L'enciclica Laudato si'

20 settembre 2015 andrea moro e giulio zanella

Il 24 maggio scorso è stata pubblicata la prima enciclica di Papa Francesco (la precedente, Lumen Fidei, era un testo quasi interamente preparato dal dimissionario predecessore). Il documento è stato accolto con pressoché unanime entusiasmo. Questo post offre una lettura del documento attraverso gli occhi dell'economista.

Diciamo subito che questa enciclica ci è piaciuta più di quelle pubblicate negli ultimi anni, una delle quali è stata qui recensita da uno di noi. Il testo è inutilmente prolisso e ripetitivo, riflesso delle molte, troppe mani che lo hanno scritto. Il lettore deve sapere che un papa di solito scrive solo la minima parte di un'enciclica, specialmente quando questa tratta di temi non strettamente teologici. Tutto il resto è affidato alla mente e alle mani di "esperti" che restano anonimi ai più. Il motivo per cui ci è piaciuta è che stavolta il Papa è meno curiale e più fedele al suo ruolo di guida spirituale di una comunità e di interlocutore con chi di questa comunità non si sente parte, in linea con la profonda discontinuità di Francesco rispetto ai suoi 4 predecessori negli ultimi 50 anni.

Essenzialmente, dopo aver preso atto dell'esistenza di un'esternalità ambientale difficile da correggere, il Papa parla alle coscienze del suo popolo e a quelle di chi lo ascolta senza pregiudizi, cercando di persuadere a inquinare meno, consumare meno, essere più solidali. Il ragionamento ha una sua logica di fondo, ma rimangono in questa enciclica una serie di strafalcioni ed errori tecnici (capita quando ci si affida a "esperti" anonimi), contraddizioni (capita quando si scrive a troppe mani un documento su temi complessi) una buona dose di ingenuità (ma questa è in fondo una virtù per uno che esercita il primato spirituale del papa come lo fa Francesco), il solito pizzico di ipocrisia clericale (capita quando troppe manine inesperte ma trasudanti zelo possono aggiungere questo o quel paragrafetto) e wishful thinking sull'efficacia delle soluzioni proposte.

L'argomento, in estrema sintesi, è il seguente:

  1. Esiste al presente un problema di sostenibilità ecologica del pianeta che ha dimensioni mondiali.
  2. Il problema ecologico è causato dalla dominanza del "paradigma tecnocratico", e cioé una concezione dell'uomo che, tramite la scienza e tecnologia, possiede e controlla la natura esterna. Senza un'etica adeguata, questo dominio non ha limiti, mettendo così a repentaglio la sostenibilità del pianeta.
  3. Il problema ecologico alimenta uno sbilanciamento economico fra paesi ricchi, inquinanti, e paesi poveri, sfruttati e degradati ambientalmente. "Gli effetti più gravi di tutte le aggressioni ambientali li subisce la gente più povera" (48). "Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale." (139)
  4. La cura e protezione dell'ambiente ha fondamenti teologici, ma in ultima istanza semplicemente umani. È pertanto dovere di ogni persona, sia essa credente oppure no, preoccuparsi del degrado ecologico-ambientale e operare per uno sviluppo sostenibile. Per farlo, occorre:
    • un cambiamento del modello di sviluppo: "semplicemente si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso" (194); non manca la d-word: "è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti" (193);
    • la formazione a una nuova cultura: "Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione." (202). Credenti, di tutte le religioni, e non credenti, sono esortati a perseguire questo appello.

Come si pone un economista di fronte al problema dell'inquinamento e della sostenibilità ambientale? L'inquinamento è la classica esternalità, parola gergale che usiamo quando un'attività economica da parte di una persona (per esempio la produzione o il consumo di un bene) ha effetti (negativi, in questo caso) sul benessere di altre persone e queste ultime non vengono compensate in alcun modo. In questi casi il mercato non è in grado, da solo, di garantire il massimo benessere sociale perché i prezzi riflettono solo i desideri di chi scambia il bene e non delle altre persone che ne subiscono l'esternalità. Il mercato (la "mano invisibile"), in questi casi, non funziona, fallisce. Questo è un fatto elementare e ben noto alla persona mediamente informata, non solo all'economista, per cui stupisce il continuo ribadirlo, per esempio ai numeri 109, 190, e in molti altri paragrafi dell'enciclica. Vorremmo rassicurare il Papa che quasi tutti gli economisti capiscono bene la natura e le implicazioni delle esternalità e quindi non hanno alcuna "concezione magica del mercato" (190).

Il problema delle esternalità ambientali potrebbe essere risolto da un dittatore illuminato e onnisciente (un dio benevolo, infatti) in grado per esempio di imporre appropriate tasse pigouviane. Poiché queste caratteristiche non sono possedute da alcun essere umano, tipicamente anche il governo (la "mano visibile" pubblica) fallisce nelle stesse circostanze in cui fallisce il mercato in presenza di tali esternalità, un altro fatto elementare di cui si trova scarsa traccia nell'enciclica, se non indirettamente e parzialmente in un vuoto e bizzarro appello affinché i responsabili del governo adottino una "sana politica" delle "buone pratiche" (181). Questo appello è bizzarro perché mentre l'enciclica non ripone, giustamente, alcuna fiducia nella capacità dei soggetti che operano sul mercato di risolvere il problema, essa ripone, incomprensibilmente, grande fiducia nella capacità dei soggetti che operano nella politica. Eppure la coscienza dei primi è identica alla coscienza dei secondi (se non peggio, temiamo, da noi in Italia). La chiesa, pur autoproclamandosi "esperta in umanità" sembra ignorare la forza degli incentivi nel determinare il comportamento umano.

Il problema potrebbe essere risolto anche da 7 miliardi di coscienze illuminate e altruistiche, in linea con la principale soluzione proposta dal Papa, cioé la formazione a una nuova cultura. Ciò è apprezzabile come atto di sensibilizzazione delle coscienze, ma chiaramente tutta la montagna dei 200 paragrafi precedenti ha partorito un topolino. Tuttavia, questo topolino mette in luce un punto importante. Nel caso dell'inquinamento e del consumo delle risorse ambientali, le persone che subiscono l'esternalità potrebbero non essere ancora nate. Queste hanno pertanto come unica difesa il nostro desiderio di perpetuare la specie umana e la vita sul pianeta. Di primo acchito infatti il sentimento ambientalista, almeno quello che si cerca di inculcare ai bambini, si fonda, crediamo, sull'interesse per il benessere delle generazioni future. Il problema della distribuzione intergenerazionale delle risorse è piuttosto complesso, perché è complesso cercare di capire come tener conto delle "preferenze" di chi non è ancora nato (e questo senza nemmeno tener conto che chi e quante persone esisteranno fra le generazioni future dipende anche da come teniamo conto noi delle loro preferenze). Il problema è stato affrontato da pochi, per esempio da Mikhail Golosov, Larry Jones, e Michèle Tertilt, ma in modo non del tutto soddisfacente.

L'enciclica, pur non negando questa preoccupazione, tratta in modo spiccio il tema della giustizia intergerazionale (159 e seguenti) e confonde un po' le carte in tavola cercando di sostenere che il problema dell'inquinamento è soprattutto un problema di redistribuzione delle risorse ai giorni nostri, in particolare fra paesi ricchi e poveri. È uno dei passaggi più arditi e meno convincenti, purtroppo supportato dalla sola citazione di un documento della Conferenza Episcopale Boliviana. Se davvero non esiste niente di scientifico sul tema allora l'argomento è davvero campato per aria.

Insomma, il Papa e i suoi esperti anonimi ghost-writers (non sempre dei buoni consiglieri, evidentemente) non capiscono o fanno finta di non capire che il problema dell'inquinamento o esaurimento delle risorse è prima di tutto un problema di distribuzione di risorse intergenerazionale. O almeno cercano di convincerci che riducendo l'uso di risorse ora, pigliamo due piccioni con una fava. Non è ovvio che sia così. I paesi più inquinanti sono i paesi in via di sviluppo (non siamo mai stati in Cina ma sentiamo dire che sia un postaccio dal punto di vista ambientale), sia perché lì si spostano le attività manifatturiere, sia perché non possono neanche permettersi i vari lussi di noi ricchi: macchine a zero emissioni, riciclaggio, coltivazioni biologiche, chilometro zero e quant'altro. Insomma, inquinare meno a livello globale significa far crescere meno chi deve crescere, il che ovviamente non è necessariamente un problema quando si pensa che la crescita faccia male, ma certamente il Papa non stava pensando a Cina e Brasile, tantomeno all'Africa, quando sottoscriveva l'invito alla decrescita come via di preservazione dell'ambiente. Il problema è complesso e a noi la via migliore continua a sembrare quella dell'internalizzazione delle esternalità ambientali attraverso trasferimenti che allineino il più possibile gli incentivi individuali e il benessere sociale tenendo conto degli aspetti intergenerazionali.

Altro punto chiave dell'enciclica sono le cause del declino ambientale. Citiamo un passaggio lungo ma fondamentale

[Nel] paradigma [tecnocratico] risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. Tale soggetto si esplica nello stabilire il metodo scientifico con la sua sperimentazione, che è già esplicitamente una tecnica di possesso, dominio e trasformazione. È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione. L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. Si trattava di ricevere quello che la realtà naturale da sé permette, come tendendo la mano. Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi. Per questo l’essere umano e le cose hanno cessato di darsi amichevolmente la mano, diventando invece dei contendenti. Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a “spremerlo” fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti.

In sostanza, la causa prossima del problema sarebbe la tecnologia che ci permette di dominare e trasformare la natura. La causa remota, invece, risiede secondo l'enciclica in un degrado morale: "il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi." (56). Ma la spiegazione morale dei problemi sociali (le cose vanno peggio perché siamo più cattivi; e le cose vanno ancora "più peggio" perché siamo dei "più cattivi" che maneggiano potenti strumenti) non è convincente, serve solo da paravento per evitare di fare i conti con spiegazioni più plausibili ma scomode.

Nell'enciclica, per esempio non si menziona mai il problema della crescita della popolazione mondiale, se non per affermare perentoriamente (citando il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa del 2006) che "la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale" (50), qualunque cosa ciò significhi. Ci si guarda bene dal parlarne apertamente in relazione al degrado ambientale del pianeta, ed evidentemente neppure Papa Francesco può farlo perché ciò significherebbe ammettere che tutti i papi da Paolo VI in poi (e più di tutti il papa beato polacco Giovanni Paolo II, che sulla questione è stato il più intransigente) hanno clamorosamente sbagliato in materia di contraccezione e controllo delle nascite. Lo si potrebbe ammettere senza alcun problema: il papa può avere clamorosamente torto, c'è scritto nel nuovo testamento, si veda il numero 11 qui. Ma si tratta di un elefante nella stanza: nessuna persona di buon senso e intellettualmente onesta negherebbe che il degrado ambientale tra il 1960 (un anno di riferimento a caso) e oggi non è indipendente dal fatto che nel corso dello stesso periodo di tempo la popolazione mondiale è passata da 3 a 7 miliardi di persone. Che il genere umano sia diventato più cattivo dal 1960 a oggi è possibile ma a noi pare poco plausibile. Che sia numericamente più che raddoppiato è un fatto. E il doppio delle persone consumano il doppio di risorse naturali (a volere essere precisi: meno del doppio se diventiamo più efficienti nell'utilizzo delle risorse, più del doppio se vogliamo vivere meno miseramente; crediamo che questo secondo effetto domini il primo). Le previsioni aggiornate della UN Population Division, che fino a pochi anni fa indicavano finalmente il raggiungimento di un plateu di 8-9 miliardi a metà secolo, indicano oggi 9,7 miliardi entro il 2050, e 11,2 miliardi entro fine secolo. Sarebbe stato bello se l'enciclica avesse detto una parola sul nesso tra crescita della popolazione e degrado ambientale anziché ignorarlo, rivedendo la dottrina per cui sarebbe volere di Dio che le persone si riproducano in modo del tutto incontrollato. Troppo rivoluzionario anche per Papa Francesco, purtroppo, ma non disperiamo che in futuro possa sorprenderci anche su questa annosa materia.

Tornando a quello che nell'enciclica, invece, c'è scritto, il Papa riconosce che tecnologia e progresso possono eliminare la sofferenza e creano bellezza (in un passaggio loda persino la bellezza di grattacieli ed aeroplani). Ribadisce la necessità di collaborare e supportare la scienza e la ricerca per risolvere i problemi di cui sta parlando. Ma rimane uno scetticismo di fondo, un luddismo malcelato. Si afferma che "l’economia ha favorito un tipo di progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine" (128). Si palesa una nostalgia per i tempi passati, per i tempi in cui l'uomo sì manipolava e interveniva sulla natura, ma senza dominarla;  per le coltivazioni tradizionali, rese non profittevoli dalle economie di scala (129), senza chiedersi neanche per un minuto quanto le condizioni di lavoro dei contadini di un tempo fossero migliori di quelle di un lavoratore odierno. Il Papa, per esempio, pur ammettendo che non esiste fondamento scientifico alla pericolosità degli OGM, sostiene sono causa della concentrazione delle terre produttive nelle mani di pochi e della trasformazioni di piccoli produttori in precariato salariale urbano (usa proprio la parola "precario", e ci chiediamo come sia stata tradotta nelle altre lingue dove il concetto è inesistente) (133). Quanto è precario, al confronto, lo stile di vita di un piccolo agricoltore senza accesso a mercati assicurativi e finanziari, soggetto alle vaghezze dell'atmosfera? Il Papa, invece, preferisce introdurre subito lo strawman della cattiva finanza, fonte di tutti i mali (si comincia la numero 20, poi 34, 56, 189 e diversi altri).

Concludendo, l'enciclica ha il pregio di richiamare l'attenzione di tutti sul problema ambientale, ricordando in particolare ai credenti che la cura del creato è un dovere che ha un fondamento non solo etico ma anche teologico. Tuttavia l'enciclica fa grossa confusione sulle cause e sulle soluzioni. Rimane l'invito sincero del Papa a cambiare abitudini, consumare/inquinare meno, redistribuire di più. Questo è il suo lavoro, e lo fa anche bene. Purtroppo però le aspirazioni, i desideri della gente non sono facilmente plasmabili. Si fa finta di non capire che anche un modesto interesse per il benessere dei più poveri richiederebbe massicce redistribuzioni di reddito, e che ridurre i consumi pro-capite anche ai livelli del 1960 non comporterebbe né un grande beneficio per l'ambiente (visto che siamo 4 miliardi in più di allora) né un miglioramento delle condizioni di vita in Sud America o in Africa. Insomma, il problema è più complicato, e la soluzione, se c'è, pure.

33 commenti (espandi tutti)

Sì, un aspetto non trattato è quello della crescita impetuosa della popolazione ed i suoi risvolti sul pianeta. Prima di quello pero' c'è un aspetto connesso che si manifesta proprio all'inizio dell'enciclica. Avevo iniziato a leggerla in giugno, imbattendomi subito in questo passaggio:

Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla

Mi sono subito chiesto se non fosse proprio la cultura giudaico-cristiana ad aver instillato nelle coscienze la credenza che noi fossimo destinati a  crescere e prolificare e dominare sul mondo.
La Bibbia proprio all'inizio (Genesi) parla chiaro:

26] E Dio disse: "Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra".

[27] Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò.

[28] Dio li benedisse e disse loro:
"Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente,
che striscia sulla terra".

Queste (e notate l'uso dell'imperativo) sono parole adatte ad un mondo contadino, come poteva essere migliaia di anni fa. Bergoglio poi chiarisce che il testo non va preso alla lettera (oggi col senno di poi) e che noi siamo solo custodi di qualche cosa che appartiene al Signore. Precisa che anche se "è vero che qualche volta i cristiani hanno interpretato le Scritture in modo non corretto, oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature".

Il punto pero' rimane che tutta la visione biblica è orientata al mondo agricolo, non indistriale e postindustriale. E sono questi ultimi due che hanno permesso lo sviluppo umano dell'ultimo secolo. Quanto alle esternalità negative, andrebbero anche considerate quelle positive. Il fatto appunto che dalla fine del 1800 ad oggi la popolazione sia quadruplicata dovrebbe essere per la religione cristiana un fatto positivo. Ma o non se ne parla o se ne disconoscono le cause.

è quadruplicata dal 1800.
Ma in seno alla Civiltà Occidentale è in corso un drammatico collasso demografico, che proprio in Italia è più grave che altrove.
Questo fatto può non interessare alla prospettiva ecumenica del Papa, ma a noi una qualche piccola riflessione dovrebbe forse ispirarla.

La curva demografica in Italia e nei Paesi piu'avanzati tende ad una sostanziale stabilita'numerica della popolazione. Proprio non riesco a capire perche'questo venga visto come negativo. E'la strada che nel lungo termine e'lúnica che ci si para davanti per non devastare questo nostro pianeta

http://www.spacex.com/

ou bien
pour sauver la planète, sortez du capitalisme (par Hervé Kempf)
http://www.alternatives-economiques.fr/pour-sauver-la-planete--sortez-du...

Vengono in mente anche le parole di Keynes (we are capable of shutting off the sun and the stars because they do not pay a dividend.)

Sul Libero Arbitrio, Pico De La Mirandola,,,,ma di blablablablala....next steps? Costi? benefici? Taluni sono passati allo 'shale-gas/fracking-$', modello davvero efficiente...

Articolo secondo me troppo indulgente, parlo da cristiano-cattolico non credente, ma se fossi credente la penserei allo stesso modo. Mi spiego, molto in breve. Il principio etico basilare del cristiano – ama il prossimo tuo come te stesso – si traduce, a livello di politiche socio-economiche, in un principio di altruismo radicale, orientato a conseguire il bene comune di tutti quanto più possibile, a qualsiasi livello comunitario, fino alla comunità umana planetaria (che grazie alla globalizzazione è sempre meno una vuota astrazione). Fin qui tutto ovvio credo. Il punto è: perseguire il bene comune realisticamente, cioè sulla base di ciò che sappiamo su come funzionano gli esseri umani, le società, le economie, ecc., cioè sulla base delle scienze sociali? O invece basandoci sulle nostre fantasie riguardo a come dovrebbe essere una società ideale? La prima opzione è l’etica della responsabilità, la seconda è l’etica delle intenzioni e dei principi, e a me sembra un’etica irresponsabile, non seriamente orientata al bene comune. L’enciclica è su questa seconda linea e mi sembra incompatibile con un atteggiamento seriamente cristiano – l’atteggiamento che invece traspare dalle considerazioni di Moro e Zanella. Non capisco perché un cristiano -- specialmente nella posizione di responsabilità di un Papa -- non debba sforzarsi di essere, nel suo altruismo radicale, quanto più possibile intelligente e scientificamente aggiornato, come chiunque altro. Invece le tesi dell'enciclica si appoggiano solo a documenti pastorali e ai testi di un fine filosofo e teologo della prima metà del novecento, Romano Guardini, che sapeva ben poco della società e dell'economia del suo tempo, figurarsi di quella di oggi. 

Con tutta la mia simpatia per Bergoglio, che apprezzo (con misura) per varie altre cose.

Guarda, la cosa che ho trovato curiosa del testo sono le numerose citazioni. Sembra un testo scientifico, ogni affermazione importante ha una nota. Poi vai a leggerla, e scopri che è un documento pastorale, una lettera di un consiglio episcopale sudamericano, etc... ma insomma l'esigenza di affidarsi ad altre fonti, di trovare conferme esterne, c'è, e mi pare sia cosa nuova (non ho letto molte encicliche, ma non ricordavo cose simili). Poi resta vero quello che dici, ma come segnale lo trovo interessante, non so se Giulio concordi,  forse dovevamo farlo notare.

anch'io le ho notate con piacere, poi vai a leggerle e scopri che sono del tipo "come diceva sempre mio zio buonanima", che delusione! La ricerca di conferme esterne proprio non ce la vedo. Tanto più che le tesi dell'enciclica riguardano questioni su cui c'è una letteratura scientifica formidabile. E tu, buon Bergoglio o chi per te, ti scomodi solo per cercare un documento dei vescovi boliviani o un testo di filosofia che ti è piaciuto da adolescente o al seminario. Si può essere cristiani in un altro modo, credo, come lo siamo in tanti, anche senza essere Papi.

Sarà che sono giovane, non ho mai letto un eniciclica e fatico a comprenderne il potere, ma io ho trovato il tutto abbastanza anacronistico. Mi trovo d' accordo con le considerazioni fatte da NfA, ma secondo me l' avete smontata, in fin dei conti l' argomento principale è il problema ambientale:

Sbaglia ad individuarne le cause , non individua attori e soluzioni lontanamente efficaci o praticabili, cosa ne rimane? la chiesa cattolica si è accorta del problema ambientale ? beh benvenuti nel nuovo millennio... 

In Inglese: temporary ("The most vulnerable of these become temporary labourers, and many rural workers end up moving to poverty-stricken urban areas");
In Tedesco: im Prekariat ("Die Schwächsten werden zu Arbeitern im Prekariat, und viele Landarbeiter ziehen schließlich in elende Siedlungen in den Städten");
In Spagnolo: precarios ("Los más frágiles se convierten en trabajadores precarios, y muchos empleados rurales terminan migrando a miserables asentamientos de las ciudades");
In Francese: précaires ("Les plus fragiles deviennent des travailleurs précaires, et beaucoup d’employés ruraux finissent par migrer dans de misérables implantations urbaines").

Dalle traduzioni, sembra che solo in inglese non esista il concetto di precariato, anche se ovviamente le sfumature possono essere diverse.

Infatti. In paesi dove il tempo "indeterminato" significa che ti possono mandare via in ogni momento nel giro di un quarto d'ora, il "precariato" sarebbe un privilegio.
Ed in scarsità di manodopera, o semplicemente di frequente turn-over (USA) lo sarebbe per il datore di lavoro.
Piuttosto, mi chiedo perché non sia diffuso il cottimo, in alternativa al precariato. E se è permesso, perché è limitato il "lavoro a progetto"? Cioè, a parte per i professionisti. E per i "lavoratori autonomi" o "imprese individuali". Non mi addentro oltre . . . laddove il lavoro non è libero, ma regolamentato da corporazioni e sindacati, il diritto diventa labirintico.

io direi short-term contract che però non ha l'accezione negativa che ha assunto il termine in Italia

Credo che la spiegazione "classica" sia che il lavoratore è generalmente più avverso al rischio dell'imprenditore, quindi è più efficiente che sia l'imprenditore ad assumersi il rischio (per esempio, shock della domanda, bassa richiesta di lavoro). Ovviamente il cottimo implica anche inefficienza in caso di difficoltà di monitorare lo sforzo del lavoratore.

e', testualmente, che tra lavoratore ed imprenditore vi sia una disparità di forza contrattuale.

La parte "forte" è l'imprenditore, mentre quella "debole" è il lavoratore.

E' questa, da sempre la giustificazione dell'esistenza dei sindacati (l'unione fa la forza) ed anche degli scioperi (che sono una palese violazione contrattuale). E dell'illegalità della "serrata". E, per estensione, dell'origine sindacale e corporativa del diritto del lavoro.

In realtà, tra l'individuo singolo ed il gruppo organizzato, la parte debole è sempre l'individuo singolo.

E lo sciopero dovrebbe essere giustificato solo in presenza di azioni arbitrarie lesive del diritto da parte del datore di lavoro. Invece, siamo arrivati agli scioperi "contro la crisi".

La spiegazione "classica" di tutto ciò, purtroppo, è stata persa.

Perché? Perché le fondamenta del nostro diritto (la costituzione) sono state scritte da un branco di demagoghi ignoranti (salvo poche grandi eccezioni - leggi Einaudi).

Dateci qualche annetto e costruiremo i reattori a fusione nucleare che risolveranno tutti i problemi (specialmente se quelli che ci lavorano, come il sottoscritto, smettono di andar su internet e tornano a fare i conti :D ).

Dài

kaapitone 22/9/2015 - 10:25

Ma ci riuscite davvero? Senza scherzi, la fusione nucleare economicamente sostenibile sarebbe la rivoluzione della politica mondiale più importante dopo il motore a scoppio...

...si', anche se onestamente ci sono diverse criticita' sulle quali non mi dilungo. Il problema sono le tempistiche. Se non ci sono ritardi, il primo reattore dovrebbe entrare in funzione nel 2050 (parlo di fusione a confinamento magnetico, quella di cui mi occupo io e che al momento attuale e' la piu' avanzata fra le varie tecnologie).

Non è un reattore ma un sistema di test.
Sentivo che è stato attivato in luglio.
Passo importante?

Wendelstein 7-X

Wendelstein 7X dovrebbe iniziare quest'autunno la prima campagna sperimentale. Si tratta di un cosiddetto stellaratore, una macchina per il confinamento magnetico del plasma inventata dagli statunitensi.

Il primo reattore a fusione in grado di produrre energia - quello che dovrebbe entrare in funzione nel 2050 - è invece di tipo Tokamak, una macchina un po' diversa ideata dai sovietici più o meno negli stessi anni. Al momento i tokamak sono le macchine con migliori performance, e infatti la ricerca punta maggiormente su questa concezione. Gli stellaratori continuano tuttavia ad essere studiati perché, pur avendo prestazioni assai inferiori, non hanno almeno in teoria limiti sulla durata della scarica, mentre il tokamak è intrinsecamente intermittente.

Vedremo Wendelstein 7X cosa sarà capace di fare. Ma al momento, un reattore di tipo stellaratore non è in previsione.

Mattia visto che "perdi tempo" su Internet perchè non scrivi qualcosa di intellegibile sullo stato dell'arte della fusione nucleare ? C'è una sezione nFA Bib scienze, non so per  i redattori, ma l'argomento è interessantissimo (beh io ricordavo di aver letto tempistiche migliori, ma la memoria umana è fallace per definizione) e quanto mai attuale: sapere che nel 2050 (o giù di lì) saremmo in grado di abbandonare l'energia fossile per produrre elettricità significa che fra trent'anni una parte delle le blue chips saranno carta straccia (a meno che non costruiscano loro le centrali a fusione), significa che ci potrebbero anche essere sconvolgimenti geopolitici non da poco.

Chiedo anche ai redattori se un post del genere, per quanto proiettato nel futuro, non possa essere interessante.

Mattia ha scritto un ottimo post sull'argomento, apparira' a breve.

non neghiamolo: il dibattito sull'energia  vede partecipi tantissimi in rete, con un numero di interventi inversamente proporzionale alle competenze teoriche e pratiche. chi non sa cambiare una lampadina e confonde energia e potenza, però  discute con passione di dispacciamento e gigavolt.

insomma noi lettori, come si raccomandava sempre agli italiani all'estero,  non facciamoci riconoscere! almeno su nfa ci sono esperti veri.

Abbandono momentaneamente le vesti di "lurker" per unirmi alla richiesta di Marco Esposito. L'argomento è importantissimo anche se proiettato nel fututo e sarebbe molto bello un articolo sullo stato attuale del progetto qui su nfa. Anche perchè conto che darebbe luogo ad interessanti approfondimenti nei commenti. Quindi se volessi scriverlo ti saremo eternamente debitori (che come frase suona molto bene ma significa che non riceverai nulla in cambio :-) ...tranne la nostra stima).

Oh, grazie mille dell'interesse. Lo faccio volentieri, devo solo chiarire un paio di aspetti burocratici con il mio capo . Mi faro' vivo quanto prima Buon fine settimana

Per coincidenza, ieri e' appena uscito l''ultimo numero della New York Review of Books, dove Nordhous, un famoso economista ambientale, recensisce l'enciclica piu' o meno con contenuti simili ai nostri, sottolineando un punto su cui abbiamo un po' sorvolato. E cioe' che il papa sorvola o e' scettico sull'efficacia di alcune soluzioni di mercato: trade emissions e cap-and-trade. 

In generale, come non condividere un giudizio che è poggiato su basi razionali piuttosto che sentimentali?

Tuttavia, temo, è una illusione credere all'esistenza delle: “troppe manine inesperte ma trasudanti zelo”. E aggiungerei per conto mio: purtroppo.

Le encicliche non sono documenti a sfondo scientifico e con scopo scientifico, si sviluppano soprattutto sul piano dei sentimenti e delle buone disposizioni, è evidente che su questo terreno è la scienza ad essere il bersaglio d'elezione, come tuttavia è anche implicita la consapevolezza di fare la figura del cane che abbaia alla luna. Ma che tutto questo: la scelta delle parole, degli argomenti, degli interlocutori, degli avversari, venga fatto da manine sprovvedute è solo una speranza destinata ad essere delusa.

Comunque sia, è più seria una risposta tecnica come questa che si mantiene dentro un ambito definito e specifico che una interpretazione come quella di Luttwak che parte, lancia in resta, come Don Chisciotte contro i mulini a vento. Ma va perdonato, è inesperto, come Bismarck.

rivedendo la dottrina per cui sarebbe volere di Dio che le persone si riproducano in modo del tutto incontrollato.

Non è vero che la dottrina della Chiesa afferma che "sarebbe volere di Dio che le persone si riproducano in modo del tutto incontrollato" [maiuscolo mio]. Questo è un luogo comune spesso basato sulla presunzione che essere contrari all'uso di contraccettivi implichi sostenere che le persone debbano riprodursi in modo incontrollato. Ma l'implicazione è falsa. Anche all'interno della dottrina della Chiesa esistono dei mezzi leciti per una genitorialità responsabile: i cosiddetti metodi naturali.

Caro Francesco,

Conosco bene la dottrina dei cosiddetti "metodi naturali". Se ci pensi attentamente concorderai con me (e con molti teologi) che si tratta di una dottrina contraddittoria: o la maternita' e paternita' si possono responsabilmente controllare, e allora vanno bene anche i metodi "non naturali",  oppure no, e allora non vanno bene neanche i "metodi naturali". Dire che questi ultimi vanno bene perche' ce li da' natura e' una ridicola foglia di fico. La natura ci ha dato anche l'intelligenza per sviluppare metodi "non naturali".

Caro Giulio,

grazie per la tua gentile risposta, ma non mi trovi concorde sulla questione della contraddizione (così come non trovi concordi molti teologi :-) )

Non vi è contraddizione perché il fine di un controllo responsabile della paternità/maternità non giustifica necessariamente qualsiasi mezzo per raggiungerlo: ci sono mezzi buoni - quindi leciti - e mezzi non buoni - quindi illeciti.

Ora non vorrei andare off-topic rispetto al tema dell'enciclica, dilungandomi su cosa discrimini un mezzo buono da uno cattivo (di sicuro c'entra poco o nulla il fatto che alcuni metodi siano "artificiali" e altri no: gli elementi discriminanti sono ben altri): mi interessava solo sottolineare che non vi è necessariamente contraddizione perché un fine potenzialmente buono non giustifica qualsiasi mezzo per raggiungerlo. Se sei interessato, possiamo discuterne volentieri. Io non sono un esperto di etica, ma ho riflettuto parecchio su questo tema specifico perché riguarda molto da vicino delle scelte di vita che ho fatto tempo fa.

Buona giornata!

fRa

All’ONU il nostro simpatico Papa ha detto: “i governanti devono fare tutto il possibile affinché tutti [grassetto mio] possano disporre della base minima materiale e spirituale per rendere effettiva la loro dignità e per formare e mantenere una famiglia, che è la cellula primaria di qualsiasi sviluppo sociale. Questo minimo assoluto, a livello materiale ha tre nomi: casa, lavoro e terra”. Tre parole che campeggiano nei titoli dei media di mezzo mondo.

Terra?!? Io sono benestante, ho la proprietà di qualche appartamento, ho un discreto gruzzolo di titoli e un buon reddito, ma non ho un metro quadro di terra. Devo reclamarla per non restare privo della mia “base minima materiale”?. Come si può prendere sul serio Uno che fa simili sparate dal podio dell’ONU? Forse ha in mente un mondo pre-industriale immaginario, che mai è esistito e mai esisterà.

Nell’enciclica “Laudato si’” Bergoglio scrive: «Ogni contadino ha diritto naturale a possedere un appezzamento ragionevole di terra, dove possa stabilire la sua casa, lavorare per il sostentamento della sua famiglia e avere sicurezza per la propria esistenza.» Forse pensa che dobbiamo essere tutti contadini? O, non prendendo alla lettera la sparata dal podio dell’ONU, che chiunque lavori in agricoltura debba essere un (piccolo) proprietario terriero?!?

Purtroppo queste assurdità hanno grande risonanza, influenzano tanti, e non ho ancora visto sui media un commento critico al riguardo.

Mio figlio mi suggerisce ora che con "terra" il Papa abbia inteso qualcos'altro, ad esempio una cittadinanza. Mi sembra implausibile, ma forse sono io che non capisco.

1. Al di là delle parecchie osservazioni analitiche condivisibili, mi pare che la recensione sconti un problema di, come dire, 'genere letterario': è possibile recensire un'enciclica come se fosse un testo di economia, che cioè argomenta portando prove dalla letteratura scientifica? Gli autori lo mettono implicitamente in dubbio all'inizio, quando scrivono "il Papa parla alle coscienze del suo popolo e a quelle di chi lo ascolta senza pregiudizi, cercando di persuadere…" ma poi, come forse inevitabile, procedono lungo la strada delle loro competenze (un approccio diverso, e che a me sembra più appropriato, in M.Salvati, http://www.rivistailmulino.it/news/newsitem/index/Item/News:NEWS_ITEM:2957), come hanno peraltro tutto il diritto di fare.

Ma a prezzo di non capire il perché di alcune apparenti stranezze:

- le citazioni (sì, ci sono anche nelle altre encicliche, anche di altri papi), che sono abitualmente passi della Scrittura o del precedente Magistero, e non hanno lo scopo di appoggiare l'argomentazione di uno studioso singolo, ma quello di mostrare che un papa - cioè il responsabile di una comunità - è in comunione con la sua chiesa (e lo sa il cielo quanto Francesco ne abbia bisogno…).

- L'anonimato dei collaboratori: che ha lo scopo (il che non vuol dire che io, da fedele, sia d'accordo su questa prassi) di 'dire' che quella certa affermazione non è l'opinione dello studioso x, ma viene fatta propria dal papa o dal vescovo di turno (peraltro, ad esempio, nel documento della Conferenza Episcopale Tedesca citato al numero 49 dell'enciclica gli autori sono elencati con cura; ma si sa che i tedeschi sono sempre più avanti di noi, specie nel fare motori alle automobili…).

(segue)

Rispondo qui anche al commento che segue dello stesso autore, visto che l'argomento è in parte lo stesso

L"enciclica non si limita a fornire una giustificazione "teologica" alla cura per l'ambiente. C'è un lungo capitolo che si occupa di questo, e che non abbiamo commentato. L'enciclica però è anche un documento che fornisce precise implicazioni politiche, e lo fa con la pretesa di derivarle da fatti discussi dalla comunità scientifica. Su questo abbiamo credo il diritto/dovere di critica. 

Se sia la disuguaglianza a creare, o ad esacerbare, il problema ambientale, come afferma il papa, io credo questa sia una domanda di notevole interesse scientifico, su cui (forse) esiste una letteratura. La citazione della conferenza episcopale è del tutto inadeguata: il vescovo ha visitato la parrocchia e ha visto al contempo povertà e degrado ambientale. Probabilmente vero, ma questo non prova nulla. Per esempio, aneddoto per aneddoto, i cinesi sono più ricchi di 20 anni fa, e con quei soldi si possono permettere uno stile di vita (auto, condizionatori, consumi etc...) che rende le loro città invivibili dal punto di vista ambientale. Quindi è la povertà o la ricchezza a creare inquinamento? Non è chiaro e certamente non è la parola di una conferenza episcopale che può convincerci. Per questo ci sarebbe piaciuto vedere alcune fonti scientificamente autorevoli che ci dimostrassero la correlazione fra disuguaglianza e inquinamento. 

PS anonimato: il papa e i suoi collaboratori hanno tutto il diritto di svelare quanto vogliono del processo formativo del documento, ovviamente. Altrettanto ovviamente, questo comporta dei costi, che abbiamo sottolineato. 

2. Un altro punto della recensione che a mio parere andrebbe riconsiderato è quello che Francesco definisce "ecologia integrale" al capitolo IV.

Moro e Zanella citano uno dei passi cruciali, al n.3 del loro riassunto ("Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale, §139"), ma il tema del maggior peso che il problema ecologico esercita sui poveri (privati e paesi) torna a più riprese nel capo I, ad esempio ai §§ 25, 29-30, 48, 51-52, con citazioni da documenti dei vescovi degli USA, dell'Argentina (Patagonia), del Consiglio Giustizia e Pace, di una commissione della Conferenza Episcopale Tedesca ("Der Klimawandel trifft nicht alle in gleicher Weise. Je ärmer und schwächer die Menschen sind, desto geringer sind ihre Möglichkeiten, den Folgen des Klimawandels auszuweichen", n.41), eccetera.

Perciò mi sembra inesatto quanto afferma la recensione a proposito del § 48: "L'enciclica… confonde un po' le carte in tavola cercando di sostenere che il problema dell'inquinamento è soprattutto un problema di redistribuzione delle risorse ai giorni nostri, in particolare fra paesi ricchi e poveri. È uno dei passaggi più arditi e meno convincenti, purtroppo supportato dalla sola citazione di un documento della Conferenza Episcopale Boliviana. Se davvero non esiste niente di scientifico sul tema allora l'argomento è davvero campato per aria."

Che cosa si intende per "scientifico"? Ovviamente, qui non c'è un approccio teorico/deduttivo, non ci sono dati numerici precisi (perlomeno nel testo dell'enciclica; nei documenti soggiacenti, chissà) e neppure una "indicazione precisa su come superare (gli ostacoli)" (Salvati). L'enciclica tuttavia cita fatti (o meglio classi di fatti), col supporto della documentazione fornita dai vari episcopati (non solo quello boliviano), cioè da chi è a contatto con i problemi sul campo e da chi riceve le lamentele delle popolazioni coinvolte. Forse questa è un'altra possibile accezione di "scientificità".

Comunque sia, mi sembra difficile negare che ad esempio l'inquinamento da mercurio nelle miniere d'oro (citato al § 51) crei un nesso tra chi ha fruito dell'oro e chi si è tenuto l'inquinamento, e mi sembra verosimile che questa divisione corrisponda alla divisione tra "paesi ricchi e poveri".

Il dato di fondo è che sui poveri e sui paesi poveri gli effetti della crisi ecologica sono più gravi, e che in linea di massima noi non ce ne rendiamo conto o ce ne rendiamo conto poco (§ 49). Questa è se vogliamo una provocazione perlomeno a riflettere sul tema, valida credo anche per gli economisti.

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