Siamo andati a sentire Epifani

17 dicembre 2007 giorgio topa e gian luca clementi

Una decina di giorni addietro abbiamo presenziato ad un incontro di Guglielmo Epifani con un estratto della comunità italiana a New York. L'evento si è tenuto nella elegante cornice della Casa Italiana Zerilli-Marimò, alla New York University.

Prima di addentrarci nella cronaca ed analisi dell'incontro, vorremmo menzionare un semplice fatto di costume che a nostro avviso esemplifica differenze di fondo importanti tra italiani e americani. L'evento si teneva nella piccola biblioteca dell'istituto. Epifani e Gaggi, il giornalista del Corriere che si è gentilmente prestato a fare da moderatore, sedevano ad un lato del tavolo che occupa buona parte della stanza. Ebbene, coloro che sono arrivati tra i primi hanno occupato tutte le sedie appoggiate alle pareti e agli scaffali, lasciando le sedie attorno al tavolo ai ritardatari. Se gli astanti fossero stati americani, si sarebbe verificato l'esatto opposto. I primi si sarebbero seduti nei posti che avrebbero dato loro una maggiore visibilità dell'ospite, una maggiore facilità di ascolto, e infine una maggiore chance di prendere la parola. Che si tratti di deferenza e/o diffidenza per il potere, più o meno costituito? O che altro?

Sindacato in difficoltà. L'unica parte dell'incontro in cui Epifani ha fornito un'analisi lucida è stata quella dedicata alle difficoltà che il sindacato incontra a seguito dei processi che Epifani e molti altri chiamano globalizzazione e finanziarizzazione. Entrambi i neologismi ci paiono particolarmente fastidiosi, ma non ci soffermiamo sul perché in questa sede.

La globalizzazione è un problema per due motivi. Venute a cadere molte delle barriere all'investimento diretto all'estero, il sindacato si trova spesso in posizioni negoziali molto deboli di fronte ad imprese che minacciano di portare la produzione all'estero. Al buon Epifani e ai suoi colleghi non è sfuggito che il problema non sarebbe così grave se i sindacati delle varie nazioni facessero fronte unito di fronte alle imprese. L'obiettivo principale del suo viaggio a New York era la partecipazione a un incontro che gettasse le basi di una sorta di internazionale del sindacato. A noi pare ovvio che il tentativo cadrà nel vuoto, perché i sindacati europei non riusciranno mai a convincere i colleghi dei paesi in via di sviluppo a osteggiare i flussi di foreign direct investment che provengono dai paesi ricchi. L'altro problema dovuto alla globalizzazione consiste nel fatto che molte delle normative osteggiate dai sindacati non hanno origine a Roma, bensì a Bruxelles e in consessi extra-europei come la World Trade Organization. Al sindacato viene a mancare quello che consideravano il referente naturale, ossia il governo.

Secondo Epifani, la finanziarizzazione, che non è altro che il frazionamento della proprietà delle imprese, sarebbe un problema perché, a differenza del padrone, il management non ha un forte attaccamento al territorio ed è portatore di interessi che spesso sono assai più difficili da comprendere e prevedere. Una delle perle di saggezza di Epifani a questo proposito è stata che gli hedge funds inducono scelte d'investimento discutibili da parte delle aziende. Quale sia il modello o ragionamento che generi questo risultato, non è dato sapere.

Dirigismo. Ciò che ci ha provocato particolare raccapriccio è stato il continuo riferimento al ruolo, secondo il Nostro irrinunciabile, che lo Stato, il Sindacato, e addirittura le organizzazioni sovra-nazionali dovrebbero giocare nell'organizzazione della vita dei cittadini. Si lamenta il declino dei mirabili distretti industriali italiani? Ebbene, lo Stato (ovviamente in consultazione con il Sindacato) dovrebbe far crescere nuovi distretti. La contrattazione che porta ai contratti nazionali di lavoro dovrebbe essere coordinata a livello europeo, non solo nazionale. E addirittura le fluttuazioni nei corsi di cambio fra valute dovrebbero essere governate da una regolazione "pluralistica" e sovranazionale dei mercati di cambio. Tra le varie espressioni che Epifani ha usato per indicare questo ruolo, una che ci ha colpiti è il "governo dei sistemi complessi." Secondo il sindacalista, lo stato deprecabile sia dei trasporti che delle università italiane sarebbe dovuto alla supposta incapacità italiana di governare sistemi che, come appunto i trasporti e l'università, sono complessi. Cosa esattamente intendesse con 'sistemi complessi', non è dato sapere. Ci pare una di quelle locuzioni fumose usate dagli esperti di economia aziendale quando si accorgono che non hanno proprio nulla da dire. Sappiamo però molto bene cosa intendesse quando parlava di "governo" di quei sistemi. Intendeva: regolazione, regolamentazione, e molto più spesso fornitura diretta di servizi da parte dello Stato. In questa sede, limitiamoci a considerare le università, che conosciamo bene sia da studenti che da docenti. È noto a tutti che i Paesi in cui le Università producono migliore ricerca e migliore educazione sono quelle in cui il ruolo del governo è inferiore. Quale il movente, dunque, che porta gente come Epifani ad invocare lo Stato? Cecità intellettuale di matrice ideologica, o più semplicemente brama di potere? Una brama molto più facile da soddisfare quando si tiene il guinzaglio ben stretto nella mano? Quando si accenna alla casta dominante italiana (politici, sindacalisti, capitani e tenentelli d'industria), siamo spesso convinti che l'ideologia c'entri ben poco. Ne fa testo il continuo rimescolarsi delle alleanze politico-economico-finanziarie. Nel caso di Epifani, però, siamo propensi a ipotizzare che l'ideologia abbia avuto un ruolo determinante nella crescita di quelle spesse fettine di prosciutto che non gli permettono di vedere poco più in là del proprio naso.

Precariato. Ovviamente, il Nostro non ha mancato l'occasione di propinarci una tirata sul precariato. La stabilità del posto di lavoro è la stella cometa non solo del nostro relatore, ma di tutta la sinistra italiana. A questo proposito, Gian Luca ha avuto la possibilità di porre una domanda, semplice semplice. Si è limitato a chiedere ad Epifani perché fosse così ossessionato dalla stabilità del posto, piuttosto che dalla stabilità (o, meglio, prevedibilità) dei consumi. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei lavoratori è licenziabile 'at will', cioe' senza pre-avviso e senza motivazione. Perché gli americani, sebbene questa spada di Damocle sia sempre in agguato, riescono a dormire? Perché non fanno processioni a Washington, modello Piazza San Giovanni? Per una serie di buone ragioni: 1) il mercato del lavoro è molto più flessibile, sicché perdere il posto non significa essere condannati a mesi, se non anni di disoccupazione 2) c'è un sistema di assicurazione pubblica contro i licenziamenti, noto come unemployment insurance e 3) ci sono mercati finanziari che, permettendo accesso al credito al consumo, consentono ai più di mantenere stabili i livelli di spesa anche in periodi di disoccupazione. Allo stesso tempo, la flessibilità del sistema fa sì che vi sia una continua riallocazione di risorse umane tra imprese. Tale flessibilità gioca un ruolo chiave in termini di crescita della produttività. Purtroppo Epifani non ha risposto. Si è limitato a contro-battere che la mobilità dei lavoratori nel settore privato è molto forte, che il volume di riallocazione in Italia è paragonabile a quello degli Stati Uniti, e che il problema non è l'articolo 18. Tempo medio allocato da Epifani alle altre risposte: 15 minuti. Tempo utilizzato per rispondere a Gian Luca: 15 secondi.

Pensioni. In materia di pensioni, Epifani ci ha sorpresi. Non ha proposto alcuna soluzione, ma ha perlomeno ammesso, cosa non da poco, che la dinamica demografica pone un problema di difficile soluzione. Alcuni suoi colleghi si sarebbero rifugiati in una inutile refutazione dei dati. Onore dunque al prode Guglielmo, che si è guardato dal farlo.

Salari e meritocrazia. Dopo il recente intervento del Governatore Draghi a proposito del livello medio dei redditi in Italia, la questione della bassezza dei salari italiani è diventata il leitmotiv del pubblico dibattito in Italia. Dopo aver sostenuto che "il 90% degli stipendi italiani è compreso fra i 1.000 e i 1.500 euro netti mensili", Epifani ha commentato la sua recente proposta di ridurre il prelievo fiscale dei lavoratori dipendenti per un ammontare pari a circa un punto percentuale di PIL. Questo però non tanto allo scopo di ridurre la spesa pubblica (ci mancherebbe!) quanto per poter aumentare la tassazione del patrimonio! E quando Gaggi ed altri hanno argomentato che i bassi livelli di crescita e produttività oggi osservati in Italia (cosa di cui lo stesso Epifani si è lamentato, badate bene!) sono legati alla mancanza di meritocrazia, di flessibilità e di incentivi appropriati, Epifani ha ribattuto "Già abbiamo difficoltà ad ottenere 80-90 Euro di aumento, figuriamoci se possiamo spingere la meritocrazia!" Questa miopia ci sembra davvero illuminante: l'enfasi del dibattito in Italia raramente è posta su modi possibili di aumentare la dimensione della torta (cioè, stimolare la crescita); viene posta invece quasi interamente su questioni di redistribuzione. Si propone di ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente per aumentarla sul patrimonio; si osserva che se un amministratore delegato prende 12-15 milioni di Euro al mese mentre un operaio ne prende 1.000, ciò "crea un problema"; si lamenta la mancanza di innovazione e di investimenti da parte delle imprese, ma poi ci si barrica dietro le battaglie salariali invece di pensare alla ricerca di flessibilità ed incentivi appropriati... La chiusura è stata avvincente. Secondo Epifani, l'Italia sta importando sistemi di compensazione degli alti dirigenti dagli Stati Uniti. Con tali sistemi, si riferisce ai compensi degli AD, per esempio, commisurati all'andamento delle azioni delle rispettive aziende, si rischia di introdurre invidia nella società italica, invidia che potrebbe avere effetti deleteri...

Conclusione. Ci siamo divertiti. Come non avremmo potuto? A pensarci bene, però, viene da piangere. Epifani è a tutti gli effetti elemento di quella che D'Alema, con la sua solita spocchia, chiama classe dirigente. Con D'Alema condivide l'età (li separa un solo anno), gli studi di filosofia (almeno Epifani il pezzo di carta l'ha preso), l'indubbia intelligenza, e il fatto che sono riusciti ad arrivare vicini ai sessant'anni senza aver mai lavorato un'ora in vita loro. (A tale proposito, si veda wikipedia). Il problema veramente grave, però, è che Epifani, e con lui maggior parte della classe dirigente, non ci capiscono proprio nulla. Usano schemi interpretativi della realtà che sono morti e sepolti, e non riescono a staccarsi da questi neanche di un millimetro. E con tutto ciò, ben pochi osano mettere in discussione il vecchio e collaudato modello, la concertazione, i contratti nazionali, il ruolo preminente che lo Stato stesso conferisce al Sindacato per qualsiasi questione di politica economica. Come al solito, non ci resta che piangere.

32 commenti (espandi tutti)

"una domanda, semplice semplice. Si è limitato a chiedere ad Epifani perché fosse così ossessionato dalla stabilità del posto, piuttosto che dalla stabilità (o, meglio, prevedibilità) dei consumi. Negli Stati Uniti, la maggior parte dei lavoratori è licenziabile 'at will', cioe' senza pre-avviso e senza motivazione. Perché gli americani, sebbene questa spada di Damocle sia sempre in agguato, riescono a dormire? Perché non fanno processioni a Washington, modello Piazza San Giovanni? Per una serie di buone ragioni: 1) il mercato del lavoro è molto più flessibile, sicché perdere il posto non significa essere condannati a mesi, se non anni di disoccupazione 2) c'è un sistema di assicurazione pubblica contro i licenziamenti, noto come unemployment insurance e 3) ci sono mercati finanziari che, permettendo accesso al credito al consumo, consentono ai più di mantenere stabili i livelli di spesa anche in periodi di disoccupazione. Allo stesso tempo, la flessibilità del sistema fa sì che vi sia una continua riallocazione di risorse umane tra imprese. Tale flessibilità gioca un ruolo chiave in termini di crescita della produttività". 

 

Mah, credo che  riescano a dormire appunto perché sono americani e non italiani. Gli italiani non solo non dispongono delle tre  "buone ragioni" per non temere la flessibilità.

Alle buone ragioni ne vanno aggiunte alcune cattive. Un lavoratore flessibile sa di non dover protestare mai, nemmeno quando ne avrebbe il motivo, come nel caso recente di Torino, pena la perdita del posto di lavoro. 

Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".

Oggi Tito Boeri  scrive (1) : "Le leggi ci sono già: la legislazione italiana è stata allineata nel corso degli Anni 90 agli standard comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Ma il problema è che non viene applicata. Perché lo sia ci vorrebbe una presenza capillare su tutto il territorio degli ispettori del lavoro - i cui controlli servono soprattutto per ridurre l’incidenza del lavoro sommerso - e degli ispettori anti-infortunistica delle Asl. Ma entrambi i servizi di ispezione sono sottodimensionati".

Aggiungete che, anche se gli ispettori fossero tantissimi ed efficientissimi, e i responsabili venissero identificati, da noi, il potere dissuasivo delle sanzioni comminate, che non corrisponde mai a quelle che vengono effettivamente irrogate (vedi prescrizioni, indulti, leggine salvifiche o, mal che vada, patteggiamenti), é molto vicino allo zero. In queste condizioni, dal punto di vista economico, si può dire che esista una convenienza a investire nella sicurezza di uno stabilimento? A me non pare.

Nel caso di Torino la flessibilità a qualcuno é costata davvero troppo cara ma, anche senza arrivare a questi estremi, la flessibilità, in Italia, pone sempre le persone in una posizione di debolezza. 

Sperare che il datore di lavoro sia, per sua natura, onesto e di buon cuore deve costituire l'unica speranza per il lavoratore precario italiano?

Pare che in Italia molti non la pensino così e forse é questo il motivo per cui sembrano ossessionati dall'idea della stabilità del posto di lavoro.

Siccome la realtà é questa, che cosa proporreste?

(1) La Stampa, 17/12/2007, MORTI SUL LAVORO, Tesoretti d'ipocrisia, TITO BOERI

No Pippi, devi argomentare un po' meglio altrimenti il dibattito si incaglia. Cosa ti fa presumere che la precarietà c'entri qualcosa con le morti della Thyssen Krupp? Secondo il sito dell'azienda la fabbrica occupa 3500 dipendenti. Imprese di queste dimensioni in Italia hanno quasi sempre una presenza sindacale assai forte e una quota di precariato ridotto. Può darsi che la Thyssen Krupp sia un'eccezione, ma non l'ho visto dire da nessuna parte. Indica per favore da dove arriva la tua citazione

Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".

e magari assicuraci che veramente alla Thyssen Krupp non esista presenza sindacale né lavoratori a tempo indeterminato. 

Per quanto riguarda il sonno degli americani, ti assicuro che se dormono meglio non è perché sono geneticamente superiori a noi. Infatti molti di loro hanno esattamente gli stessi geni nostri, essendo figli e nipoti di italiani immigrati.

www.annozero.rai.it, a un certo punto la borromeo intervista un operaio e mi è sembrato di capire che erano più o meno piuttosto precari. L'operaio racconta anche come abbia chiamato la asl a un certo punto, ma la cosa si sia persa in burocrazia.

E non credo che gli stati uniti siano un paradiso per gli operai, non conosco i dati, ma mi sembra a più riprese di aver sentito percentuali superiori al 5% di lavoratari costretti a due lavori per sopravvivere. E poi basta andare in uno dei tanti negozietti gestiti da cingalesi/indiani/immigrati vari per rendersi conto di prima persona di quanto tanto lavorano semplicemente per arrivare alla fine del mese, negozietti molto spesso aperti dal lunedì alla domenica. Non sono poi così tanto convinto che la classe proletaria/operaia/low income americana sia poi così soddisfatta e felice. Non che con questo voglia dire che l'italia non abbia bisogno di drastici cambiamenti, a ognuno il suo direi.

E non credo che gli stati uniti siano un paradiso per gli operai, non
conosco i dati, ma mi sembra a più riprese di aver sentito percentuali
superiori al 5% di lavoratari costretti a due lavori per sopravvivere.
E poi basta andare in uno dei tanti negozietti gestiti da
cingalesi/indiani/immigrati vari per rendersi conto di prima persona di
quanto tanto lavorano semplicemente per arrivare alla fine del mese,
negozietti molto spesso aperti dal lunedì alla domenica.

Non lavorano "per arrivare alla fine del mese", ma perche' sanno che e' la strada maestra per migliorare le proprie condizioni di vita. Contrariamente all'Europa, in Asia nessuno si aspetta la manna dal cielo: invece di chiedere alti salari e meno ore lavorate per lavori a basso valore aggiunto, secondo la bizzarra logica sindacale, chi guadagna poco cerca di passare a lavori piu' produttivi, in primo luogo investendo in istruzione per i propri figli. Ed e' questa la ragione per cui l'Asia e' in rapida crescita, e l'Europa in declino.

Caro Enzo, come credo tu sappia, la crescita impetuosa di Giappone, Corea e Singapore prima, e di Cina, Vietnam, e Tailandia poi, e' stata studiata in lungo e in largo da economisti di ogni risma. La conclusione cui sembra si sia arrivati e' che, fatte salve poche eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita si e' dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti, macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor productivity. Questa, mi pare di capire, e' anche la tua conclusione.

I Paesi Europei che ristagnano, tra cui l'Italia, non devono questa stagnazione alla mancata crescita di queste dotazioni, che sono tra le piu' alte del mondo. Devono la stagnazione alla mancata crescita di produttivita', cioe' all'incapacita' di combinare i fattori a disposizione (capitale fisico e umano) nel modo piu' efficiente possibile.

Caro Enzo, come credo tu sappia, la crescita impetuosa di Giappone,
Corea e Singapore prima, e di Cina, Vietnam, e Tailandia poi, e' stata
studiata in lungo e in largo da economisti di ogni risma. La
conclusione cui sembra si sia arrivati e' che, fatte salve poche
eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita
si e' dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti,
macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in
un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor
productivity. Questa, mi pare di capire, e' anche la tua conclusione.

Assolutamente. La mia evidenza e' anedottica, ma abbastanza estensiva dato che vivo a Hong Kong da 20 anni. Se si fosse seguita la strada preferita dai sindacati (tutela "del posto di lavoro", aumenti salariali indipedenti dalla produttivita' e spesa pubblica per rimpiazzare scarsi investimenti privati), oggi il territorio sarebbe morto e defunto, anche perche' nessuno mette su attivita' industriali quando a pochi chilometri di distanza la manodopera costa dieci - venti volte di meno. Invece l'economia in tre decenni si e' trasformata rapidamente nella direzione dei servizi, commerciali e finanziari, e ha cambiato in opportunita' quella che avrebbe potuto essere una sfida competitiva. Conosco persone che hanno cominciato a lavorare in fabbrica a 12 anni, sono andate a scuola serale a imparare i rudimenti di contabilita' e commercio, hanno lavorato sodo, e oggi hanno piccole ditte di import-export che fatturano 30 milioni di dollari all'anno (e anche i loro impiegati hanno reddito e qualita' della vita incomparabilmente migliori di quelle che avrebbero avuto con politiche economiche immobiliste).

Solo una nota "tecnica", forse fin troppo tecnica, ma non irrilevante. Non credo che l'affermazione di GianLuca secondo cui

La conclusione cui sembra si sia arrivati è che, fatte salve poche
eccezioni (brevi periodi per un sottoinsieme di Paesi), questa crescita
si è dovuta all'aumento delle dotazioni di capitale fisico (impianti,
macchine) ed umano (istruzione) per capita. E non, come si credeva in
un primo tempo, alla crescita di quella che chiamiamo total factor
productivity.

sia corretta. Fatta eccezione per il Giappone - nessuno, che io sappia, ha mai sostenuto che la crescita di TFP in Giappone fosse bassa nei decenni sino al 1992-94, ed anche negli ultimi anni di ripresa mi sembra che la TFP cresca, anche senza dover scomodare Hayashi and Prescott - questa era la tesi avanzata da Alwyn Young in "The
Tyranny of Numbers: Confronting the Statistical Realities of the East Asian Growth Experience." Quarterly Journal of Economics 110 (August 1995): 641-680. La medesima venne allegramente massacrata da Chang-Tai Hsieh nella sua tesi di PhD, i risultati principali della quale sono in "What Explains the
Industrial Revolution in East Asia? Evidence from Factor Markets" The American Economic Review 92 (June 2002): 502-526. Il dibattito continua, ma non ho avuto l'impressione che la sostanza di quanto dimostrato da Hsieh venga messo in discussione e le affermazioni, facilone e molto teoricamente incoerenti, di Young mi sembrano scordate per sempre. Vorrei chiarire che questo aspetto tecnico della questione non cambia uno iota di quanto sia GianLuca che Enzo sostengono nel resto dei loro commenti, anzi.

Anzi, ora che ci penso, l'argomento è alquanto rilevante proprio per il caso italiano.

Chiariamo, anzitutto, che "TFP" è un costrutto residuale di tipo contabile che misura, fondamentalmente, quanto poveri sono i dati sulla qualità degli inputs fisici che usiamo. L'esistenza di un residuo positivo, che chiamiamo "TFP", nella sottrazione dal tasso di crescita del valore aggiunto di una somma pesata dei tassi di crescita dei fattori di produzione, è rilevante solo nelle decomposizioni della crescita che usano dati di "Kapitale" e "Lavoro" aggregati. Il residuo è rilevante soprattutto perché i dati usati sono altamente imprecisi, e lo sono perché incapaci di tener conto dei cambiamenti qualitativi in questi stessi fattori, ossia del progresso tecnico in loro incorporato. Per questa ragione puramente contabile (che a chiamarla "statistica" mi sembra di dargli troppa importanza) il contributo del progresso tecnico si scarica nel residuo. Dalla tesi di PhD di Zvi Griliches in poi abbiamo imparato che, quando i dati buoni ci sono (specialmente a livello micro) possiamo facilmente decomporre la crescita del valore aggiunto (o della produttività media) ad un incremento negli inputs "fisici", riducendo il contributo di TFP a zero.

Non può essere altrimenti, a meno che non si creda nelle favole delle esternalità, del progresso tecnico libero come l'aria che tutti respiriamo (ma allora, perché quell'aria libera e carica di buone idee in Italia ultimamente non spira più?) e dei rendimenti crescenti aggregati. Un esempio, fra gli svariati ma particolarmente ben fatto, di come avendoli ed usandoli intelligentemente i dati micro dimostrino che tutta la TFP è incorporata o in cambiamenti di beni capitali o in maggiore capitale umano, lo trovate qua, opera di Fabio Castiglionesi e Carmine Ornaghi. Lo raccomando agli interessati nella questione, anche perché usa dati spagnoli ed è quindi istruttivo per l'Italia. Questa osservazione (ossia, che il progresso tecnico è sempre incorporato in K e/o L) è però molto importante per capire l'importanza della competizione, degli incentivi, del profitto e della mobilità sociale nella determinazione del progresso materiale (oserei dire anche civile, ma mi trattengo altrimenti non finisco mai il commento) di un paese. 

La produttività del lavoro in Italia non cresce da quasi vent'anni. Mentre cresce da quasi mezzo secolo - eccome, altrimenti come diavolo sarebbero riusciti ad aumentare il proprio reddito di un ordine di grandezza? - nei paesi asiatici ed è cresciuta anche qui in Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e la fine degli anni 70. La produttività cresce in Asia (o negli USA, se è per quello) e cresceva nell'Italia del "miracolo economico" perché la gente apprende(va) lavori nuovi, si sforza(va) di far meglio quelli vecchi, s'inventa(va) nuovi prodotti e metodi di produzione, fa(ceva) investimenti in tecnologie avanzate o le imita(va) o addirittura le migliora(va), eccetera. Insomma, perché la gente (operai e contadini, imprenditori e padroncini, in realtà fa poca differenza) competeva e si dava da fare. Tutto questo la gente lo fa per vivere materialmente meglio, non perché ha un qualche desiderio di provare che le teorie economiche di Boldrin&Levine sulle cause dell'innovazione sono superiori (che lo sono) di quelle di Lucas, Romer ed Aghion! Perché - e questa è un'osservazione laterale e solo per gli adetti ai lavori - una delle tante prove che LRA hanno torto marcio è che, se loro avessero ragione, dovrebbe esserci più o meno tanta crescita del reddito in Italia quanta in USA, Corea del Sud o Inghilterra ... ed invece no!

Il problema, ritornando a noi, è che, in ogni dato paese X, la gente compete ed imita, s'inventa e s'ingegna, produce e s'arricchisce (insomma, fa crescere la TFP che è l'unico sintomo vero che i salari possono crescere) quando, da un lato ne vale la pena - ovvero, se guadagni 100 di più te ne rimane in tasca una quota sostanziosa e se fai meglio dell'altro lo danno a te il posto da direttore, ordinario, primario, non all'amico del giaguaro - dall'altro te lo permettono - ovvero, il sindacato non t'impedisce di cambiare i metodi di produzione o di ridurre l'occupazione in azienda se conveniente, ed il governo non t'intralcia qualsiasi cosa nuova a colpe di regolamenti insani e servizi pubblici osceni.

Soprattutto, siccome in ogni data popolazione la percentuale di gente che sa competere ed imitare, invertarsi ed ingegnarsi, produrre ed arricchirsi non è uguale al 100% ma è abbastanza meno (10%, forse 20%, ad occhio) questa gente lo fa nel paese X - facendo crescere il paese medesimo ed arricchendo anche quelli che nel paese X magari sanno inventarsi ed ingegnarsi meno però han voglia di lavorare e star meglio pure loro - se il paese X offre condizioni di lavoro e prospettive di guadagno e miglioramento personale migliori di quelle che offre il paese Y. Altrimenti, la gente ingegnosa e laboriosa si trasferisce nel paese Y, lasciando che nel paese X una banda d'incompetenti residuali occupi il potere e poi pontifichi cretinate (magari in gita pagata a NY) immiserendosi in termini relativi ma, soprattutto, immiserendo il paese X in termini assoluti. Che è quanto succede nel paese X, l'ex Bel Paese.

Caro Andrea, mi spieghi cosa c'e' di male ad avere negozietti, o negozioni, aperti tutti i giorni, e anche di notte? In gran parte del mondo, e' la normalita'. La schiavitu', per quanto ne so, e' stata abolita in quasi tutti i Paesi. Se una persona, ad un determinato salario, e' disponibile a lavorare di notte o di domenica, perche' glielo vorresti vietare? Per il piacere di dimunuire l'occupazione? I consumi? Il benessere di tutti?

Per quanto riguarda gli americani low-income: di operaio hanno ben poco, visto che il settore manifatturiero produce circa il 20% del PIL, e i salari medi dell'industria non sono certamente tra i piu' bassi. I redditi bassi sono nei servizi a basso contenuto tecnologico e di capitale umano. Certo che i poveri americani non sono contenti. Come potrebbe essere altrimenti? Comunque, come dice Enzo, la retorica dell'arrivare a fine mese ed abbaiare alla luna perche' non si puo' andare in vancanza a Ladispoli non e' di casa qua da noi. C'e' un legame molto forte tra ore lavorate e reddito. Un lavapiatti, per esempio,  non ha un orario ed un salario fissati dal contratto nazionale. Decide lui per quante ore lavorare, e guadagna in proporzione. Breve aneddoto: due settimane fa ero in un taxi a Boston. L'autista era un immigrato centrafricano. La moglie era in macchina con lui. Facevano due chiacchere. Abbiamo scambiato poche parole sulle rispettive esperienze di vita. Si da' il caso che avevano due figli, entrambi in una scuola cattolica a tempo pieno. Mi dicevano che costava molto piu' della scuola pubblica, che e' gratuita, ma valeva la pena farsi il mazzo per dare ai figli una chance...

Forse non e' sorprendente, ma sottoscrivo in pieno quello che scrivono Enzo e Gian Luca.

Trovo veramente misteriosa questa abitudine di scandalizzarsi e stracciarsi le vesti quando la gente lavora la domenica, la notte, la mattina presto. Anche sotto casa mia c'e' il classico negozietto di alimentari (ma che vende un po' di tutto, dalla carta igienica al caffe' Lavazza), di proprieta' di una famiglia coreana. La moglie ci lavora dal lunedi' al venerdi', il marito il sabato e la domenica (probabilmente dal lunedi' al venerdi' ha un altro lavoro), le figlie aiutano quando possono. 

Si fanno un mazzo cosi', e sono contentissimi. Hanno mandato due figlie al college, e pian piano costruiscono un futuro migliore per se' e per le loro figlie. Francamente non riesco veramente a vederci niente di male.

non ho assolutamente nulla contro lavorare 24/7, è quello che faccio da tempo e quello che temo farò per parecchio tempo nel futuro prossimo lontano e non mi pagano neanche poi tanto :-) Però davvero non esagererei neanche con la retorica ultraliberista del vedere perfettamente a loro agio quella fetta della popolazione che non per scelta è costretta a fare molto spesso più di un lavoro o lavorare più o meno e basta non per arricchirsi o per piacere personale, ma semplicemente per mangiare. Mi direte voi, è necessario che qualcuno lo faccia, non esiste un sistema in cui questo non succeda: i'll buy that. Ma per piacere non propinatemi queste storie di bravi immigrati felici di spaccarsi la schiena per mandare i figli a scuola. E poi non mi stupisco affatto che il taxista della minority, e qui a boston è davvero difficile trovarne uno che non sia afroamericano, spera che i suoi figli eviteranno di fare la sua stessa fine, davvero non mi stupisco affatto. Purtroppo non c'è un sistema che ci rende tutti paperoni, questo è self evident, meglio vivere in un paese che funziona, piuttosto che in uno che sta andando alla rovina, tutti ragionamenti plausibili, ma i libri di economia non mi hanno portato ancora al punto da non riconoscere quanto sia triste vedere due persone dalla mattina alla sera dal lunedì alla domenica in un piccolo store senza mai sorridere dire thank you sir, have a nice day. Comunque non vado più in quel negozio, vivo in una zona più ricca ora, e la differenza si nota; probabilmente voi vivete in zone ricche e semplicemente non ve ne rendete conto.

Concordo in pieno con Andrea, ottimo intervento. Non c'è dubbio alcuno sulla maggiore efficienza di un sistema economico come quello americano, ma (please) risparmiateci la morale del "sono tutti contenti perché at least they know they have a chance". Negli anni passati a Boston ho conosciuto decine di tassisti e gestori di "negozietti" 24/7. Se dovessi fare la mia statistica personale, 9 su 10 non erano affatto felici della vita che facevano, del Paese in cui vivevano e, sempre in 9 su 10, mi dicevano perché non me ne tornavo in Italia dove si vive meglio (avevo i miei dubbi quando mi dicevano ciò, ma non glielo dicevo). I discorsi sul sistema che funziona (in termini relativi) sono corretti. La morale meno.

Sul mercato del lavoro e la flessibilità: conosco un signore americano/indiano (laureato) che lavorava da 28 anni in una azienda come impiegato. Ad un certo punto a 54 anni viene laid off. Una domanda: ci si può davvero riqualificare a 54 anni con 28 anni di esperienza in un settore?

Se dovessi fare la mia statistica personale, 9 su 10 non erano affatto
felici della vita che facevano, del Paese in cui vivevano e, sempre in
9 su 10, mi dicevano perché non me ne tornavo in Italia dove si vive
meglio

Oh bella, e perche' non ci andavano loro? Non dirmi che non li avrebbero lasciati entrare: da una nazione cosi' preoccupata del benessere dei piu' deboli, il meno che ci si puo' aspettare e' una cordiale accoglienza. O il benessere va solo assicurato con i soldi degli altri?

Sul mercato del lavoro e la flessibilità: conosco un signore
americano/indiano (laureato) che lavorava da 28 anni in una azienda
come impiegato. Ad un certo punto a 54 anni viene laid off. Una
domanda: ci si può davvero riqualificare a 54 anni con 28 anni di
esperienza in un settore?

E che, lavorava per l'unica ditta di quel settore? Ma anche se cosi' fosse, perche' della sua relativa improduttivita' avrebbe dovuto farsi carico proprio il suo datore di lavoro? Di nuovo carita' con i soldi altrui? Guarda che il capitale oggi e' altamente mobile, e se i ritorni sono bassi se ne va altrove. Spetta a chi lavora rendersi abbastanza utile da giustificare il proprio salario.

Mi permetto di dissentire. Forse ad argomentare meglio dovresti essere tu. Specialmente per quanto riguarda la leggerezza con la quale passi sull'assenza delle condizioni 2 e 3 in Italia.

Sono d'accordo con il commento di Sandro. Voglio anche aggiungere che se il collega Boeri scrive Oggi Tito Boeri  scrive

"Le leggi ci sono già: la legislazione
italiana è stata allineata nel corso degli Anni 90 agli standard
comunitari, considerati i migliori su scala mondiale. Ma il problema è
che non viene applicata. Perché lo sia ci vorrebbe una presenza
capillare su tutto il territorio degli ispettori del lavoro - i cui
controlli servono soprattutto per ridurre l’incidenza del lavoro
sommerso - e degli ispettori anti-infortunistica delle Asl. Ma entrambi
i servizi di ispezione sono sottodimensionati".

non sono assolutamente d'accordo. Come non sono d'accordo con Prodi, che ha espresso lo stesso concetto domenica da Fabio Fazio. Le ispezioni non sono l'unico modo per fare rispettare le disposizioni di legge. In parole povere: non conta solo la probabilita' di essere trovati in flagranza di reato. Conta anche l'entita' della pena e la certezza con cui questa viene amministrata. In Italia il problema non sta certo nella carenza di ispettori, ma piuttosto nella INcertezza della pena. O, meglio, nella certezza che il soggetto contravvenente sara' graziato.

Gli operai di Torino (precari, flessibili) dicono: "Sapevamo che il luogo di lavoro non era in condizioni di sicurezza, ma tacevamo per il timore di essere licenziati".

Ma sbaglio, o quello stabilimento era comunque in via di chiusura? Che stabilita' si potevano mai aspettare?

Dove, come si conviene, i "pietri" e gli "andrei" a cui rivolgo le domande sono pure figure simboliche, lberamente ispirate dai commenti cosi' firmati in questo post, ma a loro non necessariamente attinenti o riferenti in alcun modo. Messo il caveat di rigore, ecco le domande. 

Ma secondo voi, la triste condizione dei 9 su 10 tassisti e proprietari di negozietti che conoscete e che vorrebbero tutti emigrare in Italia, come si potrebbe migliorare?

Regolamentando gli orari di apertura e chiusura dei negozi, come nel Bel Paese?

Restrigendo il numero di licenze ed aumentando le tariffe dei taxi del 18% in un colpo solo, come nel Bel Paese e nella capitale del medesimo in particolare?

Tassando i loro redditi a quote marginali maggiori, come nel Bel Paese?

Restringendo e limitando il loro accesso a licenze commerciali, di guida, di servizio pubblico passeggeri, eccetera, come nel Bel Paese?

Sussidiando con mille trucchi fiscali e regolamentari le catene di distribuzione di tipo cooperativo, come nel Bel Paese?

Foraggiando una compagnia aerea al "tune" di un milione di euro di tasse di bottegari e tassisti (di quelli che le tasse le pagano) al giorno, in modo che quattro fighette e fighetti dementi romani vadano a spasso negli hotel di lusso del mondo a godersela, facendo finta di fare gli assistenti di volo in aerei sempre più vuoti?

Protestando e lamentandosi perche' ci sono i poveri nati poveri e che il mercato non e' una panacea e che bisogna redistribuire quello che non abbiamo ancora prodotto, come nel Bel Paese?

Predicando contro l'etica del lavoro, della competizione, dello sforzo, della mobilita' sociale, dello "aiutati che il ciel ti aiuta", e diffondendo invece quella del fancazzismo, del farsi furbi, del sussidio, del posto garantito sempre e comunque, dello scaricabarile, del siamo tutti uguali ed il merito non conta, del "io ci ho un amico che ti sistema", del siamo profondi ed acculturati filosofi e la retorica dell'arricchimento personale e' da borghesucci miserabili e di cattive letture, come nel Bel Paese?

Insomma, secondo voi la prosperità economica di quelli che sono nati sfigati, poveri, ignoranti, senza una buona famiglia ammanicata, senza il padre/madre dottore o simili, senza neanche un auto in garage o lo zio farmacista, magari in un paese ex-comunista o non europeo, secondo voi la prosperità economica di costoro, come si raggiunge? Con il metodo Hong Kong o con quello Matera-Napoli? Perché davvero vorrei capirlo. O non è che, per caso, il problema a voi non concerne per ragioni di lignaggio?

More equal less mobile come dicevano Checchi, Ichino e Rustichini
sul JPubEc. Riprendo un’ indagine di Renato Mannheimer già commentata da Giavazzi sul corriere.

  • «Preferisci
    un lavoro sicuro, anche se magari meno redditizio, oppure uno meno sicuro
    ma con migliori prospettive di reddito?». A questa domanda 6 giovani
    italiani su 10 rispondono di preferire quello sicuro anche se mal pagato.
  • «Supponiamo
    che un’azienda attraversi un periodo florido e decida di aumentare gli
    stipendi: preferiresti aumenti uguali per tutti, a quelli che più ne hanno
    bisogno o a chi ha lavorato meglio?»: 4,4 su 10 rispondono o a tutti in
    egual misura o a chi ne ha più bisogno
    .

Ok dirai, in Italia non si vuol
competere e giù con la lista degli inoppugnabili punti che hai appena postato.
Anche per me è un male, credimi. Anche a me piacerebbe che i ragazzi avessero
più coraggio. Ma è anche vero che una società che vede positivamente una
distribuzione del reddito più eguale non mi dispiace. Sarò stato contaminato
anch’io dal modello superfisso? :)

Una società che si preoccupa di
un uomo che perde il lavoro a 58 non mi dispiace. Anche se lo ha perso perché improduttivo.
Pago le tasse anche per questo. (…)

Ciò che non mi piace di certe
posizioni ultraliberiste e ultrameritocratiche è la loro rigidità (probabilmente
è un mio limite) ed il fatto che mi sembrano totalmente noncuranti delle
conseguenze che sugli strati più deboli della popolazione certi provvedimenti
potrebbero avere nel breve-medio termine. Ovviamente anche io non auspico l’inazione.
Anche io voglio un cambiamento. Solo che mi sembra che in Italia efficienza e meritocrazia siano state totalmente spogliate del loro significato
originario e che siano utilizzate dai soliti noti solo come uno straccio da
buttarci (a noi elettori-contribuenti-cittadini) in faccia per far meglio i
loro comodi.

... dove vale il caveat Boldrin, e quindi si fa riferimento a figure simboliche prendendo spunto da alcuni commenti del post.

Una cosa va riconosciuta: il liberismo e la meritocrazia in Italia sono state oggetto di ostracismo per troppo tempo. Per questo ci può stare che spesso l'atteggiamento diventi "ultra".

Evidentemente però alcune parti dei commenti "non-ultra" non sono state lette. Nell'ordine Stella, io e Lorenzo abbiamo sostenuto che il libero mercato e la flessibilità ASSOLUTAMENTE da perseguire. Si è aggiunto (attenzione, solo aggiunto, ok?): per favore, risparmiateci la retorica liberista (cfr. Stella), la morale liberista (cfr. Pietro), "non mi dispiace una società dove ci si preoccupa per un 58-enne che perde il lavoro" (cfr lorenzo).

Continuo a pensare che chi è povero negli USA non è contento di esserlo (in media, ok? belle le teorie economiche della felicità nella povertà costruite guardando ad 1 osservazione di una coppia di immigrati che manda le bambine nelle scuole cattoliche e sono contentissimi. anche io lo sono per loro. un pò meno per i tassisti che parlavano con me). Questo non vuol dire che l'Italia è meglio degli USA. Però credo che anche liberisti e meritocratici non farebbero peccato mortale a pensare ad aspetti diversi dall'efficienza una volta ogni tanto. Umile opinione personale: aiuterebbe l'affermazione del liberismo e della meritocrazia.

Caro pietro, tu scrivi

Continuo a pensare che chi è povero negli USA non è contento di esserlo
(in media, ok? belle le teorie economiche della felicità nella povertà
costruite guardando ad 1 osservazione di una coppia di immigrati che
manda le bambine nelle scuole cattoliche e sono contentissimi. anche io
lo sono per loro. un pò meno per i tassisti che parlavano con me).
Questo non vuol dire che l'Italia è meglio degli USA. Però credo che
anche liberisti e meritocratici non farebbero peccato mortale a pensare
ad aspetti diversi dall'efficienza una volta ogni tanto. Umile opinione
personale: aiuterebbe l'affermazione del liberismo e della meritocrazia.

Chi sono i poveri? Piu' o meno esplicitamente e' comune definire che i poveri siano coloro che hanno il patrimonio piu' basso in una certa societa'. In altre parole, si tratta di un concetto relativo. Se ammettiamo che l'invidia sia una caratteristica comune a tutti, dire che chi e' povero non e' contento e' un'ovvieta'. Negli Stati Uniti, la disuguaglianza della distribuzione della ricchezza e' aumentata negli ultimi decenni (non altrettanto quella dei consumi). Pero' l'intera distribuzione si e' spostata verso destra. La condizione economica di tutti e' migliorata, seppure a ritmi diversi. Se si fossero aumentate le aliquote dell'imposta sul reddito del 10%, si sarebbe potuta operare una redistribuzione verso i poveri, al costo di fermare la crescita economica. Tu sei liberissimo di preferire un tale scenario. Io la penso diversamente.

Altro punto. La disuguaglianza italiana e quella americana differiscono nelle loro origini. In Italia, e' molto piu' probabile che i piu' ricchi lo siano per motivi che non hanno a che fare con il merito e l'impegno. Per me questa differenza e' importante. Soprattutto perche' implica una ben diversa mobilita' sociale. Mi pare di capire che gli aneddoti non ti piacciono. Ti capisco. Pero' ti garantisco che io, come tutti coloro che vivono negli US, conoscono centinaia di persone che hanno ottentuo condizioni di vita migliori dei loro genitori perche' questi ultimi hanno fatto loro il dono dell'istruzione. Una mia amica, cresciuta nelle case popolari, ha frequentato una scuola superiore pubblica di elite (Bronx Science), l'accesso alla quale avviene in base ad esclusivi criteri di merito. Ha poi avuto una borsa di studio per frequentare Swarthmore, uno dei 'liberal arts' college migliori del Paese. Quindi ha avuto un'altra borsa per un master ad Harvard. Queste borse, val la pena notarlo, non erano statali. Erano assegnate da fondazioni finanziate da privati cittadini. Ricordo che da giovanotto inesperto mi presentati ad un colloquio per l'attribuzione di una borsa di studio, assegnata da un'universita' italiana. L'unica domanda che mi venne fatta fu: "Chi conosce presso la nostra istituzione?". Adesso riderei loro in faccia, ma ricordo che a quel tempo, ben prima che mi si aprissero gli occhi, feci una lista di nomi, che si rivelo' non lunga abbastanza (o con i nomi sbagliati). Da notare che siccome tra i requisiti richiesti v'era la conoscenza della lingua inglese, la domanda di cui sopra mi venne fatta in inglese!!!!

 

mi sembra che pietro sia stato piuttosto chiaro però tento di ribadire il concetto.

 1. la risposta a michele è: no, non lo penso

 2. la risposta a enzo è: no, non lo penso

3. la risposta a gianluca è: sono totalmente daccordo

ciononostante, c'è una grossa fetta della popolazione americana che vive e lavora in condizioni assolutamente schifose, molto peggiori delle peggiori condizioni "legali" italiane. Punto. Poi che sia migliore il sistema americano, che il sistema italiano vada riformato e tante altre cose che voi avete detto son sacrosante.

Esemplifico. In italia i tassisti sono piccoli padroncini, fan abbastanza soldi, si comprano una bella casa e un rolex. Si liberalizza il mercato dei taxi e cosa credete che succeda? Diventerà una categoria più o meno proletaria/basso reddito. Io sono a favore della liberalizzazione. Ma se parlo con un tassista non tento di convincerlo che starà meglio dopo la riforma perché potrà lavorare 24/7 per fare un quarto dei soldi che faceva prima della riforma. Se parlo con un tassista gli dico che voglio un mercato dei taxi più cheap e più efficente e che se vuole guadagnare tanto cambi lavoro e faccia il manager. E sono ben consapevole del fatto che mi insulterà.

spero sia un po' più chiara la mia posizione

Esemplifico. In italia i tassisti sono piccoli padroncini, fan
abbastanza soldi, si comprano una bella casa e un rolex. Si liberalizza
il mercato dei taxi e cosa credete che succeda? Diventerà una categoria
più o meno proletaria/basso reddito.

Ma perche' si assume che i ruoli restino fissi per sempre? Se essere tassista diventera' meno remunerativo, alcuni tassisti preferiranno fare altre cose. Scomodo? Be', c'est la vie: si chiama "abolizione dei privilegi". Perche' di questo si tratta: se il mercato non e' liberalizzato, chi non e' gia' tassista e lo vuole diventare viene penalizzato senza ragione. E di lui nessuno si preoccupa?

E questo anche senza contare il costo ai passeggeri che deriva dall'oligopolio...

infatti nessuno in questa discussione assume che i ruoli debbano restare fissi. anzi io, come Andrea, ne auspichiamo la flessibilità. ma come dice Andrea non posso aspettarmi che il tassista ne sia contento. perché dovrebbe esserlo? in una economia di mercato non si guarda al bene comune, ma al proprio. conclusione: liberalizziamo il mercato e non facciamo ai tassisti la paternale meritocratica.

è vero che la povertà è un concetto relativo. non lo discuto affatto. come non discuto che una economia di mercato sia più efficiente e con più potenziale di crescita rispetto ad una all'italiana. fosse per me azzererei tutto in Italia, ripartirei da una pura economia di scambio e produzione alla Walras. ma a quel punto comincerei a pormi il problema di quali "compromessi" (trade off) voglio fare in vista di obiettivi diversi dall'efficienza. rispetto l'idea di chi di tali compromessi non ne sottoscriverebbe neanche uno. a patto che non pretenda che i poveri siano felici e contenti perché anche se sono poveri (rispetto ai ricchi del loro Paese) in realtà sono meno poveri rispetto ai poveri Italiani o perché almeno hanno la chance di diventare ricchi.

infatti nessuno in questa discussione assume che i ruoli debbano
restare fissi. anzi io, come Andrea, ne auspichiamo la flessibilità. ma
come dice Andrea non posso aspettarmi che il tassista ne sia contento.
perché dovrebbe esserlo? in una economia di mercato non si guarda al
bene comune, ma al proprio. conclusione: liberalizziamo il mercato e
non facciamo ai tassisti la paternale meritocratica.

Invece secondo me e' necessario chiarire che si tratta anche di una questione morale: io non ne posso piu' di sentirmi dire, come a suo tempo capitava a Bastiat , "que je suis un homme sans cœur et sans entrailles,
un philosophe sec, un individualiste, un bourgeois, et,
pour tout dire en un mot, un économiste de l'école anglaise ou américaine"... L'economia di mercato e' proprio quella che trasforma il perseguimento del bene proprio nella realizzazione di quello comune, e rinunciare a fare "paternali meritocratiche" a oligopolisti vari e' come omettere la denuncia di altri generi di ingiustizie. Nulla potra' mai cambiare se chi difende i propri privilegi continuera' a ricevere dal pubblico solidarieta' e compassione, anziche' il meritato scorno.

 

Invece secondo me e' necessario chiarire che si tratta anche di una questione morale

Si tratta sicuramente anche di una questione morale e in teoria siamo tutti d'accordo. All'atto pratico pero' bisogna anche essere realisti perche' senno' davvero si fa la figura di quelli che vivono nella torre d'avorio. L'italia e' una societa' in cui tantissime categorie hanno dei privilegi ma esiste pur tuttavia una scala di privilegi innegabile tale per cui iil privilegio dell'ultra75-enne che e' esente dal canone RAI non e' sullo stesso piano *materialmente e moralmente* del farmacista o del politico. Credo che tutti, messi davanti alle evidenze, saranno d'accordo a rinunciare ai propri di privilegi pero' bisogna spiegare loro che non si tratta del solito armiamoci e partite altrimanti si ha un bel parlare. Non si puo', vista la condizione, uscire e fuori e dire: occorre riunciare ai privilegi, a cominciare dai piu' deboli e poi, col tempo arrivare ai piu' ricchi. A me questo sembra palese. Il sindacato (per tornare on topic) avra' sempre gioco forza su questo argomento e non puo' che essere altrimenti visto che per definzione il sindacato e' quell' organizzazione che fa gli interessi dei propri iscritti.

 

Si tratta sicuramente anche di una questione morale e in teoria siamo
tutti d'accordo. All'atto pratico però bisogna anche essere realisti ...

Proprio qui sta il punto: cosa vuol dire essere "realisti"? Nella sua versione italiana ha voluto dire, da sempre, chiudere un occhio e cercare di compensare all'assurdo privilegio/monopolio di X con un ancor più assurdo privilegio/monopolio proprio. La qual cosa ci ha portato alla stupenda situazione che riscontro ogni volta che, come in questi giorni, rimetto piede dalle parti di casa.

Pare di vivere nel passato, in un paese fermo a trent'anni fa con i muri che si sgretolano. Questo fatto, sto cominciando a realizzare, non è apparente a chi vive nei centri di quelle poche grandi città (Roma, Milano, un po' Torino e Bologna) in cui si è concentrata da un lato la residua imprenditoria dinamica e dall'altro è stata risucchiata una fetta disproporzionata della ricchezza del paese. Anche questo un tema da investigare, ovvero che in Italia in questi trent'anni non è cresciuta solo la diseguaglianza interpersonale dei redditi e delle ricchezze, ma anche quella fra il ristretto centro e la periferia del paese. Ad ogni modo i numeri, al contrario delle impressioni personali, non lasciano scampo a dubbi. La notizia interessante non è tanto che la Spagna ci ha preso e praticamente superato, ma che ci sta prendendo la Grecia! La Grecia, capite, la Grecia. Dico, siete mai stati in Grecia? Si', lo so, han delle belle spiaggie, ma quelle non se le sono costruite loro, le hanno ricevute in regalo dalla sorte come noi la costiera tirrenica o le Dolomiti. Sto parlando della Grecia "fatta" da loro, costruita e gestita da loro. Ecco, vi comunico che siamo allo stesso livello, e non perché loro abbian fatto miracoli.

Veniamo al lato interessante del tema morale sopra discusso. Vi sono, certamente, privilegi di monopolio peggiori di altri, esattamente come vi sono crimini peggiori di altri. I privilegi della casta e dei suoi lacché, per esempio, sono senz'altro più gravi del canone gratuito per gli ultra-75enni. In questo caso sia la differenza etica che quella della rilevanza economico-sociale vanno nella medesima direzione e sarebbe "ingiusto" (almeno per me) attaccare i secondi ignorando o lasciando intatti i primi. Ma il discorso NON finisce lì, purtroppo. Valgono anche queste altre, importanti, considerazioni:

(1) Il grande privilegio del potente ed il piccolo privilegio del popolino fanno parte di un equilibrio, ed in questo equilibrio è il secondo che regge il primo. Come sappiamo da sempre e come i casi recenti degli autotrasportatori e dell'Alitalia confermano, la casta concede piccoli privilegi ad hoc a gruppi del popolino che siano politicamente attivi e tatticamente potenti (in questo caso, perché possono paralizzare il sistema di trasporto del paese), al fine di garantirsi il consenso che le permette di mantenere i propri, enormi, privilegi. Infatti, mentre sprecava denaro pubblico sugli autotrasportatori la casta manteneva i privilegi d'alcuni dei suoi membri più potenti. La dosazione dei piccoli privilegi concessi al popolino è cruciale; in condizioni ideali, se ne danno pochissimi e solo eccezionalmente. Questo succede in paesi dove il controllo democratico sia sui privilegi dei politici che su quelli di sottogruppi della popolazione è molto rigido ed efficiente: il che impedisce al ceto politico di trasformarsi in casta ed ai privilegi dei sottogruppi della popolazione di generalizzarsi, trasformando il popolo di cittadini in un popolino di sudditi. Questo è invece avvenuto in Italia. Quindi, per far crollare il tetto scandaloso dei privilegi della casta occorre cominciare dalle mille colonne dei micro privilegi del popolino.

2) Come i casi menzionati in 1) esemplificano, il costo sociale dei piccoli privilegi del popolino è maggiore di quello dei grandi privilegi della casta. Qui è una questione di numeri, ovviamente: i trasportatori sono quasi 200mila, mentre gli analoghi di Calabrò, Grilli, Manganelli e persino Draghi (che credo si sia dimezzato lo stipendio rispetto a quello di Fazio e predecessori) sono pochissimi. Per cui, anche se si portano a casa cifre insensate e chiaramente ingiustificate sulla base di parametri internazionali (qualcuno mi spiega com'è possibile che il Direttore Generale del Tesoro abbia il tempo, oltre che il permesso, di guadagnare 1.8M di Euro all'estero oltre al proprio stipendio da "statale"? Menziono uno che conosco, tanto per evitare d'essere di parte ...) il loro costo per la collettività non raggiunge di certo i 275M di euro dei camionisti. Piaccia o meno, così è. D'altra parte, concordo, l'indecenza degli emolumenti della casta, del tutto equiparabili ad autentici furti, è tale da far schifo. Ma è solo impedendo i micro privilegi del popolino che questo si rivolterà, chiedendo l'abolizione dei privilegi della casta. L'aveva capito Manzoni, sarebbe ben ora lo capisse la borghesia produttiva italiana.

3) Nello scontro per l'abolizione dei privilegi e l'introduzione di criteri meritocratico-concorrenziali, i sindacati, TUTTI i sindacati, sono i nemici. Certo, loro fanno il loro lavoro. Anche il magnaccia lo fa: consiste nello sfruttamento del meretricio e nell'uso del ricatto sui soggetti da lui "protetti". Nel caso del sindacalista consiste nel ricattare il resto del popolino per aumentare i privilegi delle categorie da loro protette in cambio della quale attività ricattatoria ottiene potere personale, viaggi all'estero spesati, uffici in palazzi romani ed altre rendite patrizie. Se uno sceglie di fare il sindacalista magari all'inizio lo fa con qualche ideale in mente (esattamente come qualche brillante economista trentenne che decida d'iniziare una carriera di funzionario ministeriale al Tesoro). Se 15 o 20 dopo è ancora lì, ha fatto carriera ed è diventato un Epifani o un Albertini (o un Direttore Generale) allora ha fatto una scelta personale e morale molto chiara. È diventato un nemico di chi lavora senza protezioni medievali, di chi compete rischiando d'esser licenziato se sbaglia, di chi alla casta non appartiene perché non ha potuto o non ne vuol sapere di appartenerci anche solo per pure ragioni di decenza personale. Per la semplice ragione che ha SCELTO di diventare un membro della casta. Quindi non vedo cosa vi sia di sbagliato nel trattarlo alla stessa stregua dei Mastella o degli Sgarbi, o di quello lì da Bari che si sentiva solo ed andava in hotel a via Veneto.

4) Il sindacato, dici tu, ha buon gioco nel difendere i privilegi della fetta di popolino che rappresenta puntando il dito ai mega privilegi dei dirigenti statali con cui poi, settimanalmente, i suoi dirigenti si riuniscono, vanno a cena, partecipano ad inaugurazioni e feste. Esattamente, hai ragione. Il problema è complicato assai, come la deriva del nostro paese e di molti altri dimostrano. Ma quello è il problema. Si tratta di spiegare al popolino che, in realtà, non gli conviene per nulla ascoltare il sindacalista. Che gli conviene rinunciare ai propri privilegini per poter poi imporre che il Direttore Generale del Tesoro guadagni, come stipendio statale, 1/5 o 1/6 di quanto è riportato guadagnare in totale. Oppure scelga d'andare a lavorare nel privato là dove spira, come ben sa, il venticello del licenziamento se non fai bene abbastanza.

Concordo con l'analisi lucida e schematica di Boldrin. Il cul de sac che lui racconta è il vero problema di questo Paese. Ed è vero che la sfida vera è quella di riuscire a informare il "popolino" per farlo uscire dalla condizione di sudditanza in cui è stato ridotto col ricatto. I media italiani fanno il gioco della casta (in quanto casta essi stessi); ma i media non convenzionali (quali un blog, un articolo di Boldrin, una polemica infuocata su NfA, la rete in generale, e anche, perché no, un grillo parlante...) negli ultimi anni hanno iniziato a mettere in circolo informazione nuova. Il punto è amplificare l'effetto dell'informazione anarchica e democratica (diciamo anche "meritocratica") perché raggiunga anche coloro che ancora ne sono tagliati fuori. Non sarei troppo pessimista sul futuro, a patto che alla prossima rivoluzione si eviti di fare tanto fumo e poco arrosto come è sempre successo in tutte le presunte rivoluzioni italiane dagli anni novanta in poi.

Due considerazioni. Non concordo sul fatto che se uno faccia carriera in un Ministero allora è necessariamente diventato un membro della Casta. Sarà vero al 90%? Ma conosco gente che ha provato a fare qualcosa anche dal di dentro. Riguardo gli stipendi esagerati, anche qui non esagererei. Il manager pubblico (che ha un contratto di diritto privato) guadagna troppo solo se è scelto solo per "meriti (demeriti) politici" o se c'è discrepanza tra l'efficianza della struttura che dirige e il suo stipendio. In una struttura pubblica efficiente, un manager scelto per merito merito deve guadagnare tanto secondo me. altrimenti non avremmo mai i migliori a dirigere la "cosa pubblica".

Quando scrivo che bisogna essere realisti intendo che bisogna anche pensare a quale e' il modo migliore per raggiungere l'obiettivo o anche solo a quale e' il modo migliore per veicolare il messaggio. Siamo tutti d'accordo sul fatto che il fine ultimo sia quello di annullare tutti i privilegi ma per arrivare a quel punto occorre iniziare da qualche parte. Tu dici che i privilegi del popolino sono clientelari: togliendo i privilegi al popolino questo non avra' piu' motivo per votare i potenti e si rivoltera', quindi suggerisci di inizare da li'. Sarebbe un ragionamento condivisibile se i privilegi al popolino potessero essere rimossi da un deus ex machina , una terza figura che arriva dal cielo e smuove l'equilibrio del sistema. Ma questa figura non esiste(*) quindi nell'insistere col dire che i privilegi vanno rimossi a partire dal basso tu 1: proponi qualcosa di infattibile, 2: ti inimichi il popolo ovvero ti comporti da cattivo comunicatore.

I privilegi non possono essere rimossi dal deus ex machina in questo modo. E quindi? Tu dici "spieghiamo al popolino che conviene loro rinunciarvici di proprio". E' un utopia. "You must be the change you want to see in the world" diceva Ghandi e "chi non ha peccatto scagli la prima pietra" diceva l'altro signore. Sono pensieri nobili ma permettimi di considerarli poco efficaci. Non c'e' bisogno che ti faccia esempi ma per amor di retorica lasciamene fare uno. Quanti di quelli che conosci e che condividono appieno le tue idee hanno fatto anche solo il dottorato in Italia, nella maniera in cui lo fanno tutti cioe' col concorso truccato? Quanti hanno preso a quel modo anche il concorso di ricercatore o di associato? Ora, non e' questo un esempio di un "privilegio" (avere un concorso fatto ad hoc) per una piccola "casta" (i piu' anziani del dipartimento) a cui rinunciare e' primo scomodo ma soprattutto inutile(**)? Io non sono un economista pero' so che il dilemma del prigioniero insegna che essere altruisti paga soltanto nel momento in cui tutti si coopera e l'Italia e' il paese in cui la definizione di furbo e' colui che approfitta dell'altruismo altrui.


Un Gatto, che faceva er socialista
solo a lo scopo d'arivà in un posto,
se stava lavoranno un pollo arosto
ne la cucina d'un capitalista.

Quanno da un finestrino su per aria
s'affacciò un antro Gatto: - Amico mio,
pensa - je disse - che ce so' pur'io
ch'appartengo a la classe proletaria!

Io che conosco bene l'idee tue
so' certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me... Semo compagni!

- No, no: - rispose er Gatto senza core
io nun divido gnente co' nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so' conservatore!

(*) In realta' esiste e sara' la nostra unica salvezza. Si chiama comunita' europea ma potrebbe arrivare troppo tardi.

(**) inutile per la comunita' all'atto pratico se sai che toltoti tu, avanti il prossimo. Poi dal punto di vista del singolo secondo me conviene andarsene in paesi meritrocratici difatti quando m'han proposto di fare il dottorato a quel modo io ho preso e me ne sono andato come tanti qui dentro e credo di aver fatto la scelta migliore della mia vita. 

Quindi, per far crollare il tetto scandaloso dei privilegi della casta
occorre cominciare dalle mille colonne dei micro privilegi del popolino.

Sono sostanzialmente d'accordo con l'analisi e il ragionamento ma sono in disaccordo sulla praticabilita' di eliminare i privilegi a partire dal popolino. Semplicemente non ritengo plausibile che si sommino senza bloccare tutto la rabbia di una moltitudine di categorie ormai assuefatte ai loro privilegi per decenni, con la rabbia di vedere che i vertici della societa' mantengono inalterati i loro privilegi di casta. Bisogna tenere presente che molte delle categorie privilegiate hanno capacita' notevoli di mobilitazione e anche di attuare violenza fisica, basta pensare ai forestali calabresi, ai camionisti, agli agricoltori. I dipendenti pubblici nullafacenti poi sono hanno una potenza micidiale: ricevono uno stipendio per non far nulla e possono dedicare il 100% delle loro energie in manifestazioni e attivita' di partito.

In Italia abbiamo un sistema che accorda privilegi ai gruppi in misura proporzionale alla loro capacita' di mobilitazione ai fine di esplicare violenza fisica e/o influenza relazionale e/o consenso elettorale, e indipendentemente dalla loro utilita' e contributo al funzionamento della societa'. Questo succede anche in altri paesi, ma in Italia a livelli molto piu' elevati rispetto alla media OCSE per una serie di fattori come la bassa qualita' delle classi dirigenti, l'elevato livello di intrusione statale nell'attivita' economica, le marcate differenze economiche regionali, la rilevanza del voto politico di appartenenza in una parte del Paese e del voto politico clientelare in un'altra parte. Purtroppo questo sistema e' stabile e ha raggiunto un equilibrio per cui ogni azione diretta a ridurre i privilegi di un gruppo tipicamente incontra una reazione proporzionale alla capacita' di mobilitazione del gruppo stesso che e' sufficiente a mantenere il livello del privilegio, e ogni gruppo puo' anche con qualche ragione strepitare perche' i suoi privilegi vengono messi in discussione prima di quelli degli altri.

Credo che sia impossibile disarticolare questo sistema di privilegi che vige in Italia senza che accada qualcosa di veramente catastrofico, come e' stato il crollo del Comunismo nell'Europa dell'Est oppure la cancellazione del consenso elettorale dei maggiori partiti politici come e' avvenuto con Mani Pulite (con la spiacevole eccezione del PCI). Personalmente credo quindi che si potra' scardinare il sistema dei privilegi in Italia solo con uno qualche sconvolgimento che provochi una radicale sostituzione del personale politico esistente, particolarmente a livello centrale, associato con una crisi economica generalizzata che costituisca una motivazione sufficiente a tagliare i privilegi. Se questo accade, la sequenza piu' naturale secondo me e' che vengano ridotti contestualmente sia i privilegi della casta sia quelli del popolino.

Un esempio storicamente avvenuto e' Mani Pulite: vengono cancellati elettoralmente DC e PSI, il deficit statale e' fuori controllo, la lira svaluta e viene espulsa dal serpente monetario, i sindacalisti vengono presi a bullonate ogni volta che si presentano in fabbrica: solo a quel punto il Parlamento elimina il doppio stipendio per gli statali eletti e contestualmente con Amato prima e Dini poi taglia del 45% le pensioni future dei lavoratori piu' giovani, con il consenso ammutolito del sindacato.

Come si e' visto, Mani Pulite non e' stata sufficiente, anche perche' i prodi elettori italiani hanno fatto delle pessime scelte. Tuttavia l'unica opportunita' realistica di sforbiciare piu' in profondita' i privilegi rimane uno sconvolgimento politico associato ad una crisi economica. E' probabile che il progressivo collasso economico italiano rispetto ai paesi confinanti della UE fornisca nei prossimi decenni qualche occasione, come e' accaduto con il collasso economico delle economie comuniste dell'Europa orientale. Un'altra possibilita' secondo me e' che vi sia una rivolta elettorale nel Nord Italia, dove hanno minore prevalenza e diffusione le categorie privilegiate improduttive, e dove lo Stato piu' pesantemente che altrove estrae le risorse per foraggiare il suo ramificato e diffuso sistema di consenso clientelare. In ogni caso, ripeto, l'unica forma di transizione che riesco ad immaginare prevede che siano tagliati consistentemente e insieme sia i privilegi della casta politica che i privilegi dei gruppi. Probabilmente, per assicurare che il sistema dei privilegi non si ricostruisca, e' anche necessario che venga drasticamente ridotto il potere di intrusione e intermediazione statale nell'economica, e quindi in generale il peso delle attivita' statali. Incredibilmente, cio' e' avvenuto in molti paesi ex-comunisti.

In Italia, una delle poche possibilita' che accada rimane per me legata ad una rivolta elettorale nel Nord Italia, dove l'attivita' Statale nel complesso rappresenta una perdita netta e cospicua, pur riuscendo ad accordare privilegi e benefici a non trascurabili minoranze improduttive.

"L'economia di mercato e' proprio quella che trasforma il perseguimento del bene proprio nella realizzazione di quello comune"

Hai ragione. Ma il modo in cui lo fa è per via individuale. Everyone for oneself given the rules set into the system. E come per magia si massimizza il bene comune. Quando l'agente decide cosa fare deve tenere conto solo della propria utilità, non di quella degli altri. Ecco perché dico che al tassista non è necessario chiedere di essere d'accordo con la liberalizzazione.

Per il resto non mi preoccuperei dell'accusa di far parte della ecole anglaise...

due domande:

(1) oggi in italia c'e' un tradeoff tra equita' ed efficienza? cioe' siamo gia' sulla frontiera efficiente? a me non sembra.

(2) visto il titolo del thread, qual e' l'esatta definizione di ultra-liberista e ultra-meritocratico e qual e' la linea di demarcazione con un liberista e un meritocratico toutcourt?

 

"Già
abbiamo difficoltà ad ottenere 80-90 Euro di aumento, figuriamoci se
possiamo spingere la meritocrazia!"

 

Mi sa che il problema sta tutto qui e il resto e' solo contorno. A cosa serve lavorare 24/7 o fare studiare i figli se tanto poi in quel contesto sociale non c'e' movimento meritocratico?

A proposito di lavorare 24/7, ecco i miei ricordi dell'America.  L'8 luglio del 1960, sull'aereo che mi portava a Los Angeles, c'era un immigrato italiano che spiegava come e perché in America si potevano guadagnare molti soldi, lavorando il sabato e la domenica,  perché, stranamente,  in questi giorni gli americani si riposavano. Anch'io, come "graduate student", con scarse competenze linguistiche e competenze matematiche non elevate, o, quanto meno,  difformi da quelle dei miei colleghi, sono riuscito a sfruttare bene il sabato e la domenica, quando i miei colleghi "graduate students", in maggioranza sposati e con figli (così si usava, in America, negli anni cinquanta e primi anni sessanta), erano occupati in incombenze famigliari. Cosa è cambiato in Italia? Ma è veramente cambiato qualcosa? 

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