La politica economica dell'IdV: un intervento di Antonio Borghesi

2 agosto 2009 Antonio Borghesi

Ospitiamo un intervento di Antonio Borghesi, responsabile nazionale del dipartimento economia per Italia dei Valori. L'intervento fa seguito alla nostra discussione della politica economica dell'IdV, che potete leggere qui e qui.

Ricordiamo che nFA è un sito indipendente. I contributi esterni da parte di esponenti delle forze politiche e sociali vengono pubblicati al fine di favorire il dibattito.

Sono deputato di Idv dal 2006. Ho partecipato alla costruzione di questo partito fin dalla sua nascita (nel 2000). Ho ricoperto per molti anni la carica di Coordinatore Nazionale dei Dipartimenti Tematici, che sono stati lo strumento attraverso il quale è stato elaborato il programma politico del partito, per lo meno fino alle scorse elezioni politiche del 2008. Fu per quella occasione infatti che venne predisposta l'ultima revisione del programma generale del partito. Oltre che Coordinatore Nazionale dei Dipartimenti Tematici ero anche Responsabile Nazionale del Dipartimento Economia. A tutt'oggi sono il Responsabile di Idv per le questioni economiche. Ritengo perciò di poter svolgere qualche riflessione e forse dare qualche risposta alle numerose questioni sollevate dagli interventi recentemente apparsi su nFA.

In primo luogo vorrei osservare che la storia di Italia dei Valori parte nel 2001, quando con una organizzazione impiantata in pochi mesi si presenta alle elezioni politiche del 2001, prende il 3,96% dei voti, ma non avendo superato il 4%, resta esclusa dal Parlamento. Quel giorno inizia la nostra lunga "marcia nel deserto" che, ci porterà dopo 5 anni (2006), ad entrare in Parlamento con il 2,36%, che diventerà il 4,2% 2 anni dopo (2008) e l'8% nelle elezioni europee di quest'anno. In mezzo vi era stata la partecipazione alle elezioni europee del 2004 (circa 2%) e con alterna fortuna alle elezioni regionali e amministrative.

Dico questo poiché vi deve essere la consapevolezza che la crescita del partito, almeno negli ultimi 4 anni, ha posto rilevanti problemi organizzativi, non sempre risolti, e che non hanno mai permesso un vero e proprio consolidamento del risultato precedentemente conseguito. Va anche osservato che mentre nella fase della "traversata del deserto", la classe dirigente era molto compatta e legata dai tipici vincoli che riuniscono "quelli della prima ora", quasi tutti alla prima esperienza politica, è evidente che gli ultimi anni hanno visto, ad ogni elezione, significativi nuovi apporti di soggetti che provenivano da diverse esperienze di altri partiti (2006 e 2008) o da una "società civile" differente da quella da cui era nata la dirigenza originaria del partito. Mi scuso per la lunga premessa, ma senza di essa appare a mio avviso difficile comprendere sia il programma generale di Idv, sia i messaggi, in qualche caso contraddittori, che appaiono all'esterno. Ciò vale naturalmente anche per il programma economico, al quale vorrei ora fare riferimento.

Il primo vero programma generale di Idv venne elaborato, come già detto, dai Dipartimenti Tematici da me coordinati, partendo dal canovaccio rappresentato dal programma del 2001, elaborato principalmente da Elio Veltri. Fu un lavoro lunghissimo, frutto anche di molti incontri, che portò ad un programma generale di circa 100 pagine. Il programma, con lo stesso metodo, fu poi rivisto alla fine del 2005. Ogni volta esso venne anche formulato in forma "ridotta" ed "in pillole", pubblicato sul sito in bozza, per raccogliere le osservazioni di iscritti e simpatizzanti. (nella rete sono ancora reperibili le tre versioni del primo programma, ad esempio cliccando qui).

Il programma di politica economica non può essere letto disgiunto dalla premessa generale che incorpora il nostro voler essere partito post ideologico e quindi non riconducibile alla semplificazione insita nel concetto di "destra" o "sinistra". Come ho evidenziato in una nota per la riscrittura della "Carta dei Valori" di Idv "di fronte al fallimento, in alcun modo superabile, dei modelli di socialismo reale ed all'insufficienza del modello liberista (crisi del '29, buona risposta del modello keynesiano del "deficit spending", ecc.) sia i propugnatori dell'uno come dell'altro hanno cercato di percorrere strade nuove, generalmente note sotto il nome di "terza via"…….Ciò ha determinato il convergere verso il medesimo obiettivo da una lato dell'esperienza della socialdemocrazia che cercava di rifondarsi (cfr. Anthony Giddens)….. Più che una filosofia o teoria ben definita essa altro non era che un insieme di azioni concrete, rinvenibili nelle politiche attuate da leader dichiarati di centro sinistra, come ad esempio Clinton negli USA, Blair in Gran Bretagna, Schroeder in Germania…..

In tale quadro si capisce perché anche nella cultura socialista si innesta il concetto di "responsabilità individuale"(cfr Etica protestante e spirito del capitalismo di Max Weber), individuando nel dovere e nel comportamento morale del singolo l'antidoto ai comportamenti devianti……. In ciò si delinea la convergenza con la liberaldemocrazia che si fonda sull'idea che i comportamenti collettivi abbiano la loro radice in quelli singoli….. molti partiti politici italiani fondano la ragione della loro presenza sulla sintesi tra le grandi correnti di pensiero del Novecento e dunque non può essere questa la base per l'identità, l'identificabilità e la differenziazione di Italia dei Valori rispetto ad essi. Ancorché anche Italia dei Valori si proponga di raggiungere quell'obiettivo tale identità, identificabilità e differenziazione si dovrà ricercare nelle "parole d'ordine" che Italia dei Valori sente di poter collocare alla base della propria azione. Tali parole d'ordine non possono, a loro volta, che trarre origine dalla storia del movimento, poi diventato partito, e che non potrà prescindere dal suo fondatore, Antonio Di Pietro, né da ciò che egli rappresenta ed ha rappresentato per il nostro Paese."

Essendo stato, come detto, l'estensore principale del programma ed in particolare di quello economico è evidente che vi ho trasfuso anche molte mie idee (che non pretendo sempre chiare). Sono di formazione liberale (non liberista), credo nel mercato e nella sua capacità di regolazione, ma ritengo che lo Stato debba svolgere un ruolo di regolatore per garantire il rispetto della "pari opportunità" ed impedire che il mercato si trasformi in tanti piccoli mercati dove vincono tendenze oligopolistiche se non addirittura monopoliste. Da qui, ad esempio, la nostra battaglia contro le società costituite dagli enti locali per gestire i servizi pubblici locali (in pochi anni ne sono sorte più di 6000 con circa 25000 consiglieri di amministrazione). Se dovessi dare un riferimento il nostro modello era in linea di massima quello "scandinavo". Alcuni sottotitoli del programma possono forse essere d'aiuto: "Meno statalismo e più Stato; meno consumismo e più Mercato", "L'effettiva uguaglianza di fronte al fisco, alle banche, alle assicurazioni, ai poteri forti", "Meno conflitti e più concorrenza vuol dire più democrazia", "Garanzia e tutela per tutti, specie per i più deboli, ma non si può vivere di solo Inps".

Qualcuno si è chiesto perché nessuno parli mai del programma Idv per l'economia. Qui devo aprire un capitolo sull'informazione in Italia e sul fatto che quel poco che riusciamo a far arrivare all'opinione pubblica è sempre filtrato da coloro che ci vedono solo come "il partito del giustizialismo". E' evidente che l'impronta della forte leadership di Di Pietro porta la stampa ad accostarci solo e soltanto alle questioni della legalità, della giustizia, della corruzione. Ad esempio abbiamo presentato progetti di legge sulla lotta all'evasione fiscale, sul sostegno alle piccole e media imprese, sulle banche, ma i giornalisti, terminata la conferenza stampa, erano sempre e soltanto interessati al pensiero di Di Pietro sul "problema del giorno" nel campo della giustizia. Uno dei motivi dell'avvio dell'esperienza di "Folder" sta proprio nel tentativo di creare un'entità che possa vivere di luce propria pur in vicinanza a Idv. Per questo ci aspettiamo che possa diventare un luogo di riflessione al quale partecipino soggetti non strettamente legati a Idv. Non credo di rivelare nulla di segreto se dico che, fondamentalmente, le situazioni illustrate da Folder nel Libro Bianco sono tratte dalla nostra esperienza di opposizione e le soluzioni proposte sono all'incirca corrispondenti al complesso degli emendamenti da noi presentati durante la discussione di quei decreti.

Nelle vostre riflessioni vi chiedete se abbiamo una linea di politica economica complessiva. Questa c'era nel programma citato più volte ma è anche facilmente ricostruibile dalla attività parlamentare del nostro gruppo. Ad esempio all'apparire della crisi noi abbiamo fatto una proposta complessiva di stimolo che chiedevamo fosse realizzata con 15-20 miliardi di euro di risorse "vere", in particolare per sostenere i consumi interni, attraverso l'aumento del potere d'acquisto della famiglie. Ovviamente non con nuove tasse. Abbiamo indicato precisamente dove potevano essere raccolte: abbiamo scoperto che nel condoni del 2003-2005 vi sono somme autodenunciate, rateizzate e non incassate dall'Erario per 5 milardi di Euro, si poteva sospendere per due anni la seconda parte della manovra di esenzione Ici per i benestanti (voluta da questo governo) recuperando 2 miliardi di Euro, si potevano utilizzare minori interessi passivi sul debito pubblico già a bilancio 2009 per altri 4-5 miliardi, si potevano reintrodurre alcune norme sulla tracciabilità dei pagamenti recuperando 2-3 miliardi all'evasione fiscale. Noi ci siamo opposti, ad esempio, fin dall'inizio all'idea di Tremonti di entrare nel capitale delle banche. E molte altre ancora.

Altra questione è l'esistenza di messaggi anche contraddittori, in particolare nel campo del lavoro, del welfare, dell'energia, della gestione dei rifiuti, della spesa pubblica. Come osservavo all'inizio la crescita tumultuosa del consenso si è anche legata ad apporti di personalità provenienti da aree diverse sia della politica che della società civile. Probabilmente ciò riflette anche un elettorato in movimento, non stabile per quanto riguarda Idv. Non dimentichiamo poi l'influenza della rete, anche quando non rifletta necessariamente l'elettorato, ma che si "fa sentire" in forme molto convincenti.

A partire dalle elezioni 2008 e poi nel 2009 Di Pietro ha abbandonato la presentazione di un programma globale preferendo concentrarsi su una decina di slogan programmatici. Ancora sul nostro elettorato mi permetto di dire che è vero che percentualmente prendiamo più voti al sud rispetto al nord (alle europee circa 9% rispetto al 7%) però siamo più radicati al nord che al sud: alle amministrative lo scarto rispetto alle europee era al nord di 1-1,5%, al sud del 4-5%). I flussi elettorali ci dicono che tra le elezioni del 2008 e quelle del 2009 solo il 47% degli elettori ci ha rivotato, ma abbiamo avuto un travaso di 900 mila voti dal Pd, di 280 mila da Pdl-Lega, di 50 mila da Udc. Analisi fatte fare da noi prima delle elezioni dicono che abbiamo più probabilità di crescere al nord che al sud, ed in particolare tra gli elettori della Lega.

Non so se queste mie riflessioni possono essere di aiuto nel comprendere meglio la politica economica di Italia dei Valori. Resto naturalmente a disposizione per ogni possibile chiarimento.

24 commenti (espandi tutti)

Non so se queste mie riflessioni possono essere di aiuto nel comprendere meglio la politica economica di Italia dei Valori. Resto naturalmente a disposizione per ogni possibile chiarimento.

No, io almeno non ci ho capito nulla. Ad esempio: sostegno al reddito con 15-20 miliardi di risorse "vere" e per vere intendete "somme non ancora incassate dall'erario", reintroduzione dell'ICI, i minori  interessi sul debito (se esistono ancora) li terrei cari, visto che anche le entarte si stanno riducendo, ma soprattutto i "soldi veri" stanno sempre dal solito lato: le entrate. E le spese ?

Ancora: siete "liberali, ma non liberisti", il concetto è oscuro: c'è qualcosa di sbagliato nel liberismo ? o sta confondendo qualcosa ?

Quindi le devo dire, per parte mia, che il suo post è una delusione, FOLDER da questo punto di vista, pur essendo contradditorio, era almeno semplice, il suo ragionamento mi è parso un pò contorto e non esplicativo.

Interessante è la parte sui flussi delle votazioni, qui lei è stato molto chiaro e fornisce interessanti spunti di discussione, e la ringrazio.

Domandona: visto e considerato che pensate di riuscire a crescere di più al nord che al Sud, a spese della Lega, perchè non elaborate un programma economico che vada incontro alla domanda di chi vota Lega , invece di inseguire il PD sulla follia del "tassa e spendi?"

il concetto è oscuro

non voglio certo rispondere per l'autore ma

http://it.wikipedia.org/wiki/Liberalismo#Liberalismo_e_liberismo

ad esempio: possiamo dire che sacconi sia liberista ma non liberale? In Francia si potrebbe dire anche se, negli ultimi, i liberali sono sempre stati anche liberisti e quindi per alcuni i due termini sono diventati intercambiabili. Sacconi è liberticida nei confronti dei diritti individuali (ergo non è liberale) ma è anche liberista perchè appoggia il liberismo dottrina economica (ridurre il pubblico, ampliare il settore privato, privatizzare). Chi si dichiara liberale è prima di tutti attento al rispetto dei diritti dell'individuo contro ogni potere, poi si occupa di mercato. Al contrario un liberista può anche abitare a casa di Pinochet. Spesso però le due posizioni ovviamente si intrecciano perchè i diritti dell'individuo sono anche economici ovviamente, essendo la sfera economica parte fondante della vita di ognuno di noi. Che poi il liberismo reale garantisca questi diritti ci sarebbe da discutere.
Esempio: è liberale appoggiare le leggi USA che limitano al massimo il diritto di organizzarsi nei luoghi di lavoro? No, però indiscutibilmente questo atteggiamento fa parte delle posizioni liberiste espresse dai Repubblicani. Che poi questo - immagino - non rientri nell'ortodossia dei libri di riferimento del liberismo non significa che le posizioni non siano queste. Aspetto delucidazioni dai professori amerikani.

http://it.wikipedia.org/wiki/Liberalismo#Liberalismo_e_liberismo

E' linkato nel mio commento, quindi lo conoscevo, visto che lo riprendi, avrai notato che la pseudo-distinzione esiste solo in Italia, ed è lessicale. Dal mio punto di vista chi è liberale è a favore di tutte le libertà, in teoria un liberista potrebbe essere favorevole solo alla libertà economica e nient'altro, volendo e forzando (ma forzando parecchio) potremmo dire, ad esempio che la Cina è liberista, ma non liberale. Ma un liberale è sempre un liberista, altrimenti è un liberale alle vongole. Quindi su questo punto siamo d'accordo.

Sul resto sei un pò ondivago, per cui non ti seguo, ma un punto mi ha colpito: quello su Sacconi.

Se Sacconi è quello che conosco io, attuale ministro del Welfare, ex-socialista craxiano, ebbene costui non è nè liberale, nè liberista, anche nel termine più ampio della parola. Forse volevi dire liberticida ?

no scusa, tu hai linkato liberismo http://it.wikipedia.org/wiki/Liberismo, non liberalismo. la distinzione, stando al mio link, esiste anche in spagna ed in francia. a parte questo siamo d'accordo su tutto. sacconi è liberticida e quindi non è liberale, in compenso a me pare favorevole alla teoria liberista, vedi le sue aperture al mercato (libro bianco sul welfare). poi però sua moglie sta alla testa di federfarma e quindi sacconi non è nemmeno veramente liberista, altrimenti il suo conflitto di interessi gli sarebbe evidente e avrebbe chiesto un altro incarico. probabilmente il suo sogno sarebbe quello di mettere assicurazioni sanitarie sulla testa di tutti per poi lasciare oscillare i prezzi dei farmaci che, ovviamente, saranno giudati dalla mano invisibile (della moglie). a parte gli scherzi

Ma un liberale è sempre un liberista, altrimenti è un liberale alle vongole

dipende cosa si intende per liberismo. come aggiungevo alla fine del mio commento, negli usa le pratiche antisindacali rientrano nella galassia del liberismo reale, lo stesso che applica un pazzesco keynesianèsimo per sostenere l'onnipotente l'apparato industrial-militare - ma forse è necessario a tenere in piedi tutto il sistema, non saprei. a rigor di logica un liberista che non è anche liberale è un liberista alle vongole. ma quasi sempre succede così. poi ovviamente le discussioni saranno sempre infinite ed aspetto l'intervento di chi l'amerika la conosce come le sue tasche.

La teoria del military-industrial complex è stata sbugiardata empiricamente. Vedi Michael E. Brown (1991), Gholz (2002, JoCold War Studies), Sapolsky (1971). Giusto per essere sempre precisi.

Chiaro, ma nel momento in cui si parla di un programma di politica economica, non capisco granché il senso della frase (specie alla luce di quel che segue). Come se io dicessi che sono di formazione cristiana e poi proponessi un rilancio dell'industria bellica italiana. Si' insomma, mi sfugge un po' il punto, a meno che non sia la solita etichetta "liberale" molto "in" da un po' di anni a questa parte e quindi fa sempre bene metterla.

buona risposta del modello keynesiano

Ma va …..? Come nell'allungamento dei tempi di risoluzione della crisi del '29?


impedire che il mercato si trasformi in tanti piccoli mercati dove vincono tendenze oligopolistiche se non addirittura monopoliste

Veramente, un mercato funziona correttamente – cioè con efficacia ed efficienza – se il valore fondante, quello da proteggere, è la concorrenza. Il che vuol dire che le tendenze monopolistiche (efficienti per i detentori, ma non per qualunque altro stakeholder) vanno combattute, utilizzando gli appropriati mezzi normativi, ad esempio un'autorità antitrust dotata di poteri effettivi. Tutto ciò, mi perdonerà se glielo ricordo, è perfettamente liberista …..

Apprezzo l'idea che non abbiano senso (economico, s'intende) i piccoli monopoli locali, legati alla politica, finalizzati all'erogazione di servizi. È un mio vecchio chiodo fisso, ma – per usare un termine, poco italiano, caro al suo leader - “che c'azzecca” con il dichiararsi confusamente “liberale, non liberista”?


meno statalismo e più Stato

non ha alcun significato, per me. Lo considero solo uno slogan che trae spunto dalla diffusa antipastia per il termine “statalismo” che, però, altro non significa che eccessiva presenza dello Stato.


quel poco che riusciamo a far arrivare all'opinione pubblica è sempre filtrato da coloro che ci vedono solo come "il partito del giustizialismo"

Naturalmente, è colpa della stampa. Non, ad esempio, del fatto che Di Pietro insista sempre sui suoi temi preferiti, né che sia andato a sostenere gli “esuberi privilegiati” di Alitalia – insieme, guarda un po', a Rifondazione Comunista ed affini – chiarendo benissimo il suo analfabetismo economico (non le ha chiesto un parere, in qualità di responsabile economico del partito?) ed il suo atteggiamento mirato solo ed esclusivamente ad opporsi a qualunque posizione di Berlusconi, senza distinguere il grano dal loglio ….


progetti di legge sulla lotta all'evasione fiscale, sul sostegno alle piccole e media imprese, sulle banche

Cortesemente, li potrebbe esplicitare? Sarebbe utile un confronto su di essi: tenga presente che, qui, non è come parlare alla stampa in funzione elettorale ….. ma, son certo, ne è cosciente.


all'apparire della crisi noi abbiamo fatto una proposta complessiva di stimolo che chiedevamo fosse realizzata con 15-20 miliardi di euro di risorse "vere", in particolare per sostenere i consumi interni, attraverso l'aumento del potere d'acquisto della famiglie. Ovviamente non con nuove tasse. Abbiamo indicato precisamente dove potevano essere raccolte: abbiamo scoperto che nel condoni del 2003-2005 vi sono somme autodenunciate, rateizzate e non incassate dall'Erario per 5 milardi di Euro, si poteva sospendere per due anni la seconda parte della manovra di esenzione Ici per i benestanti (voluta da questo governo) recuperando 2 miliardi di Euro, si potevano utilizzare minori interessi passivi sul debito pubblico già a bilancio 2009 per altri 4-5 miliardi, si potevano reintrodurre alcune norme sulla tracciabilità dei pagamenti recuperando 2-3 miliardi all'evasione fiscale.

As usual, si direbbe. Alchimie contabili, prelievi aggiuntivi in capo ai mitici “benestanti” e risorse dalla cornucopia chiamata “evasione fiscale”. A tal proposito, le suggerirei di leggere quanto, ad esempio, qui è stato scritto: che cosa ne pensa?

Ed inoltre, riduzioni di spesa corrente improduttiva, non pervenute, come la temperatura di Cuneo?


norme sulla tracciabilità dei pagamenti

Lei, evidentemente, nemmeno ha idea della follia burocratica viscana e di che cosa comporti quell'insana passione per una sorta di Grande Fratello fiscale: e sì che dovrebbe essere il suo mestiere ….. se solo scendesse dalla cattedra per immergersi nel mondo reale delle piccole aziende!


Di Pietro ha abbandonato la presentazione di un programma globale preferendo concentrarsi su una decina di slogan programmatici

Il che spiega il tipo di comunicazione che vi riguarda, molto meglio di un'ipotetica disattenzione dei media, non crede?

 

Ma va …..? Come nell'allungamento dei tempi di risoluzione della crisi del '29?

ci fornisci i necessari riferimenti?

Io ho cominciato con questo, poi seguendo i collegamenti di Amazon ne ho presi altri due decisamente troppo narrativi, adesso sono sugli essays di Bernanke che hanno il problema opposto. Come disse qualcuno, "letteratura interessante e ben scritta: le parti interessanti sono scritte male e quelle scritte bene non sono interessanti" :)

ci sono pareri discordanti a riguardo. ad esempio anche se li dentro si discute di protezionismo, non di deficit spending. non ho capito però proprio il riferimento al deficit spending. come si può pensare che in italia si debba aumentare il debito pubblico? di soldi, a mio avviso, ce ne sono tantissimi, semplicemente si usano per certe cose e non per altre. bisogna amministrarli bene e ridurre gli sprechi e le spese inutili, non aumentare la spesa.

Non trattandosi di cinematica la questione è ovviamente dibattuta! Comunque il libro che ho citato è abbastanza "americacentrico", per cui si focalizza per lo più sui provvedimenti di "politica industriale" (come l'IRA e l'ARA) portati avanti dall'amministrazione di FDR.

Quanto all'articolo di Sapir l'ho letto ma, fatta la tara al mio non eccelso francese, mi è sembrato un po' confuso. Nel senso, un argomento del tipo:

Tout d’abord, on constate que la production intérieure des grands pays industrialisés régresse alors plus vite que le commerce international ne se contracte. Si cette baisse avait été la cause de la dépression que les pays ont connue, on aurait dû voir l’inverse.

non mi pare confuti in alcun modo la tesi secondo cui

les mesures protectionnistes prises après la Grande Dépression de 1929 auraient aggravé la crise.

Del resto come faccia a sostenere che il crollo del commercio internazionale ha cause diverse dall'aumento delle barriere (= protezionismo) non mi è mica ben chiaro, ma magari stasera me lo rileggo un paio di volte...

impedire che il mercato si trasformi in tanti piccoli mercati dove vincono tendenze oligopolistiche se non addirittura monopoliste

Veramente, un mercato funziona correttamente – cioè con efficacia ed efficienza – se il valore fondante, quello da proteggere, è la concorrenza. Il che vuol dire che le tendenze monopolistiche (efficienti per i detentori, ma non per qualunque altro stakeholder) vanno combattute, utilizzando gli appropriati mezzi normativi, ad esempio un'autorità antitrust dotata di poteri effettivi. Tutto ciò, mi perdonerà se glielo ricordo, è perfettamente liberista …..

 

Sulla questione liberismo versus liberalismo io direi che l'IDV si dovrebbe muovere sulla linea degli ordo-liberali.

Non erano dei liberisti (nell'accezione derivante dal laissez faire), ma si possono ritenere dei liberali.

Credevano nelle autorità indipendenti come garanti del mercato più di molti liberisti (attuali e passati); non amavano lo Stato in economia ma erano consci che senza uno Stato "forte" nei confronti dei gruppi di pressione, il mercato e le libertà individuali sarebbero in pericolo (come dimostrava l'esperienza di Weimar).

Lo slogan che di loro apprezzo è "Strong State, Free Market".

 

Su questo pensiero si fonda gran parte del diritto antitrust europeo (che non è stato copiano dagli USA) e del boom economico tedesco (l'era Erhard).

Alcuni li fanno rientrare nell'economia sociale di mercato, sottolineando maliziosamente il termine "sociale", e facendo, secondo me, quindi loro un torto.

Secondo Wikipedia italiana sono ordoliberali Tremonti , Alemanno , Formigoni   !?

 

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Economia_sociale_di_mercato

Ad esempio abbiamo presentato progetti di legge sulla lotta all'evasione fiscale

Sono interessato a questo tema e sono interessato a conoscere la posizione dell'IDV incluse le proposte di legge indicative della posizione dell'IDV. Ritengo che in materia di evasione fiscale la maggior parte dei politici italiani faccia proposte sostanzialmente insensate, probabilmente a causa di un miscuglio di ignoranza dei dati di fatto, disonesta' per utilita' elettorale, paraocchi ideologici.

"Meno statalismo e più Stato" come slogan ha il vantaggio di essere breve ma lo svantaggio di essere ambiguo da poter essere letto in modo diverso a seconda degli interessi personali dell'elettore. Io scriverei "Meno invasione statale nell'economia, piu' Stato regolatore equo per il vantaggio di tutti". A mio parere cio' di cui l'Italia ha bisogno e' minore invasione statale nell'economia: meno imprese di diritto privato ma di proprieta' statale, minore impiego di impiegati pubblici per attivita' appaltabili ai privati in regime di concorrenza effettiva, minore intermediazione statale in termini di tasse riscosse e interventi a favore di privati o settori economici (tra gli interventi a favore di qualcuno includo sconti fiscali per rottamazioni, prepensionamenti a carico dello Stato).

"meno consumismo e più Mercato": questo slogan lo eliminerei perche' veramente e' difficile capire cosa significhi in termini pratici.

Ramboso, intanto grazie per il video che hai messo nel tuo profilo; magari è perché sono un povero di spirito ma a me ha divertito. Non ho ben capito la rilevanza della domanda. Che differenza fa la laurea in scienze politiche a indirizzo economico piuttosto che in economia e commercio?

E' certamente piu' interessante sapere che il signor Borghesi, prima di spostarsi all'IDV, aderi' a Lega Nord e Liga Veneta.

Beh, se è per quello anche io feci lo stesso. Non ero "iscritto", anche perché vivendo all'estero poco sarebbe servito e poi prima di "iscrivermi" a quasiasi cosa ci penso un numero infinito di volte - però collaborai alquanto. Niente di male a "provarci", qualche volta, no?

Caro Borghesi,

è entrato in un blog di "cattivi". Da parte mia c'è invece (non essendo economista ma un semplice laureato in economia che "fa i conti") una "solidarietà" verso quei politici che, magari con programmi non chiarissimi, dimostrano almeno di voler andare per la strada giusta.

Ho sempre pensato (in netto disaccordo con NfA) che aumentare le tasse non sia una cosa poi cosi drammatica: ci sono paesi "che vanno bene" con aliquote altissime (i soliti paesi del nord europa) ed altri che vanno altrettanto bene con aliquote basse. 

Ma devo purtroppo convenire che il problema in Italia è davvero quello di una scarsa o scarsissima qualità della spesa pubblica: sono  pertanto giunto alla conclusione che, sebbene un pò brutalmente e con l'accetta, rischiando di buttar via qualche bambino oltre all'acqua sporca, ogni azione volta a diminuire il peso della spesa pubblica sia, ALLO STATO ATTUALE, necessaria.

E perciò ridurre le tasse (con il vincolo di non aumentare il deficit, perchè altrimenti al 200% del PIL ci arriviamo in due anni) rischia di diventare l'unico sistema per cercare di dare un pò di efficienza al sistema. Penso anche che fare questo con Berlusconi sia francamente IMPOSSIBILE (quantomeno per la necessità di barcamenarsi tra Lega, partito del sud, affamati di poltrone, ecc.)

Per farlo, più che destra o sinistra, penso serva soprattutto serietà, senso civico, un pò di coraggio che magari un giovane (e rampante) partito come IdV potrebbe avere in misura maggiore rispetto al PD, alla ormai lunga ricerca di linea e leadership.

Certo da Italia dei Valori vorrei qualcosa di più sulle privatizzazioni (della RAI, ad esempio, visto anche lo sconcio dei suoi tg), sulla riforma delle pensioni, sulla meritocrazia nella scuola e nell'università, su un sistema "danese" che consenta licenziamenti più facili ma coperture effettive per i senza lavoro.  

Ho già scritto a Folder dicendo che non siamo certo in  un Paese dalla democrazia perfetta ma neanche sotto una dittatura: che gli autori dichiarino il prima possibile i loro nomi (e cognomi) e coinvolgano (lo stile NfA mi sembra un ottimo esempio, commenti da parte di tutti, supervisione sugli articoli) il maggior numero di lettori.

Io mi ritengo abbastanza buono ma il problema è che da queste parti siamo abituati a meno preamboli e più sostanza. Il succo dell'intervento mi sembra riassumibile in (1) excusatio non paetita sulla confusione nelle proposte di politica economica dell'IdV (2) rinvio al programma di 100 pagine (3) un paio di slogan (4) indicazione di un "programma di politica economica complessivo" che dovremmo ricavare dall'attività parlamentare dell'IdV, con esemplificazione delle misure proposte nel pacchetto anticrisi che pero' non ho afferrato: dare 20 miliardi di Euro alle famiglie, ammesso di trovarli, cosa vuol dire: un bell'assegno a tutte le famiglie italiane?

Personalmente mi aspettavo di meglio, non avrei mai pensato di rimpiangere Visco - almeno si capiva che visione della società / idea di stato aveva e lo si poteva criticare su quello.

Anch'io, come Mario Morino, apprezzo i politici che almeno provano ad andare dalla parte giusta e si mostrano disposti a dialogare e capire. Ringrazio quindi Antonio Borghesi per il suo intervento. Detto questo, è anche vero, come dice sempre Morino, che siamo ''cattivi''. Ci piace sviscerare i problemi senza troppi riguardi. Ecco quindi alcune considerazioni e domande. Inizierò con alcune domande sulla parte di macroeconomia. Lo faccio con una certa riluttanza, dato non sono esperto di macroeconomia, ma mi pare che ci siano alcune ambiguità di fondo che vanno chiarite.

1) L'intervento di Borghesi conferma l'impressione che avevo avuto leggendo il rapporto Folder, ossia che il modo di vedere la macroeconomia nell'IdV non è tanto diverso da quello del PD (e, sospetto, da quello di PdL e Lega). La proposta di affrontare lo stimolo mediante un aumento della spesa pubblica di 15-20 miliardi più misure compensative di aumento delle entrate (ci torno dopo) è la vecchia idea del moltiplicatore del bilancio in pareggio. È una vecchia idea keynesiana, che francamente pensavo fosse ormai scomparsa, per cui se aumenti la spesa pubblica di 100 e le tasse di 100 allora il PIL aumenta. La ragione è che quei cattivoni dei consumatori, anziché spendere in consumi 100% del reddito, ne spendono solo una parte, creando un'insufficienza di domanda aggregate. Basta levargli il reddito, spenderlo tutto, et voila si ottiene l'incremento del PIL.  È veramente questa l'idea? Perché questa sembra essere la proposta. Da dove arriva l'idea che il moltiplicatore del bilancio in pareggio funzioni veramente? Io non vedo girare nessuna idea del genere nemmeno tra i keynesiani americani; se si leggono i vari Krugman e DeLong l'enfasi è sulla domanda aggregata e la ricetta è normalmente il deficit spending, non l'espansione della spesa con contestuale aumento delle entrate. Mi resta quindi il dubbio. Le misure di aumento delle entrate a che servono esattamente? Si crede veramente al moltiplicatore del bilancio in pareggio? Oppure si vuole solo apparire ''responsabili'' perché il debito è già troppo alto?

2) Sulle misure di aumento delle entrate. Borghesi dice di non voler aumentare le tasse, poi dice che bisogna recuperare l'evasione etc. etc. Questa idea che recuperare l'evasione sia cosa diversa da un aumento delle tasse è, a qunto pare, un luogo comune della cultura del centrosinistra che è così palesemente erroneo che ho inizialmente fatto fatica a capirlo. Ne avevamo discusso in coda a un intervento di Michele Boldrin e Ludovico Pizzati sulle pensioni di qualche tempo fa. In quell'occasione misi un commento in cui dicevo quanto segue (il commento integrale, e il dibattito che seguì, è qui):

Reprimere l'evasione è giusto, per ragioni che non è necessario ricordare. Ma un recupero massiccio dell'evasione fiscale senza altri provvedimenti compensatori equivarrebbe a un forte aumento della pressione fiscale con pesanti conseguenze. Mi pare che tra parecchi commentatori prevalga un tipico ragionamento da modello superfisso. Lo stato è in deficit e non riesce a finanziare le spese. C'è  un sacco di evasione. Soluzione: finanziamo le spese con la repressione dell'evasione. Tanto, se recuperiamo l'evasione, non succede altro. Non funziona così.

Se veramente si riduce l'evasione e basta, si alza la pressione fiscale, e questo ha conseguenze in termini di reddito complessivo e occupazione. ... Pensare di risolvere il problema del deficit mediante recupero dell'evasione è equivalente a pensare di risolvere il problema del deficit alzando le aliquote fiscali. Gli effetti macro sono più o meno gli stessi, ossia pessimi, anche se gli effetti redistributivi (che, senza dubbio, sono importanti) sono ovviamente diversi. ... Sventolare numeri roboanti sul presunto reddito evaso lasciando intendere che basta dar la caccia agli evasori e tutti i problemi del bilancio pubblico verranno risolti è fuorviante è pericoloso. Sono due problemi diversi. L'evasione va combattuta per ragioni di giustizia e per evitare la distorsione nell'allocazione delle risorse che essa genera. Per risanare il bilancio bisogna ridurre le spese.

Considerazioni simili si applicano ovviamente al fiannziamento delle misure espansive. Non nascondiamoci dietro al dito del recupero dell'evasione o della contabilizzazione dei minori interessi sul debito. L'aumento della pressione fiscale è aumento della pressione fiscale, punto e basta.

3) C'è un punto su cui l'intervento di Borghesi sembra discostarsi dal documento Folder, ed è sulla natura dell'interevento di stimolo. Borghesi afferma che lo stimolo deve essere indirizzato ''in particolare per sostenere i consumi interni, attraverso l'aumento del potere d'acquisto della famiglie''. Il documento Folder invece fa ripetutamente cenno al ''rilancio degli investimenti'' e alle spese ''in conto capitale''. Io, onestamente, non ho capito l'enfasi del documento Folder sulle spese in conto capitale. Viste le esperienze, come dire, non sempre positive degli investimenti pubblici in Italia non mi pare il caso di basare su essi affrettati programmi di stimolo. La domanda a Borghesi qui è: dove andrebbero indirizzati i principali interventi di stimolo, investimenti o consumi? Esattamente come si aumenta il ''potere d'acquisto delle famiglie''?

Non entro nella discussione su liberalismo, liberismo o formule varie. Le discussioni di teoria politica mi appassionano, ma quelle sulle etichette molto meno. Anche perché sono convinto che, se veramente vogliamo capire il tipo di teoria politica ed economica che anima una certa forza è molto più utile guardare alle misure concrete che si propongono piuttosto che alle dichiarazioni di principio. Avanzo qui alcune osservazioni, commenti e domande sulla parte di carattere più microeconomico dell'intervento di Borghesi.

1) Mi farebbe veramente piacere avere informazioni più chiare riguardo alla posizione di IdV sull ddl relativo al federalismo fiscale. Come ho osservato nel pezzo di analisi sul documento Folder, IdV si è distinta dalle altre forze di opposizione votando a favore del provvedimento. L'attuazione del federalismo fiscale è però ancora lontana e ci sono tantissimi aspetti da definire. Il rischio, a mio avviso molto concreto, è che, per come risulterà congegnata, la riforma conduca ad una esplosione della spesa locale senza alcuna corrispondente riduzione della spesa centrale. È abitudine pervicace del legislatore italiano quella di concedere autonomia nominale agli enti e poi sabotare tale autonomia mettendo severi limiti sia a come gli enti suppostamente autonomi possono gestire le entrate sia a come possono gestire le spese (la vecenda dell'autonomia universitaria è esemplare).

L'IdV condivide queste preoccupazioni? È cosciente che il federalismo serve solo se porta alla responsabilizzazione degli enti locali sia dal lato della spesa sia dal lato delle entrate? È d'accordo sul fatto che tale responsabilizzazione deve portare, se veramente serve a qualcosa, a livelli di servizi  differenti e livelli di tassazione differenti a seconda delle regioni?

2) Concordo completamente con Alberto Lusiani sul fatto che lo slogan ''meno consumismo, più mercato'' non abbia alcun senso. Mi sorprende un po' che lo si tiri fuori dato che in realtà IdV sembra essere uno dei partiti che più attenzione ha posto nelle battaglie a difesa dei consumatori e in favore della concorrenza (se capisco bene, per esempio, IdV è sempre stata a fianco dell'Adusbef nelle varie battaglie contro le pratiche monopolistiche delle banche). Perché quindi non articolare meglio il proprio messaggio parlando chiaramente e semplicemente di ''più concorrenza'', lasciando perdere i messaggi pauperistici sui mali della società dei consumi? E l'articolazione del messaggio dovrebbe partire dalle proposte concrete. Borghesi accenna nel suo intervento alla battaglia che l'IdV sta svolgeendo contro le società che gestiscono i servizi pubblici locali. È solo una questione di pagare meno amministratri (cosa sacrosanta, oviamente) oppure c'è una idea più chiara di apertura alla concorrenza di tali mercati? Cosa dice e cosa fa IdV riguardo agli ordini professionali? Riguardo al regime di licenze applicato a tante attività, a cominciare dai taxi? Riguardo ai poteri e alla capacità di intervento dell'Autorità Antitrust? Queste, piuttosto che discussioni astratte su liberalismo e liberismo, sono le iniziative che possono dare a IdV un profilo riconoscibile.

al Sig. Borghesi

palma 4/8/2009 - 09:41

caro sig. Borghesi, visto che Lei appare disposto a rispondere,  e non risponde, la medesima domanda viene a Lei rivolta nella sezione in cui Lei afferma di rispondere.

 

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti