Il disegno di legge sull'università: le correzioni di rotta necessarie

30 novembre 2009 aldo rustichini e aldo rustichini

E’ bene fondare una valutazione del disegno di legge sull’università, presentato in Consiglio dei ministri e avviato all’iter parlamentare, sui seguenti tre quesiti:

1. Quale è l’ispirazione del progetto?

2. Quali sono gli obiettivi?

3. Quali sono le linee strategiche verso quegli obiettivi e gli eventuali vincoli percepiti?

Rispondere ai tre quesiti consente di chiarire i limiti del disegno di legge e le correzioni di rotta necessarie.

Iniziamo con la versione "executive summary", dando risposte sintetiche alle tre domande.

1. Qual è l’ispirazione del progetto, la visione dell’università che lo sottende, l’idea forte che lo ha guidato? Nessuna, apparentemente. La visione della istituzione università, esposta nel primo articolo, è alquanto modesta: “sede di libera formazione e strumento per la circolazione della conoscenza”, si legge semplicemente. Manca ogni riconoscimento della centralità della ricerca, manca il riconoscimento che ciò che qualifica il sistema universitario è la ricerca e che ciò che attribuisce qualità a un sistema universitario è la qualità della sua ricerca. L’assenza di una tale ispirazione condiziona pesantemente l’elaborazione del disegno di legge.

2. Quali sono gli obiettivi? Non v’è dubbio che il progetto intende promuovere efficienza e merito. Gli apprezzamenti ricevuti riconoscono esattamente questo. Il problema però è che, mancando il progetto di una ispirazione forte che guidi il disegno degli interventi, gli obiettivi dichiarati rischiano di non esser conseguiti e di rimanere delle pure enunciazioni.

3. Quali sono le linee strategiche verso gli obiettivi di efficienza e merito, e gli eventuali vincoli percepiti? Si punta su tre cose: la riforma della governance centrale dell’ateneo, un sistema di incentivi affidato con precisi criteri direttivi a decreti legislativi del governo, una iper-regolamentazione su tutti gli aspetti trattati dal ddl.

Veniamo ora ad un'analisi più dettagliata dei pregi e dei difetti del ddl. Cominciamo dalla questione più importante, gli incentivi.

Per quanto riguarda gli incentivi, ciò che preoccupa è la lentezza delle realizzazioni. Un modello di finanziamento degli atenei fondato su un sistema di incentivi è stato elaborato da anni e in varie versioni. Non è stato applicato, se non marginalmente, e mai sui risultati della ricerca. L’unico esercizio di valutazione della ricerca, effettuato dal CIVR per il triennio 2001-03, è stato utilizzato, in misura del tutto modesta, solo nella distribuzione del FFO 2009! Il ddl affida all’ANVUR, organismo che deve ancora essere costituito, la valutazione di tutte le attività degli atenei. L’iter dell’approvazione del disegno, l’elaborazione dei decreti delegati, il varo dell’onni-valutativo ANVUR implicano una concreta operatività di questo organismo alquanto lontana. Gli impegni del ddl su valutazione e incentivi sono naturalmente importanti, ma la novità di cui oggi si ha bisogno è la rapida prosecuzione di ciò che è davvero cruciale per valutare gli atenei: la valutazione della ricerca. Ampliare e consolidare il lavoro del CIVR sarà utile anche per calibrare meglio le diverse attività del futuro ANVUR.

Niente affatto risolutiva e fonte di nuovi pericoli appare la riforma della governance, impostata su un potere straordinario del rettore, su un Consiglio di Amministrazione non elettivo e che diviene l’unico organo deliberante dell’ateneo, su una consistente presenza nel CdA, almeno il 40%, di membri esterni all’ateneo.

Il potere dei rettori è già notevolissimo. Non ha dato grandi risultati, e non certo perché i rettori difettavano di competenze gestionali. La “comprovata competenza ed esperienza di gestione .. nel settore universitario”, richiesta per i futuri rettori dal ddl, non garantisce nulla e non è condizione necessaria di nulla, se poi significa qualcosa. Ancor più vuota è l’attribuzione di responsabilità: al di là di illeciti amministrativi, per i quali ovviamente non c’è bisogno di una previsione di responsabilità del ddl, la “attribuzione al rettore .. delle responsabilità del perseguimento delle finalità dell’università secondo criteri di qualità” non significa nulla e non individua di per sé alcuna conseguenza.

La debolezza della governance, a tutti i livelli, sta nella circostanza che essa è quasi sempre espressione diretta della struttura per corporazioni del nostro sistema universitario e degli equilibri che tra le corporazioni si costituiscono nei singoli atenei e nelle singole unità. Ai condizionamenti delle corporazioni si aggiungono sovente, nella carica rettorale, non marginali interferenze politiche. I condizionamenti corporativi continueranno ad operare, poiché il ddl attenua la numerosità delle corporazioni ma non getta basi per il loro superamento, mentre gli innesti esterni nel CdA saranno inevitabilmente l’occasione di una diffusione delle interferenze politiche. Una ulteriore perdita di indipendenza e di identità degli atenei, verso caratteristiche analoghe a quelle di ASL o aziende municipalizzate. Questa non è una facile battuta, peraltro ormai più volte ripetuta, ma una prospettiva realistica, seppure non certo per tutte le sedi.

Togliere potere ai professori”, come si è auspicato, puntando sulle mediazioni con i rettori e aprendo le porte a spartizioni politiche, terribili pratiche usuali nella conduzione dei nostri servizi pubblici, è innovare in peggio.

Il problema non è togliere potere ai professori, ma avere buoni professori e far funzionare meglio l’autogoverno. Un cambiamento di rotta è necessario nelle scelte strategiche del ddl. Fondare la riorganizzazione degli atenei non sul maggior potere del governo centrale, ma sulla maggiore forza e autonomia delle unità di base della ricerca – i dipartimenti – è una correzione di rotta che occorre richiedere nell’iter parlamentare che si sta avviando. L’innovazione più interessante del ddl è proprio il focus sui dipartimenti. Il ddl va però timidamente in questa direzione, non con la decisione necessaria. La scelta cruciale, cui dovrebbe condurre quell’ispirazione forte che non c’è nel ddl, è rendere i dipartimenti direttamente responsabili dei risultati conseguiti nella ricerca. Le unità di riferimento del sistema di incentivi devono essere soprattutto e direttamente i singoli dipartimenti. Ciò va nella direzione opposta del rafforzamento del governo centrale di ateneo, toglie ad esso inopportuni margini di manovra e crea le condizioni di contesto più sicure per la tutela e dunque per lo sviluppo della ricerca.

La terza linea strategica del ddl è la capillarità delle disposizioni. Che si fermi il declino dell’università italiana con il dettaglio delle regole è, diciamo, improbabile. Molto più probabile è che, su questa strada, si finisca per prendere decisioni ridicole. Una decisione ridicola è la fissazione di 1500 ore annue di lavoro complessivo, “compresa l’attività di ricerca e di studio” recita il ddl, dei professori a tempo pieno. Chi prenderà i tempi e quali garanzie questo monte-ore dà di buona ricerca?

Non molto più seria è la previsione di “criteri e parametri” per l’attribuzione dell’abilitazione a posti di professore “definiti con decreto del Ministro”. Con questo veniamo all’ultimo commento: la selezione della docenza. Il ddl non fa molto per avere buoni professori. Qui le mediazioni sono con l’opposizione. Lo schema delineato segue infatti una vecchia idea dell’opposizione: una abilitazione scientifica nazionale a lista aperta, con una immissione in ruolo nelle singole sedi effettuata poi o attraverso una valutazione comparativa o attraverso una chiamata diretta di persone, provviste della necessaria abilitazione, già in forza nell’ateneo. Un vincitore unico sui posti banditi dalle sedi, dichiarato da un commissione nazionale con innesti internazionali, e la libertà della sede di non chiamare nessuno se è insoddisfatta dell’esito del concorso, è uno schema più diretto e semplice. E’ uno schema che elimina la mina vagante degli idonei, che il ddl si illude di disinnescare con i criteri e parametri definiti dal Ministro, e che in ogni caso dovrebbe costituire solo una disciplina transitoria rispetto a un futuro, completo affidamento della selezione ai singoli dipartimenti.

Dubbi infine si pongono anche per i ricercatori a tempo determinato, assunti con contratto triennale, rinnovabile un sola volta. La prospettiva offerta a questi ricercatori è di ottenere una chiamata dalla università che gli ha fatto il contratto, qualora essi abbiano ottenuto prima della scadenza del contratto l’abilitazione per il ruolo di professore associato. La ratio della norma è incomprensibile. I pericoli sono invece chiari: se l’abilitazione sarà un titolo negato a pochi, l’immissione nel ruolo di professore continuerà ad essere un fatto locale, sostanzialmente privo di controllo.

33 commenti (espandi tutti)

Avete un link al DDL? L'impressione che si trae dalla lettura del vostro articolo e' che non solo le norme non siano coerenti con gli obiettivi dichiarati, ma che le "belle parole" siano usate per concentrare ulteriormente il potere decisionale e sottoporlo piu' agevolmente all'influenza (se non il controllo) della politica e delle egemonie locali. In Italia si governa con il sottopotere ed e' ragionevole che i politici cerchino di allargare il pool di "posti" disponibili per la soddisfazione dei loro clientes. Peccato che si avrebbe il bisogno dell'esatto opposto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Post un po' sconsolante (non per il post in sé, ma per i contenuti della riforma) che dimostra l'attitutine italiana a considerare il riformismo un fine in se stesso e non solo un mezzo per migliorare determinati aspetti del servizio pubblico.

Mi permetto un dubbio: quando dite

Manca ogni riconoscimento della centralità della ricerca, manca il riconoscimento che ciò che qualifica il sistema universitario è la ricerca e che ciò che attribuisce qualità a un sistema universitario è la qualità della sua ricerca.

il discorso mi torna pensando alle hard sciences, alla medicina, all'economia... ma pensando ad una facoltà di ingegneria, per dirne una, siamo sicuri che il benchmark della facoltà deve essere basato sulla capacità di produrre ricerca? A meno che non partiate dal presupposto buona ricerca = buona didattica, ma vorrei capire quanto forte è questa correlazione (se mai è stata studiata).

La mia personale opinione è che l'Università si qualifichi proprio pe ril suo fare ricerca (E' una scuola diversa e superiore perché fa ricerca, prima ancora che didattica).

Quindi una sede universitaria che si concentri al 90% sulle attività didattiche (una entità ipotizzata dalla bozza di ddl) non potrà mai essere una università competitiva, i suoi docenti non saranno sulla breccia come i docenti delle altre sedi. sarà piuttosto poco più di una scuola superiore.

C'è anche da dire, molto più prosaicamente, che valutare la ricerca è molto più facile che valutare la didattica.

analisi condivisibile pressoché interamente. A me pare che la mancanza più grave del ddl riguardi le sanzioni da applicare alle università o dipartimenti che reclutano docenti poco meritevoli, ma d'altronde questo punto è inscindibile da un discorso di seria applicazione della valutazione. In Italia è difficilissimo parlare di valutazione, guai anche solo a nominarla, a meno che non sia "partecipata", il che vuol dire solitamente "tutti bravi". In linea di principio anche a me sembra più facile valutare la ricerca che la didattica (anche perchè - per inciso - il risultato di uno sforzo didattico-formativo dipende fortemente dalla qualità del "materiale umano" in entrata), ma l'assenza di una seria cultura della valutazione rende difficile anche la prima. In ogni caso, sempre in linea di principio, andrebbe esplicitamente considerata pure la valutazione della didattica, essendo questa uno dei compiti istituzionali delle università italiane, fino ad oggi

Hai ragione Renzo. almeno nell'ambito dei miei colleghi all'estero (campione statisticamente un po' debole, ammetto), la valutazione della didattica esiste ed è una cosa seria - vorrà dire qualcosa. Pare che all'ETH se gli studenti non ti valutano bene siano guai seri...

Inoltre, almeno in certi casi, la didattica in Italia non è affatto male. Gli studenti del mio dip. ad esempio vanno davvero a ruba (non dico che sia merito mio). Sarebbe un peccato non valorizzare chi sulla qualotà didattica investe del tempo.

E' un peccato actually. Per un docente italiano mediamente fare bene la propria didattica è rubare tempo alla propria carriera, nessuno lo valuta, quel poco che esiste di valutazione non ha peso alcuno.

Per un docente italiano mediamente fare bene la propria didattica è rubare tempo alla propria carriera, nessuno lo valuta, quel poco che esiste di valutazione non ha peso alcuno.

Infatti non c'è alcun incentivo a fare bene la didattica, lasciata al solo senso di responsabilità dei docenti che cmq fanno spesso un buon lavoro, finchè gli studenti rimangono tali e non diventano aspiranti ricercatori... altrimenti non avremmo i cervelli in fuga!

Da laureato in Ingegneria che ha dedicato un anno in università a fare ricerca posso dire che la ricerca è utile, ed anzi insostituibile, anche per facoltà come ingegneria...

Certo, si farà una ricerca diversa da quella svolta nelle "hard sciences", si tratta di ricerca più vicina all'ambito applicativo ma la ricerca è comunque utilissimo.

Dirò di più, esperienza da studente mi ha dimostrato che i professori le cui lezioni erano più interessanti erano quelli che svolgevano attivamente ricerca (che non significa i più bravi).

 

Ciao

pensando ad una facoltà di ingegneria, per dirne una, siamo sicuri che il benchmark della facoltà deve essere basato sulla capacità di produrre ricerca?

Assolutamente ed immarcescibilmente sì. :-)

La ricerca a ingegneria è raramente fine a se stessa; le facoltà di ingegneria non vanno quasi mai per i fatti loro, ma nella stragrande maggioranza dei casi ricercano nell'ambito di progetti o contratti o partnership con più soggetti coinvolti, tra cui naturalmente industrie ed enti di ricerca. Le facoltà di ingegneria dove si ricerca di più, e i docenti che ricercano, hanno automaticamente il polso della situazione riguardo a dove sta andando lo sviluppo industriale nel medio termine, ma soprattutto nel breve, il che interessa molto allo studente che sta per uscire. Questi stessi docenti tendono poi a impostare la loro didattica sulla base delle loro ricerche e delle loro esperienze; pertanto, più la ricerca è attuale e aggiornata, e più lo studente ne trae profitto spendibile nell'immediato post laurea. Infine lo studente nel corso della sua carriera entra già attivamente in contatto con questi temi e queste realtà e si fa un'esperienza (dai lavoretti scritti nell'ambito di un singolo corso passando per tesine più corpose, fino alla tesi di laurea).

Fabrizio

Il solo fatto che si parli di 'sistema universitario' e' il risultato del dirigismo statale che impera in Italia. Il fatto e' che non v'e' bisogno di alcun sistema. Il cancro e' la presenza stessa dello Stato.

Per quanto riguarda il ruolo della ricerca, basta guardare all'estero. L'universita' e' un mondo molto variegato, che produce servizi molto diversi tra loro. Nella maggiorparte delle istituzioni universitarie americane, in cui si producono solamente servizi educativi undergraduate, la ricerca non gioca ruolo alcuno. Si pensi ai community colleges, per esempio, e ai liberal arts colleges. Allo stesso tempo, come e' ovvio che sia, non puo' esservi graduate education senza research. 

Uno degli aspetti deteriori dell'attuale 'sistema' Italiano e' che non riconosce questa eterogeneita'. E' assurdo che il 'sistema' fissi gli stessi obiettivi per il Politecnico di Bari e per quello di Milano, per l'Universita' di Cassino e per quella di Bologna. Certamente, se si lasciasse fare al mercato, il problema non si porrebbe neppure. Ma anche nei sistemi universitari STATALI di successo negli Stati Uniti (Texas e Pennsylvania, per esempio) e' riconosciuta esplicitamente la differenza tra i campus di ricerca (Austin e State College, nel caso) e gli altri, in cui ricerca non si fa.

 

Il dirigismo impregna tutta la riforma Gelmini. La commissione nazionale per le idoneità, quella per gli scatti di anzianità triennali, le quote di docenti interni da promuovere e degli esterni da assumere, le 1500 ore di attività didattica, la presunzione che tutte le università debbano fare la stessa cosa, come dice Gianluca. E malgrado ciò tale riforma ha riscosso più consensi che critiche. Io trovo sempre sorprendente come, dopo tanti anni, i nostri ministri e burocrati continuino a cercare il meccanismo concorsuale perfetto. Che perdita di tempo.

Il solo fatto che si parli di 'sistema universitario' e' il risultato del dirigismo statale che impera in Italia. Il fatto e' che non v'e' bisogno di alcun sistema. Il cancro e' la presenza stessa dello Stato.

No, il punto è la semantica, il significato che sta dietro alle parole - che sarebbe sbagliato continuare a non disambiguare anche nelle polemiche.

La presenza degli Stati è un fatto, è una cosa voluta, è una cosa positiva. Posso immaginare che qui ci si vorrebbe riferire a certe modalità di "presenza" dello Stato, chè di riffa o di raffa gli Stati sono e saranno sempre presenti in materia di istruzione. Forse ci si riferisce alla presenza di riffa, mentre la si vorrebbe di raffa.

Tra l'altro uno degli autori di questo pezzo, Paola Potestio, ha incentrato nel suo libro la propria critica al sistema universitario italiano proprio sull'autonomia, criticando gli sviluppi da Ruberti in poi. Quindi una critica di segno opposto.

Posto che i critici non si sono messi d'accordo, e difficilmente si metterenno d'accordo, consiglio come punto 0 in tema di quella che chiamiamo "responsabilità pubblica in materia di istruzione e di ricerca", la lettura della omonima Raccomandazione del Consiglio d'Europa, valida "concettualmente" e anche praticamente. Sono serio e anche propositivo e ben disposto.

RR

Dalla mia lettura frettolosa della bozza, mi pare che uno dei leitmotif sia il rapporto Università-industria. Sebbene sia d'accordo con il ministro che in questo l'università italiana è carente, e un po' chiusa in una torre di cristallo, mi domando quanto questo argomento sia stato usato in modo strumentale per dirottare fondi dalla università pubblica alle aziende private che investono (o millantano di investire) in ricerca. Ma non sono molto bravo a leggere le pieghe economiche delle leggi, qualcuno più scafato si è fatto questa domanda?

In generale, che il governo dell'operazione Alitalia abbia un occhio di favore per l'industria nel contesto di una riforma universitaria non mi fa dormire sonni troppo tranquilli.

Ho letto di recente un articolo del prof Zingales (vedi qua http://espresso.repubblica.it/dettaglio/meno-potere-ai-professori/211410... ) che al contrario del presente post fa una sorta di apologia della "coraggiosa e rivoluzionaria" -così la definisce- proposta Gelmini.

Ora è vero che gli economisti sono spesso in disaccordo e le discipline economiche hanno uno statuto epistemologico debole, ma delle due una: ha ragione Zingales nel riconoscere coraggio e copernicano furore all'ottima Gelmini o hanno ragione Potestio-Rustichini nel dipingere la riforma come una nave (forse un canotto?) alla deriva a cui occorre "necessariamente correggere la rotta"

Ho letto di recente un articolo del prof Zingales (vedi qua http://espresso.repubblica.it/dettaglio/meno-potere-ai-professori/211410... ) che al contrario del presente post fa una sorta di apologia della "coraggiosa e rivoluzionaria" -così la definisce- proposta Gelmini.

Concordo che uno dei maggiori problemi dell'Universita' di oggi e' il fatto che gli Atenei sono amministrati dai docenti stessi, in mostruoso conflitto di interesse rispetto ad un uso efficiente e ottimale delle risorse pubbliche assegnate. Non e' per nulla sorprendente pertanto che tale auto-amministrazione produca risultati mediamente alquanto scadenti, come accade in altri ambiti auto-amministrati dai percettori delle risorse, come la Giustizia.  Peraltro non ho alcuna fiducia nelle capacita' del sistema Italia (specie i politici, ma anche Confindustria e Fondazioni) di nominare membri esterni che migliorino il governo degli Atenei, e concordo sul fatto che gli Atenei rischiano di essere aministrati da incapaci e incompetenti con l'unico merito di riscuotere la fiducia delle maggioranze politiche del momento. Forse una soluzione potrebbe essere, indipendentemente da chi amministra l'universita', introdurre per legge penalizzazioni incisive non solo su fondi di ricerca e possibilita' di assumere, ma anche sui compensi stessi dei docenti universitari, a partire dagli amministratori, in base ad una valutazione dei risultati dell'Ateneo. La valutazione per essere sensata tuttavia deve essere fatta Dipartimento per Dipartimento, e in generale la gestione dovrebbe essere devoluta al massimo ai Dipartimenti. Un certo livello di devoluzione del potere ai Dipartimenti peraltro fa parte del DDLD in preparazione e secondo me e' l'elemento piu' apprezzabile della riforma in preparazione.

Condivido le perplessità su governance e selezione dei docenti. Guardando avanti, credo che nonostante gli impicci burocratici i Dipartimenti guadagneranno centralità, e che quelli buoni riusciranno a diventare migliori e più grandi, con effetti positivi sulla qualità della ricerca. Se è così, ovviamente diventeranno anche di meno, ed emergeranno università di serie A e di serie B. Che è, let's face it, naturale.

La mia riflessione rigurda solo questo: come valorizzare i talenti che a diciott'anni finiscono nelle università di periferia? Ci vorrebbe 'pane per loro denti' in tutte le triennali, il che eviterebbe anche un eccessivo decadimento delle sedi di secondo piano. Una soluzione secondo me percorribile è quella di copiare/adattare la pratica della Normale di Pisa, inserendo corsi 'di rinforzo': si selezionano i 10-20 più bravi alla fine del primo anno, e negli altri due si fa per loro un corso di approfondimento al semestre (quattro in totale). In questo modo da dovunque parti, se sei bravo puoi uscire preparato.

Secondo Roberto Perotti la soluzione sarebbe nella offerta di borse di studio che abbattano i costi della mobilità per gli studenti.

I soldi uscirebbero da tasse più alte.

Un diciottenne bravo avrebbe quindi la concreta possibilità di scegliere l'Università, anche se povero.

Io, devo dire, mi trovo d'accordo. Credo che il sistema USA funzioni in buona parte così. Credo che la visione "ecumenica" dell'università italiana finisca per offrire opportunità di bivaccare a chi non ha voglia di studiare, e per premiare ingiustamente chi potrebbe permettersi di pagare molte più tasse per una istruzione superiore.

come valorizzare i talenti che a diciott'anni finiscono nelle università di periferia? Ci vorrebbe 'pane per loro denti' in tutte le triennali, il che eviterebbe anche un eccessivo decadimento delle sedi di secondo piano. Una soluzione secondo me percorribile è quella di copiare/adattare la pratica della Normale di Pisa, inserendo corsi 'di rinforzo': si selezionano i 10-20 più bravi alla fine del primo anno, e negli altri due si fa per loro un corso di approfondimento al semestre (quattro in totale). In questo modo da dovunque parti, se sei bravo puoi uscire preparato.

Ritengo inefficace aggiungere esami aggiuntivi per migliorare la preparazione degli studenti piu' capaci delle universita' periferiche.  La Normale forma buoni studenti primariamente grazie alla selezione iniziale nella quale con concorso nazionale onesto viene preso il 3-5% migliore. Gli esami aggiuntivi e gli obblighi di fare gli esami nei termini previsti e con buone votazioni sono importanti per verificare la bonta' della selezione iniziale ma secondo me relativamente poco influenti nel valorizzare gli studenti. Per valorizzare buoni studenti in Atenei periferici suggerisco di:

  • dare incentivi sia materiali (riduzione tasse) sia formali (diploma aggiuntivo, o meglio annotazione nel diploma) agli studenti che superano gli esami nei termini e con vincoli di qualita' sulle votazioni
  • nelle materie che lo consentono, particolarmente nei primi anni, introdurre competizioni nazionali del genere delle olimpiadi della matematica e della fisica che si usano nei licei

Detto questo va da se' che se i docenti dell'universita' periferica non hanno un livello ragionevole di qualita', al minimo la capacita' di dare voti adeguati agli esami, non esiste alcuna magia capace di valorizzare gli studenti meritevoli a meno di emigrare...

Gli esami aggiuntivi e gli obblighi di fare gli esami nei termini previsti e con buone votazioni sono importanti per verificare la bonta' della selezione iniziale ma secondo me relativamente poco influenti nel valorizzare gli studenti.

Due ore di lezione ogni sera dalle 18 alle 20 per 4 anni? Costosuccio come procedimento di verifica...

Due ore di lezione ogni sera dalle 18 alle 20 per 4 anni? Costosuccio come procedimento di verifica...

Non esiste alcuna misura / norma / incentivo a mia conoscenza che spinga la Normale - come anche tutte le altre universita' - ad usare efficientementre le risorse pubbliche assegnate. Tutto il settore statale italiano in genere non si basa su considerazioni di efficienza nell'uso delle risorse pubbliche, mi sembra.

Sns

palma 1/12/2009 - 14:09

Infatti, nessuno mail le disse di presentarsi al concorso.

 

Qual è l’ispirazione del progetto, la visione dell’università che lo sottende, l’idea forte che lo ha guidato? Nessuna, apparentemente.
[...]
Il problema però è che, mancando il progetto di una ispirazione forte che guidi il disegno degli interventi, gli obiettivi dichiarati rischiano di non esser conseguiti e di rimanere delle pure enunciazioni.

Questi elementi di critica non mi sembrano centrati. Se non ho capito male il ministro e' ispirato dall'avvilente confronto tra le universita' italiane e quelle degli altri Paesi avanzati e questo mi sembra un buon punto di partenza. L'orientamento annunciato di voler valorizzare il merito va anche bene. Secondo me e' piu' appropriato criticare i provvedimenti proposti singolarmente e nel loro complesso.

3. Quali sono le linee strategiche verso gli obiettivi di efficienza e merito, e gli eventuali vincoli percepiti? Si punta su tre cose: la riforma della governance centrale dell’ateneo, un sistema di incentivi affidato con precisi criteri direttivi a decreti legislativi del governo, una iper-regolamentazione su tutti gli aspetti trattati dal ddl.

Concordo che il DDL si possa riassumere cosi'. Aggiungerei un ulteriore elemento: si punta ad un sistema di reclutamento e promozione accademica basato su criteri oggettivi e uniformi di valutazione dei titoli di ricerca secondo direttive centrali statali.

Il ddl affida all’ANVUR, organismo che deve ancora essere costituito, la valutazione di tutte le attività degli atenei. L’iter dell’approvazione del disegno, l’elaborazione dei decreti delegati, il varo dell’onni-valutativo ANVUR implicano una concreta operatività di questo organismo alquanto lontana. Gli impegni del ddl su valutazione e incentivi sono naturalmente importanti, ma la novità di cui oggi si ha bisogno è la rapida prosecuzione di ciò che è davvero cruciale per valutare gli atenei: la valutazione della ricerca. Ampliare e consolidare il lavoro del CIVR sarà utile anche per calibrare meglio le diverse attività del futuro ANVUR.

L'idea di dare piu' valore e di potenziare la valutazione degli Atenei, comune sia a Mussi che alla Gelmini va apprezzata. Da quel poco che ho capito il CIVR non viene gettato alle ortiche ne' da Mussi ne' dalla Gelmini e l'ANVUR e' solamente una forma di organizzazione considerata piu' flessibile e potente per fare una valutazione piu' frequente e approfondita.  I tempi della sua realizzazione sono commisurati alla scadente qualita' e ai tempi di funzionamento della politica e dell'amministrazione centrale statale italiana  piu' che alla responsabilita' personale dei ministri del momento, secondo me.

Per quanto riguarda gli incentivi, ciò che preoccupa è la lentezza delle realizzazioni. Un modello di finanziamento degli atenei fondato su un sistema di incentivi è stato elaborato da anni e in varie versioni. Non è stato applicato, se non marginalmente, e mai sui risultati della ricerca. L’unico esercizio di valutazione della ricerca, effettuato dal CIVR per il triennio 2001-03, è stato utilizzato, in misura del tutto modesta, solo nella distribuzione del FFO 2009!

Concordo sul resoconto. E' probabile che uno Stato malfunzionante e malgovernato come quello italiano non sara' mai capace di valutare efficacemente e provvedere incentivi adeguati ai suoi Atenei. L'unico fatto che si puo' apprezzare oggi e' la volonta' espressa ripetutamente dalla Gelmini di aumentare l'entita' delle risorse assegnate sulla base di una valutazione di merito e sperare...

Il problema non è togliere potere ai professori, ma avere buoni professori e far funzionare meglio l’autogoverno.

Io direi che l'obiettivo e' di avere un'universita' che produce buoni risultati spendendo efficientemente le risorse pubbliche e private che assorbe. L'autogoverno, che ha dato risultati scadenti fino ad oggi, non e' un valore in se'. Semmai e' un valore, o meglio e' opportuno che il merito scientifico dei risultati della ricerca sia valutato dalla comunita' scientifica. Le universita' USA funzionano bene senza essere auto-governate dai docenti. Anche i sistemi statali universitari della California non sono auto-governati dai docenti ma semmai da reggitori (Regents) di nomina sostanzialmente politica. Detto questo, il problema dell'Italia e' che una classe politica abominevole non ha i titoli per nominare amministratori migliori di quelli espressi dall'autogoverno, ne' si vedono altri attori credibili per questo compito (Fondazioni, associazioni industriali). Quindi l'autogoverno in Italia rappresenta solo una pessima soluzione (per l'evidente conflitto di interessi nell'uso di risorse pubbliche) al quale pero' non si vedono alternative migliori.

Fondare la riorganizzazione degli atenei non sul maggior potere del governo centrale, ma sulla maggiore forza e autonomia delle unità di base della ricerca – i dipartimenti – è una correzione di rotta che occorre richiedere nell’iter parlamentare che si sta avviando. L’innovazione più interessante del ddl è proprio il focus sui dipartimenti. Il ddl va però timidamente in questa direzione, non con la decisione necessaria. La scelta cruciale, cui dovrebbe condurre quell’ispirazione forte che non c’è nel ddl, è rendere i dipartimenti direttamente responsabili dei risultati conseguiti nella ricerca. Le unità di riferimento del sistema di incentivi devono essere soprattutto e direttamente i singoli dipartimenti. Ciò va nella direzione opposta del rafforzamento del governo centrale di ateneo, toglie ad esso inopportuni margini di manovra e crea le condizioni di contesto più sicure per la tutela e dunque per lo sviluppo della ricerca.

Sono totalmente d'accordo su queste considerazioni.

Lo schema delineato segue infatti una vecchia idea dell’opposizione: una abilitazione scientifica nazionale a lista aperta, con una immissione in ruolo nelle singole sedi effettuata poi o attraverso una valutazione comparativa o attraverso una chiamata diretta di persone, provviste della necessaria abilitazione, già in forza nell’ateneo. Un vincitore unico sui posti banditi dalle sedi, dichiarato da un commissione nazionale con innesti internazionali, e la libertà della sede di non chiamare nessuno se è insoddisfatta dell’esito del concorso, è uno schema più diretto e semplice.

Sono radicalmente contrario alla commissione nazionale per la determinazione dei docenti reclutati dai Dipartimenti: i membri di una commissione nazionale non hanno alcun interesse personale a scegliere il candidato migliore per un posto disponibile in un Dipartimento e hanno semmai interesse a soddisfare con uno scambio non trasparente di favori le richieste dei Dipartimenti oppure a spedire in Dipartimenti non sufficientemente ammanicati e inseriti nel sistema candidati del proprio entourage.  Ritengo invece che il metodo migliore di reclutamento sia quello locale purche' organizzato con alcuni fondamentali elementi non presenti oggi:

  1. devono esistere conseguenze incisive sulle scelte operate sulla base della produzione scientifica aggregata a livello di Dipartimento: lo Stato dovrebbe valutare i risultati dei Dipartimenti e assegnare risorse e possibilita' di reclutamento commisurate ai risultati, e anche il monte salari dovrebbe essere influenzato dalla valutazione dei risultati
  2. per un periodo potenzialmente illimitato dovrebbe essere impossibile reclutare gli interni. Ritengo che il sistema dovrebbe essere organizzato similmente agli USA ma adottando per legge i canoni di comportamento di fatto li' adottati, quindi:
    1. gli studenti di dottorato devono essere reclutati esternamente ai laureati dell'Ateneo
    2. i post-doc devono essere reclutati esternamente ai laureati PHD dell'Ateneo
    3. i ricercatori, trasformati in assistant professor, devono essere reclutati esternamente
    4. come peraltro previsto dal disegno di legge, i ricercatori dopo ~6 anni sono confermati nella posizione di professore associato, a discrezione del Dipartimento di appartenenza, in caso contrario perderebbero la posizione (la richiesta di abilitazione nazionale puo' rimanere almeno transitoriamente, ma sarebbe meno importante se venisse fatto reclutamento esterno).
    5. sia la conferma ad associato sia la promozione ad ordinario potrebbero essere lasciati al Dipartimento se i gradi precedenti del reclutamento sono stati esterni
    6. i salari dovrebbero essere rimodulati riducendo di molto l'anzianita' e introducendo differenziazioni legati al merito e alle responsabilita' organizzative, anche le differenze di salario medio tra assistant, associati e ordinari dovrebbero essere ridotte al livello USA anche per diminuire i danni della tendenza naturale alla promozione di massa internamente ai Dipartimenti.  Come misura di sanita' ogni Dipartimento dovrebbe avere un budget per salari che e' indipendente da come internamente vengono decise le promozioni, che determinanerebbero solamente la distribuzione interna relativa delle retribuzioni stesse
    7. inoltre [quanto segue e' stato aggiunto in un secondo tempo] i costi di rilocazione del reclutamento esterno vanno coperti sia con un contributo di rilocazione sia con salari di entrata di livello europeo (ma commisurati al costo della vita italiano) cui far seguire nel resto della carriera di chi li percepisce una progressione di anzianita' di pendenza europea, molto infereriore alla progressione di anzianita' italiana, abbandonando l'insano sistema retributivo italiano caratterizzato da salari d'entrata miserabili e da salari finali lordi medi ai vertici mondiali per i professori universitari di anzianita' di servizio massima. Una molto utile rimodulazione salariale si puo' fare anche con spesa salariale pro-capite a regime del tutto invariata.

Dubbi infine si pongono anche per i ricercatori a tempo determinato, assunti con contratto triennale, rinnovabile un sola volta. La prospettiva offerta a questi ricercatori è di ottenere una chiamata dalla università che gli ha fatto il contratto, qualora essi abbiano ottenuto prima della scadenza del contratto l’abilitazione per il ruolo di professore associato. La ratio della norma è incomprensibile. I pericoli sono invece chiari: se l’abilitazione sarà un titolo negato a pochi, l’immissione nel ruolo di professore continuerà ad essere un fatto locale, sostanzialmente privo di controllo.

Come ho scritto sopra io invece vedrei bene questa parte del DDL purche' venga combinata con reclutamento esterno dei ricercatori.  Secondo me e' opportuno abolire l'abnorme posizione del ricercatore universitario italiano, e il modo migliore che vedo e' l'adozione del sistema USA con contratti a tempo determinato di ~6 anni seguiti tendenzialmente per l'80-90% con stabilizzazione al livello di associato su decisione del Dipartimento stesso. La via maestra per ridurre l'arbitrarieta' senza controllo della cooptazione a livello di DIpartimento secondo me dovrebbe essere l'obbligo di reclutamento esterno per dottorato, post-doc e assistant professor e poi conseguenze incisive, anche sul monte salari complessivo, determinati dai risultati aggregati a livello di Dipartimento. Specie in una fase transitoria valutazioni nazionali dei candidati potrebbero aiutare ma non le ritengo decisive se non per assicurare un livello veramente minimo dei candidati.

per un periodo potenzialmente illimitato dovrebbe essere impossibile reclutare gli interni.

Questo e' un provvedimento relativemente semplice da adottare e secondo me potentissimo. Eppure se ne parla sempre poco. Io lo appoggio con tutte le mie forze da sempre.

PS: la prima parte del tuo commento e' ripetuta diverse volte.

Questo e' un provvedimento relativemente semplice da adottare e secondo me potentissimo. Eppure se ne parla sempre poco. Io lo appoggio con tutte le mie forze da sempre.

Il reclutamento esterno non piace ai docenti di temperamento baronale che col reclutamento locale dalla culla alla tomba possono "coltivare" giovani portaborse che rimangono totalmente in loro potere da adibire a qualunque incombenza dalle lezioni alla preparazione del limoncello artigianale. Non piace poi ai reclutandi che, considerati i salari miserabili offerti dal sistema italiano ai giovani e nelle posizioni iniziali e la comodita' di abitare con la mamma preferiscono fare la carriera vicino a casa dalla culla alla tomba. Inoltre i docenti delle universita' periferiche temono di perderci: i loro talenti locali migliori sarebbero attratti dalle migliori universita'  - in ogni caso non rimarrebbero sotto il giogo locale - e da loro arriverebbero o gli scarti o nessuno. Detto questo, l'unica ragione valida per il reclutamento locale sono i salari d'entrata miserabili, e infatti avrei dovuto aggiungere che il reclutamento esterno obbligatorio va abbinato a corposi aumenti dei compensi specie per studenti di dottorato e post-doc, ma anche per i ricercatori giovani.  Tali corposi aumenti possono essere facilmente recuperati prevedendo che per chi ricevera' come dottorando e post-doc salari simil-europei avra' per equita' anche una progressione salariale simil-europea nel seguito della carriera, quindi con una pendenza di anzianita' inferiore a quella insana esistente in Italia, che e' un altro elemento causale del cattivo funzionamento di gran parte dell'Italia nel comparto statale e nella grande-media industria soggetta ai contratti nazionali.

Spero di aver ora eliminato le ripetizioni, grazie dell'appunto.

Hai fatto una buona, se non buonissima, concatenazione di argomenti - basati su fatti e situazioni della realtà universitaria italiana. In questa catena sei anche giunto alfin del tuo ragionamento a rendere esplicito, per chi sol capisca l'italiano, chi e cosa blocca tutto, in un eventuale (ma solo in astratto) considerazione operativa "a ritroso" della tua catena causale.

RR

Alberto io iinvece ho molti dubbi. Mi sembra un'ulteriore tentativo alla ricerca della regola perfetta. In altre parole un ulteriore esercizio dirigista destinato al fallimento (alla fine cosa impedisce di mettersi d'accordo tra docenti di atenei diversi e poi, dopo qualche anno fare una serie di trasferimenti e riportare il pargolo a casa?). Assumere uno che si conosce puo' essere quello che dici tu...ma anche un modo efficiente per selezionare i candidati. Formare un accademico costa e assumere un interno potrebbe garantire che il candidato abbia avuto un percorso coerente con gli obiettivi scientifici del dipartimento, che potrebbero essere molto specifici.

Ora, sappiamo benissimo che in Italia avviene cio' che descrivi tu nella maggioranza dei casi. Ma la domanda vera' e': perche? Il perche' e' sempre il solito. Finche' chi opera le scelte non e' responsabile delle perdite economiche di scelte sbagliate e non beneficia dei vantaggi economici delle scelte giuste...mi spieghi perche' dovrebbe scegliere i candidati piu' produttivi dal punto di vista scientifico? Il sistema premiante italiano favorisce chi ha il network di amicizie e parentele piu' vasto. E' quindi perfettamente razionale a mio avviso che venga assunto (1) il figlio dell'assessore di Forza Italia o uno iscritto a CL che magari ha nessuna pubblicazione scientifica di rilievo, piuttosto che (2) uno che pubblica come un matto, ma se ne sta "chiuso nella sua torre d'avorio"...

Ti diro' di piu' le regole in Italia sono fatte apposta per impedire che i ricercatori di tipo (2) emergano. Ho appena firmato un contratto importante con una casa farmaceutica. Ero disposto a firmarlo come dipendente della mia universita', versando un overhead del 30% e favorendo l'ingresso del mio dipartimento in un mercato a loro sconosciuto. Ma le regole interne me lo hanno impedito. Non essendo uno "strutturato" non avrei potuto essere titolare dello studio, mi avrebbero completamente sottratto il controllo dei fondi di ricerca e avrebbero potuto assegnare a chiunque altro la conduzione di ogni parte della ricerca...at will. Mi hanno pero' detto: "se ha bisogno di un computer per uso personale possiamo fare in modo di farglielo avere"..Al che mi sono messo a ridere e ho firmato come free lance.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mi sembra un'ulteriore tentativo alla ricerca della regola perfetta. In altre parole un ulteriore esercizio dirigista destinato al fallimento (alla fine cosa impedisce di mettersi d'accordo tra docenti di atenei diversi e poi, dopo qualche anno fare una serie di trasferimenti e riportare il pargolo a casa?).

L'imposizione di reclutamento esterno come regola e' un provvedimento centralista / dirigista ed e' vero che potrebbe essere in parte aggirato specie se formulato poco seriamente. Bisognerebbe stabilire ad esempio che "esterno" significa provieniente da una provincia diversa, che non e' possibile ritornare nelle province dei precedenti impieghi, che la presenza di un parente o congiunto prossimo nel medesimo Dipartimento impedisce l'assunzione e cosi' via.

Assumere uno che si conosce puo' essere quello che dici tu...ma anche un modo efficiente per selezionare i candidati.

Nei singoli casi tutto piu' essere.  Ma gli studi statistici che conosco indicano nettamente che la l'entita' della frazione di reclutati esternamente e' positivamente correlata con maggiore produttivita' scientifica, pertanto se l'obiettivo e' migliorare i risultati del reclutamento l'obbligo di reclutamento esterno e' assolutamente giustificato.

Finche' chi opera le scelte non e' responsabile delle perdite economiche di scelte sbagliate e non beneficia dei vantaggi economici delle scelte giuste...mi spieghi perche' dovrebbe scegliere i candidati piu' produttivi dal punto di vista scientifico?

Il reclutamento esterno non e' completamente risolutivo ma ha il vantaggio di ridurre l'effetto distorcente delle relazioni personali stabilite quando persone con limiti umani devono fare una valutazione comparativa tra un candidato interno e uno esterno. Il reclutamento esterno obbligatorio mette quindi i candidati in una condizione di migliore parita' rispetto a chi li valutera', e distribuisce piu' equamente i costi di rilocazione tra tutti gli interessati.

almeno il 40% di membri esterni all’ateneo.

In cambio di cosa?

Il dirigismo

Michele 1/12/2009 - 15:11

Quando questo governo si mette a governare, invece che fare leggi che interessano il premier, rivela di aderire a una cultura dirigista improntata a una "iper-regolamentazione", come dite voi:

http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_01/badanti-baby-sitter_da418...

Posso capire che una persona che pensa seriamente alla politica per la prima volta, come la Carfagna, pensi che mettere tante regole sia una soluzione ai problemi. Tuttavia il ministro Sacconi non è giovane, e nemmeno bello, quindi non ha scuse e non possiamo dire che sta lì perché almeno è bravo in qualcos'altro...

La debolezza della governance, a tutti i livelli, sta nella circostanza che essa è quasi sempre espressione diretta della struttura per corporazioni del nostro sistema universitario e degli equilibri che tra le corporazioni si costituiscono nei singoli atenei e nelle singole unità. Ai condizionamenti delle corporazioni si aggiungono sovente, nella carica rettorale, non marginali interferenze politiche.

 

    Analisi perfetta: non si capisce tuttavia la critica (che segue) rivolta alla nuova composizione  del CdA. Viene a questo proposito evocato lo spettro delle ASL. O il governo (amministrazione e gestione) dell’ateneo è affidato ai docenti attraverso una rappresentanza elettiva (è quel che avviene oggi), o si mette il CdA in mani estranee alle cucine accademiche. Tertium non datur. Nel secondo caso vi sarà sempre lo spettro delle ASL, anche se va detto che alcune ASL funzionano, a differenza di molte altre. Personalmente penso che una minoranza di consiglieri (scelti in modo probabilmente avventuroso) non sia sufficiente a modificare l’attuale sistema di governo. Del resto, le celebrate università USA sono governate da amministrazioni estranee alla docenza, e nella stessa direzione sono state riformate recentemente le università di diversi paesi europei.

 

Fondare la riorganizzazione degli atenei non sul maggior potere del governo centrale, ma sulla maggiore forza e autonomia delle unità di base della ricerca – i dipartimenti – è una correzione di rotta che occorre richiedere nell’iter parlamentare che si sta avviando.

 

   Le università hanno la doppia missione, che è quella di produrre e trasmettere il sapere. Immaginare le università come una galassia di Dipartimenti votati alla ricerca, che per tenere coesi i propri aderenti dovrebbero essere tematici, è semplicemente fuorviante. Ciascun dipartimento è invece un insieme di ricercatori che agiscono in collaborazione o indipendentemente e ad essi il dipartimento deve fornire i mezzi strumentali per svolgere il lavoro. Così la maggioranza dei dipartimenti è e sarà sempre “DISCIPLINARE”: di qui la necessità di strutture di raccordo  per avere una didattica, che è parte della missione delle università. Strutture identificabili con le attuali facoltà. 

   Immaginare una fumosa immagine di dipartimenti forti e autonomi sui quali disegnare l’autonomia responsabile degli atenei mi è poco comprensibile.

 

   Sul reclutamento sono perfettamente d’accordo: il DDL  era stato presentato qualche anno fa da Tessitore ed altri. L’idoneità – al pari di quante ne abbiamo viste negli ultimi quaranta anni – diventerà risibile. Il “concorso locale” non servirà mai a nulla fino a quando saranno gli atenei a disporre dei budget per l’istituzione di un posto e quindi la chiamata di un docente.  L’idea di proibire prove scritte o orali per reclutare ricercatori od assegnasti –quasi sempre privi di titoli “solidi” – è una pessima idea che porterà ad un potenziamento del clientelismo.

    La parte del DDL sul reclutamento dei docenti è del tutto deludente.

Se davvero il federalismo regionale diventasse una realtà, come la metteremmo con le università? Dico questo perché il DDL Gelmini è un concentrato di centralizzazione davvero deprimente. Il DDL si compone di 28 pagine e 123 sotto-commi che riguardano i minimi dettagli del funzionamento delle università, che (dettagli e università) dovrànno essere uguali su tutto il territorio nazionale, per la gioia - ne sono certo - di Antonello Masia, capo del Dipartimento (una volta era capo della Direzione) per l’Università, l’Alta Formazione Artistica Musicale e Coreutica e per la Ricerca. 

E pensare che sarebbe bastato un  DDL con un solo articolo: "Abolizione del valore legale della laurea" ( e di tutti i titoli di studio superiori) per

1. mettere in moto la vera competitione tra Università

2. poter abolire il Ministero dell'Università e della Ricerca (che esiste solo per garantire l'equipollenza (specialmente la pollenza...) dei titoli di studio)

3. ottenere una naturale classificazione tra università di serie A e quelle di serie B, o C.

Invece, con un DDL che dà la delega al governo su molti punti importanti, la cosidetta ennesima "riforma" dell'università darà i suoi primi vagiti, forse, tra un paio d'anni, cioè mai.  Ci vorrà la fiducia per approvare questo DDL...

 

E pensare che sarebbe bastato un  DDL con un solo articolo: "Abolizione del valore legale della laurea" ( e di tutti i titoli di studio superiori) per

1. mettere in moto la vera competitione tra Università

2. poter abolire il Ministero dell'Università e della Ricerca (che esiste solo per garantire l'equipollenza (specialmente la pollenza...) dei titoli di studio)

3. ottenere una naturale classificazione tra università di serie A e quelle di serie B, o C.

Professor Paris, io - come molti, penso - ho una elevata stima per la sua azione moralizzatrice in materia di correttezza e trasparenza del reclutamento accademico, incluso con le azioni giudiziarie. MA non posso evitare di rilevare, e diciamo pure per la n-sima volta qui, cogliendo l'occasione di questo intervento, il valore ideologico e sostanzialmente vacuo delle parole d'ordine che Lei lancia con il suo intervento. Non è con la ripetizione della richiesta di "abolizione del valore legale della laurea" che si comprendono i problemi del sistema dell'istruzione universitaria italiana. Questo che Lei ed altri chiamate "valore legale" esiste, nella sua forma sostanziale, in tutto il mondo - posto che si mappino correttamente ruoli, responsabilità e prerogative fra diversi sistemi con diverse tradizioni amministrative e diverse tradizioni giuridiche. RR

Non capisco la sua (del signor, o dott., o prof. Renzino) attribuzione di "valore ideologico" alla mia trentennale proposta di abolire il valore legale dei titoli di studio (laurea, master, dottorato). La sua affermazione

Questo che Lei ed altri chiamate "valore legale" esiste, nella sua forma sostanziale, in tutto il mondo - posto che si mappino correttamente ruoli, responsabilità e prerogative fra diversi sistemi con diverse tradizioni amministrative e diverse tradizioni giuridiche.

rivela una sostanziale ignoranza, almeno per quanto riguarda il sistema universitario americano. Sebbene lei non ne faccia accenno, credo di capire che la sua "forma sostanziale" si riferisca alla procedura di accreditation (che Luciano Modica traduce con la parola "accreditamento") che riguarda le scuole, colleges e dipartimenti che forniscono lauree di tipo professionale.  Tra queste, le scuole di medicina, veterinaria, business e management, ingegneria, legge, ma non i colleges di letters and science, agriculture, biological sciences.  Per essere ancora più chiaro, le lauree di matematica, di fisica, di economia, di filosofia, di psicologia, di chimica, di economia agraria, non hanno bisogno e non ricevono alcuna accreditation.  Inoltre, e questo aspetto è sostanziale, l'"accreditation" non è una patacca che si dà a priori, quando si creano i vari colleges, ma un processo che si ripete ogni cinque anni per verificare se continuino a sussistere i requisiti di qualità riscontrati nella verifica precedente. Dieci anni fa, anche la scuola di medicina veterinaria dell'University of California, Davis (che è l'unica scuola di veterinaria della California!!!), si è vista negare l' "accreditation" fino a che non avesse posto rimedio alle manchevolezze riscontrate dalla commissione esaminatrice.

Da noi, invece, la patacca di poter conferire lauree con valore legale da parte dell'Università Telematica G. Marconi (il cui Direttore Generale è la moglie di Antonello Masia), venne data a priori e non ci si sogna mai di verificare che cosa succeda in quel tempio del sapere e della ricerca.  Questo vale per tutte le università pubbliche e private. 

Ve la immaginate una procedura di "accreditation" all'americana da farsi ogni cinque anni per tutte le facoltà e lauree dell'università italiana? 

La mia proposta di abolire il Ministero dell'Università e della Ricerca (MUR), non quello della pubblica istruzione primaria e media, si basa sul fatto che non vi può essere autonomia dell'università (come non c'è stata, nonostante la legge del 1999) finché il MUR si incaricherà di fare il tutore a ciascun ateneo. Autonomia senza responsabilità individuale (penale, finanziaria, amministrativa, di perdita della faccia) dei rettori e dei membri dei consigli di amministrazione è una grande bufala che può diventare un disastro come documentano le Università di Firenze e quella di Siena.

Avevo fatto una domanda riguardo al federalismo regionale che, mi pare, sia ormai abbracciato anche dalla sinistra.  Se mai avverrà tale trasformazione istituzionale, mi pare che dovrebbe includere anche il federalismo delle università.  E, allora, il MUR che ci starebbe a fare?  Per trasferire il Fondo di Finanziamento Ordinario alle università esistenti sarebbe sufficiente un comma della legge finanziaria,  non c'è bisogno di un ministero.  Ma per poter abolire il MUR occorre abolire il valore legale della laurea che è la sola ragione giuridica della sua esistenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sebbene lei non ne faccia accenno, credo di capire che la sua "forma sostanziale" si riferisca alla procedura di accreditation (che Luciano Modica traduce con la parola "accreditamento")

Confermo, ch.mo Professore, che accreditation si traduce con "accreditamento", sia per Modica che per il resto di noi Europei. Nel sistema Americano, l'autorizzazione ad operare come Università/istituto di istruzione superiore è di competenza dei singoli Stati, che impiegano regole difformi per quanto riguarda le condizioni sostanziali, in quanto sovente si limitano all'operatività economica, piuttosto che scrutinare anche la qualità accademica. Ma non dappertutto è così, e vi sono Stati - il cui capofila è l'Oregon (vds. il suo Office of Degree Authorization) - che non accettano i "degree mills". Che sono biasimati anche a livello nazionale e internazionale, peraltro.

Per tutti, comunque, vale il principio che un giudizio sulla qualità accademica, o, meglio, sulla capacità della singola istituzione di garantirla, è fornito periodicamente da Agenzie di accreditamento, che pur operando - come diremmo noi - privatamente, devono disporre di un riconoscimento superiore per avere credibilità, e in particolare di quello federale per consentire agli studenti frequentanti (delle istituzioni accreditate) l'accesso ai fondi federali - e in generale l'ammissibilità dei laureati ad associazioni ed ordini professionali, e agli impieghi pubblici.

Come Lei voglia tradurre tutto questo in lingua italiana, non lo so, ma nella sostanza io lo chiamo "valore legale", perchè l'accreditamento è un giudizio di tipo binario (esiste il preaccreditamento solo per le istituzioni in fase di avvio).

Noi Europei NON CREDIAMO all'autorizzazione distinta dall'accreditamento, per quanto riguarda le ISTITUZIONI, perchè non crediamo nei "diploma mills", esattamente come lo Stato dell'Oregon.

Abbiamo invece istituito un sistema di Garanzia della Qualità, che si fonda su un possibile menu di procedure valutative a livello istituzionale o di corso di studi (nel qual caso sono possibili accreditamenti di programmi, come per i corsi professionalizzanti americani) dipendenti dalle tradizioni nazionali e dal livello di congruenza con le decisioni prese nell'ambito del processo di Bologna, per l'istituzione dello Spazio Europeo dell'Istruzione Superiore.

Ho radunato alcune informazioni rilevanti in questa pagina web. Spero che anche Lei ci dia un'occhiata. Non faccia come gli altri Italiani che se ne fregano.

RR

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