Scioperi nei servizi pubblici essenziali e soluzioni che non si vogliono trovare

1 agosto 2017 Vitalba Azzollini

Qualche giorno fa, in occasione dell’ennesima astensione dal lavoro nel settore dei trasporti, Renzi è sembrato rammaricato di non essere intervenuto normativamente sulla materia, durante il governo dei mille giorni. Eppure, nulla impediva che il fervore operativo dell’esecutivo di cui era a capo venisse indirizzato anche alla riforma della disciplina dello sciopero nei servizi pubblici essenziali (l. n. 146/1990): anzi, più volte ciò era stato annunciato. 

Prima di Expo, il ministro Delrio - nel sacrosanto presupposto che non si possono lasciare a piedi “milioni di visitatori” e che “una minoranza, peraltro poco numerosa”, non può condizionare “la vita di una città quando la stragrande maggioranza dei lavoratori ha opinioni diverse” - affermò la necessità di  nuove regole e propose una soluzione interessante, ipotizzando che lo sciopero venisse preceduto da un referendum votato da almeno il 51% dei lavoratori interessati. Ma, smantellati i padiglioni espositivi, agli intenti di Delrio toccò la stessa sorte.

Nel luglio 2015 fu Renzi a tuonare contro lo sciopero del personale di Alitalia e la chiusura per assemblea sindacale del sito archeologico di Pompei, in pieno periodo vacanziero, inducendo a sperare che fosse “la volta buona” per un aggiornamento della legge. Invece, dopo la chiusura del Colosseo nel settembre successivo, la fruizione dei beni culturali venne inserita tra i servizi pubblici essenziali e assoggettati alla citata legge del 1990 (dunque, a procedure di conciliazione, preavviso minimo, prestazioni indispensabili da assicurare durante lo sciopero ecc.), mentre tutto il resto rimase uguale.

Quell’unico decreto sulla materia, nei famosi mille giorni, costituisce la prova che, quando vuole, un governo agisce: il resto è solo storytelling. Il fatto è che incidere in toto sulle astensioni dal lavoro avrebbe potuto nuocere elettoralmente all’ex premier: più facile dire "bisogna salvare i sindacati da loro stessi", frase che significa poco o niente, ma suona bene; o affermare che “la musica è cambiata”, anche se di fatto – salvo che per l’intervento richiamato - la disciplina dello sciopero non è stata rivista. All’immobilismo regolatorio ha concorso – meglio non dimenticarlo – anche il blocco politico di “tutte le proposte che potessero creare problemi” nei mesi precedenti il referendum del 4 dicembre.

Questo è ormai il passato. Ma anche nel presente, dato il clima di perenne campagna elettorale, nulla pare variato. E’ sembrato per un breve momento che, dopo tanti annunci, qualcosa si muovesse concretamente: il 19 luglio scorso, le Commissioni congiunte Lavoro e Affari Costituzionali si sono riunite per l’esame dei due disegni di legge (il n. 1286, Sacconi, e il n. 2006, riguardante solo il settore dei trasporti pubblici e connessi, Ichino), presentati da anni. Invece, “il Pd ha chiesto tempo e lo stesso governo (…) avrebbe affermato di non essere pronto alla sua approvazione”. Si è reso così palese, ancora una volta, che nessuno vuole lasciare le proprie impronte su un tema così insidioso. Tuttavia, la legge vigente necessita di essere rivista: oggi lo sciopero “ha pochissimo a che vedere con la nozione (…) a cui all’origine faceva riferimento il legislatore costituente” (Ichino), quale strumento per la difesa di interessi e la promozione di rivendicazioni nei confronti del datore di lavoro. Si è giunti al paradosso che dalle astensioni quest’ultimo può addirittura guadagnarci (ad esempio, nel settore dei trasporti, “in termini di riduzione dei costi retributivi, di carburante, di usura dei mezzi, di danni da risarcire per incidenti stradali, mentre gli introiti da contributi municipali o regionali e da abbonamenti non subiscono alcuna riduzione”); invece, gli utenti – specie i più deboli - risultano gli unici danneggiati. Inoltre, lo sciopero – trasformatosi nel tempo in uno strumento per esprimere le istanze più varie (politiche, economiche e altro) - viene usato, soprattutto dai sindacati meno rappresentativi, per acquistare visibilità mediatica e, quindi, legittimazione. Esso tende a costituire un mezzo di cui si avvantaggiano “non le organizzazioni sindacali più strutturate e portatrici del consenso della maggioranza dei lavoratori, ma quelle che (specie in tempo di crisi) si presentano ai lavoratori come più aggressive e spregiudicate” nel ricorrervi. A tale riguardo, basti pensare che “alla Commissione di Garanzia si registrano ‘prenotazioni’ di proclamazione di scioperi, nelle ‘finestre’ temporali disponibili, anche con sei mesi di anticipo, sempre di venerdì, quasi mai da parte dei sindacati confederali, con la giustificazione (addotta da sindacatini minoritari) che così si acquisisce lo spazio necessario per l’astensione ‘occupando la casella’, la motivazione poi si troverà” (Ichino).

Peraltro, in alternativa allo sciopero, ma al medesimo fine di recare pregiudizio alla normale erogazione di servizi, vengono usate azioni diverse, ad esempio le assemblee sindacali. La regolazione va, dunque, aggiornata tenendo conto delle nuove dinamiche descritte, affinché individui e imprese non continuino a restare “ostaggio” di chi – spesso minoranze, come detto - si astiene dal lavoro ormai con regolarità inquietante (in Italia, la conflittualità nell’ambito dei servizi pubblici essenziali è più elevata rispetto a quella di altri Paesi europei); ma anche affinché l’impiego distorto dello strumento non nuoccia – in termini reputazionali, per assimilazione - a coloro i quali invece lo utilizzano responsabilmente. I costi sociali ed economici sono troppo alti e abnorme risulta la sproporzione tra gli interessi coinvolti nelle vertenze sindacali e quelli pregiudicati dagli episodi di blocco del servizio.

Le proposte di legge sopra citate partono da quest’ultimo dato e, sia pur in maniera differente, tendono a ripristinare la proporzionalità attualmente compromessa. Infatti, ancorano il potere di indire uno sciopero nei servizi pubblici essenziali a determinati requisiti di rappresentatività delle organizzazioni sindacali: in mancanza di tali requisiti, le sigle che intendano comunque proclamarlo possono proporre un referendum preventivo tra i lavoratori interessati, al cui esito favorevole è condizionato l’esercizio legittimo del diritto. Non è forse il referendum di cui parlava Delrio, cui in altri Paesi si ricorre in ogni caso prima di indire uno sciopero, per attribuire direttamente ai lavoratori non solo il potere, ma soprattutto la responsabilità della decisione: tuttavia è un argine ad astensioni promosse da soggetti sostanzialmente irrilevanti, che producono danni enormi. Per inciso, la Commissione di garanzia è favorevole al ricorso a indici di rappresentatività delle OO.SS. (v. relazione annuale 2017), mentre per Adapt si tratta di una soluzione che “presenta diverse insidie di ordine tecnico”; con riguardo al referendum, invece, entrambe evidenziano “problemi di ordine gestionale e organizzativo”. Tra le altre norme più rilevanti delle proposte di legge citate si segnalano, ad esempio, quelle secondo cui, in caso di sciopero dei trasporti, gli abbonamenti devono essere prorogati, al fine di tutelare gli utenti, e i contributi pubblici ai gestori del servizio interessato vanno ridotti, per evitare che dal blocco dell’attività essi traggano qualche convenienza; l’assemblea sindacale non può comunque comportare l’interruzione del servizio; il lavoratore deve dichiarare preventivamente l’eventuale partecipazione all’astensione, al fine di consentire la commisurazione dell’erogazione del servizio all’effettivo numero di adesioni. Si tratta di regole che tentano di contemperare i diritti del lavoro con quelli delle imprese e dei cittadini: sono diritti di pari rango e non bastano slogan o frasi a effetto per operare il loro bilanciamento.

Trovare un ragionevole equilibrio tra interessi essenziali - ed evitare le difficoltà che il loro disequilibrio produce specie agli individui meno abbienti - è uno dei pochi compiti dello Stato su cui la politica concorda trasversalmente: se intervenisse mediante soluzioni normative coerenti, non solo la collettività vivrebbe meglio, ma la politica stessa si avvicinerebbe a quei livelli di credibilità da cui oggi è molto distante.

 

* Le opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non coinvolgono l’istituzione per cui lavora.

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