Ricerca e sviluppo: quando manca una strategia, meglio copiare. L'Istituto Fraunhofer.

24 novembre 2016 Vitalba Azzollini

Ricerca e innovazione sono essenziali per la competitività delle imprese e, quindi, per la crescita delle economie nazionali. Si tratta di ambiti in cui l’Italia non eccelle. 

E' 26esima su 50 Paesi secondo il Bloomberg innovation Index e 43esima su 158 Stati nella classifica sulla competitività del World Economic Forum (2015-2016) a causa, tra l’altro della scarsa innovazione; inoltre, la Commissione Europea la colloca fra gli innovatori “moderati”, cioè quelli con performance inferiori alla media dell’Unione Europea. A determinare i risultati citati concorre di certo il fatto che in Italia il livello di investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) è minore rispetto ad altri Paesi (nel 2014 la spesa totale è stata pari all'1,29% del PIL, rispetto a una media UE del 2,03%). Ma questa non è l’unica causa: come osserva il WEF, per incentivare l’innovazione mediante investimenti sufficienti serve stimolare la collaborazione fra istituti di ricerca e imprese. Il Governo sembra, invece, sottovalutare la necessità di stimolare le interazioni fra questi attori, considerandoli separatamente, quasi operassero in compartimenti stagni: nella bozza della legge di bilancio 2017 stanzia un ammontare più elevato di fondi per la ricerca in ambito pubblico, aumenta il credito d’imposta per i soggetti industriali che investono in ricerca e sviluppo, rende permanente il beneficio fiscale già disposto per i c.d. cervelli in fuga che decidono di rientrare. La destinazione di maggiori risorse alla R&S, di per sé apprezzabile, può rivelarsi tuttavia inefficace a spingere l’innovazione in assenza di una strategia unitaria: in Italia, la ricerca svolta da istituti pubblici, pur qualitativamente eccellente, è scarsamente sviluppata in risposta a una specifica domanda proveniente dalle aziende, soprattutto piccole e medie; queste ultime, a propria volta, per limitata propensione culturale, oltre che per mancanza di mezzi sufficienti, sono poco orientate alla ricerca interna, nonché ad avvalersi di quella effettuata dai soggetti specializzati, della quale talora non sono neanche informate. Ciò si traduce, tra le altre cose, nello scarso apporto di contributi privati alla R&S (nel 2014 0,72% del PIL in Italia rispetto a una media UE dell'1,3%) e nella conseguente mancanza di una fonte di fondi essenziali al fine di supplire alla cronica carenza di quelli statali. Un effetto ulteriore è la migrazione di giovani “talenti” verso Paesi più attrattivi, data l’assenza in Italia di opportunità di lavoro adeguate, di prospettive di carriera e di retribuzioni concorrenziali. Peraltro, anche la fuga di cervelli danneggia la competitività, le prospettive di crescita economica e le finanze pubbliche.

Provvedimenti frammentari, oltre a polverizzare risorse statali, paiono quindi inidonei a innescare nel sistema italiano un circolo virtuoso che incentivi la ricerca e ne agevoli la trasmissione dagli enti pubblici che la elaborano alle imprese private che potrebbero necessitarne, richiamando così gli investimenti di queste ultime nel settore R&S. In Germania detto circolo virtuoso gira invece a pieno ritmo, con l’Istituto Max-Planck per la ricerca di base e l’Istituto Fraunhofer per quella applicata. In particolare, quest’ultimo – specializzato in vari macro settori scientifici (ingegneria dei processi, delle costruzioni, dell’ambiente, dell’energia ecc.) - dispone di 67 centri, di 24mila dipendenti e di un bilancio di 2,1 miliardi di euro: il 30% proviene da sovvenzioni “base” del Governo federale o delle amministrazioni regionali, il 70% da fondi pubblici assegnati con bandi competitivi e da collaborazioni sinergiche con le industrie. Dunque, a parte i sussidi di base, gli altri fondi di pertinenza pubblica vengono assegnati secondo modalità concorrenziali, atte a stimolare la qualità dell’attività svolta. Ma ciò che rende interessante il sistema Fraunhofer è il fatto che i centri di ricerca, non potendo sopravvivere avvalendosi esclusivamente delle erogazioni pubbliche, fornite in una percentuale a ciò insufficiente, sono indotti a operare in maniera quanto più efficace al fine di ottenere dai privati le risorse necessarie al proprio funzionamento. Essi sono cioè stimolati, da un lato, a sviluppare le migliori tecnologie, utili a realizzare beni, servizi o processi di interesse per le imprese; dall’altro, a cercare collegamenti con queste ultime al fine di attrarne gli investimenti, trasferendo loro la conoscenza elaborata mediante un ampio ventaglio di strumenti contrattuali (consulenza, ricerca anche in collaborazione, licenze, spin-off e venture capital, servizi di supporto scientifico ecc.). Il meccanismo di finanziamento dei Fraunhofer, fondato sul mix di risorse indicato, garantisce quindi non solo che i centri - in costante competizione gli uni con gli altri - operino al meglio, ma altresì che i fondi pubblici non vadano a sussidiare ad libitum alcun “carrozzone”: ogni soggetto inefficiente, cioè inidoneo ad attirare le risorse di provenienza privata che gli consentano di restare sul mercato, è destinato a scomparire rapidamente.

In conclusione, gli enti Fraunhofer, traducendo in pratica la ricerca condotta al loro interno e veicolandola alle imprese, ottengono tramite queste ultime un flusso d’investimenti che alimentano un processo di innovazione incrementale e sistemico, con conseguenti benefici per l’economia in generale, oltre che per gli attori direttamente coinvolti. A propria volta, le imprese che necessitano di risolvere specifici problemi tecnico-operativi sanno di potersi rivolgere a una “poderosa macchina di problem solving” atta a soddisfare esigenze diverse mediante una serie di strumenti collaborazione.

Dunque, nella definizione di politiche nazionali volte a promuovere R&S, in luogo di misure scollegate, servirebbe ispirarsi  a soluzioni organiche come quella descritta: in un sistema qual è quello italiano, fondato sul convincimento che basta spendere più fondi statali perché qualunque settore vada meglio, una maggiore interazione tra soggetti pubblici e privati in vista di vantaggi comuni sarebbe la prima “innovazione” da attuare.

 

P.S. Quanto alla "innovazione" avente ad oggetto la creazione di un ambiente favorevole all’attività di impresa, a una consistente riduzione della pressione fiscale, allo sfoltimento della burocrazia esistente - al di là di qualunque riforma costituzionale - il Paese resta comunque ancora in fiduciosa attesa.

 

 

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora.

 

 

14 commenti (espandi tutti)

Molto interessante. Non conoscevo questo Istituto Fraunhofer. (Conosco invece come e' organizata la ricerca in Francia, ed e' un sistema pessimo, da non seguire).

Lavorando nel settore tecnologico, il nome Fraunhofer mi riporta in mente MP3, AAC e MPEG-4 AVC. Soprattutto MP3.

standard

Guido Cacciari 28/11/2016 - 18:03

Più che ricerca, questi sono "standard", ovvero norme tecniche. Ovvio che queste sono compito di enti pubblici, ed in cooperazione internazionale (come il comitato MPEG che ha descritto lo standard MP3).

Ma siamo proprio sicuri che la ricerca pubblica, o sovvenzionata dal pubblico come il caso citato, siano la fonte dell'innovazione tecnologica?

Mi viene in mente la Corea del Sud, come esempio di top dell'innovazione tecnologica di beni, di processi industriali e di crescita economica.  Avrebbero tutti 'sti centri di ricerca pubblici? Non lo so, è una domanda.

Oppure, la NOKIA, che ha attuato la più grande rivoluzione a cavallo dei due secoli, quella dei cellulari. Inizialmente era una segheria. Mi chiedo se ora avremmo i cellulari, se tale attività fosse stata nazionalizzata ed impiegata ai fini di "ricerca".

Nokia ha attuato

micheleL 28/11/2016 - 16:27

una rivoluzione nata da Motorola (nella persona di Martin Cooper https://en.wikipedia.org/wiki/Martin_Cooper_(inventor) )

Vorrei ringraziare l'autrice perché finalmente centra in pieno l'annoso problema italiano, ovvero quello di non capire affatto come organizzare un sistema nazionale di ricerca, nonostante esistano esempi clamorosi giusto al di là delle Alpi. Avendo lavorato in un Max Planck non posso che condividere ed aggiungere che perfino la rete tedesca di ricerca di base sforna parecchi brevetti (a qualcuno piace usare il brevetto come sinonimo di produttività). Inoltre, visto che l'espressione "ricerca di base" in Italia fa ancora paura, è utile ricordare come uno tra i più importanti settori di applicazione sia l'industria biotecnologica (che appare in forte crescita quasi ovunque).
Finisco con una provocazione: come ricercatore Italiano all'estero non vedo l'utilità del programma di rientro dei cervelli, visto che il problema di organizzazione e competitività della ricerca in Italia è sistemico, a parte poche e disconnesse eccellenze.

Finalmente un articolo concreto e realistico sulla situazione della ricerca italiana. Non si spara a zero come al solito sulla nostra ricerca, ma si riconosce che è eccellente.

Si fa giustamente notare che la ricerca italiana rimane spesso un capitale inutilizzato per una mancanza di cultura da parte aziendale e la disorganizzazione del sistema. Lo constato ogni giorno nel mio lavoro.

Due osservazioni: gli invetsimenti bassi in ricerca delle aziende italiane derivano anche dalla loro dimensione troppo piccola e dal loro assetto familistico. Anni di tremontismo e leghismo ci hanno ulteriormente danneggiato.  Se andate ad un dibattito pubblico vedrete sempre il politico di turno parlare del sostegno alla piccola e media industria e al popolo dei capannoni. Quando mi capita, intervengo e dico: "perché non la grande industria?" e vedo lo sgomento negli occhi del mio interlocutore: se dico bene della grande industria perdo voti...

Scherzi a parte,  ricordo che in Germania abbiamo un blocco di grandi industrie eccezionale: SAP, Bosch, Siemens, Gruppi Auto, Hoechst, Bayer, ecc. In Italia abbiamo la grande industria meccanica, Eni, Finmeccanica. Fiat/FCA, ma abbiamo buchi spaventosi, per esempio nel settore fisico, chimico e farmaceutico. Quindi, dovremmo cominciare a favorire l'accorpamento da piccola a grande industria. Qui invece siamo ancora fermi all'art.18.

Seconda osservazione: ci manca un Fraunhofer, è sacrosanto. Ricordo che in Italia abbiamo un ente del ministero dell'Industria, l'ENEA, che ha una struttura, delle esperienze valide e un passato glorioso, ma che è disorganizzato, sottofinanziato e con sacche di inefficienza. Però da lì si potrebbe partire.

vado a memoria: esiste da un paio di lustri in quel di genova ed è stato plasmato indubbiamente a immagine del fraunhofer. qualcuno ne sa qualcosa di più? si potrebbe trarre qualche somma della sua  attività? qua non è nemmeno nominato, devo pensare che sia sconveniente farlo?

numeri

alberto rotondi 28/11/2016 - 13:20

  In effetti IIT è stato creato daTremonti come interfaccia tra ricerca e industria, specialmente per la parte di robotica, automazione e nanotecnologie. Una missione che si sovrappone in parte anche a quella dell'ENEA, che ho menzionato nella mia discussione precedente. IIT non riesce a spendere i soldi che riceve, tanto che ha un bilancio con 400 milioni di residuo.  IIT ha un assetto particolare, è una fondazione  retta da privati di emanazione confidustriale, che usa solo soldi pubblici (il contribuente sentitamente ringrazia). Modello di gestione fallimentare, come si può vedere.

Ed ecco le cifre: ENEA riceve circa 400 milioni/anno,  IIT riceve 96 milioni anno e non riesce a spenderli,  Fraunhiofer riceve 2 miliardi/anno e li spende tutti.

che comunque dovrebbe pagare poi il contribuente. questi imponenti residui attivi, almeno dicono che l'istituto è sostenibile, anche se l'efficacia e la efficienza fossero dubbie.

le questioni a prima vista sembrano due:

la natura di ircocervo pubblico/privato della fondazione di controllo e

la sovrapposizione con l'attività di altri enti. ma se gli investimenti in ricerca sono così scarsi, qualunque investimento aggiuntivo dovrebbe rendere bene. il dramma italiano, che si coglie anche dalle tue considerazioni, è allora sulla effettiva domanda di tecnologia.

Ho frequentazioni con il Fraunhofer Institute da oltre 10 anni. Traggo lo spunto da questo stimolante ex kathedra per aggiungere in estrema sintesi alcune info ad integrazione ed uso degli interessati. Info che dovessero risultare errate restano di mia responsabilità.
1) Fondato nel 1949 (casi di successo necessitano spesso di periodi lunghi).
2) Ogni centro è focalizzato in un certo campo di ricerca.
3) Ogni centro si appoggia ad un dipartimento universitario. Il centro Fraunhofer destinato ad un certo ambito di ricerca viene "associato" ad una facoltà / dipartimento universitario eccellente in quell'ambito di ricerca.
4) In genere, il direttore del centro è il preside della facoltà o il direttore del dipartimento universitario al quale il centro è associato. I rapporti con l'università sono quindi strettissimi, a cominciare dalla prossimità logistica. Spesso il centro è contiguo all'Universita', molti anche se non tutti i ricercatori hanno qualche incarico universitario (a cominciare ad esempio dai dottorandi).
5) Da quanto mi è dato di sapere, pur essendoci anche contratti di ricerca con privati di importi consistenti ed anche molto consistenti su base pluriennale, la gran parte dei contratti ha un importo che oscilla tra i 50.000 ed i 100.000 euro. Questo sulla base di mie info raccolte sul campo. Probabilmente sul sito ci sono informazioni precise su questo.
6) Ogni centro Fraunhofer promuove la propria attività anche con azioni commerciali, partecipando con regolarità alle fiere commerciali dei settori industriali ai quali è interessato.
7) Da quanto ne so e ho potuto vedere, l'approccio alla brevettazione e' assolutamente "light": solo in alcuni casi, se e quando, non come un outcome più o meno "obbligato".
8) Il Fraunhofer è una realtà internazionale con centri in USA (7) ed uno anche in Italia dal 2009.
9) Confermo nelle mie esperienze l'orientamento al "problem solving": il focus è sulle esigenze del committente, non sull'interesse di ricerca del ricercatore. Già qui si potrebbe aprire un dibattito.
10) I fondi pubblici vanno a coprire i costi della sede e delle strutture. I costi correnti di gestione devono essere coperti dai contratti e da altro funding.
11) Le attività svolte non sono solo quelle di ricerca ma riguardano anche altri servizi come divulgazione, consulenza, ecc.
12) Per quella che è la mia esperienza, si tratta di realtà aperte alla collaborazione con facilità di relazione per quanti interessati ad entrare in contatto.

Infine un commento: alcuni dei problemi delle aziende italiane nell'ambito della ricerca, sono troppo grandi per l'azienda e troppo piccoli per l'università italiana. Quando l'azienda ha un problema grande, l'universita' non è idonea / attrezzata perché non ha una consuetudine a risolvere problemi, non è nel DNA risolvere problemi delle aziende. Già ha difficoltà a sottoscrivere il contratto di ricerca, a capire come regolare gli eventuali risultati.
Ci saranno anche le eccezioni ma i dati parlano. Il Fraunhofer nella mia esperienza non ha paura "di sporcarsi le mani", la missione è quella di rendere più competitivo il committente, risolvere il problema. Non certo quello di scrivere l'articolo per vincere un concorso.

C'è da dire da ultimo che il Fraunhofer Institute non è neppure l'unica realtà in Germania che supporta il sistema delle aziende nella ricerca applicata. È molto diffuso nelle a Università sviluppare dei dipartimenti che sono molto orientati all'industria.

Insomma, se uno è alla ricerca di un benchmarl, la Germania è un indirizzo giusto nel campo.

INFN

alberto rotondi 29/11/2016 - 07:36

 I punti 2, 3, 4, 7, 11, 12 si adattano bene anche a quello che succede in Italia tra Università e Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).  INFN è un ente che funziona bene, ma si occupa principalmente di ricerca nucleare di base.

Quando un paese non è più in grado di adattarsi alla scienza e alla tecnologia le cause sono molteplici. Una causa è senz'altro anche di origine culturale.

Ricordo allora la storia interessante del grano che mangiamo tutti i giorni nella pasta, il famoso grano duro di cui siamo tanto fieri. Quasi tutto è grano Creso, ottenuto per mutazione genetica in seguito a irraggiamento gamma negli anni 70 presso i laboratori del CNEN (ora ENEA) della Casaccia. Il grano Creso si è diffuso in tutto il mondo, e ci sta ancora fruttando migliaia di Euro all'anno di royalties.

Trovate qui il panorama della situazione e la breve storia del Creso .

Il grano Creso per me è l'emblema di una Italia che non aveva paura di osare e pensare in grande. Oggi dobbiamo difendere in casa il grano Creso dagli attacchi di chi lo ritiene responsabile della celiachia. Una ipotesi totalmente campata in aria, dato che il contenuto di glutine del Creso è simile a quello degli altri tipi di frumento. Ora le mutazioni genetiche degli alimenti non le facciamo più e le lasciamo fare agli altri paesi

Badate bene che non sostengo a priori manipolazioni genetiche o OGM, francamente non sono esperto e può darsi che qualche OGM sia da buttare. Però qui da noi non si va mai nel merito, ci si ferma al modo con cui si fanno le cose. Se la tecnica impiega la scienza allora il prodotto è nocivo, se si impiegano i metodi "naturali"  allora va bene tutto. 

Il risultato è che in un campo in cui l'Italia era all'avanguardia e ha tracciato una strada, quello della alterazione del DNA per irraggiamento e la selezione delle mutazioni, ora non facciamo più nulla.

In Italia la maggior parte delle discussioni sull’ ‘innovazione di successo’ si concentrano sul portare i risultati R&S sul mercato; così facendo però si sono sempre messi i risultati R&S al centro dell’attenzione, trascurando quella che è la “Business Innovation” o innovazione d’impresa. Nel luglio 2013 il CEN, il Comitato Europeo di Normazione, ha pubblicato la specifica tecnica CEN/TS16555 sulla gestione dell’innovazione che sottolinea come il concetto di “Innovation Management” debba iniziare con la prospettiva delle aziende e che i progetti di innovazione di successo di tutti i tipi debbano focalizzarsi sull’aumento di redditività e della competitività delle aziende sul mercato. L’innovazione si distingue dall’invenzione, cui manca la connotazione della realizzazione concreta e dell’introduzione sul mercato; ogni progetto di innovazione deve partire da un’attenta valutazione del mercato e delle sue potenzialità, della concorrenza e dei prodotti esistenti, delle proprie capacità e degli investimenti strategici necessari o delle alleanze da perseguire. Lo stesso utilizzo dell'aggettivo innovativo riferito ad alcune start up e PMI solo in riferimento alle spese in R&S e al numero di laureati assunti è sicuramente interessante per la defiscalizzazione di queste spese ma è svilente e fuorviante per indicare la capacita di gestire l'innovazione e generare ritorni economici sui mercati. A tal riguardo vi invito a leggere quest'articolo apparso su Forbes http://www.forbes.com/sites/tendayiviki/2016/08/21/why-rd-spending-is-not-a-measure-of-innovation/#7c8204c24276

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