Letture per il fine settimana, 8-1-2011

8 gennaio 2011 alberto bisin e sandro brusco

Questa settimana: il New York Times sulla condizione dei giovani In Italia; il 2011 visto dal 1931; la diffida de Il Giornale a Tremonti; cosa sta succedendo in Costa d'Avorio?; Economists' Voice sulla riforma sanitaria in Amerika; Galli della Loggia ci spiega che è tutta colpa nostra.

Buona lettura e buon fine settimana.

  • Un articolo nell'edizione domenicale del New York Times racconta della mancanza di prospettive dei giovani in Italia e più in generale nel Sud Europa. Anche The Economist dà il suo contributo. Nel leggere l'articolo del NYT, non mancate di cliccare sul link al Corriere con l'intervista di Giuliano Amato, che ci eravamo persi. La sua ricetta è che il debito pubblico si risolve con più tasse. Grassie dotor sotile.
  • Sempre il New York Times, nel 1931 compiva 80 anni. Nell'occasione si divertì a chiedere a un gruppo di luminari (che includeva il signor Ford della casa automobilistica) di fare previsioni su come sarebbe stato il mondo dopo altri 80 anni. Ossia, nel 2011. Ora quel pezzo è commentato sul blog di uno studio legale del South Carolina (non chiedeteci come ci siam finiti). Pezzo lungo ma divertente e istruttivo.
  • Un articolo di Mario Giordano su Il Giornale mette ufficialmente sotto osservazione Voltremont, che i più fidi scherani del padrone sospettano intento a complottare per occupare scranni che spettano per diritto all'Unto. L'articolo lascia abbastanza sbigottiti per la tecnica del dire e non dire e dei messaggi obliqui, a cominciare dalle ridicole e sperticate lodi iniziali per l'obiettivo dell'ira, ma poi uno si ricorda che non è un quotidiano vero quello che si sta leggendo e che Il Giornale ha fatto anche assai peggio. Un solo appunto a Giordano. A un certo punto afferma ''Del resto, ormai ne abbiamo viste di tutti i colori. Ci manca solo Cassano docente al corso di bon ton per educande, Tonino Di Pietro all’Accademia della Crusca e Tremonti voltagabbana, poi abbiamo fatto l’en plein.'' Ecco, Cassano e Di Pietro certamente non raggiungeranno mai le posizioni descritte, però a dir la verità il buon Tremonti, alle elezioni del 1994 venne eletto in un partito e passò appena eletto a un altro. Il Tremonti voltagabbana non manca proprio. Infine, sempre sullo stesso tema, segnaliamo il sempre ottimo Phastidio.
  • Su indicazione di Massimo Famularo, segnaliamo la continua tensione in Costa d'Avorio (altre informazioni, in inglese, qui e qui; per background vedere qui). I continui problemi che troppo spesso si verificano negli stati africani ogni volta che un givernante deve abbandonare lo scranno restano purtroppo un importante impedimento allo sviluppo economico del continente.
  • Una serie di articoli su Economists' Voice discute la riforma sanitaria di Obama; quello di David Cutler, in particolare, discute i pro (l'autore era il principale consulente dell'amministrazione sulla politica sanitaria). Il link richiede registrazione, ma per un solo articolo è gratuita.
  • Il rifiuto da parte del Brasile di consegnare all'Italia un criminale di nome Battisti è stato da più parti interpretato come un segnale della nostra debolezza diplomatica. Ma perché siamo così diplomaticamente deboli? Marco Boninu ci segnala un articolo in cui Galli della Loggia va alla radice del problema e ci spiega che la colpa è tutta dagli intellettuali italiani che vanno all'estero e che, per compiacere i propri interlocutori stranieri, provano un irresistibile impulso a parlar male del proprio paese. Ci aggiunge per soprannumero gli intellettuali italiani che restano in Italia e che si permettono di tradurre opere non sufficientemente deferenziali di storici foresti. La soluzione del buon GdL è semplice. Più soldi agli Istituti Italiani di Cultura e maggiore controllo governativo dei corrispondenti esteri in Italia. Manca inspiegabilmente la proposta di sussidiare la sagra del tortellino in tutte le capitali mondiali, metodo sicuro per aumentare il prestigio del paese. E noi che pensavamo che la nostra debolezza derivasse dal fatto di essere governati da una manica di ridicoli cialtroni. Ooops, l'abbiamo fatto ancora. Abbiamo parlato male del paese. Meno male che i nostri colleghi non leggono l'italiano.

35 commenti (espandi tutti)

che miracolo avrebbe fatto il nostro se le banche italiane , da lui tanto odiate , avessero avuto i problemi di quelle tedescho od inglesi?

Mai nessuno che glielo ricordi! 

Grazie delle segnalazioni !

Una nota: lungi da me difendere l'articolo di GdL (anzi concordo pienamente con voi su tutto e soprattutto sulla "manica di ridicoli cialtroni") però nelle mie frequentazioni professionali e private con stranieri direi che noi italiani, intellettuali o common people che sia, abbiamo una chiamiamola "tendenza all'autocritica" che le altre nazioni si sognano (bulgari esclusi, mai trovato uno che parlasse bene del suo paese). Di per sè mi sembra una caratteristica positiva, a meno di non interpretarla come un' amica di famiglia (basca, trasferitasi a Milano per amore) "voi italiani siete cabrones, state sempre a lamentarvi di tutto e di tutti, ma non vi ribellate mai e non fate mai niente per cambiar le cose".

Corrado questa cosa si sente dire spesso: in Italia, i cittadini si lamentano più che altrove. Io non so se sia davvero così, ma a parte questo disponiamo di indicatori anche più obbiettivi per poter comprendere la nostra situazione in maniera comparativa rispetto agli altri. Quindi direi che a parte le propensioni soggettive al lamento abbiamo di che lamentarci. 

Ma poi dai autocritica? C'è l'autocritica del miglioramento, del non sentirsi mai soddisfatti, ma da noi prevale quella populista, ciarliera e demagogica da bar...e poi sei vai a vedere le cose per bene scopri elettorati graniticamente legati a liste politiche e simboli di appartenenza per decenni.

Comunque io ho notato che per il livello di critica che si esprime nella quotidianità ci dovrebbe essere un cambiamento reale delle cose, che invece non arriva mai...alla fine mi sono convinto che le lamentazioni sulla politica in Italia altro non siano che: a) un metodo di socializzazione, vista la pervasività della politica italiana (i politici debordano da mane a sera in qualunque spazio televisivo o di giornale) e visto il nostro affrontarla con metodi da stadio e da ultras; b) un meccanismo (psicologico) di rimozione ed esautoramento delle proprie responsabilità personali che, i residenti almeno, a livello di voto, scarsa o nulla informazione o transazioni clientelari con i politici, devono avere. Insomma, lamentandoci passiamo il tempo e crediamo mediamente di essere migliori di quelli che hanno reso il paese un cesso...altrimenti non so spiegarmi perché a ogni crocicchio c'è gente che protesta e poi le cose sono sempre immutabili.

Ps: io non so chi va ancora alla posta o in banca fisicamente, ma io ogni volta che ci capito ho sempre queste impressioni di imminente sollevazione popolare a giudicare dal tenore e dal tono delle conversazioni...fino ovviamente ad arrivare dalla sportellista capra che ci tratta poi tipo buoi.

Mi sembri abbastanza in sintonia con la mia amica basca. Temo anch'io abbiate ragione.

PS

Però io, qui nel milanese/brianzolo, noto una grossa differenza di atteggiamento tra le file in banca e le file in posta. Mentre nelle prime la gente borbotta quasi mai, nelle seconde c'è il clima di sollevamento che tu descrivi (di solito con urla tipo: "coi soldi delle mie tasse!").

Amato.....ma c'è ancora uno così???? bah....

stereotipi

ne'elam 8/1/2011 - 17:22

nel suo articolo gdl osserva

Anche per gli stranieri colti, troppo spesso l'immagine attuale dell'Italia è schiacciata sotto il peso di tre stereotipi: Berlusconi (vissuto come un mistero orripilante, premessa di ogni male), l'onnipotenza della mafia e della camorra, il pervadente oscurantismo del Cattolicesimo. Per il resto: approssimazione, inefficienza, arbitrio.

Saranno stereotipi ma non è che danno un'idea così distorta del bel paese. E poi come riassumono gli italiani colti la Francia, la Germania, etc...?

 

Re: stereotipi

palma 8/1/2011 - 17:26

Mi sbaglio ma neanche Oprah Winfrey mette in onda le corbellerie di Bruno Vespa sui miracoli, le vergini in lacrime, i bambini che risorgono.

Sul fenomeno di un bizzarro oscurantismo cattolico in Italia non vi e' nesuno stereotipo: in paesi altrettanto religiosi emettono meno scemenze.

Beh, ragazzi,  ieri ho comperato anch´io il Corriere ed oltre all´approfondita analisi di EGL ho trovato anche quest´altro pezzo interessantissimo di un tale Fidel (ma non quello che pensate voi…)

Finalmente ho capito tante cose...

E poi vi segnalo questa grottesca vicenda tutta interna al giornalismo di destra.

Seguo anche la stampa tedesca ed austriaca ma solo in Italy ho visto cose del genere.

 

e alla tv austriaca o tedesca trasmettono siparietti come questo?

io so che alla tv austriaca o tedesca trasmettono siparietti come questo:

http://www.youtube.com/watch?v=8L-e5Cvm-wQ

a ecco

loro parlano di fatti , cose concrete

beh, no, dai.

l'italianissimo programma Report tratta di cose molto più concrete e va molto più a fondo di questo servizio che invece assomiglia molto a quelli di "striscia la notizia " di dieci-quindici anni fa...

è il soggetto che viene intervistato il problema. perché il telespettatore austrotedesco potrebbe essere tentato ad impropriamente accostarlo all'attuale presidente della repubblica italiano!

 

Poche chiacchiere, Amato ha ragione. L'affermazione:

Come diceva giustamente Tommaso Padoa-Schioppa, noi siamo vittime della vista corta, e con la vista corta non possiamo vedere e preparare il futuro: come Gurdulù, il personaggio di Calvino immerso in un piatto di minestra, siamo immersi nel nostro presente.

fotografa perfettamente la condizione di chi non vede, guardando la storia di questo disgraziato Paese, le responsabilità proprie e della consorteria d'appartenenza, per aver praticato quella politica di folle e criminale spesa pubblica che ci ha condotti dove siamo. E che, ora, non solo non ammette colpe ed errori, ma propone che a pagare siano le vittime anziché i carnefici. A gente così io - che son cattivo e non possiedo la virtù (?) del perdono - confischerei anche le mutande, ed imporrei lavori forzati a parzialissima riparazione del male fatto.

Non più Dottor Sottile, dunque, meglio - e son cortese - Dottor Miope .....

economist?

ne'elam 8/1/2011 - 18:37

scrive nyt

Giuliano Amato, an economist and former Italian prime minister

economist? professore di diritto costituzionale sapevo... Comunque almeno per lui il silete di Voltremont è appropriato

Chissà se è il giornalista del NYT ad essere impreciso/ignorante, oppure se qualcun altro - lo stesso Dottor Miope o qualcuno della sua gang? - ha fornito la cazzata notizia al riguardo ....

Un paese infestato da economisti e commissari tecnici della nazionale di calcio...

Scusate l'ot, ma nel leggere di voltremont e del suo piano eversivo contro Colui che solo ci salverà dal sempre strisciante pericolo bolscevico, mi son ricordato che Boldrin aveva promesso per la Befana la seconda edizione riveduta e ampliata del libro. Ho cercato accuratamente nel carbone della calza, ma senza risultati apprezzabili.. quando avremo il piacere di sfogliare il nuovo libello?

 

Abbi pazienza Eugenio. Noi abbiamo mandato la nostra roba all'editore, a questo punto ci sono i tempi di stampa. Non te lo posso dire con sicurezza ma credo che per la fine del mese la nuova edizione dovrebbe uscire.

Un articolo nell'edizione domenicale del New York Times racconta della mancanza di prospettive dei giovani in Italia e più in generale nel Sud Europa. Anche The Economist dà il suo contributo.

Dagli articoli del NYT e dell'Economist, se li vuole considerare attendibili, risulta chiaramente non sa cosa fare dei suoi laureati. Se è cosí perchè non chiudere le università, o almeno parte di esse?

Più che dei laureati sembra che l'Italia non sappia cosa fare dei suoi giovani. I dati sulla disoccupazione giovanile sono un esempio, ma non il solo. Tieni conto che queti dati si riferiscono a chi cerca lavoro e ha una età compresa tra 15 e 24 anni, ossia tipicamente i giovani che decidono di smettere di studiare (gli studenti a tempo pieno non fanno parte della forza lavoro e quindi non entrano nel computo del tasso di disoccupazione). In verità credo non sia difficile dimostrare che, tenendo conto di quanto varia la probabilità di trovare impiego e il salario che si riesce a ottenere, la laurea in Italia resta un buon investimento.

Il problema dei giovani italiani non è che studiano troppo. Il problema dei giovani italiani è che vivono in una gerontocrazia.

 la laurea in Italia resta un buon investimento.

Sì, anche Cammelli (Almalaurea) a una conferenza ha confermato, usando i suoi dati (più del 50% delle Università statali italiane).

Qualcuno conosce David Lane? Da una ricerca veloce mi risulta essere il corrispondente dell'Economist per l'Italia. Il pezzo sul brain drain non è che sia il massimo dell'originalità (forse però pensava di inserirlo nel contesto dei dati su disoccupazione giovanile). E qualcuno sa se esistono dati più aggiornati, o siamo ancora a OECD (2005)?

Il problema dei giovani italiani non è che studiano troppo. Il problema dei giovani italiani è che vivono in una gerontocrazia.

Trovo difficoltà ad interpretare l'Italia lungo l'asse vecchi/giovani.

Trovo molto più convincente quello insider/outsider.

Gli operai FIAT (tanto per usare un caso di cronaca) o i dipendenti del privato mi sembrano tutti uniformemente fottuti, giovani o vecchi che siano.

I lavoratori professionisti, il piccolo commercio/servizi e coloro che accedono alle aree protette del settore pubblico (praticamente tutto, tolta l'istruzione pre-universitaria0 mi sembrano tutti uniformemente miracolati, giovani o vecchi che siano.

L'impressione che il problema sia giovani/vecchi mi sembra dovuta al fatto che i giovani sono una percentuale alta degli outsider e piccola degli insider, e viceversa.

Ma quel 50-60% d'Italia che paga le imposte (ed i contributi) per tutti e lavora a ritmi quasi cinesi ha scarsa rappresentanza mediatica e non si vede.

L'orgia giovanilistica scatenata da Corriere e Principe di Napoli mi sembra solo un'ottima maniera di occultare la vera contraddizione che, in mancanza d'un linguaggio migliore, oserei chiamare di "classe" o, almeno, "consorteria". Trasformare il tutto in una questione vecchi/giovani permette di diluire i problemi nel solito familismo italico e nel voemose ben, padri date una mano, ascoltate i figli, e via sparlando.

P.S. Una mia studentessa, che lavora sul college premium, mi dice che Italia e Spagna sono gli unici due paesi dove, secondo i suoi dati, è piccolo e continua a diminuire il differenziale salariale fra laureati e non. Temo il buon investimento sia dovuto solo al fatto che l'università costa molto poco e che, con il trucco del fuori corso, puoi farla a costo opportunità molto piccolo.

concordo, nel senso che mi da' l'impressione (non chiedetemi fonti e dati!) che la variabile "eta'", anche se comoda e "indicatrice", non sia in realta' la causa del disagio dei piu' giovani, ma la causa sia da cercare in altre variabili

questo fatto ha conseguenze enormi quando si tratta di passare all'azione, perche' se la politica (o chi altro) volesse trovare una soluzione, basterebbe fare appunto leva direttamente sul fattore anagrafico (come non so (appunto, essendo un fattore immodificabile se non con il tempo, individuare la causa del malessere nell'eta' impedisce ogni possibilita' di azione)), mentre se le cause sono altre e' altrove che bisogna agire

Trovo difficoltà ad interpretare l'Italia lungo l'asse vecchi/giovani.

Trovo molto più convincente quello insider/outsider.

Gli operai FIAT (tanto per usare un caso di cronaca) o i dipendenti del privato mi sembrano tutti uniformemente fottuti, giovani o vecchi che siano.

Concordo, la vera contrapposizione e' tra insider e outsider, e forse ancora di piu' tra chi opera in settori aperti a mercato e concorrenza internazionale, ma pur sempre oppressi dal fisco e dalle inefficienze statali italiane, e chi opera in settori protetti, tipicamente grazie a norme, omissioni e collusioni con lo Stato.

Tuttavia alla contrapposizione primaria si sovrappone anche una contrapposizione tra vecchi e giovani: i vecchi per esempio fruiscono tutti di norme estremamente piu' vantaggiose di conversione tra contributi previdenziali versati e prestazioni erogate o promesse. Nel settore degli operai FIAT una parte del salario dipende dall'anzianita' di servizio e anche questo danneggia i giovani.

Il contrasto tra giovani e anziani purtroppo riduce le possibilita' di ridurre la sperequazione tra insider e outsider, perche' agli outsider viene fatto baluginare il miraggio di diventare insider grazie all'anzianita' (ad esempio ad un contrattista a termine per la pubblica amministrazione viene riservata una corsia preferenziale per l'assunzione a tempo indeterminato).

Si', questo pure è vero. Il sistema pensionistico italiano è un grande crimine.

Gli studenti universitari che facevano casino a novembre e dicembre chiedendo risorse per l'università avrebbero dovuto richiedere che si tagliasse un 1 o 2 per cento di PIL dalle pensioni e lo si trasferisse all'università, altro che palle!

la vera contrapposizione e' tra insider e outsider, e forse ancora di piu' tra chi opera in settori aperti a mercato e concorrenza internazionale, ma pur sempre oppressi dal fisco e dalle inefficienze statali italiane, e chi opera in settori protetti, tipicamente grazie a norme, omissioni e collusioni con lo Stato.

Direi proprio che non si possa essere in disaccordo. E che i secondi, ovviamente, rendano la vita ancor più difficile ai primi, che perdono capacità di competere dovendo pagare costi più elevati - talvolta in misura davvero elevata - rispetto ai concorrenti basati altrove.

Ecco perché questa è una battaglia fondamentale, i cui risultati sarebbero positivi per la grandissima parte degli individui, pur se difficilissima perché - ça va sans dire - implica scardinare connivenze fortissime che includono i regolatori, dei quali si andrebbero a toccare gli interessi.

Per quanto riguarda la progressione salariale legata all'anzianità, si tratta dell'ennesima distorsione, che contribuisce ad allontanare la retribuzione da un efficiente legame con qualità ed utilità del lavoro che ciascuno svolge. Avrebbe senso solo in un'ottica collettivistica, più di welfare che di competizione, ma ormai è chiaro che tale logica non funziona e finisce per danneggiare tutti.

P.S. Una mia studentessa, che lavora sul college premium, mi dice che Italia e Spagna sono gli unici due paesi dove, secondo i suoi dati, è piccolo e continua a diminuire il differenziale salariale fra laureati e non. Temo il buon investimento sia dovuto solo al fatto che l'università costa molto poco e che, con il trucco del fuori corso, puoi farla a costo opportunità molto piccolo.

L'analisi raggiunge un livello di dettaglio tale da verificare se, considerando non solo i costi a carico dello studente ma anche quelli sostenuti dalla colettività, far laureare uno studente costituisce una distruzione di risorse?

NB non vi è alcun compiacimento da parte mia.

Certo, la risposta è no. L'evidenza è overwhelming, ma mi sembra tutto piuttosto ovvio, no?

Ora la questione delicata è un'altra: QUANTI studenti, per ogni data cohort, "conviene" laureare, da un punto di vista sociale? Questo è molto più complicato, ragione per cui lasciamo fare alla scelta individuale. Sino ad ora sembra che persino al laureato marginale convenga laurearsi.

Una mia studentessa, che lavora sul college premium, mi dice che Italia e Spagna sono gli unici due paesi dove, secondo i suoi dati, è piccolo e continua a diminuire il differenziale salariale fra laureati e non.

E' lo stesso dato che sorprese me, qualche anno fa, quando ancora studiavo e lavorai su una memoire suli processi di riforma dell'università italiana. Mi chiedevo (e ti chiedo) se questa non sia "responsabilità" anche del mondo dell'impresa (e, in qualche misura, del settore pubblico) che sembra non avre interesse a selezionare e pagare adeguatamente gli studenti migliori. Questo a sua volta non dà alle università gli incentivi giusti per competere a "sfornare" studenti migliori.

Temo il buon investimento sia dovuto solo al fatto che l'università costa molto poco e che, con il trucco del fuori corso, puoi farla a costo opportunità molto piccolo.

Qui non capisco a cosa ti riferisci... cos'è il trucco dei fuori corso e in che senso diminuisce il costo opportunità?

Sul primo punto: la domanda da farsi qui è la seguente. Se l'università italiana sfornasse una grande quantità di laureati molto preparati, visto che i salari qui sono bassi (almeno al momento) ed il "wage premium" per i laureati è basso, perché le aziende francesi, inglesi e tedesche, che pagano un premium invece alto per i propri laureati, non si riforniscono in Italia? Perché non si installano in Italia? Non sembra avvenire il che suggerisce che, o bene i nostri laureati in realtà non sono poi così buoni o i difetti del "sistema paese" sono tanti e tali da compensare per il guadagno che queste imprese otterrebbero potendo utilizzare mano d'opera qualificata a basso prezzo. Molto probabilmente (ma questo è puro tirar a indovinare) è una combinazione delle due cose. Il che spiega perché la crema tenda ad andarsene senza essere rimpiazzata: i laureati italiani molto bravi ed ambiziosi, che non hanno il "culo coperto" dallo studio di papà o dalla dritta che li piazza nel posto giusto, emigrano laddove guadagnano di più.

Le università, mi sembra, se ne fregano nel modo più completo della qualità dei loro laureati. D'altra parte, che l'ingegnere che si laurea sia bravissimo o meno, che differenza fa per i professori che tale laurea gli consegnano? I loro salari sono definiti per anzianità, le risorse dell'università non aumentano, le tuition non possono essere aumentate, eccetera. Zero incentivi ... zero risultati.

Seconda domanda. Semplice: se fai lo studente a tempo pieno, frequenti, fai esami regolari ogni semestre, eccetera, allora devi rinunciare a lavorare per fare esami, quindi rinunci ad un salario ed il costo di andare all'università è alto. Se puoi fare gli esami tutti i mesi sino a che non li passi e puoi andare fuori corso di due, tre, quattro anni a costi risibili, allora lavori e nel frattempo vai all'esamificio a tentare la lotteria una volta al mese. Il costo opportunità è molto più basso, quindi anche se la laurea vale poco perché apprendi poco continua a rimanere conveniente.

Aggiungi che la decisione non è individuale ma collettiva della famiglia: per farla breve, ti mantiene papà. La famiglia fornisce servizi (e pocket money) in quantità sufficiente per vivere benino anche senza lavorare. Il costo -opportunità per molte lauree è in funzione di un reddito atteso basso ed il  il tasso di sconto è alto.

Un terzo fattore di rischio è costituito dal fatto che il rendimento economico di una laurea può essere influenzato negativamente dallo sviluppo tecnologico: se oggi mi iscrivo a medicina perché so che i medici trovano lavoro facilmente, questo sarà ancora vero tra cinque anni quando mi sarò laureato? Se questo è il caso, molti giovani avversi al rischio non si iscrivono volentieri all’università. D’altra parte, una laurea può essere anche pensata come un’assicurazione contro il cambiamento tecnologico, se è vero che i laureati hanno maggiori capacità di adattamento alle nuove tecnologie. E allora, i giovani avversi al rischio dovrebbero iscriversi in massa.

Gli studenti italiani non solo hanno i genitori fuori mercato (molti che lavorano nella PA per esempio), ma sono indotti a pensare che possano laurearsi in materie che sono già fuori mercato ancor prima di iniziare il corso di laurea e non solo in Italia ma a livello mondiale. Il mercato della scuola che faceva da ammortizzatore sociale per esempio è finito, ma non solo quello.

è ora di finire di laurearsi in minchiologia fritta e questo ai ragazzi non si spiega bene perchè, i genitori stessi provengono da una cultura e modus operandi che spingono il figlio ad una laurea a prescindere e  il rischio tecnonogico è già noto per parecchi sbocchi professionali già nel momento di iscrizione all'università.

Il  corso di laurea quindi viene scelto per mentalità  e facilità, non per passione o sbocco professionale,  siamo pieni di laureti che non servono ad una beata mazza a livello mondiale e ne stiamo portando sul baratro tanti altri.

 

Per far (s)contenti quelli che pensano che noi qui si passi il tempo a tessere le lodi di Francesco Giavazzi, in chiusura di domenica un grazioso (si fa per dire) lettore mi ha segnalato questo.

Nel medesimo appare la seguente

Il surplus cinese (oltre 200 miliardi di euro) è in gran parte il riflesso della pirateria informatica. Il valore delle esportazioni supera quello delle importazioni anche perché i cinesi copiano la maggior parte del software che usano. Se acquistassero le licenze, il saldo sarebbe molto più vicino al pareggio. La tutela dei diritti di proprietà è la prima cosa da chiedere a Pechino.

Ed allora pensi che dire "100" quanto sono 95 (o 89, o anche due di meno, non formalizzatevi ...) le università italiche è una cosa niente, una quisquiglia, una pinzillacchera in confronto a questa dei 200 miliardi di euro dovuti alla "pirateria informatica" ...

Se solo il WTO facesse il suo dovere forzando i cinesi a "pagare il dovuto" il famoso saving glut scomparirebbe. E' semplice semplice la politica economica globale, no?

Sono le 3.50 AM e dovrei studiare, indi non mi dilungo sul perche' io ritenga quell'estratto abbastanza controverso. Despite my  lack of  interest, qualche dato.

La tabella e' parte di un report piu' corposo commissionato dall'International Intellectual Property Alliance. Lo trovate qui.

Vi precedo, lo studio affronta il problema da un punto di vista strettamente amerikano.

Uno studio BSA giunge alla conclusione che una riduzione della pirateria in Cina nei margini del 10% comporterebbe:

<< IT sector’s contribution to the Chinese economy could be even bigger if China’s PC software piracy rate were to be lowered 10 percentage points over the next four years, creating an additional 355,000 jobs, $20.5 billion in local industry revenues and $1.6 billion in additional tax revenues for federal, regional, and local governments...>>

Ed ancora:

<< Therefore, a 10 percentage point drop in PC piracy not only impacts the performance and economic contributions of the overall software industry, but also ripples outward into the IT services and distribution sectors, each of which is larger than the software industry itself>>.

Suppongo Giavazzi non abbia che moltiplicato per 10, peccato che nel suo  pezzo non si parli ne' della differenza tra perdita virtuale e reale ne' del rapporto esistente tra il risparmio delle imprese private e l'eventuale surplus statale.

Scontato il rinnovato impegno delle autorita' cinesi nella lotta  ad ogni forma di copyright infringement, e' proprio quelll'equazione ad essere poco chiara:

200 miliardi software pirata =  200 billion surplus

Non potrebbero in Cina optare per l'open source e comunque risparmiarli quei 200 (ipotizziamo sia la cifra giusta) miliardi? 

Ancora, come si fa a dire che siano proprio quei 200 miliardi a rinfoltire il borsino cinese. Insomma, il pezzo di Giavazzi mi pare surreale. Forse sarebbe stato onesto evitare di cercare scuse e dire che i cinesi e' probabile ci sappiano fare a prescindere.

<< Therefore, a 10 percentage point drop in PC piracy not only impacts the performance and economic contributions of the overall software industry, but also ripples outward into the IT services and distribution sectors, each of which is larger than the software industry itself>>.

Chissa se l'aumento di costi negli altri settori sarebbe tale da inibire questo guadagno. Business software 1488.0 è una tassa non da poco sulle imprese se venisse applicata la regolamentazione sul copyright!

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