La speranza senza la paura

6 novembre 2008 aldo rustichini e michele boldrin
Riflessioni di due scettici sulle implicazioni della vittoria di Barack Obama, 44esimo presidente degli USA.


Cominciamo dalle certezze, ossia dai fatti. E dalle cose che possiamo imparare in Italia da questa elezione.

Questa è una vittoria
che, seppure scontata da un mese a questa parte, era ancora in dubbio
due mesi fa ed appariva impossibile l'anno scorso. Da questo punto di
vista, che si provi o meno simpatia per Barack Obama, questa sua
vittoria è la vittoria dell'under-dog, dello sconfitto di sempre,
dell'escluso e dell'illuso rispetto agli insiders, ai saggi con i piedi
di piombo, a quelli che "comunque appartengono" e che, da sempre,
contano. Per questo la presidenza di Barack Obama è un fatto storico
eccezionale. Ed è dovuto anche a meccanismi di competizione politica
ben funzionanti, regole chiare e libera circolazione delle idee. Una
vittoria del metodo democratico e di istituzioni fondamentalmente
solide che resistono e vincono, alla fine, su tentazioni bonapartiste,
o peroniste che dir si voglia. Crediamo sia il caso di prenderne nota,
specialmente in quei paesi laddove queste cose non ci sono e, quindi,
vincono sempre, e comunque, quelli che appartengono al giro buono.

Prendere nota,
soprattutto, che a fronte di diffusi annunci della decadenza americana
e della fine del ruolo degli USA come nazione "guida" del mondo
democratico e capitalista, questo paese riesce a sparigliare il gioco
di tutti. La sostanza è che gli USA sono ancora una nazione
innovatrice. Gli USA hanno stupito il mondo per la loro disponibiltà ad assumersi un rischio che molti scettici avevano escluso. Potrà
andar bene o male, questo lo vedremo, ma al momento il segnale di
cambiamento è forte ed è quello dominante nelle piazze di questo
paese, a quest'ora.

A Novembre dell’anno
scorso era chiaro che un democratico avrebbe vinto, era molto meno
chiaro che Obama avrebbe vinto. La vera sorpresa quindi è venuta dalle
primarie. Un candidato istituzionale dei democratici c’era ed è stato
sconfitto. Lezione: le primarie sono un meccanismo efficiente di
selezione di un leader solo se la base elettorale dei partiti le prende
sul serio e se esiste abbastanza competizione nei media tale da
permettere anche all'under-dog di parlare ed essere sentito, e poi
ascoltato. Questa reputazione va guadagnata, questa libertà nella
circolazione delle idee va costruita. In Italia sarebbe il caso di
cominciare a pensarci sul serio, invece di litigare sulle preferenze.

Le campagne future
saranno finanziate in gran parte su internet, con una partecipazione
attiva degli elettori. Il finanziamento pubblico dei partiti negli USA
è morto e non tornerà mai più. Obama ha annientato McCain sul piano
dei contributi. I repubblicani hanno visto, studiato e promettono
vendetta con un piano da miliardo di dollari nell 2012. Queste sono
anche le elezioni che vedono il principio della fine dei grandi mezzi
di comunicazione, in primo luogo i grandi giornali. La loro popolarità
è pari a quella del congresso, che è più bassa di quella di Bush.
Una larga maggioranza degli elettori ha dichiarato che i grandi mezzi
di comunicazione hanno favorito Obama, e bisognava essere ciechi e
sordi per non accorgersene. Interi network (MSNBC in particolare) si
sono trasformati in cinghie di trasmissione di un candidato. Notiamo
anche l'enorme differenza da un momento storico simile: la fine della
presidenza Nixon-Ford, grazie al Washington Post. Oggi Obama vince
nonostante il New York Times lo appoggi, con questo smentendo anche
cose che noi stessi avevamo scritto pochi mesi fa. Vale la pena
rifletterci.

Obama è di origini
umili, ma è stato selezionato da un sistema di grandi università di
elite, come la grande maggioranze dei presidenti. Si può non essere
d’accordo con il taglio ideologico di quelle università, ma quelle
università insegnano e selezionano. Chi crede che un sistema elitario
serva solo a garantire il mantenimento di posizioni di privilegio e,
allo stesso tempo, è entusiasta del suo successo deve fare meglio i
propri conti: delle due, l'una. Una forte scuola con accesso di massa
è necessaria, ma un vertice fatto di istituzioni a cui solo pochi,
altamente meritevoli, possono accedere è vitale per il funzionamento
democratico di una nazione. Selezione sul merito, senza condizioni di
favore per nessuno, ma selezione. Riflettere anche su questo, nei
giorni delle occupazioni e delle misure tampone, non sarebbe una brutta
idea.


Veniamo alle speculazioni.

Cosa farà Obama?
Difficile dire per chiunque, visto che ha cambiato posizione su tutte
le questioni essenziali. Ma una cosa è certa: Obama governerà dal
centro-sinistra e non a sinistra. Lo farà in parte per necessità,
perché la crisi economica è reale e rimane tale anche domani, ed
anche per scelta, perché il suo oscillare su diversi punti essenziali
è risultato strumentale alla costruzione del consenso che lo ha eletto
oggi. Di più: lo fara’ anche per saggezza politica, non solo per
necessità economica. Deve realizzare molte promesse. Ma una prima
grande trasformazione è già avvenuta: nulla sarà come prima nella
società civile, non solo in quella politica, americana. E gli elettori
neri non sono ingenui: basta vedere come hanno accuratamente studiato
il nuovo venuto prima di appoggiarlo incondizionatamente. Ancora a
Gennaio, prima della Iowa caucuses, il candidato degli elettori neri
era Hillary. Hanno visto che una strategia "senza brusche mosse" è una strategia vincente, e hanno imparato la lezione.

I test di come si
muovera’? Molte delle cose che non costano e che si possono fare subito
o quasi subito. Fra questi le nomine, quando verranno, alla Corte
Suprema; l'aborto per il quale non è impossibile che (dopo tanto
tempo) si arrivi ad un minimo di legislazione federale che tagli il
nodo gordiano; i diritti degli omosessuali; la ricerca sulle cellule
staminali; la chiusura di Guantanamo: tutte riforme che la maggioranza
dei cittadini americani appoggia, e che non costerà molto
intraprendere, seguendo il modello di Zapatero nella Spagna post 2004.
Un Obama di sinistra realizzerebbe la Fairness Doctrine (intesa
sostanzialmente a limitare il potere mediatico delle radio di destra).
Noi crediamo che non lo farà. Un Obama di sinistra realizzerebbe la
EFCA (Employee Free Choice Act), un provvedimento che elimina il voto
segreto nelle elezioni sindacali e contro il quale persino il vecchio
"comunista" McGovern si è schierato. Questo è più probabile della
Fairness Doctrine, quindi è un vero test. Certo è che i democratici
nel congresso hanno già votato a favore. Lo stesso per gli accordi
commerciali. Un Obama di sinistra li cambierebbe molto, quello che
abbiamo visto al lavoro nei mesi passati ne parlerà molto. Ma i
democratici al congresso hanno gia 'votato contro i precedenti (CAFTA).
Le cose che costano dovranno aspettare, anche se per dare l'impressione di un pacchetto di
stimolo e per la riforma della sanità qualcosa sarà fatto. Ma non ci
sono i 430 miliardi di dollari anno che il programma intero prevede. In
parte dipenderà da quanto rapidamente riuscirà ad uscire dall'Iraq e
dai risparmi che questo potrà fornire. Poi ci sono le tasse ed i
contributi alla sicurezza sociale: li alzerà davvero, come promesso, o
andrà passin passetto? Propendiamo per il passin passetto, e non solo
per l'incombente recessione. Ma forse stiamo solo illudendoci di risparmiare sulle tasse dell'anno prossimo.

La grande incognita? La
politica estera. Per i giovani nel mondo, la vittoria di Obama è un
messaggio di innovazione e di speranza. Altri avranno la tentazione di
leggerlo in un modo diverso. Ricordiamo: il 9 aprile 2003 la guerra in
Iraq era popolare, con 139 morti. La stessa guerra è diventata
impopolare quando i morti hanno superato soglia mille. Qualcuno
potrebbe pensare che soglia mille è il prezzo massimo che oggi un
presidente americano può pagare in politica estera se l’opzione
militare diventa realtà. Per fare un confronto, la svolta in Vietnam
avvenne nel 1968, dopo 20 mila morti. Ci potrà quindi essere la
tentazione di interpretare questa elezione come un momento di
debolezza. Per combattere questa tentazione, Obama dovrà avere più
che la politica della speranza. Kennedy fu messo alla prova subito dopo
la sua elezione, e dalle sue incertezze nacquero il muro di Berlino e
la guerra del Vietnam.

Il futuro? Obama vuole
lavorare per il lungo periodo: quello che ha in mente è una grande
trasformazione per realizzare la quale mancano tutti i dettagli tecnici
anche se è riuscito a farne intravedere ai suoi elettori l'obiettivo
essenziale. Esso consiste nella riduzione dell'ineguaglianza economica,
ma come raggiungerlo? Obama, come noi, non ha la ricetta magica in
tasca, e lo sa, come lo sanno i suoi consiglieri. Poiché non è
disposto a rischiare le sue carte con una sconfitta come quella che nel
1994 (quando i Repubblicani vinsero con "Il Contratto con l'America'')
cambiò la presidenza Clinton solo due anni dopo la sua prima vittoria,
sceglierà di andare molto cauto su come avviare il processo che
dovrebbe portare ad una riduzione delle diseguaglianze economiche oggi
esistenti. Per questo la sua vittoria è probabilmente più significativa di quanto lo sembri oggi, per quanto importante essa
appaia. Se gli USA sono il paese della libertà e l’Europa quello
dell’uguaglianza, gli USA oggi si sono mossi in direzione dell’Europa.
L’uguaglianza come ideale politico ha un prezzo, ma quello si vede e si
paga solo nel lungo periodo. La nostra speculazione finale è che
Barack Obama, non potendo calcolare ancora quanto alto sia quel prezzo,
procederà con cauti esperimenti invece che con la coraggiosa baldanza
che ha caratterizzato la sua corsa alla presidenza. Ma l'uomo, avendoci
sorpreso già un paio di volte, potrebbe farlo di nuovo.

Questo articolo e' stato pubblicato originariamente su LaVoce.info, che ce l'aveva gentilmente richiesto.

97 commenti (espandi tutti)

La cosa più grande di queste elezioni e che mi ha sorpreso positivamente, è l'assenza dell'effetto bradley ( spero si scriva così ) . L'america ha insegnato al mondo che possono esistere una  società multirazziale con parità reale dei diritti . Questa lezione da sola penso che valga l'elezione. Per il resto non credo che cambierà molto . La spagna di Zapatero ha esaurito la spinta dovuta alle riforme economiche di Aznar e i soldi dell'europa e  adesso arranca come l'italia . Obama si trova messo peggio perchè bush non gli ha lasciato un centesimo.

Politica estera : Bush ha impegnato il nemico fuori dall'america e questo ha dato all'america 7 anni senza attentati.L'america ha molti nemici che non si fermeranno perchè la loro esistenza è legata alla guerra contro il grande satana . 

Per finire Obama ha dato una grande lezione a BS : non è necessario avere la propriertà dei mezzi di comunicazione, basta affittarli. Per la cronaca nessuno dei "democratici " italiani ha fatto riferimento a quello che ha speso obama. Ho sentito parlare di 1 miliardo e mezzo di dollari. E' vero ? si sa anche da chi li ha presi ? lo chiedo a voi perchè in Italia girano tante favole e leggende. Mi sorge un dubbio non sarà la campagna elettorale di obama che ha drenato liquidità a wall street ?

La spagna di Zapatero ha esaurito la spinta dovuta alle riforme
economiche di Aznar e i soldi dell'europa e  adesso arranca come
l'italia.

Credo che questi anni saranno decisivi per confermare o smentire la superiorita' della Spagna rispetto all'Italia, la Spagna e' in crisi forse anche piu' dell'Italia per lo scoppio della sua bolla immobiliare, tuttavia a mio parere dispone di una classe politica di migliore qualita' rispetto a quella italana e confermera' la sua superiorita' sia economica che civile secondo i parametri dell'indice di sviluppo umano dell'ONU. Per avere un esempio aneddotico della superiorita' della classe politica spagnola basta confrontare il bonus che Zapatero sta dando agli immigrati perche' tornino ai loro paesi, almeno temporaneamente, con le richieste della sinistra italiana, personificata da Epifani, che chiede di modificare la legge sull'immigrazione per permettere a tutti gli immigrati presenti di rimanere anche senza impiego e agli altri ancora fuori di affluire, in un momento di evidente crisi economica.

Dalle mie fonti (ce ne sono altre se vuoi ferificare) obama ha raccolto circa 640 milioni, e ne ha spesi un po' meno. Meta' ne ha raccolti attraverso "piccole" donazioni di meno di $200, usando un modello sperimentato da Howard Dean quattro anni fa, e cioe' facendo sapiente uso di internet e social networking. 

e l'altra meta ' ? .Il senso della mia domanda è : riuscirà ad essere veramente svincolato dalle lobby ?

Anche a me pare di aver letto cifre di questo tipo. Ma 1 dollaro all'anno a testa per scegliere bene il Presidente (ed i membri del Congresso e del Senato) mi sembrano soldi ben spesi.

complimenti: è la riflessione più chiara e completa che ho letto in questi giorni, nella sua essenzialità. e più obiettiva. grazie.

Aggiungo anche i miei complimenti per l'analisi. Chiara e completa come ha già detto Pinosp.

Molti commenti che si leggono sui giornali in questi giorni peccano di provincialismo (Obama come Silvio, Obama come Walter) o sono degli evidenti cut&paste tradotti anche male.

La parte dell'articolo che elogia alcune caratteristiche del sistema americano mi fa (ri)sorgere un dubbio.

Questi sistemi, applicati in Italia, potrebbero creare un "circolo virtuoso"? Oppure il loro "funzionare" è dovuto alla mentalità, alla cultura diciamolo, americana?

Intendo dire: basterebbe cambiare le regole (facciamo finta che sia facile e che la maggioranza voglia farlo) per migliorare la situazione o lo storico paraculismo* italico riuscirebbe ad "interpretarle" ed a corromperle?

In senso più ampio sono le "buone regole" che fanno un popolo "virtuoso" o è il popolo "virtuoso" che si dà delle "buone regole".... ah, se avessi studiato filosofia invece di elettronica.

Mi piacerebbe tanto sapere l'opinione al riguardo di voi che vivete nella realtà USA (e che non avete studiato elettronica :-) ).

* Gattopardismo faceva più colto ma Paraculismo fa capire meglio quello che intendo 

 

basterebbe cambiare le regole (facciamo finta che sia facile e che la
maggioranza voglia farlo) per migliorare la situazione o lo storico
paraculismo* italico riuscirebbe ad "interpretarle" ed a corromperle?

Me lo chiedo spesso anche io, e non sono di certo il solo a chiedermelo. La risposta non lo so, per questo mi piacerebbe fare l'esperimento. Siccome il paraculismo non si cambia per iniziativa popolare ma le regole del gioco si possono cambiare, appoggio chi prova a cambiare le seconde.

Ma sono abbastanza convinto, come sembri esserlo anche tu, che la cultura giochi un ruolo fondamentale nella "selezione dell'equilibrio" per dirla con termini non da elettronica ... anche per questo facciamo nFA, perché siamo convinti che sia anche un problema culturale. Alla fin fine, la maggioranza necessaria per cambiare le regole del gioco si trova se e solo se un numero sufficiente di persone comincia a vedere l'Italia in modo diverso, e questo richiede un cambiamento di prospettiva culturale. Non che io sia ottimista, sia chiaro ...

Domanda per gli Amerikani: Obama nel discorso ha ringraziato i volontari della campagna, che ruolo hanno avuto? Sono davvero stati tanti come si legge, e mossi solo dalla causa? Ci sono numeri, testimonianze?

Da noi i presupposti per una partecipazione attiva ci sarebbero (in questi giorni sulla scuola ad esempio si sono mosse veramente molte persone, e certo non su istigazione della opposizione che si è limitata seplicemente ad accodarsi..), peccato manchi un leader credibile ed eccellente. Sulla meritocrazia sono assolutamente d'accordo con Aldo e Michele, ai vertici debbono andare i migliori, e non sto parlando dei migliori venditori di immobili e di pubblicità televisive, ovviamente!

I volontari, ovviamente, hanno un ruolo fondamentale: sono quelli che telefonano agli elettori, bussano di porta in  porta, etc... per i volontari vale quanto ho scritto sopra riguardo al funding: la campagna di Obama e' stata notevolmente diversa da quella di McCain: obama ha sfruttato al massimo le capacita' della rete di creare social networks, cosi' che volontari in California (praticamente inutili visto che la vittoria e' certa) potessero usare il sito di Obama per collegarsi  ai volontari  in Ohio per sapere a chi telefonare e cos'altro fare. Sul NYT, mi pare, c'e' stato recentemente un articolo (che non riesco a trovare) sul tema, che spiegava quanto arretrata fosse la campagna di McCain in questo ("we use e-mail", ha risposto un collaboratore di Mccain). 

 

Non riesco a ritrovare il commento (articolo?) cui faccio riferimento, per cui posto qui.

Alcuni economisti della Boston Fed si sono presi la briga di controbattere al breve paper di Chari, Christiano e Kehoe sugli (scarsi, a loro dire) effetti reali della crisi finanziaria in USA.

Il nuovo paper e' qui.

 

Più che altro c'è da sperare che a differenza di Bush coltivi meno il suo orticello e sia un po' più lungimirante nelle sue scelte politiche ed economiche, evitando ad esempio di trascinare la Fed (e con essa le altre banche centrali, anche se grazie al cielo la BCE è un po' più avveduta) in una politica dei tassi kamikaze.

Per quanto riguarda le università americane, bisogna forse ricordare che molti dei non privilegiati passano poi gli anni a ripagarsi le tasse astronomiche. Siamo sicuri che il mercato del lavoro italiano sia realmente in grado di finanziare queste spese? E perché, poi, in Europa le cose non funzionano così? Tra l'altro l'università americana non è che l'ultimo anello di una catena, quella dell'istruzione, che inizia dai costosissimi daycare per proseguire nelle (mediocri) scuole pubbliche o (migliori) scuole private per frequentare le quali occorre vivere nei posti giusti (naturalmente proibitivi). Se non è ghettizzazione questa.

Insomma, il sogno americano esiste, è vero, ma per pochissimi, perché la stragrande maggioranza rimane fuori dal giro giusto e non potrà mai entrarci. E una società in cui i divari tra ricchezza e povertà, possibilità reali e non rimane tanto alta come quella americana è una società che difficilmente potrà essere pacificata. Anche se uno dei suoi stati, la California, sarebbe il quinto paese più ricco al mondo se fosse uno stato.

Insomma, il sogno americano esiste, è vero, ma per pochissimi,

Io credo che che il sogno americano esista per una percentuale di meritevoli nettamente superiore a quella italiana in Italia, anche se secondo il recente rapporto OCSE  "Growing inequality?" la mobilita' USA e UK appare essere inferiore alle stime che avevo derivato in precedenza.

una società in cui i divari tra ricchezza e povertà, possibilità reali
e non rimane tanto alta come quella americana è una società che
difficilmente potrà essere pacificata.

Secondo il medesimo rapporto appena citato, la disuguaglianza negli USA e' solo moderatamente superiore alla disuguaglianza in Italia. In cambio noi siamo anche significativamente piu' poveri degli USA in media. Alla fine dei conti, se la passano meglio i poveri USA rispetto a quelli italiani.

Non era un paragone tra Usa e Italia, era una demistificazione dei luoghi comuni più diffusi che ogni volta che sono negli Stati Uniti non posso che riconsiderare. Quanto al fatto che i poveri USA se la cavino meglio di quelli italiani, ho i miei dubbi. Immagino che i figli di questi ultimi in qualche modo abbiano accesso a una scuola dell'obbligo più che decente e che perlomeno possano essere curati decentemente in un ospedale. Quanto alla disuguaglianza, ci sono dati che vanno oltre il reddito medio, e i problemi sociali che ha l'America sono obiettivamente lontani dall'esperienza europea.

Ti posso chiedere da quanto sei negli USA e dove hai vissuto? Lo chiedo perche' io sono qui da 15 anni, ho vissuto in 4 posti diversi e ho un'impressione completamente diversa. 

andrea, io non vivo negli stati uniti, ci capito regolarmente e quello di cui parlo non si basa sui dati e sugli studi che sento qui sciorinare, ma sulle mie esperienze e sugli incontri che faccio lì. peraltro, quello che forse non emerge da tutta questa discussione, è che personalmente mi trovo molto bene ogni volta che ci sono (nelle grandi città, devo dire) e che trovo che la vita lì possa essere particolarmente piacevole. in determinate condizioni. io non metto in dubbio il fatto che l'università americana funzioni bene. la mia posizione è ideologica, parlo del sistema in quanto tale, poiché sono convinta del beneficio, per una società, nel garantire liberamente l'accesso alla cultura a un più gran numero di persone possibili, e ritengo che mercificarla oltre misura sia in qualche modo indegno di una società evoluta. sicuramente le persone che partecipano a questa discussione conoscono meglio di me i dati occupazionali relativi a certi atenei piuttosto che ad altri, ma posso spingermi fino a ipotizzare che probabilmente le università private più prestigiose sono quelle da cui esce la classe dirigenziale del paese. ecco, dal mio punto di vista se a tali istituti si accede certo per meriti individuali ma anche (e soprattutto, non tanto come criterio di selezione meritocratica, ma di selezione naturale) per capacità di portafoglio, laddove vengano a mancare borse di studio o finanziamenti privati, ecco, questo per me non è corretto. il quesito da porsi è piuttosto: potrà mai esserci un sistema pubblico che sia più virtuoso di quelli che vediamo in atto da noi? tutto questo lo dico con gli occhi di chi in questo momento in italia sta vivendo una crisi profonda del sistema scolastico e si batte per garantire a tutti, indipendentemene dal quartiere in cui abitano e dal reddito familiare percepito, un pari diritto a un'ottima istruzione elementare (tanto per cominciare), che a mio parere non può che essere viatico di reale integrazione in questa nuova società che va formandosi qui da noi.

dei miei 10 compagni di corso americani al PhD, solo 2 hanno superato il primo anno: erano entrambi non ricchi di famiglia. uno di loro aveva ottenuto la borsa di studio, l'altro aveva ottenuto un prestito ripagabile a condizioni favorevoli. io che non ero stato ammesso con la borsa di studio, in Italia non ho trovato una banca disposta a finanziarmi (infatti il finanziamento l'ha dovuto chiedere mio padre e non è stato facile neanche quello perché non c'era immobile a garanzia...).

cara Cristina, come lo misuri questo nel tuo indice di disuguaglianza/ghettizzazione?

ci sono luci e ombre nel sistema universitario USA. personalmente penso che quando confrontato a quello europeo e italiano, stanno molto meglio loro. e al di là degli indici di Gini sul reddito,mai dimenticare che il sistema di istruzione è sempre il miglior punto di partenza.

dei miei 10 compagni di corso americani al PhD, solo 2 hanno superato il primo anno

Oddio. Posso chiederti dov'eri?

caro Pietro,

parli già di un PhD, che presuppone una laurea e un precedente accesso allo studio superiore. tu che non sei stato ammesso con una borsa di studio, sarai comunque stato sufficientemente meritevole se sei comunque stato ammesso a un PhD ed eravate solo in 10, e non ti sembra assurdo che non avendo un immobile a garanzia per poco non potessi permetterti di proseguire i tuoi studi?

luci e ombre ce ne sono ovunque, l'unica cosa che, dal mio punto di vista, è necessario sottolineare, è che il sistema americano è e rimane perlopiù un sistema elitario. quando ci sei dentro, vai alla grande. ma non è davvero aperto a tutti. non si può proprio dire che lo sia. se poi mi vuoi dire che una volta che hai fatto un phd lì non hai problemi a trovare lavoro e ti pagano bene e sei tanto felice della vita negli usa, non sai quanto ti posso capire. ma ecco, non diciamo che è di facile accesso a tutti. non lo diciamo.

il sistema americano è e rimane perlopiù un sistema elitario. quando ci
sei dentro, vai alla grande. ma non è davvero aperto a tutti. non si
può proprio dire che lo sia.

Scusami se mi intrometto, ma cosa vuol dire questa frase? Non è che non sono d'accordo: non capisco nemmeno cosa intendi dire!

Cioé: QUALE sistema NON sarebbe elitario, a tuo avviso? Forse che non lo è il sistema francese delle grandes ecoles? O quello italiano, se esistessero delle scuole di elite di fatto e non solo di nome o autoproclamatesi tali?

Inoltre: se il sistema dell'alta educazione deve selezionare i migliori, quelli con più cervello, più passione, più voglia di farsi il mazzo, come potrebbe NON essere elitario? Deve esserlo, per soddisfare la sua funzione sociale, altrimenti non serve a nulla. Quindi cosa c'è di male in un sistema che, da una base molto grande che comprende almeno il 90% della popolazione, seleziona i più capaci?

non scusarti per l'intromissione questo è un blog no?

non stavamo parlando di grandes écoles né di alta istruzione, stavamo parlando di accesso al sistema universitario, che a mio parere è elitario là più che altrove.

rispetto alla definizione di elitario, ti rimando al devoto-oli.

Cristina, permettimi di dissentire. Ammetto che non ho sottomano i dati, ma se parliamo di accesso di massa all'istruzione universitaria io ho l'impressione che gli Stati Uniti siano parecchio meglio dell'Italia, sia in termini di percentuale della popolazione che si istruisce sia in termini di facilità di accedere al sistema universitario per le classi meno abbienti. Io insegno in una università statale, ti assicuro che tanti dei miei studenti non sono affatto ricchi, molti di loro sono figli di immigrati. Quando ho fatto l'università in Italia il panorama era alquanto diverso. Tu su cosa basi le tue affermazioni?

Cristina: vedo che Sandro ha risposto già, ma lasciami aggiungere dei numeri (a memoria, quindi approssimati) per dare un'idea.

Negli USA la percentuale di ragazzi che completa la scuola media superiore oscilla (a seconda dei campioni) fra il 75% e l'85% del totale di persone nel gruppo di età sino ai 19. La stima più accreditata dà l'83%. Di questi circa il 68% continua a studiare, iscivendosi a qualche college. Questo vuol dire che circa il 52% dei ragazzi americani nel gruppo di eta rilevante (18, 25) va all'università. E questo succede da trent'anni a questa parte, tanto che ora ci si preoccupa del fatto che queste percentuali sono leggermente diminuite. Le percentuali italiane sono quasi metà. 

Uno sguardo all'OECD report del 2008 (pagina 32) mostra che, negli USA nel 2006, la percentuale di persone con almeno la laurea era del 40% sia nel gruppo di età [25-34] che in quello [55-64], mentre, in Italia, i medesimi gruppi di età davano, rispettivamente, valori del 19% e 9%, peggio di Messico, Cile, Ungheria ...

Infine, non ho sottomano i numeri e mi manca il tempo per cercarli quindi cito a memoria. La percentuale di studenti universitari che vanno ad un'università pubblica si aggira sull'80%. Il 20%, al più, va ad una università privata. Le pubbliche, visto quello che offrono, costano poco: dai 2000 ai 6000 dollari annui di tasse, massimo, per posti come Berkeley o UCLA. Inoltre, qui le borse di studio per i meritevoli e non abbienti (per davvero, non per i figli degli evasori fiscali) qui ci sono eccome. Nella mia costosissima università ($ 38mila all'anno solo di tasse) il 15% degli studenti viene gratis. Sono quelli con i voti meravigliosi e pochi soldi in famiglia.  

QUESTO è il sistema elitario che Aldo ed io difendiamo e che ha prodotto Obama.  

Aggiungo che secondo il rapporto citato da Michele la frazione di giovani che si iscrivono all'univerista' e' nel 2006 55% per l'Italia e 64% per gli USA.

Approfitto per evidenziare un dato che andrebbe approfondito, come ho gia' scritto, quello di p.72, che mostra che sia per USA che per l'Italia nel 2006 si e' laureato circa il 40% dei giovani del relativo gruppo di eta'.  Sembra che l'Italia abbia raggiunto gli USA nel 2006 come numero di laureati, grazie al 3+2, tuttavia secondo Roger Abravanel questo dato sarebbe fasullo, perche' in Italia "abbiamo ancora troppo
pochi laureati senza che le statistiche fasulle degli ultimi mesi
evidenzino il contrario (perché non si sono accorte che, grazie al 3
più 2 ,stavano contando due volte gli stessi laureati)." Sembra che l'errore venga dal Ministero dell'Universita' e della Ricerca italiano. Qualcuno ne sa di piu'?

Riguardo alle tasse di iscrizione alle universita' statali USA (per i residenti dello Stato) anche io conoscevo numeri simili a quelli di Michele, tuttavia ho appreso poco tempo fa da un professore californiano che ritengo degno di fede fino a prova contraria che all'Universita' di California di Berkeley oggi come oggi le tasse universitarie sono 14k$ / anno per i residenti e 24k$ / anni per i non residenti in California. Il sistema USA, pur essendo significativamente piu' democratico e meno elitario (nel senso di elites chiuse che si autoperpetuano) di quello italiano, sta probabilmente evolvendo verso una maggiore diseguaglianza rispetto al passato. A titolo di aneddoto riporto anche che la stessa fonte mi ha detto piu' precisamente che sia Berkeley (statale) che Stanford (una delle migliori universita' private USA) graduano le tasse sul reddito dichiarato delle famiglie degli studenti e Stanford (privata) e' molto piu' "progressive" di Berkeley (statale) perche' offre un numero molto maggiore di borse di studio e riduzioni/ facilitazioni ai poveri meritevoli.  Per chi e' povero ma va bene a scuola - ha concluso - conviene fare i test di ammissione a Stanford rispetto a quelli di Berkeley. Ovviamente i test di Stanford, anche se costano, sono molto piu' frequentati di quelli di Berkeley.

Si' le tasse ultimamente sono aumentate. Inoltre sono sempre piu' alte (anche il doppio) per gli studenti che non sono residenti dello stato. Collegeboard tiene i dati aggiornati delle spese di tutti i college e dice che:

2008-09 College Prices
Keep Increases in Perspective

There's no escaping the fact that college prices are rising. According to recently released reports from the College Board, most students and their families can expect to pay, on average, from $108 to $1,398 more than last year for this year's tuition and fees, depending on the type of college.

But there is good news. There is more than $143 billion in financial aid available. And, despite all of these college price increases, a college education remains an affordable choice for most families.
Sticker Price vs. Affordability

Although some of the college price tags you hear about can be quite daunting—$35,000 or more for yearly tuition and fees—most colleges are more affordable than you might think. For example, did you know that about 56 percent of students attend four-year schools with annual tuition and fees below $9,000? After grants are taken into consideration, the net price the average undergraduate pays for a college education is significantly lower than the published tuition and fees. And remember, other forms of financial aid will further reduce the amount your family will actually pay.

Qui qualche confronto ad occhio delle maggiori universita':

http://www.usatoday.com/news/education/2004-09-08-tuition-table.htm

http://www.usatoday.com/news/education/2006-08-30-tuition-survey_x.htm

Io non so quanto costi in Italia ora. Ai miei tempi pagavo intorno ai 2000 euro all'anno. C'e' da dire che il servizio avevo in Italia non e' proprio paragonabile a quello che c'e' qui e anche che in Italia l'universita' non e' certo l'investimento economico che e' qui, soprattutto negli ultimi anni.

L'universita' negli USA costa di piu', c'e' poco da fare. Ci sno piu' aiuti e soprattutto la gente e' propensa a fare un finanziamento per studiare. In Italia una cosa del genere non credo succederebbe mai (i miei genitori ci hanno messo 58 anni a capire che un mutuo sulla casa non e' una disgrazia ma una opportunita').

Questa dei 14K mi puzzava ed infatti ho ragione io e torto il tuo amico: dal sito di Berkeley le tasse per i residenti sono meno di $9000.  E' inoltre importante far notare che Berkeley, pur essendo pubblica, e' una universita' di Elite esattamente come Stanford, Harvard, etc.., e per quello che offre costa notevolmente meno sia per i residenti che per i non residenti (ormai le tuition nelle top universita' private superano i $37K).

Per i bravi ma non eccellenti studenti californiani esistono UC Santa Barbara ($3800/anno per residenti), e molte altre, e per i meno bravi tutta una serie di community colleges che li preparano ad un lavoro costando ancora meno.

Questa la schedule per semestre a Berkeley


2008-2009 FEE SCHEDULE
(note: fees are per semester)
Undergraduates
  Residents Nonresidents
University Registration Fee 432.00 432.00
Educational Fee 3,131.00 3,424.50
Berkeley Campus Fee 207.75 207.75
Class Pass Fee - Transit 57.00 57.00
Health Insurance Fee 638.00 638.00
Nonresident Tuition Fee N/A 10,010.50
Total $4,465.75 $14,769.75

 

Ti ringrazio dei dati, il prof. californiano ha dato un numero sovrastimato per i residenti ma ha sottostimato quello per i non residenti (24k$ invece che 29k$). Concluderei quindi che oggi le migliori universita' statali USA costano al piu' 9k$ / anno. Sono d'accordo che Berkeley e' di elite e viene recentemente classificata alla pari o quasi con le migliori delle private. Perfino l'economica universita' di Santa Barbara (che come citta' si puo' considerare l'equivalente di Viareggio in Italia) contava ben due Nobel tra i suoi docenti quando l'ho visitata anni fa, piu' di tutto il mega-ateneo di Pisa, uno dei maggiori e piu' quotati d'Italia, che ne ha esattamente zero.

 

Mi auto-replico rinviando al mio commento altrove sulla stessa domanda (sempre mia), scusandomi per l'eccesso di narcisismo...

Ok Michele, da questi dati capiamo che il sistema edcativo italiano e' ridicolo e soprattutto non e' efficace in uno dei suoi obiettivi dichiarati, ovvero ridistribuire opportunita'; sapiamo da altri dati che l'universita' e' un'istituzione autoreferenziale che non serve i suoi clienti ma serve i suoi adepti. Da ex-rappresentante degli studenti posso dirti che queste cose sono note tra gli universitari. Ai miei tempi (10 anni fa) si parlava di queste cose, se ne discuteva in continuazione. Il nostro gruppo (un collettivo di sinistra) fu il primo in Italia a disegnare e far approvare un sistema di valutazione continuo per la assegnazione dei fondi per la didattica per la facolta' di Medicina di Milano. I fondi (poco, 1,5 miliardi di lire all'anno) venivano assegnati tramite uno score composto da valutazione della commissione composta da 2 studenti e 5 professori) di una serie di parametri standard, raggiungimento di endopoints in progetti precedenti e da un punteggio partecipazione e di soddisfazione degli studenti basato su un questionario standardizzato, sempre relativo a progetti precedenti. Noi pensavamo che questo potesse essere un esperimento esportabilie ed estensibile. E' molto triste a 10 anni di distanza vedere che le proteste per il decreto Gelmini non facciano alcun cenno a proposte di riforma in senso meritocratico. Il dibattito su questi temi si e' fermato tra gli studenti? Per quanto riguarda l'universita', sinceramente spero che la vagonata di nuovi concorsi per professori e ricercatori che sta passando nel silenzio venga bloccata fino a quando non si raggiunga una riforma dell'universita' coerente con 3 obiettivi: migliorare la produttivita' scientifica, estendere l'accesso agli studi, migliorare la qualita' della didattica.

Questo per dire che non sono uno che difende l'indifendibile. Voglio solo capire meglio la relazione tra accesso agli studi superiori e sistema universitario. Questo perche' i dati che mostri non necessariamente ci dicono che il modello americano e' quello che dobbiamo assumere nel nostro paese.

Ecco alcune domande. Esistono dei limiti nel confronto che fai tra Italia e USA: 1- l'accesso universitario in Italia e' limitato dagli alti costi degli alloggi: qual'e' l'impatto del costo della vita sull'accesso universitario nei due paesi? Quanto l'accesso universitario in Italia potrebbe essere aumentato semplicemente spostando le universita' fuori dalle citta', diciamo in campagna e trasformando aree agricole in aree edificabili? 2- la decisione di intraprendere studi universitari dipende anche dal costo che questa comporta in termini di reddito non guadagnato durante gli studi e dalla prospettiva di reddito aggiuntivo generato dall'educazione. In Italia il primo e' relativamente elevato rispetto alle prospettive di guadagno futuro; in altri termini il sistema produttivo italiano non fornisce un vantaggio competitivo sufficiente a coloro i quali hanno titoli di studio elevati. Mi pare che l'Italia sia l'unico paese in cui il PhD sia ottenuto in grande maggioranza da donne. Questo in un sistema produttivo dove ancora le donne sono relegate nelle occupazioni meno remunerative. Certo, c'e' sempre un problema di reverse causality (e' il sistema produttivo che non assorbe figure tecninche qualificate o e' l'universita' che non ne produce?) ma nel caso italiano, il fatto che il nostro rapporto tra brain gain/brain drain e' notoriamente inferiore a 1 mi fa propendere per la prima ipotesi (anche se e' vero che i nostri PhD offrono una preparazione generalmente di livello basso). 3- Confrontare l'accesso a studi superiori senza tenere in considerazione le possibili differenza di distribuzione in reddito della popolazione puo' introdurre un errore sistematico nel confronto. Come e' stratificato l'accesso all'universita' in USA per razza e
reddito (gli afro-americani sono il 13% della popolazione, quanti di loro accedono all'universita')? E in Italia (per reddito)? Ovvero i nostri poveri accedono
piu' o meno dei poveri americani?

Infine il fatto che noi siamo derelitti non rende il sistema educativo americano 'il migliore': in altre parole, come si posiziona il sistema americano nei confronti di altri paesi che invece conservano un tipo di sistema pubblico in cui l'intento ridistributivo e' esplicito?

 

 

 

ne parlavi nel tuo blog, a mio avviso correttamente (se non altro per impostazione). Ci sono due punti fondamentali. 1. La disparita' di qualita' tra le migliori universita' americane (top 30?) e le altre (che una percentuale enorme si laurei con una laurea mediocre non e' che sia questo gran risultato. In Italia con la riforma del 3+2 si e' cercato di rendere la laurea piu' facile, per raggiungere quei numeri) 2. Il sistema di finanziamento della scuola secondaria. La mia modestissima impressione e' che due ragazzi con lo stesso ottimo livello di preparazione secondaria hanno le stesse probabilita' di entrare in un'universita' che tu chiameresti di elite, indipendentemente dalla classe sociale. Il punto e' capire qual e' l'effetto del finanziamento locale della scuola secondaria.

(piccola aggiunta) C'e' da fare anche una precisazione. Per le professioni (architetto, medico, avvocato etc.) la nostra laurea non e' l'equivalente del college americano. Con solo i 4 anni di college non puoi esercitare quele professioni. Quindi nel costo dovrebbe essere incluso anche il costo delle professional schools per le quali e' quasi impossibile trovare borse di studio. In compenso, e' molto facile (almeno se riesci ad entrare in una top school con un lavoro praticamente assicurato una volta finito) trovare finanziamenti.

Per le professioni pero' in Italia bisogna calcolare il costo, per lo studente, del praticantato successivo alla laurea. E' quello l'equivalente della professional school americana, dalla quale si esce con un lavoro/salario vero. 

..e con il fatto che riesci ad entrare in quell'ambiente solo se tuo padre ne fa gia' parte. Assolutamente daccordo.

C'è da fare anche una precisazione. Per le professioni (architetto,
medico, avvocato etc.) la nostra laurea non è l'equivalente del
college americano. Con solo i 4 anni di college non puoi esercitare
quele professioni. Quindi nel costo dovrebbe essere incluso anche il
costo delle professional schools per le quali è quasi impossibile
trovare borse di studio. In compenso, è molto facile (almeno se riesci
ad entrare in una top school con un lavoro praticamente assicurato una
volta finito) trovare finanziamenti.

Questo è un mito che gira alquanto, ma che è un mito. Ho chiesto in giro, a chi nelle scuole di ingegneria ed architettura ci lavora, ed i ragazzi che escono dalle schools of engineering and architecture vanno a fare gli architetti e gli ingegneri, e lo vanno a fare subito. Con salari notevoli, infatti.

Se qualcuno ha dati differenti, li metta.

Idem per le altre scuole professionali. Da un lato a qualcosa devono servire se è vero, come è vero, che le scuole di business che conosco sono ricolme di laureati italiani (e francesi, spagnoli, tedeschi, eccetera) e lo stesso vale per quelle di medicina. No? Incredibile ma vero, poi, offrono anche borse di studio ed aiuti vari, persino le business schools offrono borse di studio per persone molto meritevoli e con reddito basso. Non tante, ma le offrono. 

Infine, sulle domande di Luca Neri: interessanti, hai dei dati? Se hai dei dati che confermino le tue idee a priori, mettili. Altrimenti rimangono quel che al momento appaiono essere: pregiudizi ideologici e miti privi d'ogni fondamento.

Da quanto so io l'università pubblica italiana è MOLTO più ingiusta dell'americana. In Italia l'accesso all'università è ancora (e lo è da 50 anni, CINQUANTA) patrimonio delle classi agiate che ricevono università gratuita grazie alle tasse pagate dalle meno agiate. I figli delle classi meno agiate in Italia non vanno all'università, men che meno quella "buona" che richiede vivere in una delle 5 o 6 grandi città italiane, operazione costosissima. Qui no, qui da sessant'anni a questa parte (sin da quando si crearono le condizioni per l'accesso all'università dei veterani della seconda guerra mondiale) l'università è molto più di massa e molto più accessibile a tutti. Chi vuole le università superfighe, se le paga. Chi non può va alla pubblica, che è finanziata dalle tasse di tutti (qui le tasse le pagano tutti, non come in Italia dove chi ha reddito alto le evade) e che molte volte è molto buona se non eccellente. Non solo: siccome i molto ricchi non solo pagano molte tasse ma mandano anche i figli alle università private (e se le pagano) l'università pubblica amerikana è un ottimo trasferimento dai più ricchi ai meno abbienti.

Inoltre, credo sarebbe il caso di togliersi questa puzza dal naso da fighetti europei sul fatto che il college medio americano fa schifo e solo Harvard e Princeton sono buone. Qualsiasi università di stato USA, comprese quelle della Florida o dell'Ohio, è sostanzialmente migliore della media università di stato italiana, da Palermo a Udine, da Novara a Bari.Questa forma di provinciale snobbismo tutto italiota fa un po' ridere, davvero: tu in che università lavori? È per caso famosa in Italia? Secondo te, la qualità dell'insegnamento e della ricerca nel posto dove lavori a quale università italiana è comparabile? Pensi che l'università dove lavori sia meglio o peggio di Wisconsin Madison, Minnesota, UCLA, Un. of Texas, Ohio State, eccetera?

 

mi sono spiegato male. 10 erano gli studenti americani nel mio phd (in totale eravamo 40/50). di quei 10 americani, i 2 che sono rimasti non erano di classi abbienti ma essendo i più meritevoli dei 10 hanno trovato il modo di andare avanti. La mia esperienza è che se sei bravo, negli USA all'università ci vai, la fai bene, completi gli studi e trovi un ottimo lavoro.

io finanziamenti alle banche negli USA non ne ho chiesti. li ho chiesti in Italia e tutte le banche cui ho chiesto mi hanno detto " ci dispiace, no".

i dati forniti da Sandro e da Michele sui tassi di participazione e di completamento degli studi negli USA forniscono il quadro completo. io ho dato solo un cenno ad una esperienza personale.

a questa voglio aggiungere che in Italia non ho trovato neanche fondi di ricerca. ero un outsider (ero fuori dall'accademia da 2 anni quindi tutte le domande per borse di studio che facevo venivano sistematicamente rigettate). negli USA, dopo il primo anno di phd, mi sono reso conto che fondi se ne trovano. restavo comunque un outsider anche in quel sistema, ma i fondi li ho trovati.

non è tutto rose e fiori. anche quel sistema è pieno di difetti, di imbrogli, di manovre e di favoritismi. quello che dico, Cristina, è che nel complesso sono molto più fair e più efficienti di noi.

 

Non è solo importante sapere come si muoverà Obama ma anche il Congresso.

Li' molte decisioni economiche sono quidate da interessi locali e di lobby che trascendono l'appartenza ad un fronte (democratici o repubblicani) ed inoltre leggevo che molti congressisti democratici sono stati eletti in stati tradizionalmente repubblicani o in bilico, per cui se vorranno essere rieletti fra 4 anni dovranno ponderare bene ogni loro decisione. Non possono essere avventati.

Questo comporta sempre la necessità di saper costruire bene il consenso per ogni decisone, cosapiu' facile se la decsione in sè è ponderata frutto di un vasto accordo che tenga conto di ogni aspetto. 

Ciao,

Francesco 

 

 

Obama vuole lavorare per il lungo periodo: quello che ha in mente è una grande trasformazione per realizzare la quale mancano tutti i dettagli tecnici anche se è riuscito a farne intravedere ai suoi elettori l'obiettivo essenziale. Esso consiste nella riduzione dell'ineguaglianza economica, ma come raggiungerlo?

E' semplice: basta azzerare tutti gli incentivi a produrre e a risparmiare.

manca del tutto nell'analisi di A & M il riferimento alla portata storica dell'elezione di un nero alla Casa Bianca. mi chiedo come mai. non penso che la portata storica dell'elezione di un nero si fosse esaurita alle primarie. in fondo si sapeva che i democratici d'America erano in grado eleggere un nero. che gli Americani in generale lo fossero era meno scontato (vedi il cd bradley effect e altre cose del genere).

concordo con gli autori che l'evento storico più importante è che stiamo parlando della vittoria

dell'under-dog, dello sconfitto di sempre,
dell'escluso e dell'illuso rispetto agli insiders, ai saggi con i piedi
di piombo, a quelli che "comunque appartengono" e che, da sempre,
contano.

e concordo che ancora una volta l'America abbia dato al mondo una lezione di meritocrazia e libertà:

Obama è di origini
umili, ma è stato selezionato da un sistema di grandi università di
elite, come la grande maggioranze dei presidenti. Si può non essere
d’accordo con il taglio ideologico di quelle università, ma quelle
università insegnano e selezionano. Chi crede che un sistema elitario
serva solo a garantire il mantenimento di posizioni di privilegio e,
allo stesso tempo, è entusiasta del suo successo deve fare meglio i
propri conti: delle due, l'una. Una forte scuola con accesso di massa
è necessaria, ma un vertice fatto di istituzioni a cui solo pochi,
altamente meritevoli, possono accedere è vitale per il funzionamento
democratico di una nazione. Selezione sul merito, senza condizioni di
favore per nessuno, ma selezione. Riflettere anche su questo, nei
giorni delle occupazioni e delle misure tampone, non sarebbe una brutta
idea.

però subito dopo questo, viene il fatto che il nuovo commander in chief è nero. e questo non è così ovvio, come non lo sarebbe stato se fosse stato donna. avere per 4 (forse 8) anni un Presidente nero cambierà il modo di pensare degli Americani. e forse anche del resto del mondo.

manca del tutto nell'analisi di A & M il riferimento alla portata
storica dell'elezione di un nero alla Casa Bianca. mi chiedo come mai.
non penso che la portata storica dell'elezione di un nero si fosse
esaurita alle primarie. in fondo si sapeva che i democratici d'America
erano in grado eleggere un nero. che gli Americani in generale lo
fossero era meno scontato (vedi il cd bradley effect e altre cose del
genere).

Non so Aldo (non vorrei mettergli in bocca cose che non pensa) ma io, personalmente, cerco di evitare di ripetere l'ovvio. Anche perché se ne era parlato in abbondanza la sera del 4 Novembre nel blog in diretta. Per cui, dandolo per scontato, abbiamo provato a dire la nostra su perché un evento del genere sia possibile qui e non altrove, questione questa abbastanza meno ovvia. Senza questo presupposto, secondo te, tutta la prima parte a che servirebbe?

il live-blog non l'ho seguito, né letto ex-post. valutavo l'intervento per quello che è (visto che è anche su LaVoce).

non era ovvio, nè scontato, che venisse eletto un nero e che venisse eletto un "meritevole". ma in America sono stati entrambi possibili. dico che l'intervento stressava solo la parte del meritevole under-dog e per niente quella razziale.

Chiedo scusa, il tono della mia risposta era troppo acido e lo era senza volerlo. Scritto in fretta.

Anyhow, visto che la questione razziale sembra l'unica cosa di cui i commentatori parlano, appena ho un attimo ci ritorno perché, neanche a dirlo, la vedo diversa da come sembrano vederla la maggioranza dei commentatori.

L'ipotesi dell'under-dog non mi convince del tutto.

In fondo Obama non è un totale outsider: è un senatore, vale a dire un membro della aristocrazia politica satunitense, certo ha un passato che non affonda nelle grandi famiglie della east coast, ma non  è neanche un figlio nero del ghetto, dato che ha vissuto durante l'infanzia all'estero e durante l'adolescenza alle Hawai conducendo una vita da famiglia media americana. Si è laureato ad Harvard ed ha lavorato in uno studio legale prestigioso.

Ha poi seguito il classico cursus honorum dei candidati presidenziali: attivismo politico giovanile, cariche politiche locali (il senato statale) e poi il salto a livello nazionale, subito in primo piano sulla scena politica, tanto da tenere il discorso di apertura alla convention democratica del 2004

Se non fosse nero, staremmo solo parlando del successo di un giovane senatore che ha bruciato le tappe.

Anche sull'essere nero, ci andrei piano, dato che non è certo il "negro" che aveva in mente M.L. King nel discorso del "sogno": Obama non è il nipote di uno schiavo che potrà andare mano nella mano con il nipote di un proprietario di schiavi. Egli è il figlio di una breve relazione tra uno studente straniero ed una figlia della middle class bianca, nel cui alveo è cresciuto, non ha nulla della negritudine, se non il colore. Se proprio vogliamo, è il figlio del miscuglio etnico che ha prodotto Tiger Woods, non un nipote dello Zio Tom e questo lo rende molto più interessante politicamente, perchè rappresenta il futuro che ci aspetta.

Non sono completamente d'accordo sulla prima parte: politicamente e' certamente un outsider: 4 anni fa era un semplice senatore del parlamento dell'illinois, nel 2000 aveva persino perso l'elezione alla camera federale. 

Certamente, la comunita' afro-americana ha stentato a riconoscerlo come proprio membro, per i motivi che hai presentato. Alla fine pero' la cosa e' diventata di secondaria importanza; cio' che conta e' quello che si vede, ed il colore si vede. L'albero genealogico no.  

concordo in pieno con andrea. risposta perfetta.

è un under-dog perché è giovane, nero, di famiglia non ricca/nobile/politica. per un candidato presidente mi sembra davvero tanto.

l'under-dog che ha in mente sabino ("negro", senza istruzione, preso dalla strada dove vendeva caldarroste, che non arriva a fine mese) mi sembra altamente irrealistico...

l'under-dog che ha in mente sabino ("negro", senza istruzione, preso
dalla strada dove vendeva caldarroste, che non arriva a fine mese) mi
sembra altamente irrealistico...

oltre che indesiderabile! Già abbiamo rischiato con la Palin ... ora, non lasciamoci prendere la mano tentando troppo la sorte!

Battute a parte, Obama è as under-dog as it can reasonably be, tenendo conto che è pure figlio di una madre divorziata, risposata, che l'ha mandato a vivere con la nonna ... insomma, non proprio un'infanzia perfetta. Credo però sia anche vero che, come sostiene Letizia, il fatto che abbia "charme", sia non del tutto "nero-nero" (Michelle Obama lo è, e tende a generare molte più controversie ... non per caso) e sia molto fotogenico abbia contribuito al successo. Nessun dubbio che il suo sia un grande successo d'immagine accompagnato da un messaggio tanto vago quanto roboante ed a fronte di un'amministrazione uscente percepita da tutti come fallimentare e vergognosa. Volete un'analogia recente? Eccola: Barack Obama è il Ronald Reagan dei Democratici.

Dipende da cosa si intende per charme. Vuol dire tante cose.

E' stato favorito perche' e' un abile oratore? Direi senza ombra di dubbio di si' anche se gli avversari la sua abilita' di comunicare l'hanno usata come arma a doppio taglio tutto il tempo quando dicevano che e' bravissimo a parlare ma si ferma li' (una mossa che ha un certo appeal quando il candidato e' giovane e inesperto come obama).

E' stato favorito perche' comunica incessantemente un messaggio di speranza? Sicuramente si'. Stamattina ne parlavano alcuni opinionisti alla radio che dicevano quanto sia fondamentale per un presidente essere ricco di messaggi positivi (in questo senso e' come reagan, e' vero). Dicevano che Kerry, ad esempio, non avrebbe mai e poi mai potuto convincere proprio per questo motivo. Ad un certo punto chiama una in trasmissione dicendo qualcosa tipo "dopo che ho visto obama vincere, sono convinta che riusciremo a sconfiggere il cancro". Insomma la gente s'e' lasciata trasportare un sacco dal messaggio di hope e change - pure troppo che adesso lo voglio vedere obama a tenere testa a tutte ste aspettative.

Se invece per charme intendiamo che e' giovane, bello e abbronzato...

Su quanto sia importante la questione razziale: secondo me e' difficile da capire appieno per un non americano. L'ho capito pienamente solo quando ho visto Colin Powell piangere in questa intervista.

Che Obama sia nero - well, coloured - è evidente ed è ovviamente rilevante.

Ma la sua storia personale gli ha consentito di non presentarsi come colui che chiude i conti con la schiavitù e la segregazione, perchè se così fosse avrebbe lanciato un messaggio rivolto al passato, alla America del 20° se non anche a quella del 19° secolo e, probabilmente, non avrebbe vinto.

La sua storia personale, al contrario, il suo essere meticcio e frutto di più radici, gli consente di lanciare un messaggio che guarda al futuro, all'America del 21° secolo ed ai giorni meticci che ci attendono: anche per questo il suo messaggio di speranza è credibile.

Poi, certo, conta  anche essere nù bello guaglione, ma questo vale per tutti i politici.

Un saluto a tutti, leggo sempre tutti con grande interesse ma non ho mai detto la mia.

Tutta la questione mi interessa particolarmente perchè prende dentro sia il mio lavoro (nel PhD ho cercato di produrre qualcosa su American Dream vs European (non dream??), mobilità, ineguaglianza ecc.) che il resto della mia vita, perchè mia moglie è negra nel senso che dici te, cioè è partita molto molto povera e probabilmente tra i suoi antenati c'erano gli schiavi  che raccoglivano le banane (by the way non è che siccome Obama padre è nato in Kenia, allora tra i suoi antenati con c'erano schiavi, guarda che li schiavizzavano anche in Kenia). + precisamente è afrocaraibica ma con molti membri della famiglia negli Stati Uniti, soprattutto a Brooklin, tutti sono partiti poveri, quasi tutti sono diventati meno poveri e non se ne vogliono andare a breve, altro discorso quello dei permessi di soggiorno comunque eterogenei...

 Siccome quando sono lì vivo a Crown Heights e abituamente vivo a Londra ad Harlesden che sono entrambi quartieri a maggioranza afro-qualcosa (90% Crown Heights, + del 50% Harlesden, (a proposito come si fanno i links?)) passo la maggior parte del mio tempo in mezzo a loro e un po' di persone le conosco... Grazie a moglie ho conosciuto dai venditori di caldarroste a economisti che sono a IMF, quelli che ho conosciuto sono tutti partiti abbastanza poveri, ma chiaramente non è la regola. Tra questi, la mia esperienza è stata che anche quelli senza permesso di soggiorno (che quindi non possono votare) vedono Obama innanzitutto uno di loro quando affrontano il problema elezioni. Il fatto che è ricco, che ha studiato dove ha studiato, che suo padre è nero ma non è sceso dalla nave delle banane ecc ecc, lo sanno bene ma non toglie questo senso di identità quando votano. Ricordatevi poi che Obama è stato "abbandonato" dal padre naturale, una delle esperienze più diffuse per loro, che altri non hanno e che loro sentono come comune  è questa (ok su questo aspetto inchiappettamenti ma ne sono abbastanza sicuro...). Comunque per capire il senso di identità diffuso basta osservare: leggere i giornali, guardare Oprah Winfrey, ascoltare le interviste ecc. ecc...

 Quindi secondo me non tenere conto che un afro (a sto punto uso sto termine del menga e buonanotte) quando vota sente Obama vicino è abbastanza sbagliato per capire le dinamiche.  Forse  è anche importante che chi non è afro sa che chi è afro percepisce questa identità, sia per chi vota contro che a favore. Quindi secondo me Sabino sei fuori rotta...chiaramente i miei sono contro-esempi e non ti ho mostrato dati...quindi magari sono nel torto anche io.

In + politicamente è evidentemente un under-dog, o meglio l'underdog di tutta questa vicenda elettorale, come già rispiegato da Andrea. La questione di vederlo come uno Zio Tom è importante, perchè avrebbe potuto essere così, ma non lo è stato e quindi è interessante capire perchè non lo è stato. Sicuramente gli afro non avevano un'altra scelta più afro, ma probabilmente è già il caso di immaginare che in futuro sarà così.

Comunque il punto che vedo più interessante è un altro  ed è sulla questione dell'uguaglianza. Lo ho già messo su lavoce.info nei commenti ma lo riporto qui(con una paio di aggiunte) così  che mi si possa bastonare in allegria... 

Condivido gran parte dell'analisi di Aldo e Michele, ma desidero fare un commento sulla questione dell'uguaglianza. Secondo me l'ideale (e la promessa) di Obama non è l'ideale di uguaglianza che molti hanno (ancora) in Europa, cioè tutti uguali, bensì la vera anima dell'american dream, cioe' che tutti abbiano uguali opportunità di perseguire la propria felicità. Già nel discorso di ieri sera c'è molto di questo e poco dell'altro. Al tempo stesso sappiamo bene (perchè ne abbiamo già parlato in queste sedi) che per fare questo, lui nel suo programma ha scelto la via delle politiche redistributive (molto per gli standard US), ma personalmente mi appaiono più una cosa che lui vede come mezzo che come fine. Ciò non toglie che le politiche redistributire possono creare disincentivi e far male alla crescita. Comunque vedo una grande occasione sia per l'America che per l'Europa: la possibilità di (ri)sperimentare che l'ideale di libertà americano può essere al tempo stesso un ideale di uguaglianza, cioè che tutti abbiano uguali opportunità. Nella "iperliberista" America Raeganiana due ragazzi non certo ricchi e privilegiati trovano posto in costosissime top universities e 20 anni dopo diventano la prima first family afroamericana,come gia' scritto dagli Aldo e Michele una bella occasione per riflettere.

Comunque tutto il discorso di quello che la gente percepisce come American Dream è appena toccato dalla letteratura di cui mi sono occupato di più (Benabou Tirole 2006, Alesina Angeletos 2005, Alesina Glaeser 2004, Piketty 1995 e altri) e personalmente sto provando a capirci di più (ma senza idee behavioral). Sono già stati accennati punti su mobilità reale e percepita, e questa letteratura ha qualcosa da dire anche a proposito. E se il dibattito politico europeo ed americano saranno dominati da considerazioni su uguaglianza ed equal opportunities allora meglio cercare di vederci chiaro.

Comunque per chi avesse dei dubbi io potendo avrei votato Obama e sarei anche andato in strada a far casino, dopo tutto ne devo una a mia moglie che faceva casino in strada per Roma con me quando abbiamo vinto i mondiali....come già scritto da Michele in precedenza la politica è come il calcio...

A presto ragazzi

 

 

    

 

 

  

   

Tommy, mi sembra di aver chiarito il senso del mio discorso nel mio  post precedente.

Che gli afro-americani (non da subito)  si siano identificati in Obama è innegabile, ma la domanda che dobbiamo porci è perchè lo hanno hanno sentito vicino anche gli abitanti del Vermont o i bianchi di Indinapolis.

Se il messaggio di Obama all'america fosse stato la realizzazione del sogno di M.L. King, non sarebbe andato lontano. La sua capacità è stata di dare una speranza al futuro e non una guarigione delle ferite del passato e l'ha potuto fare anche perchè non è non è un nipote di schiavi che raccoglievano cotone in Alabama: non si porta dietro quel fardello storico.

Poi certo la sua elezione paga la cambiale portata all'incasso da M.L King, ma soprattuto consente di considerare quello che sarà l'America, non quello che era.

Essendo però un politico e non un santo, ora dovrà dare corpo alle speranze e quindi cominciare il vero dirty job

Pienamente d'accordo per quanto riguarda la lezione che l'Italia dovrebbe imparare: ricordo benissimo le ridicole "primarie de noaltri" che si sono svolte un paio di anni fa.

Non capisco molto bene l'argomentazione in questa parte:

Queste sono
anche le elezioni che vedono il principio della fine dei grandi mezzi
di comunicazione, in primo luogo i grandi giornali. La loro popolarità
è pari a quella del congresso, che è più bassa di quella di Bush.
Una larga maggioranza degli elettori ha dichiarato che i grandi mezzi
di comunicazione hanno favorito Obama, e bisognava essere ciechi e
sordi per non accorgersene. Interi network (MSNBC in particolare) si
sono trasformati in cinghie di trasmissione di un candidato. Notiamo
anche l'enorme differenza da un momento storico simile: la fine della
presidenza Nixon-Ford, grazie al Washington Post. Oggi Obama vince
nonostante il New York Times lo appoggi, con questo smentendo anche
cose che noi stessi avevamo scritto pochi mesi fa. Vale la pena
rifletterci.

 

Ossia, è finito il loro tempo perche hanno dimostrato di non essere affatto obiettivi,  perche sono poco popolari, o perche Obama ha vinto nonostante il loro appoggio, dimostrando che non sono piu in grado di influenzare le elezioni neanche in negativo attraverso la maligna aria di Liberal Establishment che spandono intorno a se?

Noto en passant che, sebbene la disparita di trattamento ci sia certamente stata,  citare MSNBC come indice della poca obbiettività dei media è un poco scorretto. Sebbene il network sia penoso, altro non è che il contraltare dell'altrettanto penoso Fox, che ci ha regalato chicche quali il chiamare Obama's baby mama sua moglie Michelle e Obama's terrorist fist jab un saluto col pugno fra i due. Il mission statement di questi due network è  (da sempre per Fox e da alcuni anni per MSNBC): benvenuti cari conservative\liberals sul canale la cui  programmazione NON vi farà cambiare idea.

 

sebbene la disparita di trattamento ci sia certamente stata,  citare
MSNBC come indice della poca obbiettività dei media è un poco
scorretto. Sebbene il network sia penoso, altro non è che il
contraltare dell'altrettanto penoso Fox,

You got a point ... ma noi Fox non la guardiamo nemmeno, quindi siamo un po' biased! 

Ma davvero l'elezione di Obama non ha niente a che fare, neanche in una piccola piccola percentuale, con il suo charme?

Davvero
un altro nero, ma senza le caratteristiche da "buco lo schermo"
innegabili per Obama, avrebbe fatto secco l'effetto bradley con tanta
nonchalance? 

Continuo a dire a tutti che buona parte di
questo successo NON può essere imputato ad una crescita sociale degli
americani verso il superamento in toto dei loro "problemi di razzismo".

E
tutti mi rispondono che no, che la vittoria di Obama non è dovuta al
fatto che è figo, ma alla voglia di cambiamento degli americani.

EPPURE:

-
ovunque foto di Obama (Obama al mare, Obama che gioca a golf, tennis,
basket ecc, Obama con la moglie, con le figlie, persino con McCain)

-
tutti tifavano per lui e sono entusiasti della sua vittoria, compresi
molti miei conoscenti (residenti in Italia e pro BS) che, le passate
elezioni, non conoscevano nemmeno il nome dei candidati.

Mah. 

Per smussare tutto questo cinismo: l'avrei votato anch'io. 

PS:

Una risata: da ieri alcune emittenti osè stanno (ri)mandando quella canzone dei Pitura Freska, quella che faceva:

"Sara' vero?
dopo Miss Italia aver un Papa nero?
no me par vero...
un
Papa nero che scolta 'le me canson in venessian
parche' el 'se nero
african"

 

certo che ha contato lo "charme". il fatto che lui sia nero serve a creare quel "social effect" per aprire la strada ad altri e cambiare le abitudini sociali. non credo si voglia dire che ha vinto perché nero.

Penso che tu abbia ragione.Lo charme e la bellezza giocano il loro ruolo, eccome!

E' successo altre volte :

il famoso scontro televisivo Nixon - Kennedy, il babyboomer suonatore di sax Clinton contro Bush padre, i ministri Velandri e Carfagna.

Avevo letto degli studi, non so quanto seri, in cui si affermava che gli imputati di bell'aspetto hanno pene più miti rispetto agli altri.

Il peso dell'aspetto è ancora più evidente nel caso di Miss Palin. Sono convinto che le sue dichiarazioni (e le accuse di nepotismo) avrebbero avuto sicuramente un altro peso se lei fosse stata un anziano senatore WASP invece di una giovane hockey mom.

Ovviamente non si può ridurre la vittoria ad una questione di look, almeno lo spero.

In caso contrario speriamo nel famoso "intuito femminile"!

 

 

Forse non ho capito niente e sono completamente off-topic, ma se la domanda è ''non è che Obama l'hanno votato di più le donne'', la risposta è ''certo, era il candidato democratico''.

Il new york times ha pubblicato oggi gli exit poll con varie caratteristiche democratiche dell'elettorato, trovi qui l'articolo. Il 56% delle donne ha votato Obama, contro il 49% degli uomini. MA, questo è abbastanza abituale. Le donne è un bel pezzo, almeno negli USA, che votano più a sinistra degli uomini (anche se credo che la tendenza abbia subito una battuta d'arresto nel 2004). Forse il fascino di Obama ha contribuito, ma a prima vista (dovrei controllare meglio) più per gli uomini che per le donne. Sul perché si sia sviluppato questo ''gender gap'' nel comportamento elettorale ci sono infinite discussioni. È un fatto noto che le più ''di sinistra'' sono le donne non sposate, e alcuni economisti hanno sostenuto che l'aumento nel tasso di divorzio è la principale causa del gap.

Se qualcuno conosce studi affidabili sull'Italia mi piacerebbe conoscerli. La mia impressione di pelle è che il gender gap da noi non ci sia o comunque sia molto ridotto, e se questo è vero questo può indirettamente supportare la tesi che il gap è conseguenza dell'aumento del tasso di divorzio (che in Italia continua a essere più basso che negli USA), ma mi piacerebbe avere dati migliori.

UPDATE. Su 538.com una discussione comparata di Kerry e Obama. Qui i dati del 2004 , qui quelli del 2008. Obama è migliorato allo stesso modo tra gli uomini e le donne, +5% rispetto al precedente candidato democratico per entrambi i gruppi.

Una cosa che spicca di quei dati e' che obama s'e' preso il 66% dei voti dei giovani e il 70% di chi ha votato la prima volta. I repubblicani non hanno perso un'elezione, hanno perso una generazione.

Nella divisione per religione, dove sono gli atei?

Gli atei lì non ci sono, se clicchi sulle denominazioni religiose ti appare la percentuale del campione. Noterai che la somma non è 100. Se non ricordo male i non credenti sono intorno al 10% della popolazione e votano in gran maggioranza per i dems (tipo 2/3). Ma sto andando a memoria, quindi mi posso sbagliare.

votano sicuramente a favore dei dems ma sono piu' del 10% (vedi http://www.gallup.com/poll/107989/Religious-Americans-Prefer-McCain-Over... )

Thirty-five percent of Americans at this time say religion is not
an important part of their daily lives. Among this group, support for
Obama's candidacy is 10 points higher than for the sample as a whole

La mia domanda era retoricamente rivolta al NYT: pare che se li siano dimenticati o cosa? non capisco perche' non li hanno inclusi nel pannello. 

Mi hai messo curiosità, così ho cercato sul sito del census bureau. Risulta che nel censimento non possono raccogliere dati sull'affiliazione religiosa, ma esiste una indagine simile su base campionaria che fanno ogni 10 anni. La trovi qui. Se capisco bene nel 2001 hanno dichiarato ''no religion'' in 27.5 milioni, su un totale di popolazione adulta di 208 milioni, una percentuale del 13.2%.

Perché il NYT non abbia messo gli atheist non lo so, in effetti sono un gruppo minoritario ma non piccolissimo.  

e alcuni economisti hanno sostenuto che l'aumento nel tasso di divorzio è la principale causa del gap.

Impressionante ... questa riesce sistematicamente a scrivere belinate, indipendentemente da quale tema affronti, dalle prostitute alla preferenza delle donne per i democratici. 

Due cose, elementari, a caso:

1. Non si rende conto che, all'aumentare dell'occupazione fra le donne ed al ridursi del differenziale salariale fra uomini e donne, il divorzio diventa sempre MENO costoso per le donne? La rilevanza dell'essere o meno divorziata o del correre o meno il rischio del divorzio per l'atteggiamento verso la redistribuzione dovrebbe essere quindi DIMINUITA nel tempo. Detto altrimenti: le donne divorziate stanno, economicamente, molto meglio oggi che quarant'anni fa!

2. Se sei povero e divorzi, che tu sia maschio o femmina, stai economicamente peggio. Idem per molta parte della classe media. Ossia: per circa i 3/4 della popolazione l'evento divorzio costituisce uno shock economico negativo, sostanzialmente negativo, per ENTRAMBI i sessi! È un fatto, questo, che sanno anche i pollastri e sul quale esiste una letteratura empirica sterminata. Da quando in qua gli uomini divorziati sono più ricchi di prima, ossia di quando erano sposati? Forse sono meno poveri della moglie, ma sono senz'altro più poveri di prima! Secondo il suo "modello" (le virgolette dovrebbero essere quadruple) questo implica che anche gli uomini divorziati dovrebbero favorire la redistribuzione, quindi l'aumento del divorzio dovrebbe spingere a "sinistra" sia uomini che donne!

3. Il "modello", genialmente, NON distingue fra divorziati e non sposati! Peccato che faccia tutta la differenza del mondo, no? Ed è una differenza con ovvie implicazioni per l'intera baracca, sia teorica che empirica ...

4. Qualcuno ha per caso sentito parlare di "aborto" e di "diritto all'aborto" e delle diverse posizioni che, su queste questioni, repubblicani e democratici (o destra/sinistra, in Europa) hanno? Non è che per caso alle donne il diritto all'aborto, ed altre cosine ad esso collegate, importa leggermente più degli uomini? Pura congettura la mia, eh ... non ho un "modello"! 

Ma il referee chi gliel'ha fatto? 

Hombre, che ti hanno fatto gli autori di quell'articolo? Quanto sia fondata la tesi non lo so. La tua obiezione che le divorziate oggi stanno meglio di 40 anni fa è corretta, ma il punto è che ora ci sono più divorziate (e divorziati, of course). L'effetto netto può ancora essere uno spostamento a sinistra. Non ho letto il paper per intero, quindi non ti so dire quanto sia fatto bene empiricamente.

Che la posizione sull'aborto sia stato una causa  dell'allontamento delle donne dai repubblicani credo nessuno lo discuta. Il giudice che scrisse la sentenza in Roe vs Wade era stato nominato da Nixon, e fino a tutti gli anni 70 era comune trovare politici repubblicani pro-choice. Poi è arrivato Reagan con la sua alleanza con la destra cristiana e le cose hanno iniziato a cambiare, fino ad arrivare alla situazione attuale. E infatti il gender gap è iniziato ad apparire allora.

Per questo a me piacerebbe vedere dei dati sull'Italia. In Italia il grosso della destra è sempre stata anti-aborto (e anti-divorzio). Però non mi pare che ci sia un fenomeno simile al gender gap americano. 

Hombre, che ti hanno fatto gli autori di quell'articolo?

Niente,
assolutamente niente, mai incontrate. Conosco alcuni lavori di una di
loro, ma solo perché li ho letti. Non ho nemmeno idea di che faccia
abbiano. Non vedo cosa c'entri, comunque: non critico i papers perché
gli autori mi hanno fatto qualcosa, ma perché trovo gli argomenti
incoerenti ...

Io ho letto il paper
(link alla versione originale, per chi non abbia accesso alla versione
elettronica del QJE) e l'argomento svolto mi sembra banalmente
inconsistente con alcuni fatti noti a tutti ma che sono ignorati dalle
autrici.

Non ho proprio voglia di fare polemica su un paper mal
fatto, ma, visto che l'ho letto, ripeto più estesamente il ragionamento
(ed il "modello", di nuovo fra virgolette) che loro svolgono.

1. Gli uomini guadagnano di più delle donne (nel senso di first order stochastic dominance)

2. Quando uomo/donna sta solo consuma il proprio reddito, quindi donne non sposate consumano meno di uomini non sposati. 

3. Quando uomo/donna si sposano consumano 50-50 il reddito totale.

4. Chi è povero preferisce redistribuzione e vota più facilmente D, chi è ricco viceversa e vota più facilmente R. 

=> Ne
segue che se uomo/donna divorziano (ossia, CRUCIALE, passano da sposati
a non sposati) il consumo della donna cala e quello dell'uomo cresce.
Quindi, più le donne divorziano o rischiano di divorziare più votano D,
l'opposto per gli uomini.

[Loro ipotesi ancillare: l'effetto
di cui sopra vale solo per la classe media perché i poveri sono
comunque troppo poveri anche se sposati e votano D in ogni caso mentre
i ricchi rimangono ricchi anche dopo il divorzio e votano comunque R]

Due osservazioni fondamentali:

A. Non esistono due stati ma tre (uso inglese che è gender-neutral): unmarried, married, divorce.

B.
Il divorzio è uno shock economico negativo sia per gli uomini che per
le donne, ed è uno shock economico negativo sostanziale per entrambi
anche se lo è (parecchio) di più per le donne.

Quando applichi A.
a 2. capisci che occorre separare le donne (e gli uomini) unmarried da
quelli divorced. Non lo fanno. Lo facessero, sarebbero problemi. Ecco
perché.

I dati (se proprio devo cerco i riferimenti, ma credimi: vedasi tesi di Sebastien Buttet,
tra le altre. Il tema era di "moda" a MN alcuni anni fa) dicono che le
donne unmarried guadagnano come gli uomini married e più degli uomini
unmarried. Da solo questo fatto basta a far dubitare del risultato e,
soprattutto, della relazione causale che suggeriscono. Infatti, se le
donne unmarried sono (vagamente parlando) più "anti-famiglia" e più
facile che, dagli anni '80 in poi abbiano votato di meno per il partito
"della famiglia" (R) e di più per l'altro (D). Poiché la percentuale di
donne unmarried è cresciuta sostanzialmente, questo potrebbe spiegare
l'emergenza del political gender gap. Ma, poiché le donne unmarried
sono più ricche degli uomini unmarried, il gap non ha NULLA a che fare
con il desiderio di redistribuzione. QED.

Andiamo avanti. Applica
ora B. a 2. e 4., ne segue che anche per gli uomini divorziare crea
danno economico. Meno delle donne ma sostanziale - il dibattito su
"quanto" infuria, con alcuni che sostengono la tesi secondo cui non è
il divorzio ma la presenza di figli in assenza di matrimonio che
danneggia economicamente le donne, ma non mi ci metto. A me basta che
anche gli uomini siano economicamente danneggiati, almeno un po', dal
divorzio. Questo implica che, post divorzio, anche gli uomini
dovrebbero diventare più favorevoli alla redistribuzione, perché sono
più poveri. Quindi dovrebbero votare D di più. Loro dicono di trovare
la correlazione opposta: post divorzio gli uomini diventano più R.
Quindi? Perché diventare più poveri rende più D le donne e più R gli
uomini? Mistero ... QED2

A questo fatto io
aggiungevo un'ulteriore osservazione: le donne lavorano molto di più e
(relativamente) guadagnano molto di più (è diminuito il sex-gap nei
salari). Questo aumento di occupazione e diminuzione delle differenze
salariali è concentrato, guarda caso, proprio post metà anni 70 -
inizio anni 80! Nota: il tasso di divorzio è DIMINUITO post 1980, vedere anche qui. Quindi l'effetto che esse assumono esistere dovrebbe essersi fortemente attenuato
negli ultimi anni! Poiché il political gender gap ha continuato a
crescere, persino la correlazione semplice sembra andare a rovescio.
Questo tema non viene nemmeno discusso nel paper: discutono solo della
correlazione fra occupazione delle donne ed il loro orientamento
politico ma si saltano questo, ovvio, argomento ... QED3

Sulla
rilevanza dell'aborto ed aspetti connessi, se interpreto correttamente
quanto scrivi, sembra che concordiamo. Le autrici considerano molto
brevemente la questione aborto ma, dicono, non può essere perché,
secondo UNO studio che citano, le donne sono più antiaborto degli
uomini o. Peccato che esistano (ho speso 5 minuti in google, ma proprio
5) svariati studi che dicono l'opposto, per esempio uno, due e tre.
Ma questo è quasi secondario perché, nel votare per D o R, contano
tanti aspetti quindi una questione diventa decisiva per il voto solo se
è veramente importante per il votante. Mettendo insieme questo con questo, qualcuno potrebbe fornire una spiegazione a mio avviso molto più ragionevole di perché le donne votano D più degli uomini.

Caro Michele, condivido quanto dici. Aggiungo una piccola considerazione. Mettendo assieme

1. Gli uomini guadagnano di più delle donne (nel senso di first order stochastic dominance)

con

3. Quando uomo/donna si sposano consumano 50-50 il reddito totale.

l'implicazione è chiara: le donne, da sposate, ricevono un sussidio e gli uomini versano un trasferimento. Quando il matrimonio si interrompe, si ripristina pressappoco la situzione precedente. Questo è coerente con il finding che

Loro dicono di trovare la correlazione opposta: post divorzio gli uomini diventano più R. Quindi? Perché diventare più poveri rende più D le donne e più R gli uomini? Mistero ... QED2

Che ne dici? Qualche anno fa' Steven Landsburg aveva proposto una spiegazione basata su search theory che a me sembrava sensata. La ripropongo qui.

 

 

Quando il matrimonio si interrompe, si ripristina pressappoco la situzione precedente.

Nel senso che gli americani non pagano gli alimenti?

Perchè in Italia spesso sfiorano il 50% del reddito (o più se includi rate di mutuo ed affitti vari), altro che situazione precedente!

Probabilmente, in Italia la legislazione è più generosa con le donne divorziate. Il che, ceteris paribus, dovrebbe incentivare le donne a divorziare di più, e quindi a essere meno selettive nella ricerca del primo partner.

Non lo so, ma gli alimenti si pagano anche in America (se no questo che l'han girato a fare?)

Quindi quando dici:

le donne, da sposate, ricevono un sussidio e
gli uomini versano un trasferimento.

siamo d'accordo, mentre quando dici:

Quando il matrimonio si
interrompe, si ripristina pressappoco la situzione precedente.

non ti seguo proprio: mutui, assegni di mantenimento ed affitti supplemantari sono una rogna anche per i divorziati maschi.

On the road

giorgio topa 6/11/2008 - 23:32

Qualcuno prima chiedeva dati sui volontari della campagna di Obama. Non ho cercato i numeri, ma il solito 538.com (che sosteneva Obama) ha una bella raccolta di articoli "on the road", in cui due ragazzi hanno girato per gli Stati Uniti nelle settimane, giorni e ore prima dell'elezione. Ci sono tanti particolari interessanti e commoventi, dal signore ultraottantenne nero che ha partecipato ad una manifestazione "early vote" in North Carolina, alle foto dei volontari in Virginia (nonche' come la campagna di McCain ha fatto inviperire Miss Virginia!), alla storia della signora in una zona rurale della Pennsylvania che dice "mio marito ha detto che noi votiamo per il "nigger" [termine usato storicamente dai bianchi negli USA per indicare in modo dispregiativo gli African-Americans, NdR]"

Da non perdere poi le foto di Brett Marty, per avere un'idea visiva dell'enormita' del movimento che ha sostenuto Obama in questi mesi (cliccate su "battleground states").

Le primarie sono un meccanismo
efficiente di selezione di un leader solo se la base elettorale dei
partiti le prende sul serio e se esiste abbastanza competizione nei
media tale da permettere anche all'under-dog di parlare ed essere
sentito, e poi ascoltato. Questa reputazione va guadagnata, questa
libertà nella circolazione delle idee va costruita. In Italia
sarebbe il caso di cominciare a pensarci sul serio, invece di
litigare sulle preferenze.

Dei primi tentativi di primarie, dalle
Alpi a Lampedusa, mi par difficile sostenere che abbiano prodotto
splendidi risultati, con l'esito scontato in partenza ed
un'impostazione da pura manifestazione mediatica, per attirare
l'attenzione dell'elettorato.

Qualcuno potrebbe suggerire
l'ipotesi che le alternative fossero desolanti: mi pare una posizione
condivisibile, soprattutto se si consideri che anche l'opzione
principale lo era, quindi a molti pareva legittimo pensare che tanto
valeva lasciar scegliere ai soliti noti …..

Dall'altra parte, del resto, il capo
era indiscusso ed indiscutibile, quindi neppure si era valutato un
simile percorso: rimane da stabilire se il risultato sarebbe stato
migliore ma, ancora una volta, si tratta di un problema di
alternative ….

Cosa farà Obama? Difficile dire per
chiunque, visto che ha cambiato posizione su tutte le questioni
essenziali. Ma una cosa è certa: Obama governerà dal
centro-sinistra e non a sinistra. Lo farà in parte per necessità,
perché la crisi economica è reale e rimane tale anche domani, ed
anche per scelta, perché il suo oscillare su diversi punti
essenziali è risultato strumentale alla costruzione del consenso che
lo ha eletto oggi. Di più: lo fara’ anche per saggezza politica,
non solo per necessità economica.

Nel suo manifesto “L'audacia della
speranza” il nuovo Presidente-eletto americano ha scritto:

"Schierandosi con chi lavora sodo,
rispetta la legge, si preoccupa della famiglia e ama la Patria,
Reagan offriva agli americani un senso comune che i progressisti
hanno perduto. E più i suoi critici diventavano petulanti, più si
trasformavano in comparse nella commedia che Reagan scriveva per
loro, tramutandoli in sbandati, dediti alle tasse e al deficit,
ostili all'America, snob politicamente corretti."

Su righe così sprezzanti, gli
appartenenti alla sinistra italiota che – ritenendosi, a torto,
simili a lui – ne hanno osannato l'ascesa al potere, farebbero bene
a riflettere, prima di cullarsi in sogni di carattere quasi
messianico …..

Dei primi tentativi di primarie, dalle
Alpi a Lampedusa

Non è esatto: Vendola è diventato governatore della Puglia dopo aver vinto delle primarie che avevan dimenticato di taroccare.Episodio salutato dalla casta di sx con una raffica di "Mai più" quasi unanime.

Di conseguenza alle "Primarie per Veltroni" i concorrenti se li è scelti lui.

Pienamente d'accordo con Marcello. Le primarie per la scelta del leader del centrosinistra sono state esercizi plebiscitari completamente inutili, e non ho dubbi che succederebbe lo stesso sul versante destro. Ma a livello locale sono successe varie cose interessanti, che è poi esattamente la ragione per cui il metodo delle primarie non è stato sistematicamente applicato dal PD: avevano paura di perdere il controllo delle candidature. Questo ha portato alla nascita di un movimento interno al PD che reclama l'adozione regolare del metodo delle primarie, un movimento che credo andrebbe aiutato.

In America le primarie hanno sempre costituito un elemento di rottura degli equilibri politici e di innovazione più o meno radicale, tanto nel partito democratico come nel partito repubblicano. In questo ciclo elettorale il candidato naturale dell'establishment democratico era Hillary Clinton, ma le primarie hanno deciso altrimenti.

Più in generale, il fatto che un politico debba la sua candidatura all'investitura popolare piuttosto che all'abilità di farsi ascoltare dai capi di partito inevitabilmente conduce alla selezione di una classe politica con skills differenti. Sul lato positivo, chi viene selezionato è tendenzialmente qualcuno che si connette e ascolta più facilmente gli elettori, ed è inoltre più responsive al loro giudizio. Sul lato negativo, chi ha come unica qualità quella di essere un abile demagogo è più avvantaggiato dalle primarie che da un sistema ''di corte'' in cui i mandarini del partito scelgono i candidati. Se comparo l'esperienza americana con quella italiana a me pare chiaro che i vantaggi superano di parecchio gli svantaggi. 

Vendola è diventato governatore della Puglia dopo aver vinto delle primarie che avevan dimenticato di taroccare

Vero, Marcello.

Che poi Vendola sia portatore di una cultura adatta ad affrontare i problemi del terzo millennio mi pare alquanto improbabile.

Ancora una volta, si tratta di un problema di opzioni disponibili: davvero poca cosa ......

Di conseguenza alle "Primarie per Veltroni" i concorrenti se li è scelti lui.

Temo che, per come erano organizzate, qualunque outsider (anche bello, giovane e abbronzato ....) avrebbe sperimentato l'impossibilità di entrare nelle stanze del potere, in un Paese dove "ricambio" è un termine che riguarda solo la biancheria ...... :-)

 

Vendola è diventato governatore della Puglia dopo aver vinto delle primarie che avevan dimenticato di taroccare

Vero, Marcello.

Che poi Vendola sia portatore di una cultura adatta ad affrontare i problemi del terzo millennio mi pare alquanto improbabile.

Concordo, ma a priori avrei riposto piùsperanze in lui che in qualunque proconsole di BS e VW.E poi trovo unfair approvare il metodo e censurarne il risultato. Non tutti gli outsider sono buoni, anche Obama resta un' incognita. Ma un sistema che gli da chances è comunque preferibile ad uno concentrato sul suo ombelico.

Di conseguenza alle "Primarie per Veltroni" i concorrenti se li è scelti lui.

Temo che, per come erano organizzate, qualunque outsider (anche bello,
giovane e abbronzato ....) avrebbe sperimentato l'impossibilità di
entrare nelle stanze del potere, in un Paese dove "ricambio" è un
termine che riguarda solo la biancheria ...... :-)

Non ne sarei così sicuro, e di sicuro non lo erano i boss del PD.Un rifondarolo gay in Puglia sulla carta è un pessimo candidato, ma molta gente è tanto stufa della casta che eleggerebbe chiunque sia osteggiato da questa, fosse pure Cthulhu.

Giusto per gioco, immaginati un Di Pietro concorrente di Veltroni, supportato dai grillini del vaffa day e da vari guastatori di destra in dispetto a VW.Siamo sicuri che avrebbe avuto meno chances di Obama? Grillo ha raccolto 336 k firme (circa il 10% dei votanti alle primarie PD) in un giorno con 200 piazze.Con una cabina in ogni comune ed una posta concreta in palio, la partita sarebbe improbabile ma non chiusa in partenza.

@Sandro:

D'accordo su tutto, soprattutto sull' opportunità di appocciare chi spinge per primarie vere e continue (non ho tempo di guardare ora, ma se la mission è questa va appoggiata).

 

Un rifondarolo gay in Puglia sulla carta è un pessimo candidato, ma
molta gente è tanto stufa della casta che eleggerebbe chiunque sia
osteggiato da questa, fosse pure Cthulhu.

Non discuto la necessità di un metodo basato su elezioni primarie, sul quale son d'accordo anch'io, ma vado oltre, ponendomi il problema della qualità dell'elaborazione politica che può provenire dai candidati in gioco.

Il fatto che si sia diffusa una evidente e sacrosanta insofferenza relativa agli attuali, sempiterni notabili (variamente alleati) è certamente positivo e può dare chances agli outsiders, ma mi piacerebbe trovare il sistema di far competere personaggi leggermente meno unfit di Vendola ed i suoi rifondaroli, i quali hanno potuto capitalizzare il sentimento di ribellione alla casta grazie all'organizzazione sul territorio di un partito, piccolo e fuori del tempo, ma molto attivo nello spargimento di "pastura demagogica", attraente per elettori in difficoltà e poco avvezzi a ragionamenti economici coerenti.

Per capirci, il caso pugliese certifica l'ansia di cambiamento e la conseguente apertura a nuove proposte, non la disponibilità di candidati in grado di fornire risposte che non siano semplicemente le solite promesse di dare "tutto a tutti", non si sa bene con quali risorse.

E siamo daccapo: il problema fondamentale che continuo a vedere sta nell'assenza di candidati qualitativamente credibili e mi pare che, a prescindere dal sistema elettorale, questa dovrebbe essere la prima preoccupazione.

immaginati un Di Pietro concorrente di Veltroni, supportato dai
grillini del vaffa day e da vari guastatori di destra in dispetto a VW

Oddio, Di Pietro no, per favore ....... con Grillo il messia, poi .... alla faccia dei candidati di qualità ... :-)

Beh, DrFr, a tutti noi piacerebbe che i politici fossero persone oneste, capaci e intelligenti, ma mica possiamo imporlo per legge. Il meglio che possiamo fare è individuare meccanismi semplici e plausibili che permettano ai cittadini di scegliere in modo efficace la gente che li rappresenta. Se poi gli italiani sceglieranno comunque di farsi rappresentare da Berlusconi e Veltroni, come non ho dubbio farebbero con un sistema generalizzato di primarie, non c'è molto altro che possiamo fare.

Però io non sarei così pessimista. Adottare le primarie sul serio avrebbe importanti conseguenze di lungo periodo sulla selezione del personale politico. Nel breve periodo le conseguenze sarebbero scarse sia a livello locale sia a livello nazionale, per la semplice ragione che il pool di possibili papabili sono politici cresciuti e selezionati con il vecchio sistema.  Ma in 5-10 anni inizierebbero ad apparire sindaci, governatori, deputati e senatori che devono la loro elezione esclusivamente alla loro capacità di convincere l'elettorato di riferimento, non ai capi partito. Questo spariglierebbe parecchio le carte. Certo, nessuno si deve aspettare miracoli. Anche negli USA le primarie mica scelgono sempre santi e geni, vedi per esempio il senatore Stevens dell'Alaska. Ma almeno un po' di innovazione, che è esattamente quello che manca in Italia, c'è.

Su Di Pietro e Grillo, non fare lo stesso errore che tanti fanno a sinistra quando liquidano il fenomeno leghista con qualche ghigno di disprezzo. È vero che, esattamente come i leghisti (e tanti altri a dir la verità), molte volte Di Pietro e Grillo sono di un analfabetismo economico sconcertante, ed è vero che più di una volta si lasciano prendere da un populismo abbastanza dozzinale. Ma i fermenti che stanno dietro sono reali, e tutto sommato quel poco che bolle in pentola nell'IdV e nella Lega mi sembra più promettente di quello che accade nel PD o nel PdL. Credo di averlo già detto, ma pensa se i candidati al Parlamento di centrodestra e centrosinistra fossero stati costretti a cercare l'investitura in primarie veramente competitive in cui si poteva dire ''il mio opponente ha votato a favore dell'indulto, io ero contro''. Vuoi scommettere che l'indulto non sarebbe stato fatto?

Concordo, in particolare sulla coppia DP&G.

Non mi aspetto grandi cose da loro (o dalla lega), ma più che da PD & PdL si.

Come dice DrFr, le opzioni disponibili sono poca cosa, ma temo incorra nello stesso errore di altri quando confrontano Bassolino ai suoi oppositori: guardare solo all' elezione corrente.

Una vittoria di Di Pietro alle primarie del PD avrebbe probabilmente fatto piazza pulita di buona parte del gruppo dirigente del PD e forse riaperto la partita per le politiche.

Tifo per la rivoluzione liberale, ma (quasi) qualunque altra venga senza fucilate mi sembra preferibile alla stagnazione attuale.

Certo, Marcello, è
persino ovvio dire che sia sempre possibile sbagliarsi, ma la mia
antipatia per Di Pietro (come politico, beninteso, non come uomo,
fatto del tutto irrilevante) prescinde dallo schieramento al quale
possa decidere di aggregarsi.

In generale, tendo a diffidare degli
atteggiamenti anti-qualcosa, che non considero costruttivi, benché
sia sempre (sottolineo: sempre) almeno in parte possibile concordare
con analisi che mettano in luce problemi e attribuiscano
responsabilità.

La mia impressione è ch'egli
cerchi semplicemente un posto al sole e, per ottenerlo, abbia deciso
di cavalcare l'onda dell'anti-berlusconismo (cosa che gli vien
facile, dati i trascorsi), occupando lo spazio dell'alternativa
parlamentare lasciato libero dai “nipotini di Marx”, oggi
finalmente fuori dalle aule romane.

Tra l'altro, a me pare che le
invettive contro l'attuale Premier siano l'unico punto di contatto
tra lui ed i rifondaroli, quindi definire l'ex pm “di sinistra”
mi sembra decisamente azzardato: lo dico, Sandro, per chiarire
che la mia non è una critica “da destra” specularmente
uguale a quella “da sinistra” rivolta alla Lega, anche perché,
come sai, da liberale mai potrei riconoscermi in uno schieramento
populista, statalista e prono alle follie dogmatiche del fanatico
bianco-vestito.

Il guaio è, però, che
tali caratteristiche definiscono la grandissima parte degli attuali
parlamentari, da ambo le parti, perciò la situazione esige,
imho, di fornire supporto alle singole persone che non s'adeguano
all'andazzo, ma propongono (ri-sottolineo: propongono) ricette
alternative, senza indulgere in atteggiamenti alla “più f...
per tutti” od alla “è tutta colpa di Pinco Palla”.

Non sarà mai possibile
concordare con ogni parola (tot capita, tot sententiae ...) ed
entrano in gioco simpatie/antipatie personali ma, se vogliamo evitare
di lasciare sempre campo aperto agli avversari del liberismo – che
non mi pare abbian bisogno di questo gentile omaggio – dovremmo
cercare di valorizzare le idee in comune, anziché le
divergenze d'opinione, magari relative a dettagli.

Io, in Di Pietro, di liberale non
vedo alcunché.

Per quanto riguarda l'arrogante
tribuno Grillo (che non accetta il contraddittorio – simile in ciò
ad Herr Fanatiker – arrivando a cancellare dal suo blog le voci
critiche e che, troppo spesso, spaccia per scomode verità vere
e proprie bestialità scientifiche), mi limiterei ad approvare
alcune giuste denunce, ma non conterei proprio su di lui ....

Che duro, che duro, compagno DoktorFranz! Non che i criteri che usi siano sbagliati, per carità, anzi.

Ma mi sovviene una domanda che ti feci tempo addietro, in circostanze simili: se tu utilizzassi questa stessa metrica di giudizio, e questa stessa purezza d'intenti e comportamenti, con altri (chessò: la lega, il pdl, berlusconi, alemanno, ...) a quali conclusioni arriveresti?

In che senso Di Pietro, Grillo, e quant'altri ti sembrano così orrendi, sono, negli atti, negli atti concreti compagno DF, peggio, così tanto peggio del lider maximo del pueblo italiota?

Mi sfuggono le metriche, i pesi comuni. Davvero mi sfuggono. E me ne rammarico.

Ma no, Michele, ti ho
già risposto (anche se di persona – ricordi? - invece che per
iscritto)!

Provo orrore e fastidio
e disprezzo per il populismo a manciate, gettato negli occhi e nelle
orecchie degli astanti - da tutti i protagonisti che tu citi …. ed
anche da quasi tutti gli altri, per la verità …. - per accecarne
la visione delle nefandezze perpetrate ed impedirne la comprensione
delle sciocchezze profferite, sempre e solo in nome della personale
convenienza (compreso lo showman miliardario Grillo, accanto al
novello Peron da Arcore, al nulla cosmico che-si-crede-Obama Uòlter,
al nemico dichiarato del mercato Alalà-manno, al giustizialista sul
trattore CEPU-laureato, a ….. dì tu un nome, che son tanti e tutti
buoni …..

Qual'è, allora, la
differenza, se il giudizio rimane negativo?

Pragmaticamente, per me
sta nel ruolo interpretato dai protagonisti. Mi spiego. Di chi sta
all'opposizione, se non la ritengo un'alternativa migliore,
sottolineo incongruenze e beceraggine; a chi sta al governo e detiene
il potere – cioè può modificare la situazione – cerco (nel mio
piccolissimo, con influenza asintoticamente tendente allo zero, ma
non esattamente nulla se esercitata in correlazione con altri) di far
sentire il fiato sul collo.

Non rinuncio, cioè,
alla critica anche feroce (ad esempio, mi pare di esser stato
chiarissimo sull'affaire Alitalia) ma – converrai che le bombe, pur
catartiche, non siano da mettere – mi rifiuto di ritirarmi
sdegnosamente sull'Aventino e faccio il possibile per indirizzarne
l'operato.

Qualunque piccolissimo
risultato si ottenga, sarà più di nulla – i nostri vecchi
dicevano: piutosto de gnente xe mejo piutosto – e, magari, al
prossimo giro ci saranno le condizioni per compiere un balzo da quel
modesto gradino raggiunto, che sarà un punto di partenza più
elevato: è stato così anche col precedente, disastroso governo, con
il quale il dialogo non si è interrotto, non ostante le
pregiudiziali ideologiche abbiano prodotto ben pochi risultati.

Se poi, invece, saremo
vieppiù sprofondati – cosa tutt'altro che impensabile – almeno
avrò provato a dare un contributo di proposta e non solo in termini
di pomodori marci in faccia ….... che, pure, talvolta servono ….
:-)

E, ribadisco – ma è
solo la mia opinione, per quel che vale – questi sono (mediamente,
mai far d'ogni erba un fascio) una schifezza, ma gli altri son
persino peggio!

Non ho molto da ridire sui tuoi giudizi su DP e Grillo.Il primo è approdato a sinistra dopo aver flirtato a lungo con AN, in un colpo ha dimostrato di essere poco liberale, meno di sinistra e disposto ad alleanze strane per amor di cadrega.Mi sembra comunque una persona decente, ed il giustizialismo (a mio avviso è il suo peggior difetto) lo tollero volentieri per un po',dopo anni di indulti e leggine salvacasta (fossero state davvero ad personam le abrogavano tutte il primo mese del governo Prodi).

D'altronde per liberarmi di BS e i suoi accoliti o VW ed il resto della nomenklatura mi accontenterei pure del succitato Cthulhu, e di cavalieri bianchi all' orizzonte non ne vedo.Tu hai qualche idea migliore?Magari quella Marcegaglia che ha l'aria di avervi venduto per un posto nel "salotto buono" che vive da decenni alle nostre spalle?

Quanto a Grillo, quello che dici è vero, ma è un comico ed è normale che sul suo sito ci faccia scrivere chi gli pare.Come è normale che un capo religioso non accetti di discutere le sue verità rilevate (l' opportunità di farlo pontificare in università è un'altra questione).Quello che mi interessa di Grillo è il movimento che gli sta intorno: per quanto confuso ha una discreta massa ed è assolutamente contrario allo status quo.Mi sembra il candidato migliore per dare una spallata al sistema.

Infine ti giro (invertita) una domanda che faccio spesso agli amici, quasi tutti con simpatie a sinistra, quando mi parlano di BS: credi davvero che quegli altri siano migliori, al di la degli interessi personali?

È un comico ed è normale
che sul suo sito ci faccia scrivere chi gli pare.

Of course, se fa il suo
mestiere di comico, ma se si atteggia ad ieratico salvatore della
Patria al punto da dare “bollini di garanzia” ai candidati
“giusti”, senza accettare alcun confronto, il discorso cambia:
non può pretendere che il suo giudizio sia l'insindacabile portatore
della Verità e che chi non concorda debba essere additato al
pubblico ludibrio quale sicuro malfattore ….....

Come è normale che un
capo religioso non accetti di discutere le sue verità rivelate.

Senza dubbio, ma chiunque
ha l'identico diritto di considerarle emerite minchiate e di non
accettare il tentativo d'imporle urbi et orbi

Tu hai qualche idea
migliore?

Come credo sia chiaro, non
vedo ancora alternative credibili. Non posso che augurarmene la
comparsa e cerco di guardare con qualche speranza ai fermenti in
atto, pur considerando un errore conferire al tribuno Grillo,
populista e demagogo come tanti altri, quello status di leader
carismatico al quale ambisce con tanta evidenza.

Magari quella Marcegaglia
che ha l'aria di avervi venduto per un posto nel "salotto buono"
che vive da decenni alle nostre spalle?

Sulla presidenza
Marcegaglia consentimi, per ora, di sospendere il giudizio: vedo
aspetti convincenti ed altri criticabili, la transizione dalla
gestione Montezemolo (non tutta da buttare, ma troppo sbilanciata a
favore dei soliti noti) non può esser facile e non mancano le
contraddizioni in quest'incipit. Credo che, necessariamente, le si
debba concedere il tempo sufficiente a dimostrare di voler perseguire
quel cambiamento, fortemente richiesto dagli associati, che ha
dichiarato di volere, corroborando tale annuncio con l'approntamento
di una buona squadra. Certo, se non avesse ceduto alle richieste del
Berlusca per Alitalia sarebbe stato molto meglio (e lo sa, ah se lo
sa …): sarà vantaggio personale o Realpolitik?

Credi davvero che quegli
altri siano migliori, al di la degli interessi personali?

È una dura lotta, ma io
penso che gli altri abbiano dato vita (?) al peggior governo della
storia patria: la miscela esplosiva tra cattolicesimo e marxismo (che
considero le due più grandi schifezze) temo non abbia confronti …..

 sospendere il giudizio

http://www.affaritaliani.it/economia/marcegagllia111108d.html

in attesa della sentenza?

«Sconfitto il comunismo, l’America ha prima spostato il suo asse portante dall’Atlantico al Pacifico, e poi fatto un patto con l’Asia, un patto basato sulla "divisione prima" del mondo: l’Asia produttrice di merci a basso costo, l’America compratrice a debito. È così che per il default della Russia sovietica, ed in absentia dell’Europa, attraverso la sua nuova proiezione asiatica, l’America ha cominciato a configurarsi come un impero. Liberale e benevolo, seduttivo e democratico. E tuttavia, quasi per sorte ripetitiva, ha rischiato di seguire la stessa parabola dell’impero romano. Roma, conquistato il Mediterraneo, ne fu a sua volta dominata: Graecia capta ferum victorem cepit. Non solo l’America è entrata nella globalizzazione, ma la globalizzazione è entrata in America con l’Asia in testa, avviando un processo progressivo di relativizzazione, confusione, contaminazione tra usi, costumi, valori, simboli. Ed è così, tra fusion e new age, che si arriva all’eclettismo di fine secolo».

 

Solita intervista fiume qui. Perche' mai lo mettano a parlare di tutto, io non l'ho ancora capito...

Cominciano ad apparire i segnali che, quanto suggerivamo Aldo ed io nel nostro vecchio articolo critico del neosocialismo di Barack Obama (obamismo?), non fosse poi così strampalato.

D'altra parte, v'è nell'argomento obamista una certa coerenza: perché usare le tasse solo per regalare soldi a Goldman&Sachs? General Motors e Ford sono forse di meno? La coerenza della cosidetta "economia keynesiana" supera, in ottemperanza degli sproloqui domenicali del lettore della Yourcenaur in pillole, tutte le divisioni ideologiche e settoriali. È la nuova civiltà che avanza, schiviamoci.

Secondo me i repubblicani avrebbero fatto esattamente lo stesso. Tu credi di no?
Mi aspetto anche misure protezionistiche a breve.

L'intervista la trovo meravigliosa: ancora due o tre domande e avrebbe citato anche gli illuministi e i peripatetici!

Secondo me no. McCain in tema di sussidi per le imprese e free trade era stato piuttosto esplicito (al punto di dire a una elettrice mi pare dell'Ohio che gli chiedeva protezione per le imprese messe in crisi dalla concorrenza asiatica "mi spiace, io non sono il suo candidato"). Inoltre, in un articolo che avevo linkato qui del Wall Street Journal di Feldstein e Taylor (che erano diventati advisor economici di McCain), il piano economico per le imprese era delineato per bene; si abbassava la tassa sui profitti in modo consistente; ma l'idea che "shot" fiscali temporanei siano sufficienti (per le famiglie o per le imprese) a produrre gli incentivi giusti per uscire dalla crisi non è mai stata nel programma economico repubblicano (che aveva il difetto di non dire come ridurre la spesa pubblica, ma è un altro paio di maniche e un altro pianeta rispetto alla visione socialista di questa parte del partito democratico che adesso controlla casa bianca e parlamento).
Ok, questa non è ancora una misura concreta, solo una dichiarazione di intenti (e fino a Gennaio sarà così), ma sono curioso di capire come verrà interpretata dai commentatori (o da chi si definisce semplicemente) "liberali" e che si sono schierati per Obama, soprattutto italiani. Perché quando Marchionne (e chiunque prima di lui) chiama la cassa integrazione (e lo stato italiano risponde presente) hanno sempre parlato di italietta, di capitalismo di stato, di incapacità cronica della grande imprese italiana collusa con il potere politico di competere e così via. Qui la storia si ripete, addirittura nello stesso settore; spero che le cose verranno chiamate con il loro nome.

Sul protezionismo ti do ragione: Obama lo fara' (anche se credo si conterra': io ho grande fiducia nell'intelligenza dell'uomo) e McCain non lo avrebbe fatto.

Sull'industria automobilistica ribadisco la mia idea: oggi come oggi, nessun politico in nessun paese occidentale farebbe fallire un'azienda automobilistica. In tempi "normali" forse si', ma oggi no. La cosa puo' anche non piacere (a me personalmente non entusiasma molto), ma tutto il sistema economico ora come ora sta cercando aiuti statali.

 

Che leggano il Corriere, al NYT?  :)

 

An intellectual is a person interested in ideas and comfortable with complexity. Intellectuals read the classics, even when no one is looking, because they appreciate the lessons of Sophocles and Shakespeare that the world abounds in uncertainties and contradictions, and — President Bush, lend me your ears — that leaders self-destruct when they become too rigid and too intoxicated with the fumes of moral clarity.

(Intellectuals are for real. In contrast, a pedant is a supercilious show-off who drops references to Sophocles and masks his shallowness by using words like “fulgent” and “supercilious.”)

 

http://www.nytimes.com/2008/11/09/opinion/09kristof.html

 

Il premio nobel invita obama ad andarci forte:

http://krugman.blogs.nytimes.com/2008/11/08/new-deal-economics/

 

diverso parere: iL link non funziona più e sono costretto a fare un copia incolla. Qui si dice che con tutti questi salvataggi e interventi degli stati stiamo andando verso una forma economica simile al fascismo
italiano. Non so se è quello a cui più o meno pensa lei.

Forse eccessivo, ma temo di sbagliarmi.

..About That Word 'Socialism'
By Marc Chandler
RealMoney.com
11/7/2008

 

Governments in numerous countries, especially in the high-income
countries, have responded to the current acute financial crisis by
extending their role in the economy in ways that have not been seen in
at least a couple of generations and in magnitude that appears
unprecedented. Many observers, and not just unrepentant ideologues, are
worried that capitalist practices and institutions are being abandoned
in favor of socialism.

Two types of socialism appeared early
in the 20th century. There was the socialist revolution in Russia in
1914. Russia was primarily an agricultural, quasi-feudal society of
mostly peasants. Lenin and Stalin's violent, oppressive, totalitarian,
statist regime is what many associate with socialism. But there was
another type of socialism that was being articulated and implemented in
the early 1920s. It was called fascism in Italy and was later called
National Socialism in Germany.

Could it be that the second
form of socialism is a greater threat than the first? In World War II,
the Allies joined forces the first type of socialism to defeat the
second type. Although we often think of fascism with racism and
genocide, it need not be. In fact, Mussolini's fascism was totalitarian
and fiercely nationalistic, but it did not generally share Germany's
racism. Fascism opposed liberalism, individualism and socialism. The
objectives and interests of the state were supreme, and everything was
subservient to it.

The U.S. and Western Europe's response to
the current crisis has been to tighten their embrace of two economists
of that period: Irving Fisher, who tended to emphasize a monetary
response, and John Maynard Keynes, who advocated complementing the
monetary moves with fiscal policy, to bolster aggregate demand.

Many
pundits and bloggers confuse the Fisher/Keynes program with left-wing
socialism. But as John Barnes, who studied fascism in the 1920s, wrote:

Fascism entirely agrees with Mr. Maynard Keynes, despite his
prominent position as a Liberal. In fact, Mr. Keynes' excellent little
book, The End of Laissez Faire might, so far as it goes, serve as a
useful introduction to Fascist economics. There is scarcely anything to
object to and there is much to applaud.

Ironically, it was the
fascists who proposed a "third way" 75 years before former U.S.
President Bill Clinton and former U.K. Prime Minister Tony Blair. For
the fascists, the way was between capitalism and socialism. Even Hitler
apparently recognized the similarities between socialism and fascism.
In 1942, he said, "There is not much difference between the basic
economic techniques of socialism and fascism."

If observers
are correct and the U.S. and other high-income countries are becoming
socialist, is it the socialist or fascist variety? A key difference
between the two is the type of institutional alliance that is the
driving force. Under socialism, the state is ostensibly is allied with
workers, though in practice as in Soviet Union, China and Cuba, workers
were miserably poor. Under fascism, the state is often more aligned
with businesses, though the rights of property were conditional on its
use and closely regulated.

Since World War II, the high-income
countries, including of course the U.S., have seen a permanent and
significant increase of the role of the state in various aspects of the
economy. In fact, to the extent that Keynes is associated with the use
of fiscal policy to bolster aggregate demand, Nixon was right: We all
have become Keynesians. However, in fairness, Keynes anticipated that
after an economy entered a self-sustaining upswing, the state-sponsored
boost to demand would cease.

The permanent and ubiquitous
state in the U.S. and Europe seems like such a natural state of affairs
that the editor of the Financial Times said that the forced marriage of
Bear Stearns to JPMorgan Chase in March and the large role that U.S.
Treasury and Federal Reserve played in protecting Bear Stearns'
counterparties marked an end to the laissez-faire capitalism that
Keynes himself had declared was over 85 years earlier.

The
size and role of the U.S. government have increased regardless of the
party affiliation of the governing party. It is true that in some
areas, the government has tried outsourcing some of its functions, such
as operating prisons, schools and some military activities. But
generally speaking, the government's growth has kept pace with the
growth of the economy, and expenditures as a percentage of GDP have
been fairly stable at a little above 35%. In continental Europe, the
governments' expenditures are closer to 50% of GDP.

Out of the
current financial crisis, it does seem likely that the permanent role
of the state is increased, even if, as should be expected, the
governments re-privatize parts of the banking system at some juncture.

Two
main forces encourage a larger role for the state. The first is related
to citizenship. Over time, people want to increase the basket of goods
and services they receive from the state. Perhaps in days of yore, the
farmer or peasant would part with a substantial fraction of his produce
to the sovereign or feudal lord, muttering under his breath that he was
getting nothing for his hard work. But in the age of democracy, people
expect the government to provide a range of goods and services that has
generally increased over time.

The force has been fed by
another since the Great Depression, and it helps explain the Keynesian
revolution. The modern economy can produce far more goods and services
than it can consume. This is a function of excess investment and
under-consumption. During this crisis, we often hear that central banks
are the lender of last resort. The permanent substantial role of the
government mirrors its role as the consumer of last resort. Of course,
officials may rarely think in such terms, let alone talk about this,
but in effect, this is what is going on.

There are some
notable exceptions, but generally after deep economic downturns, the
government's role incrementally increases. It is the go-to-strategy to
end the business cycle downturns. Modern governments, even
non-representative governments such as China, want to deliver rising
living standards to their people. Contrary to their ideological
leanings, neither Reagan nor Thatcher managed to break that pattern.
Critics of the larger role of government have not proposed a viable
alternative to maintaining adequate aggregate demand. The government
ensures sufficiently high utilization rates for capital and labor that
allows for social stability.

A fascist from the 1920s would
find much of modern society that would be agreeable. The role of
government would not be objectionable. The corporatist structures, in
which functional groups such as business, workers (or consumers) and
the state are represented, would be recognizable and perfectly
consistent with their vision.

Even some of the most cherished
American sayings, such as John F. Kennedy's admonishment to "Ask not
what your country can do for you, but what you can do for your country"
could have easily been uttered in a fascist country. Or Bill Clinton's
admission that "I don't understand how someone can say they love their
country but hate their government" also expresses a sentiment that
fascists could identify with.

Perhaps the key difference
between the two types of socialism is in whose interest are things
being decided. The growing disparity of wealth in the U.S. is a
fundamental problem. The American dream of a car, a house and college
education for one's children is increasingly out of reach for many
American families on the basis of current income. This problem is being
addressed by the debt and the government. Debt is out. The government
is in. This might not be socialism as the right decries, but fascism,
and none dare speak its name.

In The Audacity of Hope Obama ricorda il primo incontro con W. avvenuto nel Gennaio 2005:

It wasn't until he had left the room that I realized I had briefly put my arm over his shoulder as we talked -- an unconscious habit of mine, but one that I suspected might have made many of my friends, not to mention the Secret Service agents in the room, more than a little uneasy.

invece qui lo vediamo in azione questo pomeriggio

se due indizi fanno una prova, allora dovremmo aver individuato il primo vizio del President-elect...

È ufficiale.

Io aiuto a te, tu aiuti a gino, gino aiuta al pino, il pino al luigino ... ma se tutti aiutano tutti, a noi tutti chi ci aiuta?

Ci aiuterà il buon Dio, Marcondiro'ndera ci aiuterà il buon Dio, lui ci salverà.

Cos'abbia già fatto il buon Dio, lo sapete già .... 

Krugman vorrebbe uno stimolo fiscale da 600 billion

Visto le ultime dichiarazioni di Obama , che sembra puntare diritto verso una società socialista o quantomeno più socialista , quali saranno  secondo te le conseguenze economiche ? una stagnazione come quella del new deal di cui gli americani sentono tanto il bisogno  ?

Hope hope e ancora hope

11/11/2008 - 12:53

Sono appena tornato dagli States, mi faccio bello dicendo che il titolo di Michele ed Aldo l'avevo utilizzato paro paro il 2 sera discutendo animatamente con un amico sul perché avrebbe vinto Obama (vabbé, avevo anche tenuto per me il sito di Andrea con le odds :D): come in tutti i principi di recessione il mood in questo momento è pessimo (credo sia questione di aspettative, all'inizio di un periodo negativo si tende ad avere un forte negative bias), quindi le constituencies sono piu' vulnerabili a messaggi di "speranza" e "cambiamento", guarda caso le due parole d'ordine di Obama. McCain di converso avrebbe dovuto fare una campagna di "paura", battendo sui punti che possono fare effettivamente paura (tipo homeland security, values, federal interference e piu' in generale ruolo dello Stato e indipendenza dei singoli), ma non ci è riuscito; colpa della sua campagna, limiti suoi come politico, scelta discutibile del running-mate, spendibile solo sul tema dei valori familiari. Per me l'analisi piu' acuta l'avevate fatta nel post su perché Obama stava perdendo (mi pare), quando avevate rimarcato che Obama senza dire praticamente nulla aveva guadagnato caterve di punti. Io estenderei il concetto, dalla vittoria delle primarie Obama non ha piu' detto nulla di concreto, ha messo la maschera del salvatore della Patria chiedendo un assegno in bianco che gli elettori gli hanno firmato volentieri: in questo mi pare un politico molto piu' "europeo" rispetto ai suoi predecessori (ricordo alcuni discorsi del primo Clinton e non mi pareva assolutamente un campione di retorica).

Chiudo con due punti di dissenso, sennò non c'è gusto: 1. Questione razziale: VALORE ZERO. Probabilmente ha valore per i professori universitari che si interrogano sulle valenze sociologiche dell'elezione di Obama rispetto alla chiusura della questione razziale blablabla, ma parlando con gli everyday men (attacco bottone facilmente anche se l'accento texano non è proprio Oxford English) sembravano non ricordarsi neppure che Obama sia nero. Qualche importanza potrebbe averla anche per gli afroamericani; un white collar afroamericano incontrato al Best Buy mi ha detto che con l'elezione di Obama i suoi "fratelli" non avranno piu' scuse facili per invocare "complotti" ai loro danni per tenerli fuori dalle stanze del potere. 2. Media: non direi che Obama ha vinto "nonostante" il media establishment; saranno degli arroganti invisi alla maggior parte della popolazione, ma gli opinionisti di NYT, WP, CNN, MSNBC ecc. ecc. muovono comunque il dibattito politico e fanno opinione, opinioni che vengono riprese sui blog, nelle tv locali ecc. Certo in alcuni casi sono stati talmente faziosi da ottenere l'effetto opposto, ma nel dubbio io preferirei avere il club dei trend setter dalla mia parte, soprattutto in un momento di crisi determinata da eventi che il cittadino medio ha difficoltà a capire.

P.S. E' incredibile la reazione dell'americano medio quando gli dici che in Italia abbiamo ancora (in verità è una mezza bugia, ma era per amplificare l'effetto) dei partiti "comunisti". They totally freak out!

Mi autoedito dopo aver seguito a spizzichi e bocconi l'affare GM: oggi in TV il corrispondente dagli US della RAI andava dicendo che gli economisti "di destra e di sinistra" (whatever that means) concordano sul bisogno di un "forte intervento statale nell'economia" (idem). Cio' di cui non mi faccio persuaso e': ma gli americani hanno votato coscientemente un programma "socialista" tipo FDR 1932 o semplicemente aveva la faccia giusta di quello da cui compreresti una macchina usata?

La classe non è acqua.

Ecco, ora pensate a Sofri (Moretti, Negri, delinquente a caso, fate voi) ed alle cazzate che scrivono.

Se poi vi viene da piangere, sappiate che siete in buona compagnia.

Ma forse e' acqua, non classe: leggi un po' qui.

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