L'Islam questo sconosciuto

12 settembre 2016 Fabio Ghia

Questo articolo offre una breve introduzione alle varie realtà dell’Islam di oggi (1,7 miliardi di fedeli pari al 25% della popolazione mondiale) in particolare quello ortodosso e la sua propaggine “deviata”, partendo dalla nascita del pensiero e del linguaggio politico islamico delle origini, e proseguendo al confronto tra la cultura islamica e quella occidentale. Culture che si sono evolute nel corso dei tempi all’insegna della civiltà dei diritti dell’uomo, da una parte, e quella che, ancora oggi, fa esclusivo riferimento al sistema sociale improntato alla legge di Dio, la Sharia, dall’altra.

E’ utile ricordare alcuni fatti recenti per apprezzare l’attualita’ del tema.

Primo, in Tunisia, in occasione del 10° congresso del partito Islamista Al Nhadha (Rinascita) tenutosi a fine maggio 2016, è stata acclamata e approvata l’apparente definitiva separazione tra la dimensione politica e quella religiosa del partito. “L’Islam politico non ha più alcuna giustificazione in Tunisia. Al Nahdha si occuperà solo ed esclusivamente di attività politica, non di religione. Sarà un bene per i politici, che non saranno più accusati di strumentalizzare la religione. E lo sarà per la religione, mai più ostaggio della politica. …. Da oggi in poi Nhadha sarà una componente democratica musulmana ispirata alla civilizzazione islamica e a quella moderna” (Rachid Ghannuchi, Presidente di Al Nahdha);

Secondo, il perseverare della guerra “di Religione” all'interno dell'Islam, di cui quella tra Arabia Saudita e Iran (Sunniti contro Sciiti, di cui Yemen e Siria sono le massime esemplificazioni) e tra sunniti del Califfato e resto dell'Islam, non hanno fatto altro che ribadire l'attaccamento all'antica matrice salafita (per una rapida introduzione al salafismo si veda qui) per un sunnismo deviato (ISIS, ma anche Fratelli Musulmani, Al Qaeda Maghreb, Al Nousra e tutto ciò che si ispira a un Islam violento) inneggiante alla purezza dell’Islam delle origini e un ritorno alle più restrittive forme di wahabismo salafita.

Infine, Le stragi “jihadiste” dell’ultimo periodo (Orlando in Florida, Dacca in Bangladesh, Nizza e Rouen, dopo Parigi, in Francia), tutte rivendicate da ISIS, insieme ai numerosi interventi armati e attentati terroristici perpetrati da frange fondamentaliste islamiche (sempre di seconde e terze generazioni di immigrati), in Europa e negli USA, confermano la presenza, anche in Occidente, di una cultura salafita fondamentalista che tende ad affermarsi sempre di più nelle enclave musulmane di molte città (paesi nordici, Francia, Belgio, Inghilterra e Germania), che pretende voler essere guida e riferimento per l’affermazione di un Islam Europeo, partendo dalle sue forme più radicalizzare e violente.

Il quadro è qiundi quanto mai caotico: politica, jihad, filosofia, teologia, sociologia si mescolano creando incertezza e confusione, soprattutto nel mondo occidentale. Cosa si deve intendere per Islam oggi? Il significato etimologico di Islam è “sottomissione, abbandono completo a Dio”. Quindi, l’Islam indica l’insieme dei popoli che nel corso dei tempi si sono sottomessi al verbo di Dio, secondo la Rivelazione ricevuta da Maometto nel VII secolo d.C. L’Islam è una cultura che per indirizzo umano ben si differenzia da quella Occidentale e, soprattutto, è, oltre che una religione, una civiltà, raggruppando in sé il complesso degli aspetti giuridici, sociali e culturali relativi alle diverse collettività che ne fanno parte. A meno di varianti democratiche significative che sono andate a interessare nazioni quali l’Indonesia, il Pakistan, la Turchia e ultimamente anche la Tunisia, il parametro culturale sulla base del quale viene organizzata la società musulmana è la Sharia, cioè la conversione in testo giuridico delle norme sociali e religiose fatte da giuristi-teologi (sin dal VII secolo, esistono quattro scuole giuridiche nell’Islam) di quanto è tracciato da Dio nel sacro Corano. È questo un dettaglio da rimarcare opportunamente, perché l’Islam nella sua evoluzione storica si è da sempre manifestato attraverso la conversione del Verbo di Allah in testo giuridico-sociale (inizialmente interpretato dal solo Profeta Maometto – da cui ne sono derivate le Hadith: detti e modi del Profeta). Nel suo insieme, l’Islam racchiude tre indicazioni teologiche: la Fede che “dirige”, il Retto Comportamento che “obbliga” e la Sottomissione per il corrispettivo “guadagno ultraterreno”. Ma, guardando alle sue interpretazioni più radicali, secondo un filosofo/teologo contemporaneo egiziano, Sayyid Qutb (1906 – 1966 autore del più diffuso e noto commentario al Corano, nonché ideologo dei Fratelli Musulmani e con ogni probabilità anche dell’ISIS), l’Islam è la religione

dell’unificazione tra tutte le forze dell’essere: è la religione dell’Unicità. L’unico suo scopo è determinare il significato dell’adorazione di Dio nella vita umana secondo il Corano (…). La realizzazione di questo scopo rimane impossibile sino a quando distingueremo nella nostra vita due parti: la materiale e la spirituale. L’Islam unifica l’atto del culto e l’atto sociale, il Dogma e la Legge, lo spirito e la materia, i valori economici e quelli essenziali, l’aldiquà e l’aldilà, la Terra e il Cielo.

Queste forme di radicalizzazione del pensiero islamico, sin dalle origini sono parte integrante delle stesse scuole giuridico-teologiche. La retta fede, che viene esercitata attraverso l’ortoprassi, comprende anche regole sociali, perché la rettitudine del comportamento esteriore è la precondizione della rettitudine dello spirito e dell’anima. L’Islam, anche nella sua più vasta accezione, è dunque religione e società, religione e stato (teologo Ibn Taymiyya 1263-1328); cioè nell’Islam vi è una stretta imprescindibile interazione tra religione e politica. In quanto tale, l’Islam, in particolare nella sua componente ortodossa, è anche una ideologia. Ne consegue che in ambito musulmano la stessa dizione ‘diritti dell’uomo’ viene contestata, poiché pone l’uomo in posizione superiore se non in opposizione rispetto a Dio. Secondo la cultura islamica si dovrebbe parlare in primo luogo dei diritti di Dio e poi di diritti dell’uomo, che sono tali in quanto concessi da Dio.

Per chi si avvicina all’Islam per motivi di studio, il solo leggere il Corano rende chiaro il messaggio politico in esso contenuto. La parola Corano significa “recitazione”, che già di per sé rende l’idea della mera recitazione mnemonica, da parte del fedele. Approfondendo gli aspetti storiografici, ci si rende anche conto che quando le Sure (capitoli) del Corano furono “rivelate all’uomo” attraverso Maometto, l’arabo era solo un insieme di dialetti, tutti appartenenti allo stesso ceppo semitico. Un dialetto che divenne lingua perché per diffondere l’Islam nelle terre lontane si rese necessaria la forma scritta. Ma è solo cinquant’anni dopo la morte del Profeta che, la necessità di poter fare leggere a tutti il Corano e di impedire errori di recitazione anche da parte dei molti arabi poco colti, fu avviata una riforma ortografica con l'introduzione di ben 12 punti diacritici e segni di vocalizzazione presi dal siriaco (su un totale di 27 caratteri).

Anche dopo questa sostanziale riforma, motivi teologici imposero il mero apprendimento mnemonico. Il teologo Al Ghazali (1058-1111), infatti, proprio per contrapporsi all’antecedente filosofia della scuola Mutazilita (748), che professava una sintesi tra razionalismo greco e la lettura del Corano, decretò l’incontrovertibilità di alcuni dogmi e l’intoccabilità del messaggio coranico. Possiamo sintetizzare i punti di Al Ghazali come segue. Il Corano:

  • è la parola di Dio dettata alla lettera e senza intermediazione e rivelata attraverso il Profeta, Mohammed, e rappresenta il percorso predestinato per ogni musulmano;
  • è increato e consustanziale con Dio che è eterno (tesi accettata anche dalla scuola giuridica Asharita). Questo concetto/dogma ha dato origine all’inclinazione, da parte della quasi totalità dei pensatori di qualsiasi confessione musulmana, a considerare l’epoca di Mohammed e dei suoi fedeli amici (i primi quattro Califfi) come l’età d’oro dell’Islam, in cui un’unica visione tra religione e politica, etica e comunità ha consentito di realizzare la societa’ islamica perfetta. La politica applicata in quel periodo è quindi da porre come riferimento costante da imitare e perseguire nel tempo;
  • rappresenta il Verbo (Kalam=parola), un attributo di Dio, diretto senza intermediari a ogni singolo fedele.

Con Al Gazali fu quindi eliminata ogni possibilità di unire la logica all’interpretazione del Corano, dando libero sfogo sia all’ortodossia sia, ancor di più, alla rigidità del comportamento violento dei jihadisti islamici che, sin da allora, iniziarono a mirare alla società islamica perfetta.

Entrando nel dettaglio, il Corano consta di 114 Sure (capitoli) che nella versione tramandata sono state sempre proposte non in ordine temporale ma secondo quantità di versetti in essa contenuti, quindi di lunghezza. Il fattore temporale assume, per contro, una dimensione particolare se si pensa che delle 114 Sure, 90 sono state rivelate a Mecca (612-622) e 24 a Medina (622 -632). Le sure cosiddette meccane sono riferite all’inizio della rivelazione coranica: ritraggono dunque un messaggio ascetico incentrato sull’universalità degli aspetti religiosi e la via da seguire verso la salvezza. Nel periodo medinese, in cui Maometto agisce per creare la prima comunità dell’Islam, la rivelazione manifesta in tutta la sua grandezza la dimensione politica di Dio verso i musulmani, proprio al fine di ispirare e gestire socialmente la comunità. Le sure medinesi, le più lunghe e che rappresentano circa l’80% dell’intero Corano, sono quelle che hanno strutturato l'Islam dal punto di vista giuridico, politico e sociale, e hanno un carattere meno escatologico di quelle meccane.

Per il pensiero occidentale, dunque, la differenza fra sure meccane e medinesi è estremamente importante, perché su questo punto si sono innescate varie polemiche sul contenuto “violento” di molte sure del periodo medinese. Per contro, l’Islam, in particolare quello Sunnita Saudita, vieta per principio qualsiasi interpretazione ragionata del Corano, rifiutando categoricamente interpretazioni che sanciscano l’increatività del messaggio coranico. Cioè, il Corano è un tutt’uno con Dio, scritto al di fuori dal tempo e, pertanto, immutabile, intoccabile e ininterpretabile! Questa incompatibilità del rapporto tra Dio e ragione professata dal wahabismo saudita, ha definitivamente consegnato il pensiero ortodosso musulmano all’immobilismo. Il teologo-filosofo dell’Islam andaluso Ibn Roched (Averroè) si sforzò di inserire nel XII secolo, nel suo “Trattato Decisivo”, il rapporto tra Dio e ragione quale strumento allegorico per ridare la giusta logica di ragionamento imposta dal confronto Fede-Ragione. Purtroppo, malgrado il suo essere teologo musulmano, anche per lui questa scelta risultò pregiudiziale.

L’evoluzione in senso politico dell’ortodossia islamica che si richiama a un ritorno all’originale interpretazione del Corano da parte del Profeta e dei suoi discepoli (Al Salaf – Salafiti), è stata quindi il risultato di un processo storico lungo e travagliato che ha portato in età contemporanea alle rivendicazioni del Salafismo Wahabita Saudita e all’affermarsi di tutte le forme di jihadismo perverso, incluso lo Stato Islamico. Sul piano dottrinale, il Califfato proclamato da Al Baghdadi non si differenzia infatti dal wahabismo saudita che, per esempio, sostiene l’obbligo per tutti i musulmani di giurare fedeltà a un singolo leader musulmano, così come lo stesso salafismo richiama al giuramento allora richiesto dal Profeta Mohammed ai suoi seguaci di fedeltà e di difesa alla sua persona, anche a costo della propria vita. Le differenze tra ISIS e Arabia Saudita sono dunque più politiche che altro. Il Reame Saudita vuole essere considerato il riferimento teologico ai fini del proselitismo internazionale sunnita. Insieme al Qatar, l’Arabia Saudita, attraverso la lega Islamica Mondiale, è il maggior finanziatore per la costituzione di Centri di cultura islamica o, ancor di più, per la costruzione di moschee e luoghi di culto. L’ISIS, sin dalla sua trasformazione da Al Qaeda in Iraq, ha mirato alla ricostruzione del Califfato (storicamente l’ultimo Califfato è quello Ottomano scioltosi nel non lontano 1917), quindi all’unificazione dell’intero mondo musulmano. Arabia Saudita e ISIS, quindi, confermano entrambi una svolta tendenzialmente “teocratica”, con a capo dello Stato elementi di spicco o riferimenti istituzionali religiosi. Il clero wahabita, che secondo Costituzione è responsabile dell’assetto giuridico legislativo saudita, ha da sempre evidenziato un’anima marcatamente ortodossa che ha condizionato l’attività legislativa del Reame. Inoltre, le frange radicali del wahabismo hanno alimentato e protetto buona parte della Jihad e del terrorismo islamico dei giorni d’oggi. Nella pratica, anche nel caso in cui si dovesse in qualche maniera risolvere l’antica “guerra di religione” tra sunniti e sciiti e contemporaneamente azzerare la minaccia jihadista, sino a quando in Arabia Saudita continuerà a persistere l’effettiva dicotomia tra potere Reale e potere Religioso, resterà sempre attivo l’innesto per una nuova radicalizzazione del pensiero wahabita, con immancabili rinnovati moti e movimenti Jihadisti di matrice salafita.

L’affermazione di un sistema pienamente “democratico” in uno stato di cultura arabo-islamica sembra quindi di non facile attuazione, anche al di la del contesto saudita. Per l’Islam sunnita, la sede di ogni decisione politica è la Umma, la comunità dei credenti, concetto che, non a caso, spesso si sovrappone e assorbe quello di nazione. Chi non è credente: cristiano o ebreo che sia, nel pensiero politico islamico dominante, non può far parte della Umma e, quindi, non può esercitare potere decisionale o politico su quanto concerne la società stessa. E’ una questione non da poco. In Sudan, il governo laico di Khartoum nel 1985 decretò di estendere la sharia alle popolazioni cristiane e animiste del sud. Cosa che scatenò una guerra che ha fatto mezzo milione di vittime e la secessione del Sud. Pochi mesi fa, malgrado la forte presenza di caschi blu, si è verificato un riacutizzarsi della crisi. In Iran, l’ayatollah Khomeini (leggendaria guida politica e spirituale della rivoluzione “salafita” iraniana del 1979) ha ghettizzato politicamente ebrei, cristiani e zoroastriani che ancora oggi non possono votare per un candidato musulmano, né accedere ad alcuna carica pubblica di rilievo. Le guerre civili tutt’ora in corso in Iraq, Siria, Libia e Yemen, non sono altro che forme di esasperazione dell’Ortodossia sunnita. Non solo: anche nei pochi paesi islamici in cui il culto cristiano è permesso o tollerato (Egitto, Libano, Siria, Iraq, Marocco, Tunisia etc.), non è assolutamente ammesso che un musulmano si converta al cristianesimo, (pena la morte spesso, o comunque il carcere anche nei paesi cosiddetti “laici”), né che una musulmana sposi un non credente. Ne consegue che, per esempio, i molti europei che decidono di sposare con rito civile una musulmana, comunque sono costretti a convertirsi preventivamente all’Islam.

Indubbiamente, il cammino da percorrere per raggiungere un’evoluzione culturale, capace di soddisfare e salvaguardare le reciproche identità culturali e religiose, è ancora lungo. Al di là degli sforzi di superare le difficoltà di carattere concettuale, rimangono evidenti le quotidiane e concrete violazioni, in molti paesi di cultura araba del Medio Oriente e in Africa, di tanti diritti fondamentali, in particolare il diritto alla vita, la parità tra uomo e donna, la poligamia, la legge sull’eredità e l’eguaglianza al di là di qualsiasi discriminazione. Esistono tuttavia esempi che fanno sperare. Uno di questi e’ la Tunisia. Anche se l’articolo 1 della nuova costituzione tunisina del 2015 recita: “La Tunisia è una Repubblica di Religione Islamica e di lingua Araba”, vi sono segnali interessanti che provengono da questo paese. Guardando, per esempio, a quanto approvato di recente al Congresso di Al Nahdha (il partito islamista di radice Fratelli Musulmani che ancora oggi è valutato a più del 40% di preferenze in Tunisia), ci si accorge che il concetto di “Stato Democratico” sta piano piano attenuando la radice arabo-islamica di cui la cultura dominante è intrisa. Il rispetto per la sovranità popolare, il pluralismo politico e il riconoscimento anche sostanziale dei diritti di libertà e di uguaglianza sociale, sono entrati a far parte della nuova visione politica popolare. Il che significa che seppur Al Nahdha rimarrà fedele agli obblighi shariatici, quindi porterà avanti le sue battaglie politiche per l’affermazione dell’Islam, si va sempre più affermando il concetto di rispetto della volontà del popolo, che grazie alla costituzione tunisina del 2015, è da identificare nell’azione legislativa del Parlamento. Non solo, ma essendo stata messa al bando la religione, si è cancellata qualsiasi rivendicazione religiosa per quella pletora di jihadisti tunisini (ne sono stimati più di 30.000) che negli ultimi tre anni hanno aderito allo Stato Islamico.
Il processo e’ lento ma il cambiamento è possibile.

24 commenti (espandi tutti)

Lei scrive, tra l'alltro, "il cammino da percorrere per raggiungere un’evoluzione culturale, capace di soddisfare e salvaguardare le reciproche identità culturali e religiose, è ancora lungo". Io penso che questo cammino abbia avuto una tappa fondamentale nella conferenza di Grozny (http://www.asianews.it/notizie-it/Conferenza-di-Grozny:-Il-wahhabismo-escluso-dalla-comunit%C3%A0-sunnita.-L%E2%80%99ira-di-Riyadh-38502.html) riguardo la quale le chiedo se ritiene che si sia effettivamente di fronte a una svolta (una sorta di Concilio di Trento) ovvero che, come dice Kamel Abderrahmani nell'articolo che le ho linkato, non ci sarà un vero “divorzio” fra sunnismo e wahhabismo.

Grazie.

Avrà notato che l'articolo entra nel merito della sola possibilità/eventualità di una netta condanna del Wahabismo e di una sua altrettanto eventuale definitiva emarginazione dalla sfera "sunnita". Nessuno ha fatto invece cenno al Salafismo, da cui ne è derivato il più volte citato wahabismo. A riprova di questo, notabili Imam e Mufti (in testa gli egiziani!) che hanno partecipato al summit  hanno precisato che “le genti del sunnismo e coloro che appartengono alla comunità sunnita sono gli Ashariti e i Maatiriditi, sia a livello della dottrina che al livello delle quattro scuole della giurisprudenza sunnita, e anche i sufi, sia a livello di conoscenza che a quello della morale dell’etica”.

Purtroppo è per noi occidentali difficilissimo percepire le sfumature con cui si esprimono gli arabi sunniti. In effetti il salafismo, in particolare quello wahabita, è figlio della scuola Asharita. La Shaaria non è altro che l'ordinamento giuridico discendente dal Corano e dalle Hadith. L'Arabia Saudita ha come articolo unico di riferimento costituzionale la Shaaria e, guarda caso, questa è di Scuola Asharita, che, a sua volta, ha fatto suo l'insegnamento dell'Unicità di Dio e dell'increatività del Corano di Al Ghazali memoria.

Ergo, sino a quando il mondo musulmano non riuscirà a sottoporre a un processo di storicizzazione l'intero Islam (quindi Corano e Hadith), i cambiamenti di cui al bell'esempio di Grozni saranno effettivamente paganti per l'immediato, perchè comunque vanno su una apertura alla modernità e al dialogo, ma al tempo stesso saranno virtuali o di facciata! 

Nell'interessante disamina dell'articolo emerge una tesi, assolutamente condivisibile, che mi sembra poter riassumere come: "la religione islamica in quanto tale non dà spazi a una concezione laica dello Stato, ma questa si può ottenere attraverso una secolarizzazione della società civile".  L'esperienza di Al Nahdha mi sembra possa essere letta così.

In quest'ottica sarebbe interessante una storia delle interferenze occidentali nella regione (perlomeno nell'ultimo secolo) e come queste abbiano ostacolato la suddetta secolarizzazione.  Mi viene in mente Mossadeq in Iran, per citare un argomento che conosco; oppure lo stato di laicizzazione della società nell'ultimo periodo dell'impero Ottomano, per citarne uno molto più vasto che non conosco.

Consiglierei, per non dilungarmi troppo e semplificare, riferirsi esclusivamente all'evoluzione istituzionale di alcuni paesi, che d'altra parte insiste anche nella componente storico-sociale, in particolare sul "ruolo della donna" nella società. Prendendo ad esempio la Tunisia, sino al 1956 (anno dell'indipendenza), cioè anche per l'intero periodo coloniale francese, i musulmani tunisini hanno "goduto" di particolari tribunnali "shariatici". Cioè, nonostante fosse stato introdotto un codice civile di estrazione francese (e italiana) nei primi anni del novecento, ai fini sociali interni il Diritto islamico ha continuato ad essere applicata alla popolazione musulmana. Un Diritto costituito da prescrizioni Coraniche e da soluzioni elaborate dai "giuristi" (il "fiq") di scuola Malakita. Quindi già diverso da quello Saudita/egiziano o Turco ottomano, o iracheno/siriano, che hanno fatto riferimento a altre scuole. Grazie all'avvento di  Bourghiba, il legislatore tunisno ha dato origine a una sorta di storicizzazione del pensiero coranico (cioè quello che aveva immobilizzato la figura della donna nell'islam, condannadola a un ruolo di secondo piano se non di sottomissione alla figura del "padre" o del marito). Si è quindi passati al Codice dello Statuto Personale che ha completamente liberalizzato il ruolo delal "donna" nell'ambito della società tunisina, non solo assegnandogli piena autonomia e pariteticità rispetto all'uomo, ma addirittura proponendola nell'ambito delle libertà di scelta e individuali, quale baluardo di modernità anche per l'Occidente. Vedi la legge sull'aborto (1957) e quella sul Divorzio (1958). Il pieno allineamento legislativo alla Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo NU è avvenuto comunque solo con la nuova ultima carta Costituzionale del 2015. Dal punto di vista pratico, pero', il compromesso tra i principi universali progressisti del modernismo e la specificità dell’islām, continua a manifestarsi dal punto di vista pratico. Sebbene le riforme giuridiche, fino ad ora attuate, costituiscano uno stimolo verso una reale emancipazione della donna, tuttavia qualsiasi emendamento legislativo risulterebbe vano se non avvenisse il passaggio dalla teoria alla pratica. Un esempio pratico è cosa sia accaduto in Tunisia come poligamia negli ultimi anni. Anche se la legge dello Stato accetta solo la monogamia, ben diversa è l'interpretazione religiosa (salafina) che ancora oggi considera il matrimonio come un semplice "contratto" tra due persone. E poichè il Corano consente sino a un massimo di quattro (sempre che il maschio sia in grado di sostenerli), con il supporto dei notai (islamisti), i casi di poligamia si sono rapidamente diffusi nella società.  

Per la Turchia, la modernizzazione è subentrata grazie a Ataturk nel lontano 1917. Quando, all'indomani del crepuscolo ottomano, anche per "liberare" definitivamente i Governatorati periferici, ognuno dei quali aveva la propria sharia da coordinare con il Sultano, Ataturk prese il Codice Civile Svizzero e lo fece "adattare" alle esigenze sociali Turche. Anche in questo caso, pero', con la nuova visione islamista di Erdogan, qualcosa accenna al ritorno alla tradizione.

Comunque è da specificare che, a mia conoscenza, di "ingerenze" esterne da parte occidentale se ne puo' parlare ma solo per effetti ottenuti di riflesso. Per esempio, il periodo coloniale, ma anche quello post coloniale,pur lasciando la tradizione e il copstume locale intetto (la popolazione non avrebbe certo consentito alcun intervento diretto sul loro modo di vivere!), ha inserito attività sociali e culturali (prima fra tutte le scuole) del tipo occidentale. Sicuramente queste hanno sortito i loro effetti!

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Emiliano Panizon 12/9/2016 - 17:17

E' un articolo, e un tema, molto interessante.

Gli spunti di riflessione sono molteplici, provo a buttarne già un paio:

a) confronto con la storia dell'Europa cristiana. Banalmente il cristianesimo nasce e cresce nella dialettica con un'autortità statale (l'impero romano) che mette in discussione solo per limitati aspetti ma fondamentalmente ritiene legittima (il 'date a Cesare' che non è tanto un messaggio di laicità ante litteram, quanto un mettere le mani avanti - i vangeli, ricordiamo, sono scritti DOPO la sanguinosissima repressione delle ribellioni giudaiche). Ciò detto è interessante ricordare i tentativi di teocrazia cristiana, la legittimazione religiosa dell'autorità monarchica, i complessi rapporti tra giurisdizione secolare ed ecclesiastica ecc., per capire come noi siamo arrivati allo stato laico e come potrebbero arrivarci i musulmani

b) in teoria nel mondo islamico sunnita l'autorità massima dovrebbe essere il Califfo. Posto che dei discendenti del profeta si è persa traccia da più di mille anni, e che la Sublime Porta è stata esautorata un secolo fa, è interessante nella storia musulmana vedere chi ha effettivamente detenuto il potere: capi tribù, dinastie di varia origine, avventurieri (anche di grandi qualità, come il Saladino), politici laici di orientamento più o meno socialista in tempi recenti... l'unità del mondo sunnita sotto un unico leader religioso è stata avvicinata nel millennio scorso solo con l'Impero Ottomano, e nell'ultimo secolo è un'utopia, per quanto pericolosa e seguita da troppi. Va da sè che una grossa fetta di musulmani e relative autorità religiose siano disposte ad accettare la legittimità di autorità civili; il problema è la continua influenza dei Fratelli Musulmani e dei Sauditi.

confronto

Fabio Ghia 12/9/2016 - 18:39

Sul confronto, cui lei accenna, cetramente l'evoluzione storica del laicismo occidentale puo' fornire qualche spunto di riflessione. Personalmente penso pero' che quando si parla di Islam bisogna completamente abandonare la nostra cultura e le sue radici storiche e "immergersi" nella sola storiografia, teologia, sociologia, filosofia e scienze varie ARABO-Islamiche. E' un mondo a parte. Anzi una Civiltà completamente diversa dalal nostra. Lei, giustamente (secondo la nostra cultura!), richiama nel Califfo l'autorità massima di riferimento. Dal punto di vista storico il Califfo rappresenta "il sostituto" del Profeta. E qui viene il punto! Il concetto di Umma, cioè la comunità dei credenti, non esprime solo la compattezza interna della comunità, ma ne implica la proiezione all'esterno, perché il suo compito primario è quello di promuovere il bene e  reprimere il male. "Voi siete la migliore nazione mai suscitata tra gli uomini; promuovete la giustizia, impedite l'ingiustizia e credete in Dio (Sura II, 110)." Nella Pratica Allah parla direttamente alla sua Umma senza intermediari. nell'Islam non è concepito alcun intermediario tra Dio e il singolo credente!  Il capo effettivo di questa grande entità è Dio, legislatore, arbitro e giudice supremo. L'Islam (sunnita) non concepisce l'idea di un Capo che diriga le sorti della Umma: nessuna chiesa e nessun clero, perché ogni credente è sacerdote di se stesso e la comunità obbedisce e risponde direttamente a Dio.

Ben diverso è per gli Sciiti che, invece, riconoscono nell'Imam (i duodecimali in particolare), eletti dalla Umma tra i "discendenti" di Maometto, la guida della Umma secondo la (sua) interpretazione della legge islamica. Poichè pero' gli sciiti si sono fermati al 12° Imam (poi scomparso in attesa della Resurrezione!), oggi giorno lo Ayatollah ne ha preso le principali funzioni direttive.

 non è facile spiegarle sinteticamente questi concetti. Spero se non altro di averle chiarito la complessità e la diversità dell'Islam rispetto alal nosra cultura

Grazie

Emiliano Panizon 13/9/2016 - 09:55

Grazie per la risposta!

non sono certo mancati, né è mancato quello di dare legittimazione religiosa all'autorità monarchica. Anzi, sino ad una certa epoca questa ha avuto bisogno della prima, in un rapporto di reciproco sostegno: basti pensare all'esigenza di Carlo Magno di affermare la sua autorità su una molteplicità di formazioni politiche riottose ed alla fondazione del Sacro Romano Impero che invocava sia la religione, sia la tradizione romana quali fonti di legittimità.

Ma la storia dei rapporti tra potere religioso e potere politico-militare in Occidente è la storia di una dialettica che, sia pure a fatica e con prezzi enormi, ha permesso la secolarizzazione e l'affermazione della laicità degli Stati (più o meno rigorosamente intesa). 

A me pare che proprio l'idea dell'indistinguibilità tra religione e politica impedisca che un analogo processo si riproduca nel mondo arabo, nel quale l'autorità politica - per lo più - si regge su monarchie che rivendicano la discendenza dal Profeta (Giordania, Marocco) o sulla forza militare.

PS -  "l’Islam indica l’insieme dei popoli che nel corso dei tempi si sono sottomessi al verbo di Dio": o che sono stati sottomessi?

 

della dialettica tra Chiesa ed Impero.

sottomissione

Fabio Ghia 14/9/2016 - 05:38

“Islam”, in arabo ha come radice ”silm” che viene intesa in due maniere: la prima è “sottomissione volontaria al volere di Dio” mentre la seconda è “pace.” Entrambi i significati sono interconnessi ed è comunque un punto di riferimento che i musulmani recitano nelle loro preghiere (5 al giono) più volte. In apertura, al Dio Misericordioso e Clemente, e nella parte finale inteso come segno dipace rivolto alla comunità e agli altri fratelli. Ci si saluta anche "as salama alaykum" con il segno della pace.

E' altrettanto chiaro pero' che al termine slim è legata l'intera diatriba sul significato della Jihad! La lotta interiore tra  la coscienza è in conflitto con i desideri materiali (nel mondo arabo alla base della corruzione), detta Jihad maggiore. Mentre per Jihad minore  si intende sia l'"aggressione" che la "Difesa".

L'Islam dei primi quattro Califfi (i ben guidati del periodo d'oro) comunque si è affermato in tutta l'area mediterranea per sottomissione volontaria delle varie popolazioni. Il Corano recita: "Non c'è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall'errore. Chi dunque rifiuta l'idolo e crede in Allah, si aggrappa all'impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Allah è audiente, sapiente." (Sura 2:256); Da tener presente, pero', che alle popolazioni locali non gli era lasciata molta scelta (vedi i Berberi o le popolazioni della Khabilia!) 

nel groviglio di problemi che pone islam, esiste.

Mi permetterei due osservazioni. Una compoenente, spesso provocata da odi etnici e geografici, di violenze fu presente ed e' presente in -quasi- tutte le religioni. Mi scuso ma e' bene richiamare la storia, dalle partizioni in India (ora divisa tra Pakistan, Bangladesh, India) alle forse piu' pertinenti crociate dirette e volute dai cristiani (all'epoca solo cattolici), fino alle indegne guerre contro gli ebrei (da Luther a Hitler, gli esempi son innumeri.)

Vi e' dunque in islam una componente piu' tossica o patologica dello stesso fenomeno? qui non mi sento competente e vi sono visioni (Daniel Pipes) di questo genere.

Presento dei dubbi perche' non vedo grande differenza tra i cristiani dominionisti e l'assolta non divisione tra legge civile e legge religiosa, che e' propria di alcune delle visioni islamiche.

 

Secondo dubbio: se l'interpretazione del fenomeno attuale, sia esso DAECH o la vera presenza salafi in molti paesi, non abbia molto a che fare  con lo zero sviluppo dei paesi del vicino oriente (su cui penso pochi dubbi sussistano, il sttoscritto mantiene l'opinione che se e fino a che le donne non saranno liberate, da se stesse o da evoluzioni, tale sviluppo economico e civile sia quasi si' difficile da divernir impossibile.)

 

Non sto premendo un'interpretazione marxista con le forze produttive etc. Sto notando che anche nei paesi cristiani (si pensi alla Francia o all'Italia) secoli furono passati a battersi sul tema, dal dominio papale fino alle leggi (p.es. Cremieux, del 1889.)

 

 

Penso sia utile per tutti vedere come il livello di astio nel mondo arabo sia effetto non solo delle recenti tragedie (Iraq, Syria) ma del semplice fatto che questi paesi stanno vivendo la frenesia dell'abbandono del colonialism: val la pena ricordare che tutti gli stati, forse con l'unica eccenzione iraniana, sono creature artificiose create da accordi tra i distrutori dell'ultimo Califfato (i famose/infami parametri di Sykes  e Picot.)

 

 

Da un punto di vista strategico, val forse la pena di rammentare che il rompicapo piu' grave e' costituito da uno stato semi-laico, che appunto geme nelle sua trasformazione, in un sistema autoritario. Mi riferisco alla Turchia.

 

Penso ritornero' sul tema, tuttavia auspicherei di guardare a islam-religione dentro e non fuori gli insiemi dei culti monoteistici e non solo.

Forse e' d'aiuto guardare la trave nel proprio occhio, mentre si osservan i tronchi sulel facce degli altri.

 

Certo non è facile farle comprendere che l'occhio dell'Islam non è lo stesso nostro e che quindi per guadare la trave devo prima cambiare l'occhio. La pregherei di dare un'occhita ai comlmenti di risposte date in precedenza. Potrà trovare molte buoneragioni per arrivare alla concezione di un ISLAM che da 1646 anni è nato, si è evoluto ed è cresciuto nell'ambito della sua culla (l'Arabia Saudita!) e, ancora oggi, quando si parla di "modernismo", l'Islam lo concepisce come una forma di sviluppo sociale da costruire sulla base di quello stereotipo del "periodo d'oro" dell'Islam: cioè della sua nascita attraverso al Rivelazione, di Maometto e dei primi quattro califfi. I primi (e anche gli ultimi) che hanno seguito il percorso indicato da Allah.

Già da quanto le ho detto ora, ne discendono anche tutti i "problemi tribali" cui lei ha fatto cenno. Che nella sostanza, nell'evoluzione storica dell'Islam si sono tradotti nella nascita delle svariate "sette" e derivazioni varie che, oltre alle dichiarate "differenze" che sono causa di guerra interreligiosa e fraticida ancora oggi (Yemen / siria /iraq/ etc), hanno dato origine all'Islam deviato dei Fratelli Musulmani e dell'ISIL.

Sull'Islam pakistano, la storia mi insegna che la volontà di crearsi una Repubblica Islamica sia nata da Neru e i musulmani indiani. Nessuno li ha cacciati dall'India, anzi Ghandi nel vedere il popolo estremizzarsi, ci è quasi morto. Nella sostanza E' l'Islam che, sino ad oggi, non ha mai accettato di "vivere" in territorio non islamizzato e non ha mai accettato di vivere in pace con altra gente di estrazione religiosa diversa "maggioritaria". Il popolo Palestinese e la sua diaspora (causata dagli stessi arabi) ne sono una chiara dimostrazione. Per fortuna , grazie anche a quanto sta accadendo in Europa con la forte immigrazione di "nuovi" musulmani, le cose stanno cambiando e la Tunisia (di cui la prego rileggersi quanto ho scritto!) ne è una dimostrazione.

Grazie per la segnalazione. Nei vari tagli e correzioni cui è andato soggetto l'articolo, non so come sia uscito fuori. Una mia sbadatagine! Confermo: siamo nel 1437 dell'Egira

Islam o nel senso di dottrine religiose o di fenomeno religioso, non ha gli anni che vengono da lei attribuiti. Il punto e' che non si ha bisogno di cambiar occhi, il mio invito e' solo a considerare come nell'ambito dei credenti cristiani, per tre secoli si massacrarono tra i seguaci del papato e i seguaci degli oppositiori del potere temporale e religiosa della curia romana.

Non vedo grandi differenza negli spasmi a cui Islam e' sottoposto.

Forse piu' importante, da un punto di vista politico e non teologico, suggerisco di guardar piu' ai 100 anni trascorsi (appunto da Sykes-Picot al 2o16) per veder di dipanar il problema che hanno Russia/G20 paesi, grossomodo, in una regione che e' a stragrande maggioranza islamica e che continua a crear incubi dal punto di vista sia umanitario che politico.

Sykes-Picot

Fabio Ghia 13/9/2016 - 12:40

Michele Boldrin (e lei!) mi ha fatto notare il mio grossolano errore. In effetti siamo nel 1437 dell'Egira e, applicando il suo giusto parallelo con l'evoluzione storica del "cristianesimo", in pieno Medio Evo Islamico.

Nel dire "da un punto di vista politico e non teologico"  lei ha centrato un punto fondamentale. L'Islam, anche quello più moderno che si possa immaginare dei tempi nostri, non ammette separazione tra "religione e politica" e l'intero mondo islamico, oggi più che mai, continua a manifestare questa "unicità". Le guerre intestine che, se ci si fa attenzione sono di vastità nettamente superiore a quella sulla "conquista del mondo" di matrice "Deviata", sono una chiara manifestazione di guerra "religiosa" cui allude lei. Ma la cosa è ancora più complessa e, per darle un esempio concreto, basta guardare alla Tunisia e al fatto che per assumere un orientamento politico compatibile con l'attuale regime democratico, Al Nahdha ha dovuto "cacciare" (letteralmente!) l'intera componente "religiosa" dal partito. E' l'unica nazione (islamica) che ha deciso di iniziare questo difficile allontanamento dal dettame "politico" del Corano, seppur nella considerazione che al suo interno a livello direttivo al Nahdha continua a avere il "consiglio degli anziani" strettamente improntato all'attuazione della shariia.

Pero', venendo alla sua "quasi" giusta osservazione, la visione dell'Occidente, in particolare gli USA, sull'orientamento politico dell'Islam ne ha effettivamente condizionato l'evoluzione. Il fatto che ancora oggi la popolazione palestinese conta più di quattro milioni di "rifugiati" ospitati in Giordania, Libano, "Siria", etc. non è altro che una dimostrazione da una parte della nefasta cultura araba dominante, per cui durante il lungo conflitto palistino-arabo-israeliano, la maggior parte dei paesi arabi, trincerandosi dietro all'ingerenza occidentale (non solo a vantaggio di Israele, ma anche sul "diritto al rientro" dei palestinesi nei territori occupati), hanno letteralmente abandonato i palestinesi al dominio delle Nazioni Unite (da sempre in mano alla politica estera statunitense) e dall'altra della volontà dell'occidente a continuare la sua azione "potrettrice" di cui al trattato Sykes-Picot. Se poi si considera l'alleanza strategica, nata nel lontano 1917, tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita, credo ci siano chiare risposte all'intervento USA (Bush)-Inghilterra in Iraq  e dei francesi in Siria (poi prontamente ritirati e vettorati in Nigeria), etc. etc.. Il tutto è convogliato poi nel "meravigloso" quanto "distruttivo" (dal punto di vista ingerenza occidentale) discorso di Obama al mondo islamico del Cairo 2009. Nel quale, nella sostanza, con un frasario politico molto più prossimo alla cultura araba che a quella occidentale, ai fini dell'affermazione del pieno riconoscimento internazionale dell'Islam e della sua dottrina, sentenzio' l'affermazione dell'Arabia Saudita quale nuova potenza regionale. In funzione di quel discorso abbiamo assistito a un "ritiro", non solo della presenza militare ma soprattutto per la cooperazione politica, dell'Occidente dai paesi islamici del Mediterraneo e del M.O., seguito immediatamente dalla "rivoluzioni arabe" che, guarda caso, non hanno portato alla democrazia (cosi' come sembrava alla nascita), ma solo ed esclusivamente all'affermazione di una cultura islamica di fondo che, nella sostanza, si è perfettamente"raccordata" all'orientamento islamista nell'intero fronte "mediterraneo" (in particolare). La libia ed i fatti di questi giorni tra gli scontri tra forze di Tobruk (eletto con una maggioranza del 70% alle ultime elezioni del 2013) del Generale Haftar, sostenute da Francia e Egitto, e i "miliziani governativi" di Tripoli (che non sono altro che la componente radicale-islamista, dei "fratelli Musulmani"libici, che uccise l'ambasciatore USA nel settembre 2012), sostenuti dagli USA e dall'Italia, danno un chiaro quadro dei frutti della cultura occidentale del Sykes-Picot dei giorni d'oggi. Purtroppo pero', a mio giudizio, si tratta solo della continuazione dell'ingerenza occidentale (pri fra tutti gli USA) suipaesi islamici. Ben diversa è l'evoluzione dell'Islam di per se che, come ho citato a chiare lettere, è da incentrare solo ed esclusivamente in una "rivisitazione" del pensiero politico al suo interno. Tunisia docet.

Le sue date non sono sempre esatte.

I rapporti USA Saudi non hanno inizio nel 1917 come lei afferma.

I rapporti commerciali hanno inizio nel 1932 quando il re Saud invita la compagnia SoCal (Standard Oil of California) a esplorare la Provincia Orientale del paese. Lo fa su consiglio di St John Philby, che gli dice non fidarti della Gran Bretagna, paese imperialista con precise mire sul medio oriente. Meglio una compagnia americana, paese non di primo piano sulla scena politica internazionale. Cosi, nel 1938, la SoCal scopre il petrolio nella formazione geologica detta Dammam Dome, scoperta che in pochi anni trasforma il paese da una terra di beduini assolutamente insignificante in un detentore di una risorsa economiica importante. Il re e' grato agli americani e desidera continuare i rapporti con loro, sempre con l'idea di non fidarsi degli Inglesi ma che l'aiuto di tecnici esteri e' purtroppo necessario.

I rapporti stato a stato invece iniziano nel Febbraio del 1945 quando il presidente F. Roosevelt incontra il re Saud su una nave della marina americana al largo del paese. Decidono di mantenere buoni rapporti, ma senza capirsi gran che. Rapporti che continueranno fino ad oggi, tra strette di mano amichevoli e incomprensioni reciproche. Quando il primo ministro Austrliano chiese ad Obama se i sauditi erano veramente suoi alleati, egli rispose "it's complicated".

Concordo sul fatto che bisogna fare particolare attenzione alle "date" che riporto. Vedi, infatti, il grossolano errore nel riportare la data secondo calendario islamico 1646 anzicchè 1437! Me ne scuso, ma al tempo stesso per i rapporti Arabia Saudita/ Stati Uniti sono ben convinto di quanto racconto. Effettivamente dettagli più precisi li potrà trovare in "Europa Latitante". un mio libro edito a gennaio di quest'anno. I dati da lei riportati sono corretti, ma riguardano essenzialmente l'inizio del partenariato energetico. Facendo un passo indietro, nel dopo

Sykes-Picot in ambito Società delle Nazioni la Gran Bretagna, pur confermando le sue attenzioni nella penisola Araba concentrandole in Oman, chiese agli Stati Uniti (che in quel pzeriodo incominciavano ad affacciarsi in Oceano Indiano), di firmare un accordo con l'Arabia Saudita per il "controllo delle rotte commerciali" per l'Occidente. La Gran Bretagna, infatti, lascio' quasi completamente il controllo delle vie commerciali del mar Rossi a causa della delicata situazione e delle sommosse dei movimenti nazionalisti in Sudan e soprattutto in Egitto. Gli Stati Uniti strinsero quindi questo accordo diplomatico con l'Arabia Saudita promettendo a quest'ultima un seggio nella Società delle Nazioni. Cosa che avvenne circa dieci anni dopo (a memoria mi sembra 1927). Seguendo gli USA, anche gli inglesi proposero all'Egitto di Re Faruk una simile soluzione diplomatica. Nonostante la differente situazione "coloniale" e le difficoltà intrinseche l'accordo definitivo fu firmato nel 1937 e nel 1938 l'Egitto ebbe il suo posto in ambito Soc. Naz..

La storia ha dimostrato che ai fini del partenariato bilaterale USA-Arabia Saudita è stato molto più importante l'accordo commerciale che quello energetico. Grazie al primo, infatti l'Arabia Saudita ha potuto godere di un rapporto privilegiato con gli USA in ambito Società delle Nazioni, che è quindi convogliato, rinsaldandosi negli anni anche grazie al partenaeriato energetico, nella attuale NAZIONI UNITE. L'ultima e chiudo! La Commissione dei "Diritti dell'Uomo" delle Nazioni Unite, grazie a questi canali diplomatici partiolari, dal novembre 2015 come Presidente un Saudita, che fortunatamente ancora non si è insediato (causa ovvi motivi di contrasto all'interno delal Lega Araba!)

Come definire chi è musulmano? Logica vorrebbe che siano quelli praticanti, secondo quelli che (vado a memoria) sono i loro 5 obblighi/pilastri.
Ma e difficile contare chi sia praticante e chi no. Ho letto che un 30% degli musulmani in fancia non sarebbe praticante, ed il 50% dei cattolici. Ma un musulmano non praticante cosa è, oltre che un ossimoro? Ma anche un cristiano non praticante, perché conteggiarlo in questa strana e surreale gara tra religioni, a suon di record?

PS: memoria a parte, trovo questo su wikipedia e Fabio ci saprà dire se è cosa ben riportata.
Sicuri che siano 1.7 miliardi quelli che seguono i 5 pilastri?

Francesco, una risposta concreta alla tua domanda non è facile da dare. Provero' a spiegarti il perchè.

Dal punto di vista demografico (di cui al 1,7 miliardi di Musulmani), io credo (ma vado a intuito per esperienza acquisita) che il presupposto scientifico su cui si basano queste statistiche parta dai dati anagrafici custoditi sia in sede laica (municipalità) ma anche religiosa (Chiese Cristiane). La grande differenza nel conteggio dei musulmani rispetto agli "altri" è che in tutto il mondo islamico (Reami, Repubbliche, Stati democratici di religione islamica etc.) il figlio di padre musulmano è musulmano! Il che si concretizza in due particolari esecutivi:

  • - l'ortoprassi musulmana (religione quindi) vuole che appena vede la luce  il neonato, il padre (anche il meno professante che tu possa mai immaginare!) ringraziando Allah deve portarsi all'orecchio del bimbo e recitagli (silenziosamente) la Dichiarazione di Fede. Che nelal sostanza è il primo atto per abbracciare la fede islamica;

- la prassi municipale, che prevede la registrazione del neonato con in apertura dell'atto la Dichiarazione di Fede. Per chi non è musulmano, viene registrato a parte. Anzi, in alcuni Stati quali il Libano, addirittura dopo la dichiarazione di fede segue anche il tipo di confessione (sciita o sunnita o altro).

Per i Cristiani (gli Ebrei e altro), ritengo che si faccia riferimento ai dati forniti dalle Chiese delle varie confessioni su coloro che sono stati battezzati. Come ben sai, infatti, le Municipalità degli Stati laici occidentali non sono interessate (anzi per diritto alla privacy non lo possono proprio più fare!) agli aspetti relgiosi.

Per inciso, secondo i dati di uno studio del 2015 del Pew reserch Center di Washington (PRC), i cristiani nel mondo sono 2,2 Miliardi di persone, pari al 33% della popolazione mondiale.

A me sembra chiaro che i dati del PRC si riferisacno essenzialmente alle stime anagrafiche  cosi' come te le ho delineate sopra  non vanno quindi a considerare chi effettivamente "pratica la religione o meno.

Consentimi di dirti comunque che è proprio in questo particolare che io vedo grosse differenze, perche nella concezione dell'Islam non vi è alcuna differenza tra religione e sociale. Anzi, la religione (la Rivelazione Coranica) nasce proprio per dare indicazioni comportamentali, sociali e politiche per costruire un modello di società (la UMMA) sotto indicazioni della legge di Dio (Allah). Per chiarirti ulteriormente, qui in Tunisia quando si è trattato di incominciare a discutere tra le varie forze politiche della nuova Costituzione, il Presidente Essebsi (uomo di estrazione bourghibiana e politico laico di professione) ha tenuto a precisare, in particolare al partito islamista Al Nahdha: signori io sono Musulmano e cosi' come me lo sono tutti i parlamentari eletti. Ergo, per la totalità del popolo tunisino (fatti salvi i cristiani o di altra religione!), con magari differente sensibilità, la prassi, il modo di vivere e di ragionare rispecchia i fondamenti dell'Islam. E anche se nel vivere quotidiano non c'è più alcun cenno di tutto questo, grazie al modernismo che si va sempre più affermando, quando arriva il venerdi' , l'ora della preghiera pomeridiana, o addirittura il mese del Ramadan, beh ce ne si accorge chiaramente che se non è la totatlità, sicuramente la stragrande maggioraza professa e vive dell'Islam.

Per il cristianesimo, di cui tu, io e anche la maggior parte di tutti coloro che si dichiarano "non credente"o "ateao", o anche non "professante", le radici culturali cristiane continuano ad interagire in modo maggioritario sul nostro sistema di vita. Che su questa base si sia poi costruito (grazie a un filosofo musulmano!) l'umanesimo, l'illuminismo etc. etc., .... ehmbeh, questa è tutta "filosofia" nel vero senso della parola, di cui un giorno ... spero poterne parlare! Ci sto lavorando su!

 

Per quanto concerne

'Per i Cristiani (gli Ebrei e altro), ritengo che si faccia riferimento ai dati forniti dalle Chiese delle varie confessioni su coloro che sono stati battezzati.'

Non sono sicuro. Penso che in genere i numeri sulle percentuali di cristiani di varie confessioni ed ebrei, così come credo quelli sul numero di musulmani quanto meno nei paesi industrializzati, dipendano da autodichiarazioni nei sondaggi e quindi sono soggetti alla individuale percezione di sé.

Nello specifico, non tutte le confessioni cristiane hanno dei registri di battezzati come i cattolici, sicuramente non ce le hanno le chiese evangeliche pentecostali. Per quanto riguarda gli ebrei ci sono almeno quattro insiemi che si intersecano in vario modo: 1) auto o eteroidentificazione etnica, 2) fede religiosa, 3) status di ebreo per nascita secondo i criteri tradizionali dell'halakha (matrilineari) o quelli dell'ebraismo riformato (indifferentemente matrilineari o patrilineari), e 4) (almeno per quanto riguarda l'Italia) appartenenza a una determinata comunità ebraica. Solo quest'ultimo insieme è misurabile in maniera oggettiva.

Mutatis mutandis, anche tra i musulmani penso ci sia un certo numero di persone che hanno un'identità musulmana ma non sono praticanti. Per quel che vale io ne conosco diversi.

perfetto

Fabio Ghia 14/9/2016 - 18:23

Grazie per le utilissime indicazioni.

Concordo pienamente con quanto afferma nella conclusione sul numero di musulmani praticanti. Ma è molto più difficile individuarne la percentuale sia perchè, come ho avuto modo di indicare per il Presidente Tunisino, anche il non praticante in assoluto, essendo andato naturalmente soggetto a un indottrinamento religioso, tiene a specificare che lui è musulmano (anche solo di discendenza!) visto che è un mast cui non possono rinunciare; ma anche, se non soprattutto, perchè dichiararsi non credenti, e purtroppo nell'Islam il non professate è cosi' paragonato, equivale a beccarsi una fatwa (sentenza giuridica) di morte. In Tunisia ben due parlamentari sono stati ammazzati con colpi di pistola alla testa, proprio perchè si erano professati "agnostici" durante una trasmissione televisiva.

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