La questione catalana - I

10 ottobre 2017 michele boldrin

Una valutazione politica della situazione immediatamente dopo il referendum. A seguire, in quattro capitoli, un'analisi più in profondità. Questo articolo e' apparso originariamente il 2/10/2017 su Linkiesta.

Da circa 30 anni spiego ai miei amici catalani che non condivido il loro progetto indipendentista: è miope e costoso allo stesso tempo, rischia di creare nuove barriere laddove si era riusciti ad abbatterne e crea incentivi per una dannosa chiusura dell’economia e della società catalane in una visione provinciale del mondo. Questo infatti sta già accadendo. Se vivessi in Catalogna avrei votato contro la proposta separatista perché non la condivido nella sua sostanza. Aver argomentato per anni sui media spagnoli questo punto di vista, suggerendo invece un processo di creazione d’una Spagna federale, mi è costato più di qualche amico, da un lato e dall’altro.

Nondimeno, mi trovo da giorni nella situazione, solo apparentemente contraddittoria, di dover difendere il diritto politico dei propugnatori del referendum secessionista a effettuarlo. Mentre trovo avventurista cercare la secessione sulla base di un ipotetico 51% (le secessioni si fanno, le rare volte che si fanno, quando la stragrande maggioranza della popolazione le vuole) credo prioritario condannare la scelta del governo centrale di impedire la consultazione utilizzando prima dei dubbiosi metodi legali e poi i metodi polizieschi che abbiamo visto ieri.

La questione catalana è complicata e vecchia assai, quindi vorrei focalizzarmi solo sugli eventi che hanno portato, durante gli ultimi 11 anni, alla situazione odierna. Se ne varrà la pena – tendo a ritenerlo un dibattito abbastanza privo di senso perché, come anche la storia europea recente ci ha insegnato, le secessioni acquisiscono la loro legittimità se e solo se la stragrande maggioranza di una popolazione vuole davvero creare uno stato indipendente – potremo porci in un altro momento la questione della legittimità storica e giuridica di una secessione catalana.

Cominciamo dalle ultime settimane, dunque, Il referendum è un atto politico che nasce in risposta a eventi che iniziano nel 2006 (discussi più avanti). Non aveva legittimità costituzionale per la semplice ragione che la costituzione spagnola non prevede la secessione: era una sfida politica, come lo sono le manifestazioni i comizi e quant’altro. E non implicava atti d’insubordinazione violenta ma, anzitutto e soprattutto, una conta fra i residenti in Catalogna. Perché delle due l’una: (i) se è vero quanto molti sostengono sulla base delle ultime elezioni (che l’indipendenza non ha il supporto della maggioranza dei catalani) questo fatto sarebbe uscito dalle urne ed il caso si sarebbe potuto archiviare con una seria sconfitta dell’indipendentismo; (ii) se è vero l’opposto avremmo finalmente compreso quanto forte è il sentimento indipendentista in Catalogna ed il parlamento spagnolo, prima ancora che il governo, avrebbe avuto maniera di affrontare nuovamente ed in modo trasparente un problema politico che, in questo caso, non si sarebbe di certo potuto eliminare con la Guardia Civil che occupa Barcellona.

Oggi, a causa dell'ottusa reazione autoritaria del governo spagnolo, non abbiamo né la prima né la seconda soluzione, ma solo tensione, incertezza, conflitto aperto e potenzialmente violento: un disastro. Tutto vero, diranno molti difensori nostrani della sacralità della costituzione spagnola (quasi sempre gli stessi che, ogni due per tre, dichiarano invece sacrosanto gettare alle ortiche la nostrana a colpi di maggioranza semplice …) ma la “colpa” è dei “catalani” che hanno voluto a tutti i costi un referendum che sapevano essere “illegale”. Vero, ma la ley del referendum de autodeterminación de Catalunya non è un fulmine a ciel sereno bensì il frutto di uno scontro politico iniziato dal PP, e da Mariano Rajoy in primis, 11 anni fa.

Il lettore curioso potrà trovare qui, per esempio, i dettagli della vicenda che riassumo brevemente. Nel 2006 il governo Zapatero raggiunge un accordo con il governo della Catalogna – del quale, al tempo, non fa parte CiU, il partito di maggioranza relativa che guida oggi il governo catalano indipendentista – sul testo di uno Estatuto Autonómico che diventerà poi il modello di quasi tutti gli statuti delle altre regioni (autonomias) spagnole. Tale processo di riforma autonómica porterà nel 2009 ad una riforma (decisamente positiva e orientata in senso federalista, anche se ancora incompleta) del finanziamento regionale, la quale costituisce ancora oggi la base delle relazioni fiscali ed economiche fra il governo centrale spagnolo e quelli regionali. Tale statuto viene approvato dal parlamento spagnolo (189 a 154) e da quello catalano (con quasi il 90% dei voti a favore). Riceve anche conferma referendaria (2/3 circa) in Catalogna.

Credo pochi dubitino che, se quello statuto si fosse mantenuto ed il patto politico di unità nazionale ad esso sottostante rispettato, non vi sarebbe stato alcun empujon indipendentista e gli eventi di queste settimane si sarebbero evitati. Anzi, mi piace pensare – non senza fondamento – che lungo quella strada la Spagna avrebbe potuto dare all’Europa (ed all’Italia) l’esempio di come un “federalismo a velocità diverse” si possa generare anche in un paese in cui, storicamente, le differenze e le divisioni regionali hanno causato tensioni ed anche tragedie.

Così non avvenne. Attraverso una serie di manovre sia giudiziarie – ricorsi e pressioni politiche sul Tribunale Costituzionale – che politiche, il PP condusse una battaglia a tutto campo che portó, nel 2010, ad un completo stravolgimento dello statuto in questione da parte della Corte Costituzionale spagnola. Il progetto indipendentista nasce allora, come reazione a questa rottura dei patti politici del 2006 ed arriva, con svariate tappe che il lettore interessato puó trovare per esempio qui, all’indizione del referendum represso ieri.

Tutto questo “legittima legalmente” la scelta indipendentista catalana? A mio avviso no ma, io credo più rilevante, nemmeno la rende politicamente insensata anzi, ne costituisce la ragione politicamente fondante. Perché, oggi come nel 1934 e poi di nuovo negli anni di scrittura della costituzione post-franchista e negli eventi successivi che ho solo brevemente riassunto, il problema catalano – come sottolineava Ortega y Gasset già nel 1932 – è un problema politico, culturale e sociale che entrambe le parti devono “sopportare” ed affrontare politicamente nel suo continuo evolversi storico. Anche con i referendum “illegittimi” e con la battaglia politica e culturale contro i medesimi ma mai, assolutamente mai, con la repressione delle forze di polizia e dell’esercito.

Questo perché – a fronte di differenze economiche, sociali e culturali, con radici storiche profonde, fra la maggioranza dei cittadini ed una vasta minoranza dei medesimi – il mantenimento e l’ampliamento delle libertà individuali e collettive e dell’unità della nazione è possibile solo attraverso l’azione politica. L’azione militare porta solo, prima o poi, al disastro ed è compito di chi governa e controlla il potere militare esserne cosciente e responsabile. In questo frangente il governo spagnolo ha mancato proprio a questo primo, fondamentale, dovere di ogni buon governante. Ed ha fatto danno alla Spagna; infatti, all’Europa tutta.

A volte, in nome della libertà, bisogna stare dalla parte di chi, sbagliando, perde. 

P.S. Pubblico questo su nFA otto giorni dopo, mentre Puigdemont tiene tutti con il fiato sospeso rinviando di un'altra ora la sua "comparencia" davanti al Parlament ... Comunque vada e che scelga o meno per la DUI, mi sembra palese che per il momento l'indipendenza catalana nella forma immaginata dall'attuale governo catalano non si fara'. Ed e' anche un bene, per la Catalogna stessa. Quello che e' un male e' la maniera in cui ci si arriva, che non risolve il problema e riafferma sia principi che metodi di governo che io considero deleteri in generale ed all'Unione Europea in particolare. Ma questo, spero risulti maggiormente chiaro nell'ultimo (il quinto) di questa sequenza di articoli. Quello che non ho ancora scritto ...


1 commento (espandi tutti)

Sono d'accordo con il Prof. Boldrin sulle considerazioni generali, quali l'opportunità o meno di una Catalogna indipendente e sul fatto che una questione così non possa essere decisa col 51%.

Sono meno d'accordo sulla ricostruzione (interpretazione) degli eventi. Che non iniziano nel 2006, ma qualche anno prima, quando fu deciso di accordare alla Catalogna uno statuto incostituzionale.

Questa affermazione

Attraverso una serie di manovre sia giudiziarie – ricorsi e pressioni politiche sul Tribunale Costituzionale – che politiche, il PP condusse una battaglia a tutto campo che portó, nel 2010, ad un completo stravolgimento dello statuto in questione da parte della Corte Costituzionale spagnola

lascia intendere che quei giudici non votarono secondo convinzione, ma secondo indicazioni di partito.

È possibile, ma va detto che in una votazione (la corte decise di scorporare le questioni di costituzionalità di vari pezzi dello statuto) la maggioranza fu di 6-4, ma nelle altre fu di 8-2. Va poi detto che la corte ritenne incostituzionale solo una parte di quanto chiedevano i ricorrenti. E infine va detto che la sentenza viene ritenuta in Spagna politicamente inopportuna da alcuni, ma non giuridicamente scandalosa: i testi della costituzione spagnola, dello statuto catalano (nonché della prima versione votata dal parlamento catalano) e delle modifiche apportate dalla corte costituzionale sono facilmente reperibili in rete, per chi volesse farsi un'idea.

Detto questo, parlare di "ottusa reazione autoritaria del governo spagnolo" non è altresì condivisibile. Infatti, verso il 7 settembre il parlamento catalano approvò due leggi: quella citata sul referendum e quella sul trasferimento della sovranità alla Catalogna (nel caso di vittoria del sì). A quel punto, il governo Rajoy aveva davanti a sé due possibilità:

A. non fare niente e lasciar celebrare il referendum, ed eventualmente ciò che ne sarebbe conseguito;

B. ricorrere alla corte costituzionale contro le due leggi.

Avendo scelto l'opzione B, ed avendo la corte costituzionale dichiarato entrambe le leggi incostituzionali, ciò che è avvenuto è che privati cittadini hanno presentato denunce penali contro l'operato del governo catalano, in base alle quali la magistratura si è attivata dando ordine alla polizia di perquisirne gli uffici, di sequestrare le urne, di smantellare i seggi, e quant'altro.

Il governo Rajoy in questa "ottusa reazione autoritaria" non c'entra niente: si è limitato a mettere la polizia a disposizione dell'autorità giudiziaria, quale suo dovere costituzionale. Chi non l'ha fatto (il capo della polizia locale catalana) si trova oggi sotto inchiesta penale.

Avrebbe potuto il governo Rajoy scegliere l'opzione A, come suggerisce il Prof. Boldrin? Sì, ma bisogna avere chiare le conseguenze di una simile scelta:

1. Il referendum si sarebbe celebrato nella piena legalità, senza che nessuno (magistratura o governo) potesse impedirlo.

2. Il governo non avrebbe potuto sostenere che quel referendum era illegale e/o incostituzionale: rigore è quando arbitro fischia, diceva il famoso allenatore di calcio.

3. In caso di vittoria dei sì, sarebbe stato politicamente difficile per il governo non tenerne conto. Si immagini che il sì avesse vinto con una risicata maggioranza: con quali argomenti negare l'indipendenza ai vincitori dopo che gli si è concesso di tenere il referendum per dirimere la questione?

4. Ma soprattutto, in caso di vittoria del sì, sarebbe entrata in vigore la legge successiva, quella del trasferimento dei poteri al governo Catalano, cioè l'indipendenza sarebbe avvenuta nella piena legalità! A quel punto, il governo Rajoy avrebbe solo potuto fare un ricorso un po' tardivo alla corte costituzionale, ovvero ripegare sul punto A. E a quel punto il governo catalano non avrebbe sospeso la dichiarazione d'indipendenza, come invece ha dovuto fare.

5. E anche se avesse vinto il no, sarebbe passato il principio che i Catalani avevano il diritto di decidere se diventare indipendenti con un referendum, cioè in ipotesi col solo 51%. E, come in Scozia, presto qualcuno avrebbe richiesto un secondo referendum o un nuovo statuto...

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