I salari degli italiani ed il cuneo fiscale

18 maggio 2009 andrea moro

I giornali Domenica hanno dato un certo risalto al rapporto dell'OCSE sui salari, che pone i salari netti dei lavoratori italiani al 23esimo posto (su 30 paesi). Il ministro Brunetta in un'intervista ha precisato che il livello salariale non ha nulla a che vedere con la crisi, essendo dovuto principalmente alla bassa produttività del lavoro. Il salario netto però dipende non solo dalla produttività, ma anche dalla tassazione. Non a caso, il rapporto si intitola "Taxing Wages". Spulciandone il sommario infatti, si scopre che l'Italia è al non invidiabile sesto posto nella classifica del cuneo fiscale, risultato riportato dai giornali con meno evidenza. 

In un articolo pubblicato nel 2006 su questo sito, Fabrizio spiegò che il cuneo fiscale è la differenza percentuale fra quanto un lavoratore costa all'impresa, e quanto lo stesso lavoratore percepisce. In assenza di tasse e contributi, il cuneo è pari a zero. Per un lavoratore italiano celibe senza figli, il cuneo è pari al 46.5%, e cioé il lavoratore porta a casa poco più della metà di quanto speso dal datore di lavoro per impiegarlo. La seguente tabella riporta i valori per tutti i paesi dell'OCSE:

Paese Cuneo fiscale Diff. 2007
Belgio 56.0 0.2
Ungheria 54.1 -0.44
Germania 52.0 -0.57
Francia 49.3 0.04
Austria 48.8 0.2
Italia 46.5 0.25
Paesi Bassi 45.0 0.69
Svezia 44.6 -0.71
Finlandia 43.5 -0.06
Rep. Ceca 43.4 0.46
Grecia 42.4 0.12
Danimarca 41.2 -0.19
Turchia 39.7 -3
Polonia 39.7 -3.18
Slovacchia 38.9 0.29
Spagna 37.8 -1.16
Norvegia 37.7 0.15
Portogallo 37.6 -0.05
Lussemburgo 35.9 -0.45
Regno Unito 32.8 -1.21
Canada 31.3 0.15
Stati Uniti 30.1 0.44
Giappone 29.5 0.19
Svizzera 29.5 -0.29
Islanda 28.3 0.20
Australia 26.9 -0.78
Irlanda 22.9 0.18
Nuova Zelanda 21.2 -0.36
Corea 20.3 0.59
Messico 15.1 -0.82

Per l'Italia, il cuneo fiscale è in aumento non solo rispetto all'anno precedente, ma anche rispetto al 2005 (+1.1%). Vale la pena ricordare la promessa di Prodi di ridurlo del 5%.

La seguente tabella invece riporta ciò che il documento definisce come costo del lavoro totale (in dollari, a parità di potere d'acquisto, sempre per un lavoratore non coniugato e senza figli). Attenzione, non si tratta di costo del lavoro per unità di prodotto; si tratta del costo medio annuale di impiegare un lavoratore (a tempo pieno, presumo). In questa classifica l'Italia si trova nella non invidiabile 20esima posizione nella classifica dei paesi OCSE, e certamente, come dice Brunetta, la produttività ha un effetto importante nel determinare questa posizione.

Paese Costo del lavoro Salario netto
Germania 61635 29585
Belgio 59758 26294
Regno Unito 56764 38145
Austria 56610 28984
Lussemburgo 56173 36007
Paesi Bassi 55943 30769
Norvegia 53620 33405
Francia 51279 25998
Svizzera 51118 36038
Corea 50079 39913
Svezia 49796 27587
Giappone 48862 34448
Grecia 46044 26521
Finlandia 45887 25926
Stati Uniti 44039 30783
Australia 43425 31744
Danimarca 41710 24525
Irlanda 40661 31350
Italia 39947 21372
Spagna 39595 24628
Canada 39317 27011
Islanda 35066 25142
Portogallo 30706 19161
Nuova Zelanda 30005 23644
Rep. Ceca 25690 14540
Turchia 22982 13858
Ungheria 22507 10331
Polonia 21587 13017
Slovacchia 19160 11707
Messico 11442 9714

Anche le tasse, come si può osservare, fanno la loro parte: come evidenziato dalla stampa, rispetto all'Italia i salari netti sono inferiori solo in Portogallo, Rep. Ceca, Turchia, Polonia, Slovacchia, Ungheria, e Messico. Economie che vorremmo sperare non comparabili alla nostra. Purtroppo, stanno cominciando ad esserlo. Anche se Berlusconi ripetesse la promessa di Prodi di ridurre del 5% il cuneo, il reddito netto si attesterebbe sotto i 23400 euro. I margini di miglioramento sono pochi senza un massiccio aumento della produttività. Serve ricordare comunque che la produttività non aumenta senza incentivi, e che un carico fiscale di quasi il 50% ne toglie parecchi di incentivi.

Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%. Il dato mi sembra fonte di preoccupazione. Se i contributi fossero semplicemente risparmi forzati, si tratterebbe di redditi che i lavoratori percepirebbero in un più o meno lontano futuro. Vista la situazione demografica, non c'è alcuna garanzia che questi contributi genereranno al momento della pensione un reddito paragonabile a quanto versato. Una riduzione sostanziale del cuneo fiscale sembra quindi quantomai difficile da attuare riducendo il carico fiscale. E ad attuarla riducendo i contributi pensionistici si richiano notevoli costi sociali. Ovviamente c'è anche un'altra soluzione: aumentare l'età della pensione.

 

68 commenti (espandi tutti)

Qualcuno mi può spiegare la seguente cosa. Francia e Germania hanno un cuneo fiscale più alto del nostro, poi però hanno un reddito netto che è anch'esso NETTAMENTE più alto del nostro.

Se ho capito bene, ciò si deve al fatto che la loro produttività è più alta. E in effetti qualche anno fa avevo letto uno studio che diceva una cosa del genere.

Allora, come mai D e F hanno produttività maggiore PUR con cuneo fiscale superiore?

Si dice che il cuneo elimina parecchi incentivi alla crescita della produttività, ma - chiedo senza avere tesi preconcette - i casi francese e tedesco sembrano suggerire che il cuneo fiscale non sia l'unica variabile e, oltretutto, neppure la più importante.

Il mio ragionamento è semplice: poichè tutto sommato siamo (o dovremmo) essere simili e F e D, magari più che tagliare il cuneo non dovremmo utilizzare quelle risorse altrimenti.

Spiegatemi se il mio ragionamento non quadra o, se, i dati francesi celano qualcosa che non ho visto.

 

 

Ho trovato online questo commento di Garibaldi. Rileva quanto ho rilevato io due secondi fa. Beh, mi fa piacere: non essendo economista, significa che sono proprio intelligente. :)

Magari chi mi risponde potrebbe dirmi se la ricetta proposta da Garibaldi ha senso o meno. A me sembra abbastanza convincente.

Legare maggiormente salari e produttività faciliterebbe la riallocazione dei lavoratori verso i posti di lavoro più produttivi e, al tempo stesso, permetterebbe a giovani e donne di entrare nel mondo del lavoro.

Se ti riferisci al commento riportato io sono pienamente d'accordo. Secondo me inoltre, in Italia c'e' un problema in piu': il divario tra nord e sud. Il sud e' meno produttivo, ma, per effetto della contrattazione collettiva e dei lavoratori pubblici, i salari al sud (anche dei dipendenti privati) non sono molto piu' bassi che al nord. Io ho il sospetto che una contrttazione decentralizzata farebbe aumentare i salari al nord piu' di quanto li farebbe diminuire al sud, pero' potrebbe anche dar luogo ad una nuova stagione di migrazione (interna) di massa.

Il sud e' meno produttivo

Concordo, e, se vi interessa, il divario aumenta. Uno studio dello Svimez pone la produttività meridionale al 73 % (fatto 100 il nord). Non ricordo se lo studio differenziava pubblico-privato, ma poco importa, investire al Sud, a parità  di salario, è una follia, a meno che Pantalone non ci rimetta la differenza (vedi FIAT, ma qui poi un discorso a parte andrebbe fatto su Melfi, lo stabilimento italiano FIAT primo per produttività/addetto).

Uno dei tanti limiti del federalismo fiscale in salsa calderoliana è proprio quello che non introduce alcun correttivo a quello che il sindacalismo anni '60 ha combinato, e che Michele Boldrin definisce

nel nome di una qualche cretinata egualitario-giustizialista

Potrei spaccare il capello in quattro e dire che non tutte le rivendicazioni sindacali erano sbagliate, ma la indifferenziazione del salario sta provocando storture del tipo che in Campania in campo edile si offrono € 1.000 al mese, rigorosamente a nero, una commessa di negozio € 500 al mese , sempre a nero, fino ad arrivare alle "shampiste" a € 300 al mese.  E non è (solo) una questione di tasse, è che se le volessi assumere queste persone costerebbero 3 volte tanto, sempre per il famoso CCNL, senza alcuna relazione con formazione, produttività, costo della vita, etc. etc.

L'egualitarismo senza eguaglianza non serve a un piffero, anzi distorce e immobilizza, finendo per favorire le disuguaglianze. Insomma, la storia d'Italia.

Uno dei tanti limiti del federalismo fiscale in salsa calderoliana è proprio quello che non introduce alcun correttivo a quello che il sindacalismo anni '60 ha combinato

Non e' certo quello un obiettivo che si possa collegare col federalismo locale che invece dovrebbe essere costruito per provvedere corretti incentivi agli amministratori elettivi locali per spendere efficientemente i soldi dei contribuenti piuttosto che gli incentivi distorti provvisti dal sistema centralistico di riscossione dei tributi che incentiva i centri locali di spesa alla massima spesa pubblica indipendentemente da ogni considerazione di efficienza, perche' ogni extra-spesa verra' divisa tra tutti i contribuenti dello Stato invece di essere addebitata agli stessi cittadini che hanno eletto amministratori incompetenti e/o fruiscono di maggiore spesa pubblica.

Peraltro la Lega da sempre propone di adeguare le differenziazioni salariali a produttivita' e costi della vita come fa peraltro anche il fondo monetario internazionale.  Ma non e' il federalismo lo strumento appropriato, lo strumento e' riformare la contrattazione collettiva nazionale dando piu' spazio e peso alla contrattazione locale, una riforma come noto avversata in generale dai sindacati confederali specie strenuamente dalla CGIL.

Non e' certo quello un obiettivo che si possa collegare col federalismo locale

 

E perchè no ? Lo scrivi anche sotto:

Peraltro la Lega da sempre propone di adeguare le differenziazioni salariali a produttivita' e costi della vita

Che problema c'è a togliere da mezzo l'indifferenzazione salariale ? Un vero federalismo parte proprio da questo: abbiamo un patrimonio comune (lingua, storia, qualche usanza) e siamo diversi in tutto il resto. Produci meno ? Guadagni meno. Così solo si potrà spezzare l'effetto perverso dell'attesa del posto pubblico-clientela politica-politica. Produrre in certe zone converrà di più (oggi non conviene affatto), si sposteranno capitali (soldi veri-)) e si tenderà al riequilibrio. Vero è che così il mercato interno per un pò sarà squilibrato (potrebbe convenire di produrre al Sud e vendere al Nord), sarebbe solo un flusso contrario a quello che è stato fino adesso, in cui i consumi del Sud erano artificialmente tenuti alti da una spesa pubblica parassitaria e inefficiente, a scapito della creazione di un tessuto produttivo.

D'altronde non assistere artificialmente il Meridione produrrebbe vantaggi anche ai lavoratori del Nord, con la possibilità di abbassare il cuneo fiscale e aumentare i salari.

 

Cerchiamo di intenderci.  Sono ovviamente d'accordo con te (e con l'IMF e con la Lega) che occorre differenziare i salari per produttivita' e costo della vita (quest'ultimo dove la produttivita' e' zero, negativa, oppure non misurabile, vedi impiego pubblico in Italia per tutti e tre i casi).  Ripeto che pero' non puo' essere la legge delega per l'attuazione del federalismo fiscale come determinato dalla riforma costituzionale dell'Ulivo lo strumento per riformare i salari.  L'attuazione riguarda l'imposizione fiscale locale e la spesa pubblica locale. La contrattazione mi sembra esclusa, non ricordo NULLA della riforma dell'Ulivo che in qualsiasi modo richieda regolamenti attuativi in materia di contrattazione salariale.  Forse il DDLD potrebbe includere qualcosa sui salari dei pubblici funzionari, forse, ma a memoria non vedo l'appiglio.

Perdonate la gnoranza, non conosco gli studi sul rapporto cuneo fiscale - produttività, quindi mi espongo al rischio di dire minchiate. Se il cuneo fiscale si allarga, a naso la domanda e l'offerta di lavoro di equilibrio si abbassano entrambe (ho in mente un banale grafico con S e D...). e infatti Germania, Francia e Italia hanno tutte livelli di disoccupazione abbastanza elevati. Immagino che la produttivita' sia sicuramente funzione del salario orario netto, ma non sono sicuro dell'effetto del cuneo fiscale: se prendo 100€ netti l'ora mi cambia qualcosa che il mio costo per l'azienda (e quindi la mia produttivita' reale) sia 200€ o 150€? Se il cuneo fiscale domani si alza ma ci sono delle rigidità sui salari netti (that is, le imprese pagano tutto l'incremento), diminuirà la domanda di lavoro, ma la produttività (che giusto per essere chiari per me e' dY/dL) potrebbe andare dovunque, pure aumentare...

Vado un po' di corsa, e mi scuso.

La metto semplice: quando si studia l'impatto della tassazione sulla crescita della produttività, limitarsi alle medie e non guardare chi paga le tasse, come ed in che settori, è pessima pratica. Pensa solo, tanto per fare un'esempio banale, come una diversa progressività possa influenzare gli incentivi data una media invariante.

P.S. Vale la pena notare che in Italia, una parte non indifferente delle tasse levate al lavoro dipendente privato vengono spese cosi'. Conta.

P.P.S. Vedo che Alessio aveva già messo il link. Vorrei anche far notare che, dato un cuneo fiscale medio, il cuneo fiscale effettivo su chi paga le tasse è una funzione crescente del tasso di evasione fiscale. Qualcuno dovrebbe fare due conti brutali usando i dati a disposizione ed eliminando il settore privato. Mi gioco lo stipendio di un giorno che l'Italia arriva in testa, assieme al Belgio forse.

Io anche ho qualche perplessità: il salrio evidenziato è quello totale, o differenzia fra pubblico e privato?

Una domanda che mi pongo è questa: quanto, in Italia, il settore privato "mantiene" quello pubblico ?

La produttività di un operaio o impiegato di un'azienda italiana è paragonabile a quella di un norvegese o di un austriaco a parità di processo produttivo ? (potremmo vedere il settore bancario-assicurativo, ad esempio).

La paragonabilità esisterebbe anche se, dati fattori produttivi uguali, l'operaio iataliano prende 100 e produce 300, e l'operaio norvegese prende 200 e produce 600, perchè (secondo me) sarebbe interessante il rapporto, non i valori assoluti.

Chissà che ne uscirebbe fuori...

quanto, in Italia, il settore privato "mantiene" quello pubblico ?

Sembra che lo mantenga sempre di piú visto che i salari dei dipendenti pubblici crescono molto di piú di quelli privati

http://www.corriere.it/economia/09_maggio_19/sergio_rizzo_nel_pubblico_la_busta_paga_cresce_di_piu_c3478ca0-443a-11de-a9a2-00144f02aabc.shtml

A chi si chiede perché qualcosa non quadra .... ricordatevi il lavoro sommerso.

In un contesto di elevato e crescente economia sommersa ogni indicatore statistico su redditi, consumi, risparmio, produttività è sbagliato e fuorviante.

Ciao,

Francesco

 

PS: per quanto riguarda poi la differenza con altri paesi con un elevato cuneo fiscale, vale la pena di ricordare che da loro il welfare ed i servizi pubbici che si ricevono in cambio di quel prelievo sono di qualità e questo influisce positivamente sulla produttività. In Italia invece la burocrazia influsce negativamente sulle condizioni quadro, penalizzando l'economia. L'inefficenza della macchina amministrativa pubblica è un freno alla sviluppo.

Io me lo ricordo il "mitico" lavoro sommerso. Ma l'economia "nera" può riguardare il libero professionista, l'imprenditore e l'artigiano. Credo che interessi le categorie impiegatizie molto, ma molto meno, e comunque marginalmente. Da qui i dubbi sulla produttività.

Nota personale (e che quindi fa tutto, meno che testo): una misura della produttività la fornisce anche lo stato attraverso gli studi di settore e gli indici di congruità e coerenza. La mia società esce sempre congrua, ma non coerente, a causa dell'elevato rapporto immobilizzazioni/fatturato per addetto.

In soldoni: secondo lo Stato io e i miei impiegati produciamo troppo dato il livello di immobilizzazioni (che non sono poche), quindi io rischio un controllo della Finanza per "eccesso di produttività". Secondo il mio commercialista dovrei "fare del nero per rientrare nei parametri" (sic !). Mi immagino quanti imprenditori vorrebbero essere nella mia situazione, oppure lo sono, e fanno per l'appunto questo senza rischiare praticamente nulla, io invece rischio. Non è anche questa incoerenza ?

Finalino: al 19 Maggio 2009 non sono ancora usciti gli studi di settore del 2008, che, sempre secondo il mio commercialista, saranno deflattivi. Mi immagino quanto lavoro a Via XX Settembre per trovare la quadra..

Io me lo ricordo il "mitico" lavoro sommerso. Ma l'economia "nera" può riguardare il libero professionista, l'imprenditore e l'artigiano. Credo che interessi le categorie impiegatizie molto, ma molto meno, e comunque marginalmente. Da qui i dubbi sulla produttività.

Riguarda anche milioni di lavoratori dipendenti dediti al secondo o anche triplo lavoro.
E questo incide sulla produttività del primo.

Francesco

 

Ma l'economia "nera" può riguardare il libero professionista, l'imprenditore e l'artigiano. Credo che interessi le categorie impiegatizie molto, ma molto meno, e comunque marginalmente. Da qui i dubbi sulla produttività.

A quanto ho visto, parecchi dipendenti si fanno pagare parte del salario "fuoribusta", in nero. E non sono solo pensionati che non vogliono fare alzare troppo il loro reddito. Buona parte degli straordinari era pagato in questo modo. E credo lo sia tutt'ora, nonostante le varie modifiche sulla tassazione.

Conviene a tutti, ai dipendenti che ricevono piu' soldi in tasca, alle industrie, che producono in nero senza senza fare troppo sballare di vari parametri degli studi di settore e cabale varie usate dal fisco per decidere se fare o meno accertamenti.

 

A chi si chiede perché qualcosa non quadra .... ricordatevi il lavoro sommerso.

Dovresti essere piu' esplicito, e bisognerebbe anche sapere per capire l'effetto se i redditi riportati sono stimati sulle dichiarazioni dei redditi (ovvero sono sono quelli non sommersi) o dai consumi+risparmi (e allora includono tutti).  Io presumo che si parli unicamente di redditi non sommersi.

In questo caso l'effetto del sommerso e' che la situazione e' ancora peggiore di quella riportata dall'OCSE, perche' i redditi non sommersi di regola sono maggiori di quelli sommersi, e quindi avendo l'Italia piu' sommerso rispetto a tutti meno la Grecia, i redditi medi omnicomprensivi italiani sono posizionati peggio di quanto riportato.

Forse perché i giovani più promettenti scappano all'estero (credo ne facciate parte anche voi di nfA)?

Forse perché l'Italia sta diventando sempre più il paese dei privilegi e non della meritocrazia?

Forse perché abbiamo uno dei tassi più bassi di brevetti registrati fra i paesi presi in considerazione (ovvero si fa poca innovazione)?

non è che c'è una relazione "uno a meno uno" tra cuneo fiscale e produttività; è abbastanza accettato che le tasse sul lavoro siano distorsive dell'offerta di lavoro, in particolare quella di chi sta al "top" della distribuzione del reddito, cioè i più produttivi, in equilibrio (mi riferisco all'efficiency at the top dei modelli con informazione asimmetrica sull'effort alla "Mirrlees-Spence", per esempio). Ma la storia della produttività non finisce mica li...

E comunque: ragionando come hai fatto te, uno potrebbe fermarsi alla terza riga della seconda tabella, alla voce Regno Unito, e inferire che dove il cuneo fiscale è inferiore la produttività è superiore...

(mi riferisco all'efficiency at the top dei modelli con informazione asimmetrica sull'effort alla "Mirrlees-Spence", per esempio).

Jesus, Filippo, ma come la fai difficile! :-)

Mica serve tutta quella roba per concludere che chi è molto produttivo ed ha voglia di competere (se ne riceve benefici proporzionati) scapperà da un posto dove competere ed essere produttivi non conta e dove, se per caso prendi più di 50-70mila euro di stipendio, ti spennano come un tacchino due settimane prima di Thanksgiving! O no?

Anche se l'informazione è pubblica, anche se dichiaro chi sono e cosa faccio, se mi fregano il 70% di quello che produco (e costo all'azienda) me ne vado altrove dove me ne prendono solo il 35%. Se poi, perdippiù, quello che prendo viene tenuto basso nel nome di una qualche cretinata egualitario-giustizialista, allora scappo proprio a gambe levate.

Elementare, o no?

e vabbè, volevo tirarmela! :-)

Comunque sì, mi sembra elementare.

Diciamo che la risposta potrebbe fermarsi constatando che non sei riuscito neppure a piazzare il commento nello spazio adeguato - ma non scenderò a questi livelli.

Io non proponevo tesi, ma ponevo quesiti. Ho notato una correlazione interessante e l'ho fatta presente. E' la stessa che Garibaldi rileva nel suo commento. Lo stesso Garibaldi offre una spiegazione, come ne hanno proposte di loro quelli che hanno qui commentato.

Anzichè alzare i toni, potresti elaborare risposte.

Dici: "Ma la storia della produttività non finisce mica li...". Appunto, è proprio dove andava il mio commento. Non avendo tesi, ho lanciato un sasso. Magari vado nella direzione sbagliata.

 

Rispondo anch'io su questo thread :-)

Secondo me vale la pena ricordare che cio' che determina gli incentivi e' l'aliquota marginale, non quella media. Il cuneo fiscale e' la media pagata da un particolare lavoratore, nel caso riportato sopra, un single senza figli con reddito medio. Per fare un confronto serio occorrerebbe andare a guardare la struttura delle aliquote e del sistema di esenzioni e deduzioni/detrazioni, che influiscono (al margine) diversamente lavoratori di reddito e composizione familiare diverse. 

 

Andrea, mi sembri un piccolo Prescott! :-)

Do' anche io una risposta ad Andrea Gilli. Alcuni esempi:

- se l'operaio inscatola gli spaghetti a mano, avra' una produttivita' inferiore rispetto a quella di un operaio che usufruisce di un macchinario

- se l'operaio addetto alla macchina a controllo numerico ha conseguito la maturita' all'Istituto Tecnico, e' probabile che sia piu' efficiente di uno che ha la licenza media

- se ci sono forti ostacoli alla mobilita' delle persone, l'ingegnere di Monopoli trovera' conveniente lavorare al comune di Monopoli piuttosto che nell'azienda meccanica di Casalecchio di Reno. Si viene a creare un'inefficienza nel match tra occupazioni e lavoratori

L'eccessiva tassazione e' sicuramente uno dei fattori che contribuisce a creare situazioni come quelle che ho appena descritto, ma non e' l'unico.

Piu' alta e' l'aliquota marginale imposta sull'imprenditore della pasta, minori saranno i suoi incentive a comprare il macchinario. Fintanto che e' protetto dalla concorrenza internazionale, andra' avanti. Quando inizia a competere con il mondo, chiude.

Se la progressivita' della tassazione sul reddito e' eccessiva, il vantaggio di migliorare la propria istruzione diminuisce.

Anche l'(in)efficienza delle istituzioni ha un ruolo. Per esempio:

Se il mercato degli affitti non funziona perche' e' molto costoso sfrattare un inquilino - per esempio a causa dell'inefficienza dei tribunali - gli affitti a Casalecchio sono alti, sicche' l'ingegnere di Monopoli se ne stara' a casa.

 

Già: in Belgio amici con figli mi dicevano che se ne hai tre o più paghi pochissime tasse.Infatti l' esperienza personale è che le famiglie son tendenzialmente numerose.

Visto che si parla di aliquote marginali, segnalo il mio passato articolo Oppressione fiscale e detassazione degli straordinari. Li' vengono calcolate le aliquote marginali IRPEF+INPS+IRAP sui redditi. Le aliquote marginali italiane sono particolarmente elevate, e fra l'altro esistono anche redditi per i quali sono piu' elevate per lavoratori con figli a carico rispetto a quelli senza figli.

Come discusso in quell'occasione, il sistema italiano si caratterizza per detrazioni (anche per carichi familiari) che diminuiscono coi reddti, e questo sistema stabilisce aliquote marginali fisco-contributive dell'ordine del 40% anche per redditi IRPEF dell'ordine di 20kEuro/anno (oops devo correggere, i dati italiani sono cosi' assurdi che e' difficile ricordarli bene: l'aliquota marginale fisco-contributiva sul costo del lavoro e' 63% circa, la sola aliquota marginale effettiva IRPEF sui redditi dichiarati IRPEF e' 40% circa).

Tale sistema e' stupido e imbroglia i contribuenti senza adeguata capacita' di analisi. Scommetto inoltre - ma invito chi avesse tempo a raccogliere i dati - che non viene utilizzato nei Paesi che precedono l'Italia nell'indice di sviluppo umano ONU, che immagino avranno di regole detrazioni e deduzioni invarianti col reddito.

Il sistema demenziale in vigore in Italia appare peraltro congruente con l'ipotesi che i politici (di entrambi gli schieramenti) siano poco competenti e capaci solo di congegnare il sistema fiscale in modo da tosare al massimo il parco buoi dei contribuenti in regola con fisco senza far comprendere loro quanto.

scusami per il tono della risposta, non avevo intenzione di fare una polemica personale. Io volevo contestare la logica che a tuo parere indeboliva l'argomento tasse ("Allora, come mai D e F hanno produttività maggiore PUR con cuneo fiscale superiore? Si dice che il cuneo elimina parecchi incentivi alla crescita della produttività, ma i casi francese e tedesco sembrano suggerire che il cuneo fiscale non sia l'unica variabile e, oltretutto, neppure la più importante") che invece secondo me è fondato e colpevolmente sparito dal dibattito politico. Gli argomenti raffinati (ed anche quelli elementari, Boldrin dixit) a sostegno del fatto che le tasse al margine contano come incentivo soprattutto per i più produttivi, secondo me non si possono scordare.

Siccome hai sottolineato quella relazione positiva per due paesi "simili" all'italia, io ho fatto notare (spocchiosamente e me ne scuso) che vale anche quella inversa per un altro paese "comparabile" (oltre che per molti altri con salario netto ben superiore a quello italiano). Dunque mi sembra ardito dedurne che le tasse non sono un disincentivo "decisivo" per la produttività. La mia frase "Ma la storia della produttività non finisce mica li..." voleva significare che in Germania il lavoratore medio può avere un salario più alto nonostante il cuneo fiscale per tanti motivi (uno lo riporta Francesco Forti), ma questo né ci dice - secondo me - che le tasse non siano un disincentivo importante, né che "fare come i tedeschi" (cioè PROVARE a spendere meglio il "cuneo") sia la cosa giusta da intraprendere.

chi sta al "top" della distribuzione del reddito, cioè i più produttivi

Mi piacerebbe sapere se l'assunto chi piu' produce piu' guadagna vale veramente anche in Italia. Spesso mi viene il dubbio che non lo sia affatto. Gli incentivi monetari sono talmente scollegati dal merito e dalla produttivita' che mi viene il dubbio che in Italia forse dovremmo usare un altro modello.

"Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%. Il dato mi sembra fonte di preoccupazione. Se i contributi fossero semplicemente risparmi forzati, si tratterebbe di redditi che i lavoratori percepirebbero in un più o meno lontano futuro. Vista la situazione demografica, non c'è alcuna garanzia che questi contributi genereranno al momento della pensione un reddito paragonabile a quanto versato. Una riduzione sostanziale del cuneo fiscale sembra quindi quantomai difficile da attuare riducendo il carico fiscale. E ad attuarla riducendo i contributi pensionistici si richiano notevoli costi sociali. Ovviamente c'è anche un'altra soluzione: aumentare l'età della pensione."

Già ma di quanto? In queste condizioni quale potrebbe essere l'età di equilibrio? Più o meno di 90 anni?

Già ma di quanto? In queste condizioni quale potrebbe essere l'età di equilibrio? Più o meno di 90 anni?

Forse risponderà Michele che queste cose le ha studiate per lavoro... ma è probabile che chi ha meno di 45 anni dovrà aspettarsi sia un aumento considerevole dell'età pensionistica, sia un minore tasso di rimpiazzo. Io scherzo dicendo che tutto sommato non cambierà molto per le persone della mia generazione (a parte il fatto che si dovra' lavorare ben oltre i 60 anni): la differenza principale sarà che non si riuscirà a comprare la casa ai propri figli, a differenza di quanto hanno fatto i nostri genitori (beh, i genitori dei miei amici per la precisione). Ma qui sto speculando. 

Con una semplice rule of thumb, direi che con una aliquota contributiva sostenibile (25% dovrebbe andar bene, -8% ca rispetto ad oggi), tre anni di lavoro servono per pagare un anno di pensione (da calcolarsi sottraendo alla vita media attesa l'età del pensionamento). In qs modo verrebbe garantito al pensionato lo stesso salario reale medio, nell'ipotesi in cui il rendimento implicito reale della contribuzione sia pari all'aumento del salario reale medio e al tasso di crescita del PIL. Infatti il salario al netto della contribuzione è pari a 100-25=75=25x3.

calcolo ottimistico in un paese in cui i salari crescono con l'anzianita'.

questo implica che tutte le pensioni sono proporzionali al salario massimo raggiunto, mentre i contributi sono proporzionali al salario medio

in teoria la dini doveva fare questo e quello, ma al momento non ha fatto nulla per mille ragioni che, se proprio vi importano, magari vi racconto a fine settimana ...

chi ha 45 anni meglio faccia come me e calcoli di andare in pensione a 65-70 ...

Io di ani ne ho 46 e conto di andare in pensione quando mi cacceranno a calci dalla mia azienda, in quanto troppo rincretinito per andare avanti. Come me molti (troppi) che fanno il mio lavoro (la passione ci guida -)).

Se non ricordo male l'età pensionabile in Italia dovrebbe aumentare gradualmente con gli "scalini" introdotti dalla riforma dello "scalone" Maroni, ma forse il problema è "quanto"  gradualmente, oltre alla disparità di età pensionabile fra uomo e donna, inoltre quest'ultima, statistica alla mano, vive più del maschio, per cui la donna lavoratrice costituisce un ulteriore (futuro) aggravio per le casse dell'erario, ovviamente adesso mi salteranno addosso le donne che seguono il blog, ma la matematica non è un opinione: la donna costa -)-).

Al di là delle facezie non dimenticate la "polpetta" avvelenata del TFR in mano ai sindacati e ai "fondi pensione assicurativi", molti lavoratori quando andranno in pensione avranno un'amara sorpresa, forse è meglio che continuino a lavorare, le tavole di mortalità, longevità (che è una misura dell'attività di un organismo) sono lì a dirci che 65 anni non sono un'età tarda per andare in pensione.

Comunque non parliamone troppo, altrimenti Rifondazione Comunista (o come si chiama adesso dopo la suddivisione dell'atomo) ci verrebbe a ricordare i lavori usuranti , le varie esenzioni, agevolazioni, etc. di italica concezione.

questo implica che tutte le pensioni sono proporzionali al salario massimo raggiunto, mentre i contributi sono proporzionali al salario medio

sì, in media, semplicemente perchè i contributi vengono capitalizzati ad un tasso di crescita che coincide con quello dei salari medi. Rispetto a quello che succede oggi non penso sia un grave problema. Di fatto vorrebbe dire che se uno inizia a lavorare a 25 anni, deve lavorare fino a 70 per percepire un pensione pari al salario fino a 85 anni. Ovviamente che si accontenta di meno può smettere un po' prima.

In realtà la cosa che volevo sottolineare è l'aliquota contributiva del 25%, assai inferiore a quella odierna che, assieme alla bassa produttività, è la causa principale del cuneo. Il problema è che nessuna pensa di ridurla a quel livello perchè le promesse attuali del sistema sarebbero insostenibili. Nessuno vuole incidere sullo squilibrio corrente che è il vero problema e in questo modo si aggravano le conseguenze negative future.

non sono un economista ma leggo lo stesso noisefromamerika per cercare di capire cosa stia succedendo in Italia.

Tuttavia, ho l'impressione a volte di capire sempre meno. Uno, perchè mi sembra che qualche volta gli economisti di professione ragionino come se i dati economici in Italia fossero completi e accurati -- commento che è già stato fatto in questo thread. A me pare che la logica stringente di alcune delle tesi presentate qui sia poco efficace quando il materiale su cui si esercita è tanto fluido.

Mi pare anche che a volte si ignori il ruolo del potere. In un commento di questo thread leggo per esempio che la decisione sul miglioramento della propria istruzione può essere fatta dipendere dall'eccessiva tassazione sul reddito. Solo nel paradiso degli economisti. I giovani che non studiano oltre la media, spesso lo fanno perchè sanno che lo studio DA SOLO non rende. Rende se accompagnato da contatti di famiglia, cioè dal potere che viene esercitato da chi ce l'ha, e in Italia l'ha spesso da generazioni, per premiare qualcuno e punire qualcun altro senza che ciò abbia nessun senso economico.

 

Grazie del commento, quanto dici ricalca esattamente l'approccio degli economisti, e cioé che le decisioni vengono determinate dall'insieme degli incentivi, sia monetari che non monetari, come tu sottolinei. Vale la pena ricordarlo, e ricordare che, certamente, anche rimosse le inefficienze di carattere economico, rimangono fattori culturali ed istituzionali che impediscono la crescita. 

Certamente però i fattori economici, come la struttura della tassazione sul reddito, non sono secondari, e vale la pena sottolinearli. 

Domanda: come mai vengono pubblicizzati i dati solo per lavoratori senza figli? Non sarebbe piu' logico pubblicare i dati medi, e i dati per 1,2,3,4 figli almeno?

Personalmente mi aspetto che la posizione dell'Italia peggiori per quanto riguardi il cuneo fiscale su posizioni nettamente piu' tassate rispetto a Francia e Germania nel caso di 2 figli e piu', forse anche per 1 solo figlio. Nonostrante tutta la ridicola propaganda a favore della famiglia da parte dei politici italiani, la tassazione italiana e' quella piu' punitiva forse del mondo nei confronti di chi ha 1,2,3 figli, cioe' la maggior parte delle famiglie, perche' riconosce 1/4 circa delle detrazioni di Francia e Germania e per di piu' rapidamente azzerate al crescere del reddito.

In generale sottolineo che discutere solo dei lavoratori senza figli e' abbastanza insensato e distorcente. Mi stupisce che l'OCSE abbia pubblicato dati cosi' parziali e sospetto ci sia di mezzo l'usuale superficialita' e desiderio di manipolare l'informazione della stampa italiana.

Risposta: non ho voglia di spendere $130 o giu di li' per comprarmi tutto il rapporto, quindi ho usato solo i dati riportati nel sommario a titolo esemplificativo. Se non ricordo mail il rapporto completo riporta anche i dati riguardanti una coppia con due figli.

Risposta: non ho voglia di spendere $130 o giu di li' per comprarmi tutto il rapporto, quindi ho usato solo i dati riportati nel sommario a titolo esemplificativo.

Hai usato i dati pubblicati dalla stampa italiana quindi?  Rimane la domanda perche' i giornali italiani hanno pubblicato solo i dati per lavoratori senza figli, una categoria minore e non rappresentativa a causa delle diverse politiche fiscali per la famiglia vigenti dei diversi Stati.

No, ho usato i dati disponibili nel sommario pubblicato dall'OCSE nel suo sito, che ho linkato. Cosa abbia usato la stampa non ne ho idea. Immagino che $130 siano troppi anche per loro :)

Rimane la domanda perche' i giornali italiani hanno pubblicato solo i dati per lavoratori senza figli

Perche' sono in bella mostra nel sito OECD e facili da reperire, mentre dati piu' approfonditi non lo sono. Pigrizia direi.

Domanda: come mai vengono pubblicizzati i dati solo per lavoratori senza figli? Non sarebbe piu' logico pubblicare i dati medi, e i dati per 1,2,3,4 figli almeno?

Non credo ci sia niente di "piu' logico" nel preferire dati sui lavoratri con figi o senza. Dipende cos'e' che vuoi analizzare. Se vuoi analizzare produttivita' del lavoro, effetto della tassazione sui redditi netti e la possibile relazione tra produttivita' e cuneo fiscale, allora mi sembra ovvio non utilizzare dati al lordo di politiche familiari. Se poi ti interessa analizzare il rapporto tra fertilita' e redditi netti, o i redditi netti della famiglia "tipo" in diversi paesi dell'OCSE, allora servono anche i dati su tutte le politiche di sostegno alla famiglia. Ma dico tutte pero', non solo detrazioni e deduzioni. Ad esempio, qui in Canada (paese OCSE) non esistono detrazioni per figli a carico. Oops. Quindi se guardi al reddito netto di una persona senza figli e una con dieci figli e' uguale. Poi pero' i governi danno assegni alle famiglie con figli, in base al reddito, solo che normalmente gli assegni vanno alla madre e non al padre dei bambini.

Se poi ti interessa analizzare il rapporto tra fertilita' e redditi netti, o i redditi netti della famiglia "tipo" in diversi paesi dell'OCSE, allora servono anche i dati su tutte le politiche di sostegno alla famiglia. Ma dico tutte pero', non solo detrazioni e deduzioni. Ad esempio, qui in Canada (paese OCSE) non esistono detrazioni per figli a carico. Oops. Quindi se guardi al reddito netto di una persona senza figli e una con dieci figli e' uguale. Poi pero' i governi danno assegni alle famiglie con figli, in base al reddito, solo che normalmente gli assegni vanno alla madre e non al padre dei bambini.

Non mi interessa in questa sede la politica fiscale per la fertilita', mi interessa piuttosto 1) la pressione fiscale media, e non quella su un particolare tipo di famiglia che non e' la piu' comune 2) la pressione fiscale per diversi tipi di famiglia. Non c'e' bisogno di politiche di fertilita' perche' un legislatore un minimo competente capisca che la parte di reddito disponibile per un eventuale prelievo fiscale diminuisce col numero di figli conviventi.

Il caso del Canada e' trattato senza problemi dal rapporto OCSE che nel link da te stesso fornito mostra una tabella dove - direi correttamente - per una famiglia con due figli vengono conteggiati "Income tax plus employee contributions less cash benefits per family type".  Questo cattura l'entita' complessiva della tassazione per i Paesi OCSE (se hanno fatto un lavoro corretto, come presumo).

Puo' essere che nel caso italiano questo conteggio non includa l'IRAP che dovrebbe in realta' essere inclusa almeno per la frazione della sua base imponibile costituita dal monte salari. Se hanno trascurato l'IRAP, i cunei fiscali per l'Italia andrebbero aumentati del 3-4%.

Il caso del Canada e' trattato senza problemi dal rapporto OCSE che nel link da te stesso fornito mostra una tabella dove - direi correttamente - per una famiglia con due figli vengono conteggiati "Income tax plus employee contributions less cash benefits per family type"

Se i cash benefits sono i sussidi di cui parlavo io, allora sono d'accordo.

non c'e' bisogno di politiche di fertilita' perche' un legislatore un minimo competente capisca che la parte di reddito disponibile per un eventuale prelievo fiscale diminuisce col numero di figli conviventi.

Diminuisce anche col numero di case o barce da mantenere. La metto un po' provocatoria, ma se una famiglia decide di fare figli invece che di comprarsi una barca, peche' deve avere degli sconti dal fisco?

Personalmente mi aspetto che la posizione dell'Italia peggiori per quanto riguardi il cuneo fiscale su posizioni nettamente piu' tassate rispetto a Francia e Germania nel caso di 2 figli e piu'

No.

Il rapporto 2008 non lo trovo, forse ho cercato male, comunque ho trovato quello 2007. L'Italia stava un po' meglio in termini di Cuneo a 45.9% ed era settima invece di sesta. Se invece si guarda alle famiglie con 2 figli, la situazione migliora nettamente per l'Italia con un cuneo di 33.8% che la pone al 13mo posto (la Francia passa da 49.2% a 41.9%, la Germania da 52.2% a 36.4%). Il miglioramente e' dovuto quasi esclusivamente ai figli visto che coppie sposate senza figli hanno un cuneo di 42.3% (F: 41.9%, D: 47.3%).

 

Il rapporto 2008 non lo trovo, forse ho cercato male, comunque ho trovato quello 2007.

Grazie dei dati (che mi stupiscono), potresti fornire anche il link per il rapporto 2007?

Se invece si guarda alle famiglie con 2 figli, la situazione migliora nettamente per l'Italia con un cuneo di 33.8%

E' un dato sorprendente visto che solo la parte contributiva pesa il 32% circa sul costo del lavoro.  Vuol dire che per la media dei lavoratori con due figli il prelievo IRPEF e' 2%, secondo questo consuntivo OCSE.

 

Ho trovato anche il 2008. Cambia poco, invece del 33.8% e' il 36% che colloca l'Italia all'undicesimo invece che al dodicesimo (prima avevo sbagliato tutto di una posizione).

Infine, vale la pena riportare anche la suddivisione del cuneo fiscale fra le sue componenti. Lo faccio solo per l'Italia: il cuneo del 46.5% è dovuto a tasse sul reddito nella misura del 15%, contributi previdenziali a carico del lavoratore, 7.2%, e contributi previdenziali a carico del datore di lavoro, 24.3%.

Già ma occhio che qual 15% è progressivo mentre tutto il resto è proorzionale e quindi fortemente recessivo. Questo induce milioni a lavorare in nero, sfuggendo a imposte e contributi.
Non credo che si possa calcolare la produttività del sommerso ma poiché sfugge non solo a imposte ma anche a ostacoli burcratici (alcuni doverosi, altri degni del regno delle banane) potrebbe essere anche piu' produttivo, a parità di prodotto.

Ciao,

Francesco

A me sembra che non sia sempre vero.

A me, lavoratore bancario, negli anni è diminuito il salario ed è aumentata la produttività... e non c'entra il cuneo fiscale (o meglio forse c'entra ma non in modo determinante).

La maggior produttività se l'è cuccata tutta l'azionista...

E' un'anomalia italiana (come al solito) o meglio la solita presa per i fondelli mascherata da "dogma" economico?

Che bassa produttività -> basso salario non ci piove, altrimenti l'azienda fallisce. Ciò che stai confutando è basso salario -> bassa produttività, e su questo hai ragione.

A questo punto però rimane aperto il punto su come misurare la produttività. In particolare, ho due curiosità:

1) secondo voi imprenditori e sindacati hanno una idea esatta di come essa si misura?

2) Ci andiamo a fidare dell'ISTAT per una stima della produttività (magari) a livello settoriale? Per poi scoprire che ha rivisto piu volte lei le stime rispetto al numero di dichiarazioni "ufficiali" di Berlusconi sul caso Noemi Letizia. Per altro se uno volesse pensar male, potrebbe trovare "strano" che le stime della produttività dell'ISTAT sono state riviste al ribasso due volte per poi rivederle al rialzo (tornando praticamente alla stima originaria) immediatamente dopo la firma di importanti accordi sindacali. Lo ammetto sono il solito dietrologo italiano.

 

Non ho fatto caso se qualcuno ha commentato l'articolo di Sergio Rizzo sul Corriere di oggi che riporta i risultati di un'indagine di Confartigianato sulle retribuzioni del pubblico impiego. Semplicemente curioso il fatto che sul home page dell'associazione ci sia il pdf dell'articolo di Rizzo, ma non il documento citato da cui è stato scritto il commento. Domanda ingenua: ma una volta non si pubblicava prima il documento e poi si faceva la conferenza stampa?

 

 

Perdonate la banalità della domanda (non sono un economista neppure io): ma come si misura la produttività? Numero di automobili prodotte per addetto e per unità di tempo nel caso della FIAT? Ma in alcuni settori mi sembra più difficile (ad esempio per un docente universitario? numero di pubblicazioni/citazioni per anno oppure numero di studenti promossi per anno o numero di studenti bocciati per anno?). Tutti dicono che in Italia la produttività è molto bassa, ma fatta 100 la produttività tedesca quella italiana quanto è? 10, 50 o 90?

Ciao

Perdonate la banalità della domanda (non sono un economista neppure io): ma come si misura la produttività?

Sono in buona compagnia. Meno male! Prima di scrivere il mio primo commento su NFA mi sono detto: ma "cos'è la produttività"? Se lo sa Brunetta (e tutti gli altri, anche giornalisti!!!, che ne parlano) DEVO saperlo anch'io! Su Wikipedia.it ho trovato una pagina per un profano abbastanza inutile per chiarirsi le idee infatti:

La produttività in economia può essere definita in via di prima approssimazione come il rapporto tra la quantità di output e le quantità di uno o più input utilizzati per la sua produzione. Viene calcolata con riferimento alla singola impresa, all’industria o più in generale alla nazione.

Gli indici di produttività possono essere visti sotto due aspetti: la produzione e il consumo.

Dal lato dell’offerta essi assolvono le funzioni di indici di cambiamento tecnologico, efficienza produttiva e competitività, interna ed internazionale. [cut]

Mah!

Letto questo mi è sorto spontaneo il quesito che ho poi espresso nel commento: cioè non trovavo esplicitata la correlazione maggior produttività maggior salario.

Giustamente andrea moro mi ha fatto notare che quando il ministro dice che "i salari sono legati alla produttività" dice "bassa produttività implica basso salario".

Quello che è invece vero per l'Italia (e forse per molta altra parte di mondo) è parte quello che sempre Brunetta dice dopo:

C'e' stata negli ultimi 10-15 anni una distribuzione del reddito che e' andata piu' a favore dei profitti che dei salari. Questo non e' negativo in se', se dai profitti si passa agli investimenti. Se, invece, dai profitti si passa alle rendite finanziarie, allora le cose non funzionano.

Condivido quindi con Alessandro la domanda: come si misura la produttività (soprattutto la mia di bancario)?

Grazie ancora a tutti qui a NFA per farmi imparare sempre "cose nuove" e a pensarci in modi un po' diversi.

Effettivamente la produttività si calcola come riferisce Wikipedia, ma la cosa andrebbe riferita a ogni tipologia, variando poi (e di molto) secondo il settore.

Un operaio meccanico alla pressa sarà tanto più produttivo quanto più la pressa sarà veloce e potente, o il tornio, o la macchina a controllo. Oramai in campo industriale o semi industriale la produttività è forte espressione della macchina e del ciclo della stessa. Poi c'è l'organizzazione del lavoro che influisce: se ho una macchina che produce x pezzi ora e un solo operaio che assembla, buonanotte.

In genere l'organizzazione del lavoro dipende dall'imprenditore, quanto più è bravo e capace, tanto più, a parità di macchine (fattori produttivi o inputs, scegli tu il termine) sarà produttivo. La produttività nulla ha a che vedere con la qualità, da cui poi il posizionamento sul mercato del prodotto.

Parlo di cose che conosco, quelle che non conosco le tralascio, da cui ti parlo (poco) della FIAT: lo stabilimento di Termini Imerese, ad esempio, ha un costo x unità di prodotto elevato, dovuto a macchinari obsoleti e una pessima organizzazione del lavoro (che in FIAT è diversa da stabilimento a stabilimento..), la pessima organizzazione del lavoro è frutto di resistenze sindacali e lontananza dai fornitori, per cui Termini Imerese (ad esempio) non adotta il just in time per il magazzino, o comunque deve mantenere volumi di magazzino più alti. Quindi Termini Imerese ha una produttività bassissima, intesa che il costo che grava su ogni auto venduta è più elevato che in qualsiasi altro stabilimento FIAT. Su alcuni modelli riuscivano pure a essere in perdita secca...

Melfi, per rimanere in FIAT, adotta il just in time (i fornitori sono tutti raggruppati intorno lo stabilimento), ha macchinari nuovi e adotta una divisione del lavoro completamente diversa, frutto anche della diversa composizione operaia (tutti giovani o quasi, con elevata professionalità e senza rappresentanza sindacale), Melfi è, al momento, lo stabilimento in cui FIAT guadagna di più per unità di prodotto, seguito dallo stabilimento polacco, alla pari (o quasi) con Rivalta.

Dopo il papiello su FIAT, giusto per farti capire che anche nella stessa azienda le cose cambiano da fabbrica a fabbrica per vari motivi, ti dico quello che so delle banche, guardando i loro conti economici (su NFA ci dovresti trovare pure un articolo), devo anche dire che le banche sono più facilmente comparabili, essendo gli inputs (fattori produttivi, macchinari) abbastanza fissi: una scrivania o un banco, computer, telefono, quattro mura. Quindi conta molto l'organizzazione del lavoro, posto che gli inputs sono praticamente 0, quindi conta l'imprenditore e le sue scelte.

Bene, siete un pozzo di inefficienza (all'estero con meno addetti fatturano di più), totalmente scaricato sulla clientela, tosata il più possibile, tutti gli incrementi di utili sono andati all'azionista (quindi in profitti), che approfitta della rendita di posizione bancaria per non aumentare la produttività per addetto (dovrebbe licenziare, molti compiti oggi svolti da impiegati un PC lo farebbe meglio e con minor costo) e aumentare i profitti a scapito della clientela.

La risposta alla tua domanda (come si misura la tua produttività di bancario) è quindi: vedi quanto fattura (solo il fatturato!) la tua banca, vedi il costo del lavoro totale (salario + contributi previdenziali, premi, tasse), fai il rapporto e sai che produttività hai.

Poi fallo per una banca estera (il Banco di Bilbao o ING) e tienti forte.

La definizione di wikipedia è corretta ma piuttosto teorica. Concretamente, una misura aggregata della produttività è il rapporto fra PIL e ore lavorate complessive. Alcuni dati li trovate in questo articolo

io avrei un altra relazione Bassa Innovazione ->Bassa Produttività ->Bassi Salari

ora mi spiego, la gran parte delle PMI è rimasta a livello di innovazione/ICT a 15 anni fa c'è gente che vede ancora excel come software avvenieristico. O altri che hanno cominciato a disegnare in 3d solo 4 anni fa. Negli ultimi anni hanno tentato di aumentare la produttività tagliando i le spese ed in questo sia costi che investimenti.

Paragonare tout court D,F e I non serve molto perche' le produzioni sono allocate su settori diversi.

Mi piacerebbe vedere i dati per settore merceologico (ed eventualmente anche per grandezza dell'azienda) e mi piacerebbe vedere i dati sulla crescita dei salari e della redditivita' per settore.

Il mio personale pregiudizio (che sarei ben lieto di smentire) e' che il core delle industrie italiane sia a basso valore aggiunto ed ad alta intensita' di lavoro per cui grandi culi e pochi soldi.

Any hint?

Off-topic, forse, ma sino a un certo punto.

Ho commesso l'errore di vedere spezzoni di Ballarò di stasera... un errore che non commettevo da tempo.

Vi allieto con un paio di gemme. Protagonisti: Floris, Amartya Sen, Vendola, Angeletti e una onorevole del PdL (anche responsabile della comunicazione o qualcosa di simile) di cui non ricordo il nome.Riassumo e parafraso come l'ho capita io - se da qualche parte ho travisato e mi spiegate che è così mi fate (un po' meno in)felice.

 

I. FIDUCIA.

Amartya Sen: perchè il libero mercato funzioni bene è necessario che vi siano democrazia, regole chiare, istituzioni che facciano rispettare tali regole e che si occupino di settori particolari quali pensioni, istruzione e insomma, dello stato sociale. Nel mercato è importante la fiducia, ma a tal fine, poichè le istituzioni di cui sopra sono molto importanti, è fondamentale che esse stesse siano affidabili.

Onorevole PdL (vari minuti dopo): le parole del Premio Nobel di poco fa descrivono perfettamente la posizione del presidente Berlusconi di fronte alla crisi: Berlusconi ha sempre detto che per uscire dalla crisi servono appunto fiducia e ottimismo: fiducia di investire e far circolare denaro.

Floris nella discussione che segue continua a parlare indifferentemente di fiducia e ottimismo generalizzati.Si comincia poi a parlare di sentenza mills, magistratura e giustizia. Tra l'altro, in studio è presente Catricalà, che per il momento tace (solo molto più tardi esordirà dicendo che... vabbe', no, magari me lo lascio per un altro post...).

Onorevole PdL: Ma che modo è di condurre la trasmissione? Che c'entra la crisi economica con la giustizia? Agli Italiani non interessa nulla!

Floris cambia argomento.

 

II. SALARI.

Onorevole Pdl: Tra le cose buone che il governo ha fatto per i salari c'è la detassazione degli straordinari.

Angeletti: La detassazione degli straordinari era una buona idea quando è stata fatta, ma poi non è servita a nulla perchè è arrivata la crisi e in tempi di crisi non si fanno straordinari.

Tabacci: Certo, e ciò dimostra che non è vero che il governo aveva previsto la crisi!

Vendola (molti minuti dopo, parlando dell'aumento della disoccupazione): Sugli straordinari c'è da dire che, paradossalmente, da una parte molte fabbriche chiudono e licenziano, ma dall'altra nelle fabbriche che restano si è costretti a fare più straordinari, moltissimi straordinari.

Onorevole del PdL: Allora vedete che la detassazione a qualcosa serve!

 

E via così...

Angeletti: La detassazione degli straordinari era una buona idea quando è stata fatta, ma poi non è servita a nulla perchè è arrivata la crisi e in tempi di crisi non si fanno straordinari.

Tabacci: Certo, e ciò dimostra che non è vero che il governo aveva previsto la crisi!

Il governo non aveva bisogno di prevedere la crisi, visto che al tempo (tarda primavera ed inizio estate 2008) era già in corso. Per questo ridusse la tassazione degli straordinari: per far finta di ridurre le tasse senza ridurle. Nel puro stile presaperilculo della premiata ditta BS&GT. Commentammo al tempo:

Detassare gli straordinari é una scelta miope in confronto alla alternativa, che consiste di ridurre la progressivitá dell'imposizione di almeno lo stesso ammontare. I piccoli e medi imprenditori del nord si stanno facendo burlare (dall'astuta casta e dai suoi comparielli) ancora una volta, mentre credono di aver fatto un affare perché prenderanno due briciole cash. Contenti voi ...

P.S. Anche Sen dice delle trivialità mica male, no? Ha spiegato che l'acqua bagna?

Dai Michele, non prendertela con Sen, lo sai come funziona a Ballaro' :-)

Infatti.

Io ascoltando Sen mi sono chiesto se sono io troppo ignorante per cogliere un qualche senso profondo in ciò che diceva o se piuttosto sono troppo poco ignorante per non registrare il tutto come inaudita banalità. Ma appunto, Floris, Ballarò, la televisione...

Però le tue critiche alla schifezza del collegamento devono essere arrivate (ho visto solo l'inizio: Crozza e Sen, non so se poi è andato tutto liscio), difatti lo hanno tenuto in studio, gli hanno fatto dire le sue cose e via..

Forse leggono Nfa... sta di fatto che (forse: mai dire mai) non ti chiameranno più, inoltre Sen almeno un viaggio a Roma (o Milano, non lo so) lo ha scroccato, a te ti hanno inchiodato a Washington da Obama -).

C'è qualcuno che ha sentito cosa ha detto il presidente della Confapi ? Lo hanno fatto parlare ?

Certo Michele... avrei voluto inserire anch'io il link alla vecchia discussione su nFA sulla detassazione degli straordinari, ma... beh, semplicemente pigrizia.

In quanto a Sen. Già, forse persino Fazio (Fabio, dico) sarebbe riuscito a cavargli qualcosa di più interessante di quanto abbia fatto il tuo amico Floris! ;-D

E ora, per chi se l'è perso, il memorabile esordio di Catricalà:

Floris: Caro Catricalà, tu che sei a capo dell'antitrust, come vedi la crisi dal tuo punto di vista? Che effetti se ne colgono nel tuo lavoro?

Catricalà: Noi abbiamo il compito di controllare le aggregazioni tra le imprese, ovvero i casi in cui imprese comprino altre imprese. In questo momento, a causa della crisi e della carenza di credito, tali aggregazioni sono più difficili. Peccato, perchè queste aggregazioni sono fatte per creare valore, sfruttare al meglio le potenzialità delle imprese e quindi aumentare la concorrenza.

Io la storia di questo signore non la conosco... ma o io mi sono completamente rimbecillito, o in quel poco tempo in cui ho studiato economia avrei fatto meglio a coltivare pomodori (o dio, forse questo sarebbe stato meglio comunque)... oppure...?

 

La spiegazione é parecchio più semplice. L’organismo che lui presiede si porta casa, per ogni concentrazione che analizza, una fee che va da 3000 a 60000 euro, a seconda dell’ammontare della transazione. Meno concentrazioni, meno quattrini. Quando afferma che 

"queste aggregazioni sono fatte per creare valore"

è chiaro che sta parlando del valore del suo portafoglio. Le altre amenità, tipo che le concentrazioni permettono di

"sfruttare al meglio le potenzialità delle imprese e quindi aumentare la concorrenza"

sono affermazioni insensate che a Ballarò (oops, mai come in questo caso è azzeccata la definizione di Marco Boninu di Cazzarò) nessuno è in grado (o ha voglia) di contraddire. In ogni caso se uno carico di buona volontà avesse voluto censurare l’eminente castroneria, la sua osservazione sarebbe caduta nella generale indifferenza: all’audience non interessa perché non la capisce.

 

Sen dice delle banalità anche in privato. Una volta è venuto da noi all'EUI per un seminario ristretto (quindici persone) su religione ed economia. Per metà ha parlato di uno sconosciuto intellettuale indiano del 19 secolo e per il resto pura acqua fresca. non voglio pensare quanto ha pagato il mio collega che l'ha invitato.

povero Sen mi sta simpatico, non capisco tanto accanimento. In ogni caso tutti, nelle giuste condizioni, parliamo di acqua fresca, ma per curiosita', qual e' il nome dello sconosciuto intellettuale indiano del 19esimo secolo?

Ma guarda, non credo che qui la questione sia la simpatia o la competenza di Sen... dire cose intelligenti a un pubblico televisivo molto vasto e variegato in un'intervista di pochi minuti con domande a dir poco vaghe (e magari con una traduzion io ave non all'altezza) non credo sia semplice per nessuno. Come anche discussioni su questo blog dimostrano, si può essere luminari ma non per questo essere in grado di infondere scienza in qualunque contesto ci si trovi.

Sull'identità dell'intellettuale indiano, poi, anche io mi interrogo, spero di riuscire a dormire stanotte :-)

io soffro di insonnia....mi era venuto in mente Rabindranath Tagore, ma non e' uno sconosciuto....neanche in europa...mi tocca riprendere the argumentative indian...

secondo Tremonti.

Così, per esempio, il geniale commercialista ritiene si riduca il costo del credito alle imprese.

Chi ha detto che il pianificatore non esiste? La questione aperta è se sia benevolente, ed onniscente, o no.

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