La produttività scientifica dell'Italia

10 novembre 2008 alberto lusiani

G.A.Stella ha pubblicato l'8/11/2008 sul Corriere della Sera un articolo in difesa della produttività scientifica dei ricercatori italiani, citando dati sostanzialmente incomprensibili e senza indicare con chiarezza la fonte. R. Perotti e altri hanno pubblicato anni fa un saggio ovviamente molto meglio documentato ("Lo splendido isolamento dell'Università italiana", 2005) in cui concludono che la qualità della produzione scientifica dei ricercatori italiani si colloca agli ultimi posti tra i paesi avanzati. In realtà entrambi si basano sulla stessa fonte (David A. King, The scientific impact of nations, 2004), solo diversamente interpretata.

Riassumendo all'osso: i ricercatori accademici italiani confrontati con quelli degli altri Paesi pubblicano articoli di qualità relativamente inferiore per numero di citazioni, ma in quantità maggiore a diversi paesi anche avanzati. Moltiplicando il numero di articoli per la qualità media, il numero di citazioni per ricercatore accademico in scienze e ingegneria è più che dignitoso, superando Francia e Germania. Sia chi loda, sia chi valuta male la produttività scientifica dei ricercatori italiani ha elementi a suo favore. Personalmente tendo a preferire il criterio della qualità media degli articoli, con R. Perotti et al., e apro la discussione sul tema.

King esamina le pubblicazioni dei ricercatori di scienze e ingegneria delle 30 nazioni più avanzate in due periodi, 1993-1997 e 1997-2001, e riporta (Tav.1), per ogni paese, il numero di articoli scientifici, il numero di citazioni totali sommato su detti articoli, e il numero di articoli che - disciplina per disciplina - appartiene al 1% più citato.

L'Italia ha ovviamente una pessima posizione, come ci si può aspettare anche (ma non necessariamente solo) dal fatto che lo Stato italiano investe in ricerca il 25% in meno della media UE15 e i privati italiani investono in ricerca 2.4 volte meno della media UE15 (dati OCSE relativi al 2001). Sul parametro più significativo, gli articoli più citati, il Canada con 33 milioni di abitanti supera l'Italia con 60 milioni di abitanti, e addirittura Svizzera (6 milioni di abitanti) e Olanda (15 milioni di abitanti) producono un numero di articoli molto citati solo leggermente inferiore a quello italiano.

Oltre al numero totale di articoli prodotti e citazioni ottenute, è interessante anche confrontare la qualità media degli articoli prodotti, per capire se le citazioni sono ottenute pubblicando un grande numero di articoli poco citati (magari pubblicando un elevato numero di articoli sostanzialmente identici sulla stessa ricerca) oppure con un piccolo numero di articoli molto citati. Siccome il numero di citazioni dipende dalla disciplina e dal tempo intercorso dalla pubblicazione, King rinormalizza il numero di citazioni per articolo alla media della disciplina e (in sostanza) per anno di pubblicazione. In questo modo si ottiene un numero pari a 1 per chi pubblica articoli di qualità media tra le 30 nazioni considerate, e superiore a 1 per chi pubblica gli articoli migliori. Nel confronto, l'Italia si posiziona ultima, assieme alla Francia, tra i paesi europei ed anglosassoni avanzati eccetto l'Australia. Arriva tuttavia sopra la media che corrisponde al valore 1 (ottiene 1.12 nel primo periodo e 1.07 nel secondo) e supera i seguenti paesi (nomi in inglese, per rapidità ...): Australia, Israel, Irlanda, Spain, Luxembourg, Japan, Portugal, Poland, Greece, South_Korea, Singapore, Brazil, Russia, China, Taiwan, India, Iran.

L'articolo di King è già stato utilizzato in passato in difesa della ricerca in Italia per mostrare che la produttività dei ricercatori italiana è molto elevata. Cito R. Perotti et al:

Come si vede, l'Italia ha un rapporto "pubblicazioni/ricercatore" molto vicino a quello dell'Olanda, e piu alto di quello degli altri paesi nella tavola. Anche il rapporto "citazioni/ricercatore" e nelle primissime posizioni, molto vicino a quello di Regno Unito, Olanda e Danimarca, ma molto maggiore di quello di tutti gli altri paesi. Dello stesso tenore sono i dati illustrati da DTI (UK Department of Trade and Industry, 2004), che include anche scienze sociali e business. Questi risultati, apparentemente incoraggianti per il nostro paese, sono stati ampiamente citati nella stampa italiana, da ultimo nella risposta del ministro Moratti ad un articolo di Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera del 22 Novembre 2004.

Tuttavia essi risultano fortemente ridimensionati quando si tenga conto del fatto che la composizione dei ricercatori varia molto da paese a paese. La definizione di ricercatore include una varietà di figure professionali, di cui i ricercatori accademici sono quasi ovunque una minoranza. Ma è noto che i ricercatori accademici pubblicano molto piu degli altri ricercatori. Usare il numero totale di ricercatori al denominatore delle prime due colonne, anziché il numero di ricercatori accademici, può quindi distorcere notevolmente i risultati. La colonna 3 mostra chiaramente che i paesi sud-europei tendono ad avere una percentuale di ricercatori accademici molto piu alta che i paesi anglosassoni dove la maggior parte dei ricercatori e costituita da scienziati e ingegneri che lavorano in aziende private. In particolare, negli Stati Uniti i ricercatori accademici sono meno di un sesto del totale. Questo e il motivo per cui nella gli Stati Uniti hanno - molto implausibilmente - il piu basso valore "pubblicazioni/ricercatore" dopo il Portogallo.

Quando al denominatore usiamo i ricercatori accademici invece dei ricercatori totali, la posizione dell'Italia si ridimensiona notevolmente. Ora l'Italia ha rapporti "pubblicazioni/ricercatore" e "citazione/ricercatore" ben inferiori agli USA, ma anche a Regno Unito, Olanda e Danimarca.

R. Perotti e altri continuano il loro studio rapportando quindi le pubblicazioni ai soli ricercatori accademici, e concludono (il riassunto è mio):

  • per numero di citazioni diviso numero di ricercatori accademici l'Italia supera Portogallo, Spagna, Francia e Germania ma è inferiore tutti gli altri paesi considerati (nord-europei e anglosassoni).
  • come impact factor medio (numero citazioni diviso numero articoli) degli articoli prodotti, l'Italia precede solo Spagna e Portogallo tra i 10 paesi presi in considerazione.
  • i due risultati precedenti risentono della ripartizione dei lavori pubblicati nelle diverse discipline, che hanno un numero di citazioni diverso. Rapportando le citazioni disciplina per disciplina alla media di disciplina, si può ottenere un impact factor standardizzato degli articoli pubblicati dai ricercatori accademici italiani, e questo risulta ancora una volta terz'ultimo tra i paesi considerati e superiore solo a Spagna e Portogallo. Si noti che anche King arriva ad una conclusione simile, accomunando però l'Italia anche alla Francia.

Sostanzialmente, i ricercatori italiani producono un numero elevato di articoli, di qualità media però non elevata. Tuttavia moltiplicando i due numeri, il numero di citazioni totali per ricercatore supera Francia e Germania, e questo non è un risultato disprezzabile.

R. Perotti et al. considerano più significativo il confronto sulla qualità media degli articoli, e concludono che l'Italia arranca nelle ultime posizioni. Altri (citati prima) considerano più significativo il numero di articoli o il numero di citazioni per ricercatore e concludono che l'Italia primeggia del mondo (se non si distingue tra ricercatori accademici e del settore produttivo) oppure che ha una produttività più che dignitosa se ci si restringe a considerare i ricercatori accademici.

Ora passiamo a considerare quanto scrive G.A.Stella:

TERZI AL MONDO - La prova? In rapporto al loro numero, i nostri
ricercatori sono i terzi al mondo dopo i britannici, che svettano con
3,27 citazioni sulle maggiori riviste scientifiche internazionali, e
dopo i canadesi, che seguono a quota 2,44. Ma con il nostro 2,28 noi ci
piazziamo davanti agli Stati Uniti (2,06), alla Francia (1,67), alla
Germania (1,62) e al Giappone, che chiude il pacchetto di testa con
0,41.

G.A.Stella riporta dati incomprensibili e senza rinviare a qualche pubblicazione. Il suo corrispondente appare essere Ugo Amaldi, così introdotto nel paragrafo precedente:

Il professor Ugo Amaldi, che lavora al Cern di Ginevra [...] dice di essere
furibondo, con le classifiche internazionali. Sono bugiarde, spiega.
«Perché non viene fuori un dato fondamentale. E cioè che nella ricerca
di punta noi italiani restiamo forti. Fortissimi, in certi settori».

Per quanto ciò non sia chiarito da G.A.Stella, i dati provengono effettivamente da una breve nota di Ugo Amaldi: si tratta semplicemente dei rapporti tra il numero degli articoli più citati della tabella 1 di King e il numero di ricercatori (universitari e del settore produttivo) della tabella 3 di King. Questi rapporti sono poi moltiplicati per 100. Non si tratta quindi di "citazioni sulle maggiori riviste" ma di "numero di articoli molto citati prodotti da 100 ricercatori".

Top 1% cited papers 1997-2001 Full-time researchers
Nazione da Tabella 1 da Tabella 3 Rapporto x100
Gran_Bretagna 4.800 147.000 3.27
Canada 2.200 90.000 2.44
Italia 1.600 70.000 2.28
USA 23.700 1.150.000 2.06
Francia 2.600 155.000 1.67
Germania 3.900 240.000 1.62
Giappone 2.600 640.000 0.41

Come ho fatto presente privatamente a Ugo Amaldi, questi dati non tengono conto del fatto che in Italia i ricercatori sono prevalentemente accademici, mentre in altri Paesi lavorano tipicamente prevalentemente per il settore privato, rinviandolo all'articolo citato di R. Perotti et.al. Ugo Amaldi ha replicato mostrando attenzione e gentilezza e osservando tra l'altro che almeno come numero di citazioni diviso ricercatori accademici anche R. Perotti assegna all'Italia una posizione più che dignitosa, come già visto sopra.

Aggiungo a tutti i dati precedenti alcuni dati che ho raccolto nel 2006 sulla spesa in ricerca e sulla produttività tecnologica dei paesi avanzati, si riferiscono probabilmente ad anni tra il 2001 e il 2004.

paese laureati* sp.statale** sp.priv.** brev.hi-tech*** brev.***
USA 10.2 0.86 1.90 48.4 154.5
Giappone 13.0 0.80 2.32 40.4 166.7
Germania 8.1 0.77 1.73 45.5 301.0
Spagna 12.2 0.47 0.56 3.5 25.5
Francia 20.2 0.83 1.36 31.8 147.2
UK 19.5 0.61 1.26 32.0 128.7
Italia 6.1 0.55 0.55 7.1 74.7
UE15 12.5 0.69 1.30 30.9 158.5

* laureati in materie scientifiche in perc. della pop. da 20 a 29 anni
** spesa in ricerca in percentuale del PIL
*** domande all'EPO per milione di abitanti

Usando questi dati sulla spesa pubblica in ricerca e assumendo che gli articoli al top 1% delle citazioni siano esclusivamente finanziati dalla spesa statale (assunzione che credo corretta con buona approssimazione) ottengo dei dati paragonabili a quelli di Ugo Amaldi ma rapportati alla spesa pubblica:

top1% popol. ricerca prod
Italia 1630 60 0.55 49.4
Germania 3932 80 0.77 63.8
Francia 2591 60 0.83 52.0
Spagna 785 40 0.47 41.8

top1% = numero di articoli di scienze e ingegneria nel 1997-2001 per paese
popol. = popolazione in milioni (approssimata)
ricerca = spesa statale per ricerca in % del PIL
prod = numero di articoli molto citati rapportato alla spesa pubblica relativa al PIL nazionale

Questa tabella mostra che la produttività della spesa pubblica italiana in ricerca è inferiore alla Germania e (di poco) alla Francia, ma supera (1997-2001, non so ora) la Spagna. Personalmente ritengo questi dati più indicativi della realtà.

''Chi ha ragione?''

Questo lo lascerei decidere ai lettori. Personalmente non sono soddisfatto del fatto che la qualità media degli articoli italiani sia agli ultimi posti tra i paesi avanzati, e considero questa indicazione prevalente sulla produttività in termini di numero di articoli. Anche il numero di articoli molto citati mi sembra meno che commisurato alla spesa pubblica in ricerca. Per me il ritardo dell'Italia c'è non solo come spesa ma anche come produttività, ma il ritardo di produttività non è tragico (in scienze e ingegneria) come si potrebbe temere: fino al 2001 facciamo molto meglio del Messico e della Turchia e non siamo lontani dai Paesi avanzati, che per alcuni parametri superiamo.

In ogni caso, anche se non concordo nel magnificare la produttività scientifica italiana, sono assolutamente d'accordo sul fatto che sia essenziale per l'Italia aumentare il numero dei ricercatori, che ci vede arrancare nelle ultime posizioni. Il ritardo viene principalmente dal settore privato, che non fa ricerca, ma anche lo Stato italiano spende in ricerca il 25% meno della media UE15. Oltre ad aumentare la spesa, a mio parere è necessario migliorare significativamente anche la sua allocazione in funzione del merito e della produttività all'interno del comparto ricerca, per aumentare la qualità e il rendimento per la società delle spese in ricerca.

79 commenti (espandi tutti)

 

Avevo notato anch'io l'articolo di Stella, e mi era sembrato un po' pasticciato... felice che tu abbia fatto un po' di chiarezza.

Mi chiedevo come viene affrontata in questo genere di classifiche la questione della lingua. E' chiaro che scrivere in una lingua "sfigata" puo' avere influenza negativa sul numero delle citazioni (indipendentemente dalla qualita' intrinseca dell'articolo stesso).

D'altro canto, se parliamo di "scienze ed ingegneria", mi pare che la lingua dell'articolo possa essere considerata di per se' un grossolano indicatore di qualita'... almeno a livello aggregato. Parliamo di discipline molto "internazionali", no?

Insomma, potrebbe essere un elemento degno di ulteriori indagini.

Cio' detto, concordo con te sul fatto che un alto numero di articoli di bassa qualita' non sia per nulla qualcosa di cui ci si possa vantare.

Mi limito a riportare la mia esperienza. In fisica il numero di riviste di livello dignitoso in italiano è pari a zero. Persino "Il nuovo cimento" (nonostante il titolo) è in inglese. Esiste qualche rivista in russo (anche se la maggior parte hanno una versione tradotta) e qualcuna (poche) in francese. Per il resto tutte le riviste sono in inglese. Le riviste nelle altre lingue esistono ma sono cose così minoritarie che pubblicarci sopra praticamente non conta.

Avevo notato anch'io l'articolo di Stella

Colgo l'occasione di ringraziarti per aver riportato il collegamento e aver attirato la mia attenzione li'.

Mi chiedevo come viene affrontata in questo genere di classifiche la questione della lingua.

Il problema e' sentito dalle elites accademiche italiane, acutamente da quelle attive in campo internazionale (come anche Ugo Amaldi). Non e' solo vittimismo e credo non sia solo la lingua: ritengo che in una certa misura i paesi anglosassoni tendano magari inconsciamente magari no (vedi Echelon) a fare gioco di squadra.  Inoltre paesi scandinavi e Olanda sono avvantaggiati da una migliore conoscenza dell'inglese, mentre i paesi asiatici come il Giappone sono svantaggiati rispetto a noi. Infatti anche per evitare queste distorsioni nel mio confronto ho incluso solo paesi comparabili in termini di lontananza dall'inglese: Italia, Francia, Germania e Spagna. L'inglese comunque non e' una barriera insuperabile: la Svizzera produce articoli in scienze e ingegneria di qualita' media superiore a tutti i paesi anglosassoni inclusi gli USA. Personalmente prenderei sempre a riferimento per l'Italia Francia, Germania e Spagna, sono i paesi piu' direttamente confrontabili con noi.

No, perdona l'autocitazione... era tardi ieri sera ed ero fuso, straparlavo :)

alberto, bell'articolo.

visto che sei documentato vorrei farti una domanda.  nella conclusione scrivi "Oltre ad aumentare la spesa, a mio parere è necessario migliorare
significativamente anche la sua allocazione in funzione del merito e
della produttività".

idee sul come (aumentare e allocare)?

idee sul come (aumentare e allocare)?

Qualche idea ce l'ho, ma mi rendo conto che non sara' facile, perche' la societa' e la cultura italiana sono profondamente antimeritocratiche, sono rimaste indietro in parte alla mentalita' feudale (clientele e baroni) e in parte alla mentalita' delle corporazioni.  Del resto anche l'inizio della trasformazione degli USA in una societa' meritocratica e' recente (~1933), secondo questo articolo di R.Abravanel.

Per allocare meglio, lo Stato deve fare molto piu' di quanto fa ora, non deve dare soldi agli Atenei in base agli iscritti o alle lauree o al numero di docenti e ricercatori, ma in base alla qualita' dei laureati (valutata indipendentemente dagli Atenei), in base al gradimento degli utenti (per es. proporzionalmente agli studenti esteri attratti, o anche italiani residenti a oltre 100 km di distanza). I fuori corso devono essere valutati molto meno in modo da disincentivare economicamente sia gli Atenei sia gli studenti stessi a prolungare gli studi. Deve fare review periodiche anche della produttivita' scientifica almeno dipartimento per dipartimento. Invece di dare soldi indivisi per la ricerca agli Atenei (tipicamente spartiti internamente in parti uguali) dovrebbe dare agli Atenei solo il minimo per pagare gli stipendi e funzionare, e poi ogni docente dovrebbe concorrere separatamente per i fondi della ricerca, come piu' o meno avviene negli USA. I dipartimenti poi amministrerebbero questi fondi trattenendo il 20% per spese amministrative e investimenti comuni al dipartimento.  Questo ultimo meccanismo sarebbe utile per incentivare a cooptare colleghi validi.  Ma perche' funzioni, occorre un'agenzia di valutazione delle proposte sceintifiche quanto piu' possibile separata dai percettori finali dei fondi.

Per quanto riguarda aumentare i fondi, lo Stato italiano deve ridurre la spesa clientelare (es. operai forestali calabresi, spesa per studente eccessiva per la scuola), gli aiuti alle grandi imprese private, e disincentivare pensionamenti anticipati, scivoli, casse integrazioni speciali per lavoratori anziani, insomma tutta la spesa pubblica eccessiva agli standard degli altri paesi riversata sugli anziani: con riduzione modeste sulle voci di spesa citate, lo Stato potrebbe aumentare da 0.55% del PIL al 0.8-1.0% del PIL la spesa pubblica per ricerca.

Per quanto riguarda la spesa per ricerca privata il problema e' piu' complesso perche' non riguarda solo il fatto che l'Italia ha meno grandi imprese rispetto ad altri Paesi. Io ritengo che i veri problemi vengano dallo Stato, dalla societa' e dalla cultura italiani. Innanzitutto e' vergognoso che l'ufficio brevetti non funzioni in maniera rapida ed efficiente come leggo in altro commento.  Ma piu' in generale, secondo me c'e' un fallimento pressoche' totale dello Stato come potere esecutivo e della Magistratura come potere giudiziario nel garantire in maniera efficiente i diritti di proprieta' intellettuale, in Italia. La cialtroneria dello Stato a questo riguardo e' probabilmente riflesso del consenso sociale che in Italia piu' che altrove favorisce chi copia. Se si vuole incentivare ricerca e innovazione di elevato livello, occorre garantire che lo sfruttamento economico dell'innovazione sua tutelato per un periodo congruo di tempo, pur senza esagerare come negli USA. Paradossalmente, l'Italia potrebbe trarre vantaggio anche dalla sua cultura anti-meritocratica e irrispettosa della proprieta' intellettuale per importare la legislazione USA in materia di brevetti in maniera opportunamente temperata.

 L'approccio meritocratico per la distribuzione delle risorse per la ricerca pubblica mi trova in completo accordo. Non condivido, però l'analisi sulla ricerca privata.

IMO, la protezione della proprietà intellettuale non è la causa principale della bassa (come % del PIL) spesa per ricerca privata in Italia. I problemi di efficienza dell'ufficio brevetti ci sono, così come scelte politiche sbagliate (vedi la mancata sottoscrizione del protocollo di Londra), ma in generale la proprietà intellettuale in Italia appare sufficientemente tutelata. 

La (presunta) bassa spesa per ricerca privata in Italia è determinata soprattutto dal tipo di imprese  operanti in Italia. Nei rispettivi settori è molto probabile che l'industria italiana (almeno quella che compete sui mercati internazionali) ha spese per ricerca e sviluppo in linea con i suoi concorrenti. Il problema è, però legato al tipo di industrie operanti in Italia, un sistema industriale forte nella moda, arredamento o montature di occhiali spenderà in ricerca meno di un sistema forte nel farmaceutico o l'IT. Per avere un'idea dell'impatto di un settore come il farmaceutico sulla ricerca privata si guardi all'UK, un paese con una forte industria farmaceutica, la quale spende il 26% dei ricavi in ricerca e conta per il 28% del totale della ricerca industriale privata.

Solo se cambiasse il sistema industriale italiano, un aumento della spesa per ricerca privata sarebbe possibile.

Quale affidabilità hanno le classifiche di http://www.sciencewatch.com/ della thomson reuters basate essential science indiators ?

guardando le ultime pubblicate, l'Italia è mediamente in settima posizione, ossia un ranking coerente con il suo PIL.

Ecco alcune discipline:

chimica: http://sciencewatch.com/dr/cou/2008/08apr10CHE/

Fisica:  http://sciencewatch.com/dr/cou/2008/08mar20PHY/

medicina clinica: http://sciencewatch.com/dr/cou/2008/08aug20CLI/

matematica: http://sciencewatch.com/dr/cou/2008/08nov20MATH/

Caro Sabino,

ti ringrazio molto per gli interessanti collegamenti, che non conoscevo! Ho guardato Fisica: mi sembra in prima approssimazione attendibile rispetto alla mia percezione.  Probabilmente gli indici sono ottenuti con forza bruta senza troppe raffinatezze, ma sembrano documentare bene quella che e' la mia percezione aneddotica.  Secondo me dovremmo rapportare i dati al PIL o alla frazione di PIL spesa in ricerca per confrontare meglio la produttivita'.

p.s. se ricapiti sul tuo commento, per attivare i link dovresti selezionarli e copiare il testo, premere il bottone sopra con la catena, riversare il testo copiato sul campo URL della finestra che appare, e selezionere OK o DONE.

 

I link li ho sistemati.

A dar retta a sciencewatch, in realtà, stamo messi anche meglio di quello che appare

Se consideriamo il numero di articoli e le citazioni per articolo alla spesa italiana per ricerca  in rapporto al PIL ne viene fuosi una ricerca di qualità.

Insomma, tanto di cappello a gente come te e JB che produce molto e bene pur ricevendo poco e male.

Ottimo articolo su di un tema che almeno a parole sta molto a cuore anche a tutta la classe politica italiana.

Mi sembra che il dato piu' preoccupante (ed incontrovertibile) sia lo scarso impegno dei privati rispetto agli altri paesi. Tra l'altro penso che con una maggiore interazione tra industria ed universita', verrebbe migliorata anche la qualita' media degli articoli (almeno nel mio settore, le telecomunicazioni, questo e' sicuramente vero).

Purtroppo le notizie di questi ultimi mesi non sono per nulla incoraggianti: chiusura del centro di ricerca di Ericsson a Roma (circa 300 unita'), chiusura della Motorola a Torino (-370 unita' impegnate in R&D), NSN che ridimensiona tutti i programmi di sviluppo in Italia, Alcatel-Lucent non so (ma non credo che se la passino troppo bene) ...

Attualmente l'unica ricerca possibile e' quella di un altro posto di lavoro, magari all'estero se si vuole continuare nell'R&D :(

Saluti

alberto, articolo molto interessante

una domanda: perche' secondo te in italia si tende a preferire la quantita' alla qualita' nella produzione scientifica?

Sono portato a pensare che il sistema di incentivi (i.e. la normativa sui concorsi pubblici e la prassi su come vengono gestiti) sia marcatamente differente rispetto ad altri paesi e che pertanto sia ottimale per i nostri ricercatori puntare sul volume delle pubblicazioni piu' che sull'impatto (ma e' semplicemente una guess).

una domanda: perche' secondo te in italia si tende a preferire la quantita' alla qualita' nella produzione scientifica?

Non enfatizzerei oltre misura questo dato che pure mi sembra misurabile in modo significativo, perche' le differenze sono modeste, non ci sono fattori 2 o 3 ma differenze dell'ordine del 10-20-50%.

Come ipotesi, avanzo due possibili spiegazioni. La prima e' un maggiore provincialismo e minore internazionalizzazione della ricerca italiana, la seconda e' la predilezione italiana per fare piccoli lavori e approfondimenti molto molto specialistici, e la riluttanza a fare lavori di ricerca e pubblicazioni di largo respiro e indirizzati ad un pubblico vasto e/o interdisciplinare. Nella concezione italiana lo studioso modello deve essere super-specializzato e deve occuparsi di teorie astruse e incomprensibili alla massa e comprensibili solo a pochissimi eletti, e quasi si squalifica se produce pubblicazioni estese o interdisciplinari o magari una intera teoria esposta dalle sue basi a tutte le sue conseguenze.  Sia ben chiaro che quanto sopra deriva puramente da mia personale esperienza aneddotica.

Non entro nel merito della ricerca accademica, e del dibattito sul numero di articoli e citazioni, ma intervengo solo per portare una testimonianza, piccola, di come i privati siano in seria difficoltà con la ricerca.  A permettersi i costi della ricerca possono farlo solo le grandi aziende, per le piccole imprese non c'è spazio per il costo della ricerca poichè il fisco, attraverso il meccanismo degli studi di settore, uccide ogni velleità non consentendo investimenti che non si ritorcano come aumento della base di valutazione del reddito d'impresa minimo.  La ricerca non è solo quella di base, dove si studia ed è difficile valutare i possibili risultati a priori, ma anche quella che piccole imprese potrebbero realizzare attraverso studi su applicazioni specifiche del dominio in cui operano, propedeutici allo sviluppo di nuovi prodotti. Come, per esempio nel settore informatico, nei dispositivi per la comunicazione ad accesso su media condivisi, potrebbero esserlo studi statistici sui picchi di traffico in relazione alle applicazioni d'utenza per l'ottimizzazione di algoritmi predittivi tali da ridurre le collisioni ed aumentare l'efficienza (e la banda disponibile); e non sto parlando di chat via internet, ma di sistemi per il controllo di automatismi. Talvolta si incorre in problemi addirittura per fare rientrare i costi nei bilanci: è più facile intestarsi una barca alla azienda e farla passare come costo (mi è stato riferito di una signora, proprietaria di una grande azienda, che ha sfruttato i contributi europei per la ricerca per finanziarsi uno splendido Ferretti da 40 piedi).

La questione fiscale non è limitata solo a questi aspetti, diciamo diretti, ma anche a fattori indiretti: costi amministrativi e "infrastrutturali burocratici" (consentite il termine, poichè non ne trovo uno di adeguato per definire i costi riguardanti l'adeguamento di strutture e personale per questioni di sicurezza, di tutela dei dati personali, ecc. che sono realizzati in realtà al solo fine di dar "lavoro" a "consulenti").

Ma non è solo una faccenda di soldi. Io ho depositato due brevetti "hi-tech" nel 2004 ...non sono ancora stati presi in considerazione poichè si stanno ancora lavorando quelli del 2002!
Ok, forse dovevo rivolgermi direttamente all'EPO in Germania ...ma in questo articolo si parlava dell'Italia...

 

 

Puoi spiegare meglio: com'e' che una barca puo' essere imputata come costo, e non la spesa per (putacaso) un consulente che ti dica come ottimizzare la bandwidth?

Sono convinto che manchi nello Stato italiano e tra i politici la competenza e la volonta' di incentivare ricerca e innovazione, sia dal punto di vista fiscale, sia dei brevetti, sia per quanto riguarda la tutela giudiziaria della proprieta' intellettuale. Si dovrebbe fare molto molto meglio. Credo peraltro che anche le medie e forse anche le piccole imprese facciano ricerca tecnologica non disprezzabile in Italia, forse dissimulata perche' chi la fa viene pagato e inquadrato come metalmeccanico o quadro di basso livello.  Altrimenti non mi spiego il successo di tante PMI nel settore della moda, della meccanica e macchine utensili, delle montature degli occhiali, ci sono perfino quelle che riescono a vendere piastrelle in Cina. Certo e' ricerca relativamente minore ma senza i corrispondenti avanzi nella bilancia commerciale potremmo scordarci il sia pur limitato benessere di cui godiamo.

Aggiungo alla discussione il mio piccolo contributo: io lavoro per la filiale italiana di una multinazionale americana e, tra l'altro, mi occupo di proprietà intellettuale. Il sito italiano produce ogni anno parecchi brevetti, ma nessuno e sottilineo NESSUNO di questi in Italia o in Europa!!!! I brevetti vengono richiesti in USA o in Cina, cioè nei due paesi interessanti - rispettivamente - per ragioni di utilizzo o produzione dei prodotti. Detto in altre parole, il contributo degli ingegneri italiani allo sviluppo figura come un contributo americano o cinese. Curioso, no?

P.S. in questi giorni sono un po' incazzato per la storia della Motorola di Torino: un bell'esempio di come il nazionalismo influenzi la sorte delle aziende alla faccia della globalizzazione. Quando le cose vanno di merda, si salva chi è vicino (geograficamente e culturalmente) al centro direttivo...

Non ho capito molto bene come funziona questa storia dei brevetti in USA e Cina, a me sembrava di ricordare che la nazionalità dell'inventore/i non dipendesse dai paesi per i quali si chiede protezione brevettuale (se è questo ciò che intendevi), mi sfugge qualcosa?

Una invenzione può essere brevettata in qualsiasi nazione, indipendentemente dalla nazionalità dell'inventore e da quella dell'azienda eventualmente proprietaria. Nel caso specifico di cui mi occupo, la filiale italiana di una multinazionale americana è comunque una azienda italiana. Se un ingegnere ha una bella idea, e si decide di chiedere un brevetto, di solito si procede nel seguente modo: ci si chiede dove valga la pena di proteggere la proprietà intellettuale, e di solito la risposta è che vale la pena di farlo nei 3-4 paesi più importanti (tipo USA, Cina, India e Germania nell'ordine). Proteggere l'idea in Italia o in Camerun non è così importante, perchè difficilmente sarebbe conveniente, per un concorrente, copiare l'idea con la limitazione di non poter produrre o commercializzare un prodotto con l'esclusione dei Paesi Importanti sopracitati. Se ti interessa, aggiungerò che la legge italiana ci obbliga a chiedere una sorta di "dispensa" per brevettare una invenzione all'estero senza brevettarla in Italia... dispensa che viene sempre ottenuta senza difficoltà. Ho risposto?

Ho capito che l'invenzione può essere brevettata dove si vuole, quello che mi sfuggiva e ancora non capisco è come un'invenzione con inventori italiani ed assegnata ad un'azienda italiana (anche se filiale di una multinazionale), finisce per essere considerata americana o cinese solo perchè il brevetto viene richiesto negli USA o in Cina.

E' forse un problema di come vengono aggregati i dati (non in base alla nazionalità degli inventori, ma in base ai paesi per i quali si chiede il brevetto)? 

PS siamo finiti OT, se ti va rispondi, se no possiamo anche chiuderla qui, la mia era una semplice curiosità.

La questione è sostanziale, perché (almeno nel mio caso) la proprietà del brevetto è della corporate, non della filiale. Quindi il brevetto alla fine non è né di una azienda italiana, né depositato in Italia. Non so se esista un modo ovvio, per chi si occupa di statistiche, di rintracciarne l'italianità originaria...  ma ne dubito.

Mi sembra che una cosa che senz'altro si può concludere a partire dai dati riportati è che la ricerca italiana accademica (in scienze e ingegneria) non è così disastrosa come invece spesso viene dipinta. Direi che in un modo o nell'altro occupiamo una posizione onorevole, corrispondente al nostro status. Sarebbe interessante verificare quale posizione occupiamo nelle altre discipline (medicina, economia, sociologia, ...)

Direi che in un modo o nell'altro occupiamo una posizione onorevole,
corrispondente al nostro status. Sarebbe interessante verificare quale
posizione occupiamo nelle altre discipline (medicina, economia,
sociologia, ...)

Leggendo il testo citato di Perotti e altri, sembra che nelle scienze sociali (lui documenta ovviamente Economia) il ritardo dell'Italia sia molto maggiore rispetto a scienze e ingegneria. Riguardo a medicina, il  collegamento di Sabino mostra l'Italia in posizione proporzionale al suo PIL. In rapporto al PIL, facendo a mente i conti, l'Italia occupa una posizione paragonabile al suo indice di sviluppo umano (20-22, tra gli ultimi dei paesi OCSE).  In rapporto ai ricercatori non saprei, ma azzarderei che medicina clinica sia paragonabile a scienze e ingegneria, per quanto (aneddoticamente) il livello di corruzione e sprechi mi sembra molto superiore, e la produttivita' scientifica potrebbe soffrirne proporzionalmente.

 

è noto che i ricercatori accademici pubblicano molto piu degli altri ricercatori

Oddio. Questa mi sembra una affermazione che avrebbe bisogno, se non altro, di un qualche supporto un po' più forte del "si sa". Che in Italia la ricerca non accademica sia limitata possiamo anche essere d'accordo ma, francamente, non me la sentirei di dire che i Bell Labs o i centri di ricerca dell'IBM pubblichino poco. Forse pubblicheranno poco nell'ambito della matematica pura o della filologia classica ma qui stiamo parlando di ingegneria. Insomma se dividere per il numero totale dei ricercatori può essere un metodo imperfetto dividere per il numero dei ricercatori accademici dimenticandosi degli altri è altrettanto sbagliato.

Insomma se dividere per il numero totale dei ricercatori può essere un
metodo imperfetto dividere per il numero dei ricercatori accademici
dimenticandosi degli altri è altrettanto sbagliato.

Credo che R.Perotti et al confrontino pubblicazioni di ricercatori accademici con ricercatori accademici. Per quanto riguarda l'approssimazione che faccio io al termine del mio pezzo, ritengo che gli articoli appartenenti al 1% piu' citato per disciplina, provengano quasi esclusivamente dal settore accademico, tuttavia cerchero' maggiore documentazione su questo punto. Per Fisica mi stupirei se fosse altrimenti, per ingegneria e' possibile che ci siano correzioni, hai esempi di articoli molto citati prodotti da ricerca privata non accademica?

Non sono peraltro d'accordo a considerare altrettanto sbagliate le due approssimazioni. Usando il numero totale dei ricercatori, la qualita' della produzione scientifica USA risulta inferiore a quella portoghese, mentre usando i ricercatori accademici le qualita' sono grosso modo allineate alle posizioni dei vari paesi secondo l'indice di sviluppo umano dell'ONU. Per me almeno e' evidente che la seconda approssimazione e' molto piu' realistica e migliore della prima, con questo sono pronto ad affinarla se ne ho la possibilita'.

Giusto per fare qualche esempio (frutto di circa 10 minuti di ricerca): dai Bell Labs sono usciti 11 premi nobel per la fisica. Trovare il numero di citazioni esatte di articoli non recenti può non essere banale ma l'articolo di Anderson del 1957 (che gli è valso il nobel nel '77) risulta (almeno secondo google scholar) avere oltre 3700 citazioni. IBM ha avuto almeno 3 nobel per la fisica (ed uno per l'economia, pare) fra cui la scoperta della superconduttività ad alta temperatura (che il solito google scholar dichiara aver avuto oltre 500 citazioni). Cercando un po' più vicino al mio campo ho trovato (senza sforzi eccessivi) un lavoro di Yuri Vlasov (NEC Corporation) che parrebbe avere oltre 670 citazioni (questo numero viene dall'ISI web of knowledge).

La mia esperienza è che in fisica, chimica e scienze dei materiali (l'ingegneria la conosco poco e quindi non mi pronuncio ma mi stupirebbe se fosse diverso) la ricerca privata delle grandi aziende internazionale produca una grossa mole di articoli su ottime riviste e ben citati.

La tua stima che l'1% degli articoli più citati per disciplina magari è pure vera (per quanto io ne dubiti) ma, sicuramente, avrebbe bisogno di qualche dato a sostegno prima di poter esser presa come oro colato.

Posso suggerire che forse avete ragione entrambi?

Da un lato una rondine non fa primavera, e dieci o quindici grandi centri di ricerca industriali dove si produce molto non cambiano la media, visto che di "ricercatori" nel settore industriale ve ne sono centinaia di migliaia.

Dall'altro, se si classificano come ricercatori i, degnosissimi e preparatissimi peraltro, docenti universitari di colleges dove non di fa ricerca (ma dove si insegna, e si fanno le ore di ricevimento) è chiaro che il denominatore americano si gonfia a dismisura.

Infine, io ho seri dubbi sull'omogeneità di questi indici sintetici di impact o di citazioni, che sono normalmente costruiti da chi sta dietro o da chi pubblica poco e male per mostrare che anche loro lo fanno. Preferisco guardare a dati obiettivi: numero di premi scientifici internazionali, chi inventa che cosa, dove vanno gli studenti bravi o gli studenti i cui genitori sono in grado di pagare per un'educazione di qualità, eccetera.  

se si classificano come ricercatori i, degnosissimi e preparatissimi
peraltro, docenti universitari di colleges dove non di fa ricerca

Questo non credo accada, nei limiti del possibile, nei lavori seri come quelli di King e Perotti che appaiono parlare di ricercatori effettivi in base alla frazione del loro tempo dedicato alla ricerca (full-time-equivalent, FTE). In King si legge:

Comparing these rankings with the figures for the proportion of the workforce in full-time employment as researchers ...

Se rileggi il mio post vedrai che non puntava a "dimostrare" l'infondatezza della "superiorità" (in termini di pubblicazioni) dei ricercatori accademici rispetto a quelli non accademici ma si limitava a far notare come una tale affermazione fosse troppo complessa per poter essere liquidata con un laconico è noto.

Tra l'altro, se è vero che in ambito fisico sono pochissimi i centri di ricerca al mondo a fare ricerca di base ad alto livello mi pare strano che la stessa cosa si possa dire dell'ingegneria. Non sono un'ingegnere e non seguo le riviste di ingegneria ma mi parrebbe strano che gli ingegneri della FIAT che hanno ideato il diesel common rail non abbiano pubblicato fior di lavori sull'argomento.

Infine, io ho seri dubbi sull'omogeneità di questi indici sintetici di impact o di citazioni

Che i sistemi basati sull'impact factor abbiano dei problemi seri è noto. Tuttavia non è banalissimo trovare altri indicatori quantitativi. I "dati obiettivi" a cui fai riferimento tu permettonosolo di fare un'analisi qualitativa e difficilmente permettono di discriminare quando non ci siano differenze lampanti (per capirsi: è ovvio che permettono di dire che Princeton è meglio dell'università di Firenze ma trovo difficile che riescano a discriminare se l'università di Bologna è meglio o peggio di quella di Pisa)

JB, il sistema common rail (CR) per automobili e' stato sviluppato all'inizio degli anni 90 dal gruppo Fiat. Il brevetto e' stato poi venduto alla Bosch per l'ingegnerizzazione e la produzione su larga scala. Penso ad esempio che il primo CR montato su macchine del gruppo Fiat fosse gia' un prodotto della Bosch.

Comunque, la tua affermazione riguardo la produzione scientifica di lavori sul CR da parte di Fiat mi ha messo curiosita' e, sorprendentemente, con una ricerca di 5 minuti su www.sciencedirect.com trovo i seguenti risultati, relativi ad articoli pubblicati dopo il 1998:

2 articoli pubblicati con termine CR compreso nell'abstract e con almeno un autore affiliato a Fiat

2 articoli pubblicati con termine CR compreso nell'abstract e con almeno un autore affiliato a Bosch

89 aricoli pubblicati con termine CR compreso nell'abstract

Se allarghiamo la finestra ad articoli pubblicati da 1980 ad oggi le prime due cifre non cambiano, la terza aumenta. Interessante, no?

In effetti penso che nella cultura industriale il pubblicare sia decisamente meno importante che non nella accademia. Forse ci sono altri metri di giudizio per valutare bonta' di innovazione/scoperta e l'aspetto economico del prodotto finito (quanto si guadagna vendendo macchine con CR o vendendo brevetto del CR ad esempio) prevale su numero di papers. Alla fine chi pubblica stando nell'ambiente universitario lo fa per permettere ad altri che lavorano su stesso campo di confrontarsi e anche per presentarsi a questi come persona che ha sviluppato progetto/idea. Insomma e' anche pubblicita' che puo' essere premiata da futuri grants, finanziamenti, offerte da universita' piu' prestigiose....

Non mi sembra che chi invece sviluppa un "buon progetto" per la propria azienda abbia le stesse prospettive e soprattutto che l'azienda sia interessata a mettere su una rivista scientifica dettagli o risultati sperimentali del progetto, quando nel contempo e' impegnata a blindarlo con brevetti. Hai presente il timore dei cinesi che copiano tutto ? ;-). Probabilmente l'azienda non vuole nemmeno che il nome delle persone che hanno sviluppato il progetto sia pubblicato.

(Nota: per queste idee avevo in mente per l'appunto Fiat o Bosch, probabilmente in ambito farmaceutico il discorso e' diverso)

 

 

Con mia grande sorpresa giocando con i dati http://isihighlycited.com/ ho trovato che l'Italia è uno dei pochi paesi dove fra le top 5 istituzioni in termini di numero di ricercatori molto citati (misura un po' rozza, lo ammetto) vi è un'impresa privata:

 

Qualunque sia il numero di citazioni della ricerca della Menarini spa, ormai sarà nulla rispetto alle citazioni che verranno alla famiglia Menarini dall'acquisto del Bologna calcio.

Buongiorno, volevo chiedere una cosa, prettamente in riferimento alla ricerca in economia: ma la qualita' della produzione scientifica e' determinata solo dalle citazioni, o anche dal, diciamo, "ranking" della rivista dove l'articolo e' pubblicato? Se la risposta e' si, quale e' il peso dell'istituto di affiliazione, ossia, a parita' di qualita' dell'articolo, come varia la mia probabilita' che venga pubblicato nell'American Economic Review se lavoro al MIT o all'Universita' del Sannio?

Grazie mille, Alessandro.

Quale e' il peso dell'istituto di affiliazione, ossia, a parita' di
qualita' dell'articolo, come varia la mia probabilita' che venga
pubblicato nell'American Economic Review se lavoro al MIT o
all'Universita' del Sannio?

Credo che effetti di questo genere siano conosciuti e anche studiati, ma non sono esperto della materia. Sbirciando un articolo sull'argomento "ranking" ho visto che un punto importante e' valutare la qualita' le riviste non in base alla loro storia passata ma alle citazioni che ricevono nel medesimo periodo nel quale si vogliono confrontare le istituzioni universitarie.  Se si classificano le riviste in base alle citazioni raccolte in periodi precedenti, si favoriscono i paesi dove erano edite (tipicamente gli USA).  Se invece le riviste sono valutate nello stesso periodo di riferimento, la classifica appare essere piu' bilanciata tra USA, Europa ed Asia, eliminando almeno in parte lo svantaggio dei paesi scientificamente emergenti.  Cio' significa che se un paese o una regione fanno buona ricerca e pubblicano, cio' influisce sulla qualita' misurabile delle riviste, rafforzando le riviste che danno loro spazio, e in definitiva consentendo a tutte le regioni scientificamente produttive di emergere, a patto di fare le classifiche con alcuni accorgimenti per ridurre i vantaggi del passato.

credo ci sia una incomprensione di fondo: io credo che stia chiedendo quanto incide l'affiliazione dell'autore a un istituto di ricerca importante (il MIT) per il buon fine della pubblicazione su una rivista importante (AER). In teoria 0...cioè se un buon articolo che ha come autore un ricercatore dell'università del Sannio è inviato ad American Economic Review ha la stessa probabilità di essere pubblicato di un articolo altrettanto buono ma con autore un ricercatore del MIT...no?

Ovviamente sono effetti difficili da distinguere dalla qualita' dei docenti, anch'essa migliore della media, almeno in teoria. Sul JPE di qualche anno fa c'erano due articoli interessanti sulla cosa, che trovavano un "institutional effect": studenti di chicago che pubblicavano su jpe, di cambridge che pubblicano su QJE, etc... non riesco pero' a trovarlo.. stay tuned ora devo andare

Vorrei suggerire ad Alberto e a chi ha partecipato a questo dibattito la lettura del seguente documento che tratta, dal punto di vista degli statistici, delle statistiche sulle citazioni. 

http://www.mathunion.org/fileadmin/IMU/Report/CitationStatistics.pdf

Adesso vado a cercare un mio breve commento a questo documento. Intanto invio questo. Ecco il commento destinato al notiziario dell'unione matematica italiana che ha pubblicato il documento.

Accolgo volentieri l'invito a commentare la pubblicazione sul NUMI (ottobre
2008) del documento "Citation Statistics". Vorrei commentare la "ingenuità
statistica" con la quale utilizziamo un valor medio come il
cosiddetto "impact factor", addirittura per "normalizzare" rilevazioni in
ambiti diversi. Mi spiego con un esempio. Supponiamo che si decida di
rilevare l'età degli alunni che frequentano una prima elementare. In un'era
tecnologica la rilevazione non è affidata ad un umano ma ad un robot. Il
risultato è una distribuzione in cui mediana e moda (il
valore più frequente) coincidono e sono uguali a sei, mentre la media è
quasi undici. A nessuno verrebbe in mente di considerare la media
significativa e utilizzabile in "normalizzazioni". Certamente moda e mediana
rappresentano meglio la distribuzione. Inoltre un simile risultato
desterebbe sospetti che probabilmente consentirebbero alla fine di scoprire
che nella rilevazione sono stati inclusi 20 bambini e due maestre
sessantenni in "copresenza". A questo punto ci si preoccuperebbe di
verificare che in altre classi, magari più numerose, sia stata rilevata
l'età anche di una sola maestra ventenne, distorcendo solo di poco la media.
La popolazione delle maestre verrebbe quindi studiata a parte.
L'atteggiamento nei riguardi dello "impact factor" è ben diverso e non è
così "scientifico". Per quasi tutte le riviste di matematica, lo "impact
factor" è appunto il valor medio di una distribuzione in cui valore mediano
e moda coincidono e valgono zero. Ma è solo la media(sostanzialmente priva
di significato) ad essere utilizzata. Eppure, se per un lavoro di matematica
è normale non essere citato nei due anni successivi alla pubblicazione,
varrebbe la pena di studiare proprio le eccezioni per cercare di risalire
alle ragioni dell'eccezione. Certamente
non possiamo aspettarci questo atteggiamento "scientifico" da parte di chi
vende e publicizza un prodotto come lo "Impact Factor", ma è quello che
dovremmo aspettarci da utenti ben informati, come dovrebbero essere i
matematici ed i loro colleghi delle facoltà di scienze ed ingegneria.
                       Alessandro Figa' Talamanca.

Ho letto sia l'articolo segnalato che il commento. Tutte le affermazioni sui limiti e le imprecisioni dell'impact factor e misure similari sono in buona misura condivisibili. In particolare e' fuori luogo considerare queste misure numeriche e statistiche oggettive quanto lo puo' essere una misura fisica, perche' e' evidente che non possono cogliere tutta la complessita' delle attivita' umane. Tuttavia mi sembra che da parte dei critici manchi una proposta alternativa all'attuale sistema universitario italiano che corrisponde a nessuna valutazione, nessuna responsabilita', nessun incentivo e nessun disincentivo alla produttivita'.  Certamente Harvard non assume in base all'impact factor, ma piuttosto in base a raccomandazioni di studiosi affermati e alla discussione interna al dipartimento e, almeno come ratifica, al CDA dell'Universita'.  Detto questo, quando si confronta Harvard con altre universita' usando impact factor, premi Nobel tra gli alunni o la docenza, o praticamente ogni altra misura imprecisa e limitata ma pur sempre ragionevole, fatalmente risulta nelle prime posizioni. In fin dei conti dipende tutto dall'onesta', serieta' e competenza di chi elabora e usa questi indicatori, se usati bene possono dare una misura imprecisa e limitata ma ragionevole della realta'.

 

A me basta che chi usa questi parametri sia cosciente dei loro limiti. Ivi comprese le conseguenze negative dell'inseguimento dei parametri da parte di individui e di riviste. Non sono impressionato, poi, dalle correlazioni. Non dubito che il livello di istruzione dei genitori sia fortemente correlato al successo nella prova di ammissione alla facoltà di medicina, ma non vorremmo utilizzare il parametro "livello di istruzione dei genitori" per decidere in merito all'ammissione. Quanto all'esito dei concorsi universitari italiani, esso è principalmente determinato dal livello dei concorrenti. E' per questo che negli ultimi quarant'anni, anziché occuparmi di concorsi mi sono occupato (assieme ad altri) di formazione. Se ricordo il livello medio, mediano e modale della ricerca matematica in Italia quaranta anni fa, penso che abbiamo avuto un discreto successo.

Quanto all'esito dei concorsi universitari italiani, esso è principalmente determinato dal livello dei concorrenti.

Cosa intendi dire con questa affermazione sibillina? Da un punto di vista aneddotico, a me sembra che il sistema dei concorsi italiano sia funzionale ad espellere potenziali premi Nobel che poi conseguono il premio perche' scelti e valorizzati da istituzioni estere. Sarebbe interessante uno studio delle esperienze dei premi Nobel con cognome italiano degli ultimi 20 anni nel sistema dei concorsi italiano.

Prima di tutto, l'unica "Fields Medal" italiana ha vinto un concorso universitario in Italia (università di Cagliari, ma trasferito l'anno successivo alla SNS), ben prima di ricevere la medaglia. Molti anni dopo ha lascato la SNS per una posizione all'Institute of Advanced Studies. Ma sono pochi i matematici che resistono ad una offerta dello IAS. Ci sono molte ragioni per il mal funzionamento del reclutamento universitario nell'ambito che io conosco. Prima di tutto c'è stata la vergognosa e ingiustificata resistenza della burocrazia al reclutamento degli stranieri quando questo era possibile e cioè negli anni immediatamente successivi al crollo dell'impero societivo. Le proteste delle commissioni di concorso e della comunità scientifica che si vedevano sfilare validi vincitori per una opportunamente inventata  "mancanza di reciprocità" non sono valse a nulla. In secondo luogo l'attuale scala stipendiale non consente il reclutamento a livello di professore di prima fascia di personale estraneo alle amministrazioni pubbliche italiane: chi viene da fuori ha uno stipendio di circa un terzo più basso dello stipendio di chi proviene da una pubblica amministrazione o ancor meglio da una università italiana, e comunque lo stipendio iniziale è troppo basso per il reclutamento a questo livello. Il risultato è che gli attuali concorsi di prima fascia e in gran parte anche quelli di seconda sono complicatissime procedure di promozione ma non costituiscono uno strumento adeguato per il reclutamento. Basterebbe un piccolo cambiamento a costo zero della scala degli stipendi per aprire almeno la possibilità teorica di reclutare a livello professore di prima fascia da fuori del sistema. Sul reclutamento dei ricercatori universitari ho già espresso il mio parere, credo anche in questa sede, citando un mio articolo apparso tempo fa su Il Riformista. Il fenomeno che vi descrivo delle "file di attesa" locali non è però ancora così prevalente a matematica come a fisica (teorica è quella che conosco meglio). Una ragione è probabilmente il maggior numero di posti banditi presso le facoltà di ingegneria, dove è meno probabile che si formino file di attesa. Infine la mia affermazione non mi sembra così criptica. Il livello dei vincitori non può essere più alto del livello dei concorrenti. Per migliorare il livello dei concorrenti si può promuovere la partecipazione ai concorsi di concorrenti stranieri di alto livello e/o promuovere la formazione (all'estero) dei ricercatori, facilitandone il ritorno. Nella mia vita "organizzativa" mi sono occupato attivamente di tutte e due queste azioni.

Bisognerebbe che io premettessi ad ogni intervento che Matematica in Italia fa storia completamente a parte. In effetti a Matematica io non proporrei nessun cambiamento, probabilmente funzionerebbe qualunque sia il sistema di reclutamento e promozione. A Matematica non ci sono quasi "file", i concorsi sono (almeno quelli che aneddoticamente conosco) ragionevolmente meritocratici.  I motivi secondo me sono vari, ci sono molte, molte piu' posizioni in rapporto ai laureati e ai candidati rispetto ad altre discipline, gli ordinari sono in media piu' seri, e probabilmente la natura astratta e razionale della disciplina si presta ad una minore influenza sia del familismo sia della corruzione dovuta al vile denaro.

A Fisica c'e' notevole differenza tra Fisica teorica, piu' meritocratica, e Sperimentale, meno meritocratica. Fisica teorica e' per certi aspetti assimilabile a Matematica, ma il numero delle posizioni disponibili rispetto agli aspiranti e' molto inferiore. A Fisica sperimentale domina la coda per anzianita', con masse di precari in decennale attesa, come nella maggior parte delle altre discipline dell'Universita' italiana.  Le riforme sono e devono essere orientate a risolvere i tragici problemi presenti nella maggior parte delle discipline, e sara' percio' improbabile che siano sensate per Matematica, che e' veramente un'eccezione.

Fra l'altro ho appreso che mentre a Fisica Harvard promuove a tenure il 70-80% degli assistant professor, a Matematica c'e' una specie di legge per cui non viene data la tenure agli assistant, nemmeno a circa 1/6 di loro come avveniva 20 anni fa nelle migliori universita' USA.  Matematica e' veramente speciale e non solo in Italia.

Prima di tutto c'è stata la vergognosa e ingiustificata resistenza della burocrazia al reclutamento degli stranieri quando questo era possibile e cioè negli anni immediatamente successivi al crollo dell'impero sovietico.

Questione importantissima. Da studente, mi sono sempre chiesto perche' nessuno perseguisse apertamente questa strada. La quale secondo me resta aperta: non solo, sarebbe il modo politicamente piu' fattibile per inserire "un cuneo" nel sistema, per introdurre elementi migliorativi. Non riguarda ne' leggi ne' "principi" dopo tutto...  (accento sulla seconda i)

L'Italia ha un bacino di talenti estremamente vasto cui attingere, anche al di la' dei confini nazionali. Secondo me se qualcuno, coraggiosamente, mostrasse la via, qualche risultato visibile non tarderebbe ad emergere.

Riguardo alla capacita' del sistema di reclutamento e promozione dell'universita' italiana di espellere all'estero i migliori talenti, riporto alcuni pezzi dell'intervista a Paolo Macchiarini, autore del primo trapianto al mondo di una trachea rigenerata con cellule staminali:

Il chirurgo Paolo Macchiarini

«In Italia non ci sarei riuscito La ricerca è in mano ai baroni»

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE MADRID - Gli sarebbe piaciuto che il primo
trapianto di trachea «anti-rigetto» al mondo fosse stato italiano, e
non soltanto per la nazionalità delle mani che lo hanno eseguito. Paolo
Macchiarini, pisano cinquantenne, direttore del dipartimento di
Chirurgia toracica dell' Hospital Clinic di Barcellona, è da ieri sul
podio olimpico della scienza medica, ma ha corso e trionfato sotto una
bandiera straniera. In questo caso quella della Spagna, dove si è
stabilito dal 2005, dopo aver vissuto e lavorato prima negli Stati
Uniti, a Birmingham (Alabama), poi a Parigi, quindi ad Hannover. Sa di
sale anche per lui il lungo esilio, seppure gratificato da
riconoscimenti e dal successo internazionale. È un «cervello in fuga»,
non fatica ad ammettere il chirurgo toscano; e non ha un rimedio, a
questo male, almeno per adesso: «Tornare in Italia? Nella situazione
attuale? Con i problemi che ci sono a livello accademico e di
istruzione? No, è impossibile. Da quando me ne sono andato il degrado
socio-culturale è addirittura peggiorato». In Italia non si sarebbe
potuto realizzare l' intervento eseguito a Barcellona? «In Italia ci
sarebbe sì, la possibilità di fare scienza. Ma prima c' è da cambiare
mentalità
. I gruppi di ricerca interagiscono bene, come è stato
dimostrato in questo caso dalla collaborazione tra il Politecnico di
Milano, l' università di Padova e quella di Bristol e la Clinic di
Barcellona. Ma nel campo della chirurgia toracica siamo ancora molto
lontani dai livelli raggiunti qui in Spagna». Al solito: mancano le
risorse? «Niente affatto. Le risorse ci sono, ma sono schiacciate dal
potere dei politici e dei baroni
. Le strutture universitarie e
ospedaliere andrebbero potenziate, i giovani laureati andrebbero
aiutati a inserirsi, e non soltanto quelli che sono figli di papà. In
questi giorni ho letto con rabbia, sui giornali, la storia di quel
docente dell' ateneo di Messina capace di sostenere che suo figlio ha
un cervello migliore, perché ha vissuto in una famiglia di insegnanti».
Spiegava così perché il ragazzo avesse vinto il concorso per
ricercatore di economia nella stessa università. «Appunto. Non torno in
Italia perché non è un paese democratico. Prevale ancora una mentalità
nepotista. Non è una questione di risorse. Quelle ci sono e l' Italia
promuove la ricerca, ha formato dei premi Nobel. Ma non è riuscita a
far piazza pulita della partitocrazia e dei baronati
».
[...]

Segnalo che Nature ha pubblicato un nuovo (breve) editoriale sulla riforma dell'università. Lo potete trovare qui.

Non sono sicuro che sia accessibile a chi non ha l'abbonamento; qui se ne trova una traduzione in italiano e chi proprio volesse l'originale mi può contattare che gli mando il pdf (si tratta di mezza paginetta).

Volevo far notare che in moltissimi campi di punta e' estremamente difficile produrre articoli ad alto impatto senza adeguati finanziamenti. La mia esperienza del mondo della ricerca italiana, comparato con quello di altri paesi, e' di un'ambiente generalmente di alto livello e produttivo. Pero' basta leggere un qualsiasi numero di Nature o Science per rendersi conto che gli articoli veramente "striking", quelli che attirano centinaia di citazioni, contengono in gran parte un lavoro sperimentale fatto con macchine all'avanguardia. Questo materiale costa molto e praticamente nessun gruppo di ricerca in Italia puo' permetterselo, parlo sia di fisica che di biologia che chimica. Forse, non potendo puntare sulla massima qualita' per mancanza di risorse, molti ricercatori in Italia puntano di piu' alla quantita'.

 Non so se la spiegazione del dato statistico e' questa, ma sicuramente per equiparare le risorse dei vari paesi non basta normalizzare al numero di ricercatori, bisogna anche valutare quali sono le risorse messe a disposizione di ciascun ricercatore e anche in queste tra, ad esempio, Italia e Gran Bretagna c'e' una disparita' enorme.

Non credo che in Italia la Fisica, e specialmente la Fisica delle alte energie, sia sottofinanziata.

Giusto per essere pignoli:

* La fisica delle alte energie in Italia (ma anche in gran parte del resto del mondo) vive di progetti internazionali. Anche trascurando il celeberrimo LHC i vari progetti sono così enormi e costosi che servono centinaia di scienziati e decine di nazioni a supporto per riuscire a procedere.

* La fisica non è sottofinanziata ma i finanziamenti sono sparsi più o meno a casaccio (sono più o meno dati a pioggia) e non c'è alcun progetto a breve/medio/lungo periodo.

Nel mentre che in tutto l'orbe terracqueo ci si affanna a capire come mantenere in piedi la ricerca scientifica per il PIL delle nazioni, qui da noi si discute di come erodere il già poco PIL che si produce per distribuirlo nientemeno che alla CULTURA, che per Napolitano sarebbe poi Kultur cioè sapere che crea identità e memoria...il che lo capiamo bene, vivendo lui in un museo per il quale tutti gli italiani pagano il biglietto, anche se lo può visitare solo una persona ogni 7 anni.

E così l'Obama de noartri, che ai tempi dell'invasione sovietica dell'Ungheria, era già una felice e lungimirante promessa della nostra generosa storia politica nazionale (applaudendo i sovietici) adesso è qui a commentare con la bonarietà di un Babbo Natale la cronaca spicciola, sempre tra il garrire di enormi tricolori e l'eco di aggettivi che usa ormai solo lui.

Il nostro solleva alti lai contro i tagli alla cultura e premia, come rappresentante della stessa, Matteo Garrone, regista del film Gomorra. Repubblica, che ormai ha la credibilità dei tazebao appesi nei muri di Roma, non ci dice nulla di come la Napoli di Gomorra sia stata l'incubatrice politica dove Napolitano ha mosso e muove tutt'ora i suoi pesanti passi....piuttosto è tutto un fiorire di battutine e gag che dimostrano la commossa e partecipata e sentita vicinanza del Presidente alla cultura.

Ma la mia domanda è questa: se la presidenza della repubblica ha un ruolo, diciamo così, di serena celebrazione delle istituzioni, convinta di risolvere i problemi stando a sentire una trafila di storie comuni facendoci poi il tema dopo le vacanze, perchè non vendiamo il quirinale compriamo una slitta, 4 renne e mandiamo il presidente in giro, a dare buffetti ai buffoni?

Dico. Quanti consiglieri, cavalieri, granducati, cavalierati, dame e insigniti onore(de)ficienti attorniano i presidenti della Repubblica? Ebbe, dopo tutto questo scialo, l'unica cosa che il Presidente della Repubblica produce è quest'aria fritta che neanche mio nonno si sognerebbe di proferire? Ma non ce li ha gli studiosi che lo consigliano? E lui non potrebbe dare un indirizzo più marcato, dicendo quello che pensa? Oppure la sua opinione e sempre la media fra quanto detto da destra e sinistra?

 

Segnalo un'elaborazione del Gruppo di Genetica Molecolare del Dipartimento di Biologia dell’ Università di Roma “Tor Vergata” che ha svolto una serie di studi relativi alla valutazione del sistema universitario, pubblicata su pubblico ergo sum. Sono interessanti i risultati  in cui i risultati del CIVR sono confrontati con analoghe analisi effettuate usando Google Scholar, ottenendo una eccellente correlazione (ad un costo enormemente inferiore!).

Aggiungo che ritengo che Google Scholar sia in realta' piu' attendibile del CIVR, perche' (con approssimazione) cattura la produzione scientifica totale e non una piccola selezione che nel caso del CIVR e' stata effettuata con criteri disomogenei dai singoli Atenei, anche perche' in assenza di criteri chiari e trasparenti su come i titoli sarebbero stati valutati.

 

Domanda per gli addetti ai lavori:

Quanto sono affidabili i software come Google Scholar, Publish or Perish ed altri nell'evitare double counting nel caso di pubblicazioni piu' o meno identiche? Il problema mi sembra rilevante, soprattutto (ma non solo!) quando si includono nella lista i working paper (anche quelli "di alto profilo" tipo CEPR o NBER per intenderci, non solo quelli di dipartimento) e non ci si limita a giornali veri e propri con peer review.

 

Non sono un esperto della materia, ma mi sembra che contando le citazioni, le pubblicazioni identiche sono fortemente soppresse.  Se devo citare qualcosa, cito solo una delle possibilmente molteplici pubblicazioni equivalenti. Una correzione necessaria per evitare distorsioni e' comunque quella delle auto-citazioni, i lavori sul ranking che ho sbirciato la considerano esplicitamente.

 

Luigi, IF o H number sono un po' come il numero di gol in serie A. Per vincere il pallone d'oro fa una grossa differenza avere uno score di 40 o di 2 gol. Ma tra 40 e 35 c'e' ben poca differenza. Per questo il margine d'errore che deriva dal numerino non e' poi cosi' importante. Nessuno e' stato o sara' mai assunto o pagato soltanto sulla base di un numero messo vicino al curriculum. 

Per uno del campo che deve confrontare due persone che hanno gia' un buon numero di pubblicazioni (diciamo >10) basta scorrere il cv velocmente per capire se i due giocano nella stessa league o no, senza bisogno di conoscere nessun numero. Il numero serve soltanto nel momento in cui devi tirare le somme e non hai il tempo o le conoscenze di guardare il lavoro del singolo (come nel lavoro del CIVR o in quello citato oggi da Alberto).

L'italia vive in un mondo tutto suo: se dovessimo mai iniziare a parlare di finanziamenti basati su IF salteranno su le voci di quelli che dicono che non e' giusto dare a chi ha 15.3 di piu' piu' che non a chi ha 15.2; tutto questo mentre Brunetta e' candidato al nobel, la carfagna ministra e lapo guida la fiat.

 

Non ti seguo piu' di tanto.

Se due "giocano nella stessa league" ma puoi dare l'aumento/promuovere solo uno di questi cosa fai?  Guardi al numerino, decimali compresi? Lo calcoli tu o lo fai calcolare dal programma? Se lo fai calcolare dal programma: quanto e' "robusto" questo calcolo? Per esempio: il sistema filtra eventuali pubblicazioni multiple?

La frase "Nessuno e' stato o sara' mai assunto o pagato soltanto sulla base di un numero messo vicino al curriculum" promette bene ma spiega poco! :)

Infine:  sono discorsi / curiosita' abbastanza astratte le mie, certo non voglio mettermi a parlare della situazione italiana.

Grazie

 

Se due "giocano nella stessa league" ma puoi dare l'aumento/promuovere
solo uno di questi cosa fai?  Guardi al numerino, decimali compresi? Lo
calcoli tu o lo fai calcolare dal programma? Se lo fai calcolare dal
programma: quanto e' "robusto" questo calcolo? Per esempio: il sistema
filtra eventuali pubblicazioni multiple?

Eh, sono stato un po' troppo criptico. Il punto e' che il numerino non ti permette di farti un giudizio sulla persona perche' il margine di errore e' molto alto, per motivi anche ben piu' radicati di quelli che osservi tu. Ti faccio un esempio: il H number calcolato con i sistemi tradizionali prende in considerazione tutti gli articoli che portano il nome di un autore e da' loro lo stesso peso nel calcolo.

Questo nel campo medico e' semplicemente sbagliato perche' di solito il nome degli autori e' disposto in ordine di contributo. Tra cio' che ha fatto colui che figura come primo nome e cio' che ha fatto colui che figura come penultimo c'e' un abisso. In fisica e in matematica i nomi degli autori sono disposti in ordine alfabetico e quindi e' ancora piu' complicato identificare chi ha dato il contributo maggiore ad un lavoro. Per questo motivo, quando si tratta di assumere o pagare una persona il numero non viene mai preso in considerazione: semplicemente ti siedi li' e ti guardi cosa, come e quando ha pubblicato tizio, leggendoti i lavori sperabilmente. E poi ti fidi sulle lettere di referenza (che sono referenze vere, non referenze all'italiana). Questo e' quello che avviene regolarmente fuori dall'Italia al momento dell'assunzione, o quello che fanno i cossiddetti peer reviewers per i finanziamenti.

L'utilizzo del numerino in Italia servirebbe non a valutare il singolo individuo ma al limite il dipartimento o l'universita'. Sarebbe utile quando cioe' non hai il tempo materiale o le conoscenze per analizzare i singoli CV - anche perche' in quel caso il margine di errore diventa meno pesante.  

il numero non viene mai preso in considerazione

Rilancio, giusto per parlare.

Il mio coinquilino insegna ingegneria/scienza dei materiali fra UK (Imperial) e Australia. Domenica mattina chiaccherando davanti al caffe' ha ripetuto piu' volte frasi come "alla fine dell'anno io mi siedo davanti al capo del mio dipartimento e lui guarda l'impact factor". Seguivano aneddoti divertenti:

1) sullo stato della disciplina in Cina, dove pare che la concorrenza sfrenata ed un utilizzo scriteriato di criteri numerici stiano portando i ricercatori a "play the measure" nei modi piu' bizzarri e scorretti possibili.

2) sulle riviste, che spesso spingono,  in maniera piu' o meno palese e "corretta", ad inserire citazioni "gradite" prima della pubblicazione dei pezzi.

Insomma, a sentire lui nel suo campo "il numero" e' la prima cosa che si guarda, anche a livello "micro"...

L'h-index ed i suoi derivati (come il w-index o il g-index) valutano, per costruzione, le citazioni e non le pubblicazioni. Quindi un articolo con poche o nessuna citazione non conterà nulla e quindi mi sembra ragionevole sostenere che evitano il problema delle pubblicazioni doppione. Immagino che si possano presentare dei controesempi ma sarebbero casi patologici che, in una discussione generale come questa, interessano poco.

Detto questo gli indicatori bibliometrici hanno un sacco di problemi ma sono pur sempre meglio di nulla almeno per dare una valutazione grossolana (il mio h-index è 6, quello di P.W. Anderson è 40, direi che non ci vuole un gran genio a concludere che lui ha vinto il nobel mentre io faccio il post-doc).

Segnalo un appello per la raccolta di firme a favore della ricerca di base, elaborato principalmente da docenti di fisica. Si tratta di:

http://www.ricercadibase.it/

L'appello chiede di:

  1. ristabilire il finanziamento alla ricerca di base a livello adeguato, comparabile a quello dei nostri partner europei;
  2. premiare la competitività nella ricerca a livello internazionale;
  3. riformare i meccanismi di arruolamento, dando responsabiltà ai Dipartimenti e agganciando i finanziamenti ai risultati ottenuti nella RDB sulla base di una efficace valutazione;
  4. finanziare con borse di studio di durata e importo internazionalmente adeguati i corsi di laurea e di dottorato in ambito scientifico;
  5. evitare finanziamenti a pioggia, individuando un numero ristretto di sedi universitarie da coinvolgere nel progetto strategico e concentrando su di esse le risorse aggiuntive.

 

Fino a dieci anni fa il finanziamento pubblico della ricerca di base era diretto a fisica ed astrofisica per almeno i due terzi del totale. Non ho più voglia di fare questi conti, e di reperire i dati per farli. Mi piacerebbe sapere però se negli ultimi dieci anni il finanziamento globale di fisica ed astrofisica (compresa la pertecipazione a progetti ed istituzioni intrnazionali) è diminuito, (o piuttosto non è aumentato in proporzione al PIL). Sarebbe anche interessante capire gli effetti, sulla spesa pubblica per la fisica, dell'accorpamento dello INFM al CNR (la mia congettura è che abbia fatto aumentare le spese e diminuire l'efficacia degli interventi) e gli effetti della creazione dello IIT. Naturalmente c'è chi sostiene che lo IIT non si occupi di ricerca di base. Ma io non ne sono convinto, per lo meno per quanto riguarda la fisica della materia.

Ricordo di aver fornito macchinari alla missione italiana in Antartide nel lontano 1996. Vedo che stanno ancora facendo ricerche e non sono riuscito a connettermi al loro sito per vedere "cosa" stiano ricercando. La gente che sproloquia di come lo stato butti via soldi, che potrebbero essere investiti in cose più utili, senza essere informata non mi piace e non vorrei farne parte ma, in questo caso, la sensazione che sia così è piuttosto forte. Qualcuno conosce gli scopi di questa missione e saprebbe fugare questo mio dubbio ?

L'Italia ha una tradizione pluridecennale di ricerca in Antartide (e nell'Artico). Le missioni polari sono coordinate dal CNR e rientrano in un contesto di collaborazioni internazionali. Trovi gli scopi (ed il budget) della missione nel piano triennale 2008-2010 del Dipartimento Terra e Ambiente (vedi Progetto 2, pagine 41-43). Esiste una pagina sul sito CNR che descrive l'attivita` dei ricercatori in Antartide ed il sito ufficiale della base Concordia dove questa attivita` si svolge. Su quest'ultimo ci sono altri link che permettono di recuperare informazioni.

 

Per quello che ricordo - vado a memoria - uno degli scopi era valutare la quantità di elementi in funzione della profondità del ghiaccio. Per es., ricordo da una presentazione in un congresso, la correlazione fra esplosioni vulcaniche e quantità di certi elementi presenti nel ghiaccio. Ho un collega che partirà fra poco, se interessato provo a chiedere....

Grazie dell'interessamento, ma considera che il mio cinico scopo è solo quello di capire se la missione sia così fondamentale da giustificare gli investimenti appena elargiti o meno.

Nel primo link che mi ha fornito Marco Manzini sono elencati gli scopi della missione e devo dire che, anche sapendoli, non ho comunque la competenza per stabilire se sian soldi ben spesi o meno.

Diciamo che alla missione va di lusso che non sia io il responsabile dei finanziamenti ;-)

Da quello che si intuisce (non sono un conoscitore dello specifico delle ricerche), il rabbocco dei finanziamenti alla missione è stato "causato" dal dover mantenere degli impegni già sottoscritti con altri partner internazionali, in particolare la Francia, la qual cosa è ovviamente diventata un atout per quei ricercatori in questo momento di vacche magrissime.

Che il contesto politico-istituzionale (nel senso più ampio del concetto) sia rilevante per la ricerca, e segnatamente per scelte organizzative distanti e distinte dal contesto scientifico, lo sappiamo bene anche dalla vicenda-feuilleton sul taglio e accorpamento degli Enti: si legga e.g. questa bella nota informativa sulla soppressione dell'ISAE.

RR

Non ho idea di quanto si sia speso e si stia spendendo per la ricerca ai poli, ma l'impressione è che non sia una quantità esagerata. I colleghi di Torino si stanno occupando della ricerca in Artide (non Antartide, erano dei colleghi di Pisa che sono andati in Antartide...) con lo scopo di caratterizzazione il particolato atmosferico dal punto di vista chimico (ed in particolare rispetto al loro contenuto in metalli). Lo scopo di tutto ciò è di "individuare con i traccianti chimici giusti (inorganici ed organici) l'origine del particolato atmosferico in Artide e correlarlo con altre caratteristiche fisiche dello stesso che permettano alla fine di modellizzare le traiettorie percorse dal particolato atmosferico dall'Europa all'Artide" (parole di un collega).

Altri dettagli su questo sito: http://www.polarnet.cnr.it/ e anche qui

Non so dire quanto tutto ciò sia utile, o quali ricadute abbia, 1) perchè non me ne occupo, 2) perchè è difficile, se non impossibile, stabilire l'importanza di una ricerca prima di averne i risultati.

Mi son già reso conto di non aver la competenza per capire se la missione in Antartide sia "degna" dei finanziamenti che riceve. Quindi mi astengo dal giudizio. Però questa tua affermazione:

perchè è difficile, se non impossibile, stabilire l'importanza di una ricerca prima di averne i risultati.

non mi trova d'accordo: io parlo di stabilire l'importanza di una ricerca ai fini del budget che posso dedicargli, e questo non solo è possibile a prescindere dai risultati ma è assolutamente auspicabile. Le priorità di spesa sono a prescindere dai risultati. I risultati diranno se i soldi son stati spesi bene o male o se erano o meno sufficienti ma questo è un altro discorso.

Nella rapidità dello scrivere mi sono espresso male. Un conto è valutare a priori se una ricerca valga la pena o meno essere finanziata, quanto ci si debba impegnare in termini di budget etc..., e su questo non ci piove. Ciò che probabilmente non ho espresso bene era che a prescindere dal finanziamento iniziale non si sa mai quanto possa essere il ritorno, sia in termini economici che scientifico-tecnologici, proprio per la natura della ricerca stessa, intrinsecamente associata ad un fattore di rischio.

In conclusione mi pare concordare appieno :-)

a metà degli anni '60 nella Silicon Valley gli R&D destinavano il 90% del budget alla ricerca finalizzata a obiettivi prestabiliti e il 10% alla ricerca libera orientata a pensare e verificare idee nuove che se valide passavano alla ricerca finalizzata.

Sono certo che se noi oggi abbiamo un PC a meno di 1000 $ lo dobbiamo a questo 10%.

Mi sembra che, tutto sommato, le posizioni espresse (lallo, Corrado e la mia) non siano molto distanti l'una dall'altra. O mi sbaglio?

Io vedo una differenza "fine", che magari si può esprimere nella diversa percentuale di "soldi da buttare" in una ricerca ad alto rischio. Fondamentalmente è giusto investire in maniera ponderata. Ciò che uno stato DEVE fare, e che un privato non può permettersi, è destinare del budget a progetti ad alto rischio.

Ci sono un numero elevato di esempi in cui la caparbietà di un gruppo di ricerca ha portato, solo dopo anni e anni di studi apparentemente inutili, a risultati spettacolari (il Nobel della Chimica 2008 a Shimomura per la GFP - Green Fluorescent Protein -, è uno dei tanti esempi).

Mi sembra che, tutto sommato, le posizioni espresse (lallo, Corrado e la mia) non siano molto distanti l'una dall'altra.

La mia e la tua mi sembrano identiche. In fondo credo anche quella di Lallo, io capisco quello che vuole dire con il suo esempio, ma stiamo parlando di soldi pubblici e in tempi come questi con scarsità di fondi e emergenze in settori primari come la sanità ed il lavoro posso anche accettare/subire che quel 10% di "ricerca pura" non possiamo permettercelo più. E' triste dirlo ma, come nella vita privata, se hai debiti e le entrate non crescono a qualcosa devi rinunciare.

Qui si potrebbe discutere, in fin dei conti siamo noi a dare un valore alle cose, e dobbiamo decidere cosa e' meglio per noi ed i nostri figli: un nuovo stadio di calcio o nuovi strumenti/materiali per la ricerca? E' questione di politica, e di saper indirizzare su certe scelte...ma qui sconfiniamo nei sogni e nell'utopia...

Sono certo che se noi oggi abbiamo un PC a meno di 1000 $ lo dobbiamo a questo 10%.

Lo dobbiamo al fatto che molto di quello che c'è dentro si fa a Taiwan.

RR

ma il microprocessore non lo hanno concepito a Taiwan

Sì ma non era ricerca pubblica, si trattava di R&D pagata da Intel (e dalla Fairchild prima).

Tutti gli onori a Faggin, ma siamo un po' fuori tema :)

Non ho letto tutti commenti sull'articolo, ma vorrei fare una piccola considerazione. La produttività scientifica non ha un andamento lineare in funzione dei finanziamenti. Spesso serve una soglia minima per far partire qualcosa di significativo. Nella fattispecie, la produzione di articolo ad alto impact factor richiede sempre più strumentazione all'avanguardia, moderna, nuova e, ovviamente, costosissima. Ciò che voglio dire è che se uno ha a disposizione uno strumento "della madonna", costosissimo (milioni di euro), e che pochi al mondo hanno, è quasi garantita una pubblicazione di ottimo livello.

Chi invece deve giocare con quello che ha, spesso "rusca" di più e pubblica ad un livello più basso. Non necessariamente è sempre così, ma in campo scientifico si verifica sempre più.

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