Pessimismo e fastidio

1 novembre 2009 antonio mele (rabbi)

Qualche pensiero sparso sulla Sardegna, e incidentalmente sull’Italia tutta, che probabilmente suoneranno come ripetizione delle stesse cose che su questo sito si dicono da anni. Ma repetita iuvant.

Oramai rientro raramente in Sardegna, e ogni volta tento di rimanerci il meno possibile. Tutte le volte però faccio chiacchierate interessanti. Questa estate in particolare ho chiacchierato con due vecchi amici. Siamo andati a farci una pizza, e poi a bere qualche birra, e si sa, queste situazioni favoriscono le discussioni sui massimi sistemi.

Il primo amico lavora nel settore agricolo. Si è laureato in Scienze Agrarie e poi ha fatto un master di specializzazione in OGM, insomma uno di quelli che potrebbe tranquillamente gestire una moderna azienda agricola seguendo le migliori pratiche mondiali, e magari sperimentando anche nuove idee. Che fa invece il mio amico? Fa il rappresentante di una ditta che vende mangimi per animali. Quindi ogni giorno prende la sua auto e si fa chilometri e chilometri per vendere mangimi agli allevatori della sua zona. La nostra chiacchierata si è soffermata molto sull’arretratezza di questi allevatori, quasi tutti persone anziane e non istruite, che seguono le stesse tecniche d’allevamento dei loro padri e nonni e bisnonni. Mi ha fatto molto ridere anche il fatto che molti di loro considerano il mio amico non come un fornitore che ti porta la merce dietro corrispettivo monetario, ma come una specie di esattore delle tasse che va a “portare via i soldi” alla povera gente. Per farsi pagare, spesso il mio amico ha discussioni furiose con questi allevatori.

Gli chiedo come sia possibile che queste aziende minuscole e gestite con metodi semimedioevali vadano avanti. Eh, la politica agricola europea e le agevolazioni statali: questa gente vive di sussidi. Non solo, probabilmente l’evasione fiscale è abbastanza agile in quel contesto, molti prodotti sono venduti in nero, e così via. Ci sono eccezioni, ma appunto si contano sulle dita di una mano.

Mi spiega che la situazione è molto simile in tutto il settore agricolo: azienducole piccolissime, che producono quantità irrisorie, sopravvivono grazie ai sussidi e al nero, e gestiscono l’azienda come mezzadri dell’Ottocento. A questo punto gli chiedo: ma possibile che a nessuno viene in mente di farci i soldi? Dico, un imprenditore con un po’ di visione che rilevi varie aziende e costruisca una impresa agricola moderna? Mi spiega il mio amico che le condizioni del credito non te lo permettono, le banche non finanzierebbero mai una cosa del genere. Mi spiega anche che molte aziende non venderebbero, perché come diceva mio nonno, mezzadro per una buona metà della sua vita prima di aprire il baretto del paese, “un pezzo di terra serve sempre”. Addirittura mi racconta il mio amico che molti anziani agricoltori, nel testamento, impongono ai figli di non vendere i terreni, sino alla morte dei figli stessi.

A questo punto della chiacchierata, devo dire, sono abbastanza perplesso. Cambiamo argomento, il secondo amico racconta la sua esperienza. Ingegnere ambientale, lavora in uno studio che in generale non se la passa male. Una cosa che mi sorprende è che la maggior parte dei lavori sono commissionati dal settore pubblico. Il mio amico segue svariati progetti, cose come ristrutturazione di impianti di depurazione, ma anche parchi cittadini, e discariche dei rifiuti. In molti casi, il loro intervento serve a risanare una situazione illegale creatasi negli anni: chessò, un impianto di depurazione obsoleto dimenticato da anni che scarica acque nere direttamente a mare, a cento metri da una frequentatissima spiaggia. Situazioni abbastanza frequenti pare: di solito tra stanziare i fondi, progettare gli interventi ed effettuare i lavori passano anni, e quindi anche se una situazione era perfettamente regolare al momento in cui l’amministrazione interessata decide di intervenire, non lo è più quando si iniziano i lavori. Per non parlare di quanto tempo passa prima che lo studio del mio amico veda la parcella saldata.

Il mio amico ha da poco fatto un viaggio a Madrid, ed è rimasto impressionato dall’efficienza dei servizi, e dalla Spagna in generale. Non c’è paragone tra Madrid e Roma, mi raccontava, noi sembriamo fermi a vent’anni fa. Non ho voluto dirgli che non sembriamo: SIAMO fermi.

Ma è quando chiedo come fanno a sopportare questa situazione, che entrambi mi stupiscono: “E cosa ci vuoi fare?”. Sono rassegnati. Assolutamente rassegnati. Le cose non cambiano, non sono mai cambiate e mai cambieranno.

Questa chiacchierata mi ha fatto riflettere parecchio, e infatti ne scrivo dopo oltre due mesi. Elenco le mie riflessioni, e credo che anche se il contesto in cui i miei amici vivono e lavorano è quello della Sardegna, valgano a grandi linee anche per il resto d’Italia:

  1. il capitale umano vale meno della carta straccia. Guardate il mio primo amico. Ha mille idee e possibilità, ma un sistema creditizio bloccato e una mentalità arretrata gli impediscono di svilupparle. Con laurea e master, fa un mestiere per il quale probabilmente basterebbe aver studiato per l’esame della patente. Se anche facesse l’imprenditore, oltre la metà di quello che guadagnerebbe se ne andrebbe via in tasse e contributi. Beh, ovviamente, a meno di evadere le tasse. Il capitale umano probabilmente paga solo in alcuni settori dove il credito non è importante e la possibilità di evadere è maggiore: dentisti, avvocati, cose del genere.
  2. Ovviamente in queste situazioni, quelli che restano sono pochi: la gente vota coi piedi. I miei amici hanno deciso di restare principalmente per motivi familiari, ma moltissimi emigrano e cercano lavoro altrove. Prima si emigrava “al Nord”, conosco tanta gente che negli anni Novanta si è trasferita nel bresciano, altri nel vicentino e nel trevigiano, ma parliamo di persone che cercavano un lavoro poco qualificato di solito, non di laureati. Ora molti ragazzi con un buon livello di istruzione vanno via dall’Italia: per svariati anni, atterrando ad Alghero col mio volo da Girona, sul bus che mi riportava al paesello trovavo gente laureata che lavorava a Dublino, a Londra, a Barcellona. Il caso di Barcellona lo conosco molto bene: moltissimi laureati italiani che lavorano per filiali italiane di multinazionali, a Barcellona. Il salario è decente, e soprattutto non ne sparisce più della metà in forma di tasse e contributi. Per l’impresa il costo del lavoro è decisamente minore. È una situazione in cui vincono tutti insomma. Tranne l’Italia.
  3. Si sa, ma fa bene ribadirlo: in Italia, chi può evade le tasse. Chi paga le tasse sa che i suoi soldi finiranno a finanziare attività inutili, o peggio, a sostenere per esempio un settore agricolo parassitario e da terzo mondo. In un paese così, non ci si può stupire che ci siano una miriade di piccoli esercizi commerciali, solitamente gestiti da persone non laureate per tornare al punto 1), che vanno avanti evadendo. Ricordo ancora quando la Comunità Europea, una quindicina d’anni fa, decise di incentivare la coltivazione della colza nel sud d’Europa. Tutti a piantare colza, anche al mio paesello. Ovviamente, il sussidio lo ricevevi per piantarla, non per coltivarla. Risultato? Tonnellate di colza a marcire nei campi, e la gente col sussidio si comprava la macchina nuova.
  4. Il settore pubblico è la forza motrice dell’economia del Sud. Anche una professione come quella dell’ingegnere non andrebbe avanti senza il settore pubblico. È una situazione assurda: lo Stato non fa quello che dovrebbe fare (rule of law, riscuotere le tasse, ecc.), ma fa tutta una serie di altre cose che in principio potrebbero fare i privati. Non solo, ma spesso le sue omissioni e i suoi ritardi generano situazioni di illegalità: il primo a infrangere le leggi è lo Stato stesso. Lo Stato tollera l’evasione fiscale, perché sa che una pressione fiscale e contributiva così alta non può essere sopportata da nessun sistema economico, ma non accenna a ridurre tale pressione fiscale né a tagliare le inutili spese e trasferimenti.
  5. La cosa terrificante è che le persone che definiremmo con un termine d'altri tempi "classe dirigente" (intendo la parte della società civile più istruita, insomma quella che definiremmo l'élite) sono assolutamente rassegnate allo status quo. Per carità, sono coscienti dell’abisso in cui l’Italia sta sprofondando, vedono che il resto d’Europa e il resto del mondo va avanti lasciandoci sprofondare, ma non credono nella possibilità di cambiare le cose. Fanno compromessi nelle loro vite, cercano di sopravvivere. Ma sono rassegnati all’esistente.

L’immagine che questa chiacchierata mi ha dato della Sardegna e dell’Italia più in generale è questa: una società ferma, paralizzata dall’eccesso di Stato che ha bloccato lo sviluppo della parte più sana della società per mantenere in vita la parte corrotta o decadente. Una società che non vede domani, che si accontenta di spartirsi le briciole dell’oggi, sino a che durerà. Ma poi? Come dice il titolo di questo articolo, la sensazione che mi è rimasta è di un forte pessimismo. Ma anche fastidio verso le nostre classi dirigenti: possibile che siate così fatalisti? Possibile che non vi incazziate? Dopo che uno ha visto cosa hanno fatto in Spagna in qualche decennio di democrazia, mi aspetto che torni incazzato nero in Italia. E che cominci a parlare di "rivoluzione". Che cominci a organizzarla, la "rivoluzione".

Invece niente. “E che ci vuoi fare?”. Mah, io niente, io ho già votato coi piedi. Cazzi vostri.

54 commenti (espandi tutti)

questa gente vive di sussidi.

i sussidi li prendono solo i piccoli produttori?

 

Stai facendo un paragone tra due discorsi diversi, le aziende agricole gestite con tecnologie moderne hanno una produttvità infinitamente superiore ai residui semimedievali in questione e anche se incassano sussidi sono comunque attività produttive, potrebbero tirare avanti anche senza sussidi, la gente in questione è l'esempio dell'utilizzo degli aiuti alle aziende come ammortizzatore sociale.

I miei due cugini che hanno una stalla nella zona a sud di Milano riescono a coltivare il foraggio necessario alle loro 100 mucche , a vendere il latte e i vitelli da macello lavorando 365 giorni all'anno non possono essere paragonati al bifolco che ha un piccolo gregge di pecore e passa il tempo a guardarle brucare....

Insomma tra prendere sussidi e sopravvivere esclusivamente graze ai sussidi c'è una differenza......

la gente in questione è l'esempio dell'utilizzo degli aiuti alle aziende come ammortizzatore sociale

senza dubbio ma l'articolo in questione è abbastanza vago da lasciare spazio a domande e precisazioni.

bifolco che ha un piccolo gregge di pecore e passa il tempo a guardarle brucare

non dirlo a Brunetta.

 

il punto è: piccolo è bello? qual'è la dimensione ottimale di un allevamento? è preferibile avere tante piccole aziende sparse sul territorio o è meglio puntare su efficienti maxi allevamenti.

bisognerebbe discuterne in termini di ricadute anche ecologiche e sociali (certo, lo sappiamo tutti che le esternalità positive si vedono solo se fa comodo verderle).
che in teoria 10 aziendine da 10 mucche facciano pagare più il loro prodotto rispetto ai due cugini da 100 ci può stare. probabilmente però danno più lavoro. questo a parità di accesso ai sussidi. non saprei, l'ho buttata un po' li. poi c'è la questione degli incentivi: anni fa sentivo alla radio di incentivi europei che premiano l'area dichiarata come destina ad una certa coltivazione e non la produzione reale. in pratica le grandi aziende avevano tutto l'interesse a NON coltivare per evitare così il rischio di un cattivo raccolto (certo con gli immigrati clandestini non c'è praticamente il costo del lavoro perché se i pomodori sono marci o viene una grandinata puoi dimenticarti di pagarli) e massimizzare i profitti producendo zero!! comunque rimango convinto che l'unica soluzione sia la collettivizzazione forzata di stampo sovietico :)

mi viene infine in mente che, se davvero le banche non concedono credito nonostante tremonti, allora pure gli zotici sono costretti a restare inchiodati dove sono con le loro 3 pecore invece che progettare altrimenti. a meno di non far passare l'idea di un popolo di pigri fuori dalla storia (questo vale solo per l'Africa per ora - secondo alcuni eh) non credo che nel corso dei decenni non ci sia gente capace di emergere a parità di sussidi. certo se ci sono tutti questi problemi potrebbero darsi all'industria ed emigrare ma questo vale anche per il laureato+master protagonista del post. invece non lo fanno perché magari gli piace fare quello che fanno e stare dove stanno. il lavoro è una merce ma dopo tutta in questa merce vi sono incorporati degli uomini.

probabilmente però danno più lavoro

Ma dai Johnny, e' un pezzo che leggi nfa per prendere cantonate del genere. Se valesse questo ragionamento basterebbe una leggina che impone al massimo una pecora per pastore

non vale sempre, ho per caso enunciato una regola teorica? a parte che non lo saprei fare e quindi quello lo lascio a te; nelle aree rurali di questi tempi o fai quello che hai sempre fatto e tiri avanti o c'è la disoccupazione che è un'alternativa valida e apprezzata. nessuno crea nuovi lavori, quello che c'è c'è finché c'é, poi basta. altrimenti te ne puoi anche andare ma, come ho detto, magari quelli non lo vogliono fare. perché l'amico del post fa il trasportatore di mangimi? dovrebbe sapere anche lui che c'è una scelta enorme e che nuovi lavori e nuovi posti ne nascono sempre. secondo me adesso ne nascono meno di quelli che ne muoiono. non si vede perché debbano sempre aumentare... tu lo sai?

Mah a livello globale i posti di lavoro son sempre aumentati, è una regolarità tanto vera quanto quella che si deve morire. A livello locale no, quindi o si fanno emigrare i pastori, o fanno qualcos'altro, o qualcun altro paga perché i pastori stiano li a guardare le pecore (lavorando o meno, fa nessuna differenza). E se questo qualcun altro paga i pastori, finisce per lavorare meno perché gli conviene meno farlo (la beneficienza ai pastori, se vuole, puo' farla lo stesso anche senza mascherarla da  tassazione statale). L'effetto globale dunque in linea teorica è di diminuire i posti di lavoro, non di aumentarli. Ecco, questa cosa qua gli intellettualoidi di sinistra finiscono per dimenticarla sempre: tali politiche FANNO MALE proprio ai poveracci che lavorano in lavori produttivi perché rischiano di perdere il posto a causa della super-tassazione (e fanno bene solo per modo di dire ai pastori, che vedono perpetuato il loro stato miserevole a suon di sussidi)

E chi dice di no. I sussidi sono europei? Se così fosse il problema sarebbe più ampio. Come dicevo all'inizio il post iniziale è abbastanza vago quindi non si capisce bene. Rimango però dell'opinione che sia necessario trovare modalità per non spopolare certi territori (incentivi sulle percore a km zero???), anche per una questione di tutela del territorio.

Il post non è vago, sono i sussidi che vengono in parte dall' EU, in parte dallo stato ed in parte da enti locali.Gli effetti ovviamente sono analoghi per tutti.

se i sussidi fossero solo statali allora non spiegherebbero da soli l'arretratezza sarda così come se fossero solo UE non spiegherebbero la differenza tra Svezia e Italia. bisognerebbe capire come funzionano e vedere come modificarli per renderli virtuosi. perché a toglierli poi ti ritrovi i cobas del latte o i pastori sardi che riempiono di pecore e capre il parlamento. e non sarebbe neppure una brutta idea fare votare direttamente agli ovini.

Rispetto alla dimensione aziendale, in sardegna come in tutto il mezzogiorno c'è una sorta di blocco a tentativi di accorpamenti di piccole aziende. Nessuno vende il proprio pezzetto di terra e promuovere forme di associazione o collaborazione tra aziendine agricole è del tutto inutile scontrandosi con una medioevale mentalità.

Eh, la politica agricola europea e le agevolazioni statali: questa gente vive di sussidi.

Non è possibile cambiare la testa delle persone in merito all'organizzazione dell'impresa agricola, e della cultura del lavoro, in generale, perche l'UE non usa metodi stalinisti. La politica agricola europea non sarà un optimum ma se non ci fosse non ci sarebbe nemmeno un'agricoltura europea.

Io concordo con una larga parte del contenuto di questo post, ma non in quelle interpretazioni dove si addebita all'intervento pubblico per se il problema. Svezia (55% di press. fiscale) e Spagna (35%) sono cresciute pressochè allo stesso tasso (cioè bene) nell'ultimo decennio. Evidentemente c'è dell'altro, e lo sanno bene anche quegli economisti liberali che hanno sovente consigliato di guardare, che so, alla Danimarca e.g. per il mercato del lavoro.

RR

RR

Se vai a guardare la composizione della pressione fiscale svedese e non solo il dato totale potresti scoprire 2 cose:

Una è che la componente di tasse pagate allo stato è minima, il 99% delle tasse sono municipali e quindi sotto un controllo un poco piu stretto da parte dei contribuenti.

Secondo l'imposizione fiscale sui profitti delle aziende è del 5% più bassa che in Italia.

Quindi la critca all'intervento pubblico come sostegno ad attività improduttive e parassitarie è il succo del discorso del Sig Mele e difficilmente contestabile.

Non intendevo intraprendere un discorso sui dettagli, ma fissare un principio, un orientamento generale all'interno di un discorso di politica pubblica.

Sul fatto che i soldi, se sono più vicini geograficamente, siano "più controllabili", non è determinante in quel discorso. I soldi stanno, o devono stare, al livello in cui le politiche pubbliche decidono di porli, in base a valori, scopo del'azione, obiettivi.

Se in Italia i soldi stessero tutti vicino ai contribuenti, avresti una migrazione biblica da certe regioni verso altre, perchè - ti comunico - alla gente non piace morire di fame. Possibile, ma da valutarsi.

RR 

 

Se vai a guardare la composizione della pressione fiscale svedese e non solo il dato totale potresti scoprire 2 cose:

Una è che la componente di tasse pagate allo stato è minima, il 99% delle tasse sono municipali e quindi sotto un controllo un poco piu stretto da parte dei contribuenti.

Molto interessante. Da dove vengono le tue informazioni?  Puoi scrivere qualcosa di piu'?  Sono interessato ai sistemi federali e piu' in generale alla suddivisione delle responsabilita' di imposizione fiscale e di spesa negli Stati, e finora non avevo alcuna informazione sulla Svezia.

Premesso che non sono un esperto, le mie informazioni sulla Svezia provengono da alcuni articoli letti, ma che poi ho cercato di verificare.

Le informazioni più dirette che ho trovato sono qui:

http://www.sweden.gov.se/sb/d/9509

Potrei aver mal interpretato alcuni particolari ma la frase: "State income tax (20 %) is payable by anyone with a monthly income of more than SEK 31,600 per month" dovrebbe signifcare una no-tax area sulle imposte statali di un reddito fino a 3000 euro mensili lordi, in questo senso per gran parte degli svedesi la tassazione statale è molto ridotta.

Oltre a ciò nella pagina sulla tassazione delle imprese dice : Corporate tax 26,3%, in Italia siamo al 31% circa.

I contributi pensionistici sono circa come quelli italiani intorno al 30% della retribuzione.

C'è da dire che la Svezia è un paese relativamente omogeneo da 9 milioni di abitanti  (sarebbe come avere la popolazione della Lombardia su una superficie pari ad una volta e mezza quella italiana ) e la cosa dovrebbe contare parecchio.

 

Grazie per le informazioni.  Senza controllare i dati mi aspetto che la tassa sul reddito si applichi al reddito lordo e che tale reddito lordo superi i 3000 euro al mese per la maggior parte degli svedesi. Pero' ho trovato conferma di quanto dici dal fatto che il gettito totale delle tasse dirette sul reddito va  allo Stato per il 10% circa mentre il 90% va ai livelli amministrativi locali, che apparentemente prendono il 29-35% sul reddito senza consentire alcuna quota esente.

Io concordo con una larga parte del contenuto di questo post, ma non in quelle interpretazioni dove si addebita all'intervento pubblico per se il problema. Svezia (55% di press. fiscale) e Spagna (35%) sono cresciute pressochè allo stesso tasso (cioè bene) nell'ultimo decennio. Evidentemente c'è dell'altro,

Sono anche io d'accordo che non si possono ricondurre i problemi dell'Italia al solo numero che misura la spesa pubblica in rapporto al PIL. Io ritengo che cio' che distingue in negativo l'Italia rispetto alla Spagna e alla Svezia, e in generale rispetto ai Paesi civili e progrediti, e' la scadente qualita' della spesa pubblica, che non aiuta efficacemente gli indigenti (per es. l'Inghilterra fa tre volte meglio secondo studi pubblicati su lavoce.info), e va a finanziare servizi statali di livello miserabile e una serie di spese e sussidi finalizzati all'acquisto del consenso politico e quindi fatalmente totalmente improduttivi.

Caro Antonio,

condividiamo il pessimismo e il fastidio, con la differenza che io sono (ma non so ancora per quanto) in trincea, tu hai fatto molto meglio di me.

Sì, è vero, le "elites" sono assenti, la parte più istruita è assente. Perchè non si "incazzano"? Perchè sono una minuscola minoranza. Per questo si diventa fatalisti, perchè per uno che si muove ce ne sono 1000 immobili, o addirittura contrari alla minoranza, che viene vista come una minoranza privilegiata a cui si risponde: "tu parli perchè hai la pancia piena".

Perchè sono favorevole alla secessione ? Per i motivi opposti di quelli di tanti altri qui presenti su Nfa: loro pensano che il Sud "succhia" il sangue del Nord, io perchè è ora che quei 1000 assistiti dal pubblico si guardino attorno, senza più il pasto caldo dello stato, e dicano: e adesso? Perchè 1 contro 1000 è impossibile, credimi. Quindi subentra la rassegnazione, poi il fatalismo, infine ci si adatta. Volenti o nolenti.

Sì, è vero, le "elites" sono assenti, la parte più istruita è assente. Perchè non si "incazzano"? Perchè sono una minuscola minoranza.

Molte delle elites a dire la verita' sono in trincea per difendere l'esistente e disponibile ad essere al servizio di chiunque a Roma (anche la LN) purche' arrivi qualche risorsa economica dal centro.  Il vero problema e' che le elites meridionali che volessero fare scelte diverse avrebbero drammatici problemi ad attrarre consenso politico delle masse, perche' il consenso politico e' tutto canalizzato dalle elites parassitarie che intermediano le risorse provenienti da Roma. La societa' meridionale dato il sistema vigente e' estremamente stabile e conservatrice.

loro pensano che il Sud "succhia" il sangue del Nord

Il motivo principale per considerare una secessione od un federalismo radicale e non fasullo secondo me deve essere il fatto empirico che il sistema italiano e' in rovina e anno dopo anno diventa meno produttivo, meno ricco, meno civile e meno progredito rispetto ai suoi vicini europei, sia quelli ricchi e progrediti come Francia e Germania, sia quelli emergenti come Grecia e Spagna. Il declino riguarda sia il Sud che il Nord Italia ma dovrebbe suscitare piu' preoccupazione ai meridionali che ormai sono sempre piu' nettamente i "paria" dell'Europa occidentale, superati da tutti inclusi Irlanda, Grecia e Portogallo.

Molte delle elites a dire la verita' sono in trincea per difendere l'esistente e disponibile ad essere al servizio di chiunque a Roma (anche la LN) purche' arrivi qualche risorsa economica dal centro.

I servizi, come tu scrivi, si pagano.

Abbiamo comunque assodato che il Nord, ma anche il Centro, usufruiscono dei servizi del Sud. Resta ancora da capire quali sarebbero questi servizi, che a quanto pare il leghista medio non vede e che, in ogni caso, non vuole pagare.

Cosa ha spinto - per decenni - la classe dirigente di 2/3 di Paese a sperperare tutti quei miliardi contro, a quanto pare, l'appoggio della sua base elettorale? Un'idea fascioplatonica di Italia? Vincere i mondiali di calcio? Non si son mai accorti che i miliardi che finivano al Sud in realtà lo impoverivano rendendolo sempre più dipendente? Le elite meridionali eran assai più furbe di quelle del centronord?

Il motivo principale per considerare una secessione od un federalismo radicale e non fasullo secondo me deve essere il fatto empirico che il sistema italiano e' in rovina e anno dopo anno diventa meno produttivo, meno ricco, meno civile e meno progredito rispetto ai suoi vicini europei, sia quelli ricchi e progrediti come Francia e Germania, sia quelli emergenti come Grecia e Spagna.

L'Italia va male -> Dividiamola

Sarebbe questo il fatto empirico?

Guarda menomale che non fai il medico...

Il motivo principale per considerare una secessione od un federalismo radicale e non fasullo secondo me deve essere il fatto empirico che il sistema italiano e' in rovina e anno dopo anno diventa meno produttivo, meno ricco, meno civile e meno progredito rispetto ai suoi vicini europei, sia quelli ricchi e progrediti come Francia e Germania, sia quelli emergenti come Grecia e Spagna.

Sono direzionalmente d'accordo con Alberto. Vorrei precisare una cosa, però. Prima della crisi l'Italia non stava diventando più povera. Semplicemente cresceva meno degli altri paesi, ma cresceva. Per questo non sono completamente d'accordo a dire che il paese stia andando in rovina anno dopo anno.

Diciamo che, pur avendo perso diversi treni, se uno volesse mettersi di impegno, ci sarebbe ancora molto da salvare.

1. In primis, cerchiamo di non andare fuori tema come alle scuole elementari. Il pezzo parla di come le persone piu istruite della Sardegna (per estensione: dell’Italia) siano estremamente fataliste rispetto alla condizione italiana e al futuro che aspetta il nostro Paese.

2. La gente se ne va a frotte, mi pare fosse chiaro nell’articolo. Quelli che restano, restano per tanti motivi: familiari, personali, magari non se la sentono, che ne so io... il punto e`: conditional a restare, e conditional al fatto che sei uno che ha studiato, che viaggia, che sa come gira il mondo: possibile che non ti incazzi? Possibile che sei rassegnato? non dico fare qualcosa per migliorare l’esistente, dico solo incazzarti. Solo questo. Niente? A me lascia perplesso, questo fatto.

3. La Svezia, poco c’entra. A me risulta che tutti i miti sulla Svezia siano appunto questo: miti. Ma di nuovo: non stiamo parlando della Svezia, non me ne frega niente degli svedesi, parliamo di Italia. In Italia, l’intervento statale ha fatto piu danni che altro, e rimango sempre sbalordito che dopo un secolo di merda mangiata a colazione pranzo e cena il contribuente italiano sia ancora convinto che la soluzione di tutti i suoi mali verra` dallo Stato, basta che ci siano quelli giusti a spingere i bottoni del meccanismo sociale... Ma torniamo al pezzo: nel caso del settore agricolo, dare sussidi alla produzione agricola ha fatto enormi danni, perche` ha reso inutile modernizzare le tecniche di coltivazione, ha dato incentivi sbagliati sulla dimensione delle aziende, ha creato un sistema assistito e parassita. Lo Stato Italiano fa questo per motivi elettoralistici, a scapito di altre attivita` che gli competono per sua natura, come far applicare la legge e produrre beni pubblici. Volete un altro esempio concreto sempre nel settore agricolo? Qualche anno fa, i pastori sardi hanno bloccato l’aeroporto di Elmas-Cagliari, assediandolo con trattori e bestiame, e impedendo ai passeggeri di raggiungere l’aeroporto se non a piedi, perche` secondo loro il prezzo del latte che i grossisti praticavano era troppo basso. Dopo giorni di assedio, la Regione Sardegna ha deciso che avrebbe integrato il prezzo del latte con un ulteriore sussidio finanziato dalle casse regionali. In questa vicenda, lo Stato si e` comportato esattamente come indico nell’articolo: non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare (rule of law, garantire l’accesso all’aeroporto, anche con la forza se necessario) ed e` intervenuto usando i soldi del contribuente per salvare aziende improduttive che non riescono a stare sul mercato. Uno dei motivi per cui non riescono a stare sul mercato e` la dimensione dell’azienda che non permette di sfruttare le economie di scala; un altro motivo e` l’arretratezza nelle tecniche impiegate. Se lo Stato paga l’allevatore per non risolvere questi problemi, lo Stato fa danno, lo Stato crea incentivi sbagliati laddove l’incentivo andava nella direzione giusta: non ce la fai a sopravvivere con questi prezzi, e allora devi chiudere e fare un altro mestiere, oppure trovare una soluzione che ti permetta di sopravvivere (cooperative agricole, per dire). Questo e` quello che voglio dire parlando di intervento eccessivo dello Stato. Se volete mettervi a discettare di Svezia meglio di Spagna, o Juventus meglio di Inter, fate pure, ma entrambe le questioni sono irrilevanti qui perche` parliamo di altro.

4. RR dice:

Non è possibile cambiare la testa delle persone in merito all'organizzazione dell'impresa agricola, e della cultura del lavoro, in generale, perche l'UE non usa metodi stalinisti.

Invece e` possibilissimo, ed estremamente semplice anche. Altrimenti come ti spieghi che il Veneto, da societa` agricola e arretrata come la Sadegna, abbia sviluppato in meno di una generazione un sistema di PMI che esporta in tutto il mondo e regge (reggeva?) la competizione con l’intero globo? La gente risponde agli incentivi, soprattutto a quelli che arrivano dalla competizione.  Le teste non si cambiano, cambiano da sole quando colgono le opportunita` esterne. Come e` “cambiata la testa” degli spagnoli, e degli irlandesi, e compagnia bella, per analogia puo` succedere lo stesso con gli italiani. Il mondo cambia in continuazione, e certo sta magari a chi ha responsabilita` di governo cercare di rendere la transizione da un mondo ad un altro piu` sopportabile. Non sta certo a chi governa il compito di far finta che il mondo non sia cambiato, che tutto possa restare come era prima, dieci, venti, cento anni fa. Ma a te pare possibile, RR, che ancora oggi questi pastori mungano le pecore a mano, una a una, e che i soldi del contribuente servano a mantenere questo stato di cose?

5. Il punto principale dell’articolo, lo ribadisco, NON E` decidere quanto e come lo Stato deve intervenire. Il punto era far riflettere sullo stato apatico delle nostre classi dirigenti. Sembrano quelli che continuano a ballare mentre il Titanic affonda. Ragazzi, la nave sta affondando: o salite su una scialuppa, o cercate di tappare la falla. Non e` logico nessun altro atteggiamento, in particolare non e` razionale stare seduti fermi rassegnati!!!! Marco mi dice: sono pochi. Ma sono sempre pochi, quelli che fanno parte della classe dirigente. Non e` una scusa, l’essere pochi. Io continuo a non capire lo stato apatico.

Mi rimangono le domande:

1. Nessuno ha notato il riferimento al sistema creditizio bloccato?

2. Capitale umano: se i ragazzi preferiscono andare al Grande Fratello piuttosto che andare all’universita`, come dargli torto? Che classe dirigente avremo, fra trent’anni? 

3. Il mio “cazzi vostri” ovviamente era una provocazione, se lo pensassi veramente non starei scrivendo per NfA. Ma per quanto credete duri questa situazione? Per quanto credete che la “meglio gioventu`” d’Italia scappata all’estero piu` o meno recentemente continuera` a interessarsi del futuro del Paese? Non avete paura che un giorno, anche loro, diranno col cuore “cazzi vostri”? Se le persone di buon senso rimaste sono poche e apatiche, cosa succedera` nel momento in cui anche il pungolo dei molti non apatici e all’estero terminera`?

2. Capitale umano: se i ragazzi preferiscono andare al Grande Fratello piuttosto che andare all’universita`, come dargli torto? Che classe dirigente avremo, fra trent’anni?

Penso che possiamo avere una classe dirigente migliore di quella attuale, per due motivi:

1. I giovani di oggi sono cresciuti prendendo un sacco di legnate: università che non fa gli interessi degli studenti (e.g. ci metti sette anni e mezzo a laurearti mentre la durata legale sono cinque) e mercato del lavoro flessibile solo per loro, quindi precarietà e bassi stipendi. Quando l'attuale classe dirigente era giovane, non ha avuto questi problemi e ha potuto sprecare tempo a riempirsi la testa di idee sbagliate (e.g. comunismo vs. fascismo, terrorismo, etc.)

2. I giovani di oggi che hanno fatto l'università sono molto più internazionali di quando l'attuale classe dirigente era giovane: hanno viaggiato di più, hanno fatto l'erasmus e hanno avuto accesso a internet

Penso che questo avrà l'effetto di creare una opinione pubblica da un lato più concreta (e quindi meno raggirabile) e dall'altro con una forma mentis più aperta e meno provinciale di quella attuale. Per questo penso che la classe dirigente rifletterà a sua volta tali caratteristiche. Tutto questo non avverrà a breve, diciamo che ci vorranno ancora 15 o 20 anni prima che i primi giovani di questa generazione arrivino al potere, a meno che gli standard Italiani non cambino. E non so nemmeno se la quantità di miglioramento della classe dirigente compenserà le occasioni perse e ci farà recuperare il gap con gli altri Stati. Ovviamente le cose potrebbero migliorare prima o dopo a seconda di come l'Italia sfrutterà le opportunità (e.g. cercando di attrarre cervelli dall'estero e di corteggiare gli Italiani che se ne sono andati)

Io condivido l'opinione di Antonio, per questo Michele non sono d'accordo con te. Non me ne sono andato per vari motivi personali, e ormai comincio a non essere piu' in grado di farlo. Non credo che me ne pentiro' personalmente, ma so che avro' a che fare con una massa di persone a cui manca una visione strategica: perche' questo secondo me e' il problema dell'Italia, a partire dall'unificazione. 

Non mi incazzo (piu') solo perche' non e' funzionale: qui o diventi come brontolo o te ne vai. Se resti secondo me meglio usare le proprie energie  per fare del tuo meglio con quello che hai. Se ti metti dal punto di vista del perdente, hai il vantaggio che c'e' sempre la scusa pronta - ma non ritengo che sia la cosa giusta da fare, sia chiaro.

Di fatto abbiamo anche una situazione in cui il parco buoi e' largo, e a un ristretto numero di politici|imprenditori|faccendieri fa comodo cosi'. Fa comodo anche a molto del parco buoi, il quale non chiede di meglio che avere leggi da ignorare e tasse da evadere per sentirsi furbo - o piu' modestamente, fare quello che gli piace senza che nessuno gli rompa il giocattolo.

La classe dirigente che verra' avra' gli stessi difetti che ha quella di adesso, perche' quello che manca, ripeto, e' una visione strategica - e di conseguenza, una coscienza civica: tutti, a tutti i livelli, vivono per il qui e ora, quando sono dei veri condottieri pensano alle prossime elezioni o a come sistemare l'asse ereditario quando gli nasce un figlio o nipote. Per il resto, ognuno per se'.

Il fatto di viaggiare, per un italiano medio - anche con la laurea, anche per erasmus - e' qualcosa che serve si' e no a mangiare e a spiccicare quattro parole. Se viaggi per lavoro hai buona probabilita' che prima o poi non torni.

Internet, per quanto si stia diffondendo, e' ancora una cosa troppo elitaria - senza contare le tariffe vampiresche e i servizi terzomondisti che offrono.

Intendiamoci, anche io credo che ci sia molto da salvare, ma dubito che anche chi pensiamo vada salvato sarebbe d'accordo con noi, in generale. Ricordiamoci che quando devi risalire la china la prima cosa che vedi e' lo sforzo, il guadagno lo vedi ben dopo. E che succede se il guadagno lo vedi dopo le elezioni/il CdA/whatever? Chi ti rivorra'? Agli italiani non puoi fare il discorso di churchill, le lacrime e sangue gli piacciono solo in televisione, e solo degli altri.

Lugg, sono d'accordo sia con te che con Antonio e mi ritrovo anche nel post di Alex Malgaroli. Penso che molti Italiani, inclusi i giovani, pensino cose "sbagliate", nel senso di illiberali, sia in economia che nei diritti civili. Questo mi fa essere realista nel breve e medio termine: se anche cambi chi ti governa, l'alternativa semplicemente non ha idea di cosa fare. Inoltre una classe dirigente non si cambia con un'elezione, quella è la classe politica, che è solo un di cui della classe dirigente.

Penso che la classe dirigente nel medio-lungo termine sarà meglio di quella attuale perché sarà meno disposta a farsi fregare di ora, questo perché credo che prendere mazzate sia uno dei modi migliori di imparare qualcosa: poi non ti dimentichi quello che hai imparato. Quindi la futura classe dirigente sarà più concreta nel senso che probabilmente sarà più propensa a chiedere conto ai politici del proprio operato di oggi (e.g. "hai detto che vuoi tagliare l'IRAP, che spese intendi tagliare per farlo, visto che non puoi più andare a debito?" "e poi ci avevi già detto che volevi tagliarla in passato, perché stavolta dovresti farlo davvero?"). La classe dirigente attuale spesso e volentieri è cieca per via dell'ideologia, quindi per esempio a nessuno viene in mente di pensare che lo Stato in economia ha fallito e quindi di provare a limitare la sua presenza, nonostante l'evidenza.
In più avrà un pò più di visione strategica, perché sarà in grado di immaginarsi alternative rispetto a oggi, perchè le ha viste funzionare da altre parti. Per esempio, quando Bersani o Fini parlano di meritocrazia cosa hanno in mente? Il loro compagno di liceo che andava bene a scuola? Probabilmente la futura classe dirigente avrà in mente quello, più anche lo straniero che hanno visto farsi un mazzo così per vincere la scholarship quando sono andati a fare l'erasmus in (insert name here).

Non sono sicuro che la futura classe dirigente sarà enormemente meglio o solo marginalmente. Questo dipenderà dalle occasioni della storia e dai contributi dei singoli. dico solo che immagino di vedere questo trend a partire dal medio termine in poi. Ovviamente eventi particolari che succederanno prima potrebbero completamente cambiare questa direzione (e.g. default dello Stato italiano).

Su un piano diverso, mi ritrovo completamente nelle tue parole quando dici che chi decide di restare in Italia deve accettare il paese com'è, non stare sempre a lamentarsi e cercare, nel suo piccolo, di dare il suo contributo. Devo dire che è un tipo di pensiero che sto pensando spesso ultimamente...

La classe dirigente attuale spesso e volentieri è cieca per via dell'ideologia, quindi per esempio a nessuno viene in mente di pensare che lo Stato in economia ha fallito e quindi di provare a limitare la sua presenza, nonostante l'evidenza.

Ecco, diciamo che su questo non sono affatto d'accordo: la classe dirigente e' tutto tranne che ideologica, se non ai fini di mantenersi il parco buoi.

Il problema della visione strategica, secondo me, colpira' anche la classe dirigente del futuro, nonostante le mazzate. Questo perche', appunto, non hai un orizzonte oltre l'elezione, o il prossimo anno fiscale, o simili. Non riesci a far piani un po' per colpa del parco buoi, un po' perche' sei tu che nel tempo lo hai plasmato cosi' quindi e' anche colpa tua.

Quanti credi che chiederanno "com'e' che ancora non tagli l'IRAP?" in rapporto ai votanti? E anche lo chiedessero, c'e' sempre la risposta pronta: "eh, ma siamo nella palta per il motivo X, Y, Z, i soldi non ci sono e quindi ancora non l'ho potuto fare".

L'unico modo che vedo e' che tutti si incavolassero per queste cose - solo che dovrebbero evitare di guardarsi il grande fratello, emilio fede o mi manda raitre. 

 

La Svezia, poco c’entra. A me risulta che tutti i miti sulla Svezia siano appunto questo: miti.

Eh no, caro mele. Questo, che è un sito gestito da economisti, potrà offrirti numerose opportunità per ottenere molto da più da me - che sono un modestissimo fisico teorico - delle dritte per capire come si posiziona la Svezia nel panorama economico (e di pure di welfare, se concedi) mondiale. Se poi vuoi spostare il discorso su questioni di valori religiosi, morali, ecc. ecc. e non ti stanno bene codesti canoni in Isvezia io dico semplicemente che tu hai tutti i diritti di mantenere i tuoi valori, ma che nel tuo discorso mi sembrava fossero chiaramente glissati, se non fosse per la "derisione" di chi in Sardegna vuol far tenere forzosamente per testamento il pezzettino di terra ai propri discendenti.

4. RR dice:

Non è possibile cambiare la testa delle persone in merito all'organizzazione dell'impresa agricola, e della cultura del lavoro, in generale, perche l'UE non usa metodi stalinisti.

Invece e` possibilissimo, ed estremamente semplice anche. Altrimenti come ti spieghi che il Veneto, da societa` agricola e arretrata come la Sadegna, abbia sviluppato in meno di una generazione un sistema di PMI che esporta in tutto il mondo e regge (reggeva?) la competizione con l’intero globo? La gente risponde agli incentivi, soprattutto a quelli che arrivano dalla competizione.  Le teste non si cambiano, cambiano da sole quando colgono le opportunita` esterne. Come e` “cambiata la testa” degli spagnoli, e degli irlandesi, e compagnia bella, per analogia puo` succedere lo stesso con gli italiani. Il mondo cambia in continuazione, e certo sta magari a chi ha responsabilita` di governo cercare di rendere la transizione da un mondo ad un altro piu` sopportabile. Non sta certo a chi governa il compito di far finta che il mondo non sia cambiato, che tutto possa restare come era prima, dieci, venti, cento anni fa. Ma a te pare possibile, RR, che ancora oggi questi pastori mungano le pecore a mano, una a una, e che i soldi del contribuente servano a mantenere questo stato di cose?

Non mi è chiarissimo, caro mele, cosa tu intenda per "cambiare la testa". Io so che nei giorni dispari accusano l'Europa di invadenza nell'autonomia della sacra sovranità degli Stati, e nei giorni pari accusano l'Europa di essere gestita da burocrati insensibili alla politica, e indi ai valori dei valorosi popoli europei. Se in Sardegna non ci avete quello spirito imprenditoriale che noi Veneti abbiamo sfruttato così produttivamente fra i '60 e gli '80, perchè non provate ad usare qualche fondo Europeo per fare dei corsi di formazione alla cultura imprenditoriale, magari invitando qualche Veneto (non serve i Benetton o i Carraro, magari i Redattori di nFA)? Il Veneto, amico mio, non è mai stato titolato ad usare grandi quote di fondi europei, si è fatto da sè. Evidentemente ci aveva già, in qualche modo, dei valori adeguati allo scopo. Io non sono anti-statalista, sono disponibile ad usare lo Stato per promuovere una cultura e dei valori, usando dei fondi pubblici. Cominciamo a chiederlo allo Stato Italiano, che già versa alla Sardegna dei cospicui danari. RR

 

Antonio, visto che sono nella perfetta situazione che tu descrivi posso dirti una cosa: io *sono* incazzato, solo che mi pare di urlare contro un muro.
Sono rimasto in Italia (ora) perchè ho deciso di fare impresa con tre ex-compagni di università, anche se sinceramente oggi mi rendo conto che avremmo dovuto fare la stessa cosa negli USA o in UK. Qui semplicemente si aspetta che altri facciano, poi forse si muovono. La cosa assurda è che noi ci occupiamo di IT, quando vai da un possibile cliente a spiegargli quello che potrebbero fare con quello che gli proponi, a volte quando ti congedi sembra che ti chiudano la porta in faccia perchè hanno paura che se qualcuno venisse a sapere quello che gli hai detto, *loro* rischierebbero il posto perchè non ci hanno pensato prima.

Sulle classi dirigenti, ma soprattutto sui miei coetanei (non li definisco ragazzi perchè a 36 anni devi considerarti adulto - e volendo già questo atteggiamento è sintomatico) e miei compagni di università io noto questa situazione: alcuni ragionano ancora con lo stesso metro destra-sinistra dei loro padri (e peggio ancora con gli stessi balenghi argomenti fascista-comunista) e vedono e vivono la politica solo attraverso quel filtro; altri - peggio ancora - si stanno aggrappando disperatamente all'IDV con l'unica speranza di cacciare Berlusconi, ma tutto questo senza un minimo pensiero sul futuro, per loro la principale ragion d'essere è ripristinare la legge sul falso in bilancio e far pagare le tasse a tutti, neanche uno che dica quali imprese produttive pagheranno queste tasse (secondo me molti non vanno più in là dell'idraulico che non gli ha fatto la fattura). La maggioranza invece vive guardando alle prossime ferie o al prossimo week-end. Non pretendo che si parli di lavoro tutte le volte che si esce, ma diamine, non uno che sembra che sappia quello che fa sul lavoro e come potrebbe migliorarlo.

Se proprio devo essere sincero, neppure io ho fiducia in quella che hai chiamato "classe dirigente": pochi hanno idea del futuro, troppi si aggrappano unicamente a quello che vedono o sentono sui loro giornali/media di riferimento (quali che siano, anche io ci casco, non lo nego), pochi hanno veramente voglia di cambiare le cose, in parte perchè alcuni vedono la locuzione con il filtro della sinistra ideologica ed utopistica, l'altra parte pensa solo al guadagno hic et nunc. Solo che quei pochi che ci provano finisce che sul lavoro vengono segati dal loro capo, magari anche lui laureato ma con 10 anni di più sulle spalle ed ormai interessato solo al quieto vivere ed al tran-tran quotidiano (dopo parlo di una esperienza personale). Qualcun altro si mette in proprio, ma o soccombe sotto la quantità di soldi che deve pagare allo Stato (e contestualmente che non riesce a farsi pagare dai clienti, Antonio, io oltre al sistema creditizio aggiungerei il delirante connubio legislazione-magistratura per il recupero di un credito) oppure vivacchia, aggiungendo un'altra microimpresa alle troppe che vivacchiano di poche cose e che non aiutano l'Italia a crescere. Oltretutto con tutte le storie terroristiche che ti raccontano quelli che ci han messo su una impresa o si sono messi in proprio, su quanto lo stato è vorace e rapace non aiutano certamente gli altri a buttarsi.

Per finire, in questi mesi ho avuto modo di vedere con mano la disciplina degli appalti e dei "finanziamenti per le imprese e le idee innovative", e più li vedo come si configurano, come vengono valutati e come funzionano, più mi sembra di vedere solo una delle mille incarnazioni di un grande ammortizzatore sociale: idee strampalate finanziate, bandi per idee innovative che devono essere "questa" idea innovativa (e vai di falsi per dire che quello che vuoi fare rientra nel tema), le aziende dei "soliti noti" finanziate, altre invece magari con una buona idea completamente ignorate salvo quando facciano comodo ad uno dei "soliti noti".

Chiudo il cerchio perchè ho solo aggiunto cose che in fondo hai già detto: cosa fare? Sinceramente non lo so. Non lo so, non perchè non abbia idee, ma perchè ho già provato a dire a qualche amico/collega: "la legge fa schifo proviamo a buttarne giù una noi", risposta: "eh ma ..." e discorso lasciato cadere. Facciamo una protesta contro questo, risposta: "eh ma ..." e discorso lasciato cadere. Scrivi una lettera o su un blog quello che pensi ed i tuoi genitori ti dicono di fare attenzione perchè è meglio non dirle certe cose e ti incazzi con loro che non ti rispondono quando gli chiedi "e come si cambiano le cose?". Vai dai piccoli imprenditori e la mentalità - almeno qui da noi - è quella del "fornitore della real casa", una volta che trovano la commessa dal grosso sono contenti così.

Sì, concordo, non è una bella situazione e forse dovrei decidermi anche io a votare con i piedi. O forse, sai cosa ti dico, voi che avete votato con i piedi, lasciateci nella melma. Se ci svegliamo bene, se diventeremo colonia francese, tedesca o inglese (ma più probabilmente marocchina o egiziana) forse avremmo solo da guadagnarci.

Note sparse:
1. Sul sistema creditizio: so bene cosa vuol dire. Ho appena acceso un mutuo per la casa, ho dovuto cambiare banca ed andare in quella "di famiglia" ed accettare condizioni peggiori perchè in quella che avevo scelto (banca inglese che fa solo mutui) il mio essere "libero professionista" (e notare, avevo pure scelto un prodotto apposta per liberi professionisti) è stato considerato un malus per cui no mutuo (nota: avevo chiesto il 40% del valore dell'alloggio).
2. dicevo della mia esperienza lavorativa: facevo il "consulente", in realtà classico body rental informatico presso una grande banca. Facciamo un progettone niente male, io ero uno dei responsabili degli sviluppi, quando lo mettiamo in piedi vado dal mio capo e gli dico: "secondo me un prodotto o qualcosa da questo può venirci fuori". Non dice nè sì, nè no, poi arriva la sua socia e parla di farlo, appare un simbolo sul sito dell'azienda, quattro volantini sparsi ad una fiera. Intanto un nostro partner che aveva fatto l'altra metà del progetto consolida la parte che aveva fatto e lo trasforma in un prodotto vero e proprio con tanto di sito, presentato alle fiere tecnologiche e rivenduto almeno un paio di volte ad altre banche, noi rimaniamo lì a curare l'esistente sull'unico cliente che avevamo, e quando abbozzo che dell'idea non se ne è fatto nulla il mio capo mi fa "eh ma bisogna investire, ci vogliono persone, siete tutti così impegnati...".

 

Mi pare che la sardegna non sia messa così male.

Secondo i dati  ISTAT (2007) la superficie media coltivata nell'isola è di circa 16 ettari, quasi ai livelli della Lombardia e nettamente oltre la media nazionale 

Il numero medio di capi per azienda è di 34, quasi quanto il Piemonte (37) e più di regioni tradizionalmente considerate vaccine, come la Toscana, le Marche o il Lazio (ferme a 24-27 capi)

Non c'è ovviamente confronto se si considerano gli ovini, dove il numero medio di capi è abbondantemente oltre la media nazionale.

Così a naso,qualcuno ha investito sulle dimensioni aziendali e se problemi ci sono nell'agricoltura sarda, il problema non è sardo, ma nazionale (ma posso sbagliarmi ovviamente)

Non direi proprio nazionale. L'agricoltura è gestita sempre con maggiore autonomia dalle Regioni, soprattutto nella gestione dei contributi europei, ma anche nei piani di sviluppo rurale, POR, ecc.

Poi comanda, appunto, Bruxelles

Non ne so granche' sinceramente, io mi attengo a quello che mi ha raccontato il mio amico, che comunque non escludeva le eccezioni. Il problema e' che anche le eccezioni sono ovviamente frenate dall'eccesso di tassazione e da regolamentazioni varie (quote latte, consorzi agricoli, ecc. ), oltre che dal credito col contagocce. Non ho nessun motivo per dubitare che la stessa situazione si riproponga su tutto il territorio nazionale.

Se googli "dimenzione media azienda agricola italia", tra i link trovi questo, che dice la dimensione media della impresa agricola italiana e' di circa 7,6 ettari (dati Istat quindi) e la raffronta con altri paesi europei. Non mi e' chiaro da dove prendano i dati degli altri paesi, immagino eurostat. Nota che la dimensione media aziendale in US (sussidi anche la' a pioggia, ma tecniche moderne) e' di 170 ettari

Credo che le aree coltivabili negli stati uniti siano molte ma molte di piu' che in europa. non mi soprende che le dimensioni medie siano cosi' diverse.

Giorgio dai, su: la dimensione media dipende da due cose, quante aziende esistono e quanta area coltivabile c'e'. Accorpa una ventina di aziende italiane medie in una unica azienda, e hai circa 150 ettari.

Appunto antonio: a parita' di numero di aziende, se l'area coltivabile totale e' piu' ampia, cosa succede?

Se vuoi confrontare modernizzazione o organizzazione devi confrontare resa per ettaro, che immagino sia piu' alta negli usa ma non di 20 volte.

 

Un po' di dati sul sito della FAO: http://faostat.fao.org/site/339/default.aspx

Ad esempio l'Italia e' settima al mondo per produzione di latte di pecora (chiedo scusa per il cliche' sardo)

L'italia e' settima al mondo nella produzione di latte di pecora (chiedo scusa per il cliche' sardo)

Ad esempio l'Italia è settima al mondo per produzione di latte di pecora (chiedo scusa per il cliché sardo)

Fascinating!

Right after "Iran Islamic Republic of" and ahead of leading examples of socio-economic development such as Sudan and Somalia! That's stuff we should be proud of! :-)

Scusate ragazzi, ma di cosa state discutendo?

Il punto di Antonio non mi sembrava volesse essere quello della quantità di latte di pecora che l'Italia produce!

P.S. Io non mi fiderei proprio delle statistiche ufficiali sul numero di capi per azienda. Gli allevatori italiani da decenni truffano la UE proprio sui sussidi all'allevamento inventandosi capi che non esistono. E se menti alla UE menti all'ISTAT.

Michele e, surprise surprise, lo stesso avviene in Iran. :)

Da quel che ricordo dalla mia tesi di laurea, l'Iran istituì un sistema di credito centralizzato che voleva favorire l'agricoltura: praticamente le banche dovevano dare il 30% del credito al settore agricolo. Non perchè erano leghisti e volevano riportare la gente alle tradizioni, ma piuttosto perchè pensavano così di ridurre il sovrapopolamento delle città (modello superfisso in salsa islamica).

Cmq, il risultato fu che gli gli agricoltori spuntarono pure nel centro di teheran...

 

Ah ma no io voglio solo dire che non sono sicuro che abbiamo un problema di produttivita': per lo piu' produciamo pure troppo. Dubito che un paese come l'Italia possa arrivare a competere coi paesi emergenti nell'agricoltura, qualunque sia l'organizzazione sottostante.

Detto questo, confermo che l'esperienza aneddotica di cui parla Antonio coincide con quella che potrei raccontare io (nonostante nessuno dei miei amici a Torino abbia a che fare con agricoltura): insomma il problema del provincialismo e della disorganizzazione e' sotto gli occhi di tutti.

Concordo, anche fuori dall'agricoltura si sente.

Per me e' sempre mancanza di strategia: o si agisce nell'emergenza, o si cerca di prevedere tutto prima ipercomplicando tutto perche' poi non ci si pensi piu' (pia illusione).


Sarà una mia fissa e me ne scuso, ma non ha senso parlare dell'Italia come di un tutt'uno.

Qualcuno ha citato il Veneto (dice niente la parola metalmezzadri?), aggiungerei il Friuli, ricordate la vicenda del nome Tocai che l'Europa ci ha tolto? hanno inventato il "Friulano" e ne stanno facendo un brand vincente, molto meglio del tocai o tokai.

Non è vero che ovunque in Italia c'è assuefazione, qui c'è voglia di lottare, non si accetta lo status quo.

Vi segnalo questo link il cui titolo è "La secessione c'è già", una lettura credo interessante dato che l'autore è Gobbo, sindaco di Treviso e segretario federale della Lega.

http://www.affaritaliani.it/politica/veneto-libro-gobbo-secessione031109.html

Guardate che le dimensioni medie in ettari dell'azienda non sono un parametro di efficienza e che tutta l'agricoltura europea - non solo qualla sarda- è pesantemente sussidiata. Nel  2004-2006 il PSE (producer subsidy equivalent - cioè l'ammontare totale di sussidi) era pari al 33% del valore della produzione agricola EU-15, misurato ai prezzi interni EU (e circa al 120% se misurato ai prezzi internazionali) - dati OECD. Anzi l'agricoltura mediterranea è storicamente sussidiata meno di quella franco-tedesca.

Se qualcuno è interessato al tema, ho scritto un articolo dal titolo "Was the CAP the worst agricultural policy of the 20th century?" (risposta: si, ed oltretutto ha bloccato il GATT per trent'anni)

Se qualcuno è interessato al tema, ho scritto un articolo dal titolo "Was the CAP the worst agricultural policy of the 20th century?" (risposta: si, ed oltretutto ha bloccato il GATT per trent'anni)

Link? Riassuntino per gli amici :-) ?

Io sono interessato, come detto sopra so davvero poco dell'argomento.

Premesso che concordo con l'analisi di Antonio che il problema esiste ed è nazionale, devo dire che di amici imprenditori, consulenti o dirigenti che si incazzano, oppure che la sfangano benone, magari anche sfruttando bene il proprio capitale umano ne ho diversi. Però sono ingegneri e lombardi (mi riferisco all' ambiente in cui vivono, non a dove son nati), non dubito che andando a sud le cose peggiorino.

Quanto alla Sardegna,la conosco poco, ci son stato solo una volta in vacanza e quasi 20 anni fa.Ricordo però che mi bastò un' ora per capire che odio i villaggi, così la prima sera andai in paese (Villasimius), ma lo trovai un po' desolato,c'eran giusto un paio di bar ed una discotechina.Mi chiesi perchè nessuno aprisse altri locali, visto che la zona pullula di villette, villaggi e campeggi vari. La mia ipotesi fu che la gente del posto mancasse alquanto di iniziativa. Forse però mi son fatto influenzare dalla fama che hanno gli immigrati sardi al mio paesello natale, dove eran famosi appunto per lavorare sodo ma solo su iniziativa altrui.

Sono d'accordo con antonio, quasi su tutto. Secondo me su alcuni punti sarebbe solo necessario specificare, specialmente sul perchè le persone non si incazzano:

1) C'è gente che protesta e c'è gente che si adegua. Chi protesta magari fa donazioni all'Istituto Bruno Leoni, entra nelle associazioni di imprenditori locali e strilla, cerca di spaccare i cartelli "politici" del suo settore o della sua zona, etc. Ovvio che ciò dipende molto dalle possibilità che ognuno ha. Esselunga può protestare. Il piccolo rappresentante... no.

2) Ci sono poi condizionamenti sociali, culturali, locali. Se tutti i tuoi amici, i parenti, i conoscenti votano per il "ribasso", non considerano l'opzione "exit". Beh... non tutti possono andarsene. Voglio dire, quasi tutti quelli che scrivono qui hanno lasciato casa. Credo siamo tutti contenti. Ovviamente ciò ha un costo: io quando torno a Torino non ho praticamente amici. Io sono contento così, perchè di amici non ne voglio avere neppure dove sono ora. E' chiaro che non tutti sono fatti come me, e che non tutti trovano più interessante passare le serata a leggere anzichè bersi una birra con altri.

3) Il sistema italiano, infine, offre dei mini-benefici che alleviano la situazione. Il rappresentante amico di antonio quando va a far benzina aggiunge qualcosa sulla scheda carburante, o usa la macchina di servizio per andare al mare. O avrà qualche azienda che preferisce pagarlo in nero. Lo stesso vale per l'amico ingegnere. La consulenza in nero, la cresta sui ristoranti, le fatture che il commercialista ti suggerisce di far scomparire. Insomma, qualcosa in più ti torna in tasca. Inoltre, ricordiamo: questo sistema dà sicurezza e stabilità. La qualità del lavoro è pessima, ma sei protetto: anche se fai il rappresentante.

aa

Sui punti 2 e 3, e sul loro deleterio effetto nel piombare le ali dei giovani sudici, hai ragione da vendere...e non mi stupisce che queste osservazioni di psicologia sarda provengano da un piemontese: avete calcato così tanto la scena da queste parti, che ormai li conoscete davvero bene i sardi... ;)

dalle mie parti in Ogliastra c'era un "pub". Andava come un treno, era un locale moderno, milanese, ben gestito in una delle zone piu' arretrate (mentalmente ed economicamente) della Sardegna. Un successo clamoroso. Sempre pieno.

Misero tre bombe in tre anni. Dopo la seconda il proprietario lo trasformo' in una pizzeria-balera giusto per avere meno successo (cosi' da non annoiare nessuno). Non e' bastato.

Adesso e' chiuso; non sia mai che ci sia un'attivita' decente in Sardegna.

Io sono stato quest'anno in Ogliastra, in un villaggio ad Arbatax: comandava tutto un tipo che girava solo in elicottero e su cui me ne hanno raccontato di cotte e di crude. Forse bastava dar fastidio a lui per avere il bar bruciato...

Comunque il baretto alternativo sulla spiaggia di Cea è una delle cose più belle dell'Ogliastra. Dopo il Pistoccu: mi è piaciuto talmente tanto che mi sono preso il nome dell'azienda che lo produceva, tornato a Napoli li ho chiamati: sono due fratelli totalmente impreparati a spedire "in continente" con regolarità e ad imporre il loro prodotto. Solo che sono di una gentilezza assurda: me ne hanno comunque spedito un cartone (a pagamento, gentili, ma non fessi). Un milanese ci avrebbe messo su una fabbrica in niente e avrebbe venduto il Pistoccu come elemento essenziale della vita quotidiana -).

Si in Sardegna abbiamo il problema della commercializzazione dei prodotti. Non riusciamo a creare marchi noti (non dico come il Parmigiano Reggiano ma qualcosa di analogo), e non riusciamo a creare una distribuzione efficiente.

 

Troppo pessimismo, quasi paralizzante. 150 anni fa l’Italia era afflitta dalla piaga dell’analfabetismo rispetto al resto d’Europa, e nel mezzogiorno molto di piu’ che nel Nord. Nell’Italia di oggi, il grado di analfabetismo rimane ancora piu’ elevato rispetto al resto d’Europa, e pure il divario Nord/Sud rimane a svantaggio del mezzogiorno, e ci distinguiamo per la scarsa incidenza di laureati nella nostra forza lavoro (la Spagna e’ l’unico paese che condivide la ns condizione storica di analfabeti cronici, ma non invece quella di scarsa incidenza di laureati nella forza lavoro). Quindi, piu’ che di troppo stato, si dovrebbe parlare di poca scuola.

Poi in agricoltura la presenza dello stato non si vede mica tanto, e l’Italia e’ un paese tutto sommato poco rurale rispetto agli altri partners. Gli aiuti di stato all’agricoltura italiana sono minori rispetto a quella di molti altri paesi, sia paragonabili al nostro per dimensione (ad esempio, Francia e UK) sia per incidenza di welfare e stato sul pil (Scandinavia in genere).  Per dei dati grossier sugli aiuti in agricoltura  qui i dati da gli state aid scoreboard della Commissione

Ma lo vedete che siete solo dei menagramo!? Guardate, perfino le testate komuniste parlano di "forti segni di ripresa" e di "Italia al top".... Ho fatto proprio male ad andare via dall'Italia! :-p

http://www.repubblica.it/2009/11/sezioni/economia/crisi-43/ocse-settembre/ocse-settembre.html

 

Sempre a proposito di pessimismo e fastidio in terra sarda.

In queste ore lo psicodramma che coinvolge le residue industrie del bacino industriale di Portovesme subisce un'accelerazione...certa stampa ovviamente calca la mano, quasi a voler smentire quanti, come GT, hanno sostenuto che da noi permane una certa pace sociale e non si sequestrano i manager come in Francia. A marzo 2009 è stata chiusa la società di produzione di ossido di alluminio Eurallumina, di proprietà della russa Rusal. Nel frattempo, sempre nella stessa zona sono state chiuse del tutto aziende più piccole di laminazione di alluminio e parzialmente aziende di lavorazione di materiali ferrosi e non ferrosi e di scarti di lavorazione di altre fonderie.

Adesso è la volta dello stabilimento di Portovesme di proprietà dell'americana Alcoa. Condannata dall'Europa a restituire incentivi che costituivano aiuti di stato indebiti, la società ha annunciato la cassaintegrazione per tutti gli operai sia in Sardegna che in Veneto. Fin qui, niente di nuovo sotto il sole. Ma il punto è la reazione della politica e del sindacato, che sempre mi stupiscono.

I sindacati, anche se fanno finta di essere contro l'azienda, in realtà esercitano tutte le pressioni complementari affinchè l'Alcoa possa continuare a beneficiare di tariffe energetiche particolarmente favorevoli, utilizzando i loro metodi tipici che sono: blocchi stradali, manifestazioni non autorizzate con strascichi di manganellate e denunce (leggete i commenti al video: una vergogna).

La politica sarda e nazionale oscilla fra richieste di tavoli di confronto con ministri, incontri a Bruxells e così via, annunci smentite e compunzione filo-operaista a destra come a sinistra.

Ovviamente, sia l'azienda che i sindacalisti sapevano benissimo che dal 17 Novembre le tariffe speciali per l'energia sarebbero venute meno, ma hanno aspettato gli ultimi giorni per porre il problema all'attenzione generale, evidentemente consapevoli che, ai fini di una "positiva" soluzione della vicenda, una buona dose di drammatizzazione avrebbe certamente giovato. E infatti, adesso che la possibilità di un altro migliaio di cassintegrati vada ad ingrossare le già serrate fila dei disoccupati, chi può alzarsi e ricordare che se una fabbrica non serve è meglio che chiuda? Chi può sostenere che, se esistesse un serio regime di ammortizzatori sociali, questi lavoratori non avrebbero necessità di disperarsi? Che mantenere produzioni inutili e fuori mercato è comunque dannoso?

Ps: la fabbrica che si dice sarà chiusa, nei mesi scorsi si è segnalata per un mal funzionamento delle celle elettrolitiche che sprigionavano nubi di fluoro che andava a riversarsi nei vicini centri abitati. I paesi limitrofi hanno sopportato anche quello, sperando che tollerare il rischio di fluorosi potesse essere sufficiente a garantirsi il posto di lavoro...mi hanno detto che anche gli stessi operai che erano a diretto contatto con i vapori del fluoro (tra cui alcuni amici) sopportassero la nube a denti stretti (e presumo, bianchissimi) e in silenzio. Quello che mi fa incazzare però è che per certa ideologia sinistrorsa la valutazione del rapporto costi-benefici diventi ripugnante solo quando sono in ballo gli interessi altrui, mentre diventa un metodo di ragionamento accettabile  e doveroso quando ci si confronta in prima persona con le conseguenze di quello scambio. Voglio dire, sento sempre discorsi assurdi sugli interessi (termine che è di per sè negativo secondo una certa vulgata di pensiero) dietro vaccinazioni, o politiche industriali di un certo tipo. Quando invece sono in ballo gli interessi di alcuni gruppi sociali, come gli operai, allora diventa lecito violare la legge, sopportare l'inquinamento e prevedere che risorse scarse di tutta la comunità siano indirizzate a mantenere in vita produzioni che non avrebbero ragione di esistere...e quel che è peggio è che nessuno attualmente in Sardegna considera le cose in maniera analitica, razionale; infatti Chiesa, sindacato, politica dicono TUTTI le stesse cose: questo stabilimento non va chiuso. Certo, uno capisce che alcuni attori sociali sono più deboli di altri e andrebbero tutelati, ma qual'è il modo migliore per farlo? E rimane inoltre che tutta la gestione dell'area industriale di Portovesme è una vicenda da manuale dei danni prodotti da assistenzialismo, politici mediocri e corrotti e sindacalisti venduti. O davvero i miei concittadini vogliono credere che la causa di tutti i mali sono i russi o gli americani che "vengono per sfruttarci"?

un nome a caso: Ilva di Taranto.

in non ricordo quale speciale sulla rai affermarono che avrebbero dovuto aumentare il numero di strutture sanitarie per far fronte al numero sempre crescente di malati di cancro...

Per quanto riguarda la diossina, gli impianti dell'Ilva ne emettevano nel 2002 il 30,6% del totale italiano, ma sulla base dei dati INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) del 2006, la percentuale sarebbe salita al 92%, contestualmente allo spostamento in loco delle lavorazioni "a caldo" dallo stabilimento di Genova[2]

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