Dieci poeti in lotta con la vita - 9

12 luglio 2016 Giovanni F. Accolla

9. Pier Paolo Pasolini

Sottrarre Pier Paolo Pasolini dalla retorica del martirio, dalle mille piste interpretative che nulla aggiungono alla comprensione della sua opera, dovrebbe essere un dovere per tutti coloro che non solo lo hanno letto e lo leggono, lo amano e lo hanno amato; ma anche  per quelli che ne hanno apprezzato al meno l’intelligenza, l’impegno, il coraggio. Eppure, senza sosta, si danno alle stampe ricostruzioni, più o meno romanzate, delle dinamiche della sua morte e c’è sempre qualche “vedova”, più o meno legittima, che è pronta ad esclamare il proprio “giù le mani”, come se non ci fosse altro, oltre alla sua tragica fine, su cui ragionare.

Complotto o non complotto (sia chiaro, qui non si vogliono minimizzare le lacune e gli interrogativi ancora aperti sulla ricostruzione delle ultime ore di Pasolini), il caso della morte mette ingiustificatamente in ombra quella che in tutta evidenza, a me pare, la vera eredità di uno degli intellettuali più importanti del secolo scorso, l’opera.

C’è un “a meno che”. Anzi, c’è un’ ipotesi che scombinerebbe i piani e che, nel contempo, metterebbe per davvero la parola fine (non sulle dinamiche, ovviamente) all’intera vicenda della morte di Pasolini: quella di considerarla come parte integrante dell’opera.

Sto parlando della tesi nutrita da Giuseppe Zigaina in “Pasolini e la morte”  (e in parte da Stefano Agosti in “Pasolini fuori di sè”) nel quale si sostiene che Pier Paolo Pasolini avesse iniziato, fin dal 1958, a concepire la sua opera come "messa in scena" della propria vita e che pertanto la sua morte sia stata da egli stesso organizzata. Pasolini, scrive Zigaina, si è fatto uccidere a Ostia (anche sul nome del luogo si potrebbe allora riflettere) offrendosi come vittima sacrificale in una domenica del 1975 che coincideva con il 2 novembre, giorno dei morti.

La tesi - che a molti può, non a torto, far letteralmente rabbrividire - a me non pare buttata lì ad effetto. Anzi, è suffragata da diversi testi pasoliniani e darebbe un senso straordinariamente potente ad un intellettuale che più di chiunque altro ha intrecciato vita (intesa anche come corpo) e opera, in modo complesso originale ed efficace. Unico. Come solo precedente trovo lo scrittore giapponese Yukio Mishima e le analogie tra i due - come ha più volte acutamente spiegato Marcello Veneziani -  non si esaurirebbero nel comune seppuku.

Da “Bestia da Stile”:

Proprio perché è festa. 

E per protesta voglio morire di umiliazione. 

Voglio che mi trovino morto col sesso fuori, 

coi calzoni macchiati di seme bianco, tra 

le saggine laccate di liquido color sangue.

Mi sono convinto che anche gli atti estremi

di cui io solo, attore, sono testimone,

in un fiume che nessuno raggiunge

– avranno avuto alla fine il loro senso.

E in “Poesia in forma di rosa”:

Quanto al futuro, ascolti: 

i suoi figli fascisti 

veleggeranno 

verso i mondi della Nuova Preistoria. 

Io me ne starò là, 

come colui che 

sulle rive del mare 

in cui ricomincia la vita. 

Solo, o quasi, sul vecchio litorale 

tra ruderi di antiche civiltà, 

Ravenna 

Ostia, o Bombay - è uguale - 

con Dei che si scrostano, problemi vecchi 

- quale la lotta di classe - 

che 

si dissolvono... 

Come un partigiano 

morto prima del maggio del '45, 

comincerò piano piano a decompormi, 

nella luce straziante di quel mare, 

poeta e cittadino dimenticato."

E ancora, in “Empirismo Eretico”:

“Finché io non sarò morto, nessuno potrà garantire di conoscermi veramente, cioè di poter dare un senso alla mia azione, che dunque, in quanto momento linguistico, è mal decifrabile”.

Ma attenzione, semmai questa ipotesi fosse autentica, quello di Pasolini non sarebbe un rito estetizzante (e neanche il collasso di un equilibrio mentale e psico-fisico), ma una vera e propria ultima poesia scritta con il corpo, con il sacrificio della vita. Pasolini al primato della vita e della realtà, infatti, ha sacrificato tutto, anche la sua vocazione per una poesia assoluta e totalizzante, a una fondazione mitopoietica della realtà che i suoi versi affermano e drammaticamente (e continuamente) sconfessano. Pasolini ingaggiò un corpo a corpo con la storia  pensando, come uomo del sul tempo, che la storia portasse in grembo la verità (mentre la storia, ora lo sappiamo, corrompe la verità) e nel contempo inseguì, su vie parallele o più interiori, il sogno di una purezza perduta nell’origine del tempo o ancora presente nelle minute storie individuali.

Pasolini, quindi, non costruisce la sua vita come fosse un'opera d'arte, ma l'opera d'arte come fosse la vita, ed è questa è la cifra più forte, autentica e drammatica della sua poesia. Egli è sostanzialmente scevro da gratuiti estetismi, da superficiali ed intellettualistiche finzioni, da giochi decadentistici. È troppo consapevole, moderno e colto. Insomma, Pasolini non è d'Annunzio, anzi è l’anti d’Annunzio per eccellenza: percorre il medesimo solco di reciproco scambio tra letteratura e vita, ma nel senso opposto. Vitalismo al servizio di un poesia che si vorrebbe diretta, intensa, autentica (o capace di rendere vera) come la vita. E semmai avesse qualche minima ombra di verità la mia ipotesi - secondo la quale all’interno della storia della poesia italiana del Novecento c’è una linea, una poetica non codificata, ma coerente di “poesia della vita” e “per la vita” - Pasolini ne sarebbe il massimo interprete, il punto d’arrivo e la dissoluzione.

Ho detto poesia, perché sono tra i quali (pochi ed eretici) pensano che un’indagine sul “pianeta” Pasolini, desiderosa di comprendere le istanze più autentiche di questo autore, debba prendere in esame principalmente l’opera in versi: il ciclo intero, da “La meglio gioventù”, per passare attraverso “L’usignolo della chiesa cattolica”, “Le ceneri di Gramsci”, “La religione del mio tempo”, “Poesia in forma di rosa”, “Trasumanar e organizzar” fino ad arrivare con coerenza (linguistica e non solo) alla “Nuova gioventù”.

Quello che non sempre si ha avuto l’onestà di riconoscere è che molto del suo singolare fiuto nel distinguere e individuare, nel giudicare, comprendere e lottare, è retaggio e patrimonio, prima di tutto, del Pasolini poeta. Anche se un grande versificatore come Andrea Zanzotto si chiede, in apertura di un suo famoso saggio, se sia giusto considerare Pasolini soprattutto come poeta, vista l'eterogeneità e l’abbondanza di quanto ha scritto e nei più vari campi, il mio giudizio è che Pasolini fu molte cose, ma sopra ogni altra desiderò e volle essere poeta, pur essendo consapevole (o forse proprio per questo) delle contraddizioni e della difficoltà (la follia e l’anacronismo), di fare poesia nel mondo contemporaneo.

Vorrei far notare - come è stato anche altrove sostenuto - che la poesia è l'unico pezzo dell'organismo intellettuale e letterario di Pasolini che non si può sottrarre senza compromettere il tutto, è colonna vertebrale o, se si vuole, il cuore di tutto il sistema. La produzione poetica è, inoltre, la cartina di tornasole sulla quale individuare le fasi, gli scarti, le contraddizioni continue e le tensioni esistenziali e culturali di Pasolini, uomo e intellettuale. È nella poesia che Pasolini stesso, nel corso della sua vita, si misura e si interroga sul valore e sul senso dell’esistenza, sul senso e sul valore della cultura, della religione, dell’ideologia anche e sulla tradizione, che risulta poi - in ultima istanza - una specie di forza centripeta dalla quale fugge, per poi, ciclicamente e ineluttabilmente, tornare. È un dato che i due tomi di “Tutte le poesie” (a cura di Walter Siti) possono solo aver confermato.

Da “Poesia in forma di rosa”, un componimento piuttosto scandaloso (per coloro che ottusamente avevano confuso Dio con la storia e, corpi morti, si affidavano ai destini progressivi dell’umanità) ha generato molti equivoci, ma è “semplicemente” una consapevole e disperata dichiarazione di poetica che risponde al suo sentirsi estraneo a un presente sempre più omologato, e a un futuro su cui pesa una pericolosa ipoteca di desertificazione culturale e valoriale. 

Io sono una forza del Passato.

Solo nella tradizione è il mio amore.

Vengo dai ruderi, dalle chiese,

dalle pale d'altare, dai borghi

abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,

dove sono vissuti i fratelli.

Giro per la Tuscolana come un pazzo,

per l'Appia come un cane senza padrone.

O guardo i crepuscoli, le mattine

su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,

come i primi atti della Dopostoria,

cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,

dall'orlo estremo di qualche età

sepolta. Mostruoso è chi è nato

dalle viscere di una donna morta.

E io, feto adulto, mi aggiro

più moderno di ogni moderno

a cercare fratelli che non sono più.

Le ragioni di una certa difficoltà di posizionamento sociale e politico di Pasolini polemista (sempre contro la morale comune, contro il movimento del Sessantotto, le posizioni anti-abortiste, il profondo senso religioso, l’anti-ideologismo e contro la modernità senza progresso), sono l’altra faccia della medesima medaglia dell’interna perenne lacerazione tra rispetto e amore per la letteratura e il suo ideologico e razionale rifiuto o superamento. A mio avviso viene così molto più facile, guardando a Pasolini poeta, rintracciare i motivi più autentici di quella che potrebbe sembrare fondamentalmente una forma di schizofrenia, di contraddittorietà e di divisione che altrimenti - isolata come dato quasi caratteriale -  indebolirebbe tanto l’opera, quanto l’uomo. Del resto buona parte delle analisi sulla sua opera puntano su questo dato, evidente a livello “psichico-tematico” come a quello formale, visto che l’ossimoro è una delle figure più costanti, tanto del suo ragionare che versificare.

L’appassionato equivoco in cui Pasolini poeta civile e Pasolini cittadino caddero, è, a mio parere, il medesimo in cui inciampò Ezra Pound, e, per dirla tutta, ancor prima cadde Dante. Pur a vario titolo padri della modernità, Pound, Dante e Pasolini ebbero sistematicamente lo sguardo rivolto al passato, laddove la storia è stata traumaticamente e irrimediabilmente strappata. Poeti della diaspora, con il mito della tradizione e della storia, si trovarono, loro malgrado, fuori dal tempo. Pier Paolo Pasolini è stato l’ultimo poeta civile del Novecento, e con passione (e ideologia) volle scommettere sul futuro dell’umanità, ma alla visione e la consapevolezza di un’ineluttabile frattura con la radici, con il passato e con la terra; fu allo stesso tempo rivoluzionario e conservatore. Come specularmene, Pound, fu conservatore e rivoluzionario.

Sul piano squisitamente formale e linguistico, Pasolini è “un ogni cosa”, una forza generatrice strabordante che, volta per volta, cerca un contenitore adeguato. Se non venissi equivocato, direi che è una sorta di “rigattiere” della lingua e delle forme metriche. Nella sua produzione poetica c’è tutto: dialetto colto, recupero di forme tardo ottocentesche, prosa poetica e poesia prosastica. Eppure Pasolini non è privo di un suo stile: quello che sembra tenere assieme forme e ragionamenti apparentemente contrastanti e distanti è il vigore creativo, o meglio, la vita nella sua ampiezza e nella sua tragicità. Per Pasolini sembra non ci sia mai parola sufficientemente capace di contenere il concetto, mai metro abbastanza duttile: prova tutti i registri e li abbandona alla loro combustione. Sempre perfettamente irrisolto (non è per parodia, ma Pasolini obbliga all’ossimoro) egli sembra voler incapsulare nelle parole la vita, per poi costatarne il tremendo fallimento. La letteratura non adempie il compito sperato di sostituire la vita. Qualcosa rimane fuori, inerme e inespresso. Una perenne rincorsa e un composto affanno. Pasolini non si accontenta, cambia, rimesta le forme in un rovello tragico tanto per il poeta che per l’uomo. Così, tutta la sua intera avventura intellettuale, e in particolar modo poetica, pare segnata da un’ irrisolvibile ferita interiore, tanto sanguinante e viva da diventare essa stessa fonte di ispirazione, di forza visionaria e di poesia.

Pasolini poeta, in fondo, è anche pittore  e non solo perché dipinse. Non è inconsueto, infatti, trovare nei suoi versi (nel suo cinema è evidentissimo) l’influsso della grande pittura italiana del trecento, dell’Umanesimo e del Rinascimento. La sua poesia, in alcuni casi, sembra la conversione linguistica di spazi e volumi, e il colore, quasi sempre evocato attraverso similitudini, oppure trasformato nel valore simbolico, per esprimere la realtà attraverso analogiche aggettivazioni, dona al lettore una specie di choc e un viatico per penetrare oltre la scorza apparente delle cose, verso più segrete e inalienabili realtà primigenie. È la lezione di Roberto Longhi (a cui deve tanto anche per certe invenzioni linguistiche), impartita durante gli studi universitari, molto probabilmente a sopravvivere nel tempo e nel linguaggio di Pasolini. Solo a titolo d’esempio un brano da “La ricchezza” (tratto da “La religione del mio tempo”). A parte l’amore per Piero della Francesca, è interessante notare che Pasolini descrive un’opera d’arte, non come mera immagine, ma ritrae, piuttosto, l’espressione contenuta nell’immagine e l’unità sincronica delle stessa (l’eterno presente), si trasferisce nella dimensione temporale e lineare del linguaggio. 

(…)

Quelle braccia d'indemoniati, quelle scure 

schiene, quel caos di verdi soldati 

e cavalli violetti, e quella pura 

luce che tutto vela

di toni di pulviscolo: ed è bufera, 

è strage. Distingue l'umiliato sguardo 

briglia da sciarpa, frangia da criniera; 

il braccio azzurrino che sgozzando 

si alza, da quello che marrone ripara 

ripiegato, il cavallo che rincula testardo 

dal cavallo che, supino, spara 

calci nella torma dei dissanguati.

(…)

Pasolini, insomma, insegue la realtà, in tutte le sue manifestazioni e forme. Insegue anche la finzione culturale della realtà perchè - tutto sommato - è il meglio che essa offre e, sembra inventarsi per davvero un nuovo modo di fare poesia. È la poetica dell’urgenza di capire e dire (anche facendo saltare i rapporti tra contenuto e forma) che lo contraddistingue, tutto sommato, ancor più che gli esperimenti filologici in dialetto (“La meglio gioventù”), le terzine pseudo-dentesche, o neo-pascoliane (“Le ceneri di Gramsci”). Molto più dell’informale-giornalistico di “Trasumanar e organizzar”. Voglio dire che, al di là delle forme, i motivi dell’ispirazione in Pasolini rimangono, in fin dei conti, sempre piuttosto immutati e lineari.

Pasolini inizia la sua avventura poetica in dialetto, forte di studi e robuste letture di filologia. Tra le “Poesie a Casarsa” (1942) e “La meglio gioventù” (1954), tenta di individuare e costituire una lingua poetica che è voce di una verità primigenia, insieme romanza e cristiana. È un’avventura intellettuale ardua, che non poteva trovare altra realizzazione che nella poesia, nella lingua e nella letteratura. Ci fu, con tutta evidenza un “non abbastanza” e Pasolini sentì l’esigenza di vita, di unità tra opera e esistenza reale. Si gettò in un’opera immane di attraversamento della realtà per tentare, in fin dei conti, di dominare per forza poetica, internamente, tutto il reale. E’quindi comprensibile lo scarto che gli fa scegliere, a partire da “L’usignolo della Chiesa Cattolica”, (1958, ma i testi sono del 1943-1949), la lingua italiana anche come mezzo espressivo più politicamente orientato. Tentare di tenere assieme il sogno pre-ideologico e la necessità, l’urgenza di un discorso politico; la letteratura, in fondo, e il suo rifiuto; è il crisma di tutta la produzione di Pasolini, che negli anni a seguire, tormentatamente, consumò le scorie della stessa ideologia nella folgorante e incontestabile evidenza del linguaggio poetico. E non mi pare un caso - come vedremo - che al dialetto de “La nuova gioventù” (pubblicato l’anno successivo alla sua morte) egli tornò.  

A me pare che ne “Le ceneri di Gramsci”, assieme, come abbiamo visto, a parti de “La religione del mio tempo”, questo tentativo di mediazione tra “alto” e “basso”, tra descrizione reale e spinte sociali, tra vita e storia, insomma, sia formalmente e concettualmente riuscito. In “Poesia in forma di rosa” (1964) e in “Trasumanar e organizzar” (1971), bisogna piuttosto saper cercare  testi (che pure sono presenti) capaci di far risuonare nella cassa armonica di una versificazione eccessivamente prosaica, quella che Pasolini stesso chiama “disperata vitalità”. Già, il meglio ancora in un ossimoro!

Riporto qui di seguito la prima parte del poemetto “Il pianto della scavatrice” presente ne “Le ceneri di Gramsci”. Irrompe nei versi la nuova realtà storica del sottoproletariato romano che il Pasolini vuole rappresentare, anzi fotografare all’interno di quello che egli stesso definisce un Inferno. Il tema centrale è l'alternarsi di speranza e disperazione che alla fine, nel “Pianto della scavatrice”, appunto, diventa accettazione dolorosa delle ferite provocate dai cambiamenti storici e sociali. Esprimere caratteri logici,storicie razionaliutilizzando strumenti linguistici pre-novecenteschi, è un azzardo formale che paga in termini di equilibrio tra un certa propensione all’oratoria e alla retorica e la spinta lirica, autentica e drammatica. L’incipit, a mio avviso, è tra i più belli della poesia italiana dello scorso secolo. È un inno alla militanza dei sentimenti, i quali sono veri solo se incarnati nella vita, proprio come le idee. È un comunismo, quello di Pasolini, non a caso gramsciano: popolare e intriso di sentimento nazionale.

Solo l'amare, solo il conoscere

conta, non l'aver amato,

non l'aver conosciuto. Dà angoscia

il vivere di un consumato

amore. L'anima non cresce più.

Ecco nel calore incantato

della notte che piena quaggiù

tra le curve del fiume e le sopite

visioni della città sparsa di luci,

scheggia ancora di mille vite,

disamore, mistero, e miseria

dei sensi, mi rendono nemiche

le forme del mondo, che fino a ieri

erano la mia ragione d'esistere.

Annoiato, stanco, rincaso, per neri

piazzali di mercati, tristi

strade intorno al porto fluviale,

tra le baracche e i magazzini misti

agli ultimi prati. Lì mortale

è il silenzio: ma giù, a viale Marconi,

alla stazione di Trastevere, appare

ancora dolce la sera. Ai loro rioni,

alle loro borgate, tornano su motori

leggeri - in tuta o coi calzoni

di lavoro, ma spinti da un festivo ardore

i giovani, coi compagni sui sellini,

ridenti, sporchi. Gli ultimi avventori

chiacchierano in piedi con voci

alte nella notte, qua e là, ai tavolini

dei locali ancora lucenti e semivuoti.

Stupenda e misera città,

che m'hai insegnato ciò che allegri e feroci

gli uomini imparano bambini,

le piccole cose in cui la grandezza

della vita in pace si scopre, come

andare duri e pronti nella ressa

delle strade, rivolgersi a un altro uomo

senza tremare, non vergognarsi

di guardare il denaro contato

con pigre dita dal fattorino

che suda contro le facciate in corsa

in un colore eterno d'estate;

a difendermi, a offendere, ad avere

il mondo davanti agli occhi e non

soltanto in cuore, a capire

che pochi conoscono le passioni

in cui io sono vissuto:

che non mi sono fraterni, eppure sono

fratelli proprio nell'avere

passioni di uomini

che allegri, inconsci, interi

vivono di esperienze

ignote a me. Stupenda e misera

città che mi hai fatto fare

 esperienza di quella vita

ignota: fino a farmi scoprire

ciò che, in ognun, era il mondo.

Una luna morente nel silenzio,

che di lei vive, sbianca tra violenti

ardori, che miseramente sulla terra

muta di vita, coi bei viali, le vecchie

viuzze, senza dar luce abbagliano

e, in tutto il mondo, le riflette

lassù, un po' di calda nuvolaglia.

È la notte più bella dell'estate.

Trastevere, in un odore di paglia

di vecchie stalle, di svuotate

osterie, non dorme ancora.

Gli angoli bui, le pareti placide

risuonano d'incantati rumori.

Uomini e ragazzi se ne tornano a casa

- sotto festoni di luci ormai sole -

verso i loro vicoli, che intasano

buio e immondizia, con quel passo blando

da cui più l'anima era invasa

quando veramente amavo, quando

veramente volevo capire.

E, come allora, scompaiono cantando.

Sempre non del tutto risolto e teso tra due soluzioni del problema, Pasolini, da una parte, con l'impegno di una volontà tutta intellettuale, andava verso una doverosa presa di coscienza ideologica, alla composizione di un’opera che fosse partecipe alla lotta di classe; dall’altra, attraverso soprattutto la via poetica, ravvisava una diversa, arcaica, remota verità. La verità che non è la storia. Una verità al suo stato ancestrale e puro, pre-ideologico, inalienabile, originaria e primigenia, che nulla aveva a che fare con la prassi marxista.

È all’interno di questa immensa contraddizione, o meglio in questa dinamica di continua tensione e negli strappi a volte conseguenti, che Pasolini trova l’energia mentale e morale con cui riempie i suoi versi e le sue giornate (fino all’ultima) nel mondo. Se fin ora abbiamo (superficialmente) parlato di tensioni intellettuali, poetiche, civili e letterarie, un capitolo a parte andrebbe scritto sul rapporto che Pasolini ha avuto con il sacro. Con la religiosità. A quanto pare, sacra, per Pasolini, è la stessa realtà. Ma ciò che è di più sacro è l’origine a cui tutto è debitore e a cui tutto dovrebbe, in linea di principio, tornare. Un’idea di tempo ciclico di ascendenza pagana, quella del poeta di Casarsa, intrecciata con un cristianesimo rurale e cosmico.

Ma anche in questo contesto Pasolini spesso prova a far migrare il proprio cristianesimo in una dimensione politica. Da una parte le polemiche con le gerarchie della Chiesa di Roma, dall’altra, le battaglie pubbliche contro l'aborto che non sono ascrivibili ad una idea confessionale della religione, quanto a quel grande quadro di degrado consumistico in cui la società stava perdendo le proprie radici e la propria dignità. La vita è riconosciuta da Pasolini come dono: più che contro la pratica dell’aborto, egli (memorabili le “Lettere luterane”) si scagliò contro il sesso degradato a merce e consumo.

“C’è un’ideologia reale e incosciente - scrisse - che unifica tutti: è l’ideologia del consumo”. E ancora: “Ora che posso fare un paragone, mi sono reso conto di una cosa che scandalizzerà i più, e che avrebbe scandalizzato anche me, appena dieci anni fa. Che la povertà non è il peggiore dei mali, e nemmeno lo sfruttamento. Cioè, il gran male dell’uomo non consiste né nella povertà, né nello sfruttamento, ma nella perdita della singolarità umana sotto l’impero del consumismo.”

Mi congedo con l’ultima poesia di Pasolini scritta in lingua friulana e per questo tradotta per motivi di spazio. “Saluto e augurio”, pubblicata ne “La nuova gioventù”. Un testamento, una preghiera civile. Un capolavoro.

È quasi sicuro che questa

è la mia ultima poesia in friulano:

e voglio parlare a un fascista,

prima che io, o lui, siamo troppo lontani.

È un fascista giovane,

avrà ventuno, ventidue anni:

è nato in un paese

ed è andato a scuola in città.

È alto, con gli occhiali, il vestito

grigio, i capelli corti:

quando comincia a parlarmi,

penso che non sappia niente di politica

e che cerchi solo di difendere il latino

e il greco contro di me; non sapendo

quanto io ami il latino, il greco - e i capelli corti.

Lo guardo, è alto e grigio come un alpino.

"Vieni qua, vieni qua, Fedro.

Ascolta. Voglio farti un discorso

che sembra un testamento.

Ma ricordati, io non mi faccio illusioni

su di te: io so, io so bene,

che tu non hai, e non vuoi averlo,

un cuore libero, e non puoi essere sincero:

ma anche se sei un morto, io ti parlerò.

Difendi i paletti di gelso, di ontano,

in nome degli Dei, greci o cinesi.

Muori d’amore per le vigne.

Per i fichi negli orti. I ceppi, gli stecchi.

Per il capo tosato dei tuoi compagni.

Difendi i campi tra il paese

e la campagna, con le loro pannocchie

abbandonate. Difendi il prato

tra l’ultima casa del paese e la roggia.

I casali assomigliano a Chiese:

godi di questa idea, tienla nel cuore.

La confidenza col sole e con la pioggia,

lo sai, è sapienza sacra.

Difendi, conserva, prega! La Repubblica

è dentro, nel corpo della madre.

I padri hanno cercato e tornato a cercar

di qua e di là, nascendo, morendo,

cambiando: ma son tutte cose del passato.

Oggi: difendere, conservare, pregare. Taci!

Che la tua camicia non sia

nera, e neanche bruna. Taci! che sia

una camicia grigia. La camicia del sonno.

Odia quelli che vogliono svegliarsi,

e dimenticarsi delle Pasque...

Dunque, ragazzo dai calzetti di morto,

ti ho detto ciò che vogliono gli Dei

dei campi. Là dove sei nato.

Là dove da bambino hai imparato 

i loro Comandamenti. Ma in Città?

Là Cristo non basta.

Occorre la Chiesa: ma che sia

moderna. E occorrono i poveri

Tu difendi, conserva, prega:

ma ama i poveri: ama la loro diversità.

Ama la loro voglia di vivere soli

nel loro mondo, tra prati e palazzi

dove non arrivi la parola

del nostro mondo; ama il confine

che hanno segnato tra noi e loro;

ama il loro dialetto inventato ogni mattina,

per non farsi capire; per non condividere

con nessuno la loro allegria.

Ama il sole di città e la miseria

dei ladri; ama la carne della mamma nel figlio

Dentro il nostro mondo, dì

di non essere borghese, ma un santo

o un soldato: un santo senza ignoranza,

o un soldato senza violenza.

Porta con mani di santo o soldato

l’intimità col Re, Destra divina

che è dentro di noi, nel sonno.

Credi nel borghese cieco di onestà,

anche se è un’illusione: perché

anche i padroni hanno

i loro padroni, e sono figli di padri

che stanno da qualche parte nel mondo.

È sufficiente che solo il sentimento

della vita sia per tutti uguale:

il resto non importa, giovane con in mano

il Libro senza la Parola.

Hic desinit cantus. Prenditi

tu, sulle spalle, questo fardello.

Io non posso: nessuno ne capirebbe

lo scandalo. Un vecchio ha rispetto

del giudizio del mondo: anche

se non gliene importa niente. E ha rispetto

di ciò che egli è nel mondo. Deve

difendere i suoi nervi, indeboliti,

e stare al gioco a cui non è mai stato.

Prenditi tu questo peso, ragazzo che mi odii:

portalo tu. Risplende nel cuore. E io camminerò

leggero, andando avanti, scegliendo per sempre

la vita, la gioventù.

 

1 commento (espandi tutti)

commento io per dire grazie a Francesco, in attesa del decimo poeta in lotta con la vita. E dirgli che io i suoi articoli me li son goduti tutti e questo in particolare. Ma con PPP e' un dialogo lungo 45 anni oramai ...

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