Perché il DDL Gelmini non è (era?) tutto da buttar via

19 ottobre 2010 giovanni federico

E’ scritto male, lascia ampia libertà al Ministero di fare disastri ed è stato fortemente peggiorato nelle varie stesure – fino agli ultimi sciagurati emendamenti. Ma contiene la parola magica: valutazione.

 

La stragrande maggioranza dei miei colleghi  ritiene il DDL (Disegno, non decreto – tanto per la precisione) Gelmini pessimo ed i ricercatori stanno protestando  vigorosamente, dichiarando che affosserà per sempre l’università pubblica. La loro linea è passata nei media, almeno in parte. Resistono solo il Sole (e questa è prova della nequizia del DDL, scritto su dettatura della Confindustria) e, in parte, il Corriere. Nelle università  piccoli gruppi di carbonari dicono, nel segreto di telefonate (si spera non intercettate) che in fondo il DDL non è così male. Io ho sostenuto, in più occasioni, la versione originale – ed anche quella uscita dal Senato – come primo passo nella giusta direzione. Ora sono  molto più perplesso, dopo l’emendamento che crea 9000 posti di associato subito.

Forse al lettore medio le mie opinioni interessano poco o niente, ma vorrei spiegare  cosa trovo positivo. Tre cose – l’abolizione delle facoltà, la riduzione del potere dei professori nel governo accademico e la VALUTAZIONE. In realtà tutto si basa su quest’ultima. Senza una valutazione efficace, gli altri  due servono a poco o sono addirittura controproducenti. Quindi mi concentrerò sulla valutazione – anche perché mi sembra ci sia molta confusione. Ci sono in giro dei professionisti della valutazione che scambiano la presenza di un comitato di autovalutazione, con o senza esperti esterni, per la valutazione vera.  O anche simpatici gruppi  di professionisti della valutazione che vanno in giro per l’Europa a bere e mangiare a spese delle università controllando che le università abbiano codici etici ed amenità del genere.

Qui si parla invece di valutazione della produzione scientifica – di quello che i docenti pubblicano nelle riviste scientifiche (o, in alcuni settori, negli atti dei convegni o in libri). Questa valutazione deve essere, per funzionare, automatica, collettiva e punitiva. Andiamo nel dettaglio.

a) automatica. Bisogna usare parametri oggettivi, tipo l’Impact Factor medio, l’indice di Hirsch, etc. Ovvero misure dell'impatto di una pubblicazione basate su citazioni da parte di altre pubblicazioni. Dove tali parametri non ci sono (come a Lettere o a Legge) bisogna crearli.  Scrivo questo perfettamente consapevole che questi indici non funzionano bene e quindi vi prego di evitare lunghe discussioni sui loro difetti. Le alternative sono  peggiori. O si lascia ai commissari ANVUR l’intero compito – come fanno gli  inglesi col RAE- o li si obbliga a chiedere un report da referees scelti da loro –come fatto nella prima valutazione CIVR del 2005. Il secondo processo è lentissimo. Tutti e due lasciano ampio spazio ad arbitri e trucchetti -  tipo scegliere l’allievo dell’autore come referee dei lavori di chi si vuol favorire e una nota belva come referee di chi si vuole colpire. Invece, i parametri automatici non sono manipolabili facilmente, in quanto dipendono dalle decisioni di soggetti esterni (p.es. gli  editor delle riviste americane). Inoltre, calcolare questi indici è facilissimo e quindi si risparmiano tempo e soldi e si può ripetere la valutazione ad intervalli brevi, anche ogni anno.

b) collettiva. Il DDL prevede invece una valutazione individuale, seguita dalla perdita degli scatti e dall’estromissione dalle commissioni in caso di fallimento. Purtroppo, una valutazione individuale serve a ben poco. In primo luogo, per molti professori (p.es. medici) gli scatti di stipendio sono finanziariamente irrilevanti. In secondo luogo, è facile per un barone un minimo spregiudicato procurarsi pubblicazioni costringendo i colleghi più deboli (associati, ricercatori, assegnisti) a mettere la propria firma sui loro lavori. Invece in una valutazione collettiva (a livello di SSD o Dipartimento) il requisito essenziale  è la presenza nel dipartimento di qualcuno in grado di scrivere lavori di buon livello. Si noti come una valutazione automatica permetta di considerare tutti i lavori di tutti i professori del Dipartimento (o del SSD) e non solo un campione, come necessario per ovvi motivi di quantità, in valutazioni tipo CIVR.

c) punitiva. I risultati devono determinare un calo dei finanziamenti per le università peggiori, e possibilmente non simbolico.  Solo premiare le università migliori è insufficiente.  Cambiare comportamenti ben consolidati  è faticoso e difficile. Un incentivo monetario può non essere sufficiente  in quanto si traduce al massimo in più borse di studio e più fondi di ricerca – aspetti che gratificano solo indirettamente i docenti. Invece un calo delle risorse, se significativo, può mettere in difficoltà un ateneo, dati i costi fissi del personale. E’ quindi necessario inserire una norma che permetta agli atenei, in caso di calo del FFO, di aumentare le tasse agli studenti o di prepensionare i professori che non raggiungano una soglia minima di produttività. Naturalmente, in questo caso, sarebbe necessario dare ampia pubblicità ai nomi dei prepensionati. Potrebbe essere una sanzione utile soprattutto per le facoltà professionali: far sapere a tutti che il prof X è stato prepensionato per inadeguatezza può fargli perdere clienti.

Veniamo ora al punto essenziale: la valutazione, se fatta con i tre criteri esposti, distrugge la gerarchia accademica. Questa affermazione può essere sorprendente per chi è abituato ai comportamenti pregressi dei professori italiani. I professori italiani (e non solo italiani) sono abituati ad un sistema gerarchico predeterminato e fissato dai concorsi. Chi è ordinario lo è per sempre e quindi  comanda fino alla pensione. La soluzione sindacale (docente unico) è ancora peggiore perché garantisce la carriera a tutti una volta entrati. Si avrebbe quindi il peggiore dei mondi  possibili – selezione baronale e carriera automatica. Perché la valutazione cambierebbe le cose? Mi spiego con un esempio, che mette anche in luce i difetti del DDL.

Ipotizziamo che un Dipartimento debba assumere un ricercatore. Supponiamo, per farla breve, che ci sia un solo ordinario, il Barone, non molto bravo e ormai poco interessato alla ricerca. Nella sua infinita saggezza, può decidere chi assumere (lo so, ci sono i concorsi, ma tanto si sa che si possono manipolare). Può scegliere fra Federico, allievo fesso ma fedele, Mario, altro allievo, ma abbastanza brillante ed indipendente, Camillo, bravo ma allievo di altra università e Leopoldo, AmeriKano geniale con PhD ad Harvard.  Federico è servile, disposto a far lezione al posto del Barone, ma sa solo ripetere quello che il Barone ha scritto vent’anni prima – roba pubblicabile solo nei Quaderni del Dipartimento. Mario è più bravo e quindi  può garantire un flusso di pubblicazioni nelle maggiori riviste italiane, con qualche articolo in riviste internazionali. Camillo è uno ottimo studioso, che promette di pubblicare regolarmente sulle riviste internazionali di buon livello e, magari, di piazzare qualche articolo sulle riviste top. Infine, Leopoldo è un genio pazzo ed arrogante, che ha già pubblicato una serie di articoli sulle due riviste più importanti e ha in corso progetti di ricerca molto innovativi. Ma ha un debole per la cucina della mamma e quindi non ha voglia di  accettare l’offerta generosissima di Singapore e vorrebbe tornarsene in Italia. Ora, domanda: chi sarà il  prescelto dal Barone?

Dipende dal quadro legislativo
a) con la legge attuale, il Barone non rischia nulla. Barone è e nessuno può sindacare il suo comportamento. La stragrande maggioranza sceglierà un suo allievo (gli allievi sono piezz’e core) – diciamo metà Federico e metà Mario. Una piccola minoranza (un decimo?) di “onesti” sceglierà Camillo, perché bravo. Nessuno sceglierà Leopoldo. Perché prendersi in casa un pazzo arrogante?
b) se venisse approvato il DDL Gelmini la situazione cambierebbe perchè il Barone dovrebbe produrre qualche pezzo di carta per mantenersi gli scatti e, soprattutto, il diritto di stare in commissione. Inoltre una piccola parte del FFO sarebbe distribuita (anche) sulla base della ricerca. Tutto dipende da quali criteri l’ANVUR userà per giudicare. Può darsi che accetti tutto, anche i Quaderni di Dipartimento –e allora Federico andrebbe bene. Ma se all’ANVUR arrivasse un commissario di area AmeriKano (al precedente CIVR successe ad economia), Federico sarebbe inutile. D’altra parte, una volta assunto, Federico è di ruolo, e non ha i soldi per assumere un altro ricercatore. E’ un rischio: scommetto che la maggioranza dei professori “normali” punterebbe su Mario. Ma quelli più avversi al rischio sceglierebbero Camillo, che “garantisce”  pubblicazioni sufficienti in qualsiasi scenario plausibile, anche se l’ANVUR fosse appaltato ai redattori di nFA.  Non tutti lo farebbero, perché Camillo non è allievo diretto, e quindi ha idee proprie e potrebbe non voler co-firmare (o magari potrebbe preferire co-firmare col proprio maestro). Ancora zero preferenze per Leopoldo. Chi andrebbe a chiedergli di co-firmare? E poi non sarebbe credibile che il Barone, che non ha pubblicato nulla negli ultimi dieci anni, improvvisamente iniziasse a scrivere articoli geniali. Un minimo di pudore…
c) una valutazione pura e dura. Federico è fuori gioco perchè non è in grado di pubblicare. La scelta minima è Mario. E’ però rischiosa: se tutti i Dipartimenti scelgono i loro Mario, l’allocazione dei fondi si gioca su differenze minime, e si rischia di subire tagli. Meglio puntare su Camillo. Qualche Barone può farsi tentare dall’ipotesi Leopoldo. E’ arrogante, ma garantisce di proiettare il Dipartimento al top italiano – o quasi – e quindi un aumento del FFO.

E’ ovvio che passando da a) a c) la qualità media dei nuovi assunti migliora. Primo risultato. Secondo risultato: il Barone ha dei vincoli esterni nella sua scelta, non dettati dall’interazione con altri Baroni. Questo è in contraddizione con il potere assoluto dei professori di prima fascia, uno dei principi fondanti dell’accademia italiana. Nota per i lettori: il fatto che alcuni o anche molti o persino tutti (nelle mitiche facoltà scientifiche) usino il loro potere “bene” promuovendo i Camillo invece che i Federico o i Mario non è rilevante in questo contesto.  Un tiranno “buono” rimane un tiranno, e poi il suo regno è transitorio. Magari il suo successore si rivela pessimo. Terzo risultato: il potere baronale all’interno del Dipartimento non è più assoluto. Certo, il Barone controlla la futura carriera del ricercatore, ma nel breve periodo, il finanziamento del Dipartimento dipende dalla produttività del ricercatore, posto che il Barone da solo non è in grado di pubblicare. Magari Mario, da allievo fedele, continuerà ad essere (giustamente) ossequioso, ma Camillo e soprattutto Leopoldo no. Loro non hanno legami affettivi col Dipartimento, e potrebbero trovare facilmente un posto in Italia, in qualche Dipartimento disperato alla ricerca di pubblicazioni. E’ una minaccia molto più credibile di quella di andare all’estero. In questo senso, la valutazione è utile anche per la carriera dei ricercatori ed associati bravi. Ora i Camillo già in ruolo devono andare a mendicare un posto al  Barone o sperare in ope legis, più o meno mascherate, che però favorirebbero anche i Federico. Se ci fosse una valutazione seria, potrebbero minacciare credibilmente di andarsene. Quarto risultato: si creano incentivi per il controllo reciproco fra docenti. Se i finanziamenti del mio Dipartimento, e quindi, entro certi limiti, la mia carriera futura dipendono dalla produttività scientifica dei miei colleghi, avrò un interesse a controllare che lavorino ed a scegliere quelli che lo sanno fare.

In questa linea l’abolizione delle facoltà e la loro sostituzione con Dipartimenti omogenei per settore scientifico è utile per coordinare le strategie di assunzione. E’ ovvio che l’ANVUR dovrà comparare tutti i matematici pisani con i loro colleghi di altre università e quindi il Dipartimento di Matematica deve controllare la qualità dei matematici assunti ad ingegneria. E’ anche utile la presenza di esterni negli organi decisionali. Tanto più la valutazione è efficace, tanto più è necessario prendere decisioni dolorose. I professori, per indole e lunga abitudine, tendono a non farlo, nei confronti dei loro colleghi. Il regime elettivo attuale tende ad escludere dalle posizioni di vertice gli innovatori radicali.

Alla fine, la domanda da un milione di dollari. I timidi cenni alla valutazione presenti nel DDL sono sufficienti? O, in altre parole, la sua approvazione, e la costituzione dell’ANVUR potrebbero essere il primo passo di un circolo virtuoso e quindi ragione sufficiente per appoggiare il DDL nonostante i suoi difetti? Non lo so. Molto dipende dal funzionamento dell’ANVUR che è difficile prevedere. Certo, alcuni segnali non promettono bene. Le procedure per la seconda valutazione della produttività (CIVR) e per la selezione dei commissari ANVUR slittano continuamente. I docenti, o almeno la parte mediaticamente visibile di loro, si oppongono al DDL e i politici tentano di soddisfarne le pretese. Non ho ancora perso le speranze, ma sono molto più scettico di tre mesi fa. Un’occasione che stiamo perdendo.

122 commenti (espandi tutti)

Rispondo prontamente alla domanda da un milione di dollari: no!

Il problema e' che con un governo perennemente sull'orlo di una crisi di nervi ed una classe politica con la testa gia' alle elezioni e' quasi impossibile che venga approvata una riforma coraggiosa, in grado di scalfire il potere di baroni e baronetti.

Anzi e' probabile che non venga approvata alcuna riforma o, peggio, che la riforma venga approvata in una qualche sua versione piu' o meno pasticciata, ma,  a causa delle burrasche politiche,  rimanga priva di quei regolamenti e decreti (e soldi!) indispensabili per innescare il circolo virtuoso che descrivi.

Questo ultimo caso, a mio avviso, sarebbe un disastro completo (son troppo pessimista?)

P.S. A proposito del milione di dollari: ho vinto?

 

P.S. A proposito del milione di dollari: ho vinto?

E tu pensi che se io avessi un milione di $ lo metterei in palio per una domanda del genere?

che la riforma venga approvata in una qualche sua versione piu' o meno pasticciata, ma,  a causa delle burrasche politiche,  rimanga priva di quei regolamenti e decreti [...]

Questo ultimo caso, a mio avviso, sarebbe un disastro completo (son troppo pessimista?)

Domanda ingenua: ma non è già un disastro completo? Cosa succederà nel 2013 quando, stando alla legge Moratti, il ruolo di ricercatore TI sarà messo ad esaurimento?

Credo proprio che noi ricercatori dovremmo far calare un attimo il polverone e riflettere più razionalmente sul DDL Gelmini. Io concordo con l'autore che non è tutta una schifezza ciò che c'è dentro, anche se trasuda incompetenza (o compromessi?) da tutte le parti. Come Giovanni Federico fa giustamente notare. e anche se alla nostra categoria tira un brutto scherzo.

Secondo me il punto veramente cruciale è un altro: non ci sarà un altro governo con i numeri per proporre una riforma dell'Università. Questa è l'unica e ultima occasione. Cioè, non che io possa prevedere il futuro (mica sono, che so, un economista... :-)), ma se l'esperienza passata conta qualcosa, questo governo Berlusconi ha goduto di un credito popolare e di un margine di voti alle due camere che mai si erano visti, e che difficilmente si ripeteranno.

Quindi, considerato che di meglio non si può proprio chiedere, era proprio il caso di assassinarla questa riforma? In questi giorni non sto dormendo sonni molto tranquilli al riguardo.

Kaapitone,

 

Quanti rimpianti avremo quando sarà finita la giostra della stragrande maggioranza dei seggi alle due camere? Questo è emblematico dello spreco! Avere tutto sto ben di dio a disposizione per poi non combinare niente di intelligente!!

La riforma Gelmini farà difficilmente strada perché: 1) lei non è stata scelta per portare concetti nuovi al suo ministero. Deve solo ripettere le scelte fatte dal 3 Mountains...

2) non ha voce in capitolo per quanto riguarda i finanziamenti affidati all'istruzione pubblica.

Per questi vari e non meno detestabili motivi, in effetti, si sta profilando lo spreco generazionale pazzesco dell'Università ridimensionata. Possibile che con tutti questi cervelli in giro per il mondo non ce ne siano un pò di più nel parlamento, a ragionare col cervello e non con le indicazioni indiscriminate del partito?

 

La riforma Gelmini farà difficilmente strada perché:

...(3) difficilmente i professori ordinari che siedono in parlamento voteranno una riforma che va contro i loro stessi interessi.

Eppure, accidenti, ogni democrazia del pianeta è passata più volte per la prota stretta della rinuncia ai privilegi, gli altri come hanno fatto?

Io penso che i punti apprezzabili del DDL fossero:

1) trasferimento delle competenze sulle sanzioni disciplinari dal CUN ai singoli atenei;

2) Scatti stipendiali subordinati alla valutazione;

3) Maggiore autonomia dei Dipartimenti;

4) Ripartizione del FFO in base a parametri che rilevino la qualità di ricerca e didtattica.

Il problema è che non vedo, a questo punto, come scorporare questi punti (che potrebbero riscuotere ampio consenso) dal resto del DDL (che mi pare molto più discutibile).

Insomma, tu dici che non ci sarà una seconda possibilità. A me sembra che ormai non ci sia nemmeno una prima possibilità.

La ripartizione del FFO in base a parametri che rilevino la qualità di ricerca e didtattica, è possibile da parte del Ministro fin dal 1994. In piccola parte è stato fatto, provocando, tra l'altro uno spostamento del 3% dei finanziamenti dalle università centromeridionali a quelle settentrionali. Per agire più rigorosamente non è necessaria una legge, ma una volontà politica che è evidentemente mancata e che non può essere sostituita da norme di legge che possono essere disattese senza sanzioni. Per una storia ragionata della distribuzione dello FFO nel periodo 1996-2008 si veda l'articolo di Guido Fiegna pubblicato dalla rivista Universitas all'inizio dell'anno. Purtroppo è in rete solo il titolo, e nn saprei dire come ottenere una copia cartacea. Io ne possiedo una copia e posso inviarlo a chi me lo richiede.

Seguo con attenzione il travagliato e vacillante cammino del DDL S.1905, ora arrivato alla Camera per la seconda lettura. E mi chiedo chi ne è il ghost writer, escludendo totalmente che il ministro in questione abbia competenze e strumenti culturali sufficienti per poter veramente intervenire in materia.

Ebbene, nonostante l'art.1 del ddl annunci per l'ennesima volta che l'università si occupa di formazione e ricerca per il bene supremo della repubblica, noto che la formazione (aggiungo: elevare il livello della formazione universitaria) non è mai sostanzialmente menzionata, se non con generici impegni a "migliorare la qualità" ecc.ecc. Molti ritengono che il livello qualitativo dell'istruzione universitaria italiana sia penosamente basso, ma questo tema non sembra stare a cuore a chi ha scritto il ddl Gelmini; suppongo quindi che nulla cambi rispetto alla 270/2004. Una riprova? Si parla continuamente di dipartimenti e quasi mai di facoltà o di corsi di laurea, cioè quelle che sono convenzionalmente le strutture formative di un'ateneo. La didattica, la didattica: possibile che nessuno se ne interessi mai?

Vorrei commentare nel merito anche il sistema di valutazione della ricerca (ovviamente novità positiva) ma purtroppo sul sito della camera non è possibile accedere alla voce 'testo ed emendamenti' quindi rischiamo di commentare cose vecchie. Leggo anche di allarmanti emendamenti all'art. 20 (insegnanti a contratto) firmati da autorevoli esponenti del PD, ma aspetto di leggerli.

Si parla continuamente di dipartimenti e quasi mai di facoltà

...beh, la ragione è che la riforma Gelmini abolisce le facoltà, intendendo i Dipartimenti come la sede della ricerca E della didattica. Cosa per altro molto in linea col resto del mondo e secondo me appropriata.

Più in generale, la didattica è una brutta gatta da pelare. Come si fa a valutarla, e come si convince un corpo docente a "insegnare meglio"? Cos'è "meglio"? Sono convinto che il DDL Gelmini si concentri sulla ricerca perché è più facile da trattare.

Non esplicitamente. L'art. 2 prevede che i dipartimenti possono istituire strutture di raccordo comunque denominate ai fini di razionalizzare e coordinare le attività didattiche. Molto confusionario.

Temo che "strutture di raccordo" sia un neologismo per indicare le facoltà e/o i corsi di studio. Mi lascia perplesso; non capisco a quale modello si sono ispirati. Io conosco abbastanza bene il modello francese, ma lì le UFR (unità di formazione e ricerca, quelle che rilasciano i diplomi) sono comunque suddivisioni di un certo domaine d'étude (che da qualche parte si continua a chiamare facoltà).

Comunque credo che quella che si autoproclama una legge rivoluzionaria del sistema universitario debba dare più attenzione alla didattica, altrimenti continuiamo ad andare avanti con le cattive interpretazioni ed applicazioni della Berlinguer.

A proposito di didattica e di dipartimenti, io lavoro alla Sapienza (in una piccolissima facoltà in corso di chiusura). Non so se questo casino di cui vi parlo è stato causato dalla riforma Gelmini o dal rettore che ha voluto precedere la Gelmini con la sua riforma di statuto, ma:

i dipartimenti che forniscono il 60% dei crediti formativi con docenti incardinati nel dipartimento stesso si occupano da soli della didattica, gli altri dovranno coordinarsi con la facoltà. Il risultato è stato una corsa ad aggregare dipartimenti il più grandi ed eterogenei possibile... e non è bastato: il dipartimento che sostituirà la facoltà (cioè un'insalata russa di Glottologia, Geografia, Studi Albanesi(!), Biblioteconomia, Bibliografia, Archivistica et al.) arriva al 60% solo perchè una mia amica docente è stata registrata come appartenente al dipartimento un mese prima di ottenere il trasferimento presso un altro. Se penso alla mia laurea in lettere vecchio ordinamento quadriennale di trent'anni fa, con dentro storia medievale, storia dei partiti politici, storia del teatro e spettacolo, delle dottrine economiche, delle dottrine politiche etc. etc.... nessun dipartimento ragionevole avrebbe potuto fornirmi il 60% dei crediti. A meno di non fare un mega dipartimento di storia con dentro tutto dagli assiri a Obama. E penso che la situazione sarà uguale nelle altre facoltà.

Come si farà a gestire la didattica senza che si capisca chi la deve gestire, e che un dipartimento potrebbe passare dall'autonomia al coordinamento o viceversa per un pensionamento, un posto di ricercatore o un trasferimento... 

 

Ecco, conosco troppo poco delle discipline umanistiche per capire se c'è un problema di organizzazione. Nelle scienze, direi che sostanzialmente non c'è, con dei minimi aggiurtamenti (tipo, i matematici e i fisici insegnano per tutti, mentre biologi o geologi non devono esportare troppa didattica).

Resta il fatto che il concetto di Facoltà (organismo che gestisce la didattica) in opposizione ai dipartimenti che gestiscono la ricerca esiste solo in Italia.

I ricercatori e professori fanno due cose importanti: ricerca e didattica. Oggi come oggi, chi li assume? Un dipartimento per fare ricerca o una facoltà per fare didattica? Se i dipartimenti gestiscono entrambe, possono anche fare delle politiche di sviluppo (leggi: decidere che figure assumere) coerenti. Ovviamente, se hanno la volontà di fare politiche di sviluppo. Ma questa è un'altra faccenda.

Temo che "strutture di raccordo" sia un neologismo per indicare le facoltà

Già, lo temo anch'io. Sarebbe una jattura.

E' proprio vero che il DDL abolisce le facoltà? Ecco che cosa ho scritto diversi mesi fa su questo argomento. Non credo che l'iter parlamentare del DDL lo abbia modificato in questo ambito.

Chi legge il DDL, senza tener conto degli attuali rapporti di forza all’interno degli atenei non dovrebbe aver dubbi: le facoltà saranno soppresse e i docenti saranno inquadrati in dipartimenti costituiti dai docenti di settori scientifico disciplinari affini. Dipartimenti, intesi come aggregazioni di settori scientifico disciplinari saranno responsabili, nella loro area di competenza, di tutta l’offerta didattica, per tutti i corsi di laurea,  e, conseguentemente, agli stessi  dipartimenti saranno affidate le valutazioni di merito per le promozioni ed il reclutamento dei docenti nei settori di loro competenza. Questo tipo di organizzazione dipartimentale è quella, tipica delle università americane, cui sembra ispirarsi il DDL.

       Ma è veramente coerente il DDL con questo tipo di organizzazione? Non totalmente. Si introducono infatti “strutture di raccordo denominate facoltà o scuole, con funzioni di […] coordinamento del funzionamento dei corsi di studio e delle proposte per l’attivazione o la soppressione dei corsi di studio ”. Queste strutture intervengono anche sulle “proposte in materia di personale docente avanzate dai dipartimenti”. Insomma le “strutture di raccordo” sembrano proprio una reincarnazione delle attuali facoltà, private, però, del Consiglio di Facoltà. E’ possibile, se non probabile, che, dati gli attuali rapporti di forza all’interno delle sedi, si parta proprio dalla determinazione queste strutture, e non dai settori scientifico-disciplinari di competenza, per costituire i dipartimenti che ad esse fanno capo. In pratica, i docenti sarebbero ancora inquadrati in una “struttura”, e l’appartenenza ad un dipartimento potrebbe valere solo come un’ulteriore etichettatura.

      Non c’è dubbio, infatti, che le attuali facoltà e i loro presidi cercheranno di risorgere nel nuovo ordinamento. Questa “resurrezione” darebbe luogo ad una organizzazione complessa e deresponsabilizzata, il contrario cioè di quello che, a parole, si propone il DDL. Docenti dello stesso settore finirebbero in dipartimenti diversi, che raccolgono, per far numero, settori eterogenei. In particolare le scelte relative al reclutamento del personale docente di un settore sfuggirebbero alla competenza e alla responsabilità di tutti i professori ordinari dello stesso settore appartenenti alla sede, come, solo apparentemente, prevede il DDL.

      Vale la pena di fare qualche esempio concreto. Supponiamo che, in una grande sede universitaria,  due facoltà importanti, come la Facoltà di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali e la Facoltà di Ingegneria, riescano a risorgere, proponendosi come nuove “strutture di raccordo”. All’interno della “Nuova Facoltà di Scienze” potrebbero facilmente costituirsi, ad esempio, un dipartimento di matematica, un dipartimento di fisica ed un dipartimento di chimica. I numeri minimi di ordinari per la costituzione dei dipartimenti, imposti dal DDL, non consentirebbero la costituzione di tre dipartimenti con le stesse competenze all’interno della “Nuova Facoltà di Ingegneria”, si potrebbe però costituire un dipartimento delle “Scienze di base per l’Ingegneria” che raccolga i docenti di chimica, fisica e matematica, attualmente inquadrati nella facoltà di Ingegneria. Per il reclutamento di nuovi docenti e ricercatori a tempo determinato, di chimica, fisica e matematica della “Nuova Facoltà di Ingegneria” sarebbe competente questo dipartimento, per quanto disomogeneo, e le commissioni per i concorsi per posti di un settore di chimica, matematica o fisica, potrebbero, a norma dell’Art. 9, comma 2, punto c) del DDL, escludere i colleghi della “Nuova Facoltà di Scienze”, e quindi la maggioranza dei docenti dei settori interessati. Anche le proposte di chiamata previste dallo stesso comma e articolo, al punto f) sarebbero espresse da un dipartimento eterogeneo che potrebbe esclude la maggioranza dei docenti competenti del settore. Questa soluzione, certamente contraria allo spirito del DDL, non è esplicitamente esclusa da nessuna delle norme ivi contenute,  ed, in molti casi, è quella più facile da adottare. Significa però che il DDL avrebbe effetto negativo o nullo sull’organizzazione delle facoltà e dei dipartimenti, con l’aggravante di prevedere concorsi (e non solo chiamate)  con commissioni interamente locali.

      Esempi analoghi potrebbero essere fatti per molti settori presenti attualmente in facoltà diverse. Ad esempio per i settori delle Scienze Giuridiche, presenti nella Facoltà di Giurisprudenza, ma anche in quelle di Economia e Scienze Politiche, e per i settori dell’Economia, presenti nella Facoltà di Economia, ma anche in quelle di Giurisprudenza, Scienze Politiche e Statistica.

      In definitiva, se non si chiarisce, innanzitutto, che docenti dello stesso settore non possono appartenere a dipartimenti diversi (come sembra dire, ma non dice esplicitamente, il DDL) è probabile che siano le Facoltà, e, al loro interno, piccoli gruppi, arroccati in dipartimenti di comodo, scientificamente disomogenei,  a prevalere. Ci sono molte forze che spingono in questa direzione. Prima di tutto il potere che attualmente detengono facoltà e presidi e che certamente non vorranno mollare. In secondo luogo il desiderio di molti professori di non confrontarsi o mescolarsi con “colleghi” attualmente appartenenti ad altre facoltà. I giuristi delle facoltà di Giurisprudenza si ritengono superiori ai giuristi delle facoltà di Economia, i quali, reciprocamente, temono l’interferenza dei giuristi di Giurisprudenza nelle loro scelte di reclutamento. Lo stesso succede per matematici e i fisici delle facoltà di Scienze che si ritengono superiori a matematici e fisici delle facoltà di Ingegneria, mentre questi ultimi temono l’arroganza e la prepotenza dei colleghi di Scienze. Insomma, se si valutano le forze in gioco, è facile prevedere che il DDL sarà interpretato in modo che nulla cambi, se non in peggio, nella organizzazione dei dipartimenti e delle facoltà.

 

Ho già espresso più volte le mie opinioni in merito ai criteri bibliometrici per la valutazione scientifica. Mi limito qui a citare un documento tecnico della International Mathematical Unione e dell'International Institute of Statistic, che dvrebbe essere almeno preso in considerazione (per confutarlo?)

http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf

Ho già espresso più volte le mie opinioni in merito ai criteri bibliometrici per la valutazione scientifica. Mi limito qui a citare un documento tecnico della International Mathematical Unione e dell'International Institute of Statistic, che dvrebbe essere almeno preso in considerazione (per confutarlo?)

http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf

Ho la sensazione di aver risposto in passato, ma approfitto della seconda chance.  Le critiche ai criteri bibliometrici sono bene accette ma lo sono ancora di piu' se sono accompagnate con proposte alternative su come valutare il ritorno sociale della spesa per universita' e ricerca a livello individuale, dipartimentale, dell'universita' di uno Stato nel suo complesso. Una valutazione e' necessaria, come dimostra il livello insoddisfacente del sistema universitario italiano, caratterizzato da una sostanziale assenza e/o inefficacia degli effetti di qualsivoglia valutazione.

Io sono convinto che i criteri bibliometrici siano imperfetti e che come per ogni altro indicatore quantitativo richiedano il tradizionale grano di sale nell'interpretazione, tuttavia ritengo che possano essere ragionevolmente accurati per valutare l'attivita' di un Dipartimento composto da una pluralita' di ricercatori per un periodo di 5+ anni, anche per un periodo inferiore se il numero delle persone e' sufficientemente elevato.  Mi sembra che anche l'IMU e l'IIS in fin dei conti accettino l'uso dei criteri bibliografici, a patto che si riconosca che hanno pur sempre margini di incertezza e imprecisione. Cito:

We do not dismiss citation statistics as a tool for assessing the quality of research  - citation data and statistics can provide some valuable information. We recognize that assessment must be practical, and for this reason easily‐derived citation statistics almost surely will be part of the process. But citation data provide only a limited and incomplete view of research quality, and the statistics derived from citation data are sometimes poorly understood and misused. Research is too important to measure its value with only a single coarse tool.

Per complementare gli indicatori bibliografici ritengo sia utile accompagnarli da peer review che possono essere basate sia sull'analisi di esperti della produzione scientifica sia da semplici sondaggi di opinione condotto da numersi campioni casuali scelti tra le universita' di riconosciuta fama mondiale diverse da quelle esaminate.  L'analisi statistica comparata di vari indicatori potrebbe anche produrre metodi piu' raffinati per stimare la produzione scientifica attraverso gli indicatori bibliometrici.

 

Francamente trovo lunare questa discussione. Come già scritto nel post, sono perfettamente conscio dei limiti  delle valutazioni bibliometriche. In un mondo ideale, sarebbe indubbiamente opportuno integrarli o sostituirli con una valutazione soggettiva di esperti imparziali. In fondo il RAE inglese ha funzionato molto bene in questa maniera. Il problema è che l'università italiana, con la possibile eccezione di Fisica Teorica e Matematica, dove sono tutti notoriamente santi, non è un mondo ideale. E' un mondo dove un ben preciso gruppo di persone, tecnicamente note come professori di I fascia, per i giornali Baroni, esercitano il potere accademico in riti di passaggio tribali noti come valutazioni comparative, per i giornali concorsi, basandosi esclusivamente su valutazioni soggettive. Nei concorsi, i commissari possono formulare giudizi scientifici totalmente arbitrari. Molti di loro usano questa possibilità per promuovere i candidati preferiti e provano grande soddisfazione in caso di successo. Essi quindi presumibilmente trasferirebbero questa prassi anche negli eventuali organi di valutazione della ricerca, che quindi produrrebbero risultati arbitrari. I commissari ANVUR potrebbero dedicarsi a valutazione arbitrarie direttamente se, come quelli RAE, dovessero valutare le strutture in prima persona. Potrebbero farlo indirettamente, scegliendo i referee giusti se invece come nel CIVR italiano, dovessero chiedere un parere esterno. E' molto probabile che il risultato sarebbe una promozione en masse - forse con qualche eccezione da scegliere fra i nemici accademici dei commissari stessi. Il discorso vale per gli  esperti stranieri. E' ragionevole ipotizzare che essi vengano reclutati fra gli amici dei commissari ANVUR, magari da qualche università di second'ordine e che quindi finiscano per sottoscrivere qualsiasi decisione presa dai loro referenti italiani. In questo modo la valutazione diventerebbe l'ennesima buffonata all'italiana. E' molto probabile che lo diventi, dati i forti incentivi in tal senso e la mancanza di un movimento che la appoggi. Mi sembra che spaccare il capello in quattro sempre con in mente il caso particolare della propria disciplina, dove sono tutti santi, non aiuti molto.

Caro Federico,

continuo ad essere d'accordo con AFT. A parte la difficoltà attuale nell'istituire parametri di misurazione automatica sufficientemente robusti per tutte le discipline, compito immane. A parte questo piccolo problemuccio, una valutazione completamente automatizzata è ingannabile e aggirabile con semplicità disarmante. Un sistema complesso si adatta immediatamente alle regole; nel caso in esame, si assisterebbe immediatamente all'apertura di journal compiacenti dall'IF alto in ogni disciplina. Cosa che in parte è già successa e che continuerà a succedere.

Ti racconto una storiella. Il journal IEEE Transaction in Industrial Electronics ha sempre avuto storicamente un IF basso. Da due anni a questa parte, invece, l'IF ha avuto un notevole e improvviso balzo verso l'alto. Che è successo? E' arrivato un nuovo editor? E' incrementata drammaticamente la qualità dei paper?

Ma no. Quello che è successo è che da due anni a questa parte al momento della submission del tuo paper ti invitano a compilare un questionario. Dopo parecchie domande generiche, arriva la serie di domande chiave: "How many citation in your paper?" "How many citations to papers published in the last two years?" "How many citations to papers published in this journal?" "How many citations to papers published in this journal in the last two years?"

Sembra brutto mettere 0 nelle ultime due caselle, vero? Non si sa mai che l'editor la prenda male. Fatto sta che il 99% dei ricercatori torna indietro a modificare il paper per inserire pubblicazioni più o meno attinenti a paper del journal. E l'IF si impenna!!

E se ci pensi bene: quale stimolo economico impedisce alle case editrici come Elsevier o la stessa IEEE di aprire sempre nuovi journal? E' chiaro che in tutto il mondo il numero di ricercatori è enormemente aumentato negli ultimi 15-20 anni. Soprattutto, c'è un numero enorme di ricercatori indiani e cinesi in cerca di gloria. E' il publish or perish, baby, questa gente ha bisogno di pubblicare, e tanto, per fare carriera. E quindi preme fortemente per l'istituzione di nuovi journal, nuovi simposi e conferenze, nuove opportunità di pubblicazione. E poi essere editor è prestigioso, lo metti nel curriculum. E allora è semplice. Vai da Elsevier e proponi l'apertura di un journal per una nuova branca, magari insieme a un gruppo di amici: oppure una special issue per un journal esistente. Vedrai che raramente ti diranno di no. Nota che la maggior parte dell'income viene da fondi pubblici. Quale forza economica impedisce a queste case editrici di prosperare in maniera non completamente corretta? Sai che giro di affari ha la Elsevier, vero? Ci sono mercati in espansione che aspettano di essere conquistati!

Valutazione automatica? IMHO it's flawed, forget about it.

No, no e no.

Sono in totale e scornato disaccordo con questo argomento. Siamo tutti d'accordo che non può esistere l'indice perfetto, che gli indici bibliometrici hanno solamente un valore statistico e non possono essere applicati ciecamente in ogni singola circostanza. Ma questa è una banalità.

Nel sistema italiano è esperienza comune di moltissimi precari e giovani ricercatori l'essere costretti a dire molti sì a professori di prima fascia i cui indici bibliometrici possono essere tipo un decimo dei tuoi. Gente che magari non sa spiegarsi in inglese (e in italiano stenta) e il cui nome all'estero genera espressioni facciali confuse del tipo "davvero esiste un tale con quel nome nel mio campo?"

Queste nullità decidono del tuo futuro di precario, e del futuro dell'Università tutta. Cominciamo a introdurre l'uso dei parametri bibliometrici per uscire dalla palude. Poi ci sarà tempo di affinare un metodo che non sia solo vagamente razionale, ma addirittura buono. Ma i parametri bibliometrici saranno sempre meglio della selezione del mediocre servile che è oggi la norma in molti dipartimenti.

Caro Lipari,

 

Valutazione automatica? IMHO it's flawed, forget about it.

potrei  risponderti tecnicamente, ma francamente non me la sento. O capisci il problema o non lo capisci. Evidentemente sei in un altro settore dove sono tutti santi ed il problema non lo capisci, visto che assumo tu sia in buona fede. Io ho provato a spiegarlo, ma si vede che non ci sono riuscito. Too bad. Tenetevi il sistema italiano e i baroni. Ma poi non vi lamentate se Tremonti lesina i soldi e se i concorsi universitari finiscono sui giornali.

Comunque, io sono ordinario e nel 2012 posso andare in pensione.

Saluti

 

 

 

Nella mia disciplina, è certamente meglio usare i criteri bibliometrici, per quanto imperfetti, piuttosto che non usarli. Si riuscirebbe almeno a far fuori quel 50% con IF e citazioni vicini a zero. Comunque, anch'io sono (ero?) ordinario e in pensione ci sono già.

A proposito di IF vorrei aggiungere una nota scherzosa. Lo IF di una rivista è una media di una distribuzione a valori interi non negativi. Alla media potremmo sostituire la mediana, che ha il vantaggio di essere invariante per cambiamento di scala. Introduciamo quindi il parametro MIF (modified impact factor), in cui al posto della media si considera la mediana. Naturalmente per valutare la qualità delle riviste dobbiamo tener conto delle differenze tra diverse aree. Il MIF deve essere quindi normalizzato, ad esempio dividendolo per il valore MIF mediano delle riviste dell'area. Ecco finalmente che abbiamo trovato l'indice giusto perché tutte le riviste di matematica raggiungerebbero una valutazione di + infinito, dal momento che il MIF mediano è zero!

Adesso la mia ultima domanda seria: che valore possiamo dare alla media di una distribuzione a valori interi non negativi quando moda e mediana sono zero? Ai posteri l'ardua sentenza.

che valore possiamo dare alla media di una distribuzione a valori interi non negativi quando moda e mediana sono zero?

è tardi e forse non sono lucido. Ma non capisco la serietà della domanda. Una distribuzione del tipo citato avrà media zero virgola qualcosa, no? Dunque?

Certamente la media aritmetica contiene informazioni. Possono essere però informazioni fuorvianti (né false né prive di contenuto, ma fuorvianti, cioè suscettibili di cattiva interpretazione) se si usa la media per confrontare individui. Se mediana e moda delle citazioni sono zero per due riviste, una delle quali ha IF doppio dell'altra, può ben succedere che se prendiamo a caso un articolo dalla rivista A e un articolo dalla rivista B, abbiano lo stesso numero di citazioni. Infatti questo succederà con probabilità superiore ad 1/2. Un criterio di giudizio che sbaglia nel 50% dei casi (o anche nel 30% dei casi) è sostanzialmente da buttar via. Questo argomento è preso dal documento "Citation Statistics" che ho citato sopra. Detto alla Trilussa: se la maggioranza di una popolazione non mangia nemmeno un pezzettino di pollo, l'informazione sul numero dei polli consumati in media dalla popolazione non è  priva di significato, ma difficilmente può applicarsi a dedurre qualcosa sul consumo di pollo di un individuo.

In realtà, se ci pensi, proprio perché si tratta di una distribuzione a valori (interi) non negativi con moda e mediana nulle (per tacere della media geometrica) se vuoi sintetizzarla con un solo numero che possa essere utile per fare dei confronti... non hai molte alternative alla media aritmetica! Un altro esempio del genere è la distribuzione della variabile "Number of people you know who have committed suicide" (es. General Social Survey, 1991).

Sunto:

Si pongono domande (vorrei sommessamente ricordare che le domande sono il motore della discussione, e la discussione e' la strada che ci fa avvicinare alla verita': per questo non dovrebbero esistere domande proibite, e non bisognerebbe spazientirsi con chi le pone, e non bisognerebbe censurare le discussioni: poi, certo, se uno insegna che 3+3=33 deve essere rimosso: su questo punto ritiro una mia posizione precedente, dove avevo tirato un po' la corda per eccesso di zelo, troppo preso dall'argomento, e avevo scritto una mezza scemenza: chiedo scusa).

Si forniscono fonti bibliografiche che mostrano che le critiche all'uso di indicatori bibliometrici non vengono solo da alcuni accademici italiani (i quali, secondo alcuni commentatori, sarebbero viziati perche' vivrebbero in un paradiso), ma hanno invece un orizzonte internazionale.

(Dalla bibliografia e' escluso Citation Statistics, dell'International Mathematical Union, in collaborazione con ICIAM e IMS, gia' citato da altri commentatori).

Le prime domande sono quindi:

non sarebbe il caso di prendere atto di tutte queste critiche, che vengono da un orizzonte internazionale, invece di affrettarsi ad adottare questi indicatori bibliometrici?

Non sarebbe il caso di farsi venire in mente (cercare) qualche soluzione migliore?

E l'onere della ricerca di soluzioni migliori deve per forza pesare interamente su chi avanza le critiche?

1.

Bisogna usare parametri oggettivi

ma esistono (e' possibile che esistano) parametri oggettivi su questi temi?

su questa domanda, propongo la lettura di un interessante articolo di Giorgio Israel

http://gisrael.blogspot.com/2010/10/la-cultura-non-si-misura.html

Israel precisa, in questo articolo, a scanso di equivoci, che lui non e' contro la valutazione, e promette ``In un prossimo capitolo potremmo spiegare cosa si può fare di serio.''

I'll stay tuned.

2.

Ovvero misure dell'impatto di una pubblicazione basate su citazioni da parte di altre pubblicazioni.

ammesso, e non concesso, che esistano parametri ``oggettivi'' su questi temi, e' sicuro che ``oggettivo'' coincida con ``bibliometrico''? e (ammesso e non concesso che esistano parametri ``oggettivi'') i parametri bibliometrici sono sufficientemente  oggettivi?

3.

...Dove tali parametri non ci sono (come a Lettere o a Legge) bisogna crearli...

suggerisco la lettura di

Journals under Threat: A Joint Response from History of Science, Technology, and Medicine Editors. Science in Context (2009), 22: 1-4 Cambridge University Press

http://journals.cambridge.org/action/displayAbstract?aid=3259456

4.

...Scrivo questo perfettamente consapevole che questi indici non funzionano bene e quindi vi prego di evitare lunghe discussioni sui loro difetti. Le alternative sono  peggiori...

le alternative sono state veramente provate tutte?

5.

...i parametri automatici non sono manipolabili facilmente...

ma questa tesi non e' forse stata smentita da alcuni studi?

ad esempio

5.1

Aardvark et al.: quality journals and gamesmanship in management studies. Journal of Information Science. Journal of Information Science  December 2007   vol. 33  no. 6  702-717

http://jis.sagepub.com/content/33/6/702

vedi anche

5.2

Integrity Under Attack:
The State of Scholarly Publishing
By Douglas N. Arnold. SIAM NEWS. Volume 42/Number 10 December 2009

http://www.siam.org/news/news.php?id=1663

5.3

Do Pressures to Publish Increase Scientists' Bias? An Empirical Support from US States Data. Daniele Fanelli.

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0010271

5.4

Why the impact factor of journals should not be used for evaluating research. Per O Seglen. BMJ 1997;314:497.

http://www.bmj.com/content/314/7079/497.1.full

5.5.

e un intero numero della rivista

Ethics in Science and Environmental Politics

http://www.int-res.com/abstracts/esep/v8/n1/

Grazie per le interessanti citazioni e materiale. Le faccio, per l'ultima volta, poi rinuncio, una domanda. Supponiamo che lei sia in un deserto senz'acqua. Vede un'oasi. Ci sono alcuni cammellieri che bevono. Beve anche lei o chiede prima che vengano fatte le analisi per controllare che l'acqua sia perfettamente potabile secondo gli standards della sua nativa Svezia?

 

siccome vedo anche molti cammellieri che scappano dall'Oasi e avvisano gli altri di non bere, prima di bere e di far bere i miei figli mi chiedo se le riserve che ho mi bastano per continuare il viaggio

l'esempio svedese e' interessante: la commissione di concorso comprende un esperto straniero, ti inchiodano in una prova di valutazione delle tue capacita' didattiche; ecc.

ad ogni modo: questo atteggiamento, come dire, di stato di guerra, per cui se non sei amico sei nemico, e ``support our troops!'', e, fuor di metafora, se non sei amico dell'IF allora difendi metodi clientelari di allocazione delle risorse, o, in altre parole, sei un amico dei baroni disonesti che fanno vincere persone mediocri ecc., mi sembra discutibile

anch'io ho posto tante domande, che non sono metaforiche e non sono retoriche

 

 

 

Non credo che le cose stiano così, del tipo o sei con noi o contro di noi.

Però che gli indici bibliometrici siano flawed è un classico argomento dei full professor che non vogliono cambiare nulla.

Io (con Popper) non sono affatto convinto che esista il paradiso in terra, "un po' meglio di prima" è un gran risultato secondo me e "perfetto" non esiste.

Poi se esiste una alternativa altrettanto buona agli indici bibliometrici, welcome. Ma io ancora non la ho vista.

Però che gli indici bibliometrici siano flawed è un classico argomento dei full professor che non vogliono cambiare nulla.

i riferimenti bibliografici che ho dato sono scritti da ordinari che non vogliono cambiare nulla?

vedi che se non sono con te sono contro di te? lo dici tu stesso in questa tua frase che ho messo in evidenza

 

 

Poi se esiste una alternativa altrettanto buona agli indici bibliometrici, welcome. Ma io ancora non la ho vista.

un conto e' se la si cerca, un altro e' se si ritiene aprioristicamente che questo dell'IF sia il paradiso in terra

 

 

 

i riferimenti bibliografici che ho dato sono scritti da ordinari che non vogliono cambiare nulla?

No, certo, sono roba da leggere attentamente e lavori simili li ho letti anch'io. Ho anche discusso a lungo con docenti soprattutto tedeschi, e americani, su questo argomento. Gl indici bibliometrici non sono perfetti, questo lo darei per assodato.

Il punto però è che queste discussioni sono buone per un paese dove l'Università funziona bene, per un paese con un sistema da terzo mondo come il nostro bisogna prima passare per dove gli altri sono già passati, cioè per la valutazione oggettiva (seppure imperfetta) atteaverso indici bibliometrici.

 

Poi se esiste una alternativa altrettanto buona agli indici bibliometrici, welcome. Ma io ancora non la ho vista.

un conto e' se la si cerca, un altro e' se si ritiene aprioristicamente che questo dell'IF sia il paradiso in terra

Così non vale. SE ci fosse la valutazione perfetta sarei il primo a buttare nel -ehm- cesso l'IF. Al momento però nessuno mi ha mostrato nulla di nemmeno lontanamente buono as well. Io di mestiere non sono uno statistico, e nemmeno mi occupo di valutazione. Non si può chiedere a me di risolvere il problema. Però mi ritengo abbastanza sveglio da vedere se una cosa ha potenziale o no.

Negli indici bibliometrici per il sistema italiano vedo del potenziale. Tutto il resto per ora mi sembra fuffa. Ma tengo le orecchie aperte. Tu hai una proposta? Ascolto (fino a questa notte. Poi non sarò online per un mese... quindi mi scuso fin da ora se non potrò rispondere! Nessuno se ne abbia, cause di forza maggiore...).

Noi, al Dip. di Matematica di Pisa, usiamo parametri bibliometrici per dividere i fondi d'ateneo; se vi interessa scrivo qui di seguito alcuni punti a favore e contro.

+ i parametri sono stabiliti a priori: nel nostro caso le riviste sono divise in diverse fasce in base al Mathematical Citation Quotient (MCQ) di Mathematical Review;

+ il lavoro di valutazione e' praticamente automatico (visto che i fondi son pochi, questo e' un enorme vantaggio);

* qualcuno ritiene avvilente una classifica automatica (pero' la maggioranza e' convinta
   che *in questo caso* questa sia l'opzione piu' sensata);

* la valutazione sul singolo puo' dare risultati bizzarri, tuttavia in media (p.es. mediando sui
   gruppi di ricerca) e' piuttosto soddisfacente;

- alcune aree della matematica (didattica e storia della matematica) non sono adeguatamente rappresentate dall'MCQ;

- ci sono alcuni problemi a confrontarsi con fisici ed informatici (i fondi vengono dati alla macroarea), ma nulla di insormontabile.

Io in questo caso sono assolutamente favorevole all'utilizzo di questi criteri; vedo pero' alcune problematiche ad usarli in altre situazioni. Provo a fare un elenco.

1) se fossero in ballo piu' soldi (o soldi in busta paga) le persone sarebbero meno tolleranti verso gli inevitabili 'errori' (sempre che di errori si possa parlare);

2) il risultato e' piuttosto affidabile *in media*, ma sui singoli a volte lascia un po' a desiderare;

3) ci sono aree (p.es. nelle materie umanistiche) dove non c'e' ancora un accordo sui parametri bibliometrici significativi (questo lo so da un collega grecista che si e' posto seriamente questo problema in veste referee dell'ultima valutazione per il PRIN).

Conclusioni personali: penso che (modulo risolvere il problema di cui al punto 2) i parametri bibliometrici possano essere molto utili per una valutazione media (p.es. per dipartimento) di settori omogenei (=che sono d'accordo ad adottare indicatori comparabili).

Possono anche essere utili per fare una scrematura in altri casi (p.es. per l'attribuzione degli scatti stipendiali), ma necessitano di essere affiancati da una valutazione nel merito (p.es. un giudizio di merito sui 2 o 3 lavori migliori).

Penso siano inutili per stabilire requisiti minimi per l'accesso ai concorsi; ma potrebbero essere usati per stabilire requisiti minimi (con soglia abbastanza alta) per i commissari. Infatti penso che la regola per la formazione delle commissioni dovrebbe prevedere che ci partecipino tutti i pari grado che superino una determinata soglia prefissata.

Penso siano inutili per stabilire requisiti minimi per l'accesso ai concorsi; ma potrebbero essere usati per stabilire requisiti minimi (con soglia abbastanza alta) per i commissari.

Beh io penso invece che una soglia minima, almeno per i concorsi a professore associato e ordinario, eviterebbe almeno gli scandali più squallidi.

Però devo dire che la tua idea di una soglia per i commissari è MOLTO interessante. Se qualcuno da "lassù" ci legge: prendete nota, credo che su questo tutti i ricercatori sarebbero d'accordo.

Penso siano inutili per stabilire requisiti minimi per l'accesso ai concorsi; ma potrebbero essere usati per stabilire requisiti minimi (con soglia abbastanza alta) per i commissari.

Beh io penso invece che una soglia minima, almeno per i concorsi a professore associato e ordinario, eviterebbe almeno gli scandali più squallidi.

Si', hai ragione. Quando dicevo inutili intendevo poco utili, specialmente nel caso del reclutamento dei ricercatori.

Però devo dire che la tua idea di una soglia per i commissari è MOLTO interessante. Se qualcuno da "lassù" ci legge: prendete nota, credo che su questo tutti i ricercatori sarebbero d'accordo.

A onor del vero, non e' un'idea mia, l'ho sentita da varie altre parti, sia da colleghi ma anche da alcuni politici (vedi qui, per esempio).

Innanzitutto Le faccio notare che io ho parlato di indici e non solo dell'IF, citando l'indice di Hirsch e ce ne sono molti altri. Ho anche detto che in alcune discipline bisogna farli. Ho solo detto che la valutazione deve essere automatica, senza intervento umano. Poi quale indice usare si può discutere. Ma il principio è quello che conta - l'automatismo v.s. l'arbitrio

Visto che lei si definisce "insegnante di matematica" (all'università? alla scuola?) forse non ha molto chiaro cosa sono i Baroni italiani. Allora Le cito alcune intercettazioni telefoniche nell'ambito di una inchiesta giudiziaria su un concorso di Cardiologia (sa, quelli che ci curano in caso di infarto).

Parlano un commissario (Paolo Rizzoni) ed un'altra persona, il 13 novembre 2002

PR "E' brutto  perchè poi siamo in battaglia, diciamo che il membro interno vuole portare uno"

AP "Ah il solito fatto"

PR "Invece noi dobbiamo fregaglielo"

AP "Madonna..

PR "E ha 600 punti  di  impact factor mentre i più bravi degli altri ne hanno 120"

AP "Ma è un uomo o una donna?"

PR "Uomo, uomo! E' abbastanza antipatico per fortuna! E' fare giudizi in modo da fregare tutti tranne uno o due non è facile, però sto uscendo con una buona lingua italiana, mi sto divertendo"

In una conversazione successiva (14 novembre), sempre il solito Rizzoni

PR "l'aria è dura perchè stiamo bocciando.. il posto è del Sant'Anna, è il posto loro e noi stiamo bocciando il loro che è il meglio"

 

Ed infine il 16 novembre Rizzoni telefona a Mariani, professore di Pisa e, a quanto pare, boss della Cardiologia italiana

"Abbiamo fregato Picano sulla lezione... l'ho fregato"..  assegnando un "sufficiente" col giudizio

"La lezione ha un eccesso di citazioni, ed è estremamente approfondita, tecnica.. più adatta a un auditorio di eruditi che a studenti del Terzo anno di Medicina.. monotona poco accativante

Poi spiega anche che il candidato da far vincere, allievo del Mariani, ha fatto una lezione pessima - ma "dobbiamo dire che ha fatto una bella lezione.. che sofferenza.. mi sono fumato venti sigarette"

Fonte Cristina Zagaria Processo all'Università Dedalo Bari 2007 pp.98-99.

Si legga il libro (ce ne sono 3-4 simili) e poi riparliamo dei difetti dell'IF

 

 

Fausto è un insegnante universitario di matematica, che ha al suo attivo almeno un risultato veramente sorprendente. E' difficile per un matematico accettare che, per colpire il malcostume dei professori universitari di medicina, sia necessario introdurre metodi di valutazione che nuocciono allo sviluppo della nostra scienza. Ma forse i pericoli sono sopravvalutati: i matematici veri, quelli che, spinti solo dalla curiosità, finiscono per trovare risultati sorprendenti, continueranno a lavorare ignorando le valutazioni bibliometriche automatiche, e le classifiche per numero di citazioni.

Effettivamente non occorreva essere uno specialista per sapere chi sia Fausto: basta sapere usare google e, magari, anche i famosi indicatori bibliometrici automatici ;)

Io facevo notare che non conosce la situazione universitaria e i comportamenti tribali dei  Baroni italiani. Mi sembra un problema comune a molti matematici

non ho mai usato uno di questi famosi indicatori, l'ho fatto adesso per la prima volta su me stesso, dopo che carminat ha sollevato il punto

(non ho capito che cosa carminat voleva dire con quella icona messa alla fine del suo intervento, ma forse quella icona significar per verba non si poria; del resto viviamo nella civilta' dell'immagine)

e ho trovato questo usando ``quad search'', che non so cosa sia e non lo voglio sapere, ma l'idea di poter concludere qualcosa su di me, voglio dire, sul contributo che ho dato allo scibile umano, da questi due grafici desta, come si dice in accademichese, qualche perplessita'

ma fate vobis

non stupisce che i politici tentino di importare l'ultima moda dall'estero per fare colpo sull'opinione pubblica, senza sapere che nel frattempo non e' piu' l'ultima moda, perche' dall'estero si sono levate nel frattempo tante voci contro, ma sono stupido da altre cose ...

la mossa di riportare, come risposta al mio intervento, un dialogo intercettato, che documenta transazioni poco belle, dimostra ancora una volta che questo e' diventato un riflesso condizionato: e' come stare in guerra: sei non sei amico, sei nemico: una specie di bipolarismo mentale diventato uno stile cognitivo (o forse e' il risultato di anni di quiz televisivi: vero o falso?) ``ma allora sei dalla parte del malcostume!'' nella variante: ``ma allora non sai nemmeno che cosa succede qui da noi!''

non vivo in un paradiso, e ho avuto modo di vedere cose poco belle, e nel mio piccolo ho fatto quello che ho potuto per oppormi in situazioni concrete, ma io non sono il ministro, e nemmeno il consigliere del ministro, e non devo decidere su due piedi entro domani o entro un mese come risolvere questo problema della valutazione nel suo complesso

usare la logica dell'emergenza per giustificare misure affrettatamente importate dall'estero (proprio mentre dall'estero si sentono voci critiche verso queste misure) e' tipico di un politico, che pensa a breve termine, mentre mi sembra che lo spirito di NfA sia un altro

forse forse forse questi indicatori possono riconoscere il grano dal loglio in alcuni casi, in alcune situazioni, in alcune discipline, e svolgere cosi' una azione moralizzatrice in alcune situazioni: forse; non posso escluderlo; da quello che dite mi sembra plausibile in alcune situazioni, forse in alcune zone o aree particolarmente depresse e degradate; ma visto che qui facciamo finta di essere, idealmente, consiglieri di un ministro ma senza dover decidere entro domani, e visto che dovremmo avere l'ambizione di cercare soluzioni meno contingenti, non sarebbe il caso di farsi venire idee migliori? di cercare idee migliori? invece di adagiarci verso la penultima moda che viene dall'estero? non dico che la soluzione la debba trovare X o Y; stiamo discutendo in maniera disinteressata, mi sembra, nello spirito di NfA

ma un consiglio chiaro da dare al ministro ce l'ho: fare in modo che l'art. 6 del d.m. 270 sia implementato in maniera seria da tutte le universita', a pena di sanzioni sul ffo; non c'entra nulla con la valutazione ma avrebbe un effetto positivo sulla formazione dei giovani; invece il ministro ha sfornato un nuovo d.m. il 22 settembre 2010, che se non mi sbaglio e' alla corte dei conti, e che ci obbliga, dopo appena un anno dalla implementazione del d.m. 270, a rimettere mano sui piani di studio su basi puramente numerologiche; cosa c'e' di male? il male e' questo: questi criteri sono puramente numerologici, sono basati su quelli che vengono chiamati ``requisiti minimi'', e non riconoscono il grano dal loglio, perche' i numeri non pensano, e non sono quindi in grado di riconoscere le situazioni veramente irrazionali;

e de hoc satis

 

 

non stupisce che i politici tentino di importare l'ultima moda dall'estero per fare colpo sull'opinione pubblica, senza sapere che nel frattempo non e' piu' l'ultima moda, perche' dall'estero si sono levate nel frattempo tante voci contro,

Bisognerebbe far circolare di più la notizia che nel Regno Unito il prossimo esercizio di valutazione sarà condotto con il medesimo sistema di peer-review "umano" usato nel passato, dopo che una proposta di uso massiccio della bibliometria "in modo automatico" è stata scartata in favore della semplice "messa a disposizione dei dati" per i singoli panel.

Anzi, siccome lì fanno le cose seriamente (e non potrebbe essere diversamente, vista la torta at stake), il processo di riflessione e di consultazione che ha accompagnato la preparazione del nuovo esercizio è stato schietto e profondo, e i risultati sono consultabili pubblicamente sull'apposito sito (REF 2014), a disposizione del mondo intero, aggratis.

Faccio notare che dove è scritto "We expect that some of the panels will make use of citation information to inform their review of outputs" si intende quello che ho detto poc'anzi, cioè l'uso umano dei dati. Il rapporto dove si legge l'esito della consultazione per l'uso della bibliometria è questo, e il punto centrale è così riassunto nell'executive summary:

8.   Bibliometrics are not sufficiently robust at this stage to be used formulaically or to replace expert review in the REF. However there is considerable scope for citation information to be used to inform expert review.

Comunque è certo che in Italia la numerologia è già fra noi, come Lei ha sottolineato per quanto riguarda la defizione dei "requisiti minimi" per i corsi di studi, ecc. ecc. una cosa per cui siamo diventati la macchietta del mondo intero. Sull'uso per la distribuzione delle risorse, pure - come ho già scritto in questo articolo per il mio blog con riferimento in particolare ad un certo indicatore "problematico".

La migliore spiegazione per questo stato di cose l'ha messa nero su bianco Matteo Turri nel suo libro "La valutazione dell'Università", per il cui coraggio sempre sia lodato

«Affrontando il tema della valutazione nelle università occorre innanzitutto chiarire cosa si intende con il termine valutazione. […] Nella pratica quotidiana accade che tale lacuna sia sanata mediante l’applicazione, da parte dei diversi attori dell’organizzazione universitaria, dei concetti di valutazione che sono loro più familiari. Il risultato è una situazione variegata, priva di un’identità univoca, spesso contraddittoria, dove abbondano le contrapposizioni. Imporre il proprio concetto di valutazione corrisponde, infatti, a imporre i propri riferimenti culturali e dunque ad acquisire un vantaggio competitivo nei confronti di colleghi di discipline differenti. Oltretutto, se la valutazione assume i principi di una disciplina, proprio gli esperti di questa disciplina saranno chiamati ad assumere il ruolo di valutatori. A questo proposito il panorama universitario italiano presenta almeno due testimonianze di “usurpazione” del concetto di valutazione: - il ruolo rilevante assunto da studiosi di scienze statistiche presso il CNVSU (Comitato nazionale  per la valutazione del sistema universitario) e a cascata nella maggior parte dei nuclei di  valutazione degli atenei italiani ha fatto sì che tutto il sistema nazionale, caso unico in Europa, sia impostato sull’idea che valutare le università e le attività universitarie significhi raccogliere, mediante sofisticate tecniche statistiche, una gran mole di dati; - l’attivazione, da parte della Conferenza dei Presidi della Facoltà di Ingegneria, di un Sistema Nazionale di Accreditamento dei Corsi di Studio di Ingegneria (SI.N.A.I.) tra il 1999 e 2000 su 9 corsi di diploma, sfociata in seguito nelle esperienze, promosse dalla Conferenza dei Rettori delle università italiane (C.R.U.I.), Campus e Campusone, ha innescato un dibattito promosso da accademici dell’area di ingegneria circa l’opportunità di introdurre sistemi di valutazione ispirati alle norme ISO 9000 mutuando direttamente dai settori produttivi modelli che sono presso le stesse imprese oggetto di una riflessione critica.»

Se devo scegliere con chi allearmi, in ogni caso, scelgo gli ingegneri (anzi ho già scelto) che almeno sono più vicini al concetto più corretto ed utile.

RR

 

So what (e allora, per gli italiani)?
Questi sono inglesi, mica Baroni italiani

 

 

Mah, qualcuno diceva che si trattava di guardare a' modelli anglosassoni.

Io ho cercato di capire e spiegare questi modelli, e la sottostante realtà. Anche perchè li trovo decisamente interessanti.

Poi sono sempre stato il primo dire che, in ambiti diversi, tutti i modelli vanno usati come "cassetta per gli attrezzi" per discutere, e non come cut and paste. Del resto il popolo tedesco non è uguale al popolo greco. Ma la soluzione non sta nel dire che per il popolo greco le cose possono migliorare continuando a comportarsi come si è sempre comportato, ed evitare di affrontare il cambiamento.

Ora leggo che bisogna considerare le differenze fra il barone italiano e quello inglese. Appunto, ma se un cuoco italiano non sa fare gli antipasti, e invece viene pagato anche per quello, cosa facciamo, chiamiamo uno statistico a farli?

Veramente non so più che bussola stia prendendo questo paese.

RR

Effettivamente non occorreva essere uno specialista per sapere chi sia Fausto: basta sapere usare google e, magari, anche i famosi indicatori bibliometrici automatici ;)

(non ho capito che cosa carminat voleva dire con quella icona messa alla fine del suo intervento, ma forse quella icona significar per verba non si poria; del resto viviamo nella civilta' dell'immagine)

L'icona voleva evidenziare il seguente paradosso:  chi predica l'utilizzo degli indicatori bibliometrici non fa nemmeno la modesta fatica di utilizzarli prima di dare giudizi impliciti su una persona sconosciuta, che lavora su un soggetto non facilmente valutabile da un profano.

Non so se gli indicatori bibliometrici potranno determinare una nuova eta' dell'oro per la ricerca italiana (personalmente temo che contino di piu' certe condizioni al contorno) ma sicuramente potrebbero aiutare ad evitare grossolani errori di valutazione.

 Scuasa ma cosa c'entra? Uno puo' essere un matematico geniale e non capire nulla di problemi organizzativi dell'universita', come puo' essere un ingegnere sommo e far perdere soldi alla sua azienda.

In ogni caso, aspetto da voi matematici alternative agli indici bibliometrici. Tutti voi siete bravvisimi a criticarli, ma non aveta anciora prodotto uno straccio di idea che funzioni e che sia automatica, cioe' che non comporti una valutazione soggettiva da parte di Baroni. A questo proposito, aggiungo che gli esperti stranieri non sono una soluzione. Tutti i Baroni hanno un amico all'estero a cui chiedere, in cambio di una vacanza in Italia, di sottoscrivere le proprie decisioni in merio alle promozioni.

 Quindi

i) o mi producete questa idea (almeno in fornma embrionale) e poi ne discutiamo, con grande piacere

ii) o mi convincete che la valutazione soggettiva della qualita' della ricerca, cioe' il modello attuale, funziona e non solo a Matematica o Fisica Teorica, ma anche a Medicina, Legge, Lettere etc. Piu' precisamente

ii a) sostenete che ha funzionato finora e l'universita' italiana ha reclutato sempre i migliori (piu' o meno errore casuale). Auguri

oppure

ii b) ammettete che finora il sistema della valutazione soggettiva non ha funzionato (salvo, ovviamente, che a Matematica e Fisica Teorica ed in pochissimi altri SSD) e indicate il modo per farlo funzionare - ovviamente qualcosa di concreto. Astenersi da retorici richiami alla cultura della valutazione, alla deontologia professionale, al senso di responsabilita' dei docenti e amenita' di questo genere.

Aspetto fiducioso.

Cordiali saluti

 

Cosa io pensi degli indici bibliometrici l'ho spiegato qui, anche se si tratta solo di un punto di vista particolare  (ovvero la situazione a matematica, che ci dicono essere un'isola felice). Non sono certamente contrario all'uso degli indici, ma penso che una certa cautela sia  cosa saggia (non esiste alcuna formula magica per risolvere i problemi).

E' anche per questo che trovo fuori luogo il tono un po' supponente e sgarbato (per usare un eufemismo) di alcune risposte verso persone che sollevano perplessita' sull'uso di questi indicatori.

Trovo abbastanza ridicoli pure certi diverbi accesissimi ed interminabili, come se fosse questa la questa sede in cui si sta decidendo come avverra' la valutazione nei prossimi anni.

P.S. Insisto: quel che dice qui Renzino mi sembra interessante; e mi sembra che questo sia  l'unico provvedimento che ha una minima probabilita' di venire implementato (sempre lo si voglia). Sbaglio?

non stupisce che i politici tentino di importare l'ultima moda dall'estero per fare colpo sull'opinione pubblica, senza sapere che nel frattempo non e' piu' l'ultima moda, perche' dall'estero si sono levate nel frattempo tante voci contro, ma sono stupido da altre cose ...

Ma G.Federico non e' un politico e non mi sembra proprio che il suo scopo sia fare colpo sull'opinione pubblica.  Inoltre ha anche spiegato perche' impiegare indici bibliometrici (imperfetti ma meno manipolabili di altre valutazioni, non per seguire la penultima moda in vigore all'estero).

e la VALUTAZIONE

Non è che scrivendolo in maiuscolo aiuti molto. Anche Craxi si gargarizzava da mane a sera con la parola RIFORMISMO, ma poi bisogna vedere bene che cosa era codesto riformismo.

Ho già cercato di fornire qualche elemento per far comprendere come né la Gelmini né il ddl Gelmini siano gli inventori della valutazione dell'Università, e dell'ANVUR, anche se c'è stato un tentativo miserello di farlo credere. Un tentativo maldestro, che dice più qualcosa su chi ci ha provato che sull'oggetto della questione.

Del resto, se si deve attribuire una qualche paternità all'introduzione della valutazione nell'Università "in forma istituzionale", bisognerebbe casomai attribuirla a Carlo Azeglio Ciampi, che nel complesso dei provvedimenti che costituivano la Legge Finanziaria del '93 (per l'anno 1994) istituì i Nuclei di Valutazione, in un contesto segnato dal passaggio da un itemized budget ad un sistema di autonomia di bilancio delle singole Università. Non una cosa pienamente riuscita, peraltro, ma comunque la storia è quella (cioè parte da lì).

Sull'ossessione della valutazione come strumento pervasivo per la ripartizione del Finanziamento Ordinario (cioè pensata e realizzata per quel fine) non torno in questo post, però segnalo quanto scrive nell'appena pubblicata Independent Review of Higher Education Funding and Student Finance commissionata dal Governo britannico (e di cui sentiremo parlare da oggi per i prossimi mesi, in quanto propone di rivedere le fees e tutto il sistema di finanziamento del sistema) il Panel presieduto da Lord Browne of Madingley - certamente un "mercatista" - a proposito di "misure" e incentivi [pag. 29]:

Higher education in England has a reputation for high quality. Student satisfaction is high, high enough that England is one of the few countries in the world that feels able to survey students and publish the results. But the system should not be complacent about quality. Student satisfaction has not improved significantly in recent years. Our competitor countries are investing more in quality and introducing other reforms. So we have considered how to sharpen the incentives for quality in our higher education system.

One option is to link funding to a measure of quality. However, there is no measure that we have seen that could function effectively across the whole range of institutions and courses. There is no ‘national curriculum’ for higher education. Looking at student outcomes by institution can be misleading as these reflect which students the institution selected as much as the value added by the institution.

Even if an appropriate measure could be found, it would create a new administrative burden. Institutions might focus on the measurement process rather than on their students. In our proposals, we are relying on student choice to drive up quality. Students will control a much larger proportion of the investment in higher education. They will decide where the funding should go; and institutions will compete to get it. As students will be paying more than in the current system, they will demand more in return.

Questo basti, per ora.

RR

 

 Nota per coloro che non conoscono la situazione inglese. Il rapporto Browne si occupa del finanziamento della didattica, che in GB è separato da quello della ricerca (gestito dal HECFE attraversi il RAE poi REF). L'obiettivo è trovare un modo di ridurre i contributi statali immediati, e propone di trasformarli in prestiti agli studenti, da ripagare dopo la laurea. Quindi la lunga citazione è del tutto irrilevante per il problema della valutazione della ricerca di cui si occupa il post. Fra l'altro l'obiettivo del governo inglese, secondo il Times è un taglio di 4.2 miliardi di £, pari all'80% dei contributi statali a fondo perduto per la voce didattica (teaching) e di 1 miliardo di £ per la voce ricerca. Poi vediamo cosa succese

Nota per coloro che non conoscono la situazione inglese. Ho già dato in un altro post dei riferimenti per chi voglia studiare il finanziamento del sistema universitario inglese. Viene detto duale non perchè siano finanziate "separatamente" la didattica e la ricerca, ma perchè il contributo statale è distribuito da una parte con un finanziamento strutturale delle singole istituzioni, per mezzo delle Agenzie come l'HEFCE e le altre 3 sorelle regionali, e dall'altra con un finanziamento ai progetti di ricerca, cospicuo ma selettivo secondo le regole della peer-review delle proposte presentate da singoli o gruppi di ricerca.

Il finanziamento strutturale, che è "ordinario", come diremmo noi, e che loro chiamano recurrent, è assegnato per Sovvenzioni Indivise [Block Grants] a ciascuna Università, che potrà farne quello che vuole. E' solo per il calcolo del Grant che viene in rilievo l'analisi delle diverse attività dell'Università, in base ai compiti che ci si attende essa svolga (istruzione, ricerca, innovazione). In questo senso, e solo in questo senso, si può parlare di finanziamento "della ricerca" all'interno del Finanziamento Ordinario. Il punto è: ci deve essere un metodo di calcolo, ed una relativa politica del finanziamento.

L'attuale metodo di calcolo discende da una precisa politica di finanziamento delle istituzioni che prevede il concentramento della capacità di ricerca in modo differenziato sul territorio nazionale, promuovendo quindi la diversificazione dei profili istituzionali fra i due modelli di research-intensive University e teaching-led institutions. E' questa politica che va discussa e accettata (assieme ai presupposti giuridico-istituzionali e alle conseguenze), prioritariamente alla messa in opera del metodo di selezione e del calcolo del finanziamento. Quindi, mentre il calcolo delle risorse per l'attività di insegnamento è fatto con l'utilizzo di costi standard per studente, quello per le attività di ricerca non utilizza più, a partire dalla fine degli anni '80, i costi standard, ma è guidato dal profilo di qualità della ricerca prodotta nell'Università negli anni precedenti, in base alle valutazioni del RAE.

Quindi non si tratta di "premi" alle università, come la sgangherata politica italiana ha invece usato inquadrare la questione del "7% dell'FFO", ma di politica del finanziamento ordinario. Ho fatto tutta questa pappardella per tentare di mettere un filo logico, ancorchè tagliato a fette, nel discorso politico, per chi volesse ancora dichiararsi amante della logica, si intende.

RR

 

Come al solito, lei copia i documenti senza far capire niente. I progetti  di ricerca (italiano PRIN) non c'entrano nulla col finanziamento ordinario. Ciascuna università riceve una somma (italiano FFO) - parte sulla base del numero di studenti e parte sulla base della performance di  ricerca, misurata dal RAE (ora RAF). Ambedue le voci verranno tagliate. Il rapporto di Lord Browne si riferisce alla prima e la Sua citazione si riferisce all'impossibilità di valutare la didattica, non la ricerca. Gli inglesi valutano la ricerca da vent'anni, con ottimi risultati. Quindi citare il pezzo di Lord Browne a commento di un post sulla ricerca, come prova dell'impossibilità di valutarla, è perlomeno disinformato. Spero lo sia involontariamente, anche se francamente ne dubito

Come al solito, lei copia i documenti senza far capire niente.

Ah, no?

I progetti  di ricerca (italiano PRIN) non c'entrano nulla col finanziamento ordinario.

E io ho appunto scritto che si tratta del finanziamento duale. Però decisamente più sostanzioso [in UK], e strutturale, perchè copre una cifra figurativa ampia del full-cost della ricerca. E allora?

Ciascuna università riceve una somma (italiano FFO) - parte sulla base del numero di studenti e parte sulla base della performance di  ricerca, misurata dal RAE (ora RAF). Ambedue le voci verranno tagliate.

E io ho dato indicazioni di questo calcolo. Che però è il Finanziamento Ordinario, che viene assegnato in blocco a ciascuna istituzione, perchè ne faccia ciò che vuole.

Il rapporto di Lord Browne si riferisce alla prima

Il rapporto di Lord Browne si riferisce al finanziamento del sistema, egregio Profesore, perchè negli stipendi dei Professori non sta scritto "ti dò questo per la didattica e questo per la ricerca". E' uno stipendio e basta, e da questo punto di vista le considerazioni che vengono in rilievo nel rapporto sono influenti sul sistema in quanto tale. 

Quindi citare il pezzo di Lord Browne a commento di un post sulla ricerca, come prova dell'impossibilità di valutarla, è perlomeno disinformato.

Post sulla ricerca? Il suo è un post sulla valutazione, e sul finanziamento del sistema Universitario [a dire il vero è un post sul ddl Gelmini, comunque], che solo gli economisti di lingua italiana riescono a ridurre, nella loro narrow-mindedness, ad una questione di valutazione delle performance prestazioni nelle attività di ricerca. Io sono favorevole alla valutazione sempre e dovunque, e ne ho ampiamente dato notizia dei miei post e nei miei siti web.

Se Lei non ha capito le condizioni giuridico-istituzionali, e sociali, che consentono quel tipo di valutazione della ricerca e quel tipo di finanziamento del sistema in UK, non so che farci. Io l'ho scritto per tutti gli altri che vogliono capire.

RR

 

il sole oggi

Nereo Preto 20/10/2010 - 11:57

...pubblica un articolo che non mi sembra dica castronerie:

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2010-10-20/lasticella-giu...

pochi semplici concetti, ma coerenti con la realtà... e giunge a una conclusione che condivido: pur nella marea dei suoi difetti, il DDL Gelmini è una occasione che stiamo perdendo.

Un paio di dettagli

MTk 20/10/2010 - 12:34

Concordo con il nucleo del post, ma mancano alcuni dettagli perchè le considerazioni fatte abbiano una rilevanza pratica.

1) La premialità ed il merito nella legge sono presenti solo a parole. In base ai comportamenti passati si può desumere che non ci sarà la volontà politica di tradurre le (vaghe) parole in fatti. Ed anche le parole non sono così positive: ad esempio l'art.5 comma 5 prevede di dedicare un MASSIMO del 10% dei fondi alla valutazione ex-post del reclutamento. Essendo in Italia massimo 10% vuol dire ben che vada il 5%, altrimenti buona parte degli atenei italiani (che sono scarsi) protestano.

2) Ipotizziamo di avere un sistema di valutazione buono per ciascun SSD (o macrosettore), come li aggreghiamo questi dati? Sullo stesso sito ISI-thompson-reuters c'è scritto che non è possibile confrontare indici di discipline diverse. Facciamo un rank italiano e poi combiniamo, ma che peso diamo a ciascun settore? Confrontiamo con il panorama internazionale? Ma allora per le discipline "nazionali" tipo letteratura italiana essere al top è tautologico.

 

 

2) Ipotizziamo di avere un sistema di valutazione buono per ciascun SSD (o macrosettore), come li aggreghiamo questi dati? Sullo stesso sito ISI-thompson-reuters c'è scritto che non è possibile confrontare indici di discipline diverse. Facciamo un rank italiano e poi combiniamo, ma che peso diamo a ciascun settore?

 

Aggreghiamo per il numero di professori del settore nell'università, con fattore di ponderazione per il costo medio della ricerca a seconda del settore.

2) Ipotizziamo di avere un sistema di valutazione buono per ciascun SSD (o macrosettore), come li aggreghiamo questi dati? Sullo stesso sito ISI-thompson-reuters c'è scritto che non è possibile confrontare indici di discipline diverse. Facciamo un rank italiano e poi combiniamo, ma che peso diamo a ciascun settore? Confrontiamo con il panorama internazionale? Ma allora per le discipline "nazionali" tipo letteratura italiana essere al top è tautologico.

I dati si possono trattare in due modi almeno.

Nella mia proposta (simile a quella di Universitas Futura, adesso non ho tempo di controllare) lo Stato decide la somma totale da investire in ogni settore disciplinare, poi all'interno del settore i fondi vengono ripartiti secondo la valutazione interna al settore stesso.

Alternativamente, se si desidera utilizzare la valutazione anche per influenzare come gli stanziamenti della ricerca  vengono ripartiti tra settori disciplinari diversi, si puo' utilizzare la valutazione di SSD, un numero, sottrarre una media ragionevole, per esempio quella dei Dipartimenti della stessa disciplina dei Paesi OCSE, o per semplificare la media di Germania, Francia, Spagna e UK, e dividere la differenza per la deviazione standard.  A questo punto si ottengono indicatori normalizzati con varianza uno (nell'universo statistico di riferimento) che possono essere utuilizzati per fare confronti di massima tra discipline diverse.

Nel lavoro citato altrove di D.King sulla produttivita' scientifica delle nazioni, il numero di citazioni viene diviso per il numero di citazioni medie della disciplina, e inoltre viene usato un fattore correttivo per il tempo trascorso dalla data di pubblicazione.  Cio' rende confrontabili discipline scientifiche diverse. Quindi se lo si desidera, e' possibile fare confronti ragionevoli anche tra discipline diverse, almeno per dati sufficientemente aggregati.

b) collettiva. Il DDL prevede invece una valutazione individuale, seguita dalla perdita degli scatti e dall’estromissione dalle commissioni in caso di fallimento. Purtroppo, una valutazione individuale serve a ben poco.

Come ha già avuto modo di ricordare in altro post, la legislazione che introduce una qualche forma di valutazione individuale della produzione scientifica, collegandola agli scatti stipendiali, è quella introdotta dal c.d. "emendamento Valditara" al d.l. 180:

Art. 3-bis

Anagrafe nazionale dei professori ordinari e associati e dei ricercatori

1. A decorrere dall'anno 2009, con decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca sono individuati modalità e criteri per la costituzione, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, presso il Ministero, di una Anagrafe nazionale nominativa dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascun soggetto l'elenco delle pubblicazioni scientifiche prodotte. L'Anagrafe e' aggiornata con periodicità annuale.

Art. 3-ter

Valutazione dell'attività di ricerca

1. Gli scatti biennali di cui agli articoli 36 e 38 del decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 1980, n. 382, destinati a maturare a partire dal 1° gennaio 2011, sono disposti previo accertamento da parte della autorità accademica della effettuazione nel biennio precedente di pubblicazioni scientifiche.

2. I criteri identificanti il carattere scientifico delle pubblicazioni sono stabiliti con apposito decreto del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, su proposta del Consiglio universitario nazionale e sentito il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca.

3. La mancata effettuazione di pubblicazioni scientifiche nel biennio precedente comporta la diminuzione della metà dello scatto biennale.

4. I professori di I e II fascia e i ricercatori che nel precedente triennio non abbiano effettuato pubblicazioni scientifiche individuate secondo i criteri di cui al comma 2 sono esclusi dalla partecipazione alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento rispettivamente di professori di I e II fascia e di ricercatori.

Al momento non è ancora operante, perchè non è ancora in piedi l'Anagrafe della Ricerca (sebbene sia in fase di avanzata formazione - ed è a quella che faceva riferimento e.g. il Rettore Frati quando parlava di fannulloni, qualche tempo fa), e poi perchè a tutt'oggi gli scatti stipendiali del personale accademico risultano bloccati per i prossimi 4 anni...

Però volevo mettere in risalto un altro fatto. La valutazione "collettiva" è tale nello schema dei c.d. premio-punificatori all'italiana perchè essi, anche qui, vorrebbero (o dicono di voler) copiare il sistema di finanziamento britannico, che non considera, nel RAE, valutazioni individuali, ma si basa su Unità di Valutazione costitute da aree di ricerca omogenee, che è possibile far corrispondere press'a poco ai Dipartimenti. 

Ora, anche qui ci sono fatti giuridico-istituzionali importanti che vengono (dovrebbero venire, se vogliamo fare le persone serie) poste all'attenzione. Il primo è che nel sistema Universitario britannico, le singole istituzioni sono Fondazioni, e non Enti Pubblici, e i loro dipendenti, ergo, non sono dipendenti pubblici. Il finanziamento pubblico è quindi un finanziamento all'istituzione, che ha piena autonomia di bilancio e di gestione del personale proprio perchè non è un Ente Pubblico. Trattasi di una major difference rispetto al sistema italiano. il Finanziamento delle Università britanniche va quindi pensato, per aiutare il lettore italiano a capire/concepire la cosa, come il finanziamento dei famosi 230 Enti culturali del Ministero di Bondi (tipo la Fondazione Arena di Verona o la Fondazione Craxi). Il Governo se ne frega dei singoli dipendenti delle Università, per il semplice motivo che non sono propri dipendenti. Del resto il Ministro Bondi non deve fregarsene dei dipendenti della Fondazione Arena di Verona, o Fondazione Craxi, per il medesimo motivo; lui finanzia le Fondazioni in quanto fanno certe attività.

Tuttavia a livello di singola istitituzione esiste in UK una valutazione diffusa, e anche individuale, che viene in rilievo in diverse occasioni, compatibilmente con la tabella stipendiale generale che costituisce la griglia salariale. Se qualcuno non fa ricerca, ad un certo momento l'Università stessa se ne accorge, e puo' anche mutare il carico di lavoro istituzionale giocando sulla libertà contrattuale. Oppure se la persona è irrecuperabile in toto, lo può anche licenziare. Oppure, se si apre un processo di redundancy, perchè al Dipartimento sono stati tagliati i fondi, queste sue prestazioni verranno in considerazione, appunto, individualmente. Senza contare che i Professori (ordinari) hanno anche contratti molto individuali. Insomma l'auspicato "collettivismo" dei premio-punificatori rischia di porre la questione su un terreno distorto se non si capisce quale sia l'architettura istituzionale, i relativi vincoli e le prerogative dei diversi livelli, nel sistema.

Dubito che tutto ciò venga minimamente preso in considerazione, ma io lo scrivo lo stesso per tentare di mettere un filo logico, ancorchè tagliato a fette, nel discorso politico, per chi volesse ancora dichiararsi amante della logica, si intende.

RR

 

 

So what, come dicono gli inglesi?

 

A me invece gli scatti subordinati alla produttivita' non sembravano una cattiva idea.

E' vero che il barone potrebbe far lavorare il collaboratore di turno, ma a questo punto deve dotarsi di collaboratori che possano tirar la carretta (e quando gli tocchi il portafogli ...).

Tra l'altro, se i dati di lavoce.info sono corretti, anche una soglia minima permetterebbe di ottenere una bella scrematura (ed un buon risparmio).

Una domanda: avevo letto (purtroppo non ricordo dove) che se il nuovo regime (scatti non automatici) fosse in vigore, il blocco degli scatti non varrebbe. Qualcuno sa se e' vero o e' una castroneria?

 

E' vero che il barone potrebbe far lavorare il collaboratore di turno, ma a questo punto deve dotarsi di collaboratori che possano tirar la carretta

Esatto! Dirò di più: in questo modo il potere contrattuale di uno che pubblica cresce comunque, e un ordinario zuccone che volesse rimanere a galla finirebbe per essere "schiavo" dei suoi ricercatori più brillanti. Non mi sembra pessimo, non l'ideale forse ma meglio di come va adesso.

Esatto. Soluzione b) del post, superiore alla a) - situazione attuale ma inferiore alla c) - valutazione collettiva, che aggiunge la peer pressure.

…astenersi da retorici richiami alla cultura della valutazione, alla deontologia professionale, al senso di responsabilita' dei docenti e amenita' di questo genere…

come dire che se il problema e' che manca l'etica, non lo si può risolvere invocando proprio ciò che manca (l'etica)

good point

no, when you think about it it's not a good point

perché se il problema e' cha manche l'etica, nemmeno lo si può risolvere mettendoci al suo posto una macchina automatica, perché le macchine automatiche non sanno pensare, mentre i Baroni la cui etica lascia a desiderare sanno pensare eccome, e trovano facilmente il modo di continuare a fare cose poco belle con l'ausilio di queste macchine automatiche (vedi fonti citate in un precedente intervento: ad esempio

Aardvark et al.: quality journals and gamesmanship in management studies. Journal of Information Science. Journal of Information Science  December 2007   vol. 33  no. 6  702-717

http://jis.sagepub.com/content/33/6/702

dove la parola chiave e' gamesmanship

vedi anche

Integrity Under Attack:
The State of Scholarly Publishing
By Douglas N. Arnold. SIAM NEWS. Volume 42/Number 10 December 2009

http://www.siam.org/news/news.php?id=1663

Do Pressures to Publish Increase Scientists' Bias? An Empirical Support from US States Data. Daniele Fanelli.

http://www.plosone.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pone.0010271

Why the impact factor of journals should not be used for evaluating research. Per O Seglen. BMJ 1997;314:497.

http://www.bmj.com/content/314/7079/497.1.full

e un intero numero della rivista

Ethics in Science and Environmental Politics

http://www.int-res.com/abstracts/esep/v8/n1/)

…In ogni caso, aspetto da voi matematici alternative agli indici bibliometrici. Tutti voi siete bravissimi a criticarli, ma non aveta ancora prodotto uno straccio di idea che funzioni e che sia automatica, cioe' che non comporti una valutazione soggettiva da parte di Baroni. A questo proposito, aggiungo che gli esperti stranieri non sono una soluzione. Tutti i Baroni hanno un amico all'estero a cui chiedere, in cambio di una vacanza in Italia, di sottoscrivere le proprie decisioni in merito alle promozioni…

1. Israel (loc.cit.) ha promesso un capitolo secondo con alcune proposte concrete. Vediamo cosa ha da dire.

2. Come dice la relazione finale del gruppo di lavoro congiunto dell'IMU, IMS, e ICIAM, a qualche livello e' inevitabile che ci sia un intervento umano e quindi soggettivo, anche se ci piace pensare che non sia soggettivo. La stessa cosa la fa notare Israel e molti altri. Temo proprio che questo sogno di tipo Leibniz di una macchina che pensa per noi (calculemus!) sia ancora lontano. Del resto a me questa visione fa pensare a quel film di fantascienza, come si chiamava? Brazil, si chiamava Brazil. Terribile.

Con questo non voglio dire che allora siamo condannati. E nemmeno voglio difendere o dare modo, a chi e' abituato a fare cose poco belle, di continuare come prima. E non voglio dire che sono contro la valutazione. E non voglio dire che la qualità scientifica si debba giudicare su altro che non sia ciò che uno ha scritto. Ma che questo processo si possa ``automatizzare'' e rendere ``oggettivo'' e' stato messo in dubbio da tante parti. Cauchy ha bocciato il giovane Galois all'esame di ammissione (alla scuola politecnica, mi sembra). Galois gli parlava del logaritmo come di un omomorfismo dal gruppo moltiplicativo dei numeri positivi al gruppo additivo di tutti i numeri (positivi e negativi, razionali e irrazionali) messi insieme, e Cauchy non capiva che cosa questo giovane gli stesse dicendo.  E' stato il suo un giudizio soggettivo o oggettivo? Siamo oggi in grado di concepire un procedimento automatico e oggettivo per evitare il ripetersi di questi incidenti? E Cauchy non era in cattiva fede. Non e' che dovesse far passare un suo protetto mediocre al posto di Galois.

3. non si capisce perche' l'onere di trovare soluzioni migliori debba ricadere interamente su coloro che avanzano alcune critiche

io non ho interessi nascosti da difendere, come non li ha chi si e' innamorato di questi indici e crede che siano la soluzione (a parte naturalmente gli azionisti della ditta che produce questi indici: costoro hanno interessi da difendere, e sicuramente sono contenti se l'uso di questi indici si estende a tutto il mondo)

dunque nessuno in questa discussione ha interessi nascosti da difendere: in un dialogo platonico, disinteressato, nessuno e' attaccato a una idea aprioristicamente, e se qualcuno gli fa notare che l'idea non e' convincente, la risposta in genere non e': allora dimmi tu qual'e' la verita'; la risposta e': cerchiamo tutti insieme una soluzione migliore;

 

Io come dice Carminat sarò supponente e sgarbato, ma perchè non leggete i post? Io ho scritto

Bisogna usare parametri oggettivi, tipo l’IF medio, l’indice di Hirsch etc. Dove non ci sono (come a Lettere o a Legge) bisogna crearli.  Scrivo questo perfettamente consapevole che questi indici non funzionano bene e quindi vi prego di evitare lunghe discussioni sui loro difetti. Le alternative sono  peggiori.

Aggiungo che, come già detto in altro post, o in una risposta, io ho passato parecchie ore della mia vita a costruire un indice per lettere su incarico della SISSCO (la società di Storia Contemporanea), non basato sulle citazioni ma sulla sede di pubblicazione. Quindi l'accusa è ingenerosa. Ed a questo punto, francamente, rinuncio. Mi rifiuto di continuare, mi arrendo, alzo bandiera biance...Se voi non capite quale è la situazione al di fuori della vostra isola felice, non ci posso fare nulla. Aspetto con curiosità i brillanti contributi di Israel o Suo o di chiunque altro.


Provo a rianimare la discussione, cercando di ripartire da zero.

O meglio, da tre: provo ad individuare tre questioni attorno alle quali, secondo me, potrebbe valer la pena di continuare a dibattere (anche se non mi aspetto che si raggiungera' mai l'unanimita').

1) DDL. Qual'e' lo stato del DDL, quale la sua probabile evoluzione?Insomma, realisticamente, quali sono le prospettive?

2) Valutazione. Tutti sono favorevoli alla valutazione (anche se non tutti intendiamo la medesima cosa). Elementi di valutazione sono gia' presenti in leggi gia' promulgate. Come agire per fare in modo che dalla teoria si passi alla pratica?

3) Indici bibliometrici. Forse gli indici bibliometrici  non sono una bacchetta magica, ma certamente possono essere uno strumento molto utile (criteri automatici stabiliti a priori hanno il pregio di essere imparziali). Bisogna capire quali indici usare e, soprattutto, come utilizzarli (da soli, per qualsiasi valutazione? in accoppiata con una valutazione  qualitativa? da soli, ma solo per valutazioni aggregate?) E' realisticamente possibile trovare un accordo su una proposta (magari non perfetta ma) condivisa?

Mi piacerebbe in particolare capire quali potrebbero essere i percorsi politici per ottenere concretamente qualche piccolo risultato positivo (non nascondo che, vista la situazione politica, non sono molto ottimista).

Caro Carminat

Francamente mi sembra troppo tardi.  Io ho tentato di creare un dibattito, ma tanto scriviamo solo in tre, su un sito di outsiders, e ci accapigliamo su aspetti marginali. Non credo proprio che ci sia spazio per una iniziativa politica in senso riformatore, sopratutto dopo l'emendamento Valditara. I Baroni non vogliono la valutazione, per le ragioni che ho spiegato molte volte. I precari ed i ricercatori (o almeno quelli che protestano e si danno da fare) cercano solo il proprio piattino di lenticchie, che sarà loro generosamente elargito dai Baroni, rigorosamente ad personam. Ormai è passata l'idea che il problema dell'università sia dare soldi per aumentare il numero di posti e/o far far carriera ai docenti. Non so se Tremonti scucirà o no ma francamente mi sembra irrilevante. 

Cordiali saluti

Giovanni Federico

Dice il saggio che c'è un accordo per cominciare la discussione in Aula alla Camera il 18 Novembre, e voto finale il 25.

RR

1) DDL. Qual'e' lo stato del DDL, quale la sua probabile evoluzione?Insomma, realisticamente, quali sono le prospettive?

Non riesco a seguire i dettagli, mi sembra che nell'ultima versione abbia trovato spazio l'assunzione (che poi e' intesa essere primariamente promozione di ricercatori) di 1500 associati all'anno extra per 5 anni, mi pare di capire con le vecchie regole ma continuando a fare i sorteggi che sembrano ormai il tratto distintivo e qualificante dell'accademia italiana rispetto al resto del mondo civile.  La mia previsione e' che non siano possibili grandi cambiamenti come regime generale, perche' il Parlamento ha gia' speso del tempo, vuole concludere, e non ci sono i margini per fare stravolgimenti.  Approvato il disegno di legge delega ci saranno comunque margini di miglioramento perche' sara' il governo, quindi il ministro Gelmini, entro il quadro definito dal DDLD, a dover scrivere la legge vera e propria, e avranno la possibilita' di decidere su molti dettagli.

2) Valutazione. Tutti sono favorevoli alla valutazione (anche se non tutti intendiamo la medesima cosa). Elementi di valutazione sono gia' presenti in leggi gia' promulgate. Come agire per fare in modo che dalla teoria si passi alla pratica?

Siamo piu' o meno nelle mani dell'attivismo del ministro su questo tema. Sembra che il movimento sia incerto e farraginoso. Secondo me possiamo ridurrei danni e favorire un'evoluzione positiva sottolineando quali sistemi di valutazione e incentivi funzionano davvero in altri Paesi comparabili con noi e se e come possono essere calati nel contesto italiano.

3) Indici bibliometrici. Forse gli indici bibliometrici  non sono una bacchetta magica, ma certamente possono essere uno strumento molto utile (criteri automatici stabiliti a priori hanno il pregio di essere imparziali). Bisogna capire quali indici usare e, soprattutto, come utilizzarli (da soli, per qualsiasi valutazione? in accoppiata con una valutazione  qualitativa? da soli, ma solo per valutazioni aggregate?) E' realisticamente possibile trovare un accordo su una proposta (magari non perfetta ma) condivisa?

Secondo me bisogna contrastare l'idea ingenua e sbagliata che sia possibile fare una valutazione individuale accurata con indici bibliometrici.  Bisogna sottolineare che e' possibile fare valutazioni ragionevoli di aggregati (es. Dipartimenti), pur sempre con margini di incertezza.  Va sottolineato come fa G.Federico che in presenza di peer review che empiricamente, nello specifico contesto italiano, risultano complessivamente inattendibili o poco attendibili, e' giustificato assegnare almeno in una fase iniziale piu' valore agli indici bibliometrici rispetto ai Paesi come UK dove la peer review appare funzionare in maniera efficace. In ogni caso anche in UK ritengono che sia bene esaminare e conoscere gli indici come ausilio pur all'interno di una valutazione organizzata sulla peer review. Per attenuare le incertezze dall'uso di indici bibliometrici si puo' proporre che la ripartizione delle risorse non sia drastica (come in UK dove il 70% degli Atenei riceve zero dei fondi connessi col RAE, e il restante 30% riceve tutti i fondi) ma attenuata, tuttavia deve essere percettibile perche' sia efficace.

Poi nello specifico caso italiano sono personalmente contrario a fare confronti di Atenei e anche assegnazioni di fondi indivise agli Atenei, come in UK, bisogna invece fare confronti e assegnazioni organizzati sui Dipartimenti e/o assegnazioni competitive a piccoli gruppi di ricerca tipo PRIN.  In UK si agisce al livello di Ateneo perche' storicamente gli Atenei sono Fondazioni autonome dallo Stato, in Italia non c'e' questa compatimentazione e gli universitari sono dipendenti pubblici dello Stato, non dipendenti privati degli Atenei come in UK.

Secondo me bisogna contrastare l'idea ingenua e sbagliata che sia possibile fare una valutazione individuale accurata con indici bibliometrici.

Perchè no? E' un caso che i premi nobel abbiano H index > 20 e medio ~ 40? E' un caso che i redattori di del blog abbiano H index > 10? Si possono fare correzioni che tengano in considerazione l'età, la popolazione delle comunità scientifiche etc. ma non vedo per quali motivi non si potrebbe costruire una metrica oggettiva. Mi sembra un'affermazione aprioristica.

Perchè no? E' un caso che i premi nobel abbiano H index > 20 e medio ~ 40? E' un caso che i redattori di del blog abbiano H index > 10? Si possono fare correzioni che tengano in considerazione l'età, la popolazione delle comunità scientifiche etc. ma non vedo per quali motivi non si potrebbe costruire una metrica oggettiva. Mi sembra un'affermazione aprioristica.

Forse per persone abbastanza avanti nella carriera l'h-index puo' costituire una valutazione ragionevole, rispetto alla disciplina di appartenenza.  Dubito pero' che si possano reclutare ricercatori (o assistant professor) in base a confronti di h-index.  Hai conoscenza di sistemi accademici ben funzionanti che usino indici bibliometrici per fare valutazioni individuali?

Ho già premesso che si possono fare correzioni agli indici che fanno riferimento a situazioni specifiche, si possono costruire indici composti e via discorrendo. Spiegami piuttosto perchè ci sono ricercatori con H index elevati che ancora non sono professori e ordinari con H index imbarazzante, piuttosto.

Hai conoscenza di sistemi accademici ben funzionanti che usino indici bibliometrici per fare valutazioni individuali?

Non saprei. Tu hai conoscenza di sistemi simili al RAE ben funzionanti e precedenti al RAE?

Hai conoscenza di sistemi accademici ben funzionanti che usino indici bibliometrici per fare valutazioni individuali?

Non saprei. Tu hai conoscenza di sistemi simili al RAE ben funzionanti e precedenti al RAE?

Francamente no, il RAE e' un po' atipico per il suo carattere fortemente statal-centralista, mi sembra che nei Paesi avanzati l'allocazione delle risorse in funzione del merito si faccia in maniera diversa, composita (privati, tasse universitarie, enti finanziatori statali, finanziamenti privati) e non incentrata sugli Atenei ma semmai sui gruppi di ricerca o sui Dipartimenti. Tuttavia sia il RAE sia gli altri sistemi avanzati sembra a me usino piu' le peer review che non gli indici per valutare attivita' e progetti.

Infine non e' che a me il RAE piaccia particolarmente, e' troppo statal-centralista per i miei gusti, preferirei il sistema USA dove i finanziamenti sono assegnati su base competitiva a piccoli gruppi all'interno di ogni Dipartimento da enti finanziatori come NSF e DOE. Il pregio del RAE e' che appare funzionare e che per la sua natura statal-centralista sembra plausibile per uno Stato demenzial-statal-centralista come l'Italia.

il RAE e' un po' atipico per il suo carattere fortemente statal-centralista, mi sembra che nei Paesi avanzati l'allocazione delle risorse in funzione del merito si faccia in maniera diversa, composita (privati, tasse universitarie, enti finanziatori statali, finanziamenti privati) e non incentrata sugli Atenei ma semmai sui gruppi di ricerca o sui Dipartimenti.

Esatto, ma il punto è questo (come ho già cercato di spiegare in altri post), che (1) anche in UK, come nel resto del mondo, tranne in Italia, esiste una forte componente di finanziamento a progetto (dico quella pubblica, in primis, dei Research Councils), e (2) esiste in UK una politica di sistema per la concentrazione della capacità di ricerca in un numero (più) limitato di Università, che si esprime poi in concreto nell'uso del RAE.

La combinazione di (1) + (2) è detta, appunto, sistema duale di finanziamento della ricerca in UK. Appunto di questo si dovrebbe discutere (eventualmente, volendo), dei suoi contenuti, dei suoi presupposti giuridico-istituzionali, e di quelli sociali (di norme, pratiche sociali, intendo). Invece si evita accuratamente di parlare di politica (policy), e gli economisti di lingua italiana o gli opinionisti che propinano le loro ricette ideologiche danno tutto per chiaro, evidente, scontato. Comunque voglio dare un acknowledgement al tuo intervento, alberto, perchè invece, almeno, entra nei contenuti della questione e del problema

Sullo statal-centralismo: beh, si tratta di decidere una politica, un certo comportamento dello Stato, no? I soldi pubblici vanni usati così e così, e viene usata una certa politica. Se poi volevi sottolineare il punto del centralismo per criticare la riconduzione della valutazione ad un unico set di criteri, valevoli per tutti i prodotti di ricerca, hai invece centrato un problema, una questione reale. Infatti ogni valutazione significa confronto di un oggetto, o di sue qualità, con dei criteri che andranno evidentemente definiti da qualcuno. E' una definizione di norme, anche quella.

Quindi due volte complimenti, alberto.

RR

Perchè no? E' un caso che i premi nobel abbiano H index > 20 e medio ~ 40? E' un caso che i redattori di del blog abbiano H index > 10?

vedi la relazione preparata dal gruppo di lavoro dell'International Mathematical Union, in collaborazione con l'Institute of Mathematical Statistics e l'International Council of Industrial and Applied Mathematics, che si trova al seguente indirizzo: http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf La relazione e' stata preparata da uomini che hanno una dimestichezza non occasionale con i numeri: sono professionisti dei numeri

Perchè no? E' un caso che i premi nobel abbiano H index > 20 e medio ~ 40? E' un caso che i redattori di del blog abbiano H index > 10? Si possono fare correzioni che tengano in considerazione l'età, la popolazione delle comunità scientifiche etc. ma non vedo per quali motivi non si potrebbe costruire una metrica oggettiva. Mi sembra un'affermazione aprioristica.

vedi (le numerose fonti citate nel)la discussione gia' svolta su questo sito (dice il Poeta: ``qualcosa rifluisce, e torna al proprio punto di partenza, perche' nulla va perduto'')

 

Solo una curiosita': che h-index hanno quegli uomini che possiedono una grande dimestichezza con i numeri?

A me, che comunque sono un mero fisico teorico, interessa che abbiano dimestichezza con i concetti matematici. E questo basti a qualificarli.

RR

Si, lo so... La mia era una più che altro una provocazione. Questo perchè spesso i numeri si girano dalla parte dove conviene. Pertanto mi aspetto che chi ha un alto h-index spinga in quel senso, chi invece ha un basso h-index spinga ovviamente per altri tipi di "numeri" in cui si sentono meno penalizzati.

La fantasia "baronale" (chiamiamola così) nel saper assecondare i numeri e le formule al proprio intreresse è proverbiale.

Detto questo, ben vengano dei tentativi e delle proposte di quantificare il merito, data la scarsa capacità mostrata in passato dalla categoria. Almeno è un inizio. Il rischio è che poi si leghi troppo la produttività a questi fattori, condizionando troppo le scelte sul "cosa fare" e "dove pubblicare" e, in definitiva, con chi collaborare (questo almeno in campo scientifico). Pertanto eviterei di dare un valore "assoluto" a cose tipo h-index, anche se dovrebbero essere considerate (e con un buon peso) nella valutazione meritocratica.

Non dimentichiamoci poi che questi h-index variano moltissimo da disciplina a disciplina. In biologia, epr es., non è difficile trovare giornali con impact-factor superiore a 20...

Non dimentichiamoci poi che questi h-index variano moltissimo da disciplina a disciplina.

 

Questi sono problemi facilmente superabili con opportune correzioni agli indici, come ho detto sopra, vedi p. es. qui. In realtà c'è in atto una mobilitazine di chi vuol mantenere il proprio potere discrezionale e preme perchè i cambiamenti siano gattopardeschi.

In realtà c'è in atto una mobilitazine di chi vuol mantenere il proprio potere discrezionale e preme perchè i cambiamenti siano gattopardeschi.

o forse la mobilitazione e' degli amministratori delegati delle ditte che fabbricano questi indici?

Ad ogni modo, se mi stai accusando di far parte di una mobilitazione gattopardesca come la descrivi tu, firmati con tutte le tue generalita' e daro' subito mandato al mio avvocato di adire le vie legali.

Se invece non mi accusi di questo, sarebbe meglio discutere nel merito invece di lanciare accuse infamanti non si sa bene a chi. Sembra di stare in guerra: se non sei con me sei contro di me, se non sei a favore dell'uso dell'impact factor allora sei a favore di un abuso di potere a fini clientelari e disonesti, ecc. Basta. Questa mi sembra una tattica di pressione psicologica pianificata a tavolino. Puo' funzionare sui giornali o in una trasmissione televisiva, ma non funziona su questo sito.

 

Ad ogni modo, se mi stai accusando di far parte di una mobilitazione gattopardesca come la descrivi tu, firmati con tutte le tue generalita' e daro' subito mandato al mio avvocato di adire le vie legali.

E 'sti cazzi!

A parte che m'importa sega delle minacce, chi ti ha detto che mi riferivo a te, che manco ti conosco, o a qualcun'altro di nFA? La tua reazione parossistica e autoreferenziale mi induce a pensare che o hai qualche disturbo istrionico della personalità o hai la coda di paglia. In ogni caso hai un problema.

Bon, tenetevi le vostre belle commissioni and good luck. Beam me up, Scotty.

Beam me up, Scotty.

Tipica reazione da ossessionato-nFA contro chi esprime posizioni non allineate all'ideologia "ufficiale".

Poi si spendono MB a scrivere sul come e sul perchè l'Italia è messa male.

RR

Scusate, ma non capisco tutte queste polemiche. Questo e' un luogo di discussione (le decisioni vengon prese altrove) pertanto dovrebbe essere chiaro che tutte le opinioni sono basate sulla buona fede.

Non penso ci sia alcun complotto pro o contro gli indici bibliometrici. Questi sono solo uno strumento (proabilmente ancora molto imperfetto); per alcuni utilizzi possono essere adeguati (p.es. per valutazioni aggregate o per scremare i casi da valutare in maniera analitica), per altri utilizzi sembrano a molti ancora troppo grezzi.

 

Non riesco a seguire i dettagli, mi sembra che nell'ultima versione abbia trovato spazio l'assunzione (che poi e' intesa essere primariamente promozione di ricercatori) di 1500 associati all'anno extra per 5 anni, mi pare di capire con le vecchie regole ma continuando a fare i sorteggi che sembrano ormai il tratto distintivo e qualificante dell'accademia italiana rispetto al resto del mondo civile.  La mia previsione e' che non siano possibili grandi cambiamenti come regime generale, perche' il Parlamento ha gia' speso del tempo, vuole concludere, e non ci sono i margini per fare stravolgimenti.  Approvato il disegno di legge delega ci saranno comunque margini di miglioramento perche' sara' il governo, quindi il ministro Gelmini, entro il quadro definito dal DDLD, a dover scrivere la legge vera e propria, e avranno la possibilita' di decidere su molti dettagli.

C'e' un problema: se, come sembra, si va al voto a marzo, che succede?
Io vedo che sono gia' tutti in campagna elettorale...

Il mio timore e' che finiremo per subire tutti i difetti del DDL (tutto il potere a *questi* ordinari) senza mai arrivare a vedere alcuna traccia di meritocrazia (almeno nel medio periodo).
Son troppo pessimista?

 

I timidi cenni alla valutazione presenti nel DDL sono sufficienti? O, in altre parole, la sua approvazione, e la costituzione dell’ANVUR potrebbero essere il primo passo di un circolo virtuoso e quindi ragione sufficiente per appoggiare il DDL nonostante i suoi difetti?

La parola "valutazione" compare 40 volte nel testo, ed "ANVUR" 13. Senza contare il fatto che sul tema della "qualità ed efficienza del sistema Universitario" è prevista anche una delega legislativa che verrà scritta dagli uffici del Ministero, evidentemente.

Come ho già scritto diverse volte, il pronunciare molte volte la parola "valutazione" e "ANVUR" non significa automaticamente saperne granchè di valutazione e di ANVUR, e poi nel frattempo abbiamo avuto un altro segno della considerazione in cui verrà tenuta questa nuova Agenzia: il 22 settembre, cioè 2 giorni dopo la chiusura della presentazione delle candidature per il Consiglio Direttivo, il Ministro ha emanato un nuovo delirante decreto sui "requisiti necessari dei corsi di studio", che riprende e modifica, con i suoi 6 Allegati, degli altri deliranti decreti in questa materia predisposti negli anni scorsi con l'ausilio del CNVSU.

A questo punto ci si chiede che cosa la facciamo a fare l'ANVUR, se il suo compito sarà ridotto a studiare e tradurre per il volgo questi quintali di norme già sfornati da organi politici.

Non ci siamo, chiaramente. Anzi è proprio uno sberleffo, direi, nel momento in cui l'ANVUR deve partire con un nuovo assetto istituzionale.

RR

 

dice Giavazzi

palma 24/10/2010 - 14:12

http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_24/un-paese-fuori-corso-editoriale-francesco-giavazzi_b658834c-df3d-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

 

 

 

Esattamente cosa vi e' di errato a far pagare l'universita', visto e considerato che lo stesso gruppo (madri/padri) paga per mandarli a Yale?

Assolutamente niente, salvo la demagogia italica. Si possono anche fare dei prestiti, come in UK.

Ma quell'editoriale è uno dei peggiori di Giavazzi. Si concentra su un problema marginale, come la proliferazione dei corsi di laurea, spesso in sedi decentrate. Sembra che sia colpa degli enti locali, a cui le povere università non sanno resistere. In realtà è l'opposto: sono le università (o, più precisamente, i Baroni) a spingere per aumentare il numero dei corsi nella speranza, spesso riuscita, di mettere a posto  i propri allievi. Gli enti locali sono colpevoli di connivenza, con i politici alla ricerca di una photo-opportunity per se e di qualche posto di bidello per i propri concittadini.

GIAVA

palma 24/10/2010 - 15:23

si' Giovanni, anche io sono della persuasione che il fenomeno sia di danno collaterale, per usar termini di storia militare.

La casta professorale deve espandersi e per espandersi una specie biologica immortale deve mandare la prole in luoghi distinti dal proprio per evitare di perder il lucore della propria smunta candela.

Di qui le universita in luoghi ameni, Udine e Alghero.

Rimane il fatto che Giavazzi, se si vuole con gli errori di prospettiva essendo l'ente locale che collateralmente inserisce i propri interessi (assumere la bidella etc.), dice una cosa vera, vale a dire che il rapporto costi benefici presente implica un servizio dato agli studenti sempre piu' scarso, producendo una generazione di cretini (e passi) e di ignoranti (il che e' un problemino un pochino piu' serio)

Re(1): dice Giavazzi

FDG 29/10/2010 - 16:23

I prestiti implicano anche la necessità di una buona retribuzione più o meno "assicurata" subito dopo la laurea (o chessò, dopo 3 anni, se lì si posiziona l'inizio del periodo di rimborso), pena il probabile default dell'intero sistema.

http://www.corriere.it/editoriali/10_ottobre_24/un-paese-fuori-corso-editoriale-francesco-giavazzi_b658834c-df3d-11df-ae0f-00144f02aabc.shtml

Ancora un disastroso editoriale di Francesco Giavazzi, che riesce a combinarne di tutti i colori anche oggi. Dice Giavazzi:

Per alcune famiglie si tratta della prima generazione che può continuare gli studi dopo la scuola.

Alla fine del commento vi rivelo chi ha detto queste cose diversi anni fa.

In tre anni 4.500 professori, il 12% del totale, sono andati in pensione. Molti dei corsi che insegnavano non ci sono più perché, tranne casi rari, chi è andato in pensione non è stato sostituito. Il motivo è che i tagli ai finanziamenti pubblici hanno fatto sì che nella quasi totalità degli atenei la spesa per stipendi oggi superi il 90% delle risorse, soglia al di sopra della quale non si può più assumere nessuno.

Esagerato! Quest'anno (2010) gli Atenei sopra il 90% sono 7, e il motivo della "non sostituzione" di svariati Professori sta in questo, che intanto per implementare il "metodo Giavazzi" per lo svolgimento delle tornate concorsuali dei posti banditi illis temporibus (2008) ci sono voluti mesi e mesi di elucubrazioni procedurali condite da algoritmi non propriamente pane quotidiano degli azzeccagarbugli che stanno al Ministero, e poi, soprattutto, che le regole per il turnover e lo stretto contingentamento di punti-organico fra le fasce (per legge tremontiana) hanno ritardato, o stanno ritardando, le chiamate di vincitori e idonei alla fascia superiore. Peraltro non si sa ancora quali siano le allocazioni precise dell'FFO per il 2010...

I ricercatori sono 24 mila. Fino a ieri due su tre insegnavano, sebbene una legge sciocca ma ancora in vigore dica che dovrebbero fare solo ricerca, non insegnare.

Ma guarda un po', la "legge sciocca" è lo stato giuridico che definisce i doveri d'ufficio dei ricercatori, la 382/80 (e sue modificazioni successive sul punto). Si trattava di formare una fascia di personale ricercatore ma non docente, che avrebbe messo ordine nella carriera di tante figure precarie (borsisti, assegnisti, contrattisti) che si aggiravano per le Facoltà negli anni '70 [cfr. anche la storia di Giovanni Federico]. "Peccato" che si finì col farne un ruolo a tempo indeterminato, per un colpo di mano in Commissione parlamentare - ma questo che c'entra con i doveri d'ufficio? La legge può essere modificata solo per il futuro, in questi casi (future assunzioni, si intende), poichè anche i ricercatori sono funzionari pubblici della specie più pura. Soluzioni alternative per "spostarli" in una terza fascia docente (con l'incentivo del titolo professorale e qualche soldo in più) sono sempre state osteggiate in passato, in quanto indicate come ope legis da un variegato fronte di oppositori... dove è vissuto Giavazzi in questo periodo?

Che nell'università ci siano troppi professori è un fatto.

Eh, no, chiarissimo, che nell'università ci siano troppi professori è una valutazione, che peraltro non coincide con quella di chi, dal Governo o dall'opposizione, ha proposto l'emendamento per i famosi nuovi 9.000 Associati. Del resto poche righe più sopra il Giavazzi aveva scritto che "Quest'anno oltre un terzo dei ricercatori non farà lezione: altri corsi che non partono, spesso i più avanzati poiché i più vicini alla frontiera della ricerca.". Quindi mancano docenti, invece...

La responsabilità è di quei sindaci e presidenti di Provincia, di destra, di centro e di sinistra, che hanno ottenuto che si aprissero università ovunque, e che in ciascuna si avviassero corsi di triennio, biennio e dottorato.

Tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90, quando anch'io mi aggiravo nelle aule universitarie, c'erano articoli di tenore ben diverso, sui giornali. Infatti ci si lamentava di aule sovraffollate, lezioni nei cinema, domanda studentesca non soddisfatta. Ricordo di aule ad Ingegneria strapiene di 300 studenti, e gente che si portava il binocolo, oltre che lotte furibonde per la "prenotazione" della prime file. A Fisica eravamo più fortunati, eravamo in 120 matricole. Gli psicologi erano quelli che facevano lezione nei cinema.

La risposta del corpo docente, con l'aiuto di una lieve modifica allo status giuridico dei ricercatori, fu l'ampliamento del numero dei corsi, e poi dei corsi di laurea, per (tentare di) adattare l'offerta alla domanda. Si diceva, e secondo me non sbagliando (stante il quadro giuridico del sostanziale libero accesso), che era meglio far seguire corsi "umani" agli studenti, seppur non tenuti da cattedratici "insigni" piuttosto che costringerli alle peripezie e alla pseudo-frequenza (questo valeva evidentemente per alcuni corsi di laurea, e per i primi anni: dopotutto la parola liceo non è affatto brutta, e non è nemmeno estranea al concetto di Università...). C'era un piccolo problema: si stava cominciando a sfruttare i ricercatori anche come docenti (su base volontaria, si intende, e comunque sovente anche pagata), ed ampliando il ricorso a docenze a contratto esterne, ma questo sembrava un problema minore, allora. Dello stesso genere di strategia faceva parte il "portare la montagna a Maometto", con l'apertura di sedi distaccate. Infatti in quegli anni stava cominciando a lievitare in modo pazzesco il prezzo degli affitti per studenti, e la situazione del welfare studentesco per gli alloggi non era diversa da quella odierna, come Giavazzi può leggere in questo documentato articolo su lavoce.info. Va aggiunto che l'apertura di sedi non comportava, tipicamente, oneri per l'Università, in quanto erano gli accordi con gli Enti locali e con appositi consorzi di imprenditori che foraggiavano i nuovi siti. Infine, va rilevato, su questo tema, che la maggiore autonomia, a conclusione del percorso 1989-1999, e in particolare quella didattica del 1999, portava "naturalmente" a far giocare gli Atenei su un terreno di offerta "di mercato", della quale Giavazzi non si dovrebbe stupire visto che Egli perora l'autonomia e la competizione - e l'America dovrebbe conoscerla.

Il problema si è creato con la perdita di controllo dei vari "fattori produttivi" in un contesto misto, da una parte con numerosi vincoli centrali sullo stato giuridico e la gestione del personale, e dall'altra con la mancanza di vincoli ad es. sulla retribuzione di queste docenze "non istituzionali", cioè non esigibili da PO e PA ma richieste vieppiù a ricercatori e contrattisti vari, sulla qual cosa non spendo ulteriori parole per non cadere nella pena di parlare di calcoli precisi da varie parti e connivenze degli stessi ricercatori e contrattisti sfruttati.

Se a errori ripetuti per decenni si vuol rimediare in un giorno c'è un solo modo: chiudere i corsi di laurea.

Ah, sì? Peccato che abbiate perorato per anni l'autonomia didattica e organizzativa degli Atenei, e questa, come abbiamo detto, è stata concessa. Cosa facciamo, torniamo indietro? Dove stanno gli studenti in questo ragionamento? Assenti?

C'è una cosa, invero, che doveva essere fatta e non è stata fatta. A fronte della maggiore autonomia concessa, non si è messo in piedi alcun sistema di valutazione serio, interno ed esterno, che potesse evidenziare per tempo lacune e smottamenti (e soprattutto dare indicazioni qualitative e puntuali, anzichè tabelle statistiche spesso fuorvianti). Sono stati spesi anni nella definizione di requisiti numerici per i corsi di studio, che, nelle parole di esperti degli stessi comitati ministeriali che si sono poi succeduti, hanno finito per rappresentare un benchmark al ribasso, cioè di adeguamento formalistico "estensivo" di tali pratiche piuttosto che restrittivo (toh!). Dov'era Giavazzi in questo periodo?

E per finire: ma chi l'ha detto che questa offerta didattica sia sbagliata? (lo è, ma dove? Forse non concordiamo tutti quanti nell'identificare gli errori) Conosce Giavazzi l'offerta didattica della formazione terziaria degli altri Paesi? Come è fatta? Come funziona?

La legge riconosce che i corsi devono essere ridotti, le università snellite, alcune chiuse.

La legge riconosce questo? Beh, a dire il vero c'è un nuovo delirante decreto ministeriale del 22 settembre sui requisiti dei corsi di studio che interviene in questa direzione. Peccato che si continui a conteggiare i ricercatori (contra il loro stato giuridico) nel computo dei requisiti necessari di docenza di ruolo per tenere aperti i corsi, leggere per credere l'Allegato B. Ma i ricercatori stanno mandando all'aria questo piano dichiarandosi indisponibili alla docenza... di tutto questo neanche una parola dal Giavazzi.

Allora si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un'università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi.

Li manderanno nel resto d'Europa, cosa più che saggia. Ah, tranne in UK, yup, adesso lì qualche amico di Giavazzi ha suggerito di abolire il cap. Ne vedremo delle belle. La Scandinavia gongola.

RR

 

P.S.: chi aveva detto quella cosa sulle famiglie dei laureati che si rallegravano per il primo figlio dottore? Un altro intellettualissimo, ovviamente! Quell'Umberto Eco che oggi viene a lamentarsi della moltiplicazione dei dottori, dopo essere stato lui, con un articolo dei primi anni del decennio, la "causa giustificatrice" del decreto della Moratti che ufficializzò l'uso del titolo anche per le nuove lauree triennali...

 

Alcune osservazioni di questo articolo (cfr url indicato supra) non sono sciocche.

In particolare il mutamento di quadro nel veder l'educazione (terziaria, dopo "elementare" e "medie") come non un bene da amministrare pubblicamente, macome un mercato autodeterminantesi a seconda della domanda espressa da studenti.

Immagino i corsi su LADY GAGA (qui molto richiesti.)

In termii generali non sara' male che il legislatore decida: e' l'universita' piu' simile al trattamento dei sinistrati da terremoto o alla chirurgia che massimizza il seno?

Il commento segnalato è solo una delle spie che segnalano una forte delusione verso la direzione di marcia tratteggiata dal Governo Conservatore-Liberale, in un settore dove - come si sarebbe detto in altri casi e in altri momenti - non c'era niente di rotto da riparare. Invece Lord Browne, piazzando la sdraio per scrivere il Rapporto sulla spiaggia gestita dalla nuova maggioranza, ambisce a fare l'ideologo di un major restructuring, di cui peraltro non sono ancora noti i dettagli proprio perchè non sanno bene che pesci piagliare neanche loro a questo punto.

Ne vedremo delle belle.

RR

Cosa ne pensate della delega alla Provincia di Trento dell'Università di Trento?

Per molti potrebbe essere la prova di un futuro "federalismo universitario" che coinvolgerà tutti gli atenei italiani. Qui in Trentino il dibattito è "abbastanza" sostenuto, ma sarebbero utili anche pareri e confronti esterni..

http://giovannistraffelini.wordpress.com/2010/03/18/universita-tra-auton...

Grazie!

Cosa ne pensate della delega alla Provincia di Trento dell'Università di Trento?

Per molti potrebbe essere la prova di un futuro "federalismo universitario" che coinvolgerà tutti gli atenei italiani.

Mi sembra un'ottima cosa, almeno per tutte le province italiane con standard civici e di buona amministrazione comprovati migliori di quelli presenti a Roma, quindi per la maggioranza delle 100+ province italiane.  Se non sbaglio l'universita' di Trento gia' possiede da tempo margini di autonomia maggiori degli altri Atenei, e sembra averne fatto ottimo uso, sempre se non sbaglio supera moltissime universita' italiane all'apparenza ben piu' blasonate.

Certo, ma - non so sei hai letto un po' gli interventi sul blog che a fatica ho cercato di stimolare - c'è anche un diffuso timore per quanto riguarda l'autonomia universitaria. Il timore, cioè, che ci sia un crescente condizionamento del potere politico locale (che, naturalmente,può cambiare nel tempo così che anchegli impegni verso l'università possono cambiare nel tempo..).

Grazie per l'interessante segnalazione e per il dibattito. Ci ritornerò presto sul mio blog.

Per l'intanto noto che che la "localizzazione" trentina è una forma di secessione condivisa del sistema universitario nazionale, che rende de facto Trento simile ad uno Stato degli Stati Uniti, che possiede e gestisce la propria Università.

Ci torno presto, neh...

RR

Qui si parla invece di valutazione della produzione scientifica – di quello che i docenti pubblicano nelle riviste scientifiche (o, in alcuni settori, negli atti dei convegni o in libri). Questa valutazione deve essere, per funzionare, automatica, collettiva e punitiva.

E noi parliamo intanto della valutazione e del finanziamento di progetti di ricerca, e della relativa peer-review. C'è una pianticella spuntata a sorpresa nel ddl, e che intendiamo innaffiare.

RR

Oltre a questo non sarebbe meglio progettare i corsi di laurea a partire dalle competenze richieste dal mondo del lavoro non in base alle lotte politiche interne alle università. Come se invece di progettare una nuova auto fossimo ancora a dare, ad ogni riforma, una rinfrescatina ad una duna. L'intuizione che può avere un buon professore che fa consulenza non sostituisce lo studio delle competenze richieste dal mondo del lavoro tramite interviste estensive seguite magari da questionari. E università vicine potrebbero fare le indagini assieme perché più o meno la regione è la stessa. E le aziende collaborerebbero sarebbero più che contente di lavorare per avere laureati che rispondano di più ai loro bisogni.

Sono cose note che poche università fanno.

Leggo dal comunicato MIUR

Il regolamento pone fine ai concorsi truccati e introduce l’abilitazione nazionale secondo criteri meritocratici e di trasparenza, i principi cardine del ddl Gelmini che vuole così colpire baronie, privilegi e sprechi.

Se non erro e' almeno la terza volta (in tre anni) che il Ministro sostiene di aver emanato un provvedimento che debella definitivamente i concorsi truccati. In realta' si tratta sempre solo di piccoli passi (che spesso non vanno nemmeno nella direzione giusta).

Ho l'impressione che l'abilitazione scientifica nazionale (aperta) sia comunque ancora piuttosto lontana, persa in una nebbia che non si diradera' presto. Ed ho l'impressione che queste veline governative servano solo alla Gelmini, per dare l'impressione di star facendo qualcosa (bunga-bunga a parte).

Staremo a vedere.

In primo luogo mi sembra che molti di questi nomi non fossero nella lista dei 15 proposti dal comitato di selezione. La cosa è alquanto soprendente, anche se presumo abbia un fondamento legale.

In secondo luogo, mi sembra una lista disciplinarmente molto squilibrata

- un ingegnere

- un fisico

-un medico

-un veterinario

- due economisti (Kostoris e Bonaccorsi, che si occupa prevalentemente di valutazione)

- un sociologo dell'educazione

Nessun giurista, nessun letterato. Mi domando come faranno a stabilire requisiti minimi etc. in settori che non conoscono.

Per quanto riguarda le persone, noto  che nella lista dei top scientist della VIA compaiono Fantoni (561) e Benedetto (563) tutti e due con H-index 32. Secondo le stime di Paolo Rossi, per un fisico ordinario "anziano" 32 è un indice abbastanza alto ma non eccezionale.

 

 

 

 

Fantoni e Bendetto sono nella lista dei top scientists - al 561 e 563 posto, con h-indexes 32. Gli altri no.

Se penso che un mio compagno d'infanzia, fisico particellare con h-index pari a 45, non riesce a diventare associato a 39 anni, mentre il leggendario Giacomo Frati è ordinario a 36 (NB frequentava l'ambiente del mio liceo ed era una notoria "zappa", ma evidentemente è un genio a fioritura tardiva), auspico direttamente la chiusura delle nostre università.......

In primo luogo mi sembra che molti di questi nomi non fossero nella lista dei 15 proposti dal comitato di selezione. La cosa è alquanto soprendente, anche se presumo abbia un fondamento legale.

Forse mi son perso una puntata: esisteva una lista ufficiale dei magnifici 15?

Nessun giurista, nessun letterato. Mi domando come faranno a stabilire requisiti minimi etc. in settori che non conoscono.

Boh. Chiederan consiglio a Giavazzi :)

Per quanto riguarda le persone, noto  che nella lista dei top scientist della VIA compaiono Fantoni (561) e Benedetto (563) tutti e due con H-index 32.

Penso che l'H-index vada maneggiato con cura; e penso non possa essere l'unico parametro.
Per esempio:  se nella lista fosse finito dentro Luigi Frati  non sarei stato entusiasta (anche se ha H-index=42)...

Insomma: il fatto che l'H-index sia ben discosto da zero  dovrebbe esser garanzia che il commissario e' familiare col mondo della ricerca (anche se il quanto valga un H-index, va valutato settore per settore). Ma altrettanto (se non piu') importante e' l'onesta' intellettuale.
Gli economisti si inventeranno un indice per misurarla?
:)

In primo luogo mi sembra che molti di questi nomi non fossero nella lista dei 15 proposti dal comitato di selezione. La cosa è alquanto soprendente, anche se presumo abbia un fondamento legale.
ufficiale dei magnifici 15?

Dicono i rumors che la lista ha cambiato aspetto varie volte, di fatto venendo anch'essa "fatta calare" dal Ministero, piuttosto che essere l'esito del giudizio di valutazione comparativa... saranno ovviamente dicerie... comunque l'attuale lista (insomma quella ufficiale) è stata tosto pubblicata... (non basta, avevo chiesto l'intero Processo Verbale del Comitato di Selezione...)

RR

La lista era stata pubblicata dal Corsera e da altri giornali. Mancavano la Ribolzi e Novello. Secondo i rumors, hanno chiesto ad un paio di prescelti di  rinunciare, liberando posti che poi, presumo, la commissione ha riempito. 

La Ribolzi è una esperta di scuola, non di università.

La Ribolzi è una esperta di scuola, non di università.

L'importante è che sia in quota PdL.

r

Quota Comunione e Liberazione.  Scrive con Vittadini

Può essere, però colgo l'occasione per far notare che la sezione "Educazione" de "il Sussidiario.net" è stata in modo concorde "aperta" ai commenti/editoriali di "tutti" - cioè si è deciso di utilizzare quel sito come forum (o, se vogliamo, anche come quasi-blog) di discussione e riflessione in materia di politiche scolastiche. Un pochettino, tanto per far capire, come accade per Radio Radicale che trasmette eventi e conferenze di tutti i partiti/movimenti culturali. Aggiungo anche che trovo (ho sempre trovato) decisamente interssante quella sezione, a conferma della bontà della scelta.

Comunque ci tengo anche a dire che ho messo quel punto informativo per dire qualcosa "sul come è stata considerata" la membership del Consiglio Direttivo agli effetti delle scelte finali, ma non è mia intenzione considerare i contributi della Ribolzi o di chicchessia meramente sotto la lente di quel giudizio.

RR

Il sussidiario sarà anche un forum aperto ma la prof Ribolzi scrive con Vittadini, capo di Comunione e Liberazione. Mi sembra sufficiente. Inoltre si è prevalentemente occupata di scuola, non di università

Vittadini, capo di Comunione e Liberazione

 

se permetti Vittadini, capo della Compagnia delle Opere emanazione di Comunione e Liberazione

Inoltre si è prevalentemente occupata di scuola, non di università

Colgo l'occasione per una annotazione di rilievo.

Per causa remota nella filosofia continentale, che si basa sugli "enti" più che sui "processi", e per causa prossima nell'autoreferenzialità della nostra casta accademica (italica, sto dicendo), rafforzata nei tempi correnti anche da certo deleterio giavazzismo, si continua a categorizzare in modo improprio le funzioni e le attività quivi oggetto di discussione. Invece di parlare di "istruzione superiore" (o terziaria) e di "ricerca", il discorso italiano è tutto declinato sulla parola e sul concetto di "Università". Da qui l'accentuata contrapposizione con gli altri livelli di istruzione, che invece non ha motivo di essere, se posta in questi termini.

Dal mio punto di vista i "problemi" con la Ribolzi possono essere di contenuti, di "disaccordo" sui temi, ecc. ecc., ma non certo sul fatto che sia necessario avere esperti dei processi formativi - insegnamento, apprendimento, valutazione della formazione - che contribuiscano alla missione dell'ANVUR in quel settore. Ovvio che ci sarebbero potuti essere altri esperti, con esperienze più dirette nella formazione di livello universitario, ma bisogna anche dire che l'Italia non è messa bene in quel campo, e l'invadenza e l'arroganza degli economisti nel settore delle politiche di cui stiamo parlando non fa che accentuare il problema.

RR

 

 

Divertente siparietto si apre sulla nomina dei 7, per il sollazzo di tutti noi spettatori.

Il Mezzemaniche della Valtellina fa finta di incazzarsi dicendo che "sono tutti di sinistra", in realtà si capisce bene a cosa abbia portato il nefasto giavazzismo di questi anni: tutti sono convinti che l'ANVUR "dovrà dare i voti agli Atenei" [brrrr....], quindi questi 7 sono i Maestri che daranno i voti, e se non prendo un voto buono mi tolgono i soldi, quindi voglio un Maestro amico, ecco che manca il Maestro del Sud, manca il Maestro di Lettere, non mi piace la Maestra Castoris, quel Maestro l'ho visto che andava dal PD...

Divertimento assicurato.

RR

 

 

Il giavazzismo consiste nel fatto che i valutatori devono valutare - e quindi dare i voti. Invece gli "esperti di valutazione" professionisti producono ponderosi documenti sulla teoria della valutazione pieni di paroloni tipo "deontologia professionale" o per dirla con Alberto  Sordi "bbboni, statte bboni".

 

Il giavazzismo consiste nel fatto che i valutatori devono valutare - e quindi dare i voti.

Divertente teoria in base alla quale "valutare" significa, o implica, "dare voti". Noi che non siamo stati slavazzati dal giavazzismo continuiamo a pensare che "valutazione" significhi "attribuzione di valore", e che ci sia molto più valore nei significati che rapportano un corpo d'evidenza informativa ad un criterio qualitativo che ad un sintetico-riduttivo meccanismo oracolare che sorpassi quel momento inestimabile.

Poi, c'è tutto un contesto del significato e un contesto del giudizio da discutere...

RR

P.S.: il MIUR smentisce l'Uomo dai Calzini a Pois.

 

 

 

Invece gli "esperti di valutazione" professionisti producono ponderosi documenti sulla teoria della valutazione pieni di paroloni

E infatti

continuiamo a pensare che "valutazione" significhi "attribuzione di valore", e che ci sia molto più valore nei significati che rapportano un corpo d'evidenza informativa ad un criterio qualitativo che ad un sintetico-riduttivo meccanismo oracolare che sorpassi quel momento inestimabile.

CDD

 

Grande Timoniere, nella versione nuova del sito ricordati di aggiungere dei bottoncini per like/dislike, con svariate intensità. Questo, di GF, era "Standing Ovation".

P.S. È triste ma proprio vero: se non ce l'hai, per quanto ti sforzi, non riesci ad usarlo ...

gesti

fausto di biase 24/1/2011 - 12:09

scusa Michele se sono pedante e quindi faccio difficolta` a non prendere qualcosa sul serio, ma:

e` gia` difficile dialogare con gli altri sulla base di argomentazioni (che abbiano almeno la sembianza di  razionalita`)

se ci mettiamo a intervenire con la pura gestualita` da stadio (applausi, bottoncini, corde?) sara` ancora piu` dura

 

Boh, non dubitavo che i Professori italiani fossero alquanto disinteressati alla valutazione, per questo ho - nel mio piccolo - tentato (tento) di contribuire alla circolazione dell'informazione con un sito e con un blog.

Anche una qualsiasi norma (di legge, non di legge, tecnica, ecc.) è un criterio, dal punto di vista di chi deve valutare/giudicare la corrispondenza o congruenza della realtà alla norma. E per questo il giudice deve collezionare le evidenze necessarie al giudizio.

Se Lei pensa che un giudizio oracolare come quelli [tipici] dei Professori italiani quando, che so, scrivono i verbali delle procedure concorsuali, o fanno le revisioni di progetti o di articoli, sia il massimo ottenibile e desiderabile, si contenti pure.

Noi diffondiamo una cultura della valutazione che è prassi altrove - proprio perchè c'è un'etica diversa, un'etica riformata.

Per questo, ad es., se vogliamo fare un'esempio tanto per farlo [e anche chiarire quello che ho sopra riassunto], possiamo prendere un'Università americana a caso. Prendiamo, ad esempio, la Washington University in St. Louis. Questa Università, se vuole ricevere contributi pubblici (ad es. dalle agenzie finanziatrici della ricerca), se vuole che i suoi studenti ricevano borse di studio federali, ma anche statali, se vuole che i suoi titoli di studio siano considerati in vari impieghi e professioni, ecc. ecc. dovrà mantenere il suo stato di Università accreditata (quantomeno, ma non solo) presso la competente Agenzia regionale, la Higher Learning Commission della North Central Association of Colleges and Schools (NCA), competente nello Stato del Missouri.

Risulta che il prossimo round è previsto, per questa Università, nel 2014-2015. In quell'occasione, i solerti amministratori dovranno preparare tutte le evidenze richieste dai criteri di valutazione (qualitativi, tipicamente) affinchè il Panel di valutazione possa formulare un "giudizio non oracolare". Si dovranno cioè rapportare i criteri alle evidenze colà descritte o suggerite. Niente di tragico, dico, stiamo parlando di capire quello che fa codesta Università e come lo fa. Se il criterio è "The organization’s goals for student learning outcomes are clearly stated for each educational program and make effective assessment possible.", e una delle evidenze da confrontare è

  • Faculty are involved in defining expected student learning outcomes and creating the strategies to determine whether those outcomes are achieved.

vuol dire che si dovrà preparare un corpo di evidenze adeguato (ponderosi documenti), e, da parte del Panel, utilizzarlo in modo appropriato e in accordo con la formazione ricevuta, per formulare il giudizio, secondo la metodologia dell'Agenzia.

Non mi dilungo, perchè può andare avanti con l'esempio da Lei stesso, e diffondere la medesima cultura nell'ambiente in cui si trova, per contribuire alla causa.

RR

 

 

pieni di paroloni tipo "deontologia professionale" o per dirla con Alberto  Sordi "bbboni, statte bboni"

Leggete e fate diffondere il Singapore Statement on Research Integrity. Qualcuno lo sta pure traducendo in Italiano. Si lavora per una campagna di sensibilizzazione anche in Europa. Ovvio che gli Stati Uniti hanno una maggiore tradizione nel campo, così come alcuni Paesi Europei più di altri.

Beninteso, la deontologia professionale è presa sul serio nei Paesi seri - in quelli dove si propaganda Alberto Sordi è più difficile, ma non per questo abbandoniamo il campo.

RR

A proposito di H-index , ecco gli indici dei quattro vincitori della medaglia Fields per il 2010 (il premio è assegnato ogni quattro anni). Il calcolo è stato fatto sulla base della banca dati della American mathematical Society (MathScinet) che è molto affidabile, perché è basata su una banca dati degli autori (e non dei nomi di autori). Altre banche dati darebbero probabilmente risultati diversi per via di omonimie o piccole variazioni nella ortografia del nome (ad esempio la banca dati della AMS distingue Elon Lindenstrauss da suo pardre Joram che è un  matematico molto noto per i suoi risultati sulla geometria degli spazi di Banach,  sua sorella Ayelet, pure matematica, e sua madre Naomi che si occupa di informatica. Non parliamo poi di possibili omonimie per NGO...)

ELON LINDENSTRAUSS  H-index 10

NGO BAU CHAU H-index 8

STANISLAV SMIRNOV H-index 9

CEDRIC VILLANI  H-index 21

 

 

Grazie, Alessandro.

Aggiungo che vale la pena di dare un'occiata anche ai settori nei quali si inquadra la produzione delle medaglie Fields 2010.

Per esempio Cedric Villani (H=21) e' abbastanza chiaramente un'analista; sarebbe invece piu' difficile classificare altri: per esempio Smirnov (H=9) si occupa di sistemi dinamici (come anche Lindenstrauss) ed ha una produzione impressionante, difficilmente riconducibile ad un unico settore (fisica matematica? probabilita'? analisi? geometria complessa?) .

In questi casi quindi l'H-index sembra essere piu' una misura di quanto la produzione scientifica sia organica ad un gruppo ben organizzato piuttosto che un'indicazione obiettiva del valore scientifico.

PS: bisogna inoltre capire se l'H-index si calcola in modo stretto (considerando solo le  citazioni di articoli pubblicati su rivista, provenienti da articoli gia' pubblicati) o in modo largo, ovvero considerando le citazioni di articoli  (ma anche preprint)  provenienti da altri articoli (o preprint).
Quello che hai calcolato tu e' l'indice stretto, mentre ho l'impressione che in genere nel calcolo si includano anche i preprint.

Ottenuto con publish or perish:

25 papers; citations 54; cites/authors 47,75; h 4

Direi che per una idoneità ad associato potrebbe essere sufficiente

Non ho alcuna  simpatia per la Ribolzi (che non conosco, e la cui nomina guardo con sospetto); tuttavia penso che  per dare un giudizio bisognerebbe forse confrontare questo numero con i "numeri" tipici del settore a cui appartiene.

 

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