indicasse nel Decreto un rendimento minimo che le banche dovevano garantire in cambio del denaro dei contribuenti ricevuto. Come noto, questo limite non compare nel testo che da lì a una settimana sarebbe stato varato dal Governo.

La nuova prospettiva di analisi che proponi è molto interessante (ancorchè "inquietante", più che "preoccupante"). Se ho capito bene, le banche quotate hanno problemi di governance, di controlli interni e di rischi maggiori rispetto alle banche non quotate; il Governo ne è a conoscenza e quindi ha agito in tal senso.

Se così, manca però un comma al testo Decreto, che suonerebbe più o meno così:

"l'assemblea dei soci che delibera sulla richiesta di intervento del Ministreo dell'Economia delibera contestualmente

a) sulla revoca degli amministratori in carica;

b) sulla nomina dei nuovi amministratori;

b) sull'azione di responsabilità contro gli amministratori cessati per i danni arrecati al patrimonio sociale".

No excuse.

Il precedente intervento mi ricorda quello del 2 di dicembre di Edward Luttwak: "In pasto ai leoni nel Colosseo. Lì, vorrei i banchieri. E vederli sbranare, in modo che si possa finalmente fare regole con calma. Perché l’idea che hanno tutti è quella di catturare l’animale della finanza con una rete di regole. Noi abbiamo bisogno di leoni e non di bestie addormentate come le grandi banche italiane che non hanno permesso all’Italia di avere una biotecnologia perché nessuno presta dove c’è innovazione, ma sempre ai soliti noti". Non volevo esprime questa sensibilità.

Lasciamo su un altro piano di valutazione i reati finanziari, i danni arrecati al patrimonio sociale, i controlli interni e così via. Il fatto che volevo ricordare è che nell'azionariato delle banche quotate ci sono situazioni finanziariamente fragili. Il caso Zaleski è stato già esplicitato in varie sedi. E Zaleski esiste perchè aveva l'obiettivo di rafforzare alcune situazioni di per sé fragili. Ma ci sono anche diverse fondazioni bancarie che non hanno la capacità finanziaria di mantenere in essere un ruolo nella governance delle banche, le quali hanno bisogno di azioni di rafforzamento finanziario che i soci non possono assicurare. Se le banche devono essere rafforzate patrimonialmente, diventa difficile chiedere che questa politica venga attuata dai soggetti controllanti, che appunto hanno le loro fragilità. Quindi occorre assicurare un percorso alternativo, che finisce per rendere un servizio non tanto alle banche in corso di rafforzamento, ma ai soci che non sono in grado di farlo ...

Anche a me non piacciono i giudizi sommari e la voglia di forche penzolanti. C'è da dire però che l'assemblea dei soci è in effetti il luogo deputato per deliberare sull'azione di responsabilità degli amministratori, non è la piazza nè l'editoriale di un quotidiano....

Mi convince il tuo ragionamento: i soci sono a conoscenza della debolezza finanziaria della banca; non possono procedere con un aumento di capitale perchè non possono sottoscriverlo (non hanno soldi, come tutti gli imprenditori italiani) e corrono il rischio di perdere il controllo della banca se altri (lo Straniero? Lo Stato? Un Immobiliarista?) lo sottoscrivono; a questo punto entra in gioco Pantalone...

...che però non sottoscrive capitale sociale come nel caso di RbS, (ove gli azionisti hanno deliberato l'aumento di capitale, per il bene della banca, ma poi non lo hanno sottoscritto, perchè non hanno soldi/non vogliono più rischiare), bensì obbligazioni: insomma, la proprietà e il controllo è ancora saldamente nelle mani dei vecchi soci! ...a costo marginale nullo (quanto mai renderanno queste obbligazioni???)!!

Una situazione ideale è quella offerta dal Banco Santander, seconda banca europea per capitalizzazione, ove l'aumento di capitale da 7,2 mld è stato deliberato e sottoscritto in poche settimane dai soci.

In Italia assistiamo a dei paradossi: le banche non varano gli aumenti di capitale di cui hanno bisogno e sono difese da scalate ostili, il Governo chiude le porte allo Straniero.... ma nel frattempo

....acconsente che un Fondo Sovrano della Libia entri nel capitale sociale dell'ENI, gruppo energetico di rilevanza strategica nazionale ed europea.

Come evidenziato da Tito Boeri su La Repubblica, il Governo, da un lato, nelle pieghe del Decreto anti crisi, rende più difficile "scalare" le società gestite da manager incapaci, ma, dall'altro, apre le porte di un gruppo di rilevanza strategica nazionale proprio ad un fondo sovrano, disprezzati in altre sedi. Paradossi o disegno nasconti ai più?

John Kay ha un bell'articolo sul FT di oggi (gated version, temo).

Nulla di rivoluzionario, ma apprezzo messaggio e tempistica...

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