Lo Sfigato e il Loser

11 ottobre 2006 giorgio topa

In Italia, se le cose ti vanno male, vieni piantato dalla donna, guadagni pochissimo e non puoi permetterti la macchina nuova o la settimana bianca, sei uno sfigato. Negli Stati Uniti una persona nella stessa situazione (mutatis mutandis) viene chiamata "loser" (perdente). Questa differenza, apparentemente solo linguistica, nasconde in realta' una profondissima differenza culturale di atteggiamento di fronte al rischio e al concetto di responsabilita' personale.

Il termine "sfigato" in Italia e' come il prezzemolo: si trova dappertutto. Perfino in questo dotto sito, qui qui e qui (per citare solo gli articoli piu' recenti). Una breve ricerca su google produce uno sfigotest, un vecchio articolo anni settanta su tale Giancarlo Alessandrelli, portiere di riserva della Juve che alla partita di esordio (ultima di campionato 78-79), con la Juve in vantaggio per tre a zero si fece rifilare tre gol nel giro di 25 minuti, e il testo di una canzone intitolata "sei uno sfigato".

Negli Stati Uniti, il termine equivalente e' "loser", perdente. Seguendo il mio personalissimo metodo scientifico di applicare la medesima ricerca google al termine loser come a sfigato, si producono i seguenti risultati: un film intitolato "Loser", un Loser Quiz (tema ricorrente, il test!), e una comic strip il cui personaggio principale e' "The Born Loser".

Questa straordinaria equivalenza puo' sembrare una semplice curiosita', ma a ben guardare si rivela molto piu' significativa. La radice di sfigato e' - chiaramente - la sfiga, ovvero la sfortuna, il destino avverso. In altri termini, non e' colpa mia se ho un lavoro di merda, porto gli occhiali spessi come fondi di bottiglia, sono rachitico, le donne non si accorgono neppure che esisto, e il sabato sera invece di uscire mi dedico all'autoerotismo guardando i video porno (quelli gratis, brevissimi e a bassa risoluzione) al computer. No, non e' colpa mia, e' il fato crudele che si accanisce contro di me. Il corollario, importantissimo, e' che contro la sfiga non si puo' fare nulla, perche' e' inutile lottare contro il destino - ce lo insegnano, per prime e da molti secoli, le tragedie greche. Anzi: piu' ti dimeni piu' il destino ti schiaccia. Ed allora, secondo corollario, chi te lo fa fare? Se contro il destino non si puo' fare nulla, e' inutile che mi dia da fare per cercare un lavoro migliore, che faccia l'operazione col laser per buttare via gli occhiali, che vada in palestra per attirare le donne, ecc. Tanto, sfigato sono e sfigato resto.

Negli Stati Uniti invece, il loser e' chi perde. Chi ha perso. Ma - di nuovo importantissimo - aver perso vuol dire che almeno hai giocato. Hai giocato, hai incontrato un avversario piu' forte di te, e hai perso. Implicito nell'uso di questo termine e' che magari, se gioco di nuovo, e mi impegno di piu', la prossima volta vinco. Implicito, anche, e' che (a) il fato avverso non c'entra nulla (o comunque poco), e che (b) se ho perso vuol dire che la responsabilita' e' mia. Sono io che ho perso, non il fato che mi ha tolto una cosa che mi spettava di diritto. E quindi sono io direttamente responsabile del mio stato di loser.

Oserei dire che c'e' un'ulteriore differenza di atteggiamento psicologico: in Italia il fato e' quasi per definizione crudele ed avverso. Negli Stati Uniti invece se gioco il risultato e' aleatorio, ma gli "odds" non sono necessariamente a mio sfavore. Mi puo' andare bene come mi puo' andare male ("win some, lose some").

Allora la differenza diventa davvero illuminante di una profonda diversita' culturale fra Italia e Stati Uniti. Lo stato di sfigato come conseguenza della sfiga, contro cui non posso farci nulla e di cui non sono responsabile. Lo stato di loser come conseguenza di una partita che ho giocato e perso, e di cui sono quindi responsabile. Il rischio come foriero di conseguenze disastrose (che sfiga!), contro il rischio come partita aperta e che come tale puo' anche portare alla vittoria.

Il fatto che le stesse identiche situazioni vengano descritte, in Italia, dal termine sfigato, e negli Stati Uniti dal termine loser mi sembra possa spiegare (o sia comunque indicativo de) la profonda diversita' di atteggiamento nei due paesi di fronte al rischio, di cui si parlava su questo stesso sito a proposito di precariato, di imprenditoria, di innovazione. In Italia un lavoro precario viene vissuto come fonte di preoccupazione e di malessere; la ricerca va intrapresa solo se comunque si ha una "rete di sicurezza"; e chi lascia un posto fisso per uno incerto viene considerato un pazzo. Negli Stati Uniti si e' molto piu' disposti ad accettare il rischio, ad abbandonare una carriera sicura per iniziare un'attivita' in proprio nel garage sotto casa, a spostarsi in un posto sconosciuto e ricominciare da zero.

Strettamente connessa alla differenza di atteggiamento di fronte al rischio e' la presenza o meno del concetto di responsabilita' personale. Come dimostrano perdonismo, indulti, condoni, e amnistie varie, in Italia questo concetto e' molto debole. Chi sbaglia avra' anche sbagliato, ma e' soprattutto un po' sfigato, e come tale va perdonato ed accolto come la pecorella smarrita. Negli Stati Uniti chi sbaglia e' responsabile del proprio errore, ed e' pacifico per tutti che ne debba pagare le conseguenze.

Aveva proprio ragione Fiorello La Guardia a dire "Coraggio!". In Italia, oggi piu' che mai, ce n'e' davvero bisogno.

 

15 commenti (espandi tutti)

In effetti, mi ritrovo tante volte a dire: "ma quanto sono sfigato",
e` un fatto culturale. Penso anche che ho sviluppato il concetto
direttamente relazionandolo al successo con le donne, ma mai con il
lavoro o lo studio.  Per cui se una giapponesina o indiana carina
non me la da` parte il loop: "ma quanto sono sfigato con le femmine"
mentre per il lavoro o lo studio tendo a dire che "i get what i
deserve", per cui mi incentivo a lavorare.

Mi hai comunque fatto tornare in mente questo paper di Benabou e Tirole

http://www.wws.princeton.edu/rbenabou/beliefs%20qje%201%20web.pdf

In
particolare notare la correlazione di questo "sfiga-belief" sulle
policies (figure 1) che e` davvero impressionante! La causalita` e` un
po` da dimostrare pero`...

Gli italiani aborrono una riforma
dell`articolo 18 perche` culturalmente sono simpatetici con gli sfigati
o sono simpatetici con gli sfigati perche` per anni hanno avuto queste
policies?  

Beh, prima di tutto complimenti per il sito che leggo con molto piacere.

Se uno ha vissuto in Italia e Usa, difficilmente  non e' colpito dal diverso attegiamento verso la responsabilita' individuale nei due paesi. Mi sembra (forse mi sbaglio) che nel post si sostenga che cio' lo si puo' far risalire a differenze culturali. Non sono del tutto convinto. Perche' queste credenze non cambiano col tempo? Alesina e Angeletos hanno un paper, ("Fairness and Redistribution") su AER 2005 dove mostrano come queste credenze siano autoavverantesi.

Gli individui credono che il successo dipenda molto dalla fortuna; siccome trovano questo ingiusto, per correggere cio', votano un'alta tassazione. Ma con tasse alte il successo di fatto dipende molto dalla fortuna (clientelismo, raccomandazioni etc.) e quindi le credenze si confermano in equilibrio.

Beh, l'idea di fondo mi sembra convincente. Qui in Usa, per la maggior parte un'opportunita' e' facile crearsela da soli. E se uno ha successo, alla fine "s/he made it". In Italia troppo spesso no: tuo padre ti compra la casa quando ti sposi, l'amico di famiglia ti trova il lavoro, se non conosci ti operano dopo un anno ecc. E quindi, se finisci male, puoi sempre, non del tutto implausibilmente, accusare qualcun altro.

Queste credenze, poi, una volta formatesi storicamente, possono avere una persistenza loro e diventare esogene in qualche misura. Bad news for us, perche' diventa dunque piu' difficile coordinarsi ad uscire dal cattivo equilibrio per andare nel buono. Dopotutto, Marx e l'enciclica sociale non si dimenticano facilmente.

Tommaso, ti ringrazio per i complimenti e per la segnalazione (in verita', altri editori di nFA me l'avevano gia' segnalato in fase di preparazione del testo, ma per pigrizia non l'avevo citato).

La cosa piu' interessante di Alesina-Angeletos mi sembra la statistica riportata all'inizio: "Il 71% degli Americani (contro il 40% di Europei) ritiene che i poveri potrebbero diventare ricchi se solo s'impegnassero di piu'. E una proporzione maggiore di Europei che di Americani (25% contro il 16%) ritiene che i soldi e il successo dipendando in gran parte dal fato." (libera traduzione del sottoscritto).

Sono d'accordo che uno puo' scrivere un modello con equilibri multipli in cui l'opinione che il successo dipenda dal caso puo' essere corretta in equilibrio. Ma uno deve anche chiedersi come mai un'economia non si schiodi, coll'andare del tempo, dall'equilibrio che e' chiaramente inferiore, dal punto di vista del benessere generale.

Credo anch'io che la cultura abbia una forte persistenza, e che sia molto difficile farla spostare da certe posizioni. Secondo me ci vogliono almeno due o tre generazioni. D'altra parte, se cambiano gli incentivi, gli atteggiamenti culturali possono cambiare abbastanza in fretta: si veda, ad esempio, la "cultura" delle welfare mothers americane, abituate a campare e fare figli sulla pubblica assistenza, che sono rientrate velocemente nella forza lavoro una volta cambiata la struttura del welfare a meta' anni novanta (vedi anche il pezzo di alberto sul congresso americano...)

Osservazioni/quesiti.

(1) Come ben sappiamo tutti, letteralmente: tutti, gli italiani, francesi, spagnoli, portoghesi, greci, eccetera, che arrivano qui (e non solo quelli che vengono per il PhD, anche quelli che vengono ad aprire ristoranti) si adattano immediatamente all'idea che "chi non lavora non mangia" ossia che "aiutati che il ciel t'aiuta". Insomma, si fanno il mazzo e smettono di credere nelle loro credenze che tutto di deve alla fortuna. Delle due l'una: e' tutta self selection? E, se non e' self-selection, com'e' che gli cambia la cultura profonda appena consegnano il modulo azzurro a quelli di US Custom? Okkio a rispondere che "fanno quello che fanno gli altri", gli equilibri con sunspots/beliefs non sono stabili a perturbazioni di questo tipo.

(2) In Italia, negli anni 50 e 60 del secolo XX, lavoravano tutti come matti e c'era il miracolo economico. Quando son cambiati i beliefs? Qualcuno puo' indicare il dito che gli italiani si son messi a guardare mentre il dito indicava invece la luna? La stessa domanda si puo' ripetere, con ancora piu' forza, per: Spagna (dal 1959 al 1974, poi dal 1986 ad ora), l'Irlanda (dal 1986 ad ora), l'Inghilterra (da Maggie in poi), i paesi Baltici (da meta' anni '90 in poi), il Cile (post Pinochet) ... l'elenco continua. Poi ci sono anche gli esempi a rovescio, il Portogallo (dal 1995 ad ora), i Lander tedeschi dell'est, il Giappone (tra 1993 e 2003), l'Argentina (dagli anni '30 in poi) ... Di nuovo, okkio a indicare cambi di politica, non vale.

(3) La provincia di Belluno (o di Rovigo, Treviso, Udine, ...) e quella di Enna (o di Catanzaro, Napoli, ...) vivono in equilibri differenti? Ricordo lo studio di Andrea Ichino sui dati micro di quella grande banca i cui lavoratori, nel muoversi da Nord a Sud e viceversa cambiavano completamente comportamento ...

 

 

 

 

Grazie delle risposte. 

Mi trovo d'accordo con le vostre osservazioni: non tutto (forse neppure un po') si spiega con le credenze. Ma questo non era il mio punto e probabilmente la citazione del paper di Alesina non mi ha aiutato nell'esprimerlo.

Nell'equilibrio descritto da Alesina le credenze supportano l'alta tassazione che supporta le credenze. Il primo canale (dalle credenze all'alta tassazione) ha un qualche ascendente su di me se ripenso all' "ora anche i ricchi piangano" che ha informato la Finanziaria.

Pero' a me interessava soprattutto il secondo canale (dall'alta tassazione alle credenze): volevo rimarcare come la differenza di credenze dipenda dalla differenza nelle realta' economiche che italiani e americani fronteggiano. Credo, per esempio, che le credenze in Italia non siano solo un fatto culturale (non dipendono, cioe', solo dai sermoni uditi da piccoli o dalla lettura del Manifesto in seguito) ma dipendano in buona parte dal fatto che gli italiani si ritrovano spesso in una realta' ingessata e clientelare.

Insomma, il post iniziale mi sembrava un po' troppo "sociologico"  e troppo poco economico per i miei gusti!

sono mesi che in questo blog  in un modo o nell'altro, sulla palestina, sull'immigrazione, etc. dico "iincentivi, incentivi" e tu mi  rispondi "la cultura, la cultura! i mussulmani non cambieranno mai"

sono contento di vedere che hai cambiato idea :-)

Scusate, io capisco le ragioni di chi ha scritto prima di me e condivido buona parte dell'analisi. Ma stiamo anche attenti a non esagerare con la glorificazione del sistema americano, perche' non e' che qui siano tutte rose e fiori. Ritengo che tutti quelli che scrivono su questo blog siano troppo intelligenti da farsi indottrinare con modellini neoclassici al punto da credere che il mercato sia una soluzione per tutto e che basti togliere ogni ostacolo a questo perche' tutti possano vivere in un mondo migliore. D'altra parte sono sicuro che quelli di voi che vivono in citta' abbastanza grandi si rendono conto, per esempio, che in molte di queste citta' esistono ancora interi quartieri segregati--quartieri in cui la storia che se sono sfigati e' solo colpa loro perche' non sanno sfruttare le mille opportunita' del mercato probabilmente non funziona.

Io sono convinto che le mie siano ovvieta' note a tutti su questo sito, ma per favore confermate questa convinzione, perche' altrimenti l'unico messaggio che passa da questo blog--che rispetto moltissimo, come tutti i blog intelligenti--e' che invece di fare critica sociale qui si sia piu' realisti del re.

caro bebra,

grazie del commento, certamente pertinente. Riguardo ai quartieri segregati delle citta' americane, mi permetto di fare qualche osservazione, visto che (a) vivo in una di queste citta', e (b) ho scritto qualcosa proprio sulla distribuzione della disoccupazione per quartieri, e sugli spillover informativi che possono accentuare la disuguaglianza di risultati [vedere, per chi fosse interessato, "Social interactions, spillovers and unemployment" Review of Economic Studies aprile 2001, Vol.68 n.2]. Pare proprio che questi spillover esistano, e come tali influenzino la probabilita' di trovare lavoro, eccetera. Sappiamo anche che diverse citta' (come Chicago, ad esempio) hanno cambiato la loro politica di edilizia pubblica per evitare che gli sfigati venissero a trovarsi tutti chiusi nello stesso quartiere degradato, da cui poi risulta difficile venir fuori. Quindi spazio per interventi correttivi ce n'e' (vedi anche la discussione su questo sito riguardo una possibile riforma del sistema universitario italiano).

Da questo pero' a dire che tocchi allo stato intervenire per correggere eventuali asimmetrie informative o per tenere conto della presenza di esternalita' ce ne vuole. In altri termini, il fatto che esistano situazioni in cui l'equilibrio di mercato non raggiunge l'allocazione efficiente e' pacifico, ma questo non vuole automaticamente dire che allora deve intervenire lo stato. Forse che i governanti sono onniscienti, incorruttibili ed infinitamente benevolenti? Siamo sicuri che lo stato possa fare meglio del mercato? L'evidenza empirica suggerisce di no, che anzi quasi sempre lo stato distorce, crea clientelismi, rendite di posizione, corruzione, e chi piu' ne ha piu' ne metta. Non tutto e' rose e fiori negli Stati Uniti, ci mancherebbe, ma le possibilita' di mobilita' sociale sono di sicuro piu' alte qui che in Italia.

Lo Sfigato e il Loser

HR 16/10/2006 - 22:10

solo poche righe...

e' vero loser e sfigato derivano da due concezioni culturali differenti, ma la differenza deriva dalla storia; la storia è più importante di quello che sembra.

Quando ho fatto l'esame di diritto pubblico mi hanno fatto leggere un libro sulla nascita delle costituzioni: allora mi sembrava inutile... negli anni è diventato illuminante per capire la filosofia delle nazioni, del diritto  e alcuni concetti.

La costituzione Italiana mette in primo piano lo Stato, i suoi doveri e le sue podestà. Perchè questo: perchè l'Italia e nata da un insieme di stati (ducati e ducatini..) che sono stati uniti un po' a forza. Ecco che il cittadino è visto come un soggetto passivo: "lo sfigato" che deve muoversi per sopravvivere al soggetto principe; lo stato che stabilisce la concezione di cittadino italiano che vuole.

Gli emendamenti americani, neanche costituzione, derivano dalla dichiarazione di indipendenza. Una situazione storica totalmente diversa da quella italiana. Non bisognava unire un po' a forza un insieme di ducati e ducatini ma dare sovranità a un popolo che si voleva affrancare dall'Inghilterra. Un popolo che voleva essere nazione ma che soprattutto reclamava le libertà dalla terra natia. Ecco che si mette in prima persone non lo Stato ma le libertà individuali. Per questo motivo l'americano non è lo sfigato soggetto alla podestà dello stato, ma è la persona libera artefice della propria esistenza con le sue libertà intoccabili difese dalla dichiarazione di indipendenza.

Forse è solo questione di prospettiva, ma la prospettiva, soprattutto se è storica, è importante.

 

Che ne pensi Giorgio?

 

 

Immagino che Giorgio risponda piu' tardi, dopo aver messo a letto la prole. Poche parole per dire che mi sembra una prospettiva molto interessante. Qualche commento. 1) Mi chiedo se la tua congettura regga di fronte all'evidenza cross-country. Due datapoints mi sembrano un po' pochi. Mi viene in mente il Regno Unito, che al momento della nascita come nazione non si doveva affrancare da nessuno. Eppure la passione per le liberta' individuali e' fortissima anche li'. Altri ben piu' qualificati di me potranno intervenire su questo punto. 2) Noto un po' di confusione a proposito dei documenti fondamentali degli Stati Uniti. La dichiarazione di indipendenza sancisce l'indipendenza, appunto, dalla Gran Bretagna. Trattasi di una paginetta che non ricordo faccia menzione delle liberta' individuali. Gli Stati Uniti hanno anche una Costituzione scritta, che tra l'altro detta i principi fondamentali dell'organizzazione dello stato e sancisce i diritti inviolabili dei cittadini. Siccome erano di fretta, gli estensori della Costituzione si dimenticarono diverse cosette, tra cui l'abolizione della schiavitu', la parita' uomo-donna,... Pertanto si e' creduta cosa e buona e giusta emendare la Costituzione con articoletti detti appunto Amendments. 3) Quello che tu chiami storia, in questo caso io lo chiamo status-quo. Dove sta scritto che non si puo' cambiare? Dopotutto durante i millenni si sono visti cambiamenti ben piu' ecclatanti.

concordo con il tuo punto di distinguere tra storia e status quo e, soprattutto, sul fatto che il secondo non esclude la possibilita' di cambiare prospettiva. Se e' vero che e' piu' difficile prendersi la responsabilita' dei propri errori piuttosto che assumere che siano dovuti al passato, alla sfiga o ad altre exogenous disturbances (vero nella vita e, ahime, nei modelli di rational inattention che scrivo), e' anche vero che rischiare di sbagliare e' molto piu' divertente che essere guidato da qualche forma di errore esterno. Un italico antico lo aveva capito quando diceva "Faber est suae quisque fortunae"..ma forse questa parte di storia/cultura e' stata (razionalmente) dimenticata?
troppo tardi per filosofeggiare, quindi good night and good luck.

Ottima congettura, quella di Gian Luca...! :)

Sono d'accordo con le osservazioni di GL. E' certamente vero che la prospettiva storica e' importante ("il peso della storia", dice mio suocero), pur tuttavia le situazioni possono mutare nel tempo abbastanza in fretta. Su questo sito battiamo molto sul tasto degli incentivi: basta pensare a come siano cambiati i comportamenti delle "welfare mothers" una volta cambiata la struttura del principale programma di assistenza pubblica qui negli States; a come siano cresciute le economie di Irlanda, Spagna, Estonia, e tanti altri paesi una volta fatte riforme strutturali che dessero piu' spazio al mercato; a come l'Iran sia diventato una dittatura islamica fondamentalista (sto leggendo in questi giorni "Iran awakening" di Shirin Ebadi, premio nobel per la pace nel 2003) dopo essere stato per decenni un paese islamico abbastanza moderato; eccetera.

Un altro commento, forse ortogonale: il diritto costituzionale e' affascinante. A me colpisce soprattutto il problema di come far si' che una costituzione non resti lettera morta ma sia effettivamente implementata. Come GL, mi appello anch'io ad altri ben piu' qualificati di me, nella speranza che intervengano nella discussione.

Non sono piu' qualificato, ma mi ricordo un paio di cose apprese in passato.

Il trucco e' semplice: basta che non ci sia nulla da implementare che non sia una regola o procedura, insomma un meccanismo di quelli che piacciono a Sandro. Le costituzioni piene di "desiderata" e di "bisogna che" e di tante buone cose del genere, sono difficilissime da implementare, specialmente perche' quasi tutte promettono il paradiso in terra.

Le costituzioni che funzionano sono quelle che danno regole semplici di funzionamento del sistema politico-istituzionale, del tipo "per eleggere questo o quello vale la seguente procedura", "la liberta' di parola e' intoccabile", "il parlamento e' composto di 320 deputati eletti su base ..." eccetera.

Per questo la costituzione americana, che pure e' andata nel tempo riempiendosi di desiderata di tutti i tipi, continua ad essere un modello: ne ha infinitamente meno delle altre (di sogni e promesse) e tende a dare regole di comportamento, garanzie personali, e molti meccanismi, puri e semplici meccanismi da mettere in pratica.

Finche' t'attieni al meccanismo, alle regole del gioco, diventa molto piu' facile fare cio' che c'e' scritto; e' quando cominci a dire che tutti hanno diritto ad un lavoro e ad un reddito dignitoso che ti sei cacciato nei guai, specialmente con quel "dignitoso" ... 

Sul tema io consiglio sempre a tutti lo stesso punto di partenza W. Riker, Liberalism against Populism.

Lo Sfigato e il Loser

HR 17/10/2006 - 11:37

Sono d'accordo con Gian Luca e Giorgio che le cose possono cambiare e devono cambiare ma...   tre osservazioni alle vs osservazioni:

1 i cambiamenti culturali sono lenti e ci vogliono anni (e questo mi manda in depressione! Forse i miei nipotoni li vedranno...)

2 e' vero ho fatto confusione con i documenti, ma solo per evitare di essere tedioso. Il discorso di fondo che per me rimane comunque valido è: la costituzione italiana ha come attore principale lo stato, implicitamente come prima cosa sottolinea che c'e' uno stato italiano e poi detta le caratteristiche del cittadino che vuole avere (e sono caratterisitche modernissime.. anche se teoriche e difficlmente applicabili come sottolineava Michele; manca di pragmatismo); gli emendamenti americani reclamano innanzittutto la libertà individuale, forte e affrancata anche da un potere statale che non può nenache permettersi di delinearla. La libertà è sacra

3 GianLuca, non vado a rivedere il libro di storia perche' sono al lavoro. Rimembrando però... mi sembra che anche in Inghilterra ci fosse un regno con un signore assoluto e anche in quel caso ci furono i nobili, suoi sudditi  che riuscirono a strappare un po' di potere per avere maggiori libertà. Anche in quel caso il problema non era costituire uno Stato ma reclamare libertà... un po' come negli Stati uniti un bel po' di tempo dopo. 

Nel 1861 in Italia la situazione era diversa. Non c'era un popolo che reclamava libertà ma si aveva unito un collage di regni sotto la memorabile banidiera dei Savoia. Una immacolata dinastia se non altro perchè si è sempre distinta da quella che può essere definita responsabilità. 

Vero, verissimo anzi, e dirò di più: sono un bancario, e nel posto dove sono questa differenza risalta moltissimo; svolgo una seconda attività, per guadagnare di più, ma soprattutto perché so che in banca se rendo 1 ho 100, se rendo 1000 forse ho 120. Lavorando per conto proprio invece non è così, ma noto che nel posto dove lavoro, come presumo anche in altri, si vuole la mediocrità, e se uno come me si sente "loser" piuttosto che "sfigato" viene messo al bando, attraverso battutine o peggio, ed è molto scivolare nel mobbing: nessuno ti dice che ti è stato dato un cervello e che è tuo dovere usarlo, intendo non solo per questioni lavorative, ma dal lato creativo, per esempio, e che la mente umana ha dell'incredibile. Insomma, se io divento consapevole delle mie capacità poi do fastidio, mentre se mi lamentassi troverei persone molto contente di compatirmi, perché tanto le cose vanno così...

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti