Il governo rosso-brunato. V

2 settembre 2018 michele boldrin

Da dove spunta il populismo politico attuale, secondo cui "uno vale uno", "i tecnocrati son la causa della crisi", "per governare bene basta essere onesti", e così via? L'hanno davvero inventato Grillo e Salvini? È davvero la grande novità che sembra essere? 

Continuo l'apodissi (grazie ad un anonimo lettore per la correzione) delle quattro colonne ideologiche dell'alleanza rosso-brunata. Dopo il moralismo cattolico veniamo al populismo politico (pp). 

L'argomento è stato ampiamente studiato nella scienza politica e le definizioni/teorie son fin troppe. Per parte mia questo libro, d'un vecchio maestro, m'ha insegnato molto; a chi volesse approfondire il tema suggerisco di leggerlo. Altre indicazioni non aggiungo. Osservo, però, che, in questo caso, Gramsci non è molto utile e che la sua nota teoria - secondo cui il populismo è sempre un "trucco" della destra che, per imbrigliare le masse popolari, prende a prestito la retorica e non la sostanza di temi come lavoro, uguaglianza, tasse, servizi sociali - non sembra reggere all'esame dei fatti storici. Questo populismo è sia rosso che brunato per davvero, ed è una sintesi inevitabile dell'intera storia nazionale, compresa quella dellla sinistra.

Due sono gli elementi che accomunano gli elettorati di Lega e M5S nella loro visione politica populista. 

(i) La democrazia consiste nell'attuazione della volontà del popolo o, meglio, della sua maggioranza, contro i suoi nemici. Quando la maggioranza del popolo "esprime" una preferenza essa va realizzata e gli oppositori ridotti al silenzio o ignorati. La democrazia compiuta tende alla democrazia diretta, ovvero ad una relazione non mediata fra popolo ed esecutivo. Il potere esecutivo ha un rapporto diretto con il popolo la cui "volontà" esiste e va interpretata/realizzata. Il potere legislativo è secondario e svolge puramente una funzione di ratifica o di camera di risonanza. La volontà del popolo si esprime con il voto che "elegge" un leader, un capo dell'esecutivo. Ma si esprime anche fra un'elezione e l'altra, nelle piazze, nei sondaggi, nei social network, nel consenso espresso dai media verso le azioni dell'esecutivo. I governanti mantengono un rapporto continuo, non mediato da corpi intermedi, con il popolo che essi rappresentano. Se questo vi ricorda l'uso che i vari Di Maio, Erdogan, Grillo, Salvini e Trump fanno delle piazze, delle televizioni e dei social network avete colto il punto. La democrazia, nella versione populista, consiste esattamente in questa relazione "organica" fra il "popolo" ed il suo "capo" (o capitano) che guida il popolo nella continua battaglia contro il nemico. La politica democratica è questa cosa qui. Schmitt on the web? Più o meno.

(ii) Il cosidetto liberalismo politico (da non confondersi con il titolo di un libro di John Rawls in cui presenta la sua visione della liberal-democrazia) è una cosa piuttosto controversa da descrivere, quindi non ci provo. Ai fini di questo articolo esso consisterà in alcune affermazioni: (a) le costituizioni definiscono gli spazi in cui, e le regole con cui, si esercita il potere politico (esecutivo, legislativo e giudiziario) e sono il fondamento dello stato di diritto; (b) lo stato di diritto (insieme delle leggi in essere) ha precedenza sulla volontà politica della maggioranza a meno che questa non modifichi, secondo le procedure in (a), le leggi in essere; (c) vi sono ambiti in cui la maggioranza (via esecutivo-legislativo-giudiziario) non può agire a proprio piacere e diritti che non può eliminare, essi servono a proteggere le minoranze; (d) il rapporto fra elettori ed eletti ed il processo decisionale che parte dall'elettorato e si conclude con atti legislativi e di governo è mediato da corpi intermedi con funzione rappresentativa e le regole di funzionamento dei quali preservano diritti inalienabili delle minoranze. Il populismo politico nega, totalmente o parzialmente, questi quattro principi (oltre a molti altri che qui non entrano in gioco). 

Un aneddoto, che spero renda l'idea. Circa cinque anni fa, in un dibattito pubblico con un esponente politico piuttosto noto (ora caduto in disgrazia) della destra italiana, questi mi disse che se una regola costituzionale non è condivisa dalla maggioranza politica la si DEVE ignorare perché essa costituisce un ostacolo alla realizzazione DEMOCRATICA della volontà del popolo. Il mio tentativo di spiegare che questo metodo poco aveva a che fare con la liberal-democrazia venne accolto più con incredulità che con irritazione. Il signore non riusciva bene a comprendere cosa intendessi e mi rispose che ero "anti-democratico" ed "elitario". 

Quanto contenuto in (i) e (ii) sopra costituisce oggi il punto di vista che accomuna quel 60% o più dell'elettorato italiano che appoggia questo governo. Infatti, non credo di esagerare nel dire che tali principi sono condivisi anche da una grande percentuale di quegli elettori che hanno votato il 4 marzo per altri partiti. La mia impressione è che questa sia la visione della democrazia che 3/4 dei cittadini italiani hanno. E questo è, evidentemente, un probema. 

Da dove viene? Per una volta la risposta mi sembra abbastanza semplice: questa visione della democrazia accomuna le tre grandi correnti ideologiche che dominano da un secolo e più la politica italiana: quella social-comunista, quella fascista e quella cattolica. Ho detto un secolo e non due o tre per la semplice ragione che, sino agli anni successivi la prima guerra mondiale, la grande maggioranza dei cittadini italiani era rimasta esclusa dai processi politici e quelle tre grandi correnti ideologiche non avevano potuto esprimersi compiutamente. La visione populista della politica era comunque dominante anche prima del 1918: Garibaldi e Mazzini, per menzionare i due più noti "eroi" risorgimentali, erano politcamente dei populisti come si può evincere dai loro (confusi) scritti (che potete trovare in rete).

Non sto dicendo nulla che non sia ampiamente noto a chi si occupa del tema. In questo panorama plurisecolare vale la pena notare come la Costituzione repubblicana rappresenti una discontinuità ed un tentativo (di successo per alcuni decenni ma oggi apparentemente fallito) di introdurre elementi non populisti nel sistema politico italiano. Mi piacerebbe avere il tempo di esaminare quali straordinari meccanismi di selezione avessero prodotto, in quell'unica istanza nei 160 di storia unitaria, una elite politica così diversa dalle precedenti e dalle seguenti; ma non ce l'ho.

L'insegnamento dei fatti storici è, comunque, che questi elementi anti-populisti (esito a definirli propriamente liberal-democratici, anche se quella era la direzione presa) non divennero, nei decenni in cui la prima repubblica funzionò propriamente, patrimonio culturale della maggioranza degli italiani. Anche le ragioni di questo fallimento sono abbastanza ben comprese. Mentre a livello alto o ufficiale il confronto politico avveniva lungo linee fondamentalmente non populiste, nella realtà quotidiana delle città, delle scuole e dei luoghi di lavoro, il personale politico intermedio, gli intellettuali e spesso anche alcuni dei leader nazionali, predicavano il proprio particolare tipo di populismo politico. Per quasi trent'anni questi populismi rimasero "sopiti" nell'azione parlamentare e di governo, il fascista in particolare, ma continuarono ad operare nella propaganda e nel dibattito di massa. Non vennero sostituiti da nulla di diverso perché le elite italiane si riconoscevano nell'una o nell'altra forma di populismo, occultandolo quando conveniente ma diffondendolo quando possibile. Pensate al cinema, alla letteratura, alla stampa (popolare e non) e alle modalità con cui si chiamavano i propri seguaci alla lotta politica. Pensate alla continua descrizione, comune alle tre parti, dell'avversario come il male, l'oppressore (al potere o potenziale), il nemico da sconfiggere, e così via ... durante tutti gli anni che vanno dal 1948 al periodo del Compromesso Storico: c'e' una storia socio-culturale da riscrivere qui, ma non lo so fare.

La crisi della prima repubblica, che iniziò con i conflitti post 1969 e durò due decenni, offrì ai populismi "sopiti" l'occasione per uscire allo scoperto e confrontarsi nelle piazze, nei luoghi di lavoro e nelle università. Finalmente, a partire dall'inizio degli anni '90, i temi cari ai tre populismi cominciarono a trovare accoglienza nei media "ufficiali" e nelle televisioni, quelle berlusconiane in particolare. Anche qui sto raccontando l'ovvio ma è un ovvio su cui è bene focalizzarsi. Il linguaggio politico, le nozioni di democrazia, popolo e rappresentatività che informano oggi Lega e M5S (ed infatti anche LeU, buona parte del PD ed ovviamente Fd'I e FI) sono la filiazione diretta, nell'era dei social e della rete, dell'assemblearismo di sinistra e di destra degli anni '70 e delle grandi adunate di Comunione e Liberazione.

A questa osservazione molti lettori reagiranno dicendo: aspetta un attimo, dal 1969 sino all'inizio degli anni '80 erano i temi del populismo comunistoide a dominare il dibattito pubblico, gli altri due populismi erano praticamente invisibili. Questo è senz'altro vero ma è un'analisi parziale che fa attenzione solo a ciò di cui i media parlavano e non a ciò che accadeva. Perché, mentre è vero che l'assemblearismo pubblico - con il suo messaggio di democrazia diretta, di egualitarismo tanto di fantasia quanto imposto, di relazione mistica fra popolo e leader, eccetera - era senz'altro dominato dai marxisti, esso in realtà non coinvogeva la maggioranza della popolazione, nonostante le fantasie del mondo intellettuale e giornalistico che veniva in quegli anni totalmente occupato dal populismo marxista. Sotto di esso e nelle sue pieghe continuavano a vivere e prosperare il populismo politico cattolico (di cui CL fu l'esempio più eclatante ma non unico) e quello fascista. Infatti. se dobbiamo giudicare dai risultati elettorali, furono queste due configurazioni ideologiche a definire la visione del mondo della maggioranza silenziosa, che era invisibile ma maggioranza. Il populismo fascista, in particolare, si vide pochissimo in piazza e rimase "sotto radar" ma esso venne trasmesso dai programmi scolastici (dove l'educazione civica, ovvero l'insegnamento di come funziona un sistema costituzionale liberal-democratico, era uno scherzo imbarazzante) e dalla conversazione "popolare" dove la richiesta dell'uomo forte che parla al popolo e risolve i problemi non è mai scomparsa.

Sto di nuovo ripetendo cose note ma ufficialmente dimenticate: nel discorso pubblico italiano il modello dominante di democrazia è stato sempre quello populista, in una delle tre accezioni menzionate. Se rileggete le definizioni contenute in (i) e (ii) sopra vi rendete conto che esse sono consistenti con programmi economico-sociali fascisti, comunisti o cattolici. La metodologia politica e la concezione di cosa sia la "democrazia" non cambia, è invariante rispetto al resto del messaggio. Per l'analisi che sto svolgendo è questo che conta e spiega perché questa particolare colonna culturale del rosso-brunaismo abbia una "apodissi storica" relativamente semplice: è il prodotto della storia italiana e delle ideologie che le elite politiche ed intellettuali hanno insegnato alla popolazione da quanto l'Italia esiste come stato unitario. Questo ovviamente apre il capitolo della responsabilità storica di tali elite, ma questo lasciamolo per un altro capitolo. 

Il fatto storico è evidente: il pp è il prodotto storico della cultura politica italiana e definisce la concezione della democrazia condivisa dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ad esso hanno contribuito tutte e tre le grandi famiglie ideologiche ed esso costituisce l'ossatura della loro azione politica, la quale continua ad essere metodologicamente populista. Se una di esse, quella fascista, oggi lo rivendica con orgoglio, le altre due (quella di sinistra in particolare) cercano inutilmente di negarne la paternità a mezzo di scandalizzate dichiarazioni dei loro dirigenti politici e del loro ceto intellettuale, quello giornalistico in particolare - pensate alle recenti ed ipocrite grida d'allarme che arrivano da Repubblica, Corriere della Sera, Espresso ed anche Avvenire.

Questa particolare forma di denegazione, che impedisce di affrontare e superare le proprie contraddizioni attraverso una vera catarsi liberatoria (politica e di classe dirigente, in questo caso, non emozionale) è un problema serio assai per chiunque si chieda come possa crearsi un'alternativa credibile e duratura all'ideologia rosso-brunata oggi dominante. 

50 commenti (espandi tutti)

Se il sogno viene continuamente esorcizzato, se, come pare, il mercato costringe al continuo risveglio, impone la veglia, questo attuale e particolare populismo è destinato a perdurare.

Esso ha già sviluppato gli anticorpi verso la sua negazione, e fin dalla culla; la sua forza consiste proprio nella promessa escatologica negata; e già si vedono gli slogan delle prossime quatto o cinque consultazioni: “Noi avremmo voluto fare di più, ma, come avete visto, ce l'hanno impedito; dateci ancora fiducia e piano piano la goccia scaverà la roccia”. E il popolo, dovendo continuamente rinunciare al sogno, si accontenterà del dormiveglia.

Purtroppo, tutto questo potrebbe accompagnarci per più dei prossimi 5 anni.

Chissà se qualcuno si troverà scomodo in tutto questo!

Lei scrive: "le costituizioni definiscono gli spazi in cui, e le regole con cui, si esercita il potere politico (esecutivo, legislativo e giudiziario) e sono il fondamento dello stato di diritto".  Se una costituzione è un documento scritto da una o più persone ed approvato da un'assemblea, nulla toglie che altre persone possano un giorno approvarne un'altra, anche radicalmente diversa dalla prima.  Se non si vuole che questo possa accadere, è necessario attribuire alla costituzione originaria un'origine trascendente, superumana, diciamo pure divina. Vediamo ad esempio la Dichiarazione di Indipendenza degli USA; vi si legge fra l'altro:  "We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness."

Ora si puo' attribuire un'origine divina tanto direttamente alla legislazione, come nell'Islam, ovvero ad una serie di principi che la ispirano, come nel Cristianesimo (vedi anche il lavoro di Remi Brague) ma in qualche modo occorre costruire una sorta di usbergo almeno ai principi fondamentali che si considerano non negoziabili, altrimenti cio che uomini hanno fatto, altri uomini possono disfare.

Il punto non e' che le costituzioni debbano essere immutabili, ma che non basti la semplice maggioranza per cambiarle.

Yup.

michele boldrin 4/9/2018 - 01:22

Andrea ha gia' risposto. 

Il punto non e' certo che le costituzioni siano immutabili! Il punto e' che devi cambiarle secondo una procedura definita e con maggioranze ben al di la' della semplice. I vari dei, in questo, c'entrano zero.

meriti maggiore attenzione. Anche con il limite della maggioranza 2/3 o della maggioranza qualificata perdura la necessità di ancorare le costituzioni a dei principi non negoziabili, che spesso sono (piuomeno esplicitamente) religiosamente fondati.

In Italia si fa riferimento ai "principi supremi", coincindenti piuomeno con i primi 12 articoli della Costituzione, che non sono modificabili neppure attraverso la procedura di revisione costituzionale. La Costituzione italiana omette di citare la fonte di legittimazione di questi principi supremi, ma li si può collegare alla genesi storica del pensiero occidentale, comprendente anche alcune parti del cistianesimo.

Questo fatto non ha mai creato problemi, essendo questi principi supremi condivisi in misura pressoché universale all'interno dello stato unitario. Ma allorquando non lo fossero più, come se si dovesse un giorno scrivere una "costituzione mondiale", il problema sollavato dal lettore si presenterebbe e sarebbe di ardua soluzione, giacché un Kernel "supremo" (ossia NON modificabile, con nessuna maggioranza) è necessario per rendere una Costituzione vincolante nei confronti del potere politico.

…il fatto che questi limiti supremi siano espressi sotto forma di principi - ovvero di regole particolarmente astratte e bisognose, per essere effettivamente applicate, della famosa "concretizzazione" ad opera di parlamenti, governi o giudici - conta parecchio.
Nel senso che consente, almeno entro un certo grado (neanche troppo piccolo), di lasciare formalmente immutato il presunto kernel, modificandone e adattandone nel tempo il contenuto sostanziale.
O qualcuno pensa forse - giusto per fare un esempio - di saper collocare in un quadro sinottico coerente e immutato dal 1948 ad oggi i contenuti precettivi concreti del principio di uguaglianza (art. 3 Cost.)?

Le costituzioni sono piene di princìpi altisonanti, probabilmente anche quelle della DDR e della Bulgaria degli anni `70 li avevano... approvati con maggioranze Bulgare.  Che poi vengano applicati e' un altro paio di maniche (qualcuno vuole per esempio iniziare una discussione su cosa voglia dire esattamente il secondo comma dell'art. 3 della nostra costituzione?).

Per questo, meglio concentrarsi sulle regole, la cui osservanza e' almeno facile da verificare. Perche' se persino le regole vengono violate (vedi Pertini e Kossiga), figurarsi i princìpi.

E' quello...

gspadaro 4/9/2018 - 20:54

E' quello che cercavo di dire poco sopra, anche se in modo più involuto.

A parte il tipo di maggioranza per arrivare ad una decisione e la procedura, ci sono  anche principi che sono considerati d'ordine superiore, come per esempio quanto sta scritto in CEDU.

Avendo ratificato quanto lì scritto, ogni legge, anche costituzionale, in contrasto, implicherebbe il sottrarsi agli obblighi imposti da trattati e convenzioni internazionali. In particolare vedo che sono più di 200 le convenzioni, trattati e protocolli ratificati che implicano un limite alla nostra legislazione, anche costituzionale. 

Faccio notare che il populismo vede negativamente questi vincoli, in quanto limitanti della cosiddetta sovranità

l'osservazione del lettore non è così pellegrina da  potersi liquidare con una battuta.
Uno stato di diritto Costituzionale, democratico o meno che sia, è possibile solo dove esista e sia universalmente condiviso un nucleo di valori fondamentali, religiosamente e/o filosoficamente fondati, su cui basare la parte non negoziabile della carta costituzionale. Parte che non può non esserci, altrimenti la Costituzione fallisce nella sua funzione fondamentale di elemento limitatore del potere politico.

Nella prospettiva di estendere al mondo l'idea dello stato di diritto costituzionale ci si scontrerebbe con questa difficoltà, che allo stato attuale delle cose è insormontabile. 
Questo di Franz Forti è un buon tentativo, forse il migliore possibile, ma insufficiente: come tutti sappiamo, anche i principi fissati nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (ad onta del nome) sono lontani dall'essere universalmente condivisi.

La stessa difficoltà si potrebbe incontrare in futuro anche nel più ristretto universo del nostro stato territoriale, qualora alcuni di questi principi fondamentali, o principi supremi, per qualche ragione risultassero essere non più condivisi da tutti gli individui che devono sottoscrivere quel patto su cui si fonda la civiltà giuridica.

Qualsiasi forma di governo diversa dalla tirannide presuppone l'esitenza di un nucleo di valori condivisi da parte dei governati. Lo stato di diritto costituzionale non fa eccezione, anzi, rende concreta questa precondizione, trascrivendola nella lettera della carta costituzionale.

si trovano in qualsiasi ordinamento, persino il fascismo ne vantava ... anche se non ebbe mai il controllo pieno dello Stato, perché il Re conservò un suo potere, magari senza esercitarlo se non nel colmo dell'emergenza (ma Carl Schmitt definiva sovrano chi decide nello stato d'emergenza).

Il quesito è se il costituzionalismo rimandi a principi di ordine superiore alla costituzione formale o se questa sia essa stessa la fonte di tali principi: in altre parole, se esista un diritto naturale immutabile o se si diano solo principi storicamente determinati. La nostra Costituzione lascia intendere, in alcuni articoli, di volere riconoscere qualcosa di preesistente, in altri articoli, invece, crea essa stessa il principio di ordine superiore.

A me pare che l'alternativa non possa essere decisa in maniera netta: le costituzioni occidentali hanno accolto principi e valori che erano già presenti nella cultura dell'epoca, magari in opposizione a quelli propri del potere sconfitto (penso alle costituzioni rivoluzionarie francesi, alla nostra Costituzione contrapposta sia allo Statuto albertino, sia alla legislazione fascista), quindi principi e valori pre-giuridici. Le costituzioni li preservano nel tempo, pur attraverso processi di adeguamento; la nostra Costituzione, anche grazie alla giurisprudenza della Consulta, ha finito per rimandare alle Carte europee ... ma la forza dei principi di ordine superiori e dei valori che essi esprimono, nel lungo periodo, presuppone che dalla società non ne emergano altri incompatibili. 

Non sono sicuro che ciò sia già avvenuto, ma qualche avvisaglia non manca.       

non sia incompatibile con quanto affermavo, anzi mi pare (se non interpreto male la sua ultima frase) che Lei abbia colto anche le sottintese implicazioni. Principi di ordine superiore si trovano in qualsiasi ordinamento proprio perché essi sono necessari come elemento limitatore del potere politico. In assenza di essi il potere, una volta legittimatosi (con il voto, con il sangue, o con altri mezzi di giustificazione) non incontrerebbe più alcun limite, e quindi la tirannide sarebbe l'unica forma di governo possibile.
Il quesito che Lei pone - se il costituzionalismo preveda come precondizione dei principi di ordine superiore, oppure se li ponga - è marginale rispetto a ciò: avevo solo rilevato - come l'utente massimo che aveva formulato la prima osservazione - che di tali principi superiori non modificabili il costituzionalismo ha bisogno, se vuole concretizzarsi.
Questi principi devono essere condivisi unanimemente, e senza esitazioni, da tutti gli individui che partecipano della Civiltà giuridica. Se dalla società ne emergessero altri incompatibili, ossia se questo implicito accordo di fondo sui principi supremi venisse meno, il Costituzionalismo non sarebbe più possibile.

Intanto grazie! La migliore analisi politica che leggo da anni. Attendo impaziente altri capitoli.

Un problemino tecnico: gli articoli nel feed (http://feeds.feedburner.com/noisefromamerika) vengono pubblicati con date sballate: non è così possibile ricevere notifica dei nuovi articoli quando pubblicati (mi spiacerebbe perderli :) )

Mi associo: davvero un magistrale editoriale a puntate. Capisco che Boldrin, facendo un altro mestiere, non ha avuto il tempo di zappare più a fondo su vari argomenti, ma mi piace pensare che questi articoli potrebbero essere sviluppati in un libro sulla vicenda politica italiana dal dopoguerra ad oggi.

Aggiungo, da simpatizzante della prima ora del generoso tentativo politico nato nel 2012, che i cinque articoli forniscono anche, implicitamente, la spiegazione dell'insuccesso di quel tentativo. E' malinconico, ma è così.

A me pero' pare che che il populismo di questi anni, caratterizzato dal disprezzo dei quattro vincoli alla volonta' popolare che tu elenchi, stia dilagando anche in paesi esenti dalle tare ereditarie culturali che affliggono l'Italia: a definire "nemici del popolo" dei magistrati che facevano il loro lavoro ricordando la sovranita' del Parlamento e' stato, un anno e mezzo fa, il britannico Daily Mail; e il mese scorso lo stesso termine e' stato usato contro la libera stampa dall'indegno successore di James Madison, Donald Trump

Certo

michele boldrin 5/9/2018 - 23:24

Uno dei caveat iniziali della serie e' che molti fenomeni italiani sono infatti mondiali. 

Avrei potuto partire da un tentativo (troppo ambizioso) di analisi dei processi in tutti i paesi occidentali dove vediamo crescere il populismo, ma mi sembrava troppo ambizioso. L'Italia la conosco meglio e son partito da li'.

Come detto, mi riprometto di chiedermi verso la fine quanto sia specifico (io credo parecchio) e quando invece generale. Alla fin fine, oggi siamo l'unico paese dove le forze populiste hanno il supporto esplicito del +60% della popolazione e dicono cose molto peggio che altrove. Anche negli USA di Trump, alla fine governa grazie ad un particolare meccanismo elettorale e, ad oggi, il suo approval rate viaggia attorno al 35% e Brexit e' oggi decisamente una scelta minoritaria. 

Insomma, ho fatto quello che mi veniva fattibile, son partito dal caso estremo e specifico che conosco, poi spero di riuscire a discutere decentemente anche i fenomeni generali.

Io mi sono iscritto al M5S perché l'ho ritenuto l'opzione piú liberale e democratica tra quelle presenti in Italia.

Negli ultimi 12 anni ho avuto soltanto in un momento il dubbio che potesse nascere in Italia qualcosa di altrettanto liberale e democratico, quando é nato Fare, ed infatti all'epoca pur non iscrivendomi mandai un piccolo contributo, e diedi a Fare uno dei miei due voti (votai Marcello Urbani al Senato).

A mio avviso, e credo sia una opinione molto condivisa, dal punto di vista del comune cittadino nessun altro partito o movimento italiano é mai stato altrettanto liberale e democratico del M5S.

Nel momento in cui ci saranno altre opzioni, ovviamente saró contentissimo di poterle valutare. Ma al momento non ci sono altre opzioni disponibili.

può darsi, non entro nel merito. Ma altrettanto cretini?

Battuta a parte, insinuo che liberale e democratico non siano affatto criteri sufficienti.

insinuo che liberale e democratico non siano affatto criteri sufficienti.

I miei due criteri sono apertura istituzionale (democratico) e apertura dei mercati (liberale).
Scelgo i candidati e le forze politiche che ritengo mi diano maggiore affidamento nel perseguire politiche di apertura delle istituzioni e dei mercati.

Gli altri criteri passano in secondo piano, rispetto a questi.

r

marcodivice 7/9/2018 - 07:33

per la serie sono appassionato di immersioni quindi vado in vacanza sulla marmolada, Quando inseriranno lo studio di elementi di logica nella scuola del'obbligo, sarà un gran giorno.

Quando inseriranno lo studio di elementi di logica nella scuola del'obbligo

Spiegami Marco per favore perché dovrei preferire i partiti che hanno privatizzato i monopoli naturali italiani senza poi nemmeno controllarli, a chi sta cercando di rendere la situazione meno estrattiva?

Spiegami Marco per favore perché dovrei preferire i partiti che mi hanno tolto la possibilitá di eleggere i miei consiglieri provinciali e mi volevano togliere la possibilitá di eleggere i miei senatori, a chi sta cercando di introdurre leggi per potenziare i referendum e le leggi di iniziativa popolare?

Spiegami Marco per favore perché dovrei preferire i partiti che si sono mangiati il paese e non hanno mai fatto autocritica, a chi quando fa un minimo errore corre per cercare in qualche modo di correggerlo e di far si che non si ripeta piú in futuro?

Offrimi qualcosa di meglio o di analogo, e lo valuteró. Al mio paese caro Marco, questa é la logica.

Logica

marcodivice 7/9/2018 - 10:00

per cominciare NON ho scritto da nessuna parte che devi preferire altro. ho scritto che partito pro vincolo di mandato e controllato da srl NON è liberale e democaratico. Posso preferire la Marmolada perchè mi piace la neve non perchè preferisco le immersioni. 

Sul perchè un partito controllato da srl e pro vincolo di mandato non possa definirsi liberale e democratico serve davvero una spiegazione?

. ho scritto che partito pro vincolo di mandato e controllato da srl NON è liberale e democaratico

I partiti contrari al vincolo di mandato sono quelli che ci hanno propinato una serie di leggi elettorali con le liste bloccate? Quelli che non ci fanno piú votare alle provinciali, e che ci volevano impedire di poter votare per eleggere il Senato?

I partiti non contrallati da srl sono quelli che sono da decenni perfettamente allineati agli interessi estrattivi del paese, tant'é che non si riesce a capire dove finisce la casta politica ed inizia quella dei rent seeker? Quelli che tra l'opzione pro business e quella pro market scelgono sempre la pro business?

La situazione italiana é quella che é. Non ci sono al momento opzioni piú democratiche e liberali del M5S.  Se il paese non riesce ad esprimere di meglio del M5S, piú che al M5S o ad una srl, darei la colpa al paese, in primis alle sue elite. Prima ce ne renderemo tutti conto, meglio sará per il paese.

dozzine di volte in questi anni ad evitare di usare questo blog per scrivere menzogne al fine di propagandare il partito della Casaleggio Associati. E tu, da vero liberale che rispetta la proprieta' privata altrui, hai continuato a fare altrimenti. 

Bene, ora vai a discutere con quell'onestuomo di Conte o con gli altri burattini maggiori del circo a cui sei iscritto. I fanatici come te sono davvero pericolosi e, nel limite del possibile, non voglio che ammorbino l'aria. Curati o sfoga la tua follia, altrove. 

senza entrare nel merito delle scelte politiche personali, almeno qui usiamo terminologia corretta. un partito controllato da una srl e che propone il vincolo di mandato non può essere né democratico né liberale.

in effetti, le "cose" stanno in poco posto (traducendo dal dialetto emiliano).  è così e non c'è altro da dire.

Vedo che sei riapparso a trollare cretinate rosso-brune. Non so chi ti abbia riammesso e perché, de gustibus. 

Fa una cortesia: va a scrivere bugie in commento ad articoli altrui, non miei. Qui non sei benvenuto.

Non devo vincere alcun concorso simpatia e non ho tempo per dibattere con persone in malafede che raccontano bufale per conto di un'agenzia di marketing familiare con pessime relazioni internazionali che controlla un partito politico il cui personale è composto di avventurieri, sfigati e farabutti.

Se credessi alla tua buonafede direi che sei troppo ignorante per essere vero: alla luce di quello che gli esponenti governativi del tuo partito (quello che ha appena menzionato un giornalista trombato e cialtrone delle Iene a controllare la correttezza degli esami universitari o che non intende aspettare la giustizia per dichiarare colpevoli e innocenti e via elencando follie) affermare che sia "liberale e democratico" vuol dire non sapere di cosa si parla.

Siccome giri da queste parti da anni l'idea che tu sia in buonafede, concessa all'inizio, si è evaporata. Quindi o sei completamente stupido o sei in malafede. 

Affari tuoi. Semplicemente non commentare i miei articoli con idiozie e falsità. Fine.

questo particolare tipo di populismo (adotto per comodità la definizione MB)  non esisteva in periodo liberale, quando non era necessario il consenso delle masse dato il suffragio ristretto. E lo Statuto Albertino era anti-populista (il Capo era il re, e non c'era spazio per un capo scelto dal popolo) e fu interpretato da  Cavour in poi in senso sempre più liberal-democratico (cf. 'Torniamo allo Statuto' di Sonnino nel 1898 per bloccare la deriva parlamentarista). Casomai potrebbe essere iniziato durante la prima guerra mondiale, quando era necessario spiegare ai soldati che dovevano andare a farsi ammazzare.... Si è affermato come ideologia esplicita nel periodo fascista - e proprio l'esaltazione del Duce durante il ventennio spiega il carattere fortemente liberal-democratico della Costituzione. Fino agli anni Settanta il populismo non riapparve perchè il consenso  era garantito dall'ideologia comunista (del tutto anti-populista: era il partito che sapeva e guidvaa le masse) e dalla paura del comunismo/ideologia cattolica (il cattolicesimo anni Cinquanta era again anti-populista: Pio IX sapeva e decideva). Iniziò a riapparire dopo il Sessantotto - ma le assemblee studentesce e CL erano comunque di nicchia. E si è lentamente riaffermato negli anni Novanta con Berlusconi e gli anti berlusconisti. Ha vinto (spero almeno temporaneamente) dopo la crisi, che è stata percepita perlomeno come tradimento delle promesse dell'entrata nell'euro. Ci avevate detto che bastava fare un po' di sacrifici e saremmo entrati nel regno del latte e miele, li abbiamo fatti, abbiamo avuto qualche sorsino (sotto SB) e ora ci dite che dobbiamo ricominciare? E poi abbiamo anche gli immigrati Etc. Ertc.   

Non ho scritto che TUTTO quanto prodotto in Italia nel periodo risorgimentale fosse populista. Ho rintracciato un filo rosso, o fiume carsico, che è già abbondantemente presente nel periodo risorgimentale e definisce il sistema ideologico attorno a cui si costituisce, a livello di massa, e viene poi "venduta" l'unità nazionale. Senza QUEL populismo i famosi plebisciti, più o meno truccati che fossero, non sarebbero mai stati possibili. Quella diffusa cultura populista emerge plateale nel primo novecento, PRIMA della guerra (infatti, è forza importante per animare la campagna interventista) e domina poi la politica italiana sino alla costituzione repubblicana. La grande proletaria che occupa la Libia è del 1911 e cos'altro è, quella spazzatura, se non becero populismo italiota?

Gli esempi di non populismo o anti- populismo che Giovanni propone mi lasciano alquanto basito. Io capisco la sua ammirazione per Cavour, spesso manifestata, ma spero non voglia seriamente proporre lo statuto albertino come modello, antidoto o alternativa al populismo italiano.

Io ho fatto riferimenti precisi al sustrato ideologico di tipo populista che ha animava il periodo risorgimentale.  Ho menzionato due persone (le principali) esplicitamente: Garibaldi e Mazzini. Erano populisti ed hanno informato di se e delle loro idee buona parte del Risorgimento. Ma possiamo aggiungerne svariati e Giovanni lo sa, da Pisacane a Ciceruacchio. Son dozzine. Accanto a costoro avrei potuto elencare Verdi, Mascagni e 3/4 dell'opera italiana del tempo (la rottura di tema avviene infatti con Puccini) come buona parte della letteratura italiana post-unificazione, dal Verga sino al Pascoli. 

La mia tesi (ma non e' ora il momento per argomentarla) e' che QUELLA particolare forma di populismo nazionalistico e' cio' che da un lato ha permesso alle elite italiane (piemontesi prima, poi nazionali) di tirarsi dietro il popolo e, dall'altro, ha definito l'immagine di lungo periodo che la maggioranza degli italiani hanno di se stessi. Anche nel 2018.

Sul ruolo del fascismo Giovanni concorda con me e questo è essenziale. Vorrei però aggiungere a queste note un riferimento al lavoro di Volpe e, in particolare, alla ricostruzione di tutta la storia d'Italia lungo linee nazional-populiste che Volpe con altri intentò (a mio avviso con successo) attraverso l'Ufficio Storiografico della Mobilitazione e quel che ne segui' poi con l'arrivo del regime. Questa roba fu l'inizio della costruzione di una "narrativa" sulla storia d'Italia che di fatto definisce ancora quello che i ragazzi apprendono a scuola. Populismo puro e dei peggiori. 

Non ho ben capito, invece, come Giovanni possa sostenere che il cattolicesimo di massa (non De Gasperi, ma quello delle parrocchie) degli anni '50 non fosse populista! Lasciamo stare Pio IX (sospetto intendesse Pio XII) ma sant'iddio l'azione cattolica, le madonne pellegrine, gedda e tutto quell'infernale arnamentario che diavolo era se non populismo (e moralismo) cattolico? Quelli sono gli anni in cui, nel mondo cattolico, il "popolarismo" (nel senso di Sturzo) e' minoritario persino dentro alla DC e rigettato dal complesso della chiesa cattolica italiana. E, nel mondo cattolico italiano, quando veniamo alla politica lo scontro intellettuale e' da sempre fra popolari (laici tipacamente) e populisti (papi italiani con l'eccezione di Montini ed incluso Roncalli, e quasi tutta la CEI). 

Sullo "sfondamento della diga" che avviene dopo il 1968-69 siamo ovviamente d'accordo, ma questa e' appunto la mia tesi. 

Cosa "populismo" sia. Visto l'abuso di questa parola negli ultimi anni, forse sarebbe opportuno un chiarimento.
Non c'è infatti alcun riferimento storico preciso cui rifarsi, a parte quello al populismo russo (narodnicestvo) che non interessa a nessuno.
Volendo restare neutri, con "populismo" si dovrebbe intendere l'atteggiamento politico di chi sta dalla parte del popolo e ne esalta le manifestazioni.
Ma nell'Italia di adesso questo termine non si usa così, qui con "populismo", in pura accezione negativa, si intende genericamente un atteggiamento politico volto a "compiacere" il "popolo" (che si sottintende implicitamente essere stupido e credulone) attraverso una proposta politica inconsistente e inapplicabile.
Il contrario di questo "populismo" è "elitismo": termine che ha accezione altrettanto negativa, con cui si descrive genericamente un atteggiamento volto ora a squalificare il "popolo", considerato irrimediabilmente ignorante e incapace di comprendere la "complessità" del mondo, rivendicando la propria appartenenza al club degli illuminati.
In queste accezioni - che contengono un giudizio - i due termini diventano delle etichette con cui squalificare le proposte politiche che non ci garbano: appartengono più al tifo da stadio che alla dialettica politica.

...potrebbe essere cercato in America Latina (che poi, non a caso, secondo una certa visione pessimistica sarebbe la direzione verso la quale staremmo incamminandoci con accompagnamento di mandolini e arpe celtiche varie), osserverei intanto che, nella scienza politica, ogni definizione è largamente stipulativa e poi che, nel caso concreto, MB ha specificato chiaramente cosa intenda per populismo e per populismo italiano in particolare.
Infatti, nel secondo articolo della serie ha proposto un modellino che esprime la logica di funzionamento del rapporto élite/popolo in Italia e, successivamente, ha proceduto di isolare ed analizzare alcune grandi costanti che a suo avviso contribuiscono , in modo semi-permanente e salvo brevi parentesi, ad influenzare gli esiti del processo politico in senso, per l'appunto, "populista".
Non credo servisse qualcosa di più, o di più chiaro, per avviare una discussione.

In particolare nelle conclusioni, MB afferma che

Il voto del 4 marzo è il punto di arrivo di un processo di cambio di regime (il riferimento è alla terminologia di Massimo L. Salvadori, anche se la mia lettura dei meccanismi causali è diversa dalla sua ed io vedo tre e non quattro regimi dal 1860 ad oggi) iniziato nel 1991-93.

e poi che

Desiderio di vendetta - motivato o immotivato esso sia, ed io propendo per la prima - diretto verso le elite (ovvero PD+FI) che raccolgono quanto ne rimane di coloro che hanno gestito il paese dagli anni '80 all'altro giorno

due conclusioni assolutamente condivisibili, ma che si possono raggiungere senza evocare la (abusata) categoria del "populismo".
Secondo me questa categoria è da usare con parsimonia. Il termine infatti ha più significati (esiste una vasta letteratura di riferimento) ma proprio per questo sarebbe necessario precisare ogni volta in quale accezione lo stiamo usando, altrimenti nella categoria può entrare tutto e il contrario di tutto (infatti gli attori della scena politica si lanciano reciprocamente, ogni giorno, accuse di "populismo", e ognuno con le sue ragioni).
Usando continuamente questa parola anche per parlare delle mozzarelle di bufala, si fa scadere il tono del dibattito politico a livello della zuffa, si utilizza una categoria di giudizio offensiva del contraddittore, e si perde la capacità di fare distinguo e distinzioni.
Ad esempio (per dire solo della più clamorosa) si finisce per mettere Lega e M5S nello stesso insieme, come fossero entità simili e confrontabili (tutti populisti!) perdendo la capacità di riconoscere le differenze enormi tra i fenomeni sociali che gli hanno dato l'origine.

...non difendo mai nessuno se non dietro richiesta dell'interessato e previo robusto pagamento (ipotesi che qui, sfortunatamente, non ricorrono).
Sperando che non mal non mi incolga per la violazione del precetto, farei osservare che non credo che MB abbia voluto presentarci un saggio sul populismo come categoria dell'analisi politologica. Le sue osservazioni sono centrate sulla situazione italiana presente e sul "come siamo arrivati a questo". MB prende atto - come punto di partenza dell'analisi - che la ricerca del consenso politico in Italia si basa su una narrazione di fondo di tipo "populista", ovvero rivolta a blandire la massa degli elettori (= il popolo) toccando le corde di una "connessione sentimentale" che ha come sottofondo l'idea che il popolo "ha già fatto la sua parte", "è stato tradito", "è stato mal guidato" e potrebbe godere i frutti della bontà e della bellezza che risiedono nel suo seno mistico, se non ci fossero i soliti ed immancabili profittatori. Basterà mettere la gestione della cosa pubblica nelle mani delle persone "giuste", capaci di ascoltare il popolo e di interpretarne la volontà, e tutto si aggiusterà.
E' questo da intendersi come populismo, secondo la definizione standard (da wikipedia...) che il lettore Bonghi ha riportato sotto? Direi di sì.
Si tratta, come ritiene Lei, di un'etichetta così vaga e stiracchiata da andar bene per tutto? Direi di no: non è affatto vero che per catalizzare il consenso politico si debba lisciare il pelo alla massa degli elettori e, soprattutto, lisciarlo nel verso di cui sopra. La storia è piena di esempi di politici che hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue, ovvero attuando dure pedagogie rivoluzionarie, ovvero cavalcando gli interessi di un blocco sociale contro quelli di altre categorie etc.
Quindi il processo di formazione del consenso politico è attivabile attraverso diverse strategie e quella populista è solo una di quelle. MB si limita ad osservare che nel caso italiano questa strategia è più presente di altre e cerca di analizzare le ragioni storiche di questo fenomeno.
Lei dice poi che l'uso di questa categoria analitica per tutti i movimenti politici che fanno ricorso a questa strategia di mobilizzazione del consenso porterebbe a mettere sullo stesso piano soggetti politici tra loro non confrontabili (l'esempio di stellati e leghisti non mi pare però dei più pertinenti, visto che questi due partiti un governo insieme l'hanno pur fatto). Ma anche questa mi pare obiezione un po' forzata: sarebbe come dire che, se due ammalati, colpiti da patologie diverse, presentano tutti e due temperatura corporea pari a trentotto gradi, risulterebbe fuorviante parlare per tutti e due di febbre. No, i due malati avranno certamente ambedue la febbre (e poi anche altri elementi del quadro clinico che li differenziano).

Le osservazioni di MB (che perlopiù condivido) sono centrate sulla situazione italiana presente, non si tratta di un saggio sul populismo come categoria. Infatti nelle prime IV puntate la categoria era comparsa una sola volta, e dentro una parentesi. È comparsa più massicciamente in questa V puntata, ed immediatamente ha condotto a incomprensioni (mi riferisco allo scambio tra MB e GF).
Questo perché la categoria è lungi dall'essere neutra: contiene un giudizio, e viene abusata così tanto, nel dibattito politico quotidiano, che a parer mio sarebbe consigliabile farne un uso moderato.
Se un malato di leucemia e uno con un ascesso hanno entrambi la temperatura di 38 gradi, e noi diciamo che hanno entrambi la febbre, (forse) tecnicamente avremo detto cosa giusta ma abbiamo portato un contributo nullo al raggiungimento delle diagnosi corrette.
Il "populismo" come categoria di analisi è quindi prima di tutto inutile proprio ai fini dell'analisi.
Ma ancora peggio è dannoso, perché contenendo un giudizio, polarizza il dibattito trasformandolo in una sterile zuffa.
Rileggiamo, ad esempio, quello che ha scritto lei. "Populista" sarebbe quello (uomo politico, si presume) che per ottenere consensi mira a "compiacere le masse".
Sorvoliamo sul fatto che ciò sottintende l'esistenza di non meglio precisate "masse" (di metecatti, si capisce) contrapposte a una "crema" (di illuminati, cui noi naturalmente apparteniamo), e con questo tradisce una concezione aristocratica - e dunque per definizione non-democratica - della prassi politica; e soffermiamoci sul "compiacere". Che significa "compiacere"? In una democrazia rappresentativa (a suffragio universale, come correttamente sottolinea GF) il potere si giustifica attraverso il principio del consenso. Qualunque forza politica che voglia (legittimamente) occupare le istituzioni deve quindi ottenere il consenso della maggioranza degli aventi diritto, che sono tutti i cittadini maggiorenni che godono dei diritti politici. Per farlo deve convincerli, e per convincerli essa deve rispondere a quella domanda politica che da essi proviene. Se

La storia è piena di esempi di politici che hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue, ovvero attuando dure pedagogie rivoluzionarie, ovvero cavalcando gli interessi di un blocco sociale contro quelli di altre categorie

mi porti qualcuno di questi esempi. Nel caso due (rivoluzioni) siamo fuori dalla prassi democratica, nel caso tre se quel blocco sociale è minoritario allora quella forza politica è di nuovo non-democratica, se è maggioritario allora è quello la "massa" e dunque quella forza politica è di nuovo "populista". E nel primo caso, quei politici che "hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue" possono averlo fatto solo ingannando gli elettori (e allora sono dei populisti, della specie peggiore) oppure mostrandogli che quelle lacrime e quel sangue si sarebbero trasformati successivamente in benefici (e allora sono ancora dei populisti, solo della specie migliore).
Sono le contraddizioni del principio del consenso: se si afferma democraticamente che il potere si giustifica con il principio di maggioranza e si accoglie il suffragio universale, poi si deve fare i conti con la necessità di "compiacere le masse" per legittimarsi al potere.
È la democrazia, bellezza. Il termine "populismo" ha certamente un suo significato, anzi ne ha molti (può essere impiegato per Napoleone Bonaparte come per Guglielmo Giannini) ma così come viene usato ogni giorno nel nostro dibattito politico, è solo il lamento di una classe dirigente spodestata che non sa più che pesci pigliare.

Le propongo...

gspadaro 11/9/2018 - 14:56

...un piccolo esperimento mentale. Prenda le piattaforme politico programmatiche e lo stile comunicativo di - mettiamo caso - Margaret Thatcher da una parte e Giggino Di Maio dall'altra parte. Li confronti. Se non riesce a notare differenze, non si affatichi oltre.
Se Le dovesse capitare di scorgere qualche differenza, Le potrà essere utile, a livello informativo, sapere che esiste una comunità di parlanti (due esemplari dei quali sono costituiti dal sottoscritto e, con ogni probabilità, da MB, ma ne conosco personalmente degli altri) che sono soliti designare con la qualifica di populista Giggino, mentre non adoperano la stessa qualifica per Margaret. Detti parlanti, tra loro, comunicano scorrevolmente in base a detta convenzione linguistica.
Naturalmente, la rilevazione di tale uso linguistico non La obbliga ad aderire allo stesso, specie qualora Lei, per ragioni Sue, preferisca astenersi dall'uso di termini non rigorosamente neutri ed a-valutativi.
Credo che la minestra non possa essere allungata oltre.

Ringrazio anche per lo sforzo didattico. Temo che il soggetto a cui tale sforzo e' diretto sia incapace di apprezzarlo ed usarlo. E' una vecchia frequentazione, purtroppo. E non sembra capire quel che da lungo tempo gli e' stato spiegato. Non capira' neanche questa volta, ci scommetto. 

Sono consapevole di quella convenzione linguistica. Mi ero adoperato appunto per spiegare perché essa sarebbe a parer mio da evitare accuratamente: essendo grossolana, giudicante e divisiva, non aiuta né ai fini del dialogo, né ai fini della comprensione del processo storico.
Naturalmente ne Lei ne altri è tenuto ad accogliere questo mio modesto suggerimento, né io mi aspetto che lo si faccia.
Sorbiamoci la minestra così com'è.

Ho dato, in ognuno dei cinque articoli, definizioni precise. Come le daro' in quelli che seguiranno. 

Se non sai leggere o capire, il problema e' tuo. Non ho tempo per pretestuose discussioni basate sul nulla.

Non ho mai apprezzato l'ignoranza o la voglia di parlare senza aver nulla da dire. Con l'eta' le tollero sempre meno. 

e per maggior sicurezza le ho rilette prima di rispondere, facendo pure una ricerca delle occorrenze. Nella puntata I, del populismo politico fornisce questa definizione tra parentesi

del Populismo politico ("uno vale uno", "noi siamo i difensori del popolo", "basta tecnici, decide il popolo" ....).

e poi niente altro. Nelle puntate II e III non è presente nessuna occorrenza del termine. E nella IV esso compare solo nell'autocitazione della I (la stessa frase riportata qui sopra).

Per vedere il termine "populismo" comparire numerose volte deve arrivare la V puntata, questa qua, in cui Lei cita il populismo "politico", quello "cattolico", quello "marxista" ma senza dare una definizione dei diversi tipi: ci rimanda a Ricker, può darsi che le definizioni siano lì.
Nel suo testo c'è solo questo passaggio:

(i) La democrazia consiste nell'attuazione della volontà del popolo o, meglio, della sua maggioranza, contro i suoi nemici. Quando la maggioranza del popolo "esprime" una preferenza essa va realizzata e gli oppositori ridotti al silenzio o ignorati. La democrazia compiuta tende alla democrazia diretta, ovvero ad una relazione non mediata fra popolo ed esecutivo. Il potere esecutivo ha un rapporto diretto con il popolo la cui "volontà" esiste e va interpretata/realizzata. Il potere legislativo è secondario e svolge puramente una funzione di ratifica o di camera di risonanza. La volontà del popolo si esprime con il voto che "elegge" un leader, un capo dell'esecutivo. Ma si esprime anche fra un'elezione e l'altra, nelle piazze, nei sondaggi, nei social network, nel consenso espresso dai media verso le azioni dell'esecutivo. I governanti mantengono un rapporto continuo, non mediato da corpi intermedi, con il popolo che essi rappresentano.

E' questa la definizione precisa?
La mia nota non era volta tanto a sollecitare una definizione più chiara, ma a rilevare come e quanto questo termine sia divenuto biased nell'attuale dialettica politica, in cui ci si accusa reciprocamente di "populismo" ogni quando non si sa cos'altro dire.
Qui sopra per esempio si è palesato il suo disaccordo con il professor Federico: secondo lui il partito comunista era "del tutto anti-populista: era il partito che sapeva e guidava le masse", come anche il cattolicesimo post bellico "il cattolicesimo anni Cinquanta era again anti-populista: Pio IX sapeva e decideva", mentre Lei sostiene il contrario, e potete aver ragione entrambi, dipende da cosa "populismo" sia.
La parola "populismo" si usa troppo, e si usa male: è diventata un'etichetta generica, con cui squalificare quello che non ci piace. I "populisti" oggi sono Grillo e Salvini, ieri erano Berlusconi e Renzi, domani saranno Pinco e Pallino.

Le elites politiche italiane che hanno guidato il paese dagli anni '80 - e ancora di più dalla discesa in campo di Berlusconi nel 1992 - si sono guadagnate sul campo il diprezzo degli elettori, giorno dopo giorno. La "casta" non è una invenzione di Beppe Grillo o di qualcun altro, esiste davvero (lo ha scritto anche Lei questo), e colpevolmente ha dato per tre decenni la sensazione (eufemismo..) di preoccuparsi solo degli affari suoi, e di fare scansare la galera al capo, con il che ha creato la domanda politica per l'avvento di questo "populismo".
I soggetti che sono arrivati al governo il 4 marzo, portando a compimento il processo storico iniziato nel 1992, dovevano essere per forza alternativi a quella casta, essendo il risultato della crisi di rigetto prodotta dalle indecenze di questa. E quindi dovevano essere per forza "populisti", visto che dovevano proporsi come rinnovatori rispetto a una classe dirigente che aveva tradito la sua missione, se "populismo" è genericamente il richiamo ad una politica "per il popolo" contro una élite corrotta, come è secondo la definizione più comune.
Che fossero piuomeno capaci o piuomeno ciarlatani, di destra piuttosto che di sinistra, pro o contro la spesa pubblica, provax o novax, favorevoli o contrari all'immigrazione, eccetera è assolutamente secondario. Infatti nel calderone sotto tutti questi aspetti è entrato dentro di tutto.
Il processo storico è reazionario, non nel senso di "conservatore" ma nel senso che è una reazione allo schifo di prima, e si deve analizzare mettendolo in relazione punto-punto con il quarto di secolo precedente del berlusconismo, contro cui reagisce. Come la Costituzione antifascista si comprende solo mettendola in relazione al ventennio fascista, che l'ha preceduta e contro cui è reazione.

ammirevole

bonghi 10/9/2018 - 11:28

il tuo desiderio , nasissimo , di instaurare un dialogo con chi non ne ha assolutamente voglia ; per tornare all'argomento di interesse riporto quanto gia' riportato da wikipedia che lo trae da treccani : "atteggiamento ideologico che, sulla base di princìpi e programmi genericamente ispirati al socialismo, esalta in modo demagogico e velleitario il popolo come depositario di valori totalmente positivi. Con sign. più recente, e con riferimento al mondo latino-americano, in partic. all'Argentina del tempo di J. D. Perón (v. peronismo), forma di prassi politica, tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall'economia agricola a quella industriale, caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari, con il consenso dei ceti borghesi e capitalistici che possono così più agevolmente controllare e far progredire i processi di industrializzazione»"

sarebbe abbastanza ilare chiedere in questa sede quanto fu populista il buon oscar giannino

non desidero mica instaurare un dialogo per forza. Sono da molti anni lettore e contributore di nFA, leggo tutti i contributi, che sono quasi sempre interessanti (non solo quelli del prof. Boldrin, anche quelli di altri) e come gli altri lettori ogni tanto intervengo, cercando di essere rispettoso, degli interlocutori e della policy. Come bene dice Lei, il dialogo poi si instaura con chi ne ha voglia: se al prof. Boldrin io sono antipatico pazienza, posso scambiare opinioni con qualcun altro, come Lei per esempio.

Osserviamo quindi la definizione di populismo di Wikipedia, che lei cita. A parte il riferimento al peronismo, che è interessante solo per notare in quanti rivoli ci si perde con questa parola - qui esso è una "forma di prassi politica", ma è "tipica di paesi in via di rapido sviluppo dall'economia agricola a quella industriale", ciò escluderebbe che questa definizione possa applicarsi all'Italia di adesso; e "caratterizzata da un rapporto diretto tra un capo carismatico e le masse popolari" il che la renderebbe adattabile più al berlusconismo che al M5S o alla Lega - il Populismo qui è un "atteggiamento ideologico" (quindi non una condotta politica/istituzionale, può essere "populista" pure il fornaio), "genericamente ispirato al socialismo" (E chi non lo è, da Gesù a Capitan America ci rientrano tutti) che "in modo demagogico e velleitario esalta il popolo".
Ora si potrebbe chiedere cosa si debba intendere esattamente con "popolo" (io e Lei apparteniamo al "popolo"?) ma sarebbe complicato. Più interessante è soffermarsi sul "velleitario": populista è chi, per compiacere il popolo, propone delle ricette "velleitarie", cioè impossibili da realizzare (lo inganna quindi, si presume sapendo di ingannarlo, cioè in malafede).
In questa caratteristica, unica parte di questa definizione che dica appena qualcosa, è contenuto un giudizio: visto che naturalmente ogni parte politica ritiene che le proposte degli altri, quelle che non gli piacciono, siano velleitarie, i "populisti" son sempre quegli altri.

Quel che io sostengo, quindi, non è tanto che la categoria "populismo" non sia applicabile a quello che MB chiama "governo rosso-brunato", l'etichetta può anche starci, soprattutto per il M5S (per la Lega un po' meno); quanto che trattandosi di una categoria abusata, generalista e contenente un giudizio, non è utile: non serve a capire.

P.S. alla sua domanda conclusiva un po' provocatoria (quanto fu populista il buon Oscar Giannino) che mi era sfuggita, io risponderei "molto poco".
Ma questa domanda può esser presa come spunto paradigmatico per vedere quanto grossolana e banale sia la categoria del "populismo". Al di fuori di casi estremi (Thatcher vs "Giggino", o Garibaldi vs Disraeli) praticamente qualsiasi soggetto della scena politica (di quella attuale, E anche di quella passata, come giustamente rileva MB) è un po' populista e un poco non lo è, e il livello di "populismo" che gli si può attribuire è estemamente variabile in base alle categorie di giudizio di chi gli appiccica la trita etichetta. Gli ultimi 5 presidenti USA sono tutti stati accusati a segni alterni di "populismo", per questa o per quella decisione.
E noti che pure quando si sia attribuita in modo non controverso una figura storica alla categoria dei "populisti" o a quella dei "non-populisti", si cade in implicazioni imbarazzanti non appena si cerchi di dedurre da ciò che nel primo caso quella è una figura negativa, e nel secondo positiva.
Il Garibaldi citato da MB, Martin Luther King, Gandhi, Gesù Cristo, furono sicuramente dei "populisti". Caligola, Attila, Saladino, Ivan Il Terribile, Stalin, non lo furono.

carissimo naso

bonghi 13/9/2018 - 12:54

se veramente credi che giannino non fu populista , evidentemente non ascolatavi radio24 ( buon per te ) ... il web e' comunque ancora pieno di esempi del suo modo poco ortodosso ( urla e schiamazzi ) di relazionarsi col proprio elettorato ; nel caso giannino " c'e' stato il leader carismatico , che stabilisce un rapporto non tradizionale con i propri elettori , la continua denigrazione delle elites al potere e l'esaltazione dell'elettorato di riferimento ( piccoli e medi imprenditori ) come portatore di sole buone caratteristiche , soffocato dall'attuale classe dirigente"

Io pensavo che tu intendessi populismo non come generica invocazione al 'popolo' negli scritti ma come pretesa di rappresentarne la volontà per arma politica, per assumere/mantenere il potere. Prima del 1881 il suffragio era ristrettissimo e fino al 1911 era ristretto. Le masse popolari non avevano voce in capitolo  e quindi le campagne elettorali erano condotte fra gruppi ristretti di aventi diritto (poche centinaia per collegio) che non se ne curavano affatto. Fino al decreto Zanardelli (1900) l'esercito era usato contro gli scioperi - ti ricordo i Fasci siciliani, Bava Beccaris etc. (ma anche Bixio a Bronte).  E' ben noto che le agitazioni irredentiste erano manifestazioni di studenti borghesi. Non si può certo parlare di 'popolo' i socialisti, nella loro maggioranza erano contrari alla guerra (Mussolini fu espulso per quello) ed contadini erano al massimo indifferenti ma non certo favorevoli.

I fascisti  prima della marcia su Roma si presentavano come élite militare dichiaratemente ostili ai partiti di massa - casomai richiamandosi a miti nazionalisti, molto più sentiti fra borghesi che fra le masse popolari. L'immagine di Mussolini come Duce fu creata ex post dalla propaganda di regime. 

Infine, Gedda. E' chiaro che faceva una propaganda ad effetto con madonne pellegrine etc. Ma il leit-motiv era 'Dio vuole che votiate DC per evitare che gli empi comunisti vadano al potere' non 'votate DC perchè De Gasperi [intellettuale rigidissimo e colto]  vi capisce e porterà al governo le vostre esigenze'. Non a caso la DC si permise una politica di apertura economica al mercato comune contro il parere degli industriali e del PCI. I problemi per lei (e per l'Italia) iniziarono quando gli elettori smisero di essere soddisfattti di non avere i cosacchi a Piazza S.Pietro e pretesero soldi e posti in cambio dei loro voti. E allora iniziò una deriva populista  ma sempre comunque collettiva (la DC era un partito senza un capo riconosciuto). Il populismo nella tua definizione (?) casomai inizò con Berlusconi

credo

bonghi 10/9/2018 - 18:03

che si possa essere populisti anche senza suffragio universale .... mussolini fu evidentemente populista anche prima del voto femminile ad esempio . mi pare di intendere che populismo sia la forma con cui il "leader carismatico" si rivolge al proprio elettorato stabilendo conquesto "una relazione diretta, non tradizionale, tra le masse e il politico" ( wikipedia ) ; e raggiunge tale obiettivo con la magnificazione dell'elettorato cui fa riferimento ; e' per questa ragione ed in quest'ottica che avevo proposto il caso giannino come esempio di populismo : c'e' stato il leader carismatico , che stabilisce un rapporto non tradizionale con i propri elettori , la continua denigrazione delle elites al potere e l'esaltazione dell'elettorato di riferimento ( piccoli e medi imprenditori ) come portatore di sole buone caratteristiche , soffocato dall'attuale classe dirigente

direi che ultimamente il populismo e' molto diffuso , nelle sue diverse sfaccettature : renzi fu populista , macron lo e' insieme alla collega le pen , cosi' come salvini e 5 stelle lo sono ; a mio avviso e' un fenomeno globale che trova interpreti di differente orientamento politico e differrente collocazione geografica in almeno buona parte dell'occidente ... sarebbe curioso sapere se gli unici populisti tedeschi sono quelli di AFD o se invece anche altri rappresentanti politici tedeschi lo siano

A dire il vero ho in mente una definizione "pragmatica" di populismo (che sto cercando di articolare nella sequenza di articoli che spero poter continuare ora che le vacanze son finite ...) e che si applica sia a sistemi elettorali dove vota la maggioranza o totalita' della popolazione che a quelli dove la partecipazione al voto e' invece ristretta. Per questo ho citato quei nomi per il periodo risorgimentale, perche' sia la loro retorica, che i contenuti, che i gruppi di persone a cui si rivolgevano erano molto piu' ampi delle piccole % che avevano diritto al voto. 

Per una discussione seria dovremmo forse dilungarci entrambi in citazioni ed esempi pero' credo ragionevole dire che sia Garibaldi che Mazzini (cito i due esempi piu' importanti) si rivolgessero al "popolo" in genere e non solo agli "elettori" (che al tempo nel complesso di quella che poi divenne l'Italia manco esistevano, tipo Regno delle Due Sicilie ...). La spedizione garibaldina di certo non avrebbe potuto funzionare senza un certo livello di supporto "popolare", comunque sia stato ottenuto. 

Sono perfettamente cosciente che la parte "attiva" del movimento risorgimentale era ristretta alquanto ed ho ben presente che il "popolo", in media, non fosse poi cosi' favorevole (lo scoprirono, per dire, i 300 di Sarpi ...). Ma rimane il fatto che la retorica usata ed anche il pubblico di riferimento andavano ben al di la' delle ristrette elite borghesi. Che poi tale appello al popolo sia stato spesso fallimentare non toglie nulla al fatto che il messaggio e la cultura che esso indusse fossero, a mio avviso ovviamente, populiste. Ma la grande proletaria che si muove non nasce certo da una cicogna nel 1911: se quel testo pote' essere scritto ed ebbe la ricezione popolare che ebbe e' perche' gia' allora il terreno su cui seminare era ben arato e fecondato ed i temi che Pascoli usa ben diffusi nella "cultura" del popolo italiano.

Su Mussolini ed il fascismo, invece, mi permetto di dissentire. Se alle origini-origini vi sono gli arditi ed alcune elite militari e nazionaliste (ma anche il movimento socialista ...) , il ruolo dei reduci dalla prima guerra fu cruciale (e questi erano popolo) ed ugualmente cruciale fu il ruolo in Padania della piccola borghesia, che era "popolo". Questa - davvero mi sbaglio? - e' una delle cose che appresi da giovane nel leggere De Felice ... Vale per il movimento fascista lo stesso argomento usato per la componente non "cavouriana" o "sabauda" del Risorgimento: senza l'appoggio, spesso attivo ma comunque ideologicamente chiaro, di strati ampi del "popolo" a cui il loro messaggio si rivolgeva, sarebbero stati controllati ed avrebbero fallito. 

Provo a mettere l'argomento in forma di modello (che a mio avviso vale per il fascismo ma anche per il movimento risorgimentale e poi, ma meno, per le forze politiche di massa del post WWII). I protagonisti attivi e militanti sono elite (con le origini che hai detto nei due casi e condivido) che agiscono "imprenditorialmente" (come sempre fanno i rivoluzionari di successo) parlando sin dall'inizio alle masse ed invocando l'appoggio del "popolo" genericamente inteso al loro obiettivo/programma. Il messaggio, quindi, e' populista dall'inizio: siamo la voce del vero popolo italiano oggi diviso ed oppresso da potenze straniere e despoti, siamo le avanguardie del popolo italiano minacciato e villipeso, eccetera. Popolo seguici che se prendiamo il potere noi facciamo i tuoi interessi, di popolo italiano. In entrambi i casi l'azione politico-militare (1850-70 in un caso, 1919-22 nell'altro) e' condotta e gestita da elite imprenditoriali con un seguito attivo relativamente limitato ma con un supporto silenzioso o idelogico ampio e crescente. Una volta preso il potere per via "militare" quel potere si consolida e dura perche' riesce rapidamente a convincere grandi % del popolo di esserne il legittimo rappresentante. Ed in queste operazioni di acquisizione di consenso e consolidamento del potere la componente "populista" del messaggio e' assolutamente cruciale e vincente.

Il punto di fondo che cerco di fare rimane quindi quello iniziale: sto cercando di capire da dove un certo messaggio, i suoi contenuti, immagini e visioni della politica vengano. Sto, insomma, parlando della "cultura politica" del popolo italiano e di come si e' andata formando dal Risorgimento in poi. Che votassero o meno e' certamente importante alla fine della determinazione di chi vinse o perse ma e' meno rilevante per seguire i vari percorsi del sistema culturale che e' andato creando nei decenni la cultura politica degli italiani. 

Questo vale quindi anche per la DC post WWII ed il suo messaggio. La mia definizione (con quelle quattro colonne ed il collante, menzionate nei due primi articoli) implica che sia iniziato ben prima di BS, il quale ne raccoglie alcuni (non tutti, al tempo esisteva ancora il populismo di ispirazione marxista, quello della gioiosa macchina occhettiana ...) fili e li mette assieme. Ma quei fili vengono, culturalmente, da lontano. 

Temo di essermi perso le altre puntate della serie, non esiste una pagina con i link a tutte?

Grazie

Se guardi al lato destro della pagina trovi una colonna "Collegamenti" (almeno dal PC) con i link agli articoli precedenti, numerati, e ad altri collegati per argomento. Forse dal telefono non si vedono bene, il sito non e' mai stato ottimizzato per cell ... mancano i soldini :)

credo proprio

bonghi 10/9/2018 - 14:32

che i rossobruni di cui bisogna maggiormente preoccuparci non siano cattolici : https://www.corriere.it/esteri/18_settembre_09/svezia-voto-incognita-sovranisti-intimidazioni-naziste-6610ebd4-b452-11e8-8b0b-dff47915528b.shtml?refresh_ce-cp

Le elezioni svedesi provano che, almeno in quel paese, piu' dell'80% degli elettori non ne vuol sapere della versione scandinava dei rosso-brunati. Sia chiaro, 18% e' tanto ma e' enormemente meno del 60-70% italiano.

facciamo gli Italiani, motto attribuito a Massimo D'Azeglio ma forse anche ad altri, a torto o a ragione. Sarebbe interessante indagare questo aspetto della storia patria, vale a dire verificare attraverso quali azioni il governo unitario perseguì l'obiettivo di creare un popolo.

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