I guai di Dubai

18 dicembre 2009 fabio scacciavillani

Qualche spiegazione in forma di FAQ (Frequently Asked Questions) sulla saga dei debiti di Dubai.

Senza l’ambizione di voler fornire una descrizione easustiva di quanto è avvenuto e sta avvenendo a Dubai (sarebbe troppo lungo per un post), in particolare nella gestione del debito di Dubai World una società posseduta dal governo dell’Emirato, provo a fornire qualche spiegazione in forma di FAQ. Data la delicatezza della situazione sui mercati, ci tengo a sottolineare che esprimo considerazioni assolutamente personali e che sono a conoscenza solo di informazioni già rese ampiamente pubbliche.

Cos’è esattamente Dubai? E cosa sono gli Emirati Arabi Uniti?
Dubai è un emirato (un regno) che fa parte (insieme ad Abu Dhabi ed altri cinque emirati meno noti) di una federazione chiamata Emirati Arabi Uniti (EAU). Gli EAU sono uno stato sovrano (ma non lo è Dubai) con un assetto istituzionale unico: è una specie di repubblica monarchica, in quanto il presidente è il re (sceicco) di Abu Dhabi (il maggiore e più ricco dei 7 emirati), il primo ministro (nonché capo delle Forze Armate e di solito primo ministro) è il re (sceicco) di Dubai e gli altri sceicchi hanno ruoli più o meno prominenti a livello federale, ma sono (in vario modo) autonomi sulla conduzione degli affari locali. In sostanza a livello federale gli EAU conducono la politica estera, i rapporti commerciali internazionali, la difesa,  la politica monetaria e poco altro. Il grosso del bilancio federale è coperto da Abu Dhabi che ha enormi riserve petrolifere e cospicue risorse accumulate ad esempio nel fondo sovrano ADIA i cui attivi si stimano in circa mezzo trilione di dollari. Gli altri emirati non dispongono di grandi ricchezze dal sottosuolo.

Come mai Dubai è cresciuta in modo così impetuoso?
Dubai ha quasi esaurito le proprie riserve di petrolio.  Per prepararsi in tempo all’esaurimento della rendita petrolifera il governo di Dubai e la famiglia regnante hanno da più di una decina d’anni impresso un enorme impulso alla crescita economica. Il primo passo è iniziato con la costruzione di grandi infrastrutture (autostrade, centrali elettriche, aeroporto, porto, impianti di desalinazione ecc.). In un paese con una popolazione di circa 150 mila persone ciò  ha comportato un’immigrazione di centinaia di migliaia di lavoratori e professionisti da ogni angolo del globo (a Dubai sono rappresentate circa 180 nazionalità). Per questi nuovi immigrati si è reso necessario costruire case, strade, centrali, negozi ecc. Insomma si è innescato un effetto moltiplicatore (come lo chiamiamo noi economisti) senza precedenti, forse solo Manhattan alla fine del diciannovesimo secolo o Shanghai negli ultimi due decenni possono reggere il paragone.

E’ nato un nuovo tessuto urbano gigantesco con kilometri quadrati di nuovi quartieri e autostrade a otto o sei corsie dove fino a pochi anni prima c’erano solo dune e radi cespugli. In tutto questo si è privilegiata l’edilizia di lusso, gli alberghi con un numero di stelle non inferiore a 5 e un’offerta per un segmento di mercato top, visto che in questa parte del mondo i milionari (e i miliardari) non mancano.

Cosa ha fatto deragliare questo processo?
Nel Medio Oriente non esistono mercati del debito a lungo termine. Le scadenze più lunghe erano intorno a cinque anni anche per società e istituzioni solide (solo il governo del Qatar recentemente ha emesso titoli con scadenze fino a 30 anni). Per questo motivo i piani di sviluppo di Dubai sono stati finanziati con debiti a scadenza breve relativamente alla durata dei progetti. In altri termini il basso grado di sviluppo e sofisticazione dei mercati del debito (unito a una certa riluttanza ad adottare una governance trasparente nella gestione delle imprese) ha introdotto un rischio di rifinanziamento che si è materializzato pochi mesi dopo la bancarotta di Lehman. Adesso i nodi maggiori sono venuti al pettine perché Nakheel, la controllata di Dubai World che sta gestendo i progetti più faraonici (Dubailand, un parco divertimenti tre volte più grande di Manhattan; Dubai Waterfront, una penisola artificiale delle dimensioni di Hong Kong; Palm Deira, un isola artificiale per più di un milione di persone; e altre cosucce minori che comunque lascerebbero a bocca aperta un Caltagirone) avrebbe bisogno di crediti a lungo termine per completare queste opere che non produrranno cash flow per diversi anni ancora. Ma il mercato di questi tempi è piuttosto riluttante. Da qui la richiesta di moratoria di sei mesi sul ripagamento di un sukuk (un titolo di credito islamico) da 4,1 miliardi di dollari che scadeva il 14 dicembre.

Come andrà a finire?
Ieri il governo di Abu Dhabi ha messo fine all’incertezza sul ripagamento del sukuk, aprendo il forziere e prestando 10 miliardi di dollari a quello di Dubai per far fronte alle necessità impellenti. Quindi i mercati internazionali si sono tranquillizzati (quelli locali hanno fatto un balzo storico) e per il momento la situazione è sotto controllo.

Ma Abu Dhabi ha concesso solo un prestito. Nel lungo periodo la questione essenziale può essere posta in questi termini: Nakheel è in una situazione di illiquidità o di insolvenza? Detto in altri termini, i mega progetti di Nakheel posso produrre redditi sufficienti a ripagare i debiti? Su questo le opinioni divergono sostanzialmente perché i ritorni economici verranno prodotti nella migliore delle ipotesi in tempi lunghi e quindi gli esercizi di previsione sono legati ad un’alea imponderabile (un economista direbbe che l’intervallo di confidenza è molto ampio). Come in tutte le vicende di questo tipo le soluzioni sono due: o arriva qualcuno che crede nei progetti di Nakheel e li compra ad un prezzo che copre i debiti presenti (e ha le spalle larghe per finanziarne il completamento) oppure quelli che hanno finanziato finora Nakheel (gli azionisti, cioè il governo di Dubai, e i creditori, cioè le banche) dovranno accollarsi le perdite in tutto o in parte. In questa seconda ipotesi bisognerà trovare un accordo sull’entità delle perdite e la ripartizione tra i vari soggetti. (Qualcuno ha provato a suggerire ai mercati un’altra perla del repertorio partenopeo “chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato, scurdammece o passato ....” ma l’esibizione non ha entusiasmato il pubblico).

Ovviamente esistono combinazioni (più o meno lineari) di queste due soluzioni: ad esempio qualcuno potrebbe essere interessato ad acquisire uno solo dei progetti di Nakheel e quindi le perdite si ridurrebbero di conseguenza. Insomma per farla breve, è una partita complicata che si gioca su più fronti e il cui esito si dipanerà nel corso dei prossimi mesi. La ristrutturazione dello stock di debito pari a 26 miliardi di dollari non è ancora conclusa e per di più anche i fornitori vantano crediti che dovranno essere onorati per evitare fallimenti a catena.

Qual è l’impatto di questa vicenda sul resto dell’economia di Dubai? Per il momento la grande saggezza distillata nella canzone napoletana dell’immediato dopoguerra supplisce alla mancanza di profonde analisi economiche: basta ch’a ce sta o sole, ch’a c’è rimasto o mare ..... Semplificando un po’ la questione possiamo dire che esistono due settori a Dubai.  Uno che comprende turismo, logistica, piccole manifatture, alluminio, raffinazione, commercio, servizi alle imprese, sanità, poggia su basi solide perché non ha debiti insostenibili e comunque genera profitti abbastanza stabili. Il secondo che comprende le costruzioni  e alcune grandi infrastrutture ha forti esposizioni  e non è in grado di servire il debito con gli introiti presenti. Il primo potrebbe subire il contagio dal secondo soprattutto in termini di ridotto accesso al credito. Al momento questa eventualità è stata scongiurata e quindi le imprese sane sono in grado di affrontare la crisi (non fosse altro perché hanno macinato profitti cospicui negli anni del boom). Ma il percorso di uscita non è ancora finito.

Ci dobbiamo preoccupare di nuovi smottamenti che potrebbero coinvolgere l’Italia?
A mio avviso no. L’onda d’urto che ha investito i mercati in seguito all’annuncio della moratoria sul debito di Dubai World il 25 novembre si è propagata in un momento di incertezza generale sulle exit strategies dalle varie politiche "straordinarie" delle banche centrali ed è coincisa con il week end di Thanksgiving in America (come dire Ferragosto in Italia) quando la liquidità era scarsa. Ora come ora, la calma è tornata nel Golfo e ci sarà tempo per ristrutturare il debito in modo ordinato. Quindi se fossi Tremonti mi preoccuperei piuttosto della situazione in Grecia. Ma questa, come si diceva nelle fiabe, è un'altra storia.

39 commenti (espandi tutti)

Una domanda Fabio: tu menzioni che i mercati dei capitali in quell'area del mondo non permettono indebitamento a lunga scadenza. Mi pare strano, per progetti di quelle dimensioni penserei normale l'accesso ai mercati mondiali. Oppure c'è qualche vincolo addizionale, tipo che si desidera usare unicamente strumenti di finanza islamica? Se è così, puoi descrivere brevemente quali vincoli sulla struttura finanziaria questi impongono?

Solo le grandi societa' solide, gestite in modo trasparente e con una lunga storia alle spalle hanno accesso al mercato internazionale del credito a lungo termine. Le societa' del Golfo quasi mai hanno queste caratteristiche (non fosse altro perche' sono nate da poco) e quindi anche quando si rivolgono ai mercati internazionali (i loro titoli sono effettivamente quotati quasi sempre anche a Londra) le scadenze raramente superano i cinque anni perche' gli investitori richiederebbero un premio di rischio troppo alto. Oppure una garanzia pubblica (che molti presumono essere implicita, ma in alcuni casi tipo Nakheel, sbagliano).

Oltretutto nel Golfo i governi hanno surplus di bilancio, quindi non hanno bisogno (almeno cosi' e' stato fino a poco tempo fa) di emettere debito in quantita' significative. Pertanto non si e' creato un mercato liquido dei titoli a reddito fisso nei paesi del Golfo.

Infine le soceta' private (anche se il confine tra pubblico e privato in Arabia e' alquanto labile) preferiscono i rapporti privilegiati con le banche in modo da non dover fornire troppe informazioni al pubblico (adottando criteri contabili stringenti) e da essere trattate con un occhio di riguardo (per un'analogia pensate alle partecipazioni statali in Italia e alle banche dell'IRI).

La finanza islamica direi che c'entra molto poco. In realta' la finanza islamica e quella convenzionale differiscono poco nel profilo di rischio per l'investitore. Quindi sukuk e obbligazioni presentano differenze di natura squisitamente semantica, almeno agli occhi di un economista.

 

La finanza islamica direi che c'entra molto poco. In realta' la finanza islamica e quella convenzionale differiscono poco nel profilo di rischio per l'investitore.

E' proprio cosi'? Io non sono un esperto ma in teoria uno dei fondamenti della finanza islamica e' la condivisione del rischio e del profitto tra le parti. E infatti si parla spesso di debt forgiveness (mi scusi Figa'-Talamanca, 'remissione dei debiti' mi fa venire in mente il Padre Nostro). Quale occasione migliore di un default per mettere il tutto alla prova? Cercando in rete vedo che non sono l'unico a cui questo e' venuto in mente. Certo poi le conseguenze di reputazione del 'chi ha avuto ha avuto ha avuto' sarebbero state disastrose. Ma visto che gia' qualche problemino di cash flow ce l'avevano...

Quello che dici secondo me e' assolutamente vero. Adottando una interpretazione quasi letterale delle parole scritte nel Corano e' proibito corrispondere o accettare un interesse, definito come la remunerazione ad un tasso fisso per un prestito.

Quindi, secondo la Shariah si puo' partecipare ad attivita' economiche solo con capitale di rischio (semplifico la questione per ragioni di brevita'). Ne consegue che, in teoria, la bancarotta, intesa come una procedura concursuale per soddisfare i creditori con la vendita dei cespiti rimasti, nella finanza islamica non potrebbe esistere. Per inciso, cio' pone un problema per la supervisione bancaria perche' le banche islamiche hanno caratteristiche piu' simili ai fondi comuni che agli istituti di credito. Quindi i depositanti sarebbero soci delle entita' o delle persone fisiche cui la banca fornisce capitale.

Nella realta' e nella pratica comune pero' l' interpretazione rigida e' stata abbandonata e quindi in sostanza i sukuk garantiscono un "tasso di profitto" piu' o meno prestabilito che somiglia molto all'interesse. Basti pensare ai titoli di Stato. Quale sarebbe il profitto che realizza un governo nella fornitura di beni pubblici, ad esempio la politica estera?

Per questi motivi i teologi islamici (ma le divergenze di opinione sono abbastanza ampie) hanno sviluppato delle interpretazioni estensive e quindi oggi spesso e' difficile distinguere in concreto un'obbligazione convenzionale da un sukuk.

Esistono comunque altre strutture di titoli finanziari in linea con la Shariah che potrei descrivere (con un po' di approssimazione) come project financing (finanziamento di infrastrutture che, quando ultimate, generano un reddito costante e verificabile da cui il creditore ottiene un flusso di pagamenti) oppure come leasing (acquisto di beni strumentali da conferire in comodato d'uso (?) al cliente dietro pagamento di un corrispettivo periodico). 

Secondo te ai fini fiscali come sono inquadrati i proventi delle obbligazioni "sukuk"?

redditi diversi? Interesse? dividendi? Sono da considerarsi "interesse" ai sensi della Direttiva 2003/48/CE?

Ad essere onesto non lo so. A lume di naso li classificherei come interessi, almeno per quelle emissioni che sostanzialmente garantiscono un reddito fisso. Classificarli come dividendi mi sembrerebbe improprio, perche' in pratica la remunerazione dei sukuk non e' legata ai profitti (anche se, come ho detto nel commento precedente, questo sarebbe il precetto islamico in senso stretto).

Aggiungo un link per che volesse avere un'infarinatura sul diritto fallimentare nei paesi arabi

http://www.menafn.com/qn_news_story_s.asp?StoryId=1093289695

Il rapporto di cui si parla nell'articolo e' disponibile sul sito www.hawkamah.org

 

Come vano le cose a Dubai un trimestre dopo la crisi?

Una sola osservazione a questo interessante articolo. "Confidence interval" in italiano si traduce come "intervallo fiduciario", perché la parola inglese "confidence" si traduce come "fiducia" e non "confidenza".

Magari la traduzione "intervallo fiduciario" si potrebbe anche considerare semanticamente più corretta, o comunque più corrispondente all'utilizzo delle parole fiducia/confidenza nell'italiano corrente non scientifico... solo che, di fatto, da tempo l'espressione entrata nel linguaggio scentifico è "intervallo di confidenza". Naturalmente nel significato linkato da Michele.

Non mancano altri casi simili... tipo, anche l'aggettivo marginale credo sia sempre stato usato, in italiano, con significato abbastanza diverso da quello utilizzato in economics (utilità e costo marginale, saggio marginale di sostituzione...), che probabilmente deriva dall'inglese marginal.

(Sono sicuro che ce ne sono molti altri... la caccia è aperta).

E' proprio impossibile ripristinare il rispetto della lingua italiana da parte dei cultori di una disciplina scientifica? Passi per i neologismi inutili come "debugging" al posto di spidocchiare, ricorsivo al posto di ricorrente, ma "confidenza" significa proprio un'altra cosa in italiano.  

Tutte le lingue evolvono, indipendentemente dalle influenze delle lingue straniere. E non e' nemmeno un fatto che interessa soltanto i cultori delle discipline scientifiche. Al contrario, e' assolutamente normale che parole o espressioni cambino di significato nel giro di pochi anni o decenni e stupirsene e' un po' anacronistico.

 

Alessandro, seriamente, ma tu spidocchi il codice?

No, ma qualche volta lo spulcio.

Il linguaggio scientifico dovrebbe arricchire la lingua comune. Così l'espressione "intervallo fiduciario" arricchisce la lingua italiana, perché non si trova nel linguaggio comune, ed esprime direttamente in parte il contenuto tecnico che si vuole indicare. Può così diventare parte del linguaggio comune. L'espressione "intervallo di confidenza" invece utilizza una parola di significato completamente estraneo al contenuto tecnico indicato. Non entrerà mai nel linguaggio comune, perché è usata solo da specialisti di statistica, e per gli altri ha un significato fuorviante. 

No, ma qualche volta lo spulcio

quindi "ho fatto debugging dovrebbe essere "ho fatto le pulci al codice"? Ganzo (cool!)

La traduzione AFAIK e' letteralmente corretta, ed e' anche aderente alla accezione "storica" di bug.

Comunque "ho spulciato il codice" e' comprensibile anche in italiano, anche se secondo me leggermente scorretto: il debugging e' una attivita' che puo' essere piuttosto pesante e presuppone una certa costanza e obiettivi, spulciare e' qualcosa che si fa "casualmente". 

 

La traduzione AFAIK e' letteralmente corretta, ed e' anche aderente alla accezione "storica" di bug.

Comunque "ho spulciato il codice" e' comprensibile anche in italiano, anche se secondo me leggermente scorretto: il debugging e' una attivita' che puo' essere piuttosto pesante e presuppone una certa costanza e obiettivi, spulciare e' qualcosa che si fa "casualmente". 

Non sono d'accordo sul fatto che sia aderente all'accezione "storica" di bug.

Innanzitutto la famosa storia dell'insetto che cortocircuitava dei circuiti elettronici non sembra sia alla base del termine "bug" ( software_bug ).

Inoltre come gia' detto, la pratica del debugging non e' associabile al significato di 'spulciare', dato che e' tutto fuorche' un'attivita' veloce da effettuarsi con leggerezza :)

Nel caso dell'informatica secondo me ostinarsi a chiamare i computer "calcolatori" o cercare di tradurre "debug", "exploit", "race conditions" e altri termini inglesi e' poco utile.

Credo sarebbe molto piu' utile concentrarsi sulla difesa della grammatica italiana, ad esempio contro il sempre minore uso di condizionale e congiuntivo o le abbreviazioni come "ke", "cmq" ed altri problemi.

 

Inoltre come gia' detto, la pratica del debugging non e' associabile al significato di 'spulciare', dato che e' tutto fuorche' un'attivita' veloce da effettuarsi con leggerezza :)

Infatti io considero "spulciare" e "debuggare" due cose diverse. Per questo, come ho detto, secondo me "spulciare" il codice e' scorretto come traduzione di "debug".

la famosa storia dell'insetto che cortocircuitava dei circuiti elettronici non sembra sia alla base del termine "bug"

Era tra virgolette proprio per evidenziare la leggenda urbana. "to bug someone" nel senso di "infastidire" non so quanto sia antico, comunque mi pare piu' coerente con il significato.

 Credo sarebbe molto piu' utile concentrarsi sulla difesa della grammatica italiana, ad esempio contro il sempre minore uso di condizionale e congiuntivo o le abbreviazioni come "ke", "cmq" ed altri problemi.

Guarda, concordo a parte il discorso sulle abbreviazioni, che ovviamente dipende dal contesto.

Se mentre ti sto rispondendo ora usassi "cmq" al posto di "comunque" non credo sarebbe un gran problema: e' una parola in mezzo ad un fiume di altre, non, mentre la sostituzione sistematica di "ch" con "k" personalmente mi da fastidio, spesso perche' accompagnata da altre abbreviazioni SMS-style che servono a poco fuori da quel contesto in cui devi risparmiare ogni carattere. 

Piu' importante e' l'uso del congiuntivo e condizionale - che alterano il significato delle frasi, sono d'accordo.

Anche per me confidenza in italiano non e' sinonimo di fiducia, ma purtroppo siamo tutti vittime degli anglicismi (i francesi stanno conducendo una battaglia strenua in questo campo, logiciel al posto di software per esempio). In fin dei conti e' importante capirsi e se le parole hanno significati diversi a seconda dei contesti, mi consolo considerabdolo un segno della ricchezza del linguaggio.

 

 

Anche per me confidenza in italiano non e' sinonimo di fiducia, ma purtroppo siamo tutti vittime degli anglicismi (i francesi stanno conducendo una battaglia strenua in questo campo, logiciel al posto di software per esempio). In fin dei conti e' importante capirsi

Appunto, e quindi la battaglia dei francesi e' retrograda, dato che "logiciel" lo capiscono solo in Francia. Che male c'e' a lasciar convergere i lessici?

ma "confidenza" significa proprio un'altra cosa in italiano. 

Mi sembra un dibattito dada (si può dire in italiano), ma comunque.

Non ho proprio capito su cosa si basi questa tua ripetuta affermazione. In svariate e frequenti accezioni esiste una notevole sovrapposizione semantica fra "confidenza" e "fiducia". Per esempio in frasi come "confido di prendere l'aereo fra tre ore circa" o in "confido che il prezzo del petrolio non esca dall'intervallo [50-100] dollari al barile nei prossimi sei mesi". In questi, e molteplici altri casi "confidenza" e "fiducia" sono intercambiabili.

D'altro lato, la parola fiducia (specialmente nelle sue accezioni legali) mal si adatta ad interpretare in italiano ciò che "confidence" intende dire in "confidence interval", specialmente se a quest'ultimo si dà un'interpretazione di tipo bayesiano.

Sulla questione del purismo linguistico, una delle tante escrescenze del socialismo mentale, non mi metto. È la solita diatriba su cosmos vs taxis. In questo caso è stata risolta dai fatti, quindi dibattiti normativi su cosa i vocabolari avrebbero dovuto essere versus ciò che di fatto sono, lasciano il tempo che trovano.

Se può interessare, segnalo che nel caso della statistica esiste un glossario "ufficiale" a cura dell'ISI (International Statistical Institute). Confesso di non averne mai fatto uso prima d'ora, ma era bello sapere che c'era... e in effetti mi è stato utile: avrei detto che quelli bayesiani fossero intervalli credibili (credible intervals) e in effetti lo sono, ma sono anche intervalli di confidenza bayesiani (Bayesian confidence intervals) e la semantica, a pensarci bene, mi sembra migliore (a meno che non si voglia fare polemica nei confronti dell'approccio frequentista... :-).

Un caso notevole in cui l'uso non rispetta la semantica è quello della consistenza di uno stimatore (consistent estimator): qui credo ci sia accordo sul fatto che sarebbe meglio parlare di coerenza, ma ormai è andata così... e però permettetemi di simpatizzare con il gusto (a mio avviso tutto matematico) di cercare la semantica migliore, in sede di definizione, senza timori reverenziali nei confronti di quanto già esiste; un gusto che, se non altro, ci può regalare un po' di buon umore quando "spulciamo" il nostro codice alla caccia di un errore che altrimenti ci farebbe impazzire...

Mi piace la definizione "dada"!

Confidare deriva da "cum fido", giusto?

Allora ho cercato "fīdo, fīdis, fisus sum, fisum, fīdĕre" (intransitivo, semideponente della III coniugazione) sul dizionario di Latino e...

- (con il dat. o con l'abl.) fidarsi, confidare, avere fiducia in, contare su
- (con l'inf. o con l'acc. e l'inf.) credere, sperare, aver fiducia che

La radice di "fiducia" e` sempre "fido..." quindi l'origine del significato e` la stessa.

Direi che in italiano si e` poi aggiunto un altro uso per la parola confidenza nel senso di "sentimento di amichevolezza e intimita`" che sembra separarsi dall'uso di fiducia nel senso di "sentimento, abituale piu` che attuale, di chi si fida o confida in persona o cosa che abbia a essere quale egli desidera o spera "

In effetti si da confidenza a coloro dei quali ci si fida e io con certi intervalli poco raccomandabili non ci parlo affatto...

Michele ha mostrato come "confidenza" e "fiducia" possano essere intercambiabili. "Mi fido di te" o "confido in te"... cambia il caso ma il significato e` molto vicino!

Insomma, va bene voler combattere l'importazione acritica di termini inglesi, ma non e` anche bello vedere le radici comuni delle nostre lingue?

Anzi... perche` non torniamo al Latino come lingua scientifica universale?... ok, ok... questo e` troppo... lo ammetto :)

 

senza considerare che è il temine "confidence" in inglese che è derivato dal latino e quindi in italiano è un termine oriundo, non un inglesismo.

http://www.etymonline.com/index.php?search=confidence&searchmode=none

I guai di Dubai

massimo 18/12/2009 - 17:20

Non esiste neanche project Financing in Medio Oriente?

E' allo stato embrionale. Ma si stanno facendo grandi sforzi per promuoverlo, soprattutto con l'impegno della Banca Mondiale e dell'IFC.

Che posto è Dubai per andarci in pensione? Mi rifereisco a: clima, costo della vita, tassazione, criminalità, livello e costo del sistema sanitario etc.

Ti rispondo sinteticamente

Clima spledido 8 mesi l'anno, ma estati torride (a cui pero' ci si abitua anche perche' l'aria condizionata e' ovunque).

Costo della vita paragonabile a Roma, anzi tutto sommato forse meno, ma devi pensare che ci sono enormi disparita' nel livello di vita: es. si puo' mangiare in una bettola per due euro oppure in un ristorante di super extra lusso a 1000 euro o piu'. Ovviamente con la benzina ci si puo' fare la doccia.

Tassazione sul reddito: inesistente

Criminalita': poca; si puo' lasciare la macchina con le chiavi nel cruscotto e nessuno la ruba. Io lascio sempre il casco della moto sulla sella (senza catena) e l'ho sempre ritrovato. Lascio la porta di casa aperta senza problemi.

Sitema sanitario decisamente migliore di quello italiano, pero' con vette di eccellenza e qualche valle di incompetenza. In generale io le poche volte che ne ho avuto bisogno ho trovato tutto molto efficiente e professionale. I costi sono ragionevoli, almeno paragonati con l'Italia per non parlare degli Stati Uniti. Non saprei se per operazioni serie mi rivolgerei agli ospedali locali. Dovrei informarmi.

Vita sociale molto intensa

Vita culturale abbastanza modesta ma in via di miglioramento.

Che aria tira adesso a Dubai dopo le dichiarazioni  l'ambasciatore a Washington degli Emirati Arabi Uniti, Yousef al-Otaiba: http://www.guardian.co.uk/world/2010/jul/07/uae-envoy-iran-nuclear-sites

Un tempo i ricchi iraniani esportavano laggiù i loro risparmi; hanno smesso?

C'e' stato un forte giro di vite a tutte le attivita' connesse con l'Iran sia commerciali che finanziarie. Gli USA hanno deciso di fare sul serio e qui negli Emirati l'aria e' cambiata di conseguenza.

Si scrive:

``Tutte le lingue evolvono, indipendentemente dalle influenze delle lingue straniere. E non e' nemmeno un fatto che interessa soltanto i cultori delle discipline scientifiche. Al contrario, e' assolutamente normale che parole o espressioni cambino di significato nel giro di pochi anni o decenni [...]''

Giusto. Ma sarebbe bello se questa evoluzione ``normale'' fosse accompagnata dalla dovuta attenzione sia al significato originale delle parole, sia al fatto che la lingua viene usata anche da persone che non conoscono l'inglese e non sono in grado di riprodurre i suoi fonemi. Del resto una lingua serve per comunicare e non per nascondere.

Invece i cambiamenti di cui si parla sono evidentemente resi possibili da un lato da una notevole dose di incuria, noncuranza, trascuratezza, disattenzione verso questi aspetti, e dall'altro dal desiderio di mostrare agli altri di possedere qualcosa (la padronanza di una particolare lingua straniera) che gli altri non hanno (esibizionismo?).

In un telegiornale sardo si parla di ``bluetongue'' invece che di ``lingua blu''. E` proprio necessario questo cambiamento? Un pastore sardo e` proprio tenuto a imparare questa nuova parola e i suoi fonemi (fonemi che difficilmente imparera` mai)?

Si dice: ``questi dati non mecciano''. Qualcuno vuole sostenere seriamente che il contenuto mentale espresso da questa orrenda frase non si possa esprimere in italiano? 

Gli esempi abbondano, e confermano la tesi: QUESTI cambiamenti NON sono accompagnati dalla dovuta attenzione alla lingua e al suo uso sociale. Giustificarli in nome della ``evoluzione'' e della ``normalita`'' significa che non si riconosce la loro particolare natura.

Un tempo i don Abbondio intimidivano i Renzo con il loro latinorum. Oggi l'inglese svolge funzioni simili.  

Si dice che questi fenomeni siano ``segno della ricchezza del linguaggio'' invece sono spie linguistiche di un suo impoverimento. Chi non sa dire quello che pensa e` costretto a pensare solo quello che sa dire.

Si dice che questi discorsi sono ``retrogradi'' e ``anacronistici'' (come dall'alto dell'onda del progresso). Stephen Jay Gould ha osservato (in una bellissima conferenza che ha tenuto presso la Washington University nei primi anni novanta) che non e` vero che il semplice passare del tempo porti inevitabilmente a un ``progresso'', propriamente inteso. Si tratterebbe, secondo Gould, di una idea che ha origine nella prima teoria dell'evoluzione naturale. 

Si dice che questi discorsi e queste battaglie siano ``retrograde'' e ``dada'', ma questo e` un uso feticistico del linguaggio: non basta bollare una argomentazione come ``retrograda'' o ``dada' per smontarla.

Si dice che non si capisce su che cosa si basi l'affermazione del prof. Figa` Talamanca, e si citano frasi come ``confido di prendere l'aereo tra mezz'ora''.

Basta consultare Nicola Zingarelli, dizionario della lingua italiana, decima edizione:

``confidare'' significa ``avere fiducia'', mentre ``confidenza'' significa (nella sua accezione principale) ``familiarita`, dimestichezza''.

Il verbo ``confidare'' (morfologicamente affine al sostantivo ``confidenza'') ha assorbito il significato principale del sostantivo ``fiducia'' e non del sostantivo ``confidenza''. Equivocare su questo nulla toglie all'argomentazione del prof. Figa`-Talamanca.

Si dice che la parola ``fiducia'' mal si presta a interpretare quel che ``confidence'' intende dire in ``confidence interval''.

Ho acquisito molta dimestichezza con questo tipo di argomentazione.

Ad esempio, ora in Italia tutti parlano di ``location'', specialmente coloro che NON conoscono la lingua inglese. Il bello e` che se vai a chiedere perche' usano quella parola invece di esprimersi compiutamente in italiano, ti senti rispondere che la parola ``location'' ha tutta una serie di significati che sfuggono a una traduzione italiana. Dico ``il bello'' perche' l'ho sentito dire da tantissime persone che l'inglese proprio non lo sanno parlare! E questo e` un fenomeno che si ripete con tantissime parole. Altro che ``convergenza lessicale''! Qui (in Italia) stiamo precipitando verso una situazione in cui la gente non sa parlare italiano e non sa parlare inglese.

Nella fattispecie, la parola proposta idealmente come sostituto e` ``fiduciario''. A me sembra che il concetto di ``familiarita`, dimestichezza'' non si presta per nulla a dire quel che ``confidence'' intende dire in ``confidence interval'', specie se stiamo parlando con persone che non lo sanno gia` (come in genere dovrebbe essere quando si parla di qualcosa di nuovo), appunto perche' ``confidenza'' significa principalmente ``familiarita`, dimestichezza''. Che c'entrano la familiarita` e la dimestichezza con quel che si intende dire in ``confidence interval''?

Si dice che questa discussione sarebbe catalogabile sotto la rubrica ``purismo linguistico''. Questo e` un uso feticistico delle parole. Bollare le argomentazione di un interlocutore con un termine ritenuto offensivo, invece di rispondere nel merito, significa, in particolare, evitare di affrontare la questione. Si tratta di una tecnica ben nota: confondere l'interlocutore con qualcun altro, che per fatti suoi merita lo scherno, e il gioco e` fatto: non c'e` piu` bisogno di discutere.

Naturalmente, se la questione non interessa, non e` obbligatorio interloquire.

Ma visto che, come di consueto, i pochi che osano parlare di questi argomenti vengono bollati come ``puristi linguistici'' (che sarebbe una ``escrescenza'' del ``socialismo mentale'': questo proprio non lo sapevo: ci sono riferimenti bibliografici al riguardo?), e` meglio dire qualche parola in merito.

Non mi considero un ``purista linguistico'', e non credo proprio che siano questi i termini della discussione, anche perche' ho bene a mente le pagine dello Zibaldone in cui l'illustre Autore metteva in guardia contro questo atteggiamento.
Non penso che si possa sempre usare il passato per capire il presente.
Ad esempio, Leopardi illustra, in pagine che mi hanno emozionato, la situazione in cui la lingua latina si e` trovata quando messa a confronto con la lingua greca.

In quelle pagine, si trovano molti spunti preziosi per capire il presente. Ma
a mio avviso non e` del tutto appropriato cercare di applicare, mutatis mutandis, quello schema alla nostra situazione attuale (con l'italiano al posto del latino, e l'inglese al posto del greco), perche' allora i moderni mezzi di comunicazione di massa non esistevano, e  questi, da un lato, hanno un effetto potentissimo di amplificazione per questi fenomeni linguistici, e, dall'altro, siccome sono essenzialmente basati sull'immagine, e non sulla parola, essi cambiano proprio la natura del discorso. Non e` un caso, per esempio, che il comune eloquio stia diventando di natura ``iconica'', cioe` stia perdendo in profondita` concettuale. Le immagini sono sempre concrete.

Si dice che, in questo caso, la ``diatriba'' su questo ``dibattito normativo'' (ma non e` un dibattito normativo!) sarebbe stata ``risolta dai fatti'' e che, quindi, questa discussione ``lascia il tempo che trova''.

La storia umana non e` un qualcosa di preconfezionato. Siamo chiamati a parteciparvi e a influenzarla, se vogliamo. Cio` che e` fatto non si puo` disfare, ma cio` che e` in fieri puo` essere influenzato in una direzione o in un'altra, ed e` utile farlo sulla base dell'insegnamento che possiamo trarre dall'analisi di cio` che sarebbe stato ``risolto dai fatti''. L'alternativa e` rimanere soffocati in una  ``gabbia del presente'' (quella si` tutta mentale) e nell'essere incapaci di progettare il futuro. Qualcun altro lo fara` al posto nostro.

Si dice che questi discorsi sono ``retrogradi'' e ``anacronistici'' (come dall'alto dell'onda del progresso). Stephen Jay Gould ha osservato (in una bellissima conferenza che ha tenuto presso la Washington University nei primi anni novanta) che non e` vero che il semplice passare del tempo porti inevitabilmente a un ``progresso'', propriamente inteso. Si tratterebbe, secondo Gould, di una idea che ha origine nella prima teoria dell'evoluzione naturale.

Visto che la discussione ormai non ha piu' niente a che fare con Dubai e i suoi guai: che intendi con "progresso propriamente inteso"? Nessun biologo evoluzionista (e Gould, strettamente parlando, nemmeno era uno di essi, essendosi laureato in geologia e zoologia) ormai parla di "progresso" o "regresso": e' ormai universalmente accettato che la selezione naturale si limita ad eliminare caratteristiche che prevengono la propagazione alle generazioni future dei geni che le determinano. Un meccanismo formalmente analogo esiste nell'evoluzione delle idee: i "memi" che portano a culture insulari, come appunto il culto del passato e l'ostinazione a rifiutare contaminazioni esterne, scompaiono assieme a tali culture. Guarda la fine che nel mondo sta facendo la lingua francese, imprigionata e guardata a vista dai mastini dell'Académie Française come una vergine nel serraglio, e sempre piu' abbandonata in favore della sua anarchica e promiscua cugina inglese.

1.

e Gould, strettamente parlando, nemmeno era uno di essi, essendosi laureato in geologia e zoologia

avere una laurea in una disciplina e` forse condizione necessaria o sufficiente per dire cose valide in quella disciplina? in che cosa era laureato Franz Boas? grazie a Dio non esistono patenti che assicurino che quello che si dice avendo quella patente sia vero

2.

che intendi con "progresso propriamente inteso"?

volevo soltanto dire quello che ho detto, cioe` che non e` vero che il semplice passare del tempo porti inevitabilmente a un ``progresso'', e cioe` prendere le distanze da coloro che pensano che tutto quello che si afferma e` per forza di cose migliore di quello che abbiamo lasciato alle spalle

in altre parole, se noi per definizione intendiamo come progresso (rispetto al tempo t_1) tutto quello che si svolge in un tempo t_2, in virtu` del fatto che sia t_2 maggiore di t_1, allora questa definizione di progresso e`, evidentemente, impropria,  tautologica, poco utile

la mia frase riportava un concetto che, nella storia delle idee, sembra avere origine proprio dalle prime fasi della biologia evoluzionista (l'idea di un progresso lineare e inesorabile verso il meglio: H. Spencer?) e Gould se la prendeva con la trasposizione generalizzata di questa idea

3. la tua tesi:

Un meccanismo formalmente analogo esiste nell'evoluzione delle idee: i "memi" che portano a culture insulari, come appunto il culto del passato e l'ostinazione a rifiutare contaminazioni esterne, scompaiono assieme a tali culture

mi sembra tutta da dimostrare: ad esempio, la cultura popolare, intesa come cultura delle classi subalterne (in Italia, per fare un esempio, quella dei contadini) e`, credo, una cultura relativamente insulare, nel senso di relativamente isolata dalla cultura alta delle classi dominanti, ma se l'e` cavata bene nei secoli passati, visto che e` riuscita a sopravvivere per secoli, portandosi dentro anche moltissime tracce di paganesimo, e ora sta scomparendo ma non per il fatto di essere insulare, ma perche' sono cambiate altre cose

4.

guarda la fine che nel mondo sta facendo la lingua francese, imprigionata e guardata a vista dai mastini dell'Académie Française come una vergine nel serraglio, e sempre piu' abbandonata in favore della sua anarchica e promiscua cugina inglese

confondi la vitalita` di una lingua con la sua diffusione misurata in numero di parlanti

l'inglese che si parla oggi correntemente mi sembra molto noiosa, come lingua, piena di frasi fatte, e con una scarsa profondita` espressiva, ecc: ma non e` colpa della lingua inglese, come sa bene chiunque abbia anche solo provato a leggere uno dei grandi autori che hanno scritto in quella lingua: e` colpa del fatto che viene usata come lingua franca a scopo comunicativo

5. [sul <>]

non vedo cosa c'entri il ``culto del passato''

mi sembra di percepire un certo scherno verso gli atteggiamenti che possono essere catalogati come ``culto del passato''

osservo che anche la ``idolatria del presente'' si presta ad essere oggetto di scherno

infatti, il ``culto del passato'' e` affine alla ``idolatria del presente''

personalmente mi tengo lontano da tutti e due gli estremi, ma vorrei ricordare che senza la storia siamo come ciechi senza bastone e senza identita`

del resto l'espressione ``culto del passato'' fa di tutt'erba un fascio e non distingue le due situazioni seguenti

a) un uomo si immerge in un fiume e si rammarica che quel fiume non e` lo stesso del giorno prima (quell'uomo si e` perso la lezione del pensatore di Efeso, pazienza)

b) un uomo vorrebbe immergersi in un fiume ma non puo` perche' quel fiume e` inquinato (1) e allora rimpiange il passato

sono due situazioni molto diverse

6. [sulla <>]

non vedo cosa c'entri la ``ostinazione a rifiutare contaminazioni esterne''

non e` di questo che si parla

si parla del fatto che gli italiani sembrano essere diventati incapaci di esprimere il loro pensiero in italiano, anche quando si tratta di concetti che non sono stati creati all'estero (per cui non si puo` proprio applicare il solito alibi, che in realta` maschera una buona dose di pigrizia mentale)

basta seguire un qualsiasi telegiornale italiano per capire cosa intendo dire

immagino che chi abita all'estero non abbia la possibilita` di vedere il telegiornale ogni giorno, nemmeno da lontano

ma la ``ostinazione a rifiutare contaminazioni esterne'' e` una caricatura che nulla ha a che fare con le cose che ho scritto

del resto, ostinarsi a rifiutare contaminazioni esterne e` come essere contrari, in linea di principio, al caldo estivo; ma altra cosa e` cercare di porre rimedio, se possibile, al riscaldamento globale!

credo proprio che, per quanto riguarda quello che e`  l'eloquio diffuso oggi in Italia, specialmente dai mass media, ci troviamo in una fase di ``surriscaldamento'' della lingua italiana

l'impoverimento lessicale e l'improprieta` di linguaggio che derivano da questa situazione sono un danno e non un bene

e se qualcuno crede che sia invece un arricchimento, dovrebbe riflettere sul fatto che l'eloquio che sta venendo fuori non e` ne' carne ne' pesce, nel senso che da un lato pochi di quelli che, in Italia, parlano in questo modo, saprebbero esprimersi comprensibilmente in inglese in un paese anglofono, e dall'altro questo eloquio e` incomprensibile per uno che l'inglese non lo conosce

ma se uno degli scopi del linguaggio e` quello di farsi capire, a che serve mai questo orrendo ibrido?

ad esempio proprio ieri un giornalista del tg2 ha usato l'espressione ``deicing'' ma poi si e` sentito in obbligo di tradurlo in italiano, (e giustamente, perche' oltre un certo limite proprio non si puo` andare)

ma, dico io, perche' usarla quella parola? siamo diventati incapaci di parlare italiano?

ripeto: essere contro i prestiti e gli scambi linguistici e` come essere contro il caldo estivo: ma qui stiamo parlando di qualcosa d'altro

(1) non solo quel fiume, ma anche i mari, visto che i medici consigliano di non mangiare il tonno piu` di una volta al mese, per via dell'inquinamento da mercurio: nei pesci il bioaccumulo concentra il mercurio nei pesci grandi

In un telegiornale sardo si parla di ``bluetongue'' invece che di ``lingua blu''. E` proprio necessario questo cambiamento? Un pastore sardo e` proprio tenuto a imparare questa nuova parola e i suoi fonemi (fonemi che difficilmente imparera` mai)?

Guarda, necessario o no che sia, è solamente una conseguenza del fatto che noi sardi non facciamo abbastanza ricerca medica o veterinaria tale da poter isolare e studiare noi certi patogeni e poterli così denominare con un bel nome latino o sardo! Il nome di quella patologia, bluetongue, è tale perchè sicuramente è stata studiata e ricercata in ambiente extra-insulari...può non piacerci, ma è così.

Poi, se noi sardi vogliamo fare solo balli sardi e folklore a tutto spiano, di cosa ci lamentiamo? Se ci chiudiamo a tutto ed esaltiamo questa ostinata insularità residuale come un tratto di purezza...beh ci renderemo conto che non solo non preserviamo un bel nulla ma anche le nostre amate pecore dovremo chiamarle con nomignoli anglosassoni, tipo Ketty Anny e così via.

Ah dimenticavo: non sottovalutare il pastore sardo che impara bluetongue e anche altro... ;)

1.

Guarda, necessario o no che sia, è solamente una conseguenza del fatto che noi sardi non facciamo abbastanza ricerca medica o veterinaria tale da poter isolare e studiare noi certi patogeni e poterli così denominare con un bel nome latino o sardo!

non ci capiamo proprio: l'espressione Lingua Blu esiste gia`, in italiano, per indicare il morbo Blue Tongue

cioe` non e` richiesto uno straordinario sforzo di invenzione linguistica per dire Lingua Blu invece di Blue Tongue, specie da parte di un giornalista: di questo sto parlando

da quel che ne so io, e` stato l'istituto zooprofilattico di Sassari a identificare una variante della Lingua Blu nel 2000

non volevo offendere i Sardi, e non mi pare di averli offesi dicendo che i pastori hanno altro a cui pensare che imparare nuovi fonemi: per esempio: potrebbero pensare a diffondere meglio, commercialmente,  nella penisola e altrove, i loro buonissimi formaggi

2.

Il nome di quella patologia, bluetongue, è tale perchè sicuramente è stata studiata e ricercata in ambiente extra-insulari...può non piacerci, ma è così.

Gli italiani hanno inventato la banca, che prende il nome dalla parola banco

se a inventare la banca fossero stati gli anglofoni, probabilmente oggi la banca si chiamerebbe desca, o qualcosa di simile

fin qui nulla da ridire: e` giusto che chi inventa qualcosa gli dia il nome, cosi` come i genitori scelgono il nome dei figli

ma perche' mai oggi, nel 2009, andando in banca in Italia devo sentire gli altri parlanti che si riferiscono al ``desk'' come se non si potesse esprimere in italiano quel concetto? stiamo diventando incapaci di parlare la nostra lingua?

3. non sono stato io a inventare la pluralita` dei linguaggi: se qualcuno me lo avesse chiesto, forse di primo acchitto avrei consigliato di usare la stessa lingua in tutto il mondo: ma cosi` non e`, e anche di questo fatto bisogna farsi una ragione: il rapporto essenziale che intercorre tra linguaggio e pensiero, e quindi tra creativita` linguistica e creativita` concettuale, dovrebbe metterci in guardia contro questa situazione, dove, ripeto, sembra che gli italiani non sappiano piu` parlare italiano:
se almeno conoscessero DUE lingue! (come coloro che scrivono su NfA)

Guarda, necessario o no che sia, è solamente una conseguenza del fatto che noi sardi non facciamo abbastanza ricerca medica o veterinaria tale da poter isolare e studiare noi certi patogeni e poterli così denominare con un bel nome latino o sardo!

E temo che non sarebbe possibile in ogni caso: l'inglese e' parlato non solo negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma anche in paesi emergenti come India, Malesia, Singapore, Hong Kong e, almeno tra l'elite che si occupa di ricerca, tutto il nord Europa, Cina e Brasile. Chi pubblica qualcosa in italiano oggi ha speranza di essere letto solo in Italia e, forse, in posti non precisamente all'avanguardia della scienza come Somalia, Etiopia e Libia. Quel che e' peggio, chi non capisce almeno l'inglese scritto perde l'accesso a una percentuale imponente di informazione, e non solo in campo scientifico (per esempio, chi legge solo la stampa italiana potrebbe pensare che il suo governo goda di alto prestigio internazionale).

Certo sarebbe meglio se tutti fossero almeno bilingui, ma tra pubblica istruzione di deprimente livello, pigrizia, e talora nazionalismo linguistico come quello del nostro amico Fausto, dubito che in Italia si fara' molta strada in questa direzione. Pertanto, ben venga l'impianto di soppiatto di parole inglesi: se non altro chi non parla inglese avra' qualche probabilita' in piu' di capire di che cosa si sta parlando. Del resto l'inglese non e' mai stato schizzinoso verso gli imbastardimenti: e' nato come pidgin franco-germanico, ha tranquillamente incorporato idiomi dai linguaggi parlati nelle colonie (come il malay "amok"), e si e' evoluto con significative differenze in varie parti del mondo dove pure e' la prima lingua (UK, USA, Australia). Ed e' anche per questo che ha la diffusione che ha.

Il fatto che si parta dalla situazione finanziaria di Dubai e si arrivi a discutere di linguistica secondo me e' un fantastico indice di vitalita' e di elasticita' mentale di chi scrive, legge e partecipa a NfA. 

Comunque per riportare il discorso all'argomento originario vi allego qui sotto le ultime notizie riportate da Reuters. Ahime' sono in inglese (leggermente contaminato dalla translitterazione in alfabeto latino di fonemi arabi ....).

 

DUBAI, Dec 21 (Reuters) - State-owned Dubai World did not ask creditors for a standstill on its $22 billion debt at a meeting on Monday, adding to uncertainty for investors who have been in the dark for weeks and hurting local bank shares.

   Dubai's flagship conglomerate met around 90 of its creditors and was expected to formalise a request for a debt standstill.

   But a Dubai World spokesman said the meeting was an overview of potential ways to move forward and that creditors needed to form a panel for talks to proceed. [ID:nLDE5BK0WQ]

   Dubai sent shockwaves through global markets on Nov. 25 when it requested a standstill on $26 billion of debts linked to Dubai World and its property units Limitless and Nakheel [NAKHD.UL], developer of three palm-shaped islands.

   A $10 billion lifeline from wealthier neighbour Abu Dhabi last week -- the third this year -- helped Dubai stave off default on a $4.1 billion Islamic bond from Nakheel and provided enough funds to service debts until April.

   Banks had lent to Dubai government-linked firms on the implicit understanding that they were backed by Abu Dhabi or by the federal government of the oil-exporting United Arab Emirates, of which both Dubai and Abu Dhabi are a part.

   While the support eventually came, the delay and the lack of communication shook global markets and may have caused lasting damage to the reputation of the Gulf business hub.

   Bankers predicted that Monday's meeting would mark only the start of what could be lengthy negotiations.

   "Providing clarity is clearly the number one priority," said Raj Madha, banking analyst at EFG-Hermes.

 

   MARKETS HIT

   The meeting began late in UAE's trading day but Dubai's Emirates NBD and Abu Dhabi Commercial Bank , lenders with significant exposure to Dubai World's debts, closed down 4.8 percent.

   Construction stocks were also hit. Dubai's index <.DFMGI> ended down 0.2 percent and Abu Dhabi <.ADI> down 0.8 percent.

   "A lot of banks will get information and background to the group (on Monday)," said a Dubai-based lawyer. "There will be a lot of questions asked but I don't think many will be answered."

   UAE Economy Minister Sultan bin Saeed al-Mansouri said Dubai, which faces more debt maturities next year, may get further aid from the federal government or Abu Dhabi and played down the impact on the UAE economy as whole. [ID:nLDE5BK05X]

   "This issue has to be studied in a proper manner, evaluated and based on that, an answer will be provided on the federal level or the local level because the way we see this is one economy not separated from each other," he told reporters on the sidelines of a conference.

   He said the UAE would not change economic forecasts for 2010 due to the crisis as it did not have a "huge reflection" on the economy of the world's No. 3 oil exporter [ID:nLDE5BK042].

   The UAE's oil revenues amount to some $50 billion a year at an estimated average oil price of $60 a barrel. But Abu Dhabi is home to the vast majority of that oil while Dubai has little.

   A steering committee of Dubai World's largest lenders last met the firm on Dec. 7. The committee consists of London-listed Standard Chartered <2888.HK>, HSBC <0005.HK>, Lloyds and Royal Bank of Scotland , and local lenders Emirates NBD and Abu Dhabi Commercial Bank.

 

   FULL REPAYMENT?

   Dubai may still repay lenders in full, an Abu Dhabi-based newspaper reported on Sunday, citing unnamed sources.

   The National daily said two top Dubai officials, on a confidence-building mission to Britain and the United States in recent days, told financial leaders in London that repaying all bank loans in full "was discussed as a medium-term possibility".

   "They made clear there were a number of options the government of Dubai saw as feasible and desirable for Dubai World and repayment in full was one of them," the newspaper quoted a person who attended the talks as saying.

   But a full repayment seems the most unlikely of available options and bankers expect Dubai World to propose the extension of maturities for at least a year or more while paying interest.

   In the boom years, Dubai lured wealthy visitors and courted the media with celebrity-endorsed projects and developments such as The World, an archipelago in the shape of a world map.

   But whereas neighbours funded growth with proceeds from soaring oil prices, Dubai borrowed to invest through a network of state-linked conglomerates that offered limited transparency.

   Dubai World's troubles have raised question marks about transparency in the region as a whole and fears among investors that other government-linked firms could also face problems.

   Speculation has continued to mount over which assets Dubai Inc., the network of government-owned companies, is willing to sell to help pay off its debt obligations.

   Luxury hotelier Jumeirah Group, is not for sale, said its owner Dubai Holding, which belongs to Dubai's ruler.

 

I guai di Dubai

Marcks 23/12/2009 - 18:05

Ma nn hai affatto offeso i sardi...io scherzavo, figurati! Nessuna offesa, almeno per me, che sardo son(n)o! (Come certifica il verbo essere alla fine con doppia consonante ;) )

 

non volevo offendere i Sardi, e non mi pare di averli offesi dicendo che i pastori hanno altro a cui pensare che imparare nuovi fonemi: per esempio: potrebbero pensare a diffondere meglio, commercialmente,  nella penisola e altrove, i loro buonissimi formaggi

E qui, mio caro ti sbagli. Per commercializzare un prodotto, fuori dal proprio nuraghe, occorre sapere la lingua di coloro ai quali vuoi vendere il prodotto stesso...a questo proposito siamo ancora all'Eneolitico. Conosco personalmente casi di imprenditori caseari che non conoscono l'inglese e fanno trattative commerciali con interprete e si rifiutano di imparare l'inglese...perchè nn hanno tempo. Che è poi lo stesso effetto che mi fanno gli operatori della sicurezza di Fiumicino che dicono al passeggero, che al controllo "suona": "chè non parli italiano"? Voglio dire la lingua propria è importante, ma se vuoi qualcosa dagli altri, vendere o attirarli, è importante anche la lingua altrui.

ma perche' mai oggi, nel 2009, andando in banca in Italia devo sentire gli altri parlanti che si riferiscono al ``desk'' come se non si potesse esprimere in italiano quel concetto? stiamo diventando incapaci di parlare la nostra lingua?

Ma cosa vuoi che ti dica? Se si affermano certi costumi linguistici, cosa facciamo? Comminiamo anni di carcere? Voglio dire, certi modelli culturali si affermano per ragioni che non è così semplice controllare o regolare...può dispiacerci, ma è così. Perchè si dice desk e non bancone? Io penso di saperlo, ma se invocassi le ragioni crude che ci sono dietro, tu potresti anche invocare l'idea della bontà intrinseca di preservazione di una certa lingua e delle sue parole...e a quel punto il discorso sarebbe molto del tipo "si, hai ragione, ma io vorrei che..."; sapessi io le cose vorrei ma non ce le ho...

il rapporto essenziale che intercorre tra linguaggio e pensiero, e quindi tra creativita` linguistica e creativita` concettuale, dovrebbe metterci in guardia contro questa situazione, dove, ripeto, sembra che gli italiani non sappiano piu` parlare italiano:

Mah, su questo...davvero non ti seguo. E gli autistici che non parlano per nulla e sono grandi artisti, grandi matematici ecc ecc? E la matematica? Linguaggio universale e uguale dappertutto, che pure permette notevoli dosi di creatività e invenzione con un'apparentemente irragionevole efficacia nello spiegare fenomeni tanto distinti? Diciamo che il rapporto fra creatività e linguaggio è complesso, non ne sappiamo molto, e questo "sapere di non sapere" dovrebbe indurci ad attegiamenti meno normativi. Forse che con un solo linguaggio, esisterebbe meno creatività? E chi lo sà? Io, almeno non lo so...

Poi guarda, voglio sperare che nelle tue parole non vi sia il riflesso di certe letture come roba del genere...perchè altrimenti il punto più che linguistico sarebbe politico, con esiti che potrebbero pure essere meno edificanti di quelli che, seppure in buona fede, i difensori del purismo linguistico perseguono. E poi voglio dire: è talmente scontato sostenere che ridefinire la lingua sia propedeutico a modificare rapporti di forza di natura politica o economica (le distopie che cambiano il significato alle parole e che così imbrigliano il pensiero a leggere la realtà in un solo modo: quante narrazioni catastrofiche sono state date di questo processo?), che ormai non si impressiona più nessuno. La cosa importante è avere accesso ai fatti, a prescindere dalle contorsioni linguistiche: una volta messi al sicuro quelli, la lingua viene dopo.  Ci pensavo ieri in aereoporto: le rigidissime signorine in tailleur farfugliavano di rampe, di scivoli, di finger, di "adesso procediamo con il boarding"...e cose del genere...ma l'aereo non partiva, non partiva e basta e noi non ci salivamo sopra: eh, avevano voglia a usare tutto il tecno-english da aereoporto, tanto i miei vicini di fila (forse pastori? chi lo sa) imprecavano lo stesso, mica leggevano la realtà in modo diverso...

I guai di Dubai

massimo 26/7/2010 - 23:30

Come vanno le cose a Dubai adesso?

http://uk.reuters.com/article/idUKLDE66J0QT20100720

Qualche giorno fa su un settimanale belga Nasser Saidi ha rilsciato un'intervista entusiasta (solo l'inizio è accessibile liberamente):

http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:7feXuu5uMGYJ:levif.rnews.be/fr/news/magazine/levif-be-pour-abonnes/+%22Nous+sommes+%C3%A0+l'aube+d'une+r%C3%A9volution+financi%C3%A8re+mondiale%22&cd=1&hl=fr&ct=clnk&gl=be

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