Piazze, giardini, strade, edifici... Lavoro per tutti!

26 febbraio 2010 aldo rustichini e aldo rustichini

Sono stati stanziati nei giorni scorsi in Sicilia 590 milioni di euro del Fondo Aree Sottoutilizzate (FAS). Guarda caso, abbiamo da ridire. Ma anche da imparare. La Comunità Europea scrive centinaia di pagine di programmazione, che vengono comunicate al Ministero per lo Sviluppo Economico. Il Ministero elabora, e fornisce altre centinaia di pagine di buone intenzioni alle Regioni. Le Regioni elaborano ancora, e formulano altri piani. Ad ogni passo, l’attenzione è al lungo periodo, alla trasformazione strutturale, allo sviluppo. Poi arrivano i soldi, e tutto finisce in piazze e giardini. Perché?

La sonnolenza dell’estate scorsa fu per un momento rotta, forse ve lo ricordate, dalla controversia sul FAS. Da sud si accusava il governo di volerlo utilizzare per il nord, allora doveva nascere un partito del sud perché così non poteva essere… E alla fine il CIPE (Comitato Interministeriale Programmazione Economica) assegnò alla Sicilia 4 miliardi e 313 milioni. Le ambizioni erano grandi. Berlusconi parlò di piano Marshall, ma consigliò pazienza, e ammonì che ci sarebbero voluti almeno dieci anni per portare la Sicilia in corsa col resto d’Italia. Il presidente della Regione siciliana Lombardo fu ancora più prudente, e parlò di trent’anni. Tutti erano d’accordo però che i fondi dovessero andare a infrastrutture, legalità, fiscalità agevolata. 

Quei 4 miliardi e più passarono presto in secondo piano. Il dibattito politico si spostò sul se e come questo fatto fosse il preludio di un costituendo "Partito del Sud". La questione, di ovvia importanza, accese gli animi e le colonne della stampa italiana, e di cosa fare con quei miliardi non si discusse più.

Ora la Regione Siciliana ha stanziato 590 milioni di quella somma totale. L’annuncio è stato dato qui, con una dettagliata descrizione dei piani di utilizzo (numeri qui). Consigliamo una visione attenta, ma riassumeremo per convenienza. Guardare per credere. Lungimiranza dei piani  trentennali? Niente. L’orizzonte si è paurosamente ridotto, e ora si guarda all’immediato futuro; giorni, anzi ore: "Saranno privilegiati i progetti che saranno cantierabili domani mattina".  Interventi mirati, che abbiano in mente modifiche strutturali? Niente. Si segue il principio "un pò per tutti", che nessuno protesti per l‘esclusione. L’intervento, assicura Lombardo, "riguarderà tutti i comuni siciliani" (tutti e trecentonovanta, quindi). Modifiche strutturali, infrastrutture, condizioni di base per lo sviluppo? No. Ci saranno 220 milioni spesi in cantieri edilizi, frammentati in pezzetti di centomila euro ciascuno con interventi per edifici e strade, e poi altri 125 per interventi in piazze, giardini e verde pubblico. E così via. Un piano Marshall di respiro molto modesto, ci sia consentito dire. Alla faccia delle affermazioni contenute nel Programma Attuativo Regionale (PAR)  del FAS, che parla di "forte concentrazione delle risorse su progetti e azioni specifiche in grado di assicurare un migliore impatto, in termini di strategia, del Programma [...] pone[ndo] particolare rilievo alla realizzazione di infrastrutture di interesse strategico regionale" (vedi qui).

Ma l'obiettivo era dare lavoro, "domani mattina". Troppo facile dire che il governo dovrebbe piuttosto contribuire a creare le condizioni per lo sviluppo che genera lavoro. Come direbbe l'Onorevole Cetto La Qualunque: N'to culo allo sviluppo!

La nostra osservazione sul fatto specifico è che, anche con l'obiettivo di dare lavoro e anche restando ai piani della Regione, sembra si sarebbe potuto fare di meglio, se si fossero tenuti presenti le finalità di sviluppo. Potete giudicare voi stessi dalla tabella colorata che abbiamo ricostruito dagli allegati del PAR, che contiene il programma di utilizzo dei 4310 milioni del FAS approvato dal CIPE. Per noi in rosso sono i cattivi e in verde i buoni; in giallo è quello che ha scelto la Regione. Le azioni cardine, col significato immaginabile, sono definite nella delibera CIPE 1/2009. La tabella è qui, noi ci limitiamo ai colori altrimenti diventiamo noiosi, e vogliamo parlar d'altro. Permetteteci solo di notare che le voci verdi contengono interventi per un totale superiore a 400 milioni che consentirebbero di dar lavoro subito non all'operaio edile disoccupato ma al giovane informatico, statistico, ingegnere. Sarebbe una scelta diversa per target occupazionale, segnale agli studenti, e coerenza con obiettivi di sviluppo. Per inciso: Altre regioni stanno partendo con i PAR (vedi sito CIPE): Emilia Romagna, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Toscana, Umbria, Valle d'Aosta, Provincia autonoma di Bolzano. Sarebbe istruttivo confrontare...

Ma la domanda che ci sembra più interessante è: come può succedere una cosa simile?  Non c’e un piano per organizzare questo intervento, così che le spese, quando si fanno, siano un passo in una grande e ambiziosa strategia, invece che disperdersi in interventi da farsi domani mattina? Qui sta la lezione di questo fatto. Di piani ce ne sono parecchi, così non si sbaglia. Procediamo sistematicamente, per stare informati. 

Il piano di tutti i piani è un insieme di 27 Piani Strategici Nazionali di Riferimento, NSRFs (si veda qui). Il tutto passa poi al livello regionale, con piani strategici dettagliati per ogni singolo caso. Dunque, gli NSFR ispirano il QSN, che a sua volta ispirano i documenti come il PAR. Poi arriva Lombardo e si spara 600 milioni in ville, giardini e compagnia.

Ma non vanno bene questi piani? Leggeteli se volete e, riga dopo riga,  troverete solo intenzioni lodevoli, programmi condivisibili, aspirazioni  nobili. Che i programmi non si traducano nei risultati desiderati però anche l’Unione Europea comincia a sospettarlo.  La Commissione Europea (si veda il Barca Report) riconosce l'esigenza di aumentare lo "strategic focus" degli interventi e il loro orientamento ai risultati anche diminuendo il numero delle ''core priorities''. Ma c’è un problema di incentivi.

Vediamo in dettaglio il principale problema di "Management and Implementation" individuato dalla Unione Europea (qui) per capire la natura delle difficoltà: la "compliance orientation". Funziona così. Il centro programmatore assegna obiettivi alle unità nazionali e  poi regionali. L’obiettivo vero, naturalmente è quello di creare o stimolare sviluppo, ricchezza o occupazione. Però queste cose sono difficili da misurare, e ancora più difficile è misurare, o almeno valutare in qualche modo, l’impatto degli interventi pubblici su queste variabili. Sicché ci si concentra sulla qualità ''formale'' dei programmi, elaborando un sistema di "demanding regulatory requirements" che questi devono soddisfare; sotto questo vincolo di qualità l’obiettivo diventa spendere, che è l’unica cosa che le entità locali fanno. Dunque, l’Unione Europea assegna come criterio quello di spendere un data cifra entro una certa data con certe regole. Il risultato che ottiene, non ci si sorprenda, è che si spende una data cifra entro quella certa data con quelle regole, né più né meno: chi vorrebbe deviare da ciò che l’Unione dice? 

E’ probabile che nel futuro queste regole cambino. Tre problemi più generali delle politiche di intervento però resteranno. Il primo è quello della misurabilità. Nel caso di una impresa privata, la misura della bontà di un manager, o delle sue idee, o del prodotto che vende, è data dal successo economico dell’impresa stessa. Nel caso dell’intervento pubblico gli effetti sono difficili da verificare, anche se in questa direzione i progressi ci sono.

Il secondo l’abbiamo visto all’inizio, è quello degli incentivi di breve periodo. Il politico con i soldi in tasca vede spesso soltanto due alternative, specialmente a livello locale. Una è scegliere impieghi che abbiano effetto domattina, in un cantiere, con un cartello bene in vista che indichi a chi è dovuto. L’altro è scegliere investimenti che abbiano un effetto difficile da attribuire, in un lontano ed incerto futuro, magari dopo le elezioni. Un politico che sa fare il suo mestiere non avrà esitazioni. 

Last but not least, abbiamo qualche problema con il processo di decisione in cui l’autorità centrale fissa le priorità ma poi lascia ai governi locali il compito di implementarle "according to the context as they see fit". Perché questo implica che chi mette i soldi, l’autorità centrale, poi non li gestisce e non ne è responsabile. La giustificazione di questa procedura è che al centro manca conoscenza del contesto locale; ma non sarebbe il caso di ridiscutere costi e benefici del trasferimento di questa conoscenza?

15 commenti (espandi tutti)

Due considerazioni (spero non troppo sciocche).

1.Capisco, senza condividerlo, che il politico miri al ritorno elettorale immediato, ma davvero il ritorno immediato è dare soldi alle imprese di costruzioni? In Sicilia la manodopera non è, come al Nord, fortemente composta di extracomunitari (che non votano) ?

Possibile che, anche in un'ottica di panem et circens, "l'investimento" migliore sia ancora questo ? 

2.Da quando è al governo, l'opposizione della Lega agli sprechi nel Sud Italia non sarà troppo veemente?

"forte concentrazione delle risorse su progetti e azioni specifiche in grado di assicurare un migliore impatto, in termini di strategia, del Programma [...] pone[ndo] particolare rilievo alla realizzazione di infrastrutture di interesse strategico regionale"

non significa praticamente nulla per cui almeno sono stati coerenti con il programma... :)

Vale la pena di vederlo:

Last but not least, abbiamo qualche problema con il processo di decisione in cui l’autorità centrale fissa le priorità ma poi lascia ai governi locali il compito di implementarle "according to the context as they see fit". Perché questo implica che chi mette i soldi, l’autorità centrale, poi non li gestisce e non ne è responsabile. La giustificazione di questa procedura è che al centro manca conoscenza del contesto locale; ma non sarebbe il caso di ridiscutere costi e benefici del trasferimento di questa conoscenza?

Ho letto velocemente il post, che mi sembra globalmente buono e informativo per chi voglia approfondire (non l'ho fatto nemmeno io per carenza di tempo e me ne scuso). Non sono affatto un esperto di politica di coesione, e degli strumenti utilizzati, nè ho letto il Rapporto Barca, però mi picco di conoscere moderatamente bene il contesto politico e le istituzioni europee, e quindi scrivo due righe di contributo.

La politica di coesione (nella sua attuale forma) si sviluppa come tentativo di espandere l'impegno di di bilancio dell'allora Comunità Economica Europea verso settori diversi dalla Politica Agricola Comune, che per alcuni lustri ha costituito circa il 90% dell'impegno di spesa delle istituzioni comunitarie. E' sempre stata convinzione diffusa (in un ampio schieramento politico, intendo, quindi non solo della Sinistra, che ne è stata patrocinatrice) che una politica di coesione sociale e territoriale, organizzata secondo un tradizionale modello di redistribuzione regionale e su priorità strategiche definite politicamente, sia il modo più appropriato per cercare di aiutare le aree deboli a cogliere le opportunità di sviluppo economico tradizionale. In un contesto nazionale, il ciclo strategia-politiche-programmi-progetti, e loro esecuzione e monitoraggio, sarebbe reso più facile (in linea di principio) dalla sostanziale unitarietà e cogenza dell'ordinamento giuridico nazionale. E lo è: questo è ciò che avviene per tutti i programmi simili in giro per l'Europa. Nel contesto più ampio (a livello strategico-politico) dell'Unione Europea - di ieri e di oggi - ti accorgi che le distanze più elevate e i legami più soffici non ti danno la possibilità di tenere il polso della gestione allo stesso modo. Ovvio, ma non demordi, e ritieni, secondo me giustamente, che è più proficuo, e alla lunga, benefico, continuare a far girare lo schema classico che non fare niente. In Italia, in pratica, gli unici modelli ed "esperimenti" di programmazione sono quelli che girano sul modello comunitario, che, almeno per qualcuno, rimane come esempio e "maestro" di gestione per programmi e per progetti.

Poi si dice: ma arriva Lombardo. E vabbè, ma i Lombardo e i Cuffaro sono lì comunque, anche per tutto il resto del bilancio e delle spese della Regione. E che ci possiamo fare? In Andalusia è diverso. Già dai tempi di Gonzales gli Spagnoli avevano imparato a formare nidiate di funzionari capaci di usare bene i soldi Europei. E la cosa ha funzionato. Come ha funzionato e continua a funzionare altrove. I villani sono, come al solito, Italia e Grecia. Con loro il disastro amministrativo è, se non assicurato, probabile. E però non si può nemmeno far risolvere agli altri dei problemi che dobbiamo risolvere noi.

Alla domanda finale risponderei che il problema è ovviamente politico, non certo sui sicuri vantaggi costi/benefici di una eventuale maggiore centralizzazione. Del resto, se il bilancio greco l'avesse gestito la Commissione Europea le cose sarebbero andate meglio. Ma una simile soluzione può essere al massimo ventilata da qualche economista su qualche giornale. E allora ti chiedono anche: perchè non cominciate con la gestione ordinaria? Perchè non togliete a Lombardo qualche pezzo di amministrazione e lo date a Roma? Poi discutiamo se è possibile centralizzare da qualche parte la gestione delle politiche di coesione [Io sono un Federalista Europeo, quindi non ho remore "di principio"].

RR

 

perchè non cominciate con la gestione ordinaria? Perchè non togliete a Lombardo qualche pezzo di amministrazione e lo date a Roma?

Idea interessante. Qualcuno mi spiega come si potrebbe fare?

L'eccessivo focus data alla procedure e agli obiettivi di spesa rispetto ai risultati è un problema dovuto in primis ai regolamenti comunitari e all'invenzione del "disimpegno automatico". A cui si aggiunge l'incapacità italiana di programmare e di spendere fondi tempestivamente, soffocata da una burocrazia particolarmente paludata.

Da noi soprattutto manca totalmente, nonostante leggi e regolamenti approvati da anni, una "cultura del risultato". Che di certo non si ottiene con le trovate alla Brunetta (tornelli o le fasce orarie di reperibilità per malattia) ma con un meccanismo di fissazione degli obiettivi e di valutazione dei risultati che aumenti l'accountability delle pubbliche amministrazione e l'attenzione degli stakeholders e dei cittadini elettori su questi temi e non sulle chiacchiere demagogiche.

L'attuazione del Fas in ogni caso è vergognosamente indietro - alla faccia delle scelte del QSN - per la "melina" del governo che sta ritardando con ogni mezzo l'avvio dei PAR in tutte le regioni, specie in quelle del centro nord, che hanno i programmi pronti da un anno e più.

Un caro saluto

Come cercammo di spiegare il professor Fabio Canova ed io, anni orsono, gli svariati programmi europei di Fondi Strutturali non servono a nulla di bene e fanno, spesso, solo danno persino a chi li riceve (che facciano danno a chi li paga, con le proprie tasse, non ci piove).

I fatti che riportate si aggiungono ad una lista oramai lunghissima che supporta questa conclusione. Che in Sicilia sia ancora peggio, della media europea delle regioni che ricevono tali fondi, non ci piove per le ragioni ben note e che rendono la Sicilia ciò che è, che non è l'Irlanda e nemmeno l'Andalusia. Neanche in quest'ultima son rose e fiori, credetemi, anche se lì Lombardo non c'è come non c'erano Lima e Gioia prima ...

Ma, piaccia o meno, la UE, la sua burocrazia e le sue infinite fregnacce dirigiste-stataliste-socialiste-franco-prussiane è diventata una macchina inarrestabile, supportata da interessi materiali, elettorali e di sottogoverno giganteschi oltre che altamente dannosi dal punto di vista del benestare sociale. Non vedo, quindi, speranza alcuna.

A far da ciliegina su questa marcescente torta ci sono gli eserciti di sussidiati dai tanti programmi della UE medesima. Costoro non solo operano perché i medesimi vengano sempre aumentati di dotazione, prorogati, estesi ed allargati ma s'attivano anche (son pagati per questo, dopo tutto) per propagandare la bontà "potenziale" dei programmi medesimi in base ad argomenti tanto improbabili e mal informati da essere ridicoli quanto sono, platealmente, "self serving". Arrivano anche qui a straparlare di oniriche Andalusie dove i fondi strutturali sarebbero produttivamente spesi. Consiglio di visitare la Cartuja da sobri, fra una pausa e l'altra dell'affaccendarsi europeo.

L'unica risposta a queste follie è il federalismo fiscale vero, quello in cui paghi sempre e comunque quanto spendi. Ma ben si sa che è oramai completamente passato di moda (se mai lo è stato) per cui andiamo avanti così.

Ma, piaccia o meno, la UE, la sua burocrazia e le sue infinite fregnacce dirigiste-stataliste-socialiste-franco-prussiane è diventata una macchina inarrestabile, supportata da interessi materiali, elettorali e di sottogoverno giganteschi oltre che altamente dannosi dal punto di vista del benestare sociale. Non vedo, quindi, speranza alcuna.

È anche una macchina molto noiosa, se ti metti a leggere quello che scrivono, come abbiamo dovuto fare.

Speranza alcuna però no: questi fondi si possono utilizzare, per esempio, per crediti di imposta per investimenti. Quelli un qualche effetto lo hanno, e non sarebbe la burocrazia europea a deciderlo.

Dunque, leggendo alcuni commenti e repliche qui sopra, mi rendo conto che vi è una congerie di critiche di principio, una serie di opposizioni che fanno riferimento a certe filosofie politiche piuttosto che alla disamina della struttura di queste politiche di coesione e dei relativi programmi, come invece mi pareva dalla lettura (veloce) dell'articolo.

Insomma vedo l'utilizzo di vecchi arnesi polemici come la trita e ritrita critica alla "burocrazia" (ma quale? 35.000 funzionari per tutta la Commissione Europea, andate a contare per favore quanti sono quelli della Regione Sicilia?), peraltro di livello mooolto ma molto superiore a qualunque burocrazia italiana, incluso quelle di Trento e Bolzano. Poi, ovviamente, la opposizione "miniarKa" all'intervento pubblico in quanto tale, sulla qual cosa non posso mettermi a discettare qui, perché se uno è convinto così non sono certo le due righe di questo post che cambiano il quadro.

Ripeto, la politica di coesione, e i relativi programmi (e quindi la relativa documentazione) sono elaborati nella migliore prassi della gestione di programmi pubblici - all'anglosassone o alla francese o alla prussiana che dir si voglia. E si tratta di politiche, decise dalla politica con tutti i crismi democratici del caso (che la democrazzja non sia il migliore sistema di governo lo sappiamo, ma è un altro discorso).

Magari in Italia ci potesse essere una simile capacità di elaborare politiche, programmi, e relativi documenti. Forse è questo che fa schiumare di rabbia i critici, come si può intuire dalle classiche sgranagliuole di insulti del tipo

[...] la UE, la sua burocrazia e le sue infinite fregnacce dirigiste-stataliste-socialiste-franco-prussiane è diventata una macchina inarrestabile

Già ci divertiamo abbastanza con il pollo Nigel Farage e il suo UKIP. Comunque dico: avete visto il confronto politico-ideologico di questi anni, è stato sotto gli occhi di tutti. Il risultato è che la UE, c'è, e c'è il suo "upgrade" tramite il trattato di Lisbona. Non sono un ideologo, sono un laico, e mi piace discutere di tutto, quindi se uno dice "non voglio stare nella UE" per me sta bene, si accomodi fuori. Ma non mi piace il discorso politico se basato sulle falsità (fregnacce) e sugli insulti.

RR

 

Davvero ti diverte il fatto che non riusciamo a fare un vero stato federale con pieno consenso popolare? A me, confesso, questa cosa non diverte affatto.

Il divertimento sta nell'ascolto di Nigel Farage, nel duplice senso che (1) gli riconosco una dote oratoria financo piacevole, entro certi limiti, (2) le critiche di stampo euroscettico (mi) suscitano in linea generale parecchia ilarità (anche qui entro certi limiti, se vogliamo dirla tutta).

Sul livello di federalismo consono per l'Europa, io mi considero un moderato/realista, cioè seguo l'Europeismo "mainstream" dei Ciampi e dei Napolitano (nella migliore tradizione italica, direi) ma conosco anche il pensiero di altri popoli/cittadini europei, con i quali dovremmo avere dei legami e delle consonanze politiche ben diverse se dovessimo fare uno Stato federale fully-fledged.

RR

Concordo sulla dote oratoria di Nigel Farage, anche se confesso di non conoscere abbastanza il personaggio da poterne valutare complessivamente la posizione sull'Europa. Per il resto, se è vero che l'Europa è composta da popoli fra loro molto diversi e che senza dubbio rallegra vederli uniti invece che in guerra, mi rimane l'amaro in bocca di fronte agli irlandesi che votano due volte, perché la prima si sono sbagliati, e ai britannici che non votano affatto, nonostante fosse stato loro promesso (per tacere della mia Italia). D'accordo il realismo, ma basi fragili promettono problemi futuri... non credi?

Stai dicendo che avresti preferito/preferiresti l'uso di referendum popolari per l'adozione di questi Trattati Europei? Beh, innanzitutto va detto che non si può fare un "referendum Europeo", nella forma "forte", perchè sarebbe una petitio principi, cioè presupporrebbe l'esistenza di un popolo Europeo unito da un legame politico tale da poter prendere decisioni "a maggioranza" in questo modo, prima che un'eventuale "Costituzione" lo permettesse. Poi, mi dolgo anch'io che sia difficile disporre di un consenso forte, tra i cittadini, sul processo di integrazione. Ma conosco anche abbastanza l'origine e i grumi di interessi che, impauriti, hanno cominciato a remare contro un po' qua e un po' là da diversi anni. Nota bene che la Commissione Europea non ha ne' televisioni ne' giornali (bene così, comunque) per contrastare i professionisti della menzogna e dell'inganno che nei loro quartierini danno conto (si fa per dire) delle cose Europee.

RR

 

Mi sarebbe piaciuto vedere i singoli popoli (hai ragione a dire che non c'è un unico popolo europeo) votare per entrare a far parte O MENO di un'unione politica: chi voleva era dentro, chi non voleva era fuori. A fronte di un tale bivio, forse i grumi di interesse di cui parli non sarebbero stati decisivi (e comunque è appena giusto che ognuno subisca le conseguenze delle proprie scelte). Naturalmente era una soluzione difficile da mettere in pratica, c'erano i trattati già in vigore da rispettare e bisognava prevedere un transitorio... qui però entriamo in aspetti tecnici e, permettimi, non sono quelli del mio mestiere. Può darsi che non si potesse fare di meglio, non lo escludo, ma mi resta l'impressione che abbiamo realizzato un'unione politica del tipo "gigante coi piedi d'argilla".

Si direbbe che anche il Presidente della Repubblica legga gli articoli di nFA.

RR

 

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