Ma proprio mai ...

23 luglio 2010 michele boldrin

Una piccola diatriba estiva, con un paio d'implicazioni non estive.

La lettera di Roberta De Monticelli, che apre il caso, e gli altri elementi della diatriba.

A me sembra che:

1) La De Monticelli abbia ragione da vendere: quanto sostiene non è nemmeno da discutere, sempre che i criteri siano quelli della deontologia professionale dell'accademia internazionale. In particolare, vorrei sottolineare questa frase:

«Chiedere a lei e non a uno degli altri quattro neolaureati se poteva nascere una facoltà di Economia sul pensiero dell'autore sul quale verteva la sua tesi, davanti al presidente del Consiglio, conteneva un'implicita richiesta di finanziamento. E Barbara Berlusconi, che magari potrebbe anche diventare una grande economista, gli ha risposto di sì».

Un episodio del genere non potrebbe accadere in alcuna istituzione, privata o pubblica, del paese dove lavoro o dei paesi nei quali la dignità accademica viene presa sul serio. Nessun presidente o chancellor o rector si sognerebbe mai d'assumere un simile comportamento pubblico e, se lo facesse, dovrebbe dimettersi il giorno dopo su richiesta del corpo docente. Ora questo al San Raffaele non succederà perché, in classico stile italiota, il signor Verzé è padre e padrone dell'istituzione - ossia, Cacciari è pro-rettore: perché il rettore a vita è Verzé; vicario: perché sino all'altro giorno ne avevano un altro. Il signor Verzé gode di tale assoluto potere per grazia ricevuta e volontà di dio e dei suoi rappresentanti italici - fra cui oggi spicca BS come un tempo spiccava Craxi.

2) Al momento Roberta De Monticelli sembra essere l'unica docente del San Raffaele che abbia avuto il coraggio di stigmatizzare pubblicamente un tale comportamento. L'omertà accademica italiana continua e si fa ogni giorno più pesante, ogni giorno più triste, ogni giorno più dannosa.

3) La risposta di Massimo Cacciari e Michele Di Francesco alla De Monticelli è sia non dovuta, che insufficiente, che ipocrita.

È non dovuta, perché un docente ha tutto il diritto di dire ciò che vuole, incluso criticare l'istituzione per cui lavora, senza che le "autorità preposte" emettano un comunicato stampa ad ogni dichiarazione critica. Se così non fosse i presidenti ed i chancellors delle grandi università USA passerebbero le loro giornate a confezionare comunicati stampa. Anzi, comunicati stampa di questo tipo denotano un certo cattivo gusto ed una coda di paglia particolarmente secca. Quasi già in fiamme, direi, a giudicare dal tono della missiva e dalle parole di scomunica che essa contiene nei confronti dell'eretica.

È insufficiente, perché la lettera della De Monticelli menzionava solo marginalmente la lode attaccata al 110 mentre si concentrava, giustamente, sul trattamento differenziale riservato alla signora Berlusconi e sulle umilianti parole pronunciate dal rettore. Su questi temi la risposta di Cacciari e Di Francesco glissa, menzionando un atteggiamento "paterno" (come in "paternalismo", per caso?) del rettore verso gli studenti. Forse che il medesimo Verzé assiste a tutte le sedute di laurea e chiede a tutti coloro che si laureano al triennale con 110 e lode se sarà possibile un giorno finanziare (oops, far nascere) una facoltà di economia al San Raffaele? Suvvia, signori, siamo seri!

È ipocrita, perché è una lettera servile e lo è in tutte le direzioni sbagliate. È servile nei confronti del padre-padrone (quello, appunto, con l'atteggiamento "paterno": ma non è prete?) dell'università di cui sono dipendenti: ma come si fa? Lo è nei confronti della signora Berlusconi e, ovviamente, del di lei signor padre (che dovrebbe avere il buon gusto d'evitare che le lauree della sua prole si trasformassero in palcoscenici per il suo parlare a vanvera, mettendo in secondo piano gli ALTRI studenti che pure si laureano in quell'occasione e che, pur figli d'un padre minore, hanno diritto ai loro tre minuti al sole) che un giorno o l'altro, o ben come Primo Ministro o ben privatamente, il favore al San Raffaele lo fa. [Su quest'ultimo punto, guai a chi se ne esce con affermazioni inconsulte sulle università USA che fanno fund raising: lo fanno, eccome, e contribuisco io stesso a quello della mia. Ma, appunto, facendo estrema attenzione ad evitare squallori di questo tipo!]

Ma l'ipocrisia del testo di Cacciari e Di Francesco è accentuata da quel riferimento finale alla santità dei concorsi, vero baluardo dell'università italiana e garanzia dell'alta qualità scientifica dei docenti che nella medesima insegnano: ma chi volete gabbare?

A questo punto due righe aggiuntive, che spiegano il titolo. Si, perché uno dei due firmatari della non dovuta, insufficiente ed ipocrita scomunica di Roberta De Monticelli si chiama Cacciari Massimo, fu sindaco di Venezia, esponente visibile del PD ed ora leader di un altro movimento ancora.

Una lettera del genere prova solo che non c'è speranza alcuna perché, firmandola, Massimo Cacciari dimostra di non aver proprio capito che:

- il "paternalismo" non è una cosa buona ma dannosa ed antiliberale;

- la dignità ed indipendenza accademica non sono finzioni retoriche, ma realtà che o si proteggono rigidamente o muoiono rapidamente;

- il servilismo verso i potenti, siano essi novantenni preti potenti o potenti signori non ancora novantenni, non è valore scarso nel nostro paese.

Se si vuole provare a fare dell'Italia una democrazia liberale normale, il paternalismo ed il servilismo vanno massacrati, non incentivati. E la libertà accademica va protetta, non "rigettata con forza".

In altre parole, caro Massimo, fossi in te io di quella lettera mi vergognerei e chiederei pubblicamente scusa a Roberta De Monticelli che ha fatto, da sola, il proprio dovere. Dovere che tutti gli altri docenti del San Raffaele, pro-rettore vicario in testa, hanno invece omesso di fare.

37 commenti (espandi tutti)

Suggerisco di guardare il video qui, alla fine quando Barbara dice (traduco) che se papa' le compra la facolta' allora si' continua a studiare.  por bambin, direbbe mia nonna. 

Io veramente ho trovato questa vicenda ricchissima di utili informazioni: dove NON andare a studiare economia, quali filosofi NON ascoltare etc. Grazie Barbara.

Ma proprio mai ...

GO 23/7/2010 - 18:06

A me in tutta questa storia chi piu’ mi fa schifo e’ Cacciari, mi mette tristezza e sconforto vederlo trasformarsi in replicante di Bondi.

PS: Probabilmente un refuso “non è valore scarso nel nostro paese” dovrebbe essere “non è un fattore scarso nel nostro paese”

Probabilmente un refuso “non è valore scarso nel nostro paese” dovrebbe essere “non è un fattore scarso nel nostro paese”.

Senza dubbio fattore scarso non è, ma io intendevo proprio "valore".

Perché, capisci, quando si scrivono cose di questo tipo, o si pubblicano i comunicati del padrone prima ancora che questi li emetta, il servilismo s'è trasformato in "valore", sia d'uso che di scambio.

Sara' che sono testa dura ma "valore scarso" mi suona strano. A parte la questione di forma condivido pienamente quello che dici e noto che " battuta paterna" nella lettera di Cacciari, a causa della fretta con cui e' scritta la lettera al Corriere, ha sostituito la piu’ appropriata espressione “battuta servile”.

Per quei prof tra i redattori ed i lettori che siedono in qualche admission committee,

se nella prossima application season vi arriva sul tavolo il pacchetto di Berlusconi Barbara (con tanto di lettere di Don Verzè, Renato "Sveriges Riksbank" Brunetta e Giulio Tremonti), promettete solennemente di valutarla con equanimità (-:

Con una laurea triennale manco la lettera del Papa,.... che probabilmente non faticherebbe ad avere, del resto. 

Come ha giustamente sottolineato Alberto, nel video la giovincella non pare avere ambizioni di andare all'estero. Lei, per qualche ragione, in Italia ci sta benissimo. Infatti ha detto che continuerà gli studi se si crea una facoltà di economia al San Raffaele ''fondata sul pensiero di Amartya Sen''.

Re: not to worry

lorenz 24/7/2010 - 15:07

Certo, ma non è detto che la nuova facolrà debba essere al San Raffaele. Chissà, forse alla nuova Università del Pensiero Liberale, dopo la prima lezione dell'amico Vladimir Vladimirovic, il papi potrebbe davvero comprarle una facoltà! e allora dale Amartya Sen.

per non parlare del prestigioso ateneo CEPU di Novedrate che silvio ha visitato questa settimana...

Con una laurea triennale

Sarà anche triennale. Ma non mi pare che in US il Bachelor sia tanto preso per i fondelli.

Per dovere di cronaca, poi, giova ricordare che qua la durata reale è ben maggiore (4,5 anni, il 50% del valore nominale o 4,8 per ingegneria come da statistiche almalaurea e non siamo ancora al centro della gaussiana)

E mi da anche l'impressione che il carico accademico sia pure piuttosto differente. Inutilmente teorico e mnemonico, ma piuttosto pesante. 

 

Comunque, una ammissione al dottorato con la laurea triennale... non e' storia.

Un mio collega è stato ammesso full funded in top 10 dopo la triennale. Pochi mesi dopo ha dovuto mollare: gli mancavano le basi.

qualche anno fa un mio buon amico fu ammesso qui a northwestern dopo il des triennale (bocconi).   Lascio' perdere dopo pochi mesi perche' la vita del phd student proprio non gli piaceva ma non penso che avrebbe avuto grossi problemi.  Tutti facciamo fatica...  

Credo anche che uno degli italiani che ora e' a MIT abbia solo la triennale (potrei sbagliarmi pero', non lo conosco di persona).

Insomma, secondo me se po' ffa.    Scusate l-off topic...

Parlando di off-topic: visto che è venerdì sera di fine luglio, mi sto facendo un aperitivo sotto la pergola e mia moglie ha appena menzionato il fatto, faccio un po' di gossip. La signora Berlusconi ha 26 anni, o mi sbaglio? E questa che ha preso è una laurea triennale, o mi sbaglio? Ma a quanti anni ha preso la maturità, allora?

P.S. Faccio la domanda perché, credo, in un'università così seria e ferrea come il San Raffaele, non si darà mica il 110 e lode ad una che è tre anni fuori corso, no?

incentives at work again.  Non penso che Barbara Berlusconi abbia bisogno del 110 in curriculum per trovare lavoro...

 

EDIT:  ah, non avevo visto il *tuo* edit...

OT per OT, il voto di laurea (triennale e magistrale) e' la combinazione dei voti per gli esami e il voto per il tirocinio + tesi (per la cronaca: alla triennale si chiama "elaborato", la "tesi" e' quella per la laurea magistrale). Quindi se fai 1 esame all'anno ma quell'esame lo passi con 30 e lode, alla fine 110 e lode lo prendi comunque, anche dopo 30 anni. Idem se fai un esame 10 volte e ti bocciano le prime 9, ma all'ultima prendi 30.

Nanetto personale: mi sono laureato con 100/110 e abbondantemente fuori corso perche' gia' lavoravo, ma il fatto di averci messo anni in piu' non ha influenzato la commissione in negativo. Semmai in positivo: sia nella scrittura della tesi  che nella presentazione per la discussione ho usato le conoscenze acquisite al lavoro - come organizzarle per far arrivare il messaggio, essere sintetico e cosi' via. Risultato: di fronte al lavoro di laureandi "standard" (quasi tutti abbondantemente fuori corso e alcuni gia' lavoranti pure loro) ho ottenuto il massimo voto di laurea possibile(*) e il presidente mi ha fatto i complimenti. Non ho ricevuto comunque proposte, decenti o indecenti che fossero.

Ho letto oggi della lettera di Cacciari, che ha come unico pregio quello di essere corta. Ad aver avuto tempo avrei messo il link in un commento sulla vicenda di Don Linguina Verze', ma sono lieto di essere stato anticipato da un articolo che condivido in pieno.

 

(*) il voto di laurea dipende dal corso di studi. Ing. Aeronautica V.O. (quinquennale) e Meccanica V.O. alla Sapienza all'epoca avevano un nutrito set di esami in comune, perche' in Aeronautica erano 4 gatti; il biennio era gia' in comune per tutti i corsi, nella facolta' di Ingegneria della Sapienza. Unica differenza, ad Aeronautica il voto per la tesi era al massimo di 10, a Meccanica di 15. Quindi un meccanico e un aeronautico facevano l'80% di esami insieme, magari prendendo gli stessi voti, e magari anche avere voti uguali anche per quei pochi esami diversi. Solo che il meccanico aveva la possibilita' di uscire con 5 voti in piu', che non sono bruscolini: differenza tra 105 e 110, o 108 e 113 (=110 e lode), ed eventuali constraints di concorsi o di selezioni affidate magari ad aziende esterne (su cui si dovrebbe scrivere un libro stile "io speriamo che me la cavo", ma questo e' l'OT dell'OT).

 

La figliola se l'è presa comoda anche perchè ha avuto due bambini durante gli studi, il primo pare non fosse programmato (ricordo Fiorello per Radio che scherzava sull'argomento...proprio vero che la radio non l'ascolta nessuno).

PS

Ci tengo a precisare che non sono un esperto di Gossip, ma la ragazza veniva a studiare qui nel mio paesello (prima l'Università aveva un distaccamento a Villa Borromeo).

P.S. Faccio la domanda perché, credo, in un'università così seria e ferrea come il San Raffaele, non si darà mica il 110 e lode ad una che è tre anni fuori corso, no

Io direi anche 4/5 anni fuori corso... Di solito uno inizia l'università a 18/19 anni; per cui se è al passo con gli esami solitamente finisce la triennale a 21/22 anni.

buongiorno a tutti, sono testè iscritta. non amo parlare di me per cui riferisco un caso di persona che conosco.

Una laureata con 110 e lode in Cosmologia, partendo dalla media del 28.5, con tesi sperimentale di un anno.

Adesso programma database, dato che non ha paparino che può comprare Cacciari, neanche in periodo di saldi.

Come tutti i suoi colleghi, COMPRESA un'allieva del Cacciari, laureata in Architettura con tesi in Estetica e con due diplomi al conservatorio - ora insegna educazione artistica alle medie.
Gli esempi potrebbero andare avanti a raffica, eppure io la vedrei, questo architetto spiantato e quella astrofisica fallita, davanti a Cacciari con il loro curriculum e una mazza da baseball in mano.

Digli di lasciare a casa la mazza da baseball.

Sia la lettera di Cacciari e De Francesco, sia le parole di altri personaggi raccontate dall'articolo del Corriere http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_22/laurea-barbara-berlusconi-polemica-prof_ed341a34-9550-11df-91c3-00144f02aabe.shtml?fr=correlati di tutto parlano meno che della questione sollevata dalla Prof De Monticelli. Ma don Verzè è fatto così!!! Non c'è giorno senza doversi rammaricare per la discesa verso il basso.

Don Verzé chi?

Ah l'amico di Vendola.

Nel 1931 ai docenti universitari venne imposto il giuramento di fedeltà al fascismo. 

Giocando d'anticipo, qui ci troviamo di fronte ad un asservimento profilattico. Bravi.

La De Monticelli scrive oggi un articolo per il Fatto Quotidiano, ma su temi più generali dell'Università e del merito. Bell'articolo.

RR

Sono d'accordo su tutto... tranne che sulla citazione del libro di Viroli...quel libro è letteralmente agghiacciante.

Uno che scrive che in Italia:

«la libertà dei cittadini è del tutto impossibile per la semplice ragione che le persone che hanno i necessari requisiti morali e intellettuali sono pochi»

 

per me non è un teorico della politica, e solo un moralista che non mi offre alcuna categoria analitica seria per poter comprendere la situazione italiana.

Aggiungo che tutto il libro è una tirata contro il berlusconismo che avrebbe rincoglionito tutti e tutto con la televisione, ecc ecc ecc ecc. 

Princeton è un gran posto eh...però a volte certa gente...

Marco, sul libro di Viroli ritornerò presto. Il mio giudizio è diverso dal tuo, quel libro contiene parecchia verità, solo che di parziale verità basata su un'analisi insufficiente ed auto-censurata si tratta.

Michele,

Viroli è un teorico neo-repubblicano nonché, e forse per questo, studioso di Machiavelli. Diciamo che riprende le tesi del suo più celebre collega di Princeton, Pettit. Quello che dico io è che Viroli difende una concezione della politica perfezionistica, paternalistica e tutta incentrata sulla purificazione delle preferenze espresse dai cittadini sulla scorta di una nozione di bene comune pesantemente debitrice degli ideali di storia patria e del superamento in senso moralistico delle scelte dei cittadini stessi. Mettici pure che tutta la concezione della libertà difesa da Viroli-Pettit nasce in opposizione alla concezione della libertà negativa di Hobbes-Berlin, in favore di quella che loro chiamano "libertà come non dominio".

Sarò pedante, ma io condivido le posizioni espresse qui: il neo-repubblicanesimo è una forma molto sofisticata e mimetica di anti-capitalismo. Le analisi di Viroli rispecchiano bene, a mio avviso, tutto il paternalismo del quale il neo-repubblicanesimo è impregnato.

Io condivido inoltre la recensione comparsa sul Sole 24 Ore qualche settimana fa.

Marco, ti ringrazio per avermi ricordato le teorie generali a cui si ispira MV (che peraltro lui riassume nel primo capitolo del libro, il più sconclusionato oltre che inutile) :-)

Conoscevo anche la recensione di Andrea Romano, che un po' se la prende personalmente per giuste ragioni (la nazione è riducibile a chi la governa?) ed un po' per ragioni meno giuste - il tono di Viroli irrita i residenti? Certo: anche il tono di nFA irrita i residenti, spesso per gli stessi motivi ... che sia per caso?

Ma il punto, Marco, non è né se MV è neorepubblicano né se una nazione si può identificare completamente con chi la governa (non che se si identificasse con chi sta all'opposizione sarebbero molto migliori le cose).

Il punto è che da un lato AR non vuole riconoscere (perché?) un fatto che anche qui ripetiamo da sempre (una GROSSA fetta del paese è moralmente e culturalmente corrotta ed ha interiorizzato la cultura del servo da lungo tempo, forse non ha mai avuto che quella) e, dall'altro, MV pensa miopicamente che tutto inizi con Craxi e BS (un errore che molti fanno, anche l'ottimo Crainz) mentre queste sabbie mobili culturali vengono da lontano.

Ci ritornerò, con calma. La questione morale, la concezione servile della libertà ed il ruolo dei partiti qua moderne corti o principati si intrecciano nella storia italiana post (almeno) prima guerra mondiale.

il neo-repubblicanesimo è una forma molto sofisticata e mimetica di anti-capitalismo. Le analisi di Viroli rispecchiano bene, a mio avviso, tutto il paternalismo del quale il neo-repubblicanesimo è impregnato.

Segnalo un bell'articolo di Viroli sul Fatto Quotidiano.

RR

Renzino, non c'e' bisogno di firmare ogni singolo commento con le tue iniziali, il tuo nickname viene aggiunto automaticamente di fianco al titolo del tuo commento :-)

Non è che firmo, metto la sigla, mi pare sia d'uso farlo anche nelle e-mail, e anche se il sistema/posta elettronica mostrasse il nome per intero anzichè un nick.

Colgo l'occasione per segnalare un bell'articolo di Maurizio Viroli sul tema oggetto di questo post, e cioè il caso De Monticelli-S. Raffaele, e che era apparso già venerdì 23.

RR

Recensione interessante.

Prendiamo atto dell'ingresso di un nuovo membro nel numeroso club italo-americano dei nipotini di Banfield: direttamente da Princeton. Si chiama Maurizio Viroli.

Non sapevo scrivesse queste cose sugli italiani, ma il nome non mi è nuovo. Forse l'ho visto in una vecchia puntata di Ballarò.

Un po' OT, ma visto che si parla di servilismo è opportuno segnalare l'ennesimo intervento di Maurizio Lupi, detto Mickey Mouse. Ai candidati PdL recalcitranti, il buon Lupi ricorda

Tutti si ricordino - ha detto ancora Lupi - che senza Berlusconi non sarebbero stati in Parlamento

Bacino l'anello quindi, e non rompano. Solo chi ha completamente interiorizzato la sua condizione di servo riesce a dire cose simili in totale scioltezza, senza che la coscienza sollevi il più flebile lamento. Bravo Lupi, ma non abbassare la guardia. C'è sempre qualcuno che riesce a essere ancora più servo e cerca di fregarti il posto.

Ma non si parla di "assenza di vincolo di mandato"? Frasi del genere sono incredibili. Però sono un buon segno: vuol dire che la confusione sotto il cielo, scusate: il cesso è grande. 

Tra l'altro non vedo molto in giro Ghedini...anche questo è preoccupante...

Michele, hai intenzione di tornare in Italia? ...Vedo che scrivi

non è valore scarso nel nostro paese.

:-)  Mi fa comunque piacere vedere scritto quel "nostro".

E' un mondo che sta andando all'incontrario, dove non c'e' piu' nemmeno la vergogna. Probabilmente c'e' pure un certo grado di ignoranza dovuta al fatto che certa gente ha perso completamente il contatto con il mondo reale e la ragione. Chi dichiara che non sa chi gli ha comprato casa, o altri che si sono auto-convinti di essere i salvatori....

Mi ricorda tanto la frase comunemente (ma non correttamente) attribuita alla regina di Francia Maria Antonietta, quando il programma economico del ministro delle finanze Jacques Turgot creò forti proteste e scoppiò una sommossa che venne chiamata "guerra della farina". In questa occasione Maria Antonietta avrebbe detto: «Se non hanno pane, che mangino brioches!».

E' un mondo che sta andando all'incontrario, dove non c'e' piu' nemmeno la vergogna.

Io aggiungerei questo http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/07/24/dottor-roberto-scarpinato-com...

La figlia del premier Silvio Berlusconi ha fatto una tesi di Laurea su Amartya K. Sen.

La scelta non è malvagia perché Sen è un pensatore che sostiene in modo convincente che l’idea soffocante ed assertiva d’identità culturale (io direi compresa quella italiana), come qualcosa le cui tracce incontestabili debbano essere avvertite e verificate rappresenta una minaccia considerevole al diritto di individui responsabili di vivere la propria identità ed auto-espressione con senso di libertà.

Troppo spesso, A. K. Sen suggerisce, le complesse stratificazioni ed instabilità generate da identità ibride, originali e creative sono compresse e mortificate attraverso l’imposizione forzata di rappresentazioni pregiudizialmente sbilanciate.

Non mi sembra accettabile che individui autonomi vengano inequivocabilmente classificati come membri di una «civiltà» o «cultura» italiane definite nelle loro qualità morali, poiché ciò si accompagna al presentimento, che presto diviene certezza, che una simile classificazione meccanica non solo è una forma di non-scelta e assoggettamento, ma anche, più semplicemente, una illusione.

E’ il caso di soffermarsi a riflettere sul fatto che la diversità culturale italiana rappresentata come familista e amorale non possiede un valore intrinseco.

La questione della priorità e del peso da assegnare alla propria identità, inclusa l'identità culturale italiana dovrebbero essere il risultato di una scelta individuale, razionale e libera piuttosto che il risultato dell’obbedienza ad un segno del destino o il mero riconoscimento di un imperativo stabilito dai politologi di turno o da giornalisti indignati per professione.

In breve, l’identità culturale italiana definita negativamente non dovrebbe precedere l’autonomia della ragione. Nel potenziale conflitto fra ragione e identità culturale, sia essa morale o amorale, la razionalità deve precedere l’identità.

Spesso, l’unicità culturale dell'Italia è celebrata ed enfatizzata come se fosse una scoperta fondazionale, quasi un obbligo che non richiede riflessione e rigoroso esame.

E’ il caso di riaffermare il ben noto argomento secondo cui la riflessione e la comprensione sono una questione d’importanza ultima e capitale per l’essere umano. Ragionamento, investigazione e scrutinio non possono che essere centrali nella (e alla) vita umana.  

Infatti, come rilevato da A. K. Sen “numerose pratiche del passato ed identità assunte come date si sono sgretolate a seguito di interrogazione e scrutinio. Le tradizioni possono cambiare, persino all’interno di una particolare cultura o Paese”. Inclusa la cultura del familismo amorale in Italia, presentata gattopardescamente con sfiducia e rassegnazione come un marchio incancellabile e immodificabile della Storia.

Non è sorprendente, allora, che aspetti culturali di diversa provenienza si trovino liberamente mescolati in modi ironici, polifonici e molteplici all’interno dello stesso individuo, il quale è pienamente capace di partecipare, in ogni momento, in più di una “cultura” allo stesso tempo.

Nelle parole di A. K. Sen, una:

«persona può avere simultaneamente una identità in quanto Italiana, donna, femminista, vegetariana, romanziere, conservatrice fiscale, jazz fan, e londinese. La possibilità di tali identità multiple è abbastanza ovvia, e la loro rilevanza dipendente dal loro contesto non è meno evidente. Se questa stessa persona è coinvolta nella promozione di jazz classico in tutto il mondo la sua identità come amante di jazz potrebbe essere più rilevante della sua identità come londinese, la quale tuttavia potrebbe essere cruciale quando muove delle critiche al modo in cui è organizzato il trasporto a Londra.

A questo punto si potrebbe aggiungere che l’idea di appartenere al consorzio umano in senso ampio è di gran lunga molto più significativa dell’attaccamento ad una «cultura nazionale» che, essendo ontologicamente data, restringe e costringe i margini di scelta sostanziale e di auto-determinazione dei suoi membri.

L’identità culturale nazionale può essere la prigione, il sepolcro della soggettività.

I filtri di una «cultura nazionale» possono specificare alcune caratteristiche dell’identità ma, allo stesso tempo, essi possono anche avere un ruolo preminente nel soffocare la varietà di soluzioni comportamentali ed interazioni possibili fra gli esseri umani.

Seguendo un simile percorso argomentativo, Anthony K. Appiah   rileva il pericolo tirannico, repressivo ed oppressivo implicito nell’enfatizzare una sola dimensione dell’identità (i.e. familismo amorale italiano):

«[n]el controllare questo imperialismo dell’identità – un imperialismo visibile nelle identità razziali quanto altrove – è cruciale ricordare sempre che noi non siamo semplicemente bianchi o neri o gialli o bruni, gay o eterosessuali o bisessuali, ebrei, cristiani, musulmani, buddisti o seguaci di Confucio ma siamo anche fratelli e sorelle; genitori e figli; liberali, conservatori e progressisti; insegnanti e avvocati e operai d’auto e giardinieri; tifosi dei Padres and the Bruins; amatori di grunge rock ed amanti di Wagner; esperti di film; MTV-dipendenti, lettori di gialli; surfers e cantanti; poeti e amanti degli animali; studenti e insegnanti; amici e amanti. L’identità razziale può essere la base della resistenza al razzismo – e sebbene il nostro progresso sia stato grande, abbiamo ancora molto da fare – non lasciamo che le nostre identità razziali ci assoggettino a nuove tirannie» (corsivo mio).

E’ sullo sfondo di questi rilievi che, secondo me, dovremmo guardare alla questione dell’identità culturale italiana.

Il gruppo culturale al quale appartengo e la nazione o regione nella quale sono nato, ad esempio, potrebbero non essere importanti nel determinare le scelte reali che posso compiere riguardo i modi in cui voglio vivere e dare forma alle mie prospettive future.

Invece di mantenermi ancorato alla «cultura» del mio gruppo d’origine, potrei essere guidato da altri tipi di considerazioni, priorità e preoccupazioni.

Potrei ad esempio pensare che il mio gruppo culturale d’origine non partecipa o contribuisce al mio miglioramento personale, così come alla mia realizzazione ed auto-definizione in quanto individuo e andarmene a studiare in America.

Naturalmente un gran numero di scelte non saranno a me disponibili o persino fattibili e realizzabili.

Tuttavia ciascuno di noi gode di una sostanziale libertà e spazio di scelta, persino quando le opzioni disponibili sono ristrette e costrette da robuste limitazioni percettive.

L’identità culturale, essendo il risultato di una decisione deliberata e ben ponderata, non è riducibile a una scoperta "nazionale", per giunta amorale, indiscutibile e incontestabile.

 

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