Giochi politici e giochi elettorali

19 settembre 2010 sandro brusco

In due post precedenti ho analizzato i risultati più probabili nel caso in cui si vada al voto. A fronte di questi scenari, possiamo chiederci quali siano gli incentivi delle diverse forze politiche sia in termini di alleanze sia in termini di riforma del sistema elettorale. La mia tesi principale è che se si fa effettivamente un governo tecnico, temporaneo, balneare, ribaltone, o comunque altro si voglia chiamare, è probabile che venga ripristinato il sistema proporzionale senza premio di maggioranza. Ma ci sono due difficoltà. Primo, non è chiaro che il PD sia unito. Secondo, non è chiaro che esistano i numeri in questo Parlamento.

Considerazione introduttiva: il porcellum produce instabilità.

Da quando è stata introdotta con un esecrabile colpo di mano alla fine del 2005, l'attuale legge elettorale nota col roseo nome di "porcellum" ha prodotto una legislatura che è durata meno di due anni e un'altra che sembra avviata sulla stessa strada. Mentre si può imputare lo scioglimento del Parlamento 2006-2008 alla situazione di sostanziale parità determinatasi alle urne, per il Parlamento attuale questo argomento chiaramente non vale.

Due osservazioni sono certamente insufficienti per dare un giudizio definitivo, ma vorrei lo stesso far notare che la maggiore instabilità governativa al tempo del porcellum, rispetto a quello del mattarellum, è esattamente quello che ci si può attendere dal punto di vista teorico. Il porcellum è infatti fatto apposta per esaltare e massimizzare l'importanza delle forze minori che accettano di allearsi con quelle maggiori. Tra le sue varie bizzarre regole, infatti, ce n'è una che prevede che le soglie per la partecipazione alla spartizione dei seggi siano parecchio più basse per i partiti che si aggregano a coalizioni grandi rispetto ai partiti che corrono soli o partecipano a coalizioni piccole (2% contro il 4% a livello nazionale per la Camera e addirittura 3% contro 8% a livello regionale per il Senato). La struttura partitica ovviamente è endogena rispetto alla legge elettorale -- cioè leggi elettorali diverse inducono le forze politiche a organizzarsi in maniera diversa in vista delle elezioni -- per cui quello che ci si può attendere dal porcellum è una proliferazione di partitini che cercano di diventare determinanti per il successo della coalizioni in lotta.

La lezione di questa legislatura è da questo punto di vista estremamente interessante. Le elezioni del 2008 erano partite come elezioni dall'esito abbastanza scontato. In queste situazioni l'interesse delle forze politiche maggiori è quello di evitare alleanze con forze piccole, il cui apporto non può cambiare l'esito elettorale. Abbiamo quindi avuto l'esclusione della sinistra radicale nella coalizione di centrosinistra (favorita anche dal fatto che i politici della sinistra radicale si aspettavano comunque di essere in grado di entrare in Parlamento, un errore comune praticamente a tutti gli osservatori politici) e l'esclusione di Casini e Storace dalla coalizione del centrodestra. In più, si era verificata la fusione di Forza Italia e AN nel PdL.

Gli orientamenti dell'elettorato sembravano dunque aver avuto ragione rispetto alle tendenze centrifughe della legge elettorale. Ma l'illusione è durata ben poco. Gli incentivi contano, in economia come in politica, e anche in questo caso hanno rapidamente avuto il sopravvento. L'inevitabile, ossia la costituzione di nuove forze pronte che cercano di divenire determinanti, è avvenuto. Di rimbalzo, è iniziata la corsa affannosa nel centrodestra a recuperare qualunque scheggia possa aiutare la coalizione, con Berlusconi che si precipita ai convegni di Storace e fa shopping nell'UDC. Sospettiamo che non passerà troppo tempo prima che i rifondaroli inizino a riflettere sull'opportunità di sgraffignare pure loro qualche poltrona ... cioè, scusate, di formare un grande fronte democratico e antifascista per battere le destre riportando la sinistra antagonista in Parlamento (il ramoscello è già stato porto da Rosy Bindi).

A partire da qui sarà un crescendo. Se, in un modo o nell'altro, la legislatura tirerà avanti sarà un fiorire di gruppetti e personalismi. Verrebbe da essere preoccupati perché questo in principio può bloccare le riforme di cui il paese ha bisogno, ma ci si rasserena immediatamente osservando che comunque di riforme decenti non c'era neanche l'odore. Se invece la legislatura terminerà e si tornerà a votare con il porcellum, è probabile che assisteremo nuovamente alla creazione di alleanze larghe ed eterogenee con un ruolo cruciale assegnato ai piccoli partiti.

C'è un'alternativa al porcellum?

In sintesi, la risposta è che al momento l'unica alternativa credibile al porcellum, dati gli schieramenti in campo, è un ritorno al proporzionale. Ma è difficile, per cui è probabile che le cose restino come sono. Cerco di spiegarmi.

Esiste comunque un limite, perfino per gli elettori italiani, all'eterogeneità delle coalizioni che si possono costruire senza alienare almeno una parte dell'elettorato. Una alleanza tra PD e altri di centrosinistra con Fini e Casini sotto le insegne di un unico candidato alla presidenza del consiglio appare per questa ragione non realistica (almeno per ora; se la legislatura dura altri tre anni si vedrà).

D'altra parte è probabile che, guardando strettamente ai numeri, la somma aritmetica dei voti dei partiti di centro e di sinistra sia superiore a quella dei partiti di destra. Alle politiche del 2008 la somma dei voti di PdL, Lega e Storace è stata di 48,11%, la somma dei voti di MpA e UDC è stata di 6,75% e la somma di PD-IdV, Sinistra Arcobaleno e Partito Socialista è stata di 41,61%. Da allora i numeri probabilmente sono un po' cambiati a sfavore del centrodestra, dove la Lega continua ad avanzare ma in buona misura a spese del PdL e la scissione di Fini ha ulteriormente indebolito questo partito.

Che fare dunque? Risposta complicata per alcuni e facile per altri. La parte politica per cui le cose sono facili è il centro, in particolare l'UDC. È chiaro che costoro trarrebbero immenso giovamento da un ritorno al proporzionale; con grande probabilità né la destra né la sinistra riuscirebbero a ottenere una maggioranza dei seggi e i centristi potrebbero far pesare il loro enorme potere di negoziazione alleandosi ex post con la coalizione che offre loro il pasto più appetitoso. Casini non ha mai nascosto il suo favore per il proporzionale. Fini al momento non può dirlo, ma lo dirà quando e se arriverà il momento. Il signore ha già cambiato opinione del passato (convinto proporzionalista nel 1993, è poi diventato convinto fautore del maggioritario) a seconda delle convenienze contingenti, lo farà ancora nel futuro.

Sul versante destro le cose sono un po' più complicate ma neanche tanto. Più o meno, alla destra il porcellum va bene così com'è perché appare al momento la loro migliore opportunità per vincere le elezioni. In verità, come spiega bene Donato De Sena su Giornalettismo, il porcellum appare nella situazione contingente particolarmente favorevole alla Lega e meno al PdL. Ma il PdL in quanto partito conta poco; decide Berlusconi, e dal momento che nessuno mette in discussione la sua leadership nessuno nel partito si metterà a combattere battaglie donchisciottesche per cambiare la legge elettorale.

Le cose invece sono più complicate a sinistra e in particolare per il PD, che si trova ad affrontare un genuino trade-off tra breve e lungo periodo. Nel breve periodo (ossia, la prossima elezione) è ovvio che il proporzionale è la scelta migliore. Impedirebbe la vittoria del centrodestra e offrirebbe una buona probabilità di ritornare al governo in alleanza con Fini e Casini; con il porcellum la destra vincerebbe sicuramente alla Camera e la sinistra sarebbe ridotta a sperare in un impasse al Senato, che probabilmente porterebbe a una debolissima Grosse Koalition in cui la sinistra ha bassissimo potere contrattuale. Ripristinare il Mattarellum o un altro sistema maggioritario è fuori questione, dato che Casini e Fini non ci staranno mai. D'altra parte è anche chiaro che nel lungo periodo il proporzionale non può che portare a un irrobustimento del centro e a un progresivo indebolimento della sinistra. In sintesi, il PD o le formazioni che da esso origineranno nel futuro dovranno accontentarsi del ruolo di comprimari. Da questo punto di vista perfino il porcellum sembra migliore, ammesso che il PD riesca un giorno a riprendere almeno un po' di consensi al nord.

Cosa ci si aspetta in un partito quando c'è un trade-off tra breve e lungo periodo? Se il partito è diviso ci si aspetta che chi ha il potere propenda per la soluzione di breve periodo mentre chi sta cercando di prendere il potere in futuro propenda per la soluzione di lungo periodo. La vittoria nel breve periodo infatti, per quanto mutilata, produrrebbe potere e prebende soprattutto per i membri dell'attuale maggioranza interna. A parità di tasso di sconto intertemporale è quindi la minoranza interna che ci aspettiamo di vedere più preoccupata per il futuro.

E così infatti è. D'Alema, il vero capo del partito in questo momento, ha detto chiaramente che vuole il proporzionale. Veltroni, vera guida dell'opposizione interna, ha appena prodotto un documento in cui si chiede una legge elettorale ''di impianto maggioritario fondato sui collegi uninominali''. Il risultato è che il PD sulla questione della legge elettorale è paralizzato. Tanto per cambiare.

Ma i numeri nel parlamento attuale ci sono? Ed è bene o male?

Se i veltroniani sono seri nel sabotare il progetto di D'Alema, i numeri per un ritorno al proporzionale in parlamento non ci sono. Qua ''essere seri'' significa mettere sul piatto la possibilità di una scissione, dato che se i veltroniani fossero l'unico ostacolo al ritorno al proporzionale la situazione interna al PD diverrebbe incandescente.

Ma anche assumendo che la dissidenza veltroniana rientri, resta il problema di stabilire se ci sono i numeri in Parlamento. Questa è cosa che al momento non sa nessuno, dato che i movimenti tellurici interni al PdL non si sono ancora assestati e probabilmente non si assesteranno per un bel po'. È vero comunque che se ci saranno ulteriori defezioni dal PdL queste, in un modo o nell'altro, rafforzeranno le forze centriste e saranno naturali alleati di un ritorno al proporzionale. Resta da chiedersi cosa farà l'IdV. Di Pietro tuona contro il porcellum ma fiuta la trappola, dato che un ritorno al proporzionale potrebbe portare a un'alleanza tra PD e centro che lo marginalizzerebbe. Nel passato il suo atteggiamento sulla legge elettorale è stato ondivago; ha appoggiato la raccolta di firme per il referendum ma poi al momento del voto si è schierato contro. È probabile che continui a ondeggiare.

Anche se il ritorno al proporzionale appare come un evento a bassa probabilità, vale la pena di chiedersi se sarebbe un bene o un male. Fino a poco tempo fa la prospettiva di un ritorno al proporzionale mi faceva semplicemente orrore. Significherebbe infatti il seppellimento definitivo di qualunque riforma seria, a cominciare da quelle che richiedono di ridurre la spesa pubblica o liberalizzare settori controllati da varie e potenti corporazioni.

Ma a questo punto, occorre chiedersi: qual è l'alternativa? Il porcellum sembra aggiungere a tutti i problemi del proporzionale alcuni problemi addizionali, e certo non ha condotto in alcun modo (e c'è da aspettarsi che non condurrà in futuro) su alcun sentiero riformatore. L'instaurazione di un maggioritario ben fatto (le mie preferenze sono note), o perfino solo la reinstaurazione del mattarellum (che mai mi sarei aspettato di dover rimpiangere), appare completamente senza speranza. Con un po' di cinismo si potrebbe quindi concludere che il proporzionale è forse il male minore. Ma faccio veramente fatica ad ammetterlo. Forse devo solo aspettare di diventare ancora più cinico.

71 commenti (espandi tutti)

 

Con un po' di cinismo si potrebbe quindi concludere che il proporzionale è forse il male minore. Ma faccio veramente fatica ad ammetterlo. Forse devo solo aspettare di diventare ancora più cinico.

Basta che tu parta da un semplice assunto: gli italiani non vogliono le riforme che tu (ed io) vorresti. Le vorranno solo quando si renderannno conto che non ci sono alternative - e per questo ci vorranno almeno altri 10-15 anni di declino e marasma politico. Nel frattempo, forse il proporzionale è marginalmente meglio. Il problema è che SB e Bossi non sono eterni. Prima o poi moriranno o avranno qualche infermità che impedirà loro di continuare a fare politica. A quel punto la Destra esploderà in una decina di partitini personali (2-3 Leghe, CL sotto Formigoni, il gruppo Tremonti, gli ex-AN non finiani etc.) e/o regionali (Lombardo ed il suo MPA etc.), la sinistra, finora tenuta insieme solo dall'antiberlusconismo, idem. Risultato: paralisi totale

Con un po' di cinismo si potrebbe quindi concludere che il proporzionale è forse il male minore. Ma faccio veramente fatica ad ammetterlo. Forse devo solo aspettare di diventare ancora più cinico.

Non serve il cinismo, serve solo realismo. Serve considerare che in Italia la gente desidera farsi rappresentare politicamente in quanto la rappresentazione sia rappresentazione di idee/interessi, non (meramente) in quanto rappresentazione di un territorio/collegio.

Mi volete spiegare che senso ha la rappresentanza politica "per collegio" in Italia se il mio deputato nell'uninominale 1994-2006 è stato un forzitaliota che, anche contattandolo, mostrava di "non sentirci da quell'orecchio", verso - ovvviamente - un elettore che non lo ha votato? Non siamo in Gran Bretagna. La stessa cosa si può dire per un qualsiasi eletto, ovviamente (uti eletto di "quel" collegio).

Non ha senso.

RR

 

 

Per favore, non diciamo sciocchezze. Gli italiani non sono geneticamente predisposti verso il proporzionale, né gli inglesi verso il maggioritario. Sistemi maggioritari vennero usati nel Regno d'Italia fino alla prima guerra mondiale (doppio turno con collegio uninominale). Sistemi maggioritari vengono usati per eleggere i sindaci, un'eperienza che tutti considerano complessivamente positiva. E infine gli italiani hanno sempre manifestato una preferenza per sistemi maggioritari ogni volta che sono stati chiamati direttamente a esprimere una opinione per referendum, anche se la partecipazione al voto è stata declinante nel tempo (la tecnica dello sfinimento viene maneggiata alla perfezione dalla casta).

Il parziale ritorno al proporzionale avvenuto con il porcellum è stato il frutto di un colpo di mano ripugnante e ignobile di un pugno di membri della casta, Casini in primo luogo e i suoi sodali del tempo Bossi, Fini e Berlusconi a far da comprimari. Il ritorno definitivo al proporzionale, se ci sarà, sarà anch'esso il risultato di una manovra di palazzo, non certo il frutto di una richiesta popolare in cui la gente chiede di votare ''per le idee''. Ma figuriamoci.

Ma che genetica e genetica, qui stiamo parlando di cultura politica, non diciamo stupidaggini per favore.

La congiura che cambiò il Mattarellum in Porcellum non fu in alcun modo osteggiata dal popolo bovino, si vede che non ci teneva poi così tanto...

RR

Non credo valga la pena continuare la discussione. Quando gli italiani hanno manifestato un qualche interesse nei sistemi elettorali hanno sempre scelto a favore del maggioritario. I referendum falliti sono falliti perché l'interesse è scemato nel tempo (non è un topic su cui è facile tener l'attenzione) ma nota che MAI le forze proporzionaliste hanno lottato a viso aperto; si sono sempre nascosti dietro la strategia del far mancare il quorum, per l'ovvia ragione che sapevano di perdere. Se la tua evidenza è che la gente non è scesa in piazza con i forconi quando hanno approvato il porcellum non so che dirti, accontentati pure. Io passo e chiudo.

Non intendevo aprire un discorso sul "livello di sostegno" degli Italiani al maggioritario (nei collegi uninominali) ma segnalare una caratteristica delle relazioni politiche a livello "micro" sottintese al buon funzionamento di tale sistema.

Ho rilevato che la forma di rappresentanza politica da questo implicata non "si attaglia" con la norma dei comportamenti che gl'Italiani adottano in materia di relazioni politiche - che se ne rendano conto o meno, che l'abbiano concettualizzato/meditato o meno. Sempre secondo la mia analisi, beninteso.

Il "sostegno" di cui parli è piuttosto un sostegno al bipolarismo, secondo me, non al maggioritario. Spero di aver spiegato meglio il mio pensiero.

RR

 

Ma che genetica e genetica, qui stiamo parlando di cultura politica

Quoto Sandro. Ogni volta che gli italiani hanno potuto manifestare il proprio parere in merito hanno preferito l'uninominale.

Considerando poi la martellata (stavo per dire mattarellata...) sulle gengive con la violazione dell'uninominale del 1993 da parte del parlamento, non fatico a immaginare un calo di attenzione (un filo di dissonanza cognitiva penso l'abbia generato...).

Certamente, fintanto che verranno somministrati sondaggi con formulazioni come questa, questo consenso non si potrà manifestare.

BTW: il sondaggio commissionato da Repubblica è un esempio preclaro di biasedness. Tralascio gli adeguati commenti perchè mi spingerebbero OT.



La "violazione" dell'uninominale da parte del Parlamento è stata solo il semplice tentativo di rimettere in pista una forma di razionalità politica negletta dagli uninominalisti "duri e puri".

Costoro (gli uninominalisti) continuavano a predicare per i collegi ben sapendo che i singoli partiti non avrebbero smantellato le loro strutture, ma avrebbero casomai stabilito delle coalizioni per raccattare quanti più voti possibili nei singoli collegi, candidando personalità dei singoli partiti. Ma in questo modo le candidature sarebbero state decise (come lo sono state) "a priori", sulla base dei sondaggi circa la "forza relativa" dei singoli partiti e/o trattative condotte da posizioni più o meno di forza e di ricatto per la spartizione dei collegi. Con il Mattarellum, si è almeno data - cioè lasciata - la possibilità agli elettori di misurare le idee politiche, cioè la forza dei partiti, sul campo (reale), sebbene "a posteriori" rispetto alla scelta delle candidature nei collegi.

RR

Non voglio lanciarmi in una difesa dell'uninominale del 1993. Personalmente preferisco l'AV. Nemmeno voglio sostenere che basti cambiare una legge elettorale per risolvere il problema dell'accountability della casta. 

Però quello che dici non torna:

le candidature sarebbero state decise (come lo sono state) "a priori", sulla base dei sondaggi circa la "forza relativa" dei singoli partiti

IMHO questa è responsiveness. Certo, non delle migliori. Inoltre la coalizione non fornisce al candidato uno scudo che lo difenda dalla sua eventuale impresentabilità, diversamente da una lista.

Con il Mattarellum, si è almeno data - cioè lasciata - la possibilità agli elettori di misurare le idee politiche, cioè la forza dei partiti, sul campo (reale), sebbene "a posteriori" rispetto alla scelta delle candidature nei collegi.

Qui dissento pienamente. Anzitutto non vedo per quale ragione "misurare idee politiche" separatamente dalle persone che dichiarano di farsene garanti in parlamento.

In secondo luogo non si è lasciato un bel niente se non la possibilità, per gli "impresentabili" nei collegi, di essere ripescati grazie alla copertura di un simbolo.

Si è inoltre fornito un canale di accesso proporzionale al parlamento, strumento ovviamente più utile a chi ha poco consenso e non ha candidati vincenti.

P.S.: non ho ben capito la temporalità della scelta a priori dei candidati e della misurazione a posteriori del consenso: cosa ha che non va?

Vedo di articolare ulteriormente la spiegazione. Preciso inoltre che votai a favore del Referendum Segni all'epoca, e quindi ero anch'io favorevole al "cambio di sistema". Ma le riflessioni e le analisi sono un'altra cosa.

Il punto che volevo commentare era

la martellata (stavo per dire mattarellata...) sulle gengive con la violazione dell'uninominale del 1993 da parte del parlamento

Si è trattato, lo ripeto, di una scelta possibile e saggia del Parlamento, alla luce della considerazione che si sarebbero pur sempre presentate delle coalizioni di partiti (nei collegi uninominali). Il mio punto era che la quota proporzionale poteva assolvere alcune funzioni di "razionalità politica" in quel nuovo contesto, e in particolare - questo è ciò che ho scritto prima - la misura, col voto popolare, del consenso dei singoli partiti presso gli elettori, visto che essi avrebbero comunque svolto una funzione politica esplicita (anche ad es. con la costituzione di gruppi parlamentari). Se una coalizione avesse soprastimato o sottostimato il valore della singola componente partitica nelle candidature uninominali, ci avrebbe pensato il voto nella quota proporzionale a darne invece una rappresentazione autentica. Questa non è stata l'unica funzione positiva svolta dalla quota proporzionale, comunque è stata la maggiore. Spero di essere stato chiaro.

RR

 

 

 Il mio punto era che la quota proporzionale poteva assolvere alcune funzioni di "razionalità politica" in quel nuovo contesto, e in particolare - questo è ciò che ho scritto prima - la misura, col voto popolare, del consenso dei singoli partiti presso gli elettori,

Esattamente ciò che vanifica il maggioritario e rende zoppo il mattarellum.

Per quanto concerne una legge elettorale, partito e candidati dovrebbero essere sinonimi. Candidare idee politiche, simboli, tradizioni (o come li si voglia chiamare) penso sia una bidonata. Non ho mai visto una quercia o un elefantino alzare una mano in parlamento. O presentare una riforma.

Candidare idee politiche, simboli, tradizioni (o come li si voglia chiamare) penso sia una bidonata. Non ho mai visto una quercia o un elefantino alzare una mano in parlamento. O presentare una riforma.

Può darsi che le idee politiche tu non le abbia mai viste, perchè sei sintonizzato su quello che passano i media in Italia in questi anni, però ti assicuro che - in generale - il motivo per cui esistono i Parlamenti è per rappresentare idee politiche, in quanto il Parlamento deve prendere decisioni politiche. In una democrazia, c'è tipicamente una larga fetta di cittadini che desidera che le decisioni politiche siano prese in accordo con le proprie idee politiche (insomma non è indifferente, politicamente frigida), e quindi intende organizzare, dare a vita a partiti che le rappresentino nella società e nelle istituzioni, facendole "vincere".

Per quanto concerne una legge elettorale, partito e candidati dovrebbero essere sinonimi.

Non pare proprio, un candidato è una persona con la sua individualità.

RR

 

 

 

 

Può darsi che le idee politiche tu non le abbia mai viste

Di sicuro non le ho mai viste:

  1. elaborare un programma
  2. organizzare un partito
  3. candidarsi
  4. formare un governo

Amico, se vuoi spostare la discussione su qualche filosofema, penso che ciò sia di poco interesse, soprattutto per il blog, quindi per ora concludo mostrandoti un esempio di idee politiche, che innervano programmi elettorali di partiti politici, così puoi farti un'idea - prendiamo proprio il caso del Regno Unito:

- Partito Conservatore

- Partito laburista

- Partito Liberaldemocratico

I candidati si impegnano a realizzare quelle idee politiche, e i cittadini li votano per quello (sto parlando in linea generale, poi i casi particolari e le idiosincrasie sono comprese nel prezzo). Tuttavia, e questo era il mio punto iniziale, il rapporto tra eletto e collegio in UK è tale per cui esistono relazioni politiche sensate anche fra elettori ed eletto di partito diverso; in Italia questo non è "de facto" possibile, a causa del diverso significato che il collegio ha nella storia politica britannica, e il diverso atteggiamento degli eletti colà - in una parola a causa dei diversi valori politici delle nostre società. Per questo motivo nessuno si è stracciato le vesti alla perdita dei collegi con il Porcellum; alla gente interessava casomai mantenere il bipolarismo (e a Berlusconi mettere i bastoni tra le ruote di Prodi, oltre a ridurre le dimensioni della propria sconfitta).

Spero di essermi spiegato.

RR

 

Ok. Chiudiamo la discussione. Vedo che l'individualismo metodologico è per qualcuno concetto sfuggevole.

Guarda, filosofemi non ce ne sono. Anzi, è esattamente il nocciolo della questione. Pensare di poter scegliere idee separatamente dalle persone (o peggio, pensare che non ci sia correlazione diretta tra idee e persone che le dovranno realizzare) è l'euristica che permetterà ai peggiori elementi desiderosi di entrare in parlamento di arrivarci. Della serie beffati e contenti.

La costituzione italiana garantisce una democrazia rappresentativa, non diretta. Non esiste nessuna forma di vincolo di mandato (l'oggetto più vicino a ciò che penso tu intenda con idee politiche).

L'unico scopo di una legge elettorale è selezionare persone e regolare la competizione tra i candidati. 

 

Già, meglio chiudere la discussione e sfuggire ai concetti sfuggevoli.

Io, come molti e moltissimi, sono interessato alla realizzazione di certe idee politiche (non, per dire, a vedere eletta una certa persona in quanto è gnocca) così come in una azienda i soci saranno interessati al perseguimento di certi obiettivi - una certa politica aziendale. Le organizzazioni politiche (come i partiti) sono quelle formazioni sociali che, con la loro azione, possono [contribuire a] dare realizzazione a certe idee. Il "vincolo di mandato" esiste CERTAMENTE come vincolo politico, non giuridico (al quale sono certamente contrario, come la quasi totalità della tradizione politica moderna). Il vincolo politico è ovvio: dipenderà, nella sua considerazione e materializzazione, dal tipo di relazioni sociali che sussistono nella realtà (dei partiti, fra eletti, fra elettori, nei rapporti di potere, da regole interne, da consuetudini, ecc. ecc., tutto ciò a cui anche in questo thread si è fatto riferimento, e segnatamente parlando della questione dei collegi).

Le cose di cui sopra non sono sfuggevoli, sono messe in opera ognora da milioni di persone nel mondo.

RR

Guarda io sono abbastanza tardo, mi potresti spiegare perché il sondaggio é una ciofeca? Perché non include l'uninominale secco tipo Inghilterra? SE questo é il caso penso che la mancanza sia da ricondurre al fatto che non mi pare ci siano forze politiche che lo propongano in Italia. Comunque io sono spesso naif e poco avvezzo alle sottili manipolazioni del pensiero, quindi felice di essere indirizzato.

Non sono di sicuro in grado di indirizzarti. Ti posso dire cosa ho pensato.

Assumiamo che il campionamento sia perfetto e le non risposte siano distribuite indipendentemente dalle domande di interesse. (Assunzione lontana kiloparsec dalla realtà, per l'appunto)

Se volessi sapere come la pensano gli intervistati 

  1. individuerei i sistemi elettorali disponibili
  2. li scomporrei negli attributi che li caratterizzano (ad esempio dimensione territoriale, numero di eletti, premio di maggioranza, etc.)
  3. sottoporrei gli intervistati a delle domande sul gradimento di specifici attributi del sistema elettorale
  4. individuerei la distanza dei modelli iniziali dalle preferenze espresse dagli intervistati

Nel sondaggio commissionato da Repubblica si chiede invece il gradimento di etichette (modello <paese>) senza verificare

  1. in che misura l'intervistato sia interessato alla questione "legge elettorale"
  2. in che misura l'intervistato sappia cosa sia il modello <paese> citato

Dimenticandosi inoltre due modelli, l'FPP e l'AV che sono rispettvamente l'uno quello più utilizzato nelle democrazie più longeve oggi esistenti, l'altro quello su cui si terrà un referendum nella democrazia più longeva oggi esistente (UK).

Repubblica era interessata a sapere coma la pensano gli intervistati o a costruire "consenso" sul modello proporzionale? Per me, è una domanda retorica.

Il porcellum sembra aggiungere a tutti i problemi del proporzionale alcuni problemi addizionali, e certo non ha condotto in alcun modo (e c'è da aspettarsi che non condurrà in futuro) su alcun sentiero riformatore

Per miei limiti non riesco a cogliere il nesso tra sistema elettorale e sentiero riformatore. Per altro verso, in altri paesi caratterizzati da sistemi elettorali diversi tra di loro e diversi dal nostro, delle riforme sono state fatte. Non so se sbaglio, ma qualunque sia la legge elettorale, la volontà di portare avanti riforme cammina nella volontà degli eletti qualunque sia il sistema elettorale.

Ho riletto il post ed la mia incomprensione è rimasta.Mi farebbe piacere un chiarimento al riguardo.

Sbaglierò, ma anch'io sospetto fortemente che il mancato imbocco di un percorso di riforme sia del tutto indipendente dal sistema elettorale. Preferisco la chiarezza e la minore probabilità che s'instauri una pericolosamente "spending oriented" situazione da "ago della bilancia" - così ovviamente gradita al tipico democristiano, Casini - indotte da un'impostazione maggioritaria, che tenderei casomai ad accentuare, piú che a ridurre. Ed ambirei a poter scegliere i candidati ai quali dare il mio voto, anziché subire le scelte dei vertici di partito, giocate sulla fedeltà o su logiche di equilibri interni. Tuttavia, non mi pare che passate legislature - in presenza di un sistema elettorale proporzionale - abbiano prodotto le riforme che, come molti osservatori, ritengo necessarie: se così fosse, non si continuerebbe ad invocarle.

Franco e Luzo48, cerco di chiarire il mio pensiero.

Primo, ovviamente sono d'accordo che le riforme si possono fare sotto i sistemi elettorali più variati. Ed è anche ovvio che se ci fosse una diffusa volontà nel paese di, che ne so, accettare aumento dell'età pensionabile in cambio di una riduzione dei contributi, allora le riforme sarebbero più facili sotto qualunque sistema elettorale.

Il punto è se un sistema elettorale proporzionale aggiunge o toglie difficoltà alle riforme necessarie a risanare il paese. A me pare che sia l'evidenza empirica sia il ragionamento logico ci portano alla conclusione che la reintroduzione del proporzionale renderebbe le riforme più difficili. Per l'evidenza empirica rimando al capitolo di Tabellini e Persson nell'Handobook of Political Economy. Per un breve riassunto dei risultati andate a pagina 13: ''proportional representation rather than plurality rule raises total expenditure by the government by a whopping 5% of GDP.'' 

Ci sono vari modelli che cercano di investigare questo fenomeno empirico (cominciate da Persson, Roland e Tabellini) ma l'intuizione è abbastanza semplice. Sistemi proporzionali producono più frequentemente governi di coalizione in cui ciascun partito ha propri interessi di spesa da difendere. Siccome l'aumento di spesa in un particolare settore beneficia in particolare il partito X, mentre l'aumento della tassazione va a discapito di tutta la coalizione, l'equilibrio del gioco è che la spesa pubblica sia più alta rispetto a governi non di coalizione. Ovviamente un discorso analogo si applica a leggi che proteggono categorie che sostengono un dato partito etc. etc. 

Ripeto, nessuno si illude che basti cambiare il sistema elettorale per risolvere i problemi politico-economici di un paese. Ma, accidenti, cerchiamo almeno di non rendere le cose più complicate. Il passaggio dal mattarellum al porcellum è stato letale.

Non si tratta della medesima critica che è possibile fare alla democrazia? Non sto proponendo un altro sistema (non ne sono neppure capace), se non la riduzione della dimensione del governo e il federalismo (eventualmente fino alla secessione).

Non si tratta della medesima critica che è possibile fare alla democrazia?

Sì e no. La vera domanda è qual è il benchmark verso cui misuriamo le distorsioni rispetto a una qualche misura (mi si permetta la definizione ambigua) di ottimo sociale.

Cerco di essere meno criptico. Prendiamo la questione della dimensione ottima della spesa pubblica. Supponiamo che si possa decidere che, in base a qualche criterio ben definito, il rapporto ottimo spesa pubblica/PIL sia il 20%. Ora esiste il problema di creare istituzioni che facciano sì che tale 20% venga raggiunto, o che almeno non ci si discosti troppo. 

Una risposta facile (e tonta) è dire che basta mettere un dittatore benevolente che faccia il bene della società. Rispetto a questo benchmark, la democrazia fa peggio. Il benchmark resta comunque importante, è utile sapere quali sono i guadagni di efficienza possibili in un mondo perfetto, ma quando si fa analisi economica delle istituzioni non si può ignorare il fatto che il benchmark è irraggiungibile perché i dittatori benevolenti non esistono (o sono estremamente rari). E un dittatore non benevolente può ovviamente fare molti più danni di una democrazia in termini di scostamento dall'ottimo sociale, gli esempi abbondano.

Una volta che accettiamo l'idea che gli obiettivi vanno implementati da istituzioni in cui operano agenti (politici, elettori, lobbies economiche) che perseguono il proprio interesse anche a scapito dell'ottimo sociale la domanda diventa come disegnare tali istituzioni per evitare troppi problemi. La scelta del sistema elettorale è un elemento del disegno istituzionale ottimo. Altri elementi sono quelli che indichi tu: limiti costituzionali alla dimensione dell'intervento statale e decentramento territoriale.

Ripeto, nessuno si illude che basti cambiare il sistema elettorale per risolvere i problemi politico-economici di un paese. Ma, accidenti, cerchiamo almeno di non rendere le cose più complicate. Il passaggio dal mattarellum al porcellum è stato letale.

Bene! In questi termini il salame mi è caduto dagli occhi. Grazie anche per il link.Documento davvero interessante.

Dicevo esattamente la stessa cosa, Sandro, ma forse sono stato un po' involuto. E, naturalmente, ciò significa anche che avevo mal interpretato il tuo pensiero: ah, la fretta nel leggere .....

Sandro, guardando in rete ho trovato questo appello per l'uninominale. Pensi che possa essere utile?

Temo di no. Le leggi elettorali si fanno in parlamentoe e riflettono l'interesse delle forze politiche che in un dato momento riescono a trovare una maggioranza in parlamento. Possiamo fare tutti gli appelli che vogliamo, non verranno ascoltati. A dir la verità questo lo sanno benissimo anche i proponenti dell'appello; un buon numero di essi promossero il referendum che l'anno scorso non raggiunse il quorum e ai tempi il loro argomento (assolutamente corretto) era che senza lo stimolo del referendum il parlamento non avrebbe fatto nulla.

Il referendum si è ormai rivelato un'arma spuntata, dato che senza un qualche evento che catalizzi l'attenzione popolare sul sistema elettorale (cosa tutt'altro che facile) i difensori dello status quo possono usare la strategia di non far raggoiungere il quorum tramite l'astensione.

Si potrebbe obiettare che la nascita del nuovo partito di Fini può aver cambiato il rapporto di forze in parlamento. Questo è vero, ma come ho cercato di spiegare nel post secondo me lo ha cambiato nel senso di rendere più probabile il proporzionale. 

La mia tesi principale è che se si fa effettivamente un governo tecnico, temporaneo, balneare, ribaltone, o comunque altro si voglia chiamare, è probabile che venga ripristinato il sistema proporzionale senza premio di maggioranza.

C'è un punto poco chiaro proprio nella tesi principale. Non c'è un nesso causale fra la formazione di un governo alternativo e l'approvazione di una nuova legge elettorale. Le leggi le approva il Parlamento, non il Governo. Quindi se c'è in parlamento una maggioranza per l'approvazione di una nuova legge elettorale, qualsiasi essa sia, allora la si approvi e il nuovo governo verrà dopo. Se invece questa maggioranza non c'è, allora non si sarà neppure per approvare la fiducia al nuovo governo, e si andrà a votare di nuovo col Porcellum.

Formalmente è vero che il parlamento può approvare una nuova legge elettorale senza formare un nuovo governo, ma credo tutti siano d'accordo che questo non succederà nei prossimi mesi.

Fini credo sarebbe molto contento di fare una legge proporzionale senza far cadere l'attuale governo, in modo da aver più tempo per organizzare il proprio partito, ma esattamente per questo Berlusconi e la Lega sarebbero pazzi a lasciarglielo fare. Qualunque tentativo minimamente serio di cambiar la legge elettorale causerebbe pertanto immediatamente una crisi di governo.

Quindi, o Fini trova i voti in Parlamento per fare la legge proporzionale e anche un governo che duri qualche mese, oppure non si fa nulla.

Mi domando solo se tecnicamente sia possibile una forzatura "istituzionale". Considero le tue premesse eccellenti, i politici sono l'emblema della conservazione della specie, per cui mai accetteranno di suicidarsi, e l'attuale porcellum consente ai leader di avere "clientes", piuttosto che onorevoli. Quindi dai leaders c'è da aspettarsi chiacchiere, ma mai fatti.

Scenario: crisi di governo, il presidente della repubblica chiama una personalità X a formare un "governo tecnico di unità nazionale" con il dichiarato scopo di cambiare la legge elettorale, il Ministro delle Riforme è Sandro Brusco. Il Governo si presenta alle camere e NON ottiene la fiducia (in verità, tecnicamente, credo possa anche non presentarsi subito alle Camere per il voto di fiducia), e comunque emana un decreto legge con una nuova legge elettorale, seguendo l'idea del Ministro delle Riforme (basta che non si metta pure lui a bruciare leggi nella caserma dei pompieri..), il Presidente della Repubblica emana il Decreto Legge e scioglie le Camere. Le camere sciolte possono non convertire il Decreto legge, bocciandolo e sfidando l'ira popolare (salta su un Di Pietro che lo appoggia e fa man bassa di voti), oppure fanno buon viso a cattivo gioco e lo approvano, oppure, semplicemente, non lo convertono in Legge, ma nel frattempo si va a elezioni con la nuova legge, visto che non ci sarebbe nemmeno il tempo tecnico di avere un voto della Consulta, e poi vediamo se un nuovo Parlamento, eletto con la nuova legge, la modifica e si autoscioglie di conseguenza (mmm, e la conservazione della specie?).

Sarebbe una pesante forzatura istituzionale, ma forse possibile. E forse ne abbiamo già parlato, ma non ricordo dove, ma più ci penso, più mi sembra verosimile un simile scenario. Il vero problema è che, se possibile e realizzato, sarebbe un pericoloso precedente, essendo poi, formalmente, un Governo del Presidente (della Repubblica) che rischierebbe la messa in stato d'accusa per attentato alla Costituzione.

Ci vorrebbe un ottantenne con forte senso democratico...

Ma tutto questo è legale? Un Governo che non ha la fiducia delle camere puó emanare decreti? Non è che fino alla fiducia al nuovo governo rimane in carica quello vecchio?

Credo massimo abbia ragione a sollevare la questione, che purtroppo va al di là delle mie competenze. Anch'io dubito che un governo che mai si è instaurato possa emanare decreti, ma mi rimetto all'opinione di chi è più informato di me.

Sandro, io non dubito che sarebbe una "forzatura istituzionale" foriera di problemi tecnico-giuridici, ma credo sia possibile. Soprattutto credo sia altamente possibile minacciarla, ed eseguirla come extrema ratio.

A quel punto si potrebbe pensare di uscire dall'impasse berlusconiana, per cui si è arrivati al "o io o loro", e i loro stanno bene così, perchè giustificano la loro esistenza.

Poi, io la vedrei ancora più "estremistica": Mario Draghi forma un "governo tecnico" serio (a me va bene la giustizia), con Ichino, Giavazzi, Martino, Baldassarri, e altra gente seria, che c'è in giro, propone quattro-cinque riforme che sono quasi belle pronte (nuovo Statuto dei Lavoratori, regole alle imprese, pensioni, e, soprattutto, meno tasse e spese inutili) e voglio proprio vedere chi vota no al Governo e alle Riforme per andare alle elezioni. Sai le legnate..

Eh, ma si sa, io sogno...

Assolutamente no, il Governo entra in carica al momento del giuramento davanti al Presidente della repubblica, e deve presentarsi entro trenta giorni alle camere. Quindi entra in "carica" subito e può già emettere decreti.

C'è il caso interessante del Governo Ciampi del 92 in cui entrarono tre membri riconducibili all'opposizione, che giurarono davanti al Presidente della Repubblica, ma si dimisero dopo tre giorni per il voto su Craxi alla camera.

Nel frattempo il Ministro dell'Ambiente dimissionario aveva già firmato due regolamenti di attuazione e un decreto legge. Si chiamava Francesco Rutelli.

Secondo la dottrina costituzionale nettamente prevalente, il governo sfiduciato opera in prorogatio, quindi sono legittimi soltanto quei decreti che non eccedano l'ordinaria amministrazione (es. adempimenti per i procedimenti elettorali, modifiche riguardo spese ed entrate e così via).

Il problema è vedere se l'adozione di un decreto legislativo sia o meno ordinaria o straordinaria amministrazione.

A mio avviso (opinione squisitamente personale), è vero che il Parlamento ha delegato quel governo ad adottare la disciplina nei limiti della legge delega ma è anche vero che lo stesso Parlamento ha sfiduciato quel governo, quindi, a mio parere, caduta la fiducia nel governo cade anche la delega data precedentemente.

L'esempio è facilmente applicabile ai decreti legislativi sul federalismo fiscale. A mio avviso, se il governo fosse sfiduciato, non potrebbe "attuare" (si dovrebbe dire legiferare) la delega.

Temi come il cambiamento della legge elettorale esulano totalmente dall'ordinaria amministrazione, soprattutto in mancanza di una delega precedente (ma anche, a mio avviso, se ci fosse, perchè caduta assieme alla fiducia).

 

 

la Costituzione vieta l'emenazione di decreti legge in materia elettorale (art.72)

http://www.governo.it/Governo/Costituzione/2_titolo1.html

per cui Napolitano non dovrebbe firmarlo. certo qualcuno potrà dire che in realtà l'ha già fatto. perchp era un decreto-legge "interpretativo".

http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_regionali_italiane_del_2010#Il_decreto-legge_interpretativo_del_5_marzo

ma non posso che rispondere che di sicuro il Presidente conosce la Costituzione più di un qualunque normale cittadino italiano commentatore di un blog. per cui in Italia può succedere di tutto.

L'art.72 della Costituzione in verità dice :

La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i disegni di legge in materia costituzionale ed elettorale e per quelli di delegazione legislativa

laddove per procedura normale "di esame" intende che l'esame stesso della legge e la sua approvazione non possono avvenire in Commissione.

Non dice che la materia elettorale non può essere regolata da un Decreto Legge.

Ma le camere sciolte non continuano l'ordinaria amministrazione fino a quando non si riuniscono quelle nuove?

Il governo tecnico fa il decreto, il PdR scioglie e il paralmento non converte il decreto.

Le  Camere hanno 60 giorni di tempo per esaminare il Decreto ( e si possono riunire, tecnicamente si chiama prorogatio), ma il fattore determinante è il tempo: oggi sciolgo le Camere, nuove elezioni entro 70 giorni, ma minimo 45, quindi gli accadimenti sarebbero questi:

1. Nuovo Governo e giuramento il giorno 1. Il Governo ha 30 giorni di tempo per la fiducia.

2. Presentazione del Decreto legge con la nuova legge elettorale il giorno 20.

3. Scioglimento delle camere con decreto del Presidente della Repubblica, controfirmato dal Governo il giorno 21.

4. Elezioni indette per il 46° giorno. Il Decreto non decade (vale 60 giorni), si vota con la nuova legge.

5. Voglio proprio vedere se in 46 giorni le Camere riescono a bocciare il Decreto Legge, quando devono, a norma dell'art.72, avere esame e votazione in modo ordinario (niente tempi contigentati, doppia lettura, etc. , etc.)

6. Poniamo che il Decreto Legge decada nel frattempo della nuova riunione delle Camere (max 20 giorni dalle elezioni), il Governo può (anzi, deve) reiterarlo, la nuova Camera non voterebbe mai contro un Decreto Legge, che, se non convertito, la farebbe decadere immediatamente.

è vero. mi sono confuso.

ma lo dice la legge 400/1988, che "interpreta" la Costituzione vietando il ricorso al Decereto Legge in materia elettorale.

ora che un decreto-legge possa andare in deroga ad una legge che vieta ai decreti-legge di andare in deroga alla medesima legge, mi pare costituzionalmente possibile. anche se la logica è messa a dura prova. ma siamo in Italia.

d'altra parte se un decreto-legge non è convertito in legge, perde la sua efficacia fin dall'inizio. per cui la nuova camera potrebbe votare contro la propria elezione (si, qui sto fantasticando, so che stiamo parlando dell'Italia...).

inoltre, se è pur vero che un Governo in amministrazione provvisora può emanare decreti (sennò a che serve, il governo provvisorio?), anche la camera sciolta provvisoriamente può bocciare il medesimo decreto-legge. decreto legge provvisorio bocciato da parlamento provvisorio.

tecnicamente poi, bisognerebbe ricordare anche i tempi tecnici per organizzare un'elezione con una nuova legge (es. fare i collegi uninominali o molto piccoli secondo le regole della Costituzione impiega molto tempo).

Per cui, sì, credo proprio che questa proposta sia possibile e, anzi, assai probabile.

Ho letto diversi commenti ma credo occorra andare per gradi

1) Deve andare in crisi il Governo di SB
2)Deve formarsi sulla carta una maggioranza di Eletti , con PDL e LEGA all'opposizione: al Senato al momento questo appare arduo ma a crisi aperta chissa
3)A quel punto con Governo in carica credo che lo scenario di un ritorno al proporzionale sarebbe molto probabile , alcuni per convinzione/convenienza (Casini) altri per disinnescare definitivamente Berlusconi (DI Pietro, Fini,PD)
4)Il mio parere personale che detesto il proporzionale (come pure con l'attuale Porcellum voluto su pressione di Casini in cambio della testa di Follini che voleva la testa di Berlusconi!) e che converrebbe a Berlusconi in contropiede andare in Parlamneto proponendo il ritorno al Mattarellum
Bisognerebbe rifarsi un po i conti oggi ma credo che a lui converrebbe: gia nel 2006 avrebbe vinto con il Mattarellum.Ne Veltroni ne Fini potrebbero votargli contro.

Non sarebbe l'idilio ma per conto mio il male minore...con tutti gli scorpori ,liste civetta, candidati paracadutati del caso!

Non ci avevo pensato, ma è vero che a Berlusconi potrebbe convenire il mattarellum. Non sono certo che Fini (e il PD, ma conta meno) non potrebbero dire no. Potrebbero fare melina alzando la posta, per esempio chiedendo l'eliminazione della quota proporzionale.

Non credo però che la Lega sarebbe contenta di un ritorno al mattarellum, ha sempre sofferto le situazioni in cui non si può presentare con il proprio simbolo, e ai collegi uninominali inevitabilmente succederebbe. Vedremo, al momento la strategia di Berlusconi sembra focalizzata sulla formazione di una maggioranza senza i finiani alla Camera, by any means necessary.

Si, è un po cosi.
Gia domani vediamo cosa salta fuori alla Camera come numeri su Cosentino....ma c'è il voto segreto

POi la palla passa al Berlusca con il suo discorso alla Camera: se è sicuro di arrivare a 316 senza i finiani ( e senza Lombardo? se ci riesce è meglio di Galliani!) puo andare in aula e fare anche un discorso a tratti duro contro Fini (in risposta a Mirabello)... senno con un pò di MELASSA accontenta tutti e porta a casa i 335 della fiducia del 2008 o anche piu!

"Scampa un dè scampa un an" si dice dalle mie parti....

Si ma poi deve governare = trovare una maggioranza per le sue leggi (ad personam?). Io fra essere ostaggio di Fini e di Lomabrdo preferirei la prima

Premessa: il porcellum (secondo me) è la pegiore legge elettorale. Tutto è meglio, tedesco, doppio turno aperto (con soglie basse, ad es. 5% come era all'inizio in Francia), simil spagnolo o misto (proporzionale con scorporo dei seggi uninominali conquistati). Detto questo andiamo per gradi.

ma vorrei lo stesso far notare che la maggiore instabilità governativa al tempo del porcellum, rispetto a quello del mattarellum, è esattamente quello che ci si può attendere dal punto di vista teorico

Non è vero. L'instabilità, ancora i politici non l'hanno capito (ma lo dicono tutti i politologi pensanti), è il bicameralismo perfetto, non altro. Nel 1994 la CdL aveva al senato il 48,9% dei seggi, minoranza. Nel 1996 l'Ulivo più Rifondazione aveva, sì, il 54%, ma quella era una desistenza, l'Ulivo, da solo, aveva il 48,9% dei seggi, sempre al Senato, e sostanzialmente era un governo di minoranza. Nel 2001, sempre al Senato, se l'Ulivo avesse fatto le desistenze con Rifondazione (come fece nel 1996), la CdL avrebbe avuto soltanto il 49,5% dei seggi contro il 47,6% di Ulivo più Rifondazione, e sempre senza contare Di Pietro (senza quella spaccatura l'Ulivo si sarebbe riaffermato anche alla Camera, con tanti saluti alla teoria che Mr B sia invincibile e bla bla bla, nonostante le televisioni). Restano il 2006 ed il 2008. Senato in bilico sia nel 2006 che nel 2008 dopo le defezioni di Fli (che, parlando chiaramente, fece una desistenza, visto che Fini non si aspettava le elezioni anticipate e dovette schierarsi all'ultimo momento). 

Il problema è sempre quello, il bicameralismo perfetto.

Secondo punto. Anche con il Mattarellum c'era la necessità di fare alleanze larghe. I "nanetti" chiedevano seggi nella quota maggioritaria ai grandi partiti, pena il presentare candidati ovunque, facendo perdere molti seggi uninominali marginali, quindi le elezioni.

Per quanto riguarda la scelta degli eletti, anche il Mattarellum era una truffa.

1) Mancanza del requisito della residenza almeno da 1-2 anni nel collegio uninominale o circoscrizione plurinominale in cui ci si candida.

 

La compravendita è possibile anche con il Mattarellum. La controprestazione è la promessa di assegnazione di un collegio "sicuro". Ricordiamo i deputati catapultati a seconda delle convenienze.

 

2) Con il Mattarellum (a differenza, ad esempio, del sistema elettorale misto per l'elezione del parlamento scozzese) un politico può essere candidato in un collegio uninominale di una circoscrizione elettorale (ad es. Torino 8) ed allo stesso tempo essere inserito nella lista di recupero proporzionale in altra circoscrizione elettorale (ad es. Sicilia 1).

 

Anche in questo caso la compravendita è incentivata. Si può promettere un collegio in bilico ma allo stesso tempo una candidatura in una posizione sicura della lista circoscrizionale chiusa.

 

3) Con il Mattarellum è possibile (a differenza, ad esempio, del sistema elettorale misto per l'elezione del parlamento scozzese) candidarsi come indipendente in un collegio uninominale (o collegato ad una lista civetta) ed essere presente nella lista di recupero proporzionale di un partito differente nella stessa o in altra circoscrizione.

 

Basta un articolo per vietare le candidature indipendenti fittizie ma per evitare le liste civetta non basta, perchè in collegi sicuri può essere candidato un paracadutato (es. un Mastella) con la certezza di essere eletto (senza doverlo candidare in una lista di recupero proporzionale).

 

4) Nei collegi uninominali possono presentarsi candidati "collegati ad una o più liste" (quindi coalizioni) e da qui il gioco delle desistenze e del mercato delle vacche "al buio" (citando Sartori). Inoltre l'elettore moderato (di sinistra) si ritroverà il candidato di sinistra (moderato) della coalizione, quindi un prendere o lasciare.

 

In tutti i sistemi misti con scorporo ci si presenta come candidati di partito o come indipendenti. Abolire le coalizioni (magari riducendo anche il rapporto uninominali/totali).

 

5) Le liste civetta. Se si sono adottati i precedenti punti, ne rimane scoprto uno. In Scozia e Galles sarebbe possibile introdurle ma essendoci una cultura differente, chi lo farebbe verrebbe preso a calci nel sedere dai propri elettori.

In Italia si potrebbe introdurre la seguente regola. Ogni partito deve presentare, all'interno della singola circoscrizione plurinominale, o soltanto le liste di candidati per la parte proporzionale oppure anche candidati nei collegi uninominali, ma in questo caso, deve presentarli in tutti i collegi della circoscrizione. Così saranno impossibili desistenze tra partiti nei singoli collegi e liste civetta in singoli collegi.

Altra soluzione, sarebbe quella di prevedere che il candidato indipendente (o di una lista civetta) non debba essere iscritto ad alcun partito politico (o debba essere iscritto al partito politico sotto il nome del quale si candida, in caso di lista civetta).

 

6) Fatte queste necessarie e preliminari modifiche, si possono prevedere primarie (chiuse o aperte) nei singoli collegi elettorali.

Abolite i collegi uninominali di coalizione, per mantenere la logica bipolare basterebbe un rapporto tra seggi uninominali e seggi totali del 58-60% (così nel caso, un po' assurdo, di pareggio in tutte le circoscrizioni, i due partiti maggiori avrebbero almeno il 30% dei seggi). Si potrebbero pensare delle circoscrizioni di 18-19-20 seggi di cui 10-11-12 in collegi uninominali, ed i restanti proporzionali con scorporo degli uninominali vinti (da ogni lista).

In questo caso la soglia implicita sarebbe del 5% (si potrebe mettere una clausola secondo la quale le liste che non abbiano raggiunto il 5% a livello nazionale mantengono i seggi conquistati nella quota proporzionale soltanto se hanno superato il 10-15% all'interno della circoscrizione, il che non danneggerebbe i partiti locali veramente rappresentativi, senza dimenticare che potrebero vincere i collegi uninominali, permettendo a Svp, valdostani e partiti veramente rappresentativi la rappresentanza parlamentare).

Vi sarebbe una riaggregazione delle forze politiche, sarebbero eliminate le desistenze e le spartizioni dei collegi uninominali ed i candidati in essi paracadutati ed in più, rispetto al sistema tedesco, sarebbe rispettata una logica bipolare.

Purtroppo è difficile che questa classe politica faccia una buona legge elettorale che sia proporzionale, bipolare e con una scelta effettiva dei candidati. E' difficile che passino riforme costituzionali minime come il superamento del bicameralismo perfetto e la fiducia al solo presidente del consiglio che può nominare e revocare i ministri (come la "Bozza Violante", senza farcirla di premierato assoluto con potere di scioglimento delle camere, politicizzazione della Corte Costituzionale, riduzione del PdR a notaio, devolution ed altre cose inutili e dannose, come fatto dal centrodestra nella riforma, fortunatamente, bocciata dal referendum costituzionale del 2006).

Scusate sono talmente cotto che  mi è scappata la risposta al post  di un paio di anni fa e che stavo rileggendo per usarlo come spunto, ovvero partendo da:

Se prendiamo però per buone le dichiarazioni ufficiali, tutti concordano sugli obiettivi di fondo:

1) consentire agli elettori di giudicare la qualità dei singoli candidati al parlamento;
2) ridurre la frammentazione, garantendo un pluripartitismo moderato;
3) preservare la dinamica bipolare …
4) senza rendere però ineluttabile la formazione di coalizioni pre‐elettorali artificiose,
prive di coesione programmatica.

 

3) preservare la dinamica bipolare … in Italia? non l'ho mai capita e non ci ho mai creduto (per non parlare del bipartitismo roba a mio parere da star trek).

Questo obiettivo di fondo per me è totalmente infondato in Italia per raggiungere i reali obiettivi di governabilità con delle coalizioni aventi programmi più omogenei (tralasciamo per il momento quello che ci piace di più o che pensiamo possa più utile per riformare l'Italia) .

Capisco che il bipolarismo visto in altre nazioni possa essere sembrato una soluzione ad una serie di problemi politici italiani, ma ci siamo chiesti se il contesto delle altre nazioni ha delle differenze che rendano inapplicabile una determinata soluzione in Italia?

Penso che l'attività lavorativa mi abbia insegnato che le soluzioni dipendano dal contesto, posso cercare di cambiare il contesto per rendere una determinata soluzione efficace o scelgo la soluzione per trovare quella più idonea al contesto analizzato.

In entrambi i casi devo fare una corretta analisi del contesto ed è qui che io mi trovo in completo disaccordo con il punto 3 che viene considerato un obiettivo di fondo.

A mio parere l'Italia è tripolare e la soluzione migliore è che i tre poli possano avere un solo vincitore con maggioranza in camera e senato senza aggregarsi tra di loro, a questo punto non ci saranno scuse sulla realizzazione del programma e sui risultati.

La presenza del vaticano fa dell'Italia una anomalia nel mondo che individua  un centro estremamante radicato che :

1) ha difficoltà a coalizzarsi con se stesso,

2) tendenza a frammentarsi e coalizzarsi con gli altri due poli

3) reale difficoltà a durare con gli altri due poli con un programma coeso

Non ho esaminato bene la legge elettorale australiana ma se riesce a dare una maggioranza solida in camera e senato a chi ha più voti  tra i tre poli allora chi vince non avrà più scuse.

P.S. Se poi vogliamo anche legare uno qualsiasi di questi tre poli da me ipotizzati ad un programma che possa rendere l'Italia meritocratica, efficiente e più civile mi sa che ritorniamo a Star Trek :) ... e comunque non dovrebbe essere argomento di questo articolo

 

di oggi pomeriggio, che e' nato il governo regionale Fini-Casini-PD. Questo è qello che ha detto sul programma:

"Alcune, poche, essenziali, radicali riforme che dobbiamo andare avanti. La prima di tutte dovrà riguardare noi stessi, cioè la Regione. Una Regione che è un immenso motore che tutto ispira, tutto pretende di regolare e di controllare, di autorizzare e di mediare, una Regione piena zeppa di leggi e di decreti, per certi versi inefficente e parassitaria. Dovremmo semplificare il tutto, anche le leggi che in questi 60 anni sono state prodotte, spesso in contrasto tra di loro. Questa Regione, secondo me, deve "dimagrire". E' giunto il momento di decentrare [...] Io credo nel Federalismo, con le nostre capacità e con le competenze che ci attendono. E' il caso di pensare ad un decentramento di competenze verso il basso. Competenze, risorse e poteri a chi? Ai Comuni. La Regione manterebbe il controllo su tutto, una Regione alleggerita enormemente anch'essa dal peso di un eccessivo potere. I Comuni come destinatari di questo decentramento, perchè come sappiamo rendono efficienti i servizi e naturalmente, tra le tante competenze, devolvono verso l'alto le politiche di respiro sovracomunali".

Era anche il punto centrale di Miccichè, oggi all'opposizione perché schierato con BS. Niente da obiettare -ok, si dovrà vedere cosa fanno. Decentrare ai Comuni costa consenso.

Ma se soltanto questi riescono a usare i fondi strutturali con un minimo di buon senso (partiamo da meno infinito), alle prossime elezioni hanno la vitoria in tasca. Qui problemi dei finiani ad allearsi coi comunisti non ce n'è: gli elettori di Fini sono i più fascisti d'Italia, ma nella terra dove tutto deve cambiare perché non cambi nulla, un cambio di partner si inghiotte più veloce di un sorso di caffè.

Anche nel resto del Mezzogiorno, ho la sensazione che la terna Fini-Casini-PD può avere parecchio appeal popolare.

Italo Bocchino ha reso chiaro in una intervista a Repubblica che, in caso di caduta del governo, i finiani cercheranno di cambiare la legge elettorale. Non lo dice esplicitamente ma è chiaro che il cambiamento sarebbe in senso proporzionalista, come i commenti dei suoi attuali alleati rendono chiaro.

Sono cose che ci si poteva aspettare. La novità, se così vogliamo chiamarla, è che Bocchino annuncia che

esiste già una maggioranza alternativa, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di ritrovarsi sulla modifica della legge elettorale.

Ovviamente si tratta di una affermazione non verificabile e un po' difficile da credere, soprattutto per il Senato; d'altra parte Bocchino ha sicuramente informazioni non pubbliche sullo stato d'animo e le intenzioni di parecchi parlamentari del PdL. Hanno già sorpreso tutti con la consistenza dei gruppi iparlamentari di FLI, potrebbero sorprendere tutti un'altra volta.

Divertente anche l'osservazione

D'altronde, quella legge ha ormai dimostrato di non garantire la stabilità. Per due legislature consecutive ha mandato in crisi la maggioranza dopo due anni. Il mattarellum assicurava più stabilità pur senza premio di maggioranza

che sembra presa di peso dall'inizio di questo post. Si tratta di un'osservazione abbastanza ovvia, per cui è probabile che a Bocchino sia venuta in mente in modo indipendente. O forse Bocchino legge nFA. O forse io e Bocchino ragioniamo in modo uguale, nel quale caso devo decisamente iniziare a preoccuparmi :-).

E dopo le dichiarazioni di Bocchino, ecco formarsi in modo esplicito la coalizione proporzionalista. L'unico dubbio è come evitare la rappresentanza dei partiti molto piccoli, risultato che in principio si può ottenere o con una soglia nazionale alla tedesca o limitando il numero di eletti per collegio elettorale (se un collegio ha 10 deputati allora tipicamente ci vuole circa il 10% per avere un deputato, ammesso che non ci sia meccanismo di recupero resti a livello nazionale).

Non sono in grado di dire se PD, UDC e FLI riusciranno a raccogliere una maggioranza proporzionalista nell'attuale parlamento. C'è il problema di convincere i veltroniani, ma quello è probabilmente superabile. Ma la cosa più importante è che al momento non ci sono i numeri al Senato, per cui bisognerebbe imbarcare un altro po' di profughi PdL. Non sono persone che frequento quindi non so come tiri l'aria.

Quello che si può dire con certa sicurezza però è che se effettivamente una maggioranza per la riforma elettorale verrà formata, condurrà a una legge ultraproporzionalista. Infatti FLI è al momento molto incerta sul suo reale livello di consenso e quindi non rischierà mettendo soglie di sbarramento alte. Inoltre se ci sono gruppi addizionali di profughi PdL, necessari per formar maggioranza in questo parlamento, è possibile che questi formino i loro partitini, e anche loro non vorranno rischiare.

Una cosa vorrei chiedere, così giusto per senso estetico. I vari parlamentari di PD e FLI che si sono agitati anche recentemente con appelli per l'uninominale e what not, potrebbero stare un po' zitti? Probabile che alla fine non si faccia niente, ma se veramente si forma la maggioranza proporzionalista si potrebbero risparmiare qualche imbarazzo.

Update. Ho scritto il pezzo prima di leggere questo articolo de Il Giornale, che contiene la seguente dichiarazione di un anonimo dirigente del PD:

«il punto di intesa è ancora lontano: Casini vuole l’eliminazione del premio di maggioranza e un proporzionale con sbarramento alto che lasci mani libere sulle coalizioni; Fini ha aperto ampiamente sul proporzionale, per potersi sganciare dal Pdl, ma con un quorum più basso»

Di nuovo, tutto abbastanza prevedibile.

In un post sul blog di Di Pietro.

il Parlamento deve mettere all'ordine del giorno la riforma della legge elettorale e votarla con la più ampia maggioranza possibile perché le regole del gioco devono essere scritte con un ampio accordo tra maggioranza e opposizione. Ci auguriamo che la futura legge elettorale possa essere quella che prevede il doppio turno di collegio. Se questo non dovesse essere possibile, guarderemo con attenzione alla proposta di un modello tedesco. In ultima analisi, rispetto all'attuale Porcellum, sarebbe meno peggio il vecchio Mattarellum.

Traduzione:

  • ''la più ampia maggioranza possibile'' vuol dire PD+IdV+UDC+FLI. Ampia o non ampia in realtà questa è l'unica maggioranza possibile, visto che Berlusconi e la Lega difenderanno il porcellum fino all'ultimo. Inoltre, dato che al momento al Senato non ci sono i numeri, è chiaro che Di Pietro (insieme a Fini, Casini e D'Alema) spera in ulteriori defezioni, probabilmente dal PdL. 
  • Visto che la legge va fatta dalla maggioranza sopra discussa, è perfettamente inutile augurarsi o anche solo menzionare doppio turno e mattarellum, dato che UDC e FLI non ci staranno mai. Quindi la notizia è che Di Pietro accetterebbe di votare il proporzionale con sbarramento (modello tedesco). 

Tra l'altro, le mie nozioni di diritto costituzionale sono un po' arrugginite ma a me non risulta vero che ''c'è l'obbligo del referendum confermativo se si vuole modificare la Costituzione'', come si dice nel suo post. Io ero rimasto all'art. 138 che, parlando delle leggi costituzionali recita

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Quindi non c'è alcun obbligo. Immagino che si possa dire che PD e IdV insieme hanno più di un quinto dei parlamentari quindi sicuramente chiederanno il referendum, però vorrei sentirmelo dire anche dal PD. C'è per caso qualcosa che non vedo?

 

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

sempre che non siano state approvate dalle camere con una maggioranza di 2/3

penso poi che la seconda parte del tuo intervento sia riferito al BRODO ALFANO

Sì, era riferita al brodo alfano. Davo per scontato che i 2/3 non verranno raggiunti, richiederebbe il voto favorevole del PD. Non lo daranno mai, a meno che non decidano veramente di suicidarsi.

''la più ampia maggioranza possibile'' vuol dire PD+IdV+UDC+FLI. Ampia o non ampia in realtà questa è l'unica maggioranza possibile, visto che Berlusconi e la Lega difenderanno il porcellum fino all'ultimo. Inoltre, dato che al momento al Senato non ci sono i numeri, è chiaro che Di Pietro (insieme a Fini, Casini e D'Alema) spera in ulteriori defezioni, probabilmente dal PdL. 

 

Esatto.  L'idea è che al Nord il PDL perderà molti voti - e quindi seggi- a favore della lega, mettendo in pericolo la rielezione di alcuni senatori, che a questo punto potrebbero defezionare. Poi, si sa, da cosa nasce cosa: magari il governo ci mette un paio d'anni a fare la riforma elettorale e nel frattempo questi rimangono in parlamento. Ricordo bene il cosidetto "parlamento degli inquisiti" - quello eletto nel 1991, immediatamente prima di Tangentopoli. Chiaramente tutti i DC e PSI avrebbero perso il posto in caso di rielezioni (come infatti persero nel 1994) e quindi votavano qualsiasi cosa - compresa la famosa finanziaria di Amato ed un sacco di riforme (le fondazioni bancarie). Analogamente, nel 1995 dopo il ribaltone che fece fuori SB per la prima volta. Il governo Dini fece la riforma pensionistica. Forse in Italia le riforme le fanno solo i governi deboli con un parlamento terrorizzato dalle elezioni

Immagino che si possa dire che PD e IdV insieme hanno più di un quinto dei parlamentari quindi sicuramente chiederanno il referendum, però vorrei sentirmelo dire anche dal PD. C'è per caso qualcosa che non vedo?

In realtà oggi Bersani conferma che chiederanno il referendum se passa il Lodo Alfano. Probabile che Di Pietro lo sapesse già.

Ma se questa maggoranza c'è allora si puó votare una legge elettorare senza bisogno di cambiare governo. Dopo, se la manovra riuscisse dubto che il governo rimarrebbe in piedi.

Se invece questa maggioranza non c'è, allora non c'è neppure per votare la fiducia ad un nuovo governo.

Defezioni sono sempre possibili, ma queso vorrebbe dire che i defezionanti si aspettano dalla nuova maggioranza un trattamento migliore di quello che gli riserverebbe la vecchia. Questa ha una trentina di posti di ex-finiani da spendere per tenersi i suoi ed eventualmente sedurre qualche centrista.

Insomma una situazione complessa.

hai ragione per la Camera

nel 2008 i 340 seggi del p.m. furono cosi' divisi : PdL 272 Lega 60 MPA

con le % che circolano oggi sarebbe : PdL 224 , Lega 100 , LaD 16

consideratoi i 35 finiani farebbe 224 contro 237 per i "lealisti" : mancherebbero solo 13 seggi.

Bisogna però anche considerare la distribuzione geografica e le veline ed igieniste che premono e che bisogna sistemare.

Il Senato è più difficile da stimare ma secondo una mia simulazione , secondo cui la coalizione perderebbe la maggioranza , i seggi passerebbero per :

PdL da 144 a 98

Lega da 25 a 35

ne ebbe 2 l'MPA , dovrebbe averne 3 LaD

ne mancherebbero al PdL 46 e i finiani , per ora , sono solo 10 : 1 su 4 sarebbe certo di non essere rieletto.

ed è qui dove i senatori stringono e potrebbero non gradire lo scioglimento anticipato.

Questa è una cosa di cui abbiamo già discusso, credo. Tecnicamente hai ragione, si può fare la legge elettorale senza cambiare governo. In pratica non credo proprio sia possibile, la Lega rovescerebbe immediatamente il tavolo.

Su ciò che i defectors dovrebbero aspettarsi, tieni conto che se viene reintrodotto il proporzionale ed eliminato il premio di maggioranza, Lega e PdL è difficile che ottengano più del 40-45% dei seggi. E' il 10% in meno, come minimo, di quello che hanno adesso. Con il PD che continua a essere abbastanza debole, ci dovrebbe essere abbondante spazio per le varie formazioni centriste per soddisfare gli appetiti. Però i conti precisi precisi non li ho fatti, e non so se vale la pena. Tanto i parlamentari li sanno fare molto meglio e hanno più informazioni, quindi basta stare rilassati e guardare quel che succede.

Questa è una cosa di cui abbiamo già discusso, credo. Tecnicamente hai ragione, si può fare la legge elettorale senza cambiare governo. In pratica non credo proprio sia possibile, la Lega rovescerebbe immediatamente il tavolo.

Molto probabile. Ma allora vorrebbe dire che il governo cadrebbe per iniziativa della lega, che dovrebbe assumersene la responsabilità politica e non per vere o presunte "manovre di palazzo".

fra i giochi elettorali che vedo c'è la ripetizione di quanto avvenuto alle ultime comunali di Milano a livello nazionale :

la maggioranza che sceglie il candidato dell' opposizione ( Vendola ) e l'opposizione che ci casca ancora.

A Milano La Russa convinse il PD a scegliere Ferrante ex prefetto , pugliese ove la Lega ha il 20%.

Avevano Riccardo Sarfatti che un anno prima alle regionali , a Milano città , aveva preso solo 13000 voti ( 1,9% ) di Formigoni molto più forte ( C.L . C.d.O , governatore uscente ) della Moratti.

Forse per il PD l'importante è partecipare e guai a vincere : e quale maggiore sicurezza di perdere che presentare il candidato scelto dai contendenti?

Oggi è apparso questo articolo di Federico Geremicca su La Stampa. Racconta delle negoziazioni tra PD, Casini e Fini sulla nuova legge elettorale.Come è tipico di questi articoli sulla stampa italiana non racconta come e dove ha saputo le cose che racconta (nemmeno si prende la briga di dire ''fontio vicino a...''), ma sorvoliamo e prendiamo per buono quello che dice.

Come è noto l'interesse strategico di lungo periodo del PD è per un sistema maggioritario a doppio turno, mentre il centro punta a un sistema proporzionale. Apparentemente la bella pensata è stata quella di fare (circa) metà e metà, ossia un mattarellum con quota proporzionale più grande e la parte maggioritaria a doppio turno anziché all'inglese.

Il diavolo però è sempre nei dettagli. Nella parte a doppio turno non passano solo i primi due ma tutti quelli che superano il 10%. Questo è simile alle elezioni legislative francesi, dove passano quelli che superano il 12,5%.

La differenza rispetto a un sistema secco (passano i primi due e basta) è sostanziale. Infatti il sistemaproposto  consente l'apertura del mercato delle vacche tra il primo e il secondo turno. Fuor di metafora: se in un collegio il PD prende il 30% el il centro il 15%, il candidato del centro può chiedere al PD di farsi da parte in modo da unire le forze contro Berlusconi al secondo turno. O viceversa, naturalmente. L'applicazione di questo metodo su scala nazionale, con scambio dei collegi su cui ritirarsi per favvorire l'alleato (so to speak), garantirà una sovrarappresentazione dei partiti con maggiore potere di negoziazione; nel breve periodo, e probabilmente anche nel lungo, questo significa Fini e Casini.

Sarei tentato di dire che il PD si è fatto fregare per l'ennesima volta ma esito a dirlo perché la verità è che comunque la forza contrattuatale del PD in questo momento è bassissima. Forse introdurre il principio dell'elezione a doppio turno, pur con tutti i limiti qui segnalati, è veramente il meglio che si può otttenere in questa situazione.

Sandro, ti sei dimenticato la chicca dei seggi garantiti a chi NON supera la soglia (cd diritto di tribuna; il che, in una Camera a maggiorenza non necessariamente forte, è tutt'un dire).

Non sarei però così fiducioso nelle manovre post primo turno. Il candidato PD, o Terzo polo, può anche ritirarsi, ma devi anche convincere i suoi elettori a votare il presunto alleato. Non mi sembra automatico. E in ogni caso questo sarebbe fare anche nel sistema puramente alla francese

Ma Vassallo che fine ha fatto? Non era lui l'esperto del PD?

 

Sandro, ti sei dimenticato la chicca dei seggi garantiti a chi NON supera la soglia (cd diritto di tribuna; il che, in una Camera a maggiorenza non necessariamente forte, è tutt'un dire)

 

sarebbero il 5% circa 30 seggi da dividere tra destra sinistra e centro: se l'esperienza passata vale qualcosa, probabilmente si concentrerebbero a destra e a sinistra, di fatto annullandosi. Di solito i governi alla Camera (non al senato) hanno maggioranze con un margine superiore.

Ultimamente li hanno avuti ope legis (il 55% assicurato), ma con il sistema proposto, e l'attuale quadro politico, non mi sembra scontata un maggioranza netta.

 

direi che alla Camera anche col mattarellum i governi hanno sempre avuto maggioranze consistenti: vedi il primo governo Berlusconi, la cui coalizione aveva molti più seggi delle altre due coalizioni più grandi, che anzi avevano più voti di lui se sommate insieme, anche in assenza di un premio di maggioranza esplicito

 

La differenza rispetto a un sistema secco (passano i primi due e basta) è sostanziale. Infatti il sistema proposto  consente l'apertura del mercato delle vacche tra il primo e il secondo turno. Fuor di metafora: se in un collegio il PD prende il 30% el il centro il 15%, il candidato del centro può chiedere al PD di farsi da parte in modo da unire le forze contro Berlusconi al secondo turno

penso che ci sarà una forte pressione sui partiti più piccoli a dichiarare le loro alleanze e il relativo candidato presidente fin dal primo turno, e comunque il tuo esempio non mi convince numericamente.

30+15=45, allora, cosa ha fatto l'altro candidato? Se ce n'è uno solo non può aver preso 50%+1 perché avrebbe vinto al primo turno, quindi o hanno presentato un candidato impresentabile che ha fatto lievitare l'astensionismo e ha preso diciamo il 30%-35% o il candidato ha preso da solo intorno al 40-45% e mi pare strano sfidarlo con uno che ha preso il 15% e magari non è in grado di mobilitare tutti gli elettori del 30%. Poi bisogna vedere se il PD fa le primarie di collegio a cui sarebbe obbligato da statuto. Un candidato popolare alle primarie avrebbe un valore aggiunto.

Se invece ci sono più candidati su entrambe gli schieramenti, il problema si pone da entrambe le parti e sarà condizionato dalla scelta a livello nazionale della coalizione e del premier forse più che dalla qualità del candidato locale. 

Puoi cambiare un pochino i numeri ma la sostanza non cambia. Comunque, anche con quei numeri, immaginati un collegio in cui PD+IdV=30%, Centro = 15%, Comunisti = 3%, Grillo=3%, Lega+Pdl+Destra=49%. Al secondo turno sono ammessi il candidato PD, quello del Centro e uno della Destra. La partita a questo punto è aperta e dipende dalla partecipazione al voto nel secondo turno, a patto ovviamente che uno dei due candidati antiberlusconiani se ne vada.

Il mio punto comunque non è che non ci sarebbe pressione per dichiarare ex ante le possibili alleanze. Chiaro che ci sarà, anche se non son sicuro avrà grande successo. Il mio punto è che, anche se si dichiarano ex ante le alleanze, il centro può negoziare e dire ''in cambio del nostro appoggio ai candidati del PD al secondo turno vogliamo che il candidato PD si ritiri in tutti i seggi dove c'è un candidato centrista che prende almeno il 15% dei voti (o in tutti i seggi della Calabria, o whatever)''. In sostanza, la componente maggioritaria non risulterà maggioritaria per niente e invece sarà ulteriore occasione per spartizione ex ante dei seggi, in modo non necessariamente rispondente ai desideri dell'elettorato.

Poi, chiaro, più di tanto non si può esagerare perché alla fine perfino gli elettori italiani non trangugiano proprio tutto con la scusa di battere l'odiato avversario. Ma sappiamo già che trangugiano moltissimo.

Un'altra cosa che non ho commentato dell'articolo è  la parte sul Senato (ancora in alto mare, ci vien detto) e il suggerimento che la legge elettorale del senato venga accompagnata da una riforma costituzionale che ponga fine al bicameralismo perfetto. Non che questa sia necessariamente una cattiva idea (bisogna vedere come si fa) ma questo conferma i peggiori sospetti di Vendola, Berlusconi e Di Pietro: le riforme costituzionali richiedono tempo, per cui se si va su questa strada non stiamo più parlando di un governo che dura qualche mese e ci porta al voto a primavera con un nuovo sistema elettorale, ma di un governo che porta la legislatura a compimento. E che quindi sarà giocoforza costretto a fare altre cose, oltre alla riforma elettorale e quella costituzionale del senato.

Non c'è da preoccuparsi, glielo avrà detto il babbo: Andrea Geremicca, boss del PCI napoletano. 'e figlie so' piezz'e core...

Come è tipico di questi articoli sulla stampa italiana non racconta come e dove ha saputo le cose che racconta (nemmeno si prende la briga di dire ''fontio vicino a...''), ma sorvoliamo e prendiamo per buono quello che dice.

 

Un'altra cosa che non ho commentato dell'articolo è  la parte sul Senato (ancora in alto mare, ci vien detto) e il suggerimento che la legge elettorale del senato venga accompagnata da una riforma costituzionale che ponga fine al bicameralismo perfetto

c'è un problema pratico, evitare governi senza maggioranza al senato, un problema politico più generale, il bicameralismo perfetto e la navetta che rallenta il processo legislativo.

E c'è una occasione politica: se si deve fare una riforma costituzionale (due votazioni a maggioranza qualificata), "hang for the lamb, hang for the sheep" e ci metti dentro la riduzione del numero dei parlamentari. Poi vai al referendum confermativo chiedendo "volete 630 deputati, 315 senatori e la navetta o 200 deputati e 100 senatori senza navetta?" Esito prevedibile. Poi fai le elezioni con la nuova legge capitalizzando il vantaggio...

 

Non sto dicendo che sia bene o male (tendo a pensare male, visto che non mi pare ci siano in giro grandi menti in termini di riforme costituzionali; ma imputiamolo al mio pessimismo e tirem innanz). Sto semplicemente dicendo che un simile progetto va contro gli interessi elettorali di Di Pietro e Vendola, oltre che di Berlusconi (che si troverebbe improvvisamente, e per due anni, in mutande di fronte ai processi).

Per Di Pietro, significa non capitalizzare immediatamente la fama di fermo oppositore di Berlusconi che è riuscito a crearsi in questi due anni; nel 2013, dopo una lunga e logorante esperienza di governo in cui inevitabilmente dovrebbe accettare compromessi simili a quelli accettati appoggiando la candidatura De Luca, la sua stella brillerebbe assai meno. Per Vendola poi sarebbe un autentico disastro. Fuori dal parlamento fino al 2013, legge elettorale diversa dal porcellum (che, con le primarie, è l'unico modo per diventare leader del centrosinistra) e in più l'inevitabile emergere di un leader alternativo, il primo ministro del governo tecnico.

Vendola può solo urlare nelle piazze, ossia non può far nulla. Berlusconi si opporrà in tutti i modi possibili, ma l'idea è appunto di fare la manovra contro di lui. Resta Di Pietro come unica opposizione credibile al progetto. Vedremo, dipende da quanti defezionano dal PdL e da quali saranno le nuove maggioranze alla Camera e al Senato. Se defezionano in tanti i voti di IdV diventeranno non determinanti e Di Pietro dovrà abbozzare. Altrimenti può provare a forzare le elezioni a primavera con sistema proporzionale.

E' divertente vedere come il modello del politico come attore razionale utility-maximizing ben funzioni (va bene, tranne alcune volte). Questo è quanto dice Di Pietro sul suo blog, che ho letto dopo aver fatto le considerazioni di cui sopra.

Governo di transizione. Qualora dovesse cadere il governo Berlusconi, noi dell’Italia dei Valori noi ci opporremmo ad un esecutivo tecnico che possa “vivacchiare” per i prossimi tre anni senza il consenso dei cittadini. Sarebbe una furbata da Prima Repubblica. Non mi accoderò mai a chi, con la scusa di un governo tecnico, vuole stare al potere senza essere stato scelto dai cittadini. La mia proposta è che si faccia la legge elettorale subito. Non è mica una legge di iniziativa parlamentare? Perché dobbiamo aspettare che cada Berlusconi? Il presidente della Camera metta all’ordine del giorno la modifica della legge elettorale e si proceda alla votazione. Se Berlusconi fosse sfiduciato, noi dell’Italia dei Valori daremmo una chance al governo tecnico soltanto a due condizioni: 90 giorni di tempo e solo per cambiare la legge elettorale, finito questo periodo revocheremmo la fiducia. Non mi vedrete mai ministro in questo esecutivo tecnico, l’appoggio dell’Italia dei Valori sarà esterno.

Tutto come previsto e in accordo al modello.

mica tanto, se il tuo prevedibile voleva dire "confermato"

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