Geografia economica in tre grafici ed una tabella

18 marzo 2010 fabio scacciavillani

Anche senza scomodare la memoria di Chou-Enlai, forse è un po' troppo presto per fare il bilancio di quel processo di integrazione economica e finanziaria che chiamiamo colloquialmente globalizzazione. Erano in molti a collegare il fenomeno a una estensione della supremazia del modello anglosassone. Invece la globalizzazione ha rimescolato le carte, favorendo l'ascesa di alcuni paesi poco democratici che hanno acquisito un'influenza planetaria. La scala del ribilanciamento, soprattutto dopo la crisi del 2008-09 non sempre è percepita nelle sue dimensioni e nelle sue implicazioni. Questo post fornisce alcuni dati sintetici (senza la pretesa di essere esauriente) che aiutino a comprenderne la portata.

Dopo la caduta del Muro di Berlino era opinione prevalente che gli Stati Uniti spingessero sull'acceleratore del libero commercio e dei movimenti di capitali come strumenti per consolidare la propria egemonia economica e di riflesso la propria influenza geopolitica. Non solo i fautori, ma anche gli avversari di destra (i populisti alla Tremonti o Le Pen) come di sinistra (Naomi Klein, i No-Global, gli anti WTO, gli "anti-Washington consensus" etc.) avevano diffuso la nozione che rapporti economici, commerciali e finanziari più stretti tra aree geografiche remote avrebbero esteso e rafforzato l’influenza dell’unica superpotenza rimasta. La deregolamentazione finanziaria, la liberalizzazione degli scambi, le telecomunicazioni, le nuove tecnologie e l’informazione 24/7 diffusa dai satelliti sarebbero state le ali sulle quali questo processo avrebbe spiccato il volo.

 

Pochi avevano intuito che la cosiddetta globalizzazione innescava un processo complesso e multiforme dalle mille sfaccettature, e quindi ingovernabile, che favoriva l'ascesa di paesi molto popolosi e poveri, ma anche poco abituati alla democrazia. Le attività economiche, in primo luogo manifatture tradizionali, logistica, trasporti, energia si sono frammentate e ricomposte in una miriade di interrelazioni che hanno ridisegnato la mappa del potere economico. Della globalizzazione (almeno finora) si sono avvantaggiati in termini relativi proprio quesi paesi, Cina in testa, che sembravano il terreno di conquista. Insomma, a dispetto dei ruoli assegnati nella sceneggiatura, le comparse sono diventate protagoniste.

 

Cominciamo dalla Tabella. Quando ero studente, nei corsi di finanza si imparava che Wall Street da sola valeva circa due terzi della capitalizzazione delle borse mondiali. Il resto era composto dai mercati dei paesi avanzati, Londra, Tokio, Francoforte, Parigi, Sydney, Milano etc. mentre i paesi che allora ancora si chiamavano sottosviluppati raccoglievano qualche briciola.

 

Verso la fine del secolo scorso, nonostante l'America fosse considerata l'unica superpotenza e la sua economia crescesse a tassi (un po' amfetaminizzati) che suscitavano l’invidia dell'Europa stagnante, la capitalizzazione di Wall Street arrivava a coprire meno della metà del totale mondiale. La fiammata delle dotcom spinse questo rapporto a toccare il 50% esatto, ma da allora il declino è stato inesorabile. L’anno scorso Wall Street ha contato per  poco più di un quarto della capitalizzazione mondiale. Per le borse degli altri paesi sviluppati la discesa è stata meno brutale, dal 46% al 41%.

 

I mercati emergenti (alcuni dei quali sono ormai emersi del tutto e respirano a pieni polmoni) hanno quadruplicato la loro quota di capitalizzazione mondiale in dieci anni raggiungendo quasi un terzo del totale. Tra questi, i quattro più grandi (Brasile Russia India e Cina da cui l’acronimo BRIC) da soli contano per quasi un quinto. Il sorpasso dei BRIC su Wall Street dovrebbe realizzarsi nel corso di questo decennio.

 

Composizione dei Mercati Azionari per Aree Geografiche

 

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

2007

2008

2009(E)

Capitalizzazione Borse Mondiali

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

100%

USA

46%

47%

50%

47%

45%

43%

39%

36%

31%

33%

28%

Paesi Sviluppati

46%

45%

41%

42%

44%

44%

44%

44%

41%

41%

41%

Paesi Emergenti

8%

8%

9%

11%

12%

13%

16%

20%

28%

26%

32%

BRIC1

2%

3%

3%

3%

4%

4%

6%

9%

17%

15%

19%

Altri Emergenti

6%

5%

6%

7%

7%

9%

11%

10%

11%

11%

13%

1 Brasile, Russia, India, Cina

Fonte: Standard and Poors

 

I mercati sono però solo il risvolto più facilmente misurabile. Per ottenere una sintesi della trasformazione in atto, Danny Quah della London School of Economics ha calcolato il centro di gravità economico come la media ponderata delle coordinate geografiche delle maggiori città mondiali (con pesi proporzionali al reddito della loro popolazione). Per i pignoli, Quah ha selezionato 692 località ed agglomerati urbani tra quelli con popolazione superiore al milione ed i dettagli sono disponibili qui.

 

Il grafico in basso mostra che nel 1976 il centro di gravità si trovava nelle acque del Nord Atlantico, negli anni successivi ha attraversato l’Europa e nel 2003 si è avvicinato a Mosca. Se fossero disponibili dati più aggiornati, credo che il baricentro lo individueremmo grosso modo in movimento verso la parte meridionale delle steppe siberiane.

 

Fonte: Quah, Danny “THE SHIFTING DISTRIBUTION OF GLOBAL ECONOMIC ACTIVITY” LSE Working Paper, October 2009

La crisi del 2008-09 ha semplicemente impresso un'accelerazione a questo processo di ribilanciamento dell'economia mondiale, producendo uno smottamento tettonico dell'influenza economica. Il secondo grafico mostra i dati storici e le previsioni fino al 2012 pubblicate il mese scorso dal Fondo Monetario Internazionale per l’aggiornamento del World Economic Outlook. Si può essere più o meno d’accordo sui numeri, ma il nocciolo della questione è il divario nei tassi di crescita che scandisce il tragitto del baricentro. I maggiori paesi emergenti hanno rallentato in seguito alla crisi, ma non hanno subito il tracollo che si e'  manifestato nei paesi avanzati.

Sfido chiunque a sostenere che due anni fa avrebbe previsto, con una caduta del Pil americano, giapponese ed europeo nell'ordine del 5%, una crescita del Pil cinese dell'8% e di quello indiano del 7% (ecco il rapporto sull'India dell'IMF). Questo secondo me è il dato davvero incredibile.

Nel 2013 secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale la porzione del Pil mondiale (calcolato in modo da riflettere il potere di acquisto in ciascun paese) prodotta dai paesi emergenti sarà leggermente superiore a quella prodotta dai paesi sviluppati, vale a dire il 50,6% contro il 49,4%. Nelle economie emergenti la quota di investimenti sul Pil aumenterà dal 25% nel 1993 a quasi un terzo nel 2010. Nei paesi avanzati tale quota scenderà dal 22% nel 1993 al 18% nel 2010.

 

 

 

 

Fonte: Fondo Monetario Internazionale, Aggiornamento del World Economic Outlook, Gen. 2010

 

In definitiva, la geografia economica nel XXI secolo verrà ridisegnata -- sull’onda delle macro tendenze demografiche -- dalle classi medie che stanno solidificando la propria ascesa in Estremo Oriente (e in misura minore in India e nel Medio Oriente). L’Occidente (insieme al Giappone) vecchio e rivolto al passato, si illude ancora di mantenere -- senza troppi sacrifici -- il benessere raggiunto dalle generazioni precedenti. Una larga fetta dell'elettorato si risveglia dal letargo solo quando si tratta di difendere pensioni (insostenibili) e affonda la testa sotto la sabbia appena si parla di futuro, in una specie di andreottiano rito collettivo di rimozione della realtà e delle responsabilità.

 

Non lasciano ben sperare gli umori di una classe media occidentale impoverita -- illusa prima dai debiti privati e ora dai debiti pubblici -- che si affida ai parolai, variamente catalogati di destra o di sinistra (o del nulla, come Tremonti), che attribuiscono la colpa alla Cina, agli immigrati, alle multinazionali, ai banchieri, ai petrolieri, alle toghe rosse, all'Unione Europea, all'euro, al dollaro, a seconda della giornata e del pubblico. Mentre nessuno ricorda che il 2010 è l'anno in cui secondo la Stategia di Lisbona (lanciata dal Consiglio Europeo nel marzo 2000) l'Unione Europea sarebbe diventata la più competitiva e dinamica economia della conoscenza.

L’ultimo è un grafico 3D (la risposta degli economisti ad Avatar?) di Nordhaus e Chen che hanno sviluppato una base dati sulle attività economiche disaggregate per coordinate geografiche  (The G-Econ Database on Gridded Output: Methods and Data disponibile sul sito dell’Università di Yale). In pratica G-Econ riporta il valore aggiunto calcolato per ogni quadrato del reticolo di coordinate terrestri (esclusi i mari) ad una risoluzione pari ad un grado di latitudine e di longitudine. Gli istogrammi nelle regioni costiere della Cina sono ancora bassi rispetto a quelli nel cuore dell’Europa, ma sono tanti e diventeranno sempre di più, mentre l’India ed il Medio Oriente che ancora alla fine del XX secolo erano una distesa di varie tonalità azzurre, adesso vantano qualche sprazzo scuro. La geografia economica del XXI secolo sarà definita da quanto in alto svetteranno gli istogrammi tra il Golfo Arabico e Vladivostok.

 

 

Fonte: Nordhaus e Chen - The G-Econ Database on Gridded Output: Methods and Data

 

Per finire, qualche considerazione di geopolitica. L’ultimo G7 dell’Aquila in luglio si è svolto in una degna cornice. Tra le macerie materiali, si ragionava sulle macerie finanziarie provocate dalla bancarotta di Lehman e si è data pietosa sepoltura all’illusione (peraltro già da tempo in coma) che quattro europei, due nordamericani e un giapponese potessero continuare ad inscenare la periodica farsa del “Direttorio del Mondo”, nonstante questi vertici si risolvessero da tempo per lo più in inconcludenti comunicati finali di stile kafkiano. Il forum dove si discuterà seriamente del coordinamento delle politiche economiche internazionali sembra essere il G20. Non è ancora chiaro se questo consesso sarà meno inconcludente del G7 o quali procedure decisionali adotterà, chi ne influenzerà l’agenda, se sarà una mera foglia di fico per coprire le intese tra USA e Cina. Però è sicuro che se la Cina dovesse superare gli Stati Uniti per dimensioni dell’economia (cosa che accadrà intorno al 2020, se le tendenze attuali vengono confermate), sarebbe la prima volta da almeno un paio di secoli che la prima potenza economica del pianeta non è retta da un sistema costituzionale. E tantomeno democratico.

 

Insomma, la globalizzazione ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di individui ma, con il potere economico, aumenta anche quello geopolitico e di riflesso cambia anche il sistema di valori dominanti, di cui il sistema politico è spesso espressione. Alcuni pensano che con la decentralizzazione del sistema economico monti la domanda di libertà. Io nutro i miei dubbi. Da quasi 4 anni vivo in paesi a regimi autocratici e vado in giro per paesi a basso tasso di democrazia (uso un eufemismo), inclusa la Cina. Finché la pancia è piena e il benessere si diffonde la richiesta di diritti politici e civili rimane in secondo o terzo piano. Anche qualora circolino le notizie e siano tollerate le critiche. Quando le cose vanno male (o le disuguaglianze sono troppo smaccate) allora, forse, la gente si ribella. Ma non sempre le ribellioni portano democrazia e diritti civili. A me basta guardare sull'altra sponda del Golfo in Iran, oppure pensare alla Russia, e andando indietro al Nicaragua, alle tante rivoluzioni in Africa contro il colonialismo, e via discorrendo fino alla Rivoluzione Francese che produsse Robespierre e poi Napoleone.

40 commenti (espandi tutti)

Articolo interessante, faccio solo due commenti: certe inferenze erano possibili già prima della crisi. Per esempio, Accenture aveva già raggiunto queste conclusioni pre-crisi. Lo dico solo per sottolineare che se non si guarda alla sola finanza, i risultati non cambiano.

Punto secondo: nel campo delle relazioni internazionali, questi cambiamenti erano stati previsti da tempo (DAGLI STUDIOSI SERI). Gilpin (1981), Layne (1993), Waltz (1993 e 1999) e Mastanduno (1996) solo per citarne alcuni parlano dalla fine della guerra fredda di un riequilibrio geopolitico mondiale in atto.

Discalimer: il testo qui sotto è scritto con spirito un po' goliardico. Chi fosse sprovvisto di senso dell'umorismo (o della capacità di sopportare battute che trova poco divertenti) è pregato di astenersi.

Premesso che il secondo grafico non mi compare (problema mio?) vorrei farti notare che se tu o Danny Quah foste miei studenti e vi foste presentati con un grafico come il primo che hai presentato (quello sul baricentro economico) vi avrei rispediti in ufficio a rifarlo da capo!

Infatti quel grafico mette insieme un gran numero di gravi errori di presentazione che ne minano alla base la chiarezza per chiunque non sappia già cosa vuol dire. Innanzi tutto sugli assi non c'è scritto che grandezza viene rappresentata (anni? km? dollari?). Poi non c'è una legenda che spieghi cosa diamine sono i quadratini rossi. Una discussione sull'uso dei font nei grafici poi ci porterebbe lontano quindi ve la risparmio.

Insomma: il tutto sarà anche perfettamente chiaro per chi è del mestiere ma ti garantisco che un povero cristo a digiuno di queste cose che si mette sinceramente d'impegno a capire trova dei bei problemi ;-)

Eddai, mica sara' difficile, latitudine, longitudine e posizione geografica del baricentro economico. Certo, il fatto che si muova tra il nord atlantico e le steppe siberiane non depone a suo favore, e di fatto non aggiunge niente ai dati della tabella precedente. Ma qui ci sarebbe tutto un discorso da fare sulla scarsa utilita' dei momenti primi per descrivere distribuzioni multimodali e pure sulla metrica piu' adatta per rappresentare questi dati.

Se per te era così ovvio ne deduco che sono un po' zuccone io :-)

Però non mi dire che Livi o Politi ti avrebbero lasciato passare un grafico senza indicazioni sugli assi perché non ci credo!

p.s. Continuo a non vedere il secondo grafico. È un problema solo mio?

Continuo a non vedere il secondo grafico. È un problema solo mio?

anche a me manca il secondo grafico

In effetti una volta saputo che si tratta di una distanza, l'unita' di misura e' tutto sommato un aspetto secondario (importano a mio avviso solo le posizioni relative, ma capisco che alcuni possano essere confusi).

Ho scelto il grafico di Quah perche' l'ho trovato intuitivo. Lo inserisco spesso in presentazioni per un pubblico abbastanza variegato, a volte avvocati, a volte asset managers, a volte policy makers o funzionari pubblici e suscita sempre abbastanza curiosita'.

L'altro grafico, quello del mappamondo con gli istogrammi, invece e' interattivo, nel senso che se andate sul sito del G-Econ Database potrete far ruotare il globo e scegliere diversi gradi di risoluzione.Io ho scelto di mostrarlo dalla prospettiva del Golfo Arabico.

Questi strumenti di visualizzazione si stanno diffondendo grazie a programmi di gestione dati sempre piu' sofisticati e per quanto soggetti a critiche sul rigore della metodologia, sono molto efficaci per far comprendere ad un pubblico non specializzato fenomeni complessi.

Accetto lo spirito goliardico e nella stess vena aggiungo che il movimento del baricentro e' descritto seguendo una visione europeocentrica. Visto che la Terra e' rotonda un abitante delle Fiji (che ignori dove si trova Greenwhich) potrebbe arguire che il baricentro si sta spostando ad ovest.

Ad ogni modo i dettagli del calcolo e della metodologia sono reperibili nel paper.

sono particolarmente d'accordo con il finale; nessuno (forse con la parziale eccezione dei paesi anglosassoni) si è mai ribellato per la libertà; le rivolte, o le rivoluzioni, avvengono sempre in seguito a crisi economiche, alle quali la richiesta di libertà fornisce un corollario a volte fondamentale per gli sbocchi politici, ma sempre in seconda battuta; inoltre, se un domani ci dovesse essere una crisi in Cina, non è effettivamente detto che lo sbocco sarebbe una svolta "liberale", più probabilmente sarebbe nazionalista

tuttavia non sarei così pessimista per quanto riguarda l'Occidente; per l'Europa sì, ma credo che gli USA abbiano una grande capacità di rigenerazione, soprattutto nella ottimizzazione del "capitale umano"; non sono più un ragazzino e in vita mia credo di avere sentito il "de profundis" per l'America almeno una mezza dozzina di volte, dopodiché si è sempre rialzata più forte di prima

Ottimo scritto, Fabio.

Molto interessante. Sia perchè da una lettura della globalizzazione, come di un processo non meccanicamente riconducibile ad un processo di americanizzazione del mondo, in termini geopolitici (dal punto di vista culturale mi pare che ci sia stata) che era al nucleo di molte teorie delle relazioni internazionali "critiche", come quelle che ti ricordi all'inizio.

 Però è sicuro che se la Cina dovesse superare gli Stati Uniti per dimensioni dell’economia (intorno al 2020 se le tendenze attuali vengono confermate), sarebbe la prima volta da almeno un paio di secoli che la prima potenza economica del pianeta non è retta da un sistema costituzionale. E tantomeno democratico.

Su questo mi chiedo cosa potrebbe significare. Intanto, mi chiedo se è vero. E' sempre stato che i paesi più ricchi e produttivi sono sempre state democrazie costituzionali? Altra cosa. Il capitalismo richiede la tutela di diritti di proprietà il cui esercizio, in paesi come la Cina, deve essere tutelato nei riguardi dello stato. Il funzionamento, in termini di efficacia, del modello capitalista richiede quei diritti, e dunque una erosione dei poteri smisurati dello stato...quindi, si può sperare?

L'ascesa di una classe media, che ripeto, a quanto leggo anche in Cina si americanizza negli stili di vita, non comporta l'adozione di richieste sempre più estese di libertà. Ok: all'inizio è la soddisfazione di esigenze materiali, cioè reddito e crescita. Ottenuta quella, le classi medie cinese staranno in fabbrica  a fare straordinari? O non seguiranno il modello delle classi medie tempo libero/informazione/cultura?

Poi mi chiedo: qual'è il livello reale di istruzione cinese, specie dei giovani? Forse i cambiamenti culturali in termini di libertà politica non si sentono in Cina perchè la minoranza istruita dei giovani e che fa i PhD all'estero sono espressione diretta della elites comunista che governa. Sbaglio?

Poi c'è il discorso India. L'India è un democrazia. La democrazia più grande del mondo. Si dice sempre del G2 Cina-USA, ma mi pare (Andrea G., fammi sapere) che gli Usa, vedi semaforo verde all'atomica indiana, cerchino una sponda più con l'India democratica che con la Cina.

Altra considerazione. Europa sclerotizzata, OK. Giappone in crisi, pure. Però se tu metti insieme Anglosfera (USA, UK, Australia, Canada) e alleati storici (UE e Giappone), più come dicevo India, la proiezione dell'ideale democratico sul mondo è un fascio ancora potente. O no?

Da studioso di filosofia politica. La libertà politica funzione della crescita economica. Un fatto che solo a pensarci mi suona in testa a dirmi: l'unica filosofia politica decente è il libertarismo, che si prende cura della libertà nella piazza e nel mercato. O messa diversamente: i diritti, che aspirano ad una dimensione giustificatoria slegata dalla crudezza materiale di rapporti di forza economici, sembrano sorgere proprio da quelli.

Sulla strategia di Lisbona, che ricordi: urge velo pietoso. Ci vorrebbe quel lettore che scrive sempre dall'Europa a spiegarci: ma in quei bunker a Bruxells dove, SULLA CARTA, scrivete quelle trombonate tipo "entro il 2010 l'europà sarà...", ma non vi sentite come quello lì che in un bunker a Berlino, mentre tutto era perduto, continuava a spostare divisioni d'armata che esistevano solo nelle carte geografiche che aveva sul tavolo?

Altra cosa. Il capitalismo richiede la tutela di diritti di proprietà il cui esercizio, in paesi come la Cina, deve essere tutelato nei riguardi dello stato. Il funzionamento, in termini di efficacia, del modello capitalista richiede quei diritti, e dunque una erosione dei poteri smisurati dello stato...quindi, si può sperare?

E' gia' da sei anni che la tutela della proprieta' privata e' stata inserita nella costituzione cinese. Davvero credi che oggi in Cina viga il socialismo? Semmai il problema e' che parecchi capitalisti cinesi sono diventati tali tramite collusione con apparati del partito (o delo stato, che in Cina e' la stessa cosa). Ultimamente un'attivita' molto profittevole e' vendere miniere allo stato da parte dei privati che le avevano messe su: il prezzo spuntato dipende dalle connessioni con i burocrati delle amministrazioni locali (so di una persona che dichiara di possedere dieci Mercedes, una per se' e nove "in comodato" per altrettanti dirigenti di partito). Come risultato, guardati queste foto di un matrimonio in Shanxi.

Enzo, le tue informazioni sono di primissima mano.

Io però sull'Economist leggo regolarmente di sollevazioni di contadini e non solo che protestano perchè quei diritti non sono tutelati affatto e si procede con espropriazioni e vere e proprie truffe.

E il problema dei diritti di proprietà è un grosso problema. Dico ok la costituzione formale, ma c'è anche quella materiale, o no?

Io però sull'Economist leggo regolarmente di sollevazioni di contadini e non solo che protestano perchè quei diritti non sono tutelati affatto e si procede con espropriazioni e vere e proprie truffe.

E il problema dei diritti di proprietà è un grosso problema. Dico ok la costituzione formale, ma c'è anche quella materiale, o no?

Certo, ma gia' affermare un principio e' un grosso passo in avanti. Quello che succede con i contadini e' questo. Innanzitutto, i contadini cinesi NON hanno titolo legale sui terreni perche' la terra ancora non e' stata privatizzata, e lo stato e' latifondista unico. (Nota che questo in certa misura accade anche in altri paesi: ad esempio, in Inghilterra la terra e' di proprieta' ultima (allodium) della Corona, e al piu' i privati hanno titoli di "Freehold" o "Leasehold"). Le amministrazioni locali cinesi quindi espellono dai terreni i contadini pagando loro indennizzi basati sul valore per uso agricolo, cioe' bassissimo; effettuano poi un "re-zoning" passando i terreni ad aree fabbricabili, e li concedono in una sorta di Leasehold ai costruttori a prezzi molto piu' elevati. Queste operazioni sono molto profittevoli, e la differenza tra leases e indennizzi pagati ai contadini rappresenta una delle principali sorgenti di finanziamento per le amministrazioni locali -- senza contare che i costruttori sono spesso generosi in mazzette sottobanco agli amministratori locali...

Beh messa così sembra il solito giochetto delle speculazioni edilizie che fanno anche in location meno esotiche e più italiche: terreni agricoli venduti a due soldi, modifica del piano d'uso delle zone, conseguente edificabilità, periferie mostruose e mazzette. Le mani sulla città, insomma.

Ma io alludevo a cose più specifiche nella normativa, che intimoriscono anche gli investitori stranieri. Scusa se non sono preciso ma nn so come cercare gli articoli dell'economist on line che lo leggo solo cartaceo.

Ma io alludevo a cose più specifiche nella normativa, che intimoriscono anche gli investitori stranieri. Scusa se non sono preciso ma nn so come cercare gli articoli dell'economist on line che lo leggo solo cartaceo.

Mah, la situazione per gli investitori stranieri non puo' essere peggio di tanto, visto che la Cina e' uno dei piu' grossi recipienti di FDI (investimento estero diretto) -- anche se secondo me una buona parte di questo e' estero solo di nome, come dicevo qui.

E' sempre stato che i paesi più ricchi e produttivi sono sempre state democrazie costituzionali?

L'ascesa di una classe media, che ripeto, a quanto leggo anche in Cina si americanizza negli stili di vita, non comporta l'adozione di richieste sempre più estese di libertà. Ok: all'inizio è la soddisfazione di esigenze materiali, cioè reddito e crescita. Ottenuta quella, le classi medie cinese staranno in fabbrica  a fare straordinari? O non seguiranno il modello delle classi medie tempo libero/informazione/cultura?

Caro Marco, temo che la sfida principale del modello occidentale consista proprio nel capire se la Cina sia destinata o meno a democratizzarsi come conseguenza dello sviluppo economico.

Io inizio a temere di no, c'e' una profonda differenza culturale tra il mondo occidentale e quello orientale. Per farla semplice, la cultura cinese e' davvero altra rispetto al mondo occidentale di cui abbiamo esperienza diretta ed ha sempre privilegiato la societa' a discapito dell'individuo.

Nella visone sinocentrica, la Cina ha sempre dominato il mondo conosciuto, con l'eccezione di un due/tre secoli di momentanea decadenza. I cinesi non si sentono una potenza emergente, ma i legittimi proprietari del mondo che ne stanno ritornando in possesso. Inoltere sono una cultrura estremamente omogenea dal punti di vista etnico, contraria perfino alle piu' modeste iniezioni di multiculturalismo.

Esperienza personale: una mia antica conoscenza cinese -- una ragazza nata e cresciuta a Taiwan e poi trasferitasi in Francia -- si e' sempre considerata a) cinese b) favorevole alla riunificazione di Taiwan con la madrepatria. Totalmente impermeabile alle mie tipiche obiezioni occidentali, tipo che in Cina c'e' una dittatura e non mi sembrava il caso. Insomma, il concetto e' che la democrazia sia un po' sopravvalutata.

Vorrei tanto sbagliarmi, ma la Cina mi fa molta paura.

 

 

 

Io inizio a temere di no, c'e' una profonda differenza culturale tra il mondo occidentale e quello orientale. Per farla semplice, la cultura cinese e' davvero altra rispetto al mondo occidentale di cui abbiamo esperienza diretta ed ha sempre privilegiato la societa' a discapito dell'individuo.

Io credo che questo sia un grave fraintendimento, purtroppo diffusissimo in Occidente. Tra la decina o giu' di li' di scuole filosofiche classiche, solo la scuola Legalista sostiene l'assolutismo politico - e si sviluppo' in tempi molto antichi, nel terzo secolo AC, come supporto alla pratica politica della dinastia Qin, che duro' solo quindici anni. Delle due scuole principali, il Taoismo e' anarco-libertario, e il Confucianesimo e' assai piu' liberale di quanto venga comunemente rappresentato, specialmente in autori come Mencio (di questo ho gia' scritto altrove: vedi p.es. questo mio post su Usenet del 2002). 

Esperienza personale: una mia antica conoscenza cinese -- una ragazza nata e cresciuta a Taiwan e poi trasferitasi in Francia -- si e' sempre considerata a) cinese b) favorevole alla riunificazione di Taiwan con la madrepatria. Totalmente impermeabile alle mie tipiche obiezioni occidentali, tipo che in Cina c'e' una dittatura e non mi sembrava il caso.

A me pare che la tua conoscente abbia completamente ragione! Taiwan potrebbe benissimo negoziare un arrangiamento simile a quello in Hong Kong, in cui le liberta' civili sono garantite e l'autonomia amministrativa si estende a tutto quello che non riguarda politica estera e difesa. A parte cio', Taiwan ha tecnologia e capitali utili alla Cina, e la Cina ha manodopera a basso costo: a marriage made in heaven! Anzi, se fossi nei Taiwanesi io mi spiccerei, perche' la Cina sta progredendo rapidamente e piu' passa il tempo e meno ha bisogno di Taiwan.

In realta', l'opposizione all'unificazione in Taiwan non ha nulla a che vedere con la democrazia, e molto con le identita' culturali: il sud del paese (dove prevalgono gli indipendentisti del DPP e della TSU) si sente piu' vicino al Giappone, di cui Taiwan e' stata colonia per circa un secolo e, contrariamente alla Corea, fu conquistato in un periodo (quello della Meiji Restoration) in cui il Giappone era aperto e progressista (questo ovviamente contrasta con la cattiva esperienza p.es. della Corea, che conosciuto l'esercito Giapponese del periodo militarista). Nel nord del paese, attorno a Taipei, la componente prevalente e' quella discesa dai soldati del Kuomintang arrivati al seguito di Chiang Kai-shek dopo la seconda guerra mondiale, e questi si sentono molto piu' "cinesi": prova a chiedere alla tua conoscente di dove vengono i suoi genitori, e vedrai che quasi sicuramente appartengono a questo secondo gruppo.

Io credo che questo sia un grave fraintendimento, purtroppo diffusissimo in Occidente.

Francamente spero che tu abbia ragione, e la Cina tu la conoscerai di certo meglio. Io pero' non parlo solo di assolutismo, ma del concetto di liberta' individuale.

Mi sembra (ma mi posso sbagliare) che affermare che "il popolo stia sopra al sovrano" come Mencio non sia poi questo grande inno alla liberta' individuale. Insomma, se il sovrano fa danni alla Cina la Cina puo' cambiarlo, va benissimo, ma nulla viene detto sul diritto dell'individuo (sempre nel rispetto delle liberta' individuali altrui) di non conformarsi alla collettivita'.

A me pare che la tua conoscente abbia completamente ragione!

Se lo dici tu. A me di Taiwan inporta pippa, ma ti ricordo che una volta ceduta la difesa alla Cina e perduto l'ombrello amerikano si ritroverebbero alla merce' di un regime. Ma contenti loro contenti tutti.

Francamente spero che tu abbia ragione, e la Cina tu la conoscerai di certo meglio. Io pero' non parlo solo di assolutismo, ma del concetto di liberta' individuale.

Mi sembra (ma mi posso sbagliare) che affermare che "il popolo stia sopra al sovrano" come Mencio non sia poi questo grande inno alla liberta' individuale.

Be', allora puoi provare col Taoismo: nel Dao De Jing, Laozi incoraggia limiti al potere statale (59: "Governa una grande nazione come si frigge un pesce delicato") ed e' contrario agli stati di polizia (57: "Non controllare il popolo con leggi, ne' violenza o spie, ma conquistali con il laissez-faire"); e in materia fiscale e' un vero supply-sider (72: "Non portar via la loro terra e non distruggere il loro benessere: se i tributi non sono pesanti, non li eviteranno").

A onor del vero, c'e' chi, come James Dorn del Cato Institute, non si stanca di ricordare ai suoi interlocutori cinesi queste tradizioni culturali come possibile base su cui costruire una societa' piu' liberale in Cina. Sempre che interessi, ovviamente: la mia impressione e' che in certi casi (p.es. i neo-con) l'obiettivo di chi postula irreconciliabili differenze culturali sia piuttosto quello di alzare steccati per ragioni politico-strategiche, in modo da non rischiare l'emergere di potenziali concorrenti. Insomma, una questione non di liberta' degli individui ma di interesse nazionale o regionale, per il quale, da buon déraciné quasi apolide, non nutro alcuna simpatia.

Se lo dici tu. A me di Taiwan inporta pippa, ma ti ricordo che una volta ceduta la difesa alla Cina e perduto l'ombrello amerikano si ritroverebbero alla merce' di un regime.

In Hong Kong non e' successo, a dispetto delle previsioni infauste di quindici anni fa.

Bè, tecnicamente è vero che la Cina è stata la prima economia mondiale per la maggior parte della sua storia. Immagino che gli scienziati politici direbbero che quello che conta è la crescita, non i valori assoluti, e questo spiega perchè l'Inghilterra abbia avuto un peso globale superiore a quello cinese.

Il discorso è complicato. Oltre ai valori relativi va tenuto in considerazione anche "state power", cioè quando le istituzioni politiche riescono ad estrarre dalla società. Fareed Zakaria, su questo concetto, ci ha scritto la tesi di dottorato e ha fondato una nuova scuola in IR. Detto ciò, la Cina aveva territori vastissimi e con le tecnologie del tempo, l'autorità centrale poteva preoccuparsi principalmente solo del controllo interno. La Cina fece spedizioni, ma (se non ricordo male) queste vennero poi proibite con un trattato verso il 1400/1500. La ragione è che i governanti si resero conto che prima che conquistare il mondo, la Cina doveva conquistare i suoi territori remoti.

Consiglio un libro (la prima parte; la seconda è un po' scadente): William McNeill, The Pursuit of Power (Chicago: University of Chicago Press, 1981).

 

 

Detto ciò, la Cina aveva territori vastissimi e con le tecnologie del tempo, l'autorità centrale poteva preoccuparsi principalmente solo del controllo interno. La Cina fece spedizioni, ma (se non ricordo male) queste vennero poi proibite con un trattato verso il 1400/1500. La ragione è che i governanti si resero conto che prima che conquistare il mondo, la Cina doveva conquistare i suoi territori remoti.

Le esplorazioni cinesi furono terminate e vietate dal potere centrale pochi decenni prima l'era delle grandi scoperte geografiche europee.  Prima erano arrivati se ricordo bene al Madagascar.  Ma c'e' una differenza tra le esplorazioni portoghesi e poi spagnole e quelle cinesi: spagnoli e portoghesi non dominavano il territorio che comprendeva la loro "civilizzazione" (l'Europa) ma erano motivati all'esplorazione dal desiderio di profitti commerciali e conquiste militari in competizione con le altre potenze europee e nordafricane confinanti. Le esplorazioni cinesi erano piu' o meno dimostrative, chiedevano ai selvaggi di omaggiare il loro imperatore.  In Cina c'era da tempo un impero abbastanza centralizzato che al massimo cambiava padrone (dopo i Mongoli c'erano i cinesi Ming se non erro dal ~1370). L'impero cinese era straordinariamente piu' potente rispetto a tutte le entita' confinanti e non c'era un clima di reale competizione militare ed economica piu' o meno paritaria come invece esisteva in Europa, e i cinesi ritenevano di essere al centro della civilta' circondati unicamente da barbari che era perfino poco interessante conquistare, data la loro poverta'. L'interesse primario dei Ming era la sicurezza del loro impero e del loro personale potere e il controllo delle immense risorse interne alla Cina stessa.

Invece la globalizzazione ha rimescolato le carte, favorendo l'ascesa di alcuni paesi poco democratici che hanno acquisito un'influenza planetaria.

Questo e' abbastanza normale: quando mai i paesi emergenti sono stati governati con suffragio universale? Si trattava in genere di aristocrazie illuminate che abbracciavano liberalismo economico e globalizzazione, come la Serenissima nel Rinascimento o l'Inghilterra tra il diciottesimo e il diciannovesimo secolo. La conseguente crescita economica aumenta poi il tenore di vita di fasce sempre piu' larghe della popolazione, il che rende possibile la loro partecipazione alla gestione dello stato; questo permette loro di votare per se stessi trattamenti sempre piu' generosi e meno meritocratici, fino alla fase di decadenza che descrivi piu' avanti:

Una larga fetta dell’elettorato si risveglia dal letargo solo quando si tratta di difendere pensioni (insostenibili) e affonda la testa sotto la sabbia appena si parla di futuro, in una specie di andreottiano rito collettivo di rimozione della realtà e delle responsabilità.

Questo e' abbastanza normale: quando mai i paesi emergenti sono stati governati con suffragio universale?

 

Contro-esempio gli Stati Uniti.

Questo e' abbastanza normale: quando mai i paesi emergenti sono stati governati con suffragio universale?

Contro-esempio gli Stati Uniti.

Mica tanto: a parte gli schiavi, le donne all'inizio non avevano diritto di voto e la cosa resto' nel limbo fino all'approvazione del Diciannovesimo Emendamento nel 1920; e tra gli uomini anche chi non pagava tasse poteva esserne escluso (la pratica fu vietata solo nel 1964 col Ventiquattresimo Emendamento - un grave errore a mio avviso).

Nel complesso, il concetto di "people" tra i fondatori degli Stati Uniti d'America tendeva a coincidere con quello di "landed gentry".  Nota ad esempio che la parola "democrazia" non figura ne' nella Dichiarazione d'Indipendenza ne' nella Costituzione, e che una delle poche volte che e' menzionata da uno dei Padri Fondatori (Madison nel Federalist No. 10) e' in senso negativo, contrapposta al concetto di "Republic" (con riferimento implicito alla Roma Repubblicana, certamente non una democrazia nel senso contemporaneo del termine).

 

C'era stato un errore nell'upload del secondo grafico, di cui non mi ero accorto (perche' dal mio laptop tutto sembrava in ordine in quanto la pagina era linkata ad un file residente sul mio laptop).

Ho sostituito il grafico (che avevo preparato in italiano) con una immagine del grafico dalla pubblicazione del FMI di qualita' piu' bassa (ed in inglese, ma credo che la legenda ed il titolo siano comprensibili). Mi scuso per l'inconveniente.

L'articolo è interessante, però mi si lasci dire che, nuovamente, vengo preso dallo sconforto. Proprio pochi giorni fa ho avuto un dibattito con Michele sul fatto che voi economisti non vi interessiate di cosa accade nelle altre discipline, e poi quando vi cimentate pensate di aver scoperto qualcosa di innovativo (non è un attacco all'autore, è l'approccio della categoria che per me è singolare). Questo passaggio è emblematico:

"Pochi avevano intuito che la cosiddetta globalizzazione innescava un processo complesso e multiforme dalle mille sfaccettature, e quindi ingovernabile, che favoriva l'ascesa di paesi molto popolosi e poveri, ma anche poco abituati alla democrazia."

Gilpin (1981) aveva già detto tutto. La (sua) teoria della stabilità egemonica sottolineava proprio il paradossale risultato delle politiche egemonice. Garantendo la stabilità e la crescita economica globale, il paese egemone avrebbe anche posto le basi per "its own relative decline" dovuto alla crescita di altre potenze. E se leggete anche le critiche a questa teoria (Gowa, 1989, McKeown, 1985, e Conybeare, 1984) trovate proprio che questo è il punto centrale. E qui torniamo al dibattito con Michele di pochi giorni fa. Gowa rimproverava a Gilpin di non aver considerato un aspetto centrale. Il paese egemone può infatti impedire o rallentare questo processo proprio adottando una politica commerciale che penalizzi i paesi emergenti, dice Gowa (seguendo questa logica, gli USA non avrebbero dovuto far entrare la Cina nel WTO).

Ripeto, l'analisi è molto interessante, soprattutto per i grafici. Però non si lasci passare il messaggio che questi trend fossero inaspettati. Gli studiosi di "rise and fall of great powers" queste cose le avevano dette più di trenta anni fa (Organski scrisse il primo articolo nel 1958 (enfasi: 1958) su World Politics. La sua teoria, molto simile a quella di Gilpi, si chiama, guess what?, power transition theory). 

ps: mi sono accorto solo adesso che mio fratello aveva scritto un commento simile più sopra. vabbeh, non fa mai male ripetere concetti utili. 

Il paese egemone può infatti impedire o rallentare questo processo proprio adottando una politica commerciale che penalizzi i paesi emergenti

Perche' mai i paesi egemoni dovrebbero rallentare un processo che fa bene a loro stessi?

Gilpin (1981) aveva già detto tutto.

Ed il contrario di tutto ...L'uomo non solo usa a man basse una forma, semplificata e molto da bar sport, di metodologia economica ma dice cose così vaghe (i più potenti rimangono i più potenti fatta eccezione per i casi in cui non succede e qualcun altro lo diviene ... ) che predicono tutto ed il contrario di tutto. Idem per la "power transition theory" come origine delle guerre: basta assumere che tutti i conflitti siano, direttamente o indirettamente, combattuti per proxy del primo e del secondo, ed è fatta: anche il Rwanda o las Malvinas si "spiegano" in base alla PTT ... mah ...

Io capisco voi siate, come dire, "fieri ed entusiasti" di ciò che studiate e della disciplina che avete scelto, ma non vi sembra di farvi prendere un po' troppo facilmente la mano sparandola sempre grossa con queste grandi "teorie del tutto"? Che cosa vi spinge a manifestare ripetutamente una specie di invidia penis verso gli "economisti", che caratterizzate poi di nuovo come un gruppo omogeneo mentre non lo sono? Davvero nei dipartimenti di PolSc c'è un gossip così animato su di noi? Pensavo fosse un'attività ristretta a quelli di sociologia ed antropologia ...

Tra l'altro, il punto base di Fabio è un punto controverso, sia tra i PolSc che fra gli economisti; un punto così controverso che non vedo proprio nessuna ipotesi dominare le altre. Ossia: la crescita economica porta o non porta alla democrazia liberale? Viceversa: la democrazia liberale facilita o no la crescita economica? Sull'argomento hanno scritto volumi ricercatori di entrambe le discipline e non. Fabio lo solleva, giustamente, perché è tutto fuorché risolto ed è chiaramente rilevante per chiunque guardi al mondo fra 10 o 20 anni. Tutto questo "sconforto", da cosa sarebbe motivato, di grazia? Dal fatto che uno di voi due conosce già la risposta ed ha una prova chiara e convincente della medesima? Sarei felice d'ascoltarla.

Infine, come non riuscite a cogliere, sempre nell'articolo di Fabio, che sta dicendo, appunto, che quanto è successo (sul piano puramente economico) con la globalizzazione è ESATTAMENTE ciò che la teoria economica del commercio internazionale e della crescita aveva previsto ma che, invece, i vari critici (quasi tutti "de sinistra", e fa alcuni nomi) della medesima negavano? Fra questi tanti e ben noti scienziati politici, i nomi dei quali (meno uno: Giovanni Sartori) tralascio per carità accademica.

Invece, la buona Anne Krueger predicava i benefici della liberalizzazione del commercio internazionale già negli anni '80 e lo faceva in modo mirato e preciso, quantitativo, sulla base di dati e modelli, non con vaghe affermazioni del tipo "arrivano primi quelli che crescono più di tutti". Prima di lei l'avevano fatto Alito Harberger e, ancora prima, Peter Bauer ... insomma, se facciamo il giochetto di "l'aveva detto prima uno di noi", finiamo al solito Adam Smith.

Non vi sembra il caso di lasciar stare, togliersi dalle spalle lo "sconforto", evitare le tautologie (tutto è relativo, quando si divide per il totale) e provare a discutere sui contenuti di quanto uno scrive?

Parto dal fondo. Michele, guarda, io critico tutti i poli-scientists che non hanno mai aperto un libro di economia e che vogliono dire qualcosa sull'argomento. Non che io abbia chissà quali basi, ma la logica economica almeno la riesco ad ascoltare. Riservo però lo stesso trattamento a chi, dall'altra parte, fa la stessa cosa: cerca di spiegare tutti i fenomeni usando solamente la logica che gli è più familiare. Allora, così come trovo pazzesco che certi poli-scientist vedano nell'azione delle aziende la "ricerca del potere", trovo singolare che un economista che parla di relazioni internazionali ignori totalmente "security considerations". Liberissimi gli uni e gli altri di ignorare le altre discipline, però poi non si può pretendere di avere qualcosa di innovativo da dire.

Giovanni Sartori è uno che quando parla di economia dice cazzate. E sono io il primo a dirlo. E ce ne sono altre decine e decine, e probabilmente centinaia come lui, anche tra i soloni. Però, lo stesso è vero tra gli economisti: molti di quelli che decidono di spiegare fenomeni come guerre, armaments cooperation, o simili parlano senza prima chiedersi se sia necessario guardare cosa è stato scritto in materia. Il risultato, esattamente come per i poli-scientists che parlano di economia, è una marea di cazzate. Uno può non condividere quanto dice Gilpin, però almeno gli va riconosciuto di aver studiato la letteratura economica (come Buchanan ha studiato la letteratura di scipol). 

Rispondo ora alle vostre domanda. Per Andrea: se la Cina è un tuo nemico e diventa più forte di te, non è detto che ciò sia vantaggioso. Ecco tutto. Poi possiamo discutere se la Cina sia un tuo nemico oppure no. Qui si tratta di assunti. Se parti dagli scritti di Tucidide fino a tutti gli scritti del "realismo", l'assunto di base è che il primo determinante delle azioni umane sia la paura per la propria sicurezza (presente e futura). In questa prospettiva, poichè a livello internazionale gli Stati devono badare alla loro sicurezza, non è così bizzarro pensare che i guadagni economici vengano messi in secondo piano di fronte a possibili perdite in termini di sicurezza futura.

Michele, tu scrivi:

ed il contrario di tutto ...L'uomo non solo usa a man basse una forma, semplificata e molto da bar sport, di metodologia economica ma dice cose così vaghe (i più potenti rimangono i più potenti fatta eccezione per i casi in cui non succede e qualcun altro lo diviene ... ) che predicono tutto ed il contrario di tutto. Idem per la "power transition theory" come origine delle guerre: basta assumere che tutti i conflitti siano, direttamente o indirettamente, combattuti per proxy del primo e del secondo, ed è fatta: anche il Rwanda o las Malvinas si "spiegano" in base alla PTT ... mah 

 

Scusa se mi permetto, ma Gilpin dice esattamente l'opposto di quanto scrivi tu: i più potenti sono destinati al declino relativo per via di una serie di fattori economici (technology diffusion), politici (spendono più risorse in difesa che in investimenti) e sociali (spendono più risorse in leisure che in investimenti). Possiamo discutere ora se ciò sia vero o no (e Gilpin non ha mai dato alcuna prova empirica dei suoi lavori, salvo anectodical references), ma nel 1981 era un contributo più che innovativo (se pensi che lo stesso anno fu pubblicato The War Trap di Bruce Bueno de Mesquita,ti rendi conto del gap che c'è tra i due lavori). 

Sulla power transition theory, Michele, scusa, ma anche qui dici una cosa che non è esatta. L'assunto centrale di queste due teorie HST e PTT è che "security competition", la paura che un nemico possa diventare più forte di, te porti a guerre "egemoniche". La definizione di guerra egemonica è proprio quella di una guerra tra Major Great Powers (Guerre del Peloponneso, Guerra dei Trent'anni, Guerre Napoleoniche, Prima e Seconda Guerra Mondiale). Le proxy war non centrano proprio nulla con la PTT.

Se poi vogliamo fare critiche utili a queste teorie sono con voi. Sono senza dubbio tutt'altro che precise. E soprattutto, they border with indeterminacy (non per quello che dice Michele, ma per il fatto che nell'individuare le possibili "risposte" al declino, non sono in grado di dirci con precisione quando una soluzione - guerra preventiva - sia preferibile ad un'altra - change in domestic allocation from defense to productive investment; per esempio). Ma questo è un rischio che corrono tutte le teorie che cercano di mettere insieme più variabili e più livelli d'analisi. Eravamo negli anni 80, ancora si cercava di scrivere meta-theories. Qualcosa di utile però ce lo hanno insegnato. Soprattutto se le paragoni con gli scritti di allora. 

 

Il libro di Gilpin ha il vantaggio di aver previsto la fine della guerra fredda, mentre ancora negli anni '80 si parlava di invasione sovietica in Europa, di guerre stellari, di difesa missilistica (se pensi che Paul Kennedy ha formulato una teoria simile, 6 anni dopo, con 300 pagine in più, hai un'idea del fatto per cui questo sia un grande lavoro). Soprattutto Gilpin paventò la fine della guerra fredda in modo pacifico - qualcosa di impensabile al tempo - dovuta proprio al declino sovietico.

Qui concludo. Non mi è sfuggito che questo articolo confermi ciò che la disciplina economica dice. Però la disciplina economica non condivide le paure espressa nell'ultimo paragrafo, mentre la teorie di Giplin e di Organski si preoccupano proprio di parlare di questo fenomeno:

 

Insomma, la globalizzazione ha sollevato dalla povertà centinaia di milioni di individui ma, con il potere economico, aumenta anche quello geopolitico e di riflesso cambia anche il sistema di valori dominanti, di cui il sistema politico è spesso espressione. 

La disciplina economica ti dice che se la Cina diventa più ricca staremo tutti meglio (indipendentemente da modernization theroy). Invece nell'articolo viene palesato proprio il timore che un paese egemone non democratico possa avere effetti non piacevoli per tutti noi. Il mio commento era riferito a questo aspetto.

Segnalo solo un possibile refuso, cito M.Gilli

"Organski scrisse il primo articolo nel 1958 (enfasi: 1958) su World Politics"

In questo passaggio sembra che lei si riferisca ad un articolo pubblicato sulla famosa rivista World Politics mentre a me risulta che si tratti di un omonimo libro.

 

E l'Africa?

Gianluigi 18/3/2010 - 15:25

Quandi si parla di questi macromovimenti, si parla sempre di Emerica, Europa e Oriente. Ma l'Africa? rimarrà sempre solo una miniera a buon prezzo di risorse (sia materiali che Umane)?

Penso proprio di sì. La presenza di risorse naturali rende molti stati dei rentier-states. Ciò impedisce sviluppi politici ed istituzionali e quindi amministrativi. Il risultato finale è assenza di stato, legalità, e quindi mercato e sviluppo. A ciò si sommano poi la povertà, le malattie, gli scontri tribali, etnici e religiosi... la ciliegina sulla torta è data dalla lotta per le risorse delle Grandi potenze.

In breve, tutti vogliono le risorse africane. Fino a ieri, nell'era americana, gli USA per quanto cattivi chiedevano una serie di condizioni (assenza di corruzione, riforme, diritti umani). Non ci credevano più di tanto, ma neppure accettavano qualunque cosa. Ora Cina, Iran e Russia arrivano e chiaramente non si curano di queste faccende.

Quindi, molto cinicamente, ripeterei le parole di Van Evera sull'Africa: why the third world doesn't matter.

In breve, tutti vogliono le risorse africane. Fino a ieri, nell'era americana, gli USA per quanto cattivi chiedevano una serie di condizioni (assenza di corruzione, riforme, diritti umani). Non ci credevano più di tanto, ma neppure accettavano qualunque cosa. Ora Cina, Iran e Russia arrivano e chiaramente non si curano di queste faccende.

Yeah, well... Che assenza di corruzione, riforme e diritti umani sono mai stati chiesti ad Idi Amin Dada, Omar Bongo o Mobutu? Dai su: 'ste cose hanno sempre significato "concedere licenze di accesso a risorse naturali e chiudere la porta a imperi nemici".

Mi sono spiegato male, perchè diciamo la stessa cosa.

Durante la guerra fredda, quando c'era competizione internazionale, era la lotta al ribasso. L'importante era offrire abbastanza da ottenere un'alleanza (la logica era + 1 tra i miei alleati = - 1 tra gli alleati dell'URSS).

Con la fine della guerra le cose sono cambiate. Guarda, io sono un realista, diritti umani, ambiente, clausole sociali per me non andrebbero neppure studiati. Però sarebbe disonesto negare che negli ultimi vent'anni questi aspetti hanno avuto un ruolo nel dialogo commerciale con i Paesi africani. Magari anche un ruolo piccolo, ma ce l'hanno avuto e in più circostanze.

Ora le cose stanno cambiando nuovamente. Ed si deve proprio ai cambiamenti nell'assetto del potere mondiale di cui parla l'articolo.

Ti faccio un esempio, nel 2005, la Banca Mondiale aveva offerto 50 milioni di dollari di prestiti alla Nigeria per modernizzare la sua rete ferroviaria. In cambio, chiese maggiore trasparenza dei contratti, riforme anti-corruzione, etc. Sì, è la WB, non gli USA. Ma senti il resto. La Cina è arrivata, ha offerto alla Nigeria di ricostruire da zero tutta la rete stradale. Costo: 5.2 miliardi di dollari.

Prova a indovinare la Nigeria quale proposta ha accettato... e quali riforme ha fatto.

C'è tutta una bibliografia sulla Cina in Africa che è abbastanza istruttiva su questi cambiamenti. il mio ex-prof. alla LSE Chris Alden è uno dei maggiori esperti a riguardo.

Non sono un esperto di Africa, ma ogni tanto mi capita di parlare con investitori (per lo piu' fondi di private equity) specializzati sull'Africa. Qualcosa si sta muovendo in positivo anche li'.

Un sostanziale impulso viene dal settore telefonia mobile che ha frantumato barriere comunicative secolari e ha aperto una serie di possibilita' ad aree tagliate fuori dal circuito economico. Tra l'altro le telecoms africane stanno innovando anche rispetto a quelle occidentali su terreni tipo sistemi di pagamento via cellulare e vari servizi a bassissimo costo. Questo e' un caso particolare di adozione di tecnologie innovative che non richiedono l'intervento pubblico e sono scalabili, quindi beneficiano i paesi a bassa intensita' di tecnologia, di capitale e di governance (magari un giorno scrivero' un post su questo tema).

Alcuni paesi stanno lentamente stabilizzandosi anche se l'attenzione viene colta quasi sempre da situazioni tipo Zimbabwe o Nigeria. Uganda, Zambia, Angola, Sud Africa, Rwuanda, Sudan, molti paesi del Nord e altri stanno muovendosi nella giusta direzione (che comunque comporta un cammino lungo). Tra l'altro di questa crisi l'Africa ha risentito poco e quindi i progressi sono ancora piu' importanti. Se si considera che in Iraq una delle concessioni petrolifere e' stata vinta da una societa' angolana (in competizione con quelle americane e di tutto il mondo) forse qualche prospettiva meno pessimistica si puo' iniziare ad ipotizzare.

 

 

Io ho qualche dubbio sul sudafrica.Non rimpiango certo l' Apartheid, ma la classe dirigente nera mi pare di qualità veramente infima (vedasi la gestione dell' Aids), e forti tensioni tra una minoranza benestante e ben educata ed una massa di diseredati.

Gli auguro che la vicinanza con lo Zimbabwe li dissuada dal trovarsi il loro Mugabe.

Ancora grafici

3D 22/3/2010 - 11:07

 

C'e' una cosa che mi ha colpito del grafico di Quah, ovvero che il baricentro e' oltre il 70esimo parallelo nord. Possibile che le Svalbard rappresentino un centro cosi' importante dell'economia mondiale? Allora mi sono guardato l'articolo originale di Grether "Is the World's Economic Centre of Gravity alredy in Asia?" e ho visto che il baricentro che viene calcolato e' quello in 3D, ovvero giace da qualche parte all'interno del volume terrestre. Il punto riportato nel grafico e' la proiezione di questo sulla superficie. Di conseguenza non sempre si riesce a capire come varia il baricentro dall'osservazione della sua proiezione.

Per fare un esempio, se il baricentro e' vicino al centro della terra una piccola variazione in 3D risulta in una variazione esagerata della sua proiezione. Nell'articolo si stima che il baricentro e' a circa meta' strada tra il centro e la superficie, quindi le differenze che vediamo potrebbero essere esagerate.

Tornando alla latitudine, mi sembra di capire che negli anni non solo si e' spostato verso est, ma anche verso nord. Ovvero gli stati "a sud" di sotto dell'equatore hanno un peso economico sempre minore.

 

C'e' una cosa che mi ha colpito del grafico di Quah, ovvero che il baricentro e' oltre il 70esimo parallelo nord. Possibile che le Svalbard rappresentino un centro cosi' importante dell'economia mondiale? Allora mi sono guardato l'articolo originale di Grether "Is the World's Economic Centre of Gravity alredy in Asia?" e ho visto che il baricentro che viene calcolato e' quello in 3D, ovvero giace da qualche parte all'interno del volume terrestre. Il punto riportato nel grafico e' la proiezione di questo sulla superficie. Di conseguenza non sempre si riesce a capire come varia il baricentro dall'osservazione della sua proiezione.

In effetti sarebbe interessante vedere come varia la profondità di tale baricentro.
Intuitivamente dovrebbe essere relazionato all'altezza delle barre che emergono.
Siccome queste crescono sempre di piu' immagino che gradualmente il baricentro diventi sempre piu' lontano dalla superfice.

Per fare un esempio, se il baricentro e' vicino al centro della terra una piccola variazione in 3D risulta in una variazione esagerata della sua proiezione. Nell'articolo si stima che il baricentro e' a circa meta' strada tra il centro e la superficie, quindi le differenze che vediamo potrebbero essere esagerate.

Esagerate forse ma coerenti, perché la direzione nell'animazione è costante.

Tornando alla latitudine, mi sembra di capire che negli anni non solo si e' spostato verso est, ma anche verso nord. Ovvero gli stati "a sud" di sotto dell'equatore hanno un peso economico sempre minore.

O che il nord ha un peso maggiore. Un fenomeno che già Diamond ha descritto e spiegato in "armi, acciaio e malattie".
Poi è chiaro che partendo dal volume degli investimenti (massicci a nord dell'equatore) il divario geografico non puo' che aumentare fintanto che non si raggiunga una saturazione (se esiste questo concetto).
Al sud poi la maggior parte del pianeta è sott'acqua per cui sarebbe interessante sapere dove sarebbe il baricentro se ogni porzione di terra (mari esclusi) producesse lo stesso valore aggiunto.
Questo baricentro sarebbe comunque a Nord e molto prossimo all'asia, vista l'estensione di quel continente.

Francesco

PS: sulla "esagerazione" direi che a partire da calcoli in virgola mobile come si usa oggi con i computer (a 32, 64 o 128 bit), non ci dovrebbero essere problemi a raggiungere la precisione di calcolo necessaria per piazzare un punto su una sfera di 40'000 km di cironferenza.

Anche io mi sono stupito di fronte alla prima figura esibita: come è possibile, mi sono chiesto, che il baricentro economico del mondo sia sempre stato più a nord di Mosca? In effetti dipende dal fatto che si tratta di un punto interno alla terra che stiamo proiettiamo sulla superficie: maggiori dettagli qui. Se il mio grafico è corretto, direi che l'economia non sta andando a nord. Non saprei invece dire quale sia il bias dovuto alla localizzazione delle terre emerse, ma sospetto non sia trascurabile.

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