Letture per il fine settimana, 28-04-2017

29 aprile 2017 Massimo Famularo

Questa settimana: sondaggisti francesi, stipendi pubblici, leggi elettorali, i primi 100 giorni di Trump

  • Sembrerebbe che i sondaggisti francesi abbiano fatto un buon lavoro ma, come spiegano bene i nostri amici Andrea, David e Salvatore, il tema delle previsioni  è più complicato di quanto sembri. Quindi la suspense per il voto del 7 maggio e' perfettamente giustificata. 
  • Mentre si parla di aumentare i salari dei dipendenti pubblici, Davide Mancino, su Wired, prova a fare 2 conti comparandoli a quelli del settore privato ed il risultato dice molto su una delle distorsioni di fondo dell'economia italiana.
  • Chi avrebbe vinto se in Francia si fosse votato con la legge elettorale americana? L'Economist prova a rispondere e ci fornisce qualche spunto di riflessione sia sulla legge elettorale USA che sui pregi ma soprattutto i difetti dei sistemi fortemente bipolari dove il "winner takes all".
  • L'analisi più seria in circolazione sui primi 100 giorni di Trump come POTUS
Lettura bonus dai social 

Buona lettura e buon fine settimana.

24 commenti (espandi tutti)

Un aspetto non mi convince dell'articolo di Davide. Il resto sì ma ...

A voler essere super precisi, poi, bisognerebbe ricordare anche che in Italia un euro compra più beni e servizi che in Germania, quindi a conti fatti un dipendente pubblico nel nostro paese ha, in media, un tenore di vita leggermente maggiore che nel paese teutonico.

Ecco, questo non mi convince.  In germania salari netti sono notoriamente piu' alti e la vita costa meno.  Su questo ci sono diverse fonti convergenti. Scarto i vari filmati in rete che esaltano i prezzi bassi tedeschi. Preferisco Price & Earnings di UBS, dai cui dati crudi disponibili in Excel osservo che la media non pesata di tutti i prezzi (cibo, ristoranti, affitti, trasporto, servizi) è del 14.50% piu' economica nelle città tedesche.  Alcune cose sono piu' care (bus, tram, metro,  elettronica, affitti) ma cibo , servizi, ristoranti, taxi, treni, vestiario, appartamenti immobiliati costano meno. 

Ci sono poi vari "osservatori" che affermano chi i prezzi in Italia sono elevati (piu' della germania).  Un osservatorio abbastanza completo e costantemente aggiornato è questo. Mostra le differenze tra prezzi svizzeri ed il miglior supermercato nei vari paesi confinanti. Si vede che uno svizzero che va in Italia a fare la spesa alimentare risparmia un 15% ma se va in germania risparmia un 37-38% e se va in francia un 36%.  Mettendo in relazione i vari risparmi abbiamo che Germania e Francia risultano come minimo un 20% meno care dell'Italia. L'osservatorio non si limita all'alimentare (i prodotti usati per il confronto sono noti e tutto è pubblico) ma esamina 8 diverse categorie di acquisto. 

Non capisco come si possa arrivare a sostenere che il "tenore di vita" di un dipendente pubblico italiano sia superiore rispetto all'omologo germanico.  Nel 2015 entrambi prendono (lo si vede nel grafico) 25,8 € orari ma il dipendente tedesco secondo quanto trovo in rete è confrontato con una struttura di prezzi inferiore. 

Nel complesso il potere d'acquisto di un "euro italiano" (per così dire) è senz'altro superiore a quello di un "euro tedesco", come mostrano le parità di potere d'acquisto calcolate da Eurostat che servono proprio a questo scopo.

Come ricordavo qui, nel 2015 "fatta 100 la media di 28 paesi europei, viene fuori che un euro francese vale circa 7 punti percentuale in meno, uno tedesco 4. Viceversa, la stessa somma in Italia compra grosso modo 3 punti in più di beni o servizi, 8 nel Regno Unito e 11 in Spagna".

Hai ragione nel ricordare che spesso i beni di consumo possono essere meno cari nei paesi più ricchi: in questi ultimi spesso c'è più concorrenza e/o maggiore efficienza, fattori che portano a prezzi più bassi. D'altra parte questo viene quasi sempre ampiamente compensato dal basso costo relativo dei servizi, che spinge il potere d'acquisto nell'altra direzione.

La somma di questi elementi fa sì che nei paesi poveri il costo della vita sia complessivamente minore, anche se alcuni beni possono costare (relativamente) parecchio. La differenza si vede già fra nord e sud Italia ma appunto esiste anche rispetto alla Germania o, nell'altro verso, anche per esempio andando in Cina.

Effettivamente trovo dati ed indici diversi e discordanti.
Non ultimo, oltre al già citato indice UBS, il Big Mac Index.

Il problema dell'Italia in questo tipo di calcoli sta nel fatto che l'Italia è di fatto divisa in due. I supermercati italiani cui possono andare con agio gli svizzeri sono di gran lunga i più costosi di Italia, perché nella zona forse più costosa del Nord sviluppato. 

Il Sud Italia è ai livelli della Grecia, per sviluppo e costo della vita. Nulla di nuovo, ma siam sempre là.

In parte no, perché forse la fascia ancora piu' costosa è quella turistica. Giusto ieri leggevo di Rimini come città più cara d'Italia. Comunque vero, il Nord, soprattuto nella fascia di confine, ha i prezzi piu' alti. Quasi svizzeri. Ma anche la germania e la francia hanno fasce di confine con CH ma li' i prezzi tedeschi e francesi sono molto piu' bassi. Occorrerebbe uno studio sulla variabilità. 

Fonti?

michele boldrin 30/4/2017 - 00:54

I due indici PPP che l'OECD calcola sono praticamente simili sino al secondo decimale.

P.S. Ah, vedo che ha gia' risposto Davide usando quelli Eurostat, che danno la Germania maggiormente costosa. Si', meglio sempre cercare i dati globali e ben calcolati, altrimenti si finisce per credere che i prezzi siano davvero raddoppiati in Italia con l'arrivo dell'Euro :) 

I numeri sono numeri e ne prendo atto. Mi chiedo da dove nasca questa distorsione, che non è solo mia. Probabilmente il dato italiano riflette la media nazionale, ma sappiamo che chi vive al Nord Italia è confrontato con prezzi piu' elevati. Il differenziale Nord-Sud è noto  e studiato (Campiglio, Il costo del vivere - Nord e Sud a confronto). Così come sono elevati i prezzi nelle grandi città e nei centri turistici. E sappiamo che il dipendente pubblico ha lo stesso stipendio in tutta la penisola, da Lampedusa a Livigno. Non so però come siano le dinamiche dei prezzi interni in Germania. E non so nemmeno se gli stipendi pubblici nell'amministrazione locale, nella germania federale, siano uguali ovunque (in Svizzera non lo sono).  Lo studio UBS prende in considerazione solo le grandi città, non la provincia o la campagna. In Germania il 77% della popolazione vive in grandi centri urbani, diversamente dall'Italia che è più polverizzata in tanti piccoli centri.  Mi pare quindi che il dato Eurostat o OECD sia un dato nazionale medio, che come tale è indicativo ma non ci dice quanto sia la variabilità interna (per esempio la deviazione standard).  Ho il sospetto quindi che un dipendnente piubblico che viva o lavoro a Milano o Varese se la passi peggio dell'omologo che vive e lavora a Berlino mentre quello che vive ad Enna o Cagliari probabilemente stanno veramente meglio. 

Non ho mai visto pubblicate delle PPP regionali da fonti affidabili (Eurostat, OCSE, ISTAT), però Eurostat ha il PIL pro capite a quel livello di dettaglio in PPP, quindi deve averle calcolate per forza. In teoria per arrivarci si potrebbe fare il calcolo inverso facendo il rapporto fra PIL nominale e PPP per regione, o sbaglio? Però qui ci avviciniamo a roba above my paygrade e non vorrei dire fesserie, quindi gli economisti mi correggano se stradico.

Comunque è senz'altro vero che le differenze locali incidono parecchio, anche se va considerato che in Germania la variabilità provinciale è probabilmente la più ampia in Europa (dipende da come uno considera il caso speciale di Londra) - molto maggiore che in Italia.

Un attimo, fammi capire.
Una cosa è PIL PPP procapite, altra cosa è Price Level Index. 
Questi dati hanno entrambi un andamento regionale o provinciale. 
C'è un grafico della WB (IPC Program, figura 5 pagina 16 del report linkato sotto) che mette entrambi gli indici in relazione a livello nazionale ma non so se esistono poi cose simili a livello subnazionale. 
Vedi il report 2005.  PLI di DE è 111, ITa è 109. Molto simili, rispetto agli altri paesi (vedi pag 25) ma il reddito PPP è comunque piu' elevato in Germania (fatto mondo =100 il PPP tedesco è 339.9 mentre ITA é 309.3). Chiaro che tu stai esaminando la situazione dei dipendenti pubblci (rispetto ai privati) di entrambi i paesi ma nel tuo grafici leggo che si parla di dati reali a prezzi costanti del 2010, non PPP. 

Ignorare gli effetti di composizione della forza lavoro tra pubblico e privato porta ad articoli come quello sopra linkato. I paragoni vanno fatti mele con mele, pere con pere: a tal proposito segnalo un articolo di Roberto Perotti e Filippo Teoldi, ancora del 2014, sulle differenze nella struttura retributiva in alcuni settori del comparto pubblico tra Italia e Gran Bretagna. Fa parte di una serie di articoli più ampia che vale la pena (ri)leggere.

In Italia sono il lavoro pubblico non contrattualizzato e la dirigenza a passarsela relativamente bene e più in alto si sale, più la cosa è evidente, ma se si ha una posizione strumentale è più comodo fare di tutta l'erba un fascio.

l'articolo di Mancino mi ha lasciato dei dubbi sulla genericità dell'ambito di riferimento. Per quanto ristretto a istruzione e sanità, il dato aggregato tiene al proprio interno figure piuttosto diverse: amministrativi di vario livello, bidelli, infermieri, docenti di scuole di grado diverso (maestri e prof. di superiore hanno stipendi diversi), docenti universitari, tecnici di vario livello, precari vari, consulenti, ecc. ecc.

Lo stipendio netto di un insegnante di superiori senza anzianità in Italia viaggia sui 1420-1450 euro (80 euro di Renzi inclusi, la variazione dovuta alle tasse locali), cui aggiungere una tredicesima e alcune retribuzioni eventuali ed accessorie (progetti pagati, supplenze, esami di Stato) che ammontano a, boh, qualche altro centinaio di euro l'anno. L'Esame di Stato dà, di base, altri 900-1000 euro come commissario esterno (con indennità a salire in caso di scuole lontane) o un 4-500 come commissario interno. Non sempre si è commissari. E' un punto di partenza qualsiasi per confronti secondo me un po' più concreti.

Quando gli insegnanti, tra di loro, fanno confronti con l'estero, finiscono per citare stipendi mirabolanti di insegnanti francesi e tedeschi e sospirano, ma qualcosa di più concreto sarebbe utile. (PS: una cosa che trovo particolarmente fastidiosa quando i politici parlano di valorizzare i docenti italiani è che ne parlano come dei pezzenti ridotti all'indigenza. Quand'anche fosse vero mi dà fastidio pensare che la mia valorizzazione debba passare dalla pubblica pietà).

A queste e altre critiche simili (scusatemi: errate) ho risposto in un commento su Facebook quindi non sto a ripetermi. Inclusa anche l'accusa di avere una posizione strumentale – devo dire esilarante, per chi sa che il settore pubblico e para-pubblico controllano di fatto buona parte dell'economia italiana e sarebbe "più comodo" criticarli. (Noto fra parentesi l'interessante correlazione fra critici e dipendenti pubblici che invece nel giudizio, si capisce, sono completamente onesti e oggettivi ;-) ).

Aggiungo solo due elementi:

1) Dall'inizio della crisi il PIL reale italiano è calato di svariati punti, e ancora oggi è ampiamente sotto i valori del 2007. I salari dei dipendenti pubblici sono bloccati dal 2008, quindi in termini reali hanno perso soltanto per l'inflazione (comunque storicamente molto, molto bassa). Se il pubblico cala poco, è evidente che la botta l'ha presa in grossa parte il privato.

Non sto nemmeno considerando il fatto che i lavoratori pubblici sono illicenziabili, mentre quelli privati no – e infatti di posti ne sono spariti centinaia di migliaia. Questi nel calcolo dei salari non rientrano, perché un salario non ce l'hanno proprio più. A quanti dipendenti pubblici è successo lo stesso? Quindi, in presenza di una scelta fra investire soldi pubblici per aiutare chi ha pagato meno e chi di più, la mia preferenza va a questi ultimi. L'alternativa è una politica regressiva, in cui i poveri finanziano i ricchi;

2) Fare confronti solo fra singoli gruppi non coglie il punto dell'articolo. Lo scopo non è stabilire se il bidello di Montecodruzzo guadagna più del suo omologo di Mönchengladbach, ma capire se ha senso investire risorse (molto) scarse in un settore piuttosto che nell'altro, mostrando qual è la situazione relativa e come si sono evolute le cose nel tempo. I dati mostrano che è profondamente sbilanciata in favore del pubblico.

En passant, mi limito a notare quanto può essere fuorviante fare paragoni fra singole professioni trascurando tutto il resto: considerando solo gli insegnanti delle superiori, quelli tedeschi sono pagati parecchio di più. Peccato però che, come mostrano le stime di Thomas Manfredi, nell'aggregato la paga media del pubblico sia identica fra i due paesi, quindi evidentemente ci sono tante altre categorie che guadagnano assai di più. Ma facendo i conti così questi non vengono considerati, e infatti l'analisi va del tutto fuori strada.

P. S. se Michele Boldrin o altri appassionati di confronti fra i salari dei professori universitari mi leggono, li invito a consultare questo grafico in cui sono incappato. Molto istruttivo, e un piccolo esempio di cosa ci si perde a voler guardare solo una professione e non l'intero.

La tesi dell'articolo -se ho capito bene- è questa:  dal momento che i salari non sono saliti dal 1995, né per il pubblico né per il privati,  e che il reddito medio dei privati è la metà di quello dei dipendenti pubblici in istruzione e sanità, non è una priorità quella di stanziare denaro per il rinnovo dei contratti pubblici. Di tutti i contratti pubblici, parrebbe di capire.

Se questa è la tesi, è normale che si faccia notare che ci sono situazioni ben diverse e che, ad esempio, gli insegnanti non prendono quanto i medici (nonostante la quasi omogeneità per titolo di studio).

Questo non per dire che gli insegnanti debbano essere equiparati ai medici, ma solo per dire che per capire se lo Stato sta regalando inutilmente soldi ad un insieme variopinto di categorie, bisogna guardare allo specifico di queste categorie, non al dato aggregato di tutta la PA, con dentro una serie di categorie ben disparate.

Il fatto poi che i lavoratori pubblici siano illicenziabili ha probabilmente depresso gli stipendi di quelle categorie che non possono giovarsi della concorrenza del privato (tipicamente gli insegnanti, molto meno i medici che possono esercitare da soli o in intra moenia o in strutture private): essere illicenziabili è un privilegio che in qualche modo si paga, anche se i docenti non sembrano volerci fare caso. Io da insegnante scambierei volentieri il privilegio con una dinamica degli stipendi più sana e normale -e tanta tanta più meritocrazia.

L'uovo di Colombo poi in realtà secondo me esisterebbe: avere meno insegnanti ma con un monte ore più alto e quindi più pagati è una cosa che si può fare senza nemmeno dover licenziare. Ma non lo faranno mai.

La capacità degli insegnanti di fare la vittima è ragguardevole. Facciamo un po' di conti leggendo il contratto nazionale del 2008 (credo non ce ne siano stati altri da allora). Secondo le tabelle salariali percepiscono uno stipendio base tra i 20K e i 35K euro annuali a seconda dell’anzianità e del grado di istruzione, escluse indennità, integrazioni, ecc. Secondo contratto nazionale, il tempo di lavoro di un insegnante è di 18 ore di lezione frontale per circa 36 settimane: 52-12 (metà giugno, luglio, agosto, metà settembre) -2 (Natale) -1 (Pasqua) -1 (altre feste). A queste vanno aggiunte 80 ore/anno per altre attività (incluso collegiali). In definitiva circa 730 ore obbligatorie in un intero anno. Il contratto lascia agli insegnanti decidere se e come aggiornarsi, quanti compiti in classe fare da correggere in seguito, e quanto tempo dedicare alla programmazione didattica. So che molti insegnanti non si limitano al compitino e sono impegnati in attività didattiche extracurricolari, sviluppano progetti, si impegnano anche al di là dei loro compiti istituzionali (attività extra che sono pagate una miseria o non sono pagate). Tuttavia, non essendo queste attività normate nel contratto, non ha alcun senso conteggiarle perchè non concorrono alla giustificazione dello stipendio (diciamolo: ad oggi sono volontariato sociale). Questo tempo (730 ore/anno) corrisponde a 91 giorni di lavoro a tempo pieno (giornata tipica di 8 ore). Lo stipendio orario percepito oscilla tra 27 e 50 euro. Uno stipendio di tutto rispetto. In altre parole, gli insegnanti (soprattutto quelli diplomati) prendono uno stipendio mediamente molto superiore a quello che potrebbero prendere rimettendosi sul mercato del lavoro. E' un lavoro part time di fatto pagato come full time. Infatti nessuno lo fa (si lamentano ma non se ne vanno). Anzi, molti laureati sono disposti a lavorare nelle private per anni gratuitamente o con stipendi da fame pur di acquisire punti che gli consentano poi di entrare in ruolo nella scuola pubblica, la vera manna dal cielo.

 

 

Ha notato che il tema dell'articolo è se sia una buona idea spendere altri soldi negli stipendi della PA nel suo complesso, e non se gli insegnanti siano pagati bene o male? Però è sufficiente che un insegnante parli del proprio stipendio, parrebbe, per ottenere una reazione stereotipata -e idee stereotipate.

A buon rendere.

Dai dati che si possono reperire sul sito del conto annuale del tesoro, il numero dei dipendenti pubblici ha un trend negativo (da rianalizzare alla luce delle nuove assunzioni nella scuola) e il costo del personale pubblico è in continua flessione. Non ci sono licenziamenti, ma ci sono mancate assunzioni: non è che il settore pubblico non sia sensibile al trend macroeconomico (se non altro per il calo delle entrate fiscali). E francamente l'argomentazione mi sembra assai retorica.
Sulle "tante altre categorie che guadagnano assai di più", be', anche in questo caso non si possono escludere effetti di composizione. Se un servizio, magari a basso valore aggiunto,viene dato in appalto invece che essere svolto con personale interno (es. mense scolastiche), ecco che diminuisce il numero di dipendenti pubblici e aumenta la loro retribuzione media, senza che ci sia stato un aumento salariale.
Capisco la necessità di sintesi in un grafico, ma paragonare mele con pere rimane sbagliato.
A mio avviso sarebbe più costruttivo argomentare, vista la spesa pubblica oltre il 50% del PIL, quali funzioni e attività dello Stato e del settore pubblico possano essere tagliate, ridotte, disintermediate o privatizzate. Poi si ragiona sugli stipendi.

Scusa, Matteo, vedo che ti occupi di statistica quindi non dovrebbe essere certo un giornalista a dirti che non è questo il modo di procedere in una discussione scientifica. Thomas Manfredi si è preso il disturbo di fare i calcoli basati su dati, che vanno in una direzione. Io, nel mio piccolo, ho aggiunto altri indizi che puntano tutti dalla stessa parte.

Devo purtroppo notare che nei tuoi post di numeri rilevanti non ce n'è nemmeno uno, mentre preferisci spendere il tuo tempo sul fatto che io abbia o meno una posizione strumentale.

Se tu ritieni che il modo in cui i salari siano distribuiti (globalmente) oppure che l'effetto di composizione siano rilevanti, cerca i dati, fai i calcoli, presentaceli e spiegaci con precisione la tua tesi. Se fatti a dovere non ci sono problemi nel pubblicarli anche qui, anzi sarebbero i benvenuti.

Mi sembra l'unico modo serio di discutere di queste cose, almeno su questo blog. Ti assicuro che se i dati dicono un'altra cosa non ho problemi a cambiare idea – l'ho fatto tante volte e su tanti temi. Altrimenti a colpi di "non si può escludere" posso replicarti che non si può escludere che l'effetto di composizione vada nella direzione opposta a quella che suggerisci tu. O che i dipendenti pubblici sono tutti segretamente milionari, ma sono in combutta con l'agenzia delle entrate che ne nasconde il reddito. O che la terra è in realtà un cubo di gelatina ma appare all'umanità intera in un'altra forma. Tanto come fai a smentirmi?

Però credo sarebbe molto più costruttivo evitare la teologia, che almeno a me provoca soltanto grossi sbadigli.

http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=SNA_TABLE3
Confrontando Italia e Germania, i dipendenti pubblici in Germania sono di più sia in rapporto alla popolazione che in rapporto alla forza lavoro. È ipotizzabile che il maggior numero di dipendenti pubblici in Germania sia dovuto a una maggiore presenza di burocrati molto ben pagati? Dubito.
Secondo, da dati.istat.it (Lavoro e retribuzioni, offerta di lavoro, Occupati, mi è difficile linkare da mobile) risulta che gli occupati laureati sono 4893 mila su un totale di poco più di 24 milioni.
Da quanto si evince dal conto annuale (www.contoannuale.tesoro.it) i laureati sono circa 1 milione su 3 milioni. Alcuni dati non battono tra le varie fonti (il numero di occupati nel settore in primis), al momento non ho il tempo di approfondire, ma che ci siano degli effetti di composizione è evidente.
Non è mio compito del resto proporre spiegazioni alternative, ma evidenziare le debolezze metodologiche nell'articolo. Altrimenti potrei dire, mi si consenta l'ironia, di fare come la Germania, ovvero di espandere il lavoro pubblico fino a raggiungere una % di occupati analoga assumendo persone per lavori a bassa qualifica e basso stipendio fino a concorrenza dei differenziali di stipendio tedeschi con il settore privato. Ma non è mia intenzione affermarlo e quindi non lo affermo.

proprio partendo dai dati OECD indicati, dopo aver cercato - e non trovato - dati full time equivalent, ho provveduto a calcolare il rapporto tra ore lavorate e persone, nel pubblico impiego e nel totale nazionale. Risulta che mediamente in Italia ogni persona impiegata nel pubblico impiego lavora l'80,9% rispetto al dato nazionale mentre la media degli altri paesi avanzati è il 94.3%, con punte del 97.2% (germania) e 102.4% (USA). Questo vuol dire che in USA chi lavora nel pubblico impuego lavora piu' della media nazionale. I dati di Roberto Mancino presentavano appunto retribuzioni orarie, proprio per tener conto del diverso impiego di tempo. 
C'è da dire che proprio per questo minor impiego di tempo, un dipendente pubblico italiano, differentemente dall'omologo tedesco, inglese o francese, puo' dedicarsi ad un secondo lavoro e qualche volta anche ad un terzo. 

Peccato che chi lavora nel pubblico impiego sia sottoposto a una disciplina piuttosto estesa e severa sulle incompatibilità (in base agli artt. 97 e 98 Cost.) e che di fatto il secondo lavoro - se non in forma meramente occasionale - sia accessibile solo a determinate categorie di lavoratori pubblici. Ecco una riforma a costo zero che elimimerebbe una restrizione anacronistica all'offerta di lavoro.
Riguardo al confrontare le ore lavorate, sono opportuni alcuni caveat: ricordiamoci ad es. che in Grecia le ore lavorate da chi è occupato sono tante, ma derivano da attività a basso valore aggiunto nel privato (es. negozietti di chincaglieria per turisti).

sommerso

Francesco Forti 11/5/2017 - 16:47

naturalmente mi riferivo a lavori in nero, non dichiarati. Appunto perché non consentiti. Ma sappiamo che da secoli l'Italia è "terra di leggi draconiane, temperate dalla generale inosservanza". Frase attribuita al Guicciardini, anche se non sono mai riuscito a verificarlo. 

potrebbe anceh essere che la presenza di 4 candidati forti abbia garantito la divisione dell'elettorato in base alle proprie abitudini politiche , piu' difficile credo sara' capire come si muovera' l'elettorato nella scelta tra 2 soli condidati , di cui nessuno di sinistra ..... in sintesi potrebbe verificarsi quello che a mio avviso e' accaduto in usa con una parte dei votanti sanders che ha poi scelto per trump o l'astensione

ho notato...

Luca Neri 4/5/2017 - 02:13

...Che lei si rifugia nelle battutine. L'aritmetica sarà stereotipata ma ostinata. Mi consenta di riassumere la discussione.

1. L'articolo osserva che aumentare lo stipendio ai dipendenti pubblici potrebbe non essere una bella idea. Viene menzionato il fatto che i dipendenti pubblici prendono già uno stipendio mediamente più elevato che nel settore privato.

2. Sia nella risposta di Dimai (che cita un confronto internazionale degli stipendi degli insegnanti e dirigenti scolastici) che nella sua risposta, gli insegnanti sono utilizzati come caso emblematico per confutare o mettere in dubbio la tesi dell'articolo. E' naturale: gli insegnanti sono una parte consistente dell'impiego pubblico. Inoltre sarebbero una classe particolarmente svantaggiata: laureati con scarsissima paga. E' quindi naturale parlare di questa categoria in un dibattito sull'impiego pubblico. Giusto per citare un suo passaggio, lei osserva che: "Se questa è la tesi, è normale che si faccia notare che ci sono situazioni ben diverse e che, ad esempio, gli insegnanti non prendono quanto i medici (nonostante la quasi omogeneità per titolo di studio)." (per inciso: lei ha proprio ragione; gli insegnanti hanno uno stipendio orario medio, superiore a quello di un medico ospedaliero del sistema sanitario nazionale, che corrisponde a un lordo annuo di 41K, secondo il contratto nazionale, ma che lavora, sempre da contratto nazionale, 43 settimane full time equivalent (settimana lavorativa di 40 ore).

3. A me pare evidente che, sia la sua risposta che quella di Dinai non confutano la tesi centrale dell'articolo, ovvero, rispetto alle retribuzioni del privato, i dipendenti pubblici non sono affatto messi male. Nella tabella dell'articolo di Perotti (2014), lo stipendio degli insegnanti è simile o poco superiore al PIL procapite. Essendo laureati questo potrebbe indurre a sostenere che le loro competenze non sono adeguatamente retribuite. Tuttavia gli insegnanti lavorano molto poco (come ho mostrato usando i numeri riportati nel contratto nazionale). La metrica rilevante è quindi la retribuzione oraria. Quando si usa questa metrica si vede chiaramente che lo stipendio degli insegnanti (persino il salario di ingresso) supera quello di lavoratori intellettuali-scientifici in settori produttivi privati (media 24 euro/ora). https://www.istat.it/it/archivio/194951 (scaricate le tabelle in excel)   Vedo che sul public-private wage gap c'è un'ampia letteratura, nella quale non mi avventuro perchè non sono un economista. E' bene però fissare un punto. Se si usa lo stipendio degli insegnanti come "caso" emblematico per confutare la tesi dell'articolo, l'argomento mi pare piuttosto deboluccio, non trova?

ho notato...

Luca Neri 4/5/2017 - 02:27

...Che lei si rifugia nelle battutine. L'aritmetica sarà stereotipata ma ostinata. Mi consenta di riassumere la discussione.

1. L'articolo osserva che aumentare lo stipendio ai dipendenti pubblici potrebbe non essere una bella idea. Viene menzionato il fatto che i dipendenti pubblici prendono già uno stipendio mediamente più elevato che nel settore privato.

2. Sia nella risposta di Dimai (che cita un confronto internazionale degli stipendi degli insegnanti e dirigenti scolastici) che nella sua risposta, gli insegnanti sono utilizzati come caso emblematico per confutare o mettere in dubbio la tesi dell'articolo. E' naturale: gli insegnanti sono una parte consistente dell'impiego pubblico. Inoltre sarebbero una classe particolarmente svantaggiata: laureati con scarsissima paga. E' quindi naturale parlare di questa categoria in un dibattito sull'impiego pubblico. Giusto per citare un suo passaggio, lei osserva che: "Se questa è la tesi, è normale che si faccia notare che ci sono situazioni ben diverse e che, ad esempio, gli insegnanti non prendono quanto i medici (nonostante la quasi omogeneità per titolo di studio)." (per inciso: lei ha proprio ragione; gli insegnanti hanno uno stipendio orario medio, superiore a quello di un medico ospedaliero del sistema sanitario nazionale, che corrisponde a un lordo annuo di 41K, secondo il contratto nazionale, ma che lavora, sempre da contratto nazionale, 43 settimane full time equivalent (settimana lavorativa di 40 ore).

3. A me pare evidente che, sia la sua risposta che quella di Dinai non confutano la tesi centrale dell'articolo, ovvero, rispetto alle retribuzioni del privato, i dipendenti pubblici non sono affatto messi male. Nella tabella dell'articolo di Perotti (2014), lo stipendio degli insegnanti è simile o poco superiore al PIL procapite. Essendo laureati questo potrebbe indurre a sostenere che le loro competenze non sono adeguatamente retribuite. Tuttavia gli insegnanti lavorano molto poco (come ho mostrato usando i numeri riportati nel contratto nazionale). La metrica rilevante è quindi la retribuzione oraria. Quando si usa questa metrica si vede chiaramente che lo stipendio degli insegnanti (persino il salario di ingresso) supera quello di lavoratori intellettuali-scientifici in settori produttivi privati (media 24 euro/ora). https://www.istat.it/it/archivio/194951 (scaricate le tabelle in excel)   Vedo che sul public-private wage gap c'è un'ampia letteratura, nella quale non mi avventuro perchè non sono un economista. E' bene però fissare un punto. Se si usa lo stipendio degli insegnanti come "caso" emblematico per confutare la tesi dell'articolo, l'argomento mi pare piuttosto deboluccio, non trova?

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