Si Parva Licet ....
La notizia non è proprio fresca e probabilmente sarà sfuggita ai più, ma con l'accettazione della proposta di ristrutturazione del debito di Dubai World si è conclusa (o almeno per il momento efficacemente tamponata) una vicenda che a novembre dello scorso anno aveva portato una buona dose di scompiglio nei mercati internazionali. In sostanza i creditori, per la maggior parte istituti bancari, hanno accettato di allungare la maturità del debito e un diverso profilo degli interessi. Al di là delle cifre in ballo – poche decine di miliardi di dollari, che rispetto ai trilioni di dollari di cui si parla al giorno d'oggi non sconvolgono nessuno (almeno per il momento, poi ci faremo due risate quando si tratterà di ripagarli) – ci sono un paio di lezioni utili che l'Unione Europea potrebbe trarre dalla vicenda.
Facendo leva sulla legendaria abilità degli economisti ad approssimare i termini delle questioni serie, potremmo dire che gli Emirati Arabi Uniti sono una mini-EU, senza un Parlamento eletto a suffragio universale -- ma quello europeo combina pochissimo, a parte la spola ogni mese tra Bruxelles e Strasburgo con costi esorbitanti. Avete sentito una voce, un provvedimento, una mozione, un'idea venire dai suoi comodi scranni durante la più grave crisi dalla fondazione delle Istituzioni Europee?
Gli Emirati hanno un governo federale al cui vertice siede un Consiglio formato dagli sceicchi dei sette Emirati che compongono la federazione (un po' come il Consiglio dei Capi di Stato Europei), una banca centrale comune (come la BCE), una politica estera comune (più coesa di quella della UE), costituiscono un mercato unico in termini di politica commerciale, con liberissima circolazione delle merci e delle persone. Inoltre hanno un bilancio federale striminzito (pagato per lo più da Abu Dhabi che ha risorse petrolifere cospicue) e quindi la politica fiscale è demandata a ciascun Emirato, così come l'istruzione pubblica, la sanità, i trasporti (4 aeroporti internazionali), la giustizia etc.etc. Anzi a voler essere pignoli sono un po' più avanti rispetto all'UE perché la politica dell'immigrazione e del lavoro è decisa a livello federale. Anche la tassazione è omogena nel senso che non esistono (e non esisteranno fin quando le auto continueranno ad andare a benzina o a diesel) imposte sul reddito (però sono applicate diverse tasse indirette).
Come hanno risolto la crisi dei debiti di Dubai? Innanzitutto senza perdere tempo in diatribe e recriminazioni pubbliche, l'Emirato più grande e finanziariamente solido ha messo sul tavolo i soldi a dicembre scorso e li ha prestati a Dubai per far fronte alle scadenze più immediate. Tergiversare avrebbe solo reso la situazione più drammatica: visto che tutti i cittadini emiratini e le banche del paese, comunque, avevano investito largamente a Dubai (in immobili ed in attività economiche) una crisi avrebbe travolto tutti. Un po' come i cittadini e le banche europee che sono esposte in Grecia e nel resto dell'UE.
Poi, visto che i debiti, per lo più a breve termine, erano stati contratti per finanziare progetti a lunga gestazione, hanno presentato ai creditori un programma che allunga le scadenze, ma concede termini meno favorevoli di quelli previsti nei contratti originali. Insomma le banche e gli altri creditori dovranno accollarsi qualche perdita (nel senso che non perderanno il capitale, ma otterranno rendimenti minori). Infine, i creditori potranno scegliere tra un tasso di interesse basso, coperto da garanzie pubbliche, ed uno più alto rinunciando a tali garanzie. Nel caso i creditori non avessero accettato il governo di Dubai aveva indicato il quadro giuridico per gestire la bacarotta: si sarebbe adottata la legge in materia che vige nel Dubai International Financial Center e che è modellata sul diritto anglosassone. Quindi i creditori sapevano a cosa andavano incontro in caso si fossero dimostrati recalcitranti.
Ovviamente un piano di ristrutturazione non garantisce che tutto finisca come nelle favole, perché il vero nocciolo della questione, come sempre, è la capacità di generare ritorni economici sufficienti a ripagare il debito (quale che sia il tasso stipulato e la scadenza). Se i prestiti vengono investiti in attività sballate non c'è piano di ristrutturazione che cambi la realtà.
Ma per i paesi dell'area euro, Grecia e Irlanda in testa, sarebbe molto meglio predisporre un piano di ristrutturazione graduale del debito o quantomeno stabilire una procedura e una cornice legale a livello comunitario finché si è in tempo. Aspettare che la situazione diventi insostenibile fra qualche mese o anche un anno o due rischia di essere molto peggio. I creditori devono essere messi di fronte alla realtà e devono entrare nell’ordine di idee di gestire la ristrutturazione dei crediti in modo ordinato.
Sembra invece che il messaggio che viene dai vari vertici europei sia di tutt’altro tenore. Nessuna ristrutturazione e misure draconiane per colpire i paesi con deficit e debiti eceessivi. Peccato che alla reincarnazione di Dracone tra le brume di Bruxelles non ci creda nessuno.

