Interrogativi e riflessioni a partire da una vicenda accademica italiana

25 gennaio 2010 paola potestio

Particolarità procedurali e l’esito di un concorso per trasferimento nella mia facoltà hanno suscitato alcune perplessità sulla stampa. Ho vissuto questa vicenda dall’interno e la considero emblematica dello stato attuale, e presumibilmente futuro, dell’università italiana. Vorrei commentarla in questa ottica, e aggiungere una piccola testimonianza.

Nella nuova era dell’autonomia universitaria, il ministero ha donato alla facoltà di Economia di Roma 3 due posizioni di professore ordinario in due specifici settori disciplinari. Nessuna documentazione è stata fornita in facoltà sull’iter della decisione e sui suoi esatti contenuti: chi ha richiesto i posti e con quali motivazioni, sulla base di quali priorità è stata formulata la richiesta, in virtù di quale norma e di quale capitolo finanziario il ministero ha operato l’attribuzione? Senza risposta è rimasta anche una pressante sollecitazione, rivolta al rettore nel sito roma3discute.com, a fornire a tutto l’ateneo informazioni su questo dono.

E’ singolare che, in un regime di autonomia, un Consiglio di Facoltà si ritrovi due nuovi posti di ordinario senza averli richiesti e addirittura senza avere la minima informazione su come i posti gli sono arrivati. Non meno singolare, e alquanto triste, è che gli interrogativi senza risposta, sollevati in roma3discute.com, non abbiano ricevuto nel sito alcun commento né alcuna osservazione. Indifferenza, rassegnazione, timore di esporsi: qualunque sia la causa di questo silenzio, non c’è da stare allegri sul grado di partecipazione attiva ai nostri eventi.

Le informazioni, non fornite in ateneo e in facoltà nonostante le richieste, possono essere fornite dal ministero? C’è da augurarsi che i valori cui il ministro sembra ispirarsi possano spingerla a fare chiarezza sulla vicenda, vicenda che offre comunque l’occasione per sottolineare la necessità di una pubblicità completa su ogni finanziamento del ministero ai singoli atenei. Si può innovare da quest’anno con una informazione capillare sui finanziamenti concessi dal decreto FFO-2009? La trasparenza dei finanziamenti non garantisce di per sé un uso efficiente delle risorse ma consente un maggior controllo dei comportamenti di tutti gli attori dei processi decisionali relativi alle risorse finanziarie.

Il dono ricevuto ha condotto a due bandi per trasferimento, uno dei quali nel settore Economia Politica. Assieme a due soli colleghi, non ho votato per il candidato chiamato dalla facoltà. Ho espresso apprezzamento per i curricula di tutti i candidati al posto, ma ho sostenuto che, comparativamente, la produttività scientifica di tre candidati, e in particolare di due, risultava nettamente superiore. Le mie argomentazioni non sono state ascoltate e la facoltà non ha colto l’occasione di premiare candidati più giovani, totalmente impegnati nella ricerca e provvisti di pubblicazioni di assoluto livello internazionale.

Questi sono i fatti. A partire da essi, vorrei toccare molto brevemente tre questioni, in ordine crescente di rilevanza.

Informazione o Denigrazione? Un uso non esattamente efficiente dell’autonomia universitaria e, in particolare, una selezione della docenza assai debole sono stati oggetto di moltissime denunce in questi anni. L’informazione sui fatti è stata a sua volta oggetto di pesanti critiche da parte di chi leggeva in essa una pericolosa e ingiusta denigrazione dell’università in generale. C’è stata e c’è molta confusione in queste reazioni. La qualità e l’impegno di tanti docenti sono innegabili, ma lo sono anche il progressivo declino delle strutture, l’accresciuta eterogeneità, l’abbassamento della qualità media. Su tutto questo bisogna essere ormai chiari e qualificare come inaccettabile la reazione di intolleranza verso l’informazione o la pretesa di omertà nei confronti dei comportamenti opportunistici. Scambiare l’informazione per denigrazione è oggi tra i peggiori servizi che possano essere resi al rilancio dell’università. L’informazione, la motivazione delle scelte, l’aperta discussione su decisioni prese non possono che aiutare prassi più efficienti. Per tornare al caso di partenza, si può pubblicamente motivare il voto espresso in una chiamata senza vedersi attribuiti intenti denigratori e senza essere esposti alle vie giudiziarie. Del resto, perché chi ha votato diversamente non illustra allo stesso modo i motivi del proprio voto?

Maggiore efficienza nelle “chiamate” della riforma Gelmini? Le modalità delle “chiamate” previste dalla riforma Gelmini sono strettamente legate al nuovo disegno organizzativo degli atenei e, soprattutto, al nuovo disegno di governance. Il disegno organizzativo – il maggior ruolo dei dipartimenti – ha forti elementi di interesse. Sono invece molto critica nei confronti del disegno della governance e considero assolutamente pericoloso, proprio per l’efficienza delle chiamate, il particolare accentramento di decisioni e poteri che il progetto di legge prefigura. Affidare la chiamata, come oggi avviene, ad ampi organi assembleari – il consiglio di facoltà – espone certamente a pericoli, legati alla eterogeneità delle competenze presenti in un consiglio di facoltà, ma affidarla alla sola governance, come di fatto il progetto di legge stabilisce, non darà certo maggiori garanzie di efficienza. Senza entrare ulteriormente nel punto, invito solo a riflettere che le poche resistenze e richieste di chiarimenti che negli ordinamenti attuali si sono talora registrate non sarebbero state, presumibilmente, nemmeno possibili con la composizione e le prerogative della governance disegnate dal progetto di legge.

Governance e valutazione. La priorità di intervento per fermare il declino dell’università non è data da nuove regole di governo degli atenei. Sfrondare la governance di alcuni vincoli, specie quelli alimentati dall’onda lunga della demagogia, sarebbe utile, ma non segnerà nessuna svolta. Accentuare potere negli organi di governo centrale di ateneo (rettore, in primis, e consiglio di amministrazione) senza disporre di un collaudato sistema di incentivi, senza spazzar via le corporazioni, senza mutare gli attuali meccanismi elettorali, insomma senza creare necessarie condizioni di contesto per una nuova governance, non fermerà il progressivo declino delle nostre strutture. Ritenere che, senza tutto ciò, più potenti organi di governo come d’incanto si distacchino dalle attuali miserie della vita universitaria e diventino improvvisamente illuminatissimi sovrani che guideranno la rinascita dell’università italiana è una terribile illusione, o una interessata opinione. La priorità delle priorità è oggi la rapida prosecuzione, inspiegabilmente fermata da due ministri, di un esercizio di valutazione della ricerca, cui ricondurre, egualmente rapidamente, una quota consistente dei finanziamenti statali all’università. Non c’è speranza di svolta fino a quando si consentirà di mortificare la ricerca. Purtroppo si è perso ancora tempo prezioso e ciò non ha fatto altro che alimentare la percezione che chissà quando e chissà chi pagherà il conto di scelte sbagliate e che comunque non lo pagheremo noi né le persone a noi vicine.

7 commenti (espandi tutti)

Abbiamo capito che il prescelto e' stato tale Giuseppe Marini. Si possono sapere i nomi degli altri candidati? Dovrebbe essere public information, ma non riesco a trovarli in rete.

La priorità delle priorità è oggi la rapida prosecuzione, inspiegabilmente fermata da due ministri, di un esercizio di valutazione della ricerca, cui ricondurre, egualmente rapidamente, una quota consistente dei finanziamenti statali all’università.

La priorità maggiore è la diffusione di una cultura della valutazione e della qualità, che consenta alle persone di rendersi conto, fra l'altro, del perchè si fanno gli esercizi di valutazione della ricerca come quello invocato. La "riconduzione di una quota consistente dei finanziamenti statali all'Università" a questi esercizi di valutazione può essere fatta solo se sia chiaro l'obiettivo generale, il contesto strategico in cui ci si muove, su che tipo di sistema di istruzione superiore vogliamo. Il che non è, cioè non vi è affatto chiarezza; non si può procedere così, solo per il gusto di procedere.

RR

 

Sono d'accordo con RR. In Italia la cultura della valutazione e della responsabilità manca dappertutto. Non serve un esercizio di valutazione (intendiamoci, io lo vorrei in ogni caso) se non è agganciato a un chiaro messaggio di fondo: le conseguenze della cattiva gestione (cattiva ricerca e cattiva didattica universitaria) ricadranno su chi l'ha messa in atto. La cultura della valutazione manca in tanti settori, ad esempio nella scuola: provate a chiedere a un insegnante di scuola elementare, media o superiore cosa ne pensi del valutare la didattica e gli insegnanti. Peste e corna!

Recentemente, il ministro Brambilla ha avuto la fantastica idea di distribuire buoni vacanza agli Italiani meno abbienti (o meglio, meno dichiaranti). I cittadini possono chiedere un contributo parziale alle spese che sosterrano presso esercizi di loro gradimento, scelti da una lunga lista disponibile sul sito del ministero.

Un'alternativa sarebbe stata quella di finanziare direttamente un numero di alberghi, ristoranti, e pizzerie. A tali esercizi sarebbe stato richiesto di destinare un numero di camere, o di tavoli, ai destinatari dell'aiuto statale, a costo agevolato.

Congettura: una ragione per cui il brillante ministro non ha scelto questa seconda strada e' che, una volta ricevuti i soldi, gli esercizi commerciali avrebbero avuto tutti gli incentivi a fornire il servizio al minor costo possibile -- cioe' alla piu' bassa qualita' possibile.

Ora si consideri un altro dicastero, quello della pubblica istruzione, retto da un'altra mente di valore assoluto, la signora Gelmini. Perche' tale dicastero si ostina a finanziare direttamente le strutture che forniscono il servizio, invece di consegnare un *buono istruzione* agli studenti? 

Perche' tale dicastero si ostina a finanziare direttamente le strutture che forniscono il servizio, invece di consegnare un *buono istruzione* agli studenti? 

Nessuna Università Europea desidera essere considerata come il panettiere di quartiere, che potrebbe anche chiudere a favore del panettiere della zona limitrofa. In particolare quelle di proprieta' pubblica pensano di esistere per assolvere una funzione pubblica, con una propria peculiarità nei confronti del quartierino in cui sono immerse (anche quelle statali americane, per essere chiari). Così come per far vivere il quartiere devi metterci la scuola, il medico di base, e i negozi (non è sempe detto che tutti ci siano a cura della mano invisibile), i territori pretendono una qualche istituzione di istruzione superiore, che dovrebbe servire anche allo sviluppo locale, e non solo come "servizio alla persona".

Non funziona il parallelo.

RR

Non funziona il parallelo.

Da quanto pubblicato sul rapporto OEDC Education at a glance 2008 risulta che nei Paesi dove sono alte le tasse universitarie ma molto diffuse le borse di studio (tipicamente anglosassoni) c'e' una maggiore partecipazione all'universita' rispetto ai Paesi (come Francia e Italia) dove le tasse universitarie sono basse ma ci sono poche e scarse borse di studio. A prima vista direi che nei Paesi del primo gruppo anche la qualita' delle universita' e' mediamente superiore.  Nei Paesi del primo gruppo si approssima quanto proposto, cioe' lo Stato da' un "buono istruzione" e gli studenti scelgono dove spenderlo, e le cose funzionano meglio che nei Paesi come l'Italia dove lo Stato da' i soldi direttamente alle Universita' e poi queste sono libere di spenderli senza curarsi di attirare studenti in competizione tra loro. Io direi che quindi il parallelo in prima approssimazione funziona.

le cose funzionano meglio che nei Paesi come l'Italia dove lo Stato da' i soldi direttamente alle Universita' e poi queste sono libere di spenderli senza curarsi di attirare studenti in competizione tra loro

Anche le Università italiane SONO in competizione fra di loro, ti risulta il contrario?

Comunque sulla politica per il diritto allo studio e la mobilità io sono decisamente in favore di politiche "nordeuropee", non c'è il minimo dubbio, quindi penso che su questo siamo ben d'accordo...

Se guardi bene, però, in Finlandia ci sono 16 Università e 25 Polytecnics (su 5 milioni di abitanti), e in Gran Bretagna ci sono 169 istituti di istruzione superiore e centinaia di "sedi distaccate" (NB: la quota di finanziamento standard per studente è uguale per tutte). Quindi vedi bene che anche la Montagna va a Maometto... dovrei approfondire sul ruolo e i compiti delle varie istituzioni di istruzione superiore, ma penso sia chiaro che il ruolo di collegamento col territorio sia in media moolto maggiore che da noi.

RR

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