La responsabilità sociale dell'impresa: un dialogo

In questo post, che segue all'introduzione di Francesca e Sonia, dialoghiamo per approfondire il concetto di responsabilità sociale e le sue implicazioni.

Andrea Moro: l’introduzione di meccanismi decentrati di certificazione di pratiche cosiddette “socialmente responsabili” mi pare buona cosa in un mondo in cui il cittadino-consumatore ha a cuore queste problematiche. Serve a risolvere potenziali problemi informativi e ad aiutare consumatori e lavoratori a compiere scelte informate.

Sulla sostanza delle posizioni illustrate, forse è perché fra Freeman e Friedman ci sono solo 2 lettere di differenza, ma non vedo grossi contrasti. Ho l'impressione che il primo sembri fare un processo alle intenzioni ad alcune imprese per le modalità di remunerazione dei dipendenti e degli azionisti da esse scelte, e sulle scelte di impiego della remunerazione del capitale proprio. Faccio un semplice esempio: un’imprenditore di una azienda di successo della mia provincia di origine era famoso per offrire ai propri dipendenti vari benefits, fra i quali una settimana bianca aziendale durante la quale i dipendenti potevano recarsi assieme a sciare e divertirsi in montagna. I dettagli non li conosco e non li ricordo, ma supponiamo che quanto ricordo sia corretto. Quando un mio parente, dipendente della ditta, mi raccontò questo aneddoto non riuscii a fare meno di pensare a cosa avrei fatto della settimana bianca io che non so sciare. Di esempi così se ne possono trovare a bizzeffe: Google offre nelle sue mense alta cucina francese (senza chiedersi cosa ne pensano i dipendenti che preferiscono un panino veloce), Vanderbilt permetterà a mia figlia (se sarò ancora suo dipendente quando andrà all'università) di frequentare qualsiasi ateneo rimborsandoci il 70% della tuition (senza che ai colleghi senza figli venga corrisposto alcun beneficio equivalente), e così via. Il concetto è chiaro: la compensazione del lavoro si effettua su svariate dimensioni: retribuzione monetaria, giorni di vacanza, qualità dell’ambiente di lavoro, cestone natalizio, e così via. Gli ammontari risultano dalla contrattazione fra datore e lavoratori o loro rappresentanti. Mi chiedo, dunque, quale sia la differenza fra un’azienda che sceglie di pagare meno ma offrire condizioni migliori, e un’azienda che sceglie il contrario.

Francesca Barigozzi e Sonia Milanesi: esistono diverse forme non monetarie di compensazione che possono affiancare quelle monetarie.  Ma tu stesso esprimi perplessità sul fatto che tutti i dipendenti possano davvero apprezzare la settimana bianca oppure il cibo francese. Invece immagino che lo sci e il cibo francese piacciano molto ai proprietari o ai manager delle imprese che citi e che questi ultimi non abbiano necessariamente avviato una trattativa con i rappresentanti dei loro dipendenti per vedere quanti tra questi erano contenti di questo benefit o avrebbero preferito ricevere il corrispettivo in denaro (forse il cugino del proprietario possiede un albergo in Val Gardena e gli offre condizioni di favore, oppure un caro amico ha appena finito un corso di specializzazione in nouvelle cuisine…). Una cosa è offrire benefit di questo tipo, altra cosa è avviare un processo di consultazione aziendale per concordare insieme ai dipendenti azioni condivise che migliorino la loro qualità della vita, come orari flessibili adatti alle esigenze famigliari.

Freeman con il suo approccio multistakeholder, indica che un'impresa deve avere un'attenzione particolare non solo nei confronti dei propri azionisti, ma nei confronti dei cosiddetti “portatori di interesse”. In questo senso, l'impresa deve dimostrare di avere la sensibilità di venire incontro alle esigenze espresse dai propri stakeholders e di tenerne conto nella formulazione stessa dei propri piani aziendali. L'azienda, secondo l'approccio multistakeholder, non dev'essere solo una “macchina da soldi”, ma deve integrarsi nella maniera più armonica possibile nell'ambiente sociale e naturale che la circonda.

Friedman nel suo libro “Capitalism and Freedom” esprimeva la sua preoccupazione: “pochi altri trend hanno il potenziale di minare la base della nostra libera società come l'assunzione da parte di imprenditori e managers di responsabilità sociali altre da quelle di realizzare più profitti possibili per i loro stockholders”. Invece, i promotori della responsabilità sociale di impresa ritengono che quest’ultima può essere considerata proprio una pratica strategica per massimizzare i profitti dell'impresa. Lo stesso Freeman ha intitolato il suo libro “Strategic Management: A Stakeholder Approach”. Infatti, è convinzione di Freeman che il rispondere, l'includere ed il venire incontro agli stimoli provenienti dai propri stakeholders risulti essere conveniente per l'impresa e per i suoi shareholder stessi.

Alla luce di ciò, l'osservazione che le pratiche di responsabilità sociale nei confronti dei dipendenti risultano essere nient'altro che una modalità non monetaria di retribuzione del dipendente è giusta, ma ciò che è importante è verificare che l'approccio multistakeholder sia correttamente interpretato ed attivato. L'approccio multistakeholder di Freeman suggerisce al management di prendere in seria considerazione quali azioni potrebbero essere intraprese per migliorare la qualità della vita del dipendente. Se questo viene svolto in maniera seria e corretta, con interviste aziendali o, in ogni caso con una modalità più inclusiva possibile, l'azienda raggiunge un duplice obiettivo: avere dipendenti più contenti e motivati e migliorare la propria performance. Per ciò che riguarda la correlazione tra pratiche di responsabilità nei confronti di dipendenti e miglioramento della performance aziendale, solitamente vengono individuati due canali di connessione:

  1. queste pratiche possono essere un modo per attirare i migliori talenti nell'impresa, dunque esse possono essere considerate una pratica di “signaling”. All'ultimo career-day dell'Università di Bologna, giornata dedicata all'incontro tra laureandi e imprese, alcune tra le più grandi aziende hanno basato la loro presentazione sulla CSR nei confronti del dipendente. Elica ha fatto la rassegna dei premi vinti come “best place to work” mentre Domopack ha mostrato le fotografie della festa organizzata per i propri dipendenti che avevano raggiunto i vent'anni di servizio. Ely Lilly ha incaricato della propria presentazione una manager che ha minuziosamente spiegato in che modo l'azienda le ha permesso di conciliare serenamente il proprio ruolo di madre, moglie e manager.
  2. esse sono un modo per avere una buona immagine all'esterno, al pari di politiche ambientali d'impresa o dell'apertura di linee biologiche o equo-solidali tra le proprie linee di produzione.

Per riassumere: Friedman sostiene che  il massimo benessere sociale si auto-realizza nel momento in cui le imprese si concentrano sulla massimizzazione dei loro profitti, garantendo in questo modo l'ottimale funzionamento del mercato e dell'azione della “mano invisibile” e che dunque le imprese non debbano occuparsi di altro che del raggiungimento di questo obiettivo. Freeman ritiene che se l'impresa adotta un approccio più inclusivo, ascoltando e prestando attenzione alle esigenze di consumatori, dipendenti e della società in genere, assumendosi dunque le sue responsabilità sociali, questo distoglie solo apparentemente l'impresa dai suoi obiettivi di massimizzazione del profitto e risulta, nel lungo periodo, in un miglioramento delle performance d'impresa.

Andrea Moro: continuo a non vedere le differenze fra i pensieri di Friedman e Freeman: se Freeman sostiene che certe pratiche, che chiamiamo per sempliticà CSR, massimizzano il profitto, allora non c’è alcuna differenza. Sta semplicemente dicendo alle imprese “guardate che ai lavoratori interessa lavorare in un ambiente sano, e che questo aumenta la produttività”. Se così è, come si fa a non essere d’accordo? In altre parole, sia Freeman che Friedman sono d’accordo che le imprese debbano massimizzare i profitti, e che nel facendolo si raggiunge l’ottimo (Paretiano, per lo meno). Freeman sa anche, o sostiene di sapere, come si gestisce un'impresa e offre quelche indicazioni ai suoi lettori-imprenditori. Ma io credo ci sia qualcosa di più, e cioé che per Freeman pratiche CSR siano auspicabili più che ottimali. Occorre allora chiedersi da quale punto di vista siano auspicabili. 

Consideriamo un esempio concreto. Un recente articolo sul New York Times spiegava perché la Apple non produce iphones in America. Un dirigente raccontava che, a seguito di una decisione dell’ultimo minuto, la fabbrica cinese dovette riorganizzare la produzione degli schermi. Svegliarono 8000 lavoratori, gli diedero la colazione, e li misero a lavorare a turni di 12 ore, ed entro tre giorni ricominciarono a produrre 10mila iphones al giorno. “La velocità e la flessibilità  [con cui operano i  cinesi] fanno togliere il respiro”, disse il dirigente. “Nessuna fabbrica americana può operare in modo simile”. È socialmente responsabile far dormire i dipendenti in dormitori, svegliarli senza preavviso, e farli lavorare a turni di 12 ore? Diciamo di no. Questo mi dice che, almeno per la Apple, un comportamento socialmente IRresponsabile è redditizio, mi rifiuto di pensare di aver maggiore acume industriale e senso degli affari di Steve Jobs.

Dall’esempio si impara anche che la società americana non accetta più certe condizioni di lavoro, quella cinese sì. È socialmente responsabile decidere di non produrre in cina per questi motivi? Non ne sono tanto sicuro. Come avete scritto, la CRS è un “bene normale”: la domanda cresce con il reddito. In sostanza, gli americani si “comprano” le condizioni di lavoro migliori perché, essendo più produttivi, possono permettersele. I cinesi, per ora, non possono. Piuttosto della fame di trent’anni fa, scelgono di produrre a condizioni disagiate, così come fecero gli Italiani 60 anni fa, e gli americani 100 anni fa. Al crescere del reddito, rivendicheranno condizioni migliori, come sta gia accadendo. La cosa può piacere o meno, ma non vedo come si possano rendere i cinesi produttivi come i tedeschi senza uno sviluppo tecnologico, sociale e normativo che ha richiesto decenni per essere compiuto da tutti i paesi avanzati. Io temo che i diritti civili ed umani rivendicati per i lavoratori cinesi costerebbero, se imposti dai consumatori occidentali, un percorso più lento verso lo sviluppo di quelle popolazioni, a vantaggio della nostra coscienza.

Francesca Barigozzi e Sonia Milanesi. Due precisazioni sono necessarie. In primo luogo, la produttività dei lavoratori non sempre aumenta in proporzione alle ore lavorative. Per certi tipi di mansioni, nello specifico per le mansioni meno routinarie, le azioni di responsabilità sociale d'impresa possono risultare un mezzo efficace per stimolare la produttività dei lavoratori. Inoltre, come già sottolineato nell’articolo, la CSR può aiutare le imprese a reclutare lavoratori più motivati (che spesso hanno una produttività maggiore).

In secondo luogo, è chiaro che le aziende che decidono di delocalizzare le proprie attività in un paese in via di sviluppo sono spesso interessate a ridurre i costi del personale, per lo meno per ciò che riguarda le attività più routinarie. Come nell'esempio citato da Andrea, ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo viene spesso proposto un orario di lavoro più consistente a fronte di retribuzioni più basse rispetto a ciò che avviene nei “paesi sviluppati” dove le aziende in oggetto spesso hanno i propri head-quarters. È altrettanto chiaro che la delocalizzazione delle attività produttive in paesi in via di sviluppo costituisce un'importante motore di sviluppo per i paesi “ospitanti”.

Tuttavia, le imprese che delocalizzano le proprie attività produttive in paesi in via di sviluppo possono decidere di sfruttare questi vantaggi comparati senza sfociare in episodi di sfruttamento dei lavoratori. In questo senso, alcune grandi multinazionali che operano in paesi in via di sviluppo basano la loro strategia di vendita almeno in parte sul fatto di garantire alle popolazioni dei paesi ospitanti condizioni di vita dignitose ed un aumento della qualità della vita. Gli esempi variano da multinazionali quali Nike e Nestle che hanno recentemente aggiunto ai propri obiettivi strategici il miglioramento delle condizioni lavorative dei propri operai e lo sviluppo comunitario (www.nikeresponsibility.com; www.nestleprofessionals.com) fino alle aziende che hanno introdotto tra le proprie linee di produzione prodotti equo e solidali come Starbucks, Cadbury e Nestle. Ciò mostra che alcune imprese, pur avendo delocalizzato la produzione, hanno trovato profittevole rispondere all’interesse per la CSR dei loro (potenziali) consumatori.

Andrea Moro: non sono sicuro che queste imprese abbiano scelto liberamente di operare responsabilmente. Mi pare sia ampiamente documentato che questo sia stato fatto sotto pressione dei propri clienti, organizzati sotto vari gruppi di pressione. Certo, sarebbe meno profittevole per loro fare altrimenti, perché perderebbero una fetta di clientela, sensibile a questi temi. Faccio solo notare che in questo caso i clienti occidentali, non quelli dei paesi in via di sviluppo, hanno deciso quale sia una condizione lavorativa accettabile per i produttori dei beni da loro consumati. Che questo sia nell'interesse dei lavoratori nei paesi in via di sviluppo è tutto da dimostrare. 

C’è poi un’altra questione. Anche se i CSR non sono ottimali per l’azienda, potrebbero esserlo collettivamente. È, questo, un secondo motivo per auspicare un qualche intervento (normativo, o di pressione psicologica), in quella direzione. In generale sono restio a concedere l’intervento normativo a meno che esista un’esternalità chiaramente individuabile. L’esempio dei cibi biologici rivela una possibile china scivolosa: è noto che non esiste nessuna connessione dimostrata scientificamente fra cibo biologico e qualità gastro-sanitaria dello stesso. Certo, un sacco di gente compra cibo biologico, io fra questi. Ma perché auspicare che le aziende debbano orientarsi verso cibi biologici? A me verrebbe da dire, lasciamo libertà ad aziende e lavoratori di scegliere le condizioni di lavoro e salariali che ritengono opportuni. Se un’azienda vuole concedere particolari condizioni ambientali, attirerà lavoratori sensibili a questi fattori, che saranno disposti a riceverle in cambio di un corrispettivo inferiore rispetto a lavoratori meno sensibili. Questi ultimi verranno attratti da aziende che non li offrono, in cambio di una maggiore ricompensa. Che c’è di male in tutto questo?

Francesca Barigozzi e Sonia Milanesi: Innanzitutto, quando si parla di CSR si intende un'insieme di azioni intraprese volontariamente dalle imprese, senza alcun intervento normativo da parte delle istituzioni. Nel nostro articolo, facciamo riferimento ad un interessamento da parte di istituzioni nazionali e sovrannazionali per quanto riguarda le tematiche di responsabilità sociale d'impresa, nel senso che queste istituzioni incoraggiano l'adozione spontanea di queste pratiche.

L'osservazione che sia efficiente lasciare liberamente scegliere i consumatori e i lavoratori se preferire aziende socialmente responsabili o aziende che non applicano pratiche di responsabilità sociale d'impresa è supportata dalla teoria economica. Per esempio Besley e Ghatak (2005, AER) mostrano che il matching spontaneo tra lavoratori e imprese che condividono la stessa “mission” aumenta il benessere sociale perché permette di risolvere in modo più efficiente il problema del moral-hazard.

Come Andrea scrive, le istituzioni auspicano e tentano di incoraggiare l'adozione di pratiche di responsabilità sociale d'impresa anche perchè spesso esse rappresentano una soluzione, decentralizzata al mercato, di alcuni problemi dovuti alla presenza di esternalità negative (ambientali e sociali) chiaramente individuabili.

Seconda parte, a seguito dell'introduzione di Francesca e Sonia.  

77 commenti (espandi tutti)

L'interpretazione di Moro, circa le differenze tra Freeman e Friedman, appare molto interessante, e alla fine appare essere il perno centrale dell'intera questione delle CSR.

Non capisco a proposito se il duo Barigozzi/Milanesi ritiene invece che le pratiche di CSR possano/debbano essere realizzate anche a discapito del valore per gli shareholders e della massimizzazione del profitto (ovviamente nel lungo periodo)

In sostanza, le pratiche di CSR sono finalizzate all'interesse (finale,indiretto,rimandato o che dir si voglia) delle imprese, o nell'esclusivo interesse degli stakeholders?

 

Edoardo

Non conosco la risposta di Barigozzi/Milanesi ma conosco la risposta che mi sono dato io discutendone con esperti.

La massimizzazione del profitto resta la missione principale dell'azienda. Due dei punti fermi che si pongono sono generalmente che non si fa CSR quando si è obbligati da una legge ne si fa CSR quando si dona parte dei propri profitti (si chiama beneficienza!).

Vedo che in questa discussione mancano alcuni concetti essenziali. Veniamo al concetto di massimizzazione del profitto. Cosa significa? Se Apple volesse massimizzare i profitti potrebbe smettere di produrre iPhone e mettersi a scommettere sul mercato dei derivati con leva altissima e fare un sacco di soldi (sto semplificando). Qual'è il problema di questo approccio? Prima di tutto Apple starebbe cambiando il proprio set "Vision-Mission-Strategy" che sono quello in cui gli Shareholders hanno investito. Il secondo problema è che Apple starebbe aumentando i profitti in cambio di un aumento del rischio. In generale quando si parla di massimizzazione dei profitti è necessario anche capire i rischi connessi alla massimizzazione dei profitti e di fatto si tratta di trovare un ottimo paretiano tra massimizzazione del profitto e minimizzazione del rischio.

In questo senso le pratiche di CSR si inseriscono nelle pratiche aziendali in quanto CSR produce una forma di "brand insurance" che i sostenitori delle pratiche di CSR sostengono ridurre i rischi.

Solo in questo senso si riesce a riconciliare correttamente Friedman e Freeman. Non nego gli effetti di CSR su altri elementi: l'idea di attrarre i migliori lavoratori con benefit vari è sicuramente un modo di massimizzare i profitti ma non si potrebbe dimostrare la differenza tra una società come Goldman Sachs che ha un pessimo record in fatto di CSR ma è altamente profittevole ed offre i migliori benefit ai propri dipendenti migliori per trattenerli (ed è una mossa di massimizzazione del profitto in perfetto stile Friedman).

non e' massimizzare i profitti tout court. E' massimizzarli producendo iphones, perche' questo sa fare, mentre non sa operare nel mercato dei derivati. Ora, se CSR faccia aumentare i profitti di Apple, io non ne ho idea. 

...quindi ad Apple domani si mettono a studiare derivati e dall'anno prossimo si lanciano in borsa.

Risposta forse un po' riduttiva anche perché io sollevavo due altri punti precisi su CSR che nei due articoli sono mancanti. Ovvero la necessità di fare strategic CSR (allineare le pratiche di CSR con Vision e Mission dell'azienda che con le core competencies non c'entrano nulla) ed il fatto che semplificare Friedman con la massimizzazione dei profitti senza considerare il profilo di rischio è appunto questo, una semplificazione. E con questa semplificazione si perde il secondo punto molto discusso su CSR che è la funzione di "brand insurance".

Poi posso capire che per questioni di spazio questi due aspetti piuttosto complessi non siano rientrati nell'articolo che mi pare più strutturato come introduzione al tema che come discussione tecnica di tutti gli aspetti. Per questo sarebbe bello vederne di successivi anche perché il dibattito sul tema in Italia mi sembra molto più indietro di quello che ho trovato in America.

 

Ciao

L.

Diamo per assodato che ad Apple vogliano fare ipods e non prodotti finanziari derivati per favore. Assumere che possano mettersi a fare dell'altro mi pare sposti la questione senza risolverla, quindi continuiamo a fargli fare ipods (qualcuno deve pur farli se sono cosi'utili).

Diamo anche per assodato che vogliano un certo profilo di profittabilita/rischio, visto che presumibilmente con o senza CSR possono comunque giostrarsi su quelle dimensioni in vari modi. 

Mi pare tu dica che adottare CSR faccia cambiare il rischio, cosa che non trovo difficile credere. Pero dubito che CSR sia  l'unica dimensione del panorama delle loro scelte che fa cambiare il rischio. Se cosi' fosse, e se CSR fa diminuire il rischio, possono ri-aumentarlo con altri tipi di scelte. A questo punto, non e' piu' cosi' ovvio che debbano usare CSR per realizzare la combinazione desiderata di profittabilita' / rischio.

Il punto e' che CSR implica altre cose, oltre che a rischio, altre cose che rientrano nel loro sistema preferenziale, e che vanno pesate con le altre dimensioni a loro "utili" (profittabilita', rischio, etc...). 

Stavo un po' forzando l'esempio di Apple e derivati. Però secondo me vanno osservate due cose.

La prima è che comunque la dimensione del profitto non sia l'unica con cui analizzare la strategia di impresa (entra il rischio, le scelte personali ed altro ancora).

La seconda, più importante, è che CSR c'entra in queste dimensioni multiple che l'articolo non ha ancora sfiorato, quindi rinnovo l'invito, se ve la sentite continuate sul tema.

 

P.s: non sono critiche, sono incoraggiamenti nel continuare così, NfA è uno dei pochi siti nella mia lingua natia dove si parla di economia in termini ne scontati ne banali e senza il tipico buonismo italiano.

Ricorda che gli shareholders sono i primi stakeholders dell'impresa. Inoltre solo l'ultima delle tre interpretazioni di CSR illustrate nell'articolo introduttivo non è compatibile con la massimizzazione del profitto.

Non bisognerebbe mai dimenticare che gli azionisti sono contemporaneamente anche cittadini.
Ed in quanto tali portatori di interessi più ampi che non la sola massimizzazione del profitto. Troppo spesso solo in una visione di breve termine, senza tener conto dei danni di più ungo periodo prodotti da politiche di bilancio tese solo alla remunerazione del capitale.

Giusto

andrea moro 19/6/2012 - 07:04

gli azionisti portatori di interessi piu' ampi investiranno in imprese con obiettivi simili, quelli con interessi piu' a corto raggio investiranno in altre imprese. Se questi ultimi creano esternalita' tali da creare un danno collettivo non e' detto che non si debba pensare a qualche intervento (pensiamo all'antitrust, al "too big to fail" etc...). Ma di qui a dire che la semplice massimizzazione del profitto e' un'esternalita' negativa da correggere ce ne vuole. 

Gentile Andrea, è naturale che il discorso da me solo accennato ha bisogno di uno sviluppo più ampio.
Io pensavo, ad esempio, a quelle società ad azionariato diffuso in cui i manager agiscono, in pratica, senza controlli e tendono a risultati immediati, con il mantra della "creazione di valore", perchè questo incide direttamente sui loro benefit o remunerazioni extra, senza una visione di medio periodo.
Inoltre la continua ricerca della massimizzazione del profitto fa perdere di vista l'impatto, sociale ambientale ecc., che la produzione ha sull'insieme dell'ambiente circostante.
(I casi della Eternit o Tissen possono essere iluminanti).

che l'azione delle imprese abbia un impatto quasi sempre negativo sull'ambiente. Se non potessero agire come devono, dovremmo allora tornare tutti alle caverne...

Limitare la ricerca della massimizzazione dei profitti, significherebbe diventare più poveri (o meno ricchi, se l'aggettivo poveri accentua il senso troppo negativamente).

E' naturale

savepan 20/6/2012 - 11:33

Gentile Sig. Grenti, in verità la mia riposta era indirizzata ad Andre Moro.
Ma tant'è.Forse la sua visione non considera che agire come devono comporta delle morti concrete e reali fra i lavoratori e la popolazione(negli esempi citati).
Se per lei questa è corretta libertà d'impresa, pensi a quello che potrebbe succedere ai suoi figli o ai suoi parenti più prossimi.
Ma si potrebbe anche citare un altro caso, del tutto diverso e attuale.
Quello di Fondiaria-Sai (ma se ne potrebbero fare cento altri) per verificare come viene salvaguardato l'interesse degli azionisti di minoranza ( i famosi shareholders)

No

Andrea Grenti 20/6/2012 - 12:23

perché in quei casi è stata riscontrata la truffa ai danni dei lavoratori, e quindi non potevano sapere della negligenza aziendale.
Le condizioni di lavoro devono essere dettate dal datore al lavoratore, in libera contrattazione senza leggi o contratti collettivi imposti dalle autorità o le lobby sindacali. Un datore di lavoro può anche generalmente tenere il posto di lavoro non in sicurezza, purché lo espliciti al momento dell'assunzione dei lavoratori o lo scriva sul contratto. Dopo sta al lavoratore accettare o meno l'offerta e le condizioni.

devono?

wmute 20/6/2012 - 18:54

devono in base a cosa? e la contrattazione individuale non ci deve essere neanche quella? e perché non dev'essere il lavoratore a offrire un contratto all'azienda? come fa l'azienda a offrirmi il contratto che gli massimizza il profitto (ottimale deve includere la mia probabilità di accettarlo o no) non sapendo che altre offerte ho in mano? e se il costo degli infortuni va a pesare sullo stato, non viene nè prezzato nè tassato, e risulta maggiore del risparmio in misure di sicurezza? etc etc...

mi piacerebbe vivere in un modello in cui si sommano equilibri parziali senza attriti, ma purtroppo sono capitato sulla terra.

non può porre condizioni a chi crea ricchezza. È libero di scegliere: o accetta o se ne va altrove. Ma nemmeno le imprese possono fare quello che vogliono: devono sottostare alle leggi del mercato. Se un gruppo di lavoratori o i sindacati cercano di imporre proprie condizioni alle imprese, è l'inizio di un circolo vizioso in cui il disincentivo di fare impresa diventerà sempre più forte, con le conseguenze che vediamo attualmente in Italia.

cartolina

wmute 20/6/2012 - 21:13

mi manderesti una cartolina dal tuo pianeta per piacere?

ipoteticamente laddove il mercato del lavoro non sia rigido come oggi, ma libero.

appunto

wmute 21/6/2012 - 00:01

Scrivimi una cartolina dal pianeta dove la tua congettura è vera. perché io tra i paesi "ricchi" e/o con produzioni ad alto valore aggiunto non ne vedo nessuno privo di legislazioni sulla sicurezza.

è una realtà in diversi paesi. Indipendentemente dalla legislazione, se il lavoratore accetta certe condizioni rischiose o difficili, perché impedirlo?

ripeto (ancora)

wmute 21/6/2012 - 18:50

Tu dimmi che paese ricco e/o con produzioni ad alto valore aggiunto *non* ha alcun regolamento (nazionale, locale, basato sulla contrattazione collettiva, quello che ti pare) sulla sicurezza sul posto di lavoro che vincola le negoziazioni tra privati. Sarei lietissimo di scoprirlo in quanto utile per esempi in classe e magari pure ricerca.

in diversi settori negli Usa, Singapore, Hong Kong, Danimarca, ecc.
Comunque non ho capito il tuo ragionamento: se una cosa non esiste per ragioni politiche allora non è valida da attuare?

quali casi?

wmute 21/6/2012 - 19:24

mi interessano in particolare DK e US. Il mio ragionamento è che quando non c'è un controfattuale, bisogna chiedersi perché e cercare di costruirselo con la teoria da primo capitolo non di solito l'idea migliore.

quali casi?

wmute 21/6/2012 - 19:26

mi interessano in particolare DK e US. Il mio ragionamento è che quando qualcosa non c'è, bisogna chiedersi perché e cercare di costruirsi un controfattuale con la teoria da primo capitolo non è di solito l'idea migliore.
QUESTO È IL COMMENTO GIUSTO, NO RIUSCIVO A EDITARE L'ALTRO.

la liberalizzazione del sistema monetario non c'è controprova, eppure sarebbe possibile ed è dimostrabile l'attuazione. Anche Friedman quando elaborò il voucher system oppure al tempo del protezionismo si parlava magari di liberalizzazione del commercio non c'era nessuna prova reale prima di allora, eppure è stato dimostrato che certe soluzioni sono possibili. Comunque su Dk e Usa mi serve un po' di tempo per cercare gli esempi giusti.

attendo e ammiro

wmute 21/6/2012 - 20:00

attendo i casi e ammiro la tua nonchalance nell'usare il verbo dimostrare. In ogni caso "dimostrare" che una soluzione sia possibile non significa dimostrare che sia ottimale.

Soltanto la realtà dei fatti ce lo potrà dire. In economia non si possono fare esperimenti in laboratorio, come per altre scienze.

mah veramante

wmute 21/6/2012 - 23:00

si fanno eccome gli esperimenti in economia: in laboratorio, sul campo, e coi controfattuali. In laboratorio non mi sembrano utili in questo caso. Se troviamo un paese senza safety regulations possiamo pensare di farli sul campo. I controfattuali sarebbe meglio farli, ripeto, andando oltre il primo capitolo del libro...

Non so

Andrea Grenti 22/6/2012 - 17:52

di quale libro parli, comunque. Non è mai conveniente fare troppe allusioni ed illazioni, se non si conosce l'interlocutore...

non ho trovato molto, sul sito dell'OCSE ci sono gli indici del mercato del lavoro se vuoi. Anche questi altrimenti, su flexicurity in particolare:

 

http://www.imf.org/external/pubs/ft/wp/2012/wp1264.pdf

 

http://www.agri-outlook.org/dataoecd/55/25/35558438.pdf

Nei papers che mi hai mandato non appare neppure la parola safety...

più rilevante

wmute 21/6/2012 - 23:21

http://www.econlib.org/library/Enc/JobSafety.html

(googlando "job safety", e scegliendo una fonte meno biased di OHSA)

come vedi non si discute *se* il mercato porti ad allocazioni efficienti o no, ma *come* farlo funzionare per andare più vicino all'efficienza (le opzioni discusse sono informazione, regolamentazione, cause e pagamenti compensativi, tasse, etc...). Apparentemente a nessuno viene in mente di *non* intervenire su questo "dettaglio".

Suggerirei

andrea moro 22/6/2012 - 07:33

ai contendenti di continuare la discussione off-line. Avrei dovuto dirlo due giorni fa, ma mi pareva scontato.

volentieri

wmute 22/6/2012 - 10:25

ma credo tu intenda privatamente, non offline. Andrea Grenti puoi mandarmi gli esempi, se mai ne troverai, in comunicazione privata.

Dovresti

Andrea Grenti 22/6/2012 - 17:49

gentilmente indicarmi un tuo indirizzo mail.

indirizzo

wmute 22/6/2012 - 19:51

non c'è l'opzione PM!!!! ci credo che poi la gente discute qui... ecco un indirizzo un po' da spam, poi ti rispondo da quello serio

spazz [chiocciola] operamail [punto] com

Andrea Grenti 22/6/2012 - 12:29

Mi scuso per aver continuato, dato che ho iniziato io.

 

@ Guido Maretto Probabilmente hai ragione, vedrò comunque di trovare qualcosa di meglio.

questo commento e' folle.
le auguro sinceramente di dover lavorare tutta la vita in un'impresa che opera in un mercato deregolato come quello che suggerisce. vedra' come si divertra'.

invece di sproloquiare sentenze e minacciare senza pudore.
Non c'è alcun bisogno di vincoli ed imposizioni burocratiche, penserà il mercato a trovare l'equilibrio tra condizioni dei datori e alcune esigenze dei lavoratori.
Se il commento è folle ci penserà la redazione di nFA a farmelo osservare, non il primo filosofo buonista di passaggio.

era abbastanza inutile. Cretinate cosi' grosse come quelle che scrive non possono essere oggetto di discussione, vanno semplicemente ignorate. Rimedio subito, discussione chiusa.

Per gli altri: c'e' qualcun altro che pensa seriamente che la regolamentazione delle condizioni di sicurezza dei lavoratori possa essere delegata all'arbitrio del libero mercato invece che essere prerogativa dello Stato? Spero sinceramente che nessuno risponda.

Andrea Grenti 21/6/2012 - 17:17

perché domanda e offerta trovano un punto di equilibrio, dato che si tratta appunto di un mercato del lavoro. Continua a non argomentare...

Come ho già scritto altrove, se un lavoratore accetta condizioni difficili, perché impedirlo? Ecco che la domanda ha incontrato l'offerta. Oppure, se i genitori autorizzano il figlio minorenne a lavorare, perché impedire l'assunzione?

Ti rispondo usando solo il buon senso. Il lavoratore che accetta di lavorare in condizioni "difficili", accettando, ad esempio, che l'impresa  per cui lavora non metta in atto (vale a dire investa dei soldi a scapito dei suoi profitti) tutte le misure necessarie a garantirne la sicurezza, nel momento in cui ha un incidente, magari grave ed invalidante, diventa un costo per la società tutta e non solo per l'impresa, che una volta liquidati i danni personali nulla più dovrà a quel lavoratore, mentre lo stato dovrà, giustamente, garantire a quel lavoratore il sostegno (economico) necessario a poter continuare una vita degna di questa nome (assegni di invalidità e quant'altro).

 

In estrema sintesi io non voglio pagare con le mie tasse la "profittevole" irresponsabilità altrui, senza contare, inoltre, che quell'impresa opera una concorrenza sleale nei confronti delle altre imprese che, invece, adottano misure di sicurezza adeguate.

 

No

Andrea Grenti 26/6/2012 - 17:36

non c'è alcuna concorrenza sleale, dato che l'idea è quella che qualsiasi impresa possa usufruire della libertà di contrattazione.
Il discorso delle "misure necessarie a garantire la sicurezza" e la "profittevole irresponsabilità altrui" è puramente ideologico, perché lo Stato non può sapere quali misure o garanzie possano andare al lavoratore e al datore di lavoro e l'impresa non se ne approfitta per niente siccome non può, anche se volesse, ribaltare gli equilibri del mercato. Il lavoratore/cittadino, inoltre, non è costretto ad accettare l'offerta e quindi certe condizioni.

Gli incidenti gravi accadono anche con tutte le norme e i privilegi possibili ed inimmaginabili. Col sistema attuale sanitario/assicurativo, vengono avvantaggiati soprattutto coloro che potrebbero permettersi le spese sanitarie e di malattia senza pesare eccessivamente sulla collettività. I cittadini più ricchi potrebbero utilizzare assicurazioni private, così lo Stato spenderà di meno e ne beneficeranno coloro che non possono permettersi questi o altri servizi. Inoltre, in base al reddito, lo Stato coprirà solo una parte delle spese sanitarie (o anche di altri servizi). Mentre ora, i cittadini di fascia medio-bassa devono pagare le tasse in ogni caso per la sanità o l'istruzione (non usufruendone magari), e mantenere così anche chi potrebbe permettersi il pagamento di tali spese.

non fa una piega, bisognerebbe però che i "ricchi" ammettessero di essere tali e non cercassero di figurare più poveri di quanto siano per accedere in modo agevolato a servizi che potrebbero pagarsi tranquillamente a prezzo pieno (tariffe varie dalla scuola materna all'università per fare l' esempio più banale).

di pagamento è basato sui redditi familiari, difficilmente possono eluderlo.

Se intendi i presunti evasori che dichiarano meno di quello che guadagnano, allo stato attuale non è possibile verificarlo. Devi necessariamente riformare il sistema fiscale (le retate della guardia di finanza non servono molto), e quindi rendere tracciabili le spese.

mi resta il dubbio (si fa per dire!) del perchè, almeno negli ultimi trent'anni, non si siano fatti grandi passi in questa direzione.

In estrema sintesi io non voglio pagare con le mie tasse la "profittevole" irresponsabilità altrui, senza contare, inoltre, che quell'impresa opera una concorrenza sleale nei confronti delle altre imprese che, invece, adottano misure di sicurezza adeguate.

Scusa se entro forse a capocchia in un ramo (forse) chiuso della discussione ma a ben vedere accettiamo di pagare con le nostre tasse l'irresponsabilità di chi fuma (e finirà prima o poi con creare spesa sanitaria a se' ed anche ad altri) oppure degli alcolizzati (30'000 morti  ogni anno). E sono numeri ben piu' alti delle vittime di incidenti sul lavoro.

Certo, c'è una differenza tra scelta individuale (fumare, bere etc) e relazioni  con altri (rapporti di lavoro, circolazione stradale) ma sempre di irresponsabilità si tratta.

Eppure credo che non considereresti etico negare le cure all'acolista o dire che chi non indossava la cintura di sicurezza in auto (o il casco nel cantiere) che il conto dell'ospedale se lo deve pagare lui.

Non  credo quindi che il "non voglio pagare il costo di errori altrui" sia la leva giusta che spiega perché lo stato debba o non debba intervenire per garantire la sicurezza delle persone. Credo che ci sia un limite, una soglia. Alcuni interventi sono legittimi e doverosi (per esempio la sicurezza stradale, quella alimentare, quella sui farmaci e quella sul lavoro) ma anche qui si puo' eccedere con gli obblighi come si puo' volare piu' bassi lasciando alla maturità delle persone. E di solito gli obblighi sono forti dove le persona sono mediamente meno istruite.  Intuisco allora che in alcuni settori (ed il lavoro è uno di questi) se la cultura generale sia dell'impresa sia dei lavoratori fosse elevata, non ci sarebbe bisogno di alcuna legislazione stringente, di alcun obbligo. Basterebbero norme minime, basata su consigli. Non è il caso dell'Italia.

Ho trovato

Andrea Grenti 18/6/2012 - 19:56

interessanti le risposte di Moro.
Le aziende se iniziano a rinunciare alla massimizzazione dei profitti per una giustizia sociale ricercata con insistenza dai lavoratori e cittadini, finisce che si avrà meno produttività e quindi più povertà.

Messa cosi'

andrea moro 20/6/2012 - 15:14

la tua conclusione sembra un po' tagliata con l'accetta. Il punto credo sia che la povertà non può essere un male assoluto da diminuire a tutti i costi (altrimenti sarebbero accettabili anche lo schiavismo e i lavori forzati, se fanno diminuire la povertà). Cosi' come pratiche socialmente responsabili non sono un bene assoluto secondo me: vanno pesate con tutte le conseguenze che da esse derivano, compresa (possibilmente) una riduzione di efficienza complessiva. 

Il punto

Andrea Grenti 20/6/2012 - 16:51

è che credo che la gente non voglia affatto rimanere o diventare povero. Comunque ovvio che la massimizzazione dei profitti debba avvenire in uno stato di diritto, ed inoltre i lavori forzati e lo schiavismo difficilmente incrementano e migliorano la produttività e l'efficienza. Puoi anche lavorare come un matto, ma essere poco produttivo.

Cosa intendete precisamente quando scrivete "le istituzioni auspicano e tentano di incoraggiare pratiche di responsabilità sociale d'impresa..."?

 

E qual e' la vostra posizione in proposito? Dal dialogo non mi e' chiaro se siete d'accordo fino in fondo con Andrea o auspicate "incoraggiamenti".

 

Comunque interessante, grazie del dialogo.

Ribadiamo nuovamente che le iniziative di Responsabilità Sociale delle Imprese non sono "adeguamenti" che le imprese adottano a seguito di iniziative legislative ma sono azioni spontanee intraprese dalle aziende che vanno oltre i normali “oneri” sociali ed ambientali imposti dalla legge.
Detto ciò, l’autorità pubblica può incentivare le imprese ad adottare queste pratiche. Alcuni esempi di incentivi in questo senso possono essere gli sgravi fiscali, l'offerta di alcuni vantaggi negli appalti pubblici oppure anche investimenti dell’autorità pubblica in termini di sensibilizzazione o formazione dei consumatori su queste tematiche. A nostro avviso non c’è ragione di non auspicare questo tipo di incoraggiamenti. Infatti, come gia' sottolineato, la CSR puo' permettere di internalizzare senza il DIRETTO intervento pubblico esternalita' negative ambientali o sociali. Questo purché l’azione da parte dell’autorità pubblica si limiti alla fornitura di segnali e non di azioni finalizzate all’imposizione diretta di una soluzione, altrimenti non si tratterebbe più di responsabilità sociale d’impresa ma di regolamentazione.

banche

federico de vita 19/6/2012 - 08:25

Grazie della discussione edificante. Ho una domanda. Lavorando in finanza (per una grande banca), scopro che nel mio settore molti requisiti sono soddisfatti, ma c'è qualcosa che personalmente classificherei come "resonsabilità sociale" ma che manca completamente. Le banche d'affari agiscono in un rgime di oligopolio. Ce ne sono una decina che di fatto controllano il mercato (se si vuole apripre un fondo di investimento, si sceglieranno uno o più broker tra i vari Goldman, JP, Morgan-Stanley, CS, HSBC, ...). In effetti, possiamo dire - con un certo grado di approssimazione, certo, ma me lo si passi - che le banche sono il mercato, perché quasi ogni trade passa attraverso di loro in un modo o nell'altro. Ma il mercato è una parte integrante della società civile e pertanto un comportamento che non rischi di distruggerlo per me rientrerbbe naturalmente nella definizione di resposabilità sociale. Eppure nelle banche questa cultura manca completamente. Si vede il rischio di mercato come qualcosa di esogeno, senza considerare la realtà - ovvia - che, specie in un momento di crisi, il comportamento delle banche può seriamente danneggiare la salute dei mercati (lo abiamo visto varie volte negli ultimi anni).  La domanda è in che modo questi problemi possono rientrare nei vostri discorsi?

Rientrano

andrea moro 19/6/2012 - 11:51

per come la penso io, in tutta la teorizzazione sull'antitrust, il too-big-to-fail, etc... Si tratta di istituzioni fondamentali al funzionamento dell'economia. Non so se esista il bisogno di inculcare qualcosa come "responsabilita' sociale" negli amministratori (tranne l'ovvio requisito dell'obbligo del rispetto delle leggi, condito da opportune severe sanzioni nel caso venissero trasgredite). Non c'e niente di male che si parli anche di questo nelle business schools, ma che si inventino interi programmi orientati a questo concetto (programmi, non corsi specifici!) mi pare una moda come un'altra. 

proprio per la loro diversità sono regolate più delle imprese normali. Gli oligopoli esistono in molti settori - e per questo ci sono le leggi anti-trust

A mio parere si puo' parlare di responsabilità sociale nel settore bancario nel caso delle banche etiche e degli istituti che si occupano di microcredito.

Mi sorprende che chi lavora nelle banche  percepisca "il rischio come esogeno"... la regolamentazione nel settore bancario esiste proprio per limitare i comportamenti opportunistici e ridurre il rischio di drammatiche esternalità negative. Questo è un caso in cui la responsabilita' sociale, da sola, non e' assolutamente sufficiente a correggere i fallimenti di mercato.

fanno esattamente quello che fanno le altre banche.
Non fanno credito a chi è in difficoltà col mutuo...

tasse

marcello urbani 19/6/2012 - 08:50
Uno dei principali motivi per cui spesso si preferiscono i benefits alla retribuzione monetaria è fiscale: se l'azienda mi da 100€ di aumento, 70 vanno in tasse e contributi (almeno da che ricordo le aliquote marginali italiane). Se mi ci paga la settimana bianca o la novelle cuisine in mensa no .

Quindi coi benefits accontento solo parte dei dipendenti, ma a costo minore.

So che ci sono tentativi di tassare anche i benefits, ma è una zona grigia (es: immagino che la cucina francese si può tranquillamente omologare al servizio mensa)

e' uno dei principali motivi per cui i benefits esistono, direi. 

Anche se i benefit non vengono tassati, possono comunque essere scelti in diversi modi. Quando vengono scelti in modo condiviso e con l'obiettivo di migliorare le generali condizioni di vita e lavoro dei dipendenti possiamo parlare di CSR.

Bisogna ricordare, comunque, che responsabilità sociale d’impresa non è semplicemente sinonimo di benefit per i dipendenti e che quest'ultimo è solo un aspetto di un fenomeno molto più complesso.

Per come la vedo io, una azienda che crede (veramente) nella CSR è un’azienda “etica” e va contrapposta ad una azienda fondata solo sul “greed”. La prima ha una natura “sociale” mentre la seconda è “egocentrica” se non addirittura “sociopatica”. Ci si può chiedere chi avrà più successo e la risposta è che entrambe possono avere successo o fallire, semplicemente hanno punti di forza e di debolezza un po’ diversi. L’ambiente economico in cui l’azienda opera sarà poi molto importante nel determinare il successo o l’insuccesso di un modello. La stessa cosa avviene con gli individui: per esempio, l’individuo etico si trova bene in una società “eticamente strutturata” in cui la reputazione ha un valore sostanziale, mentre avendo molti “constrain” rispetto al sociopatico si troverà male in contesti sociali molto degradati…

Siamo perfettamente d’accordo con questa osservazione. A nostro parere, il successo o l’insuccesso delle pratiche di responsabilità sociale d’impresa sono strettamente dipendenti dal tipo di “ambiente sociale” in cui l’impresa opera. Alcuni consumatori sono sensibili alle qualità etiche dei prodotti offerti dalle imprese socialmente responsabili, altri no. Ricollegandosi alla questione precedente, le istituzioni possono incoraggiare la creazione di un “clima sociale” favorevole al successo del modello dell’impresa responsabile.

nidi

chemist 28/6/2012 - 20:02

Grazie. Aggiungo che avendo discusso la questione in azienda, ho riscontrato un grandissimo interesse da parte soprattutto delle dipendenti di sesso femminile per la realizzazione di nidi aziendali o di convenzioni con nidi esterni, che permettano di lasciare i bambini piccoli durante tutto l'orario di lavoro in luoghi facilmente raggiungibili.
Le ragioni sono ovvie e non sto a ripeterle.
Mi parrebbe un classico esempio di buona CSR.

Non mi pare che, come sostengono Francesca e Sonia, freeman sostenga che "se l'impresa adotta un approccio più inclusivo ... questo distoglie solo apparentemente l'impresa dai suoi obiettivi di massimizzazione del profitto ...". Così mettendo la questione ha ragione Andrea quando dice che "allora sono la stessa cosa". In realtà freeman (che non a caso ci tiene a precisare di essere un filosofo e non un economista...) sostiene che l'impresa ha l'obiettivo di massimizzare la funzione di utilità di ognuno degli stakeholder. Il fatto che da questa visione sia derivata la csr, one strategia che mira, sempre nell'ambito della massimizzazione del profitto, ad includere gli stakeholder nella gestione dell'impresa e' proprio causato dalla necessita' di riconcililare le due teorie (shareholder e stakeholder) che sono del tutto contrapposte. La prima risolve una funzione con un unico obiettivo (profitto) la seconda vorrebbe risolvere una funzione multi obiettivo (l'utilità di ciascuno degli stakeholder) con la conseguente impossibilita' ad essere attuata a causa dei trade-off tra gli obiettivi dei diversi stakeholder. Con la csr si e' introdotta una strategia per considerare gli stakeholder nella visione per shareholder (Mac profitto). Ma questo ha travisato la teoria originaria.

La nostra interpretazione della teoria di Freeman è che gli shareholder possono essere considerati una particolare “categoria” di stakeholder, i cui interessi non vanno ignorati, ma “mediati” con quelli delle altre categorie di stakeholder.  Forse, il modello di responsabilità sociale d’impresa ha avuto recentemente un buon successo poichè, nel lungo periodo, la “mediazione” tra gli interessi degli shareholder e degli altri stakeholder può risultare profittevole per l’impresa.

teoria e pratica

wmute 20/6/2012 - 19:12

Ci sono anche altri punti da prendere in considerazione secondo me.

 

IMO (ci tengo a sottolinearlo) in un mondo ideale attività CSR dovrebbe aumentare i profitti futuri. L'azienda X si rende conto che camperà meglio in una società migliore, con dipendenti più felici, etc etc... Senza allontanarsi dal campo teorico, questo futuro può non esistere per X se ci sono (anche pochi) investitori miopi sull'azionario, competitors a cui non interessa CSR e difficoltà di accesso al credito, a meno che l'azienda X non goda di un notevole vantaggio competitivo.

 

Andando sempre di più verso la pratica, una collega della b school mi ha fatto vedere un po' di dati di CSR e... tristezza. Le aziende sembrano buttarsi sulla stessa attività CSR dei "vicini", in pratica seguono la moda. Ora, a meno che non ci siano enormi network externalities positive per il rendimento sociale delle CSR (ipotesi che mi pare assurda), l'allocazione ottimale dato un insieme di aziende dovrebbe essere un po' più diversificata. Questo mi dà da pensare che la logica della CSR è just another marketing trick e serve proprio alla massimizzazione del profitto di breve. Ma sarò malpensante io...

Quello di cui parli e' il caso della "strategic CSR": le imprese potrebbero aderire alle pratiche della CSR perche' e' conveniente farlo e non perche' "ci credono" davvero. Come abbiamo scritto nell'introduzione, ormai la CSR e' cosi' diffusa e richiesta da consumatori e potenziali dipendenti che aderirvi e' diventata quasi una necessita' per molte imprese. Abbiamo anche menzionato i casi emblematici di Nestle e Nike che sono diventate socialmente responsabili dopo gli scandali che le hanno colpite.

Ma se le pratiche di responsabilità sociale permettono di correggere (parzialmente)  alcuni fallimenti di mercato, siamo comunque contenti che le imprese le attuino, qualsiasi siano le loro ragioni.

a quanto mi dicono :-)

La contrapposizione tra Friedman e Freeman mi sembra un esempio di path dependance: da un lato si rivendica il contratto come fondamento di tutti i rapporti tra impresa, azionisti (shareholders) e stakeholders, almeno finché si considerano tali solo fornitori, consumatori, dipendenti.

Dall'altro, si pone l'accento sui vantaggi di un ambiente sociale più favorevole all'impresa che adotti comportamenti "responsabili", sull'implicito presupposto che l'autonomia contrattuale debba essere indirizzata in questo senso da una pressione sociale, se non anche dalla regolazione.

A ben vedere, offrire ai fornitori pagamenti puntuali e magari bonus a quelli più efficienti, garantire ai consumatori prodotti di buona qualità (materiale o anche ideale), riconoscere ai dipendenti non solo la mercede corrente ma ulteriori benefits sono comportamenti strumentali alla creazione di durevole valore per gli shareholders, che un management lungimirante potrebbe impiegare senza bisogno di esservi costretto dal regolatore. Se così è, il significato profondo della contrapposizione è un altro: introdurre nel mercato USA forme di welfare all'europea.

Trasportare questo dibattito in un ambiente iper-regolato, come quello dell'UE, mi sembra imprudente.

Precisiamo ancora una volta che le istituzioni incoraggiano l'adozione di pratiche di CSR (sia negli Stati Uniti che in Europa), ma le imprese sono libere di scegliere: non esiste una regolamentazione a riguardo. I consumatori sono liberi di acquistare prodotti dalle imprese socialmente responsabli o da quelle che non aderiscono alla CSR; allo stesso modo i lavoratori possono essere assunti da imprese che aderiscono alla CSR oppure da imprese non socialmente responsabili. Non mi e' chiara la contrapposizione tra Stati Uniti ed Europa.

Credo che la cultura europea sia più sensibile ad esigenze di socialità di quanto lo sia la cultura prevalente negli U.S.A.; del resto, il welfare state è un prodotto europeo, la cui trasposizione oltreoceano sarebbe un abominio per molti.

In Europa, la regolazione statale o sovrastatale (UE) già accoglie obiettivi di socialità (per es., legislazione contro le pratiche discriminatorie o contro le pratiche commerciali scorrette, tutela dei consumatori e degli investitori) che negli USA non sono ignoti, ma neppure pienamente accettati.

La CSR potrebbe allora essere proposta come strumento per creare un ambiente culturale e politico favorevole a maggiore regolazione in senso "sociale".

CSR - Lobbying

GI lab 22/6/2012 - 18:20

Corporate social responsibility e lobbying non sono mondi lontani, deve restare ben fissata nella mente dell’imprenditore come del “suo” lobbista la regola aurea, vale a dire che la cura di interessi particolari non può in alcun caso arrecare danno sociale, al contrario dev’essere operazione di integrazione e di beneficio per l’organizzazione rappresentata e per l’intero contesto in cui essa opera.

Con più semplice espressione si vuol dire che ogni organismo economico o sociale adeguatamente strutturato, oggi, senza attendere oltre, dovrebbe rendere pubblico con i mezzi più idonei non solo lo stato dei rapporti con i propri stakeholders, ma allo stesso modo quello di ogni possibile azione ed intervento presso il decisore pubblico, di ogni livello e configurazione.

 

http://www.comunitazione.it/leggi.asp?id_art=6509&area_id=148&mac=2

Attendevamo Francesca e Sonia ma non sono pervenute. Nel frattempo. il dibattito si è dapprima personalizzato, al limite dell'insulto, poi congelato: forse occorreva refrigerio.

“ Supponiamo che vi siano due paesi dove i fattori della produzione abbiano esattamente la stessa efficienza e che intrattengano relazioni commerciali e finanziarie simili quelle oggi esistenti, [......]. Si supponga che il partito degli alti salari ( qui Keynes intende aumento salariale a completo carico dell’imprenditore) raggiunga i suoi obbiettivi in un paese, ma non nell’altro. Ne consegue che il capitalista riceverà  una più alta remunerazione del capitale investito nel paese con bassi salari. Di conseguenza preferirà  investire i suoi capitali in quei paesi dove sono meglio remunerati. Ne consegue che il paese degli alti salari subirà  una maggiore disoccupazione[......].In conclusione le conseguenze di una estrema libertà  dei mercati che viene concessa alla finanza che investe all’estero dove viene meglio retribuito l’investimento dei capitali, a causa di una diversità  storica e socioeconomica mi a sempre turbato. Fino a che punto è legittimo investire in paesi con condizioni socioeconomiche diverse godendo dei vantaggi dei bassi salari, aumentando e migliorando gli utili delle nostre aziende Nazionali.” J.M.Keynes


Di contro:

Milton Fredeman  " La responsabilità sociale delle imprese consiste nell’aumentare i profitti “

Si supponga invece che il partito della alta remunerazione del capitale (e qui Senyek intende alta remunerazione del capitale a completo carico del lavoratore) raggiunga i suoi obiettivi in un'industria ma non in un'altra. Ne consegue che il lavoratore ricevera' una piu' bassa remunerazione del lavoro nell'industria con alta remunerazione del capitale. Di conseguenza preferira' trasferirsi in industrie dove sara' meglio remunerato. Ne consegue che imprese in un'industria con una bassa remunerazione del capitale subira' un maggiore deflusso di capitali. In conclusione le conseguenze di una estrema liberta' di movimento che viene concessa ai lavoratori che scelgono di lavorare dove sono meglio retribuiti, a causa di una diversita' storica e socioeconomica mi ha sempre turbato. Fino a che punto e' legittimo offrire il proprio lavoro in industrie con condizioni socio-economiche diverse godendo dei vantaggi della bassa remunerazione del capitale, aumentando e migliorando i salari?

bene anzi, ad essere sincero, quasi nulla. Sarebbe così gentile da chiarire?
Grazie

Nell'articolo si cita questo nuovo documento (EUROPEAN COMMISSION, Brussels, 25.10.2011, COM(2011) 681 final. “A renewed EU strategy 2011-14 for Corporate Social Responsibility”) che ribadisce l'approccio volontario come del resto la maggior parte degli altri documenti, risoluzioni, raccomandazioni, linee guida, ecc.; la volontarietà, tuttavia, non è esente da difetti: può nascondere ragioni meramente pubblicitarie, di costruzione o di rifacimento dell'immagine, anche se indipendenti i controllori (enti certificatori) possono essere “catturari” e poi nel caso della introduzione di agevolazioni e sgravi fiscali, l'adesione potrebbe ridursi ad un semplice bilancio costi/benefici, in termini di comparazione tra gli ovvi benefici derivanti dalle agevolazioni/sgravi stessi e i costi: 1) di implementazione di un sistema di rendicontazione (certificazione/rating, bilancio sociale ecc), e nel migliore dei casi 2) dell'effettivo impegno al miglioramento continuo del risultato nelle aree/attività aziendali interessate da CSR 3) dell'eventuale attività filantropica.
Mi sembra di capire che lo stimolo maggiore sia giunto principalmente dalla pressione esercitata dai cittadini (singoli o loro forme associative) e dalle loro decisioni d'acquisto, che svolgono in un certo senso anche funzione di controllo sanzionatorio.
In effetti i dipendenti di una azienda possono toccare con mano l'efficacia delle politiche rivolte ad esempio ai neogenitori come flessibilità oraria, telelavoro, contributi spese per nido o baby sitter, ecc., come pure ciascuno, quale propria decisione autonoma, puo' scegliere questo o quel fondo etico del quale ne approva valori, struttura e attività o acquistare bond etici.
Tra le varie forme di incentivo alla CSR la Prof. Barigozzi in un commento individua gli sgravi fiscali e in questo caso mi chiedo in che misura per i cittadini è davvero possibile accertare il raggiungimento degli impegni assunti in materia di riduzione delle emissioni inquinanti o che so, la veridicità dell'andamento del tasso di turnover medio del personale, del n. di malattie/infortuni sul lavoro o l'efficacia delle iniziative presso le comunità locali, così come dichiarato nel bilancio sociale dell'impresa X sussidiata.
La seconda forma di incentivo citata, “l'offerta di alcuni vantaggi negli appalti pubblici”, se è correlata a capitolati recanti clausole contrattuali di CRS strettamente vincolanti e ben identificate, dovrebbe quantomeno fornire la possibilità di un controllo più diretto ed immediato da parte della PA.
Ho trovato interessanti i punti: 3.4 The role of public authorities and other stakeholders, 4.3. Improving self- and co-regulation processes e 4.6. Further integrating CSR into education, training and research, anche se vorrei capire come potrebbe essere concretamente progettato un sistema di monitoraggio (sanzionatorio) in presenza di sussidi o sgravi fiscali, tenendo conto dei ruoli e funzioni che il documento assegna ai vari agenti coinvolti e di quanto stabilisce al punto 4.3: “provide for objective monitoring mechanisms, performance review and the possibility of improving commitments as needed; and include an effective accountability mechanism for dealing with complaints regarding non-compliance.”. Mi riferisco ad un monitoraggio esterno diverso ed ulteriore rispetto ad esempio alla rendicontazione volontaria in conformità con il G.R.I., al bilancio sociale certificato, alla presenza di organi volontari interni o a codici etici.
Perdonate il ritardo e la lunghezza del commento.

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