Il supercapitalismo di Guido Rossi

10 luglio 2008 alberto bisin

Tempo fa Marco Boninu mi aveva suggerito di scrivere una recensione del nuovo libro di Guido Rossi, Perche' filosofia. Me lo ha poi chiesto anche La Stampa. Eccola qui', la recensione. E' uscita la settimana scorsa su La Stampa, appunto. I nostri lettori sapranno leggere tra le righe dello stile piu' appropriato ai salotti buoni che non a nFA.

Guido Rossi e’ un giurista di fama ed esponente di primo piano di quella tradizione italiana di managers e banchieri di raffinata cultura umanistica. Guido Rossi rappresenta anche da anni una coscienza critica della finanza italiana, chiamato ad operare in situazioni difficili, quando fanno premio professionalita’ e indipendenza di giudizio, da Montedison a Telecom, fino alla Federazione Italiana Gioco Calcio.

Il suo ultimo libro, Perche’ filosofia, Editrice San Raffaele 2008, raccoglie una serie di lezioni universitarie alla Universita’ Vita-Salute San Raffaele e alla Bocconi. Con passione intellettuale e civile le lezioni costituiscono una critica all’economia, intesa sia come disciplina accademica e visione del mondo che come ordine economico e organizzazione istituzionale dei mercati. (Tale critica e’ compito proprio alla filosofia, secondo Guido Rossi, da cui il titolo). Il libro e’ scritto in un bell’italiano elegante. Le argomentazioni sono accompagnate da moltissime citazioni colte e spesso anche da interessanti esempi tratti dalla pratica del diritto societario nel mondo italiano e anglosassone.

Ne risulta un libro che scorre agilmente ma dall’impianto analitico difficile da identificare, nascosto dallo stile letterario coinvolgente. A costo di un rigido schematismo, utile pero’ a comprendere il libro, a me pare che l’analisi di Guido Rossi sia riassumibile in una componente distruttiva e una costruttiva. La parte distruttiva e’ a sua volta composta da una critica dell’economia politica come disciplina che propone una giustificazione intellettuale dell’ordine economico contemporaneo; e da una critica dell’ordine economico contemporaneo stesso, visto come fase finale, auto-distruttiva, del capitalismo. La parte costruttiva dell’analisi di Guido Rossi vede invece nell’unione europea la capacita’ di sviluppo delle culture dei diritti e la possibilita’ di attuazione delle politiche di regolamentazione dei mercati necessarie al fine di governare l’ordine economico contemporaneo.

Provero’ di seguito a smontare e ricostruire tale impianto analitico, ad uso del lettore. Nella prefazione il libro e’ metaforicamente rappresentato come un “bel sasso in piccionaia”. Come economista, i miei commenti rappresentano quindi la reazione di un piccione, colpito dal sasso.

L’economia politica nella visione del libro e’ null’altro che l’affermazione dell’efficienza dei mercati, che Guido Rossi sembra considera un “imbroglio” intellettuale. L’affermazione dell’efficienza dei mercati e’ uno dei risultati fondamentali della teoria economica. Nella sua formulazione matematica corrente questo risultato e’ chiamato Primo Teorema del Benessere. Il vantaggio della sua formulazione matematica e’ la chiarezza e la precisione: il concetto di efficienza e’ definito con precisione, cosi’ come lo sono le ipotesi necessarie del teorema. L’efficienza dei mercati segue quindi necessariamente, logicamente, dalle ipotesi stesse. Il teorema e’ importante perche’ isola la caratteristica fondamentale del funzionamento dei mercati, l’efficienza. Il teorema e’ importante pero’ anche in senso negativo, perche’ evidenzia quanto il concetto di efficienza adottato sia debole (societa’ la cui ricchezza sia distribuita in modo sommamente ineguale possono essere efficienti nel senso del teorema). Ma soprattutto il teorema identifica sotto quali condizioni i mercati non siano affatto efficienti. Queste condizioni includono il potere di mercato delle imprese, mercati finanziari incompleti, asimmetrie informative, limiti alla razionalita’ degli individui, beni pubblici, e cosi’ via. L’economia politica come disciplina accademica da decenni studia queste condizioni da un punto di vista sia positivo che normativo, sia teorico che empirico. In questo senso, assogettare l’economia, ed in particolare l’analisi economica del diritto, alla

legittimazione del “dio mercato”, dell’efficienza e del rapporto costi/benefici, in cui il mercato e’ dio soltanto perche’ efficiente

appare certamente incorretto.

Una attenta analisi delle assunzioni che implicano l’efficienza dei mercati potrebbe costituire una fondazione concettuale efficace e coerente per la critica dell’ordine economico contemporaneo, la seconda componente della parte distruttiva dell’impianto analitico del libro. Pur senza il supporto di tale impianto concettuale, pero’, il libro contiene una analisi acuta del funzionamento mercati finanziari globali e degli effetti pervasivi delle asimmetrie informative tra operatori e investitori. Particolarmente interessante e’ la disamina del concetto di privacy, condotta dal punto di vista giuridico e al contempo dal punto di vista della finanza d’impresa. Ma anche l’analisi della “overcriminalization” del diritto commerciale nei paesi anglosassoni, di cui i recenti arresti a Wall Street sono esempio, e’ piena di spunti sottili e stimolanti. Nella sua analisi critica dell’ordine economico il libro utilizza anche ampiamente il concetto di “supercapitalismo” di Robert Reich. A me questa pare la parte piu’ debole dell’impianto critico per due ragioni fondamentali. La prima e’ che un concetto come questo rimanda necessariamente a forme di storicismo nell’analisi dei fenomeni socio-economici che hanno da tempo dimostrato limiti analitici evidenti: i corsi e ricorsi storici, le fasi dello sviluppo del capitalismo, fino alla caduta tendenziale del saggio di profitto e alla corda che i capitalisti venderanno a chi li appendera’. La seconda ragione di debolezza del concetto di supercapitalismo e’ il suo fondamento nella divisione “schizofrenica” della persona umana in “consumatore/investitore” da una parte e in “cittadino” dall’altra. Questa divisione porta necessariamente (direi, per definizione) a forme di paternalismo intelletualmente pericolose. Dalla considerazione del consumatore/investitore come parte meno nobile della persona e soggetta a forme di controllo e falsificazione della coscienza tende a conseguire infatti la negazione illiberale delle scelte di coloro che vogliono “acquistare ogni oggetto a sempre minor prezzo”.

La parte costruttiva del libro di Guido Rossi e’ meno sviluppata di quella distruttiva, forse perche’ riprende argomenti e proposte contenuti nel suo bel libro precedente, Il mercato d’azzardo, Adelphi 2008. Ma il punto e’ chiaro. Mercati finanziari globali, innovazioni negli strumenti di finanza pubblica, e forme di corporate governance che eludono il controllo societario da parte della maggioranza degli azionisti richiedono forme di regolamentazione piu’ efficaci. A questo proposito Guido Rossi argomenta lucidamente e convincentemente a favore di una autorita’ europea di controllo e di regolamentazione della finanza “con precisi poteri di tutela degli investitori”.

In conclusione, Perche’ filosofia e’ lettura affascinante. Se ad un economista l’impianto critico non appare sufficientemente solido, raramente l’economia e il diritto dimostrano una tale passione civile e raffinatezza intellettuale.

15 commenti (espandi tutti)

Ho letto anche io il libro di Rossi, me l'ha regalato
mio suocero. Avevo buttato giù delle note per una recensione: il libro rispecchia molto bene la cultura di una certa elite italiana. Erano parecchie note perché (nella sua brevità: poco più di 100 pagine, ma sembrano 400) il libro è denso di
affermazioni che meritano di essere sottolineate. Alberto mi ha preceduto
con il suo commento, il che mi stimola a completare il
mio. Ci pensiamo la settimana prossima.

La sintesi della mia opinione è, comunque, qui anticipata: "Trattasi di una cagata
pazzesca
", ma rivelatrice.

Mi permetto l'ennesimo OT perche' so che alcuni dei redattori di nFA scrivono su LiberoMercato e che perfino il direttore Giannino ogni tanto visita il sito e lascia commenti.

Ho letto, dalla rassegna stampa del Senato, due articoli dedicati al ruolo della speculazione sul prezzo delle materie prime (qui e qui).

Il primo e' un pezzo di Scognamiglio, che viene "usato" come "auctoritas" per difendere l'idea che la speculazione giochi un ruolo importante nell'attuale andamento dei prezzi delle materie prime (petrolio in particolare). Mi pare un articolo superficiale ed arrangiaticcio, che mischia allegramente problemi diversi fra loro (il ruolo dei derivati sul prezzo delle materie prime, la semplice esistenza di "cose" come i derivati e la stessa speculazione finanziaria, struttura e funzioni delle banche nel mondo di oggi, etc...) ed evita accuratamente le questioni interessanti, prima fra tutte il rapporto fra prezzo spot e prezzo future delle materie prime.

Il secondo articolo l'ha scritto Giannino e sembra costruire sul primo per svolgere una funzione piu' direttamente politica: difendere Tremonti, la Robin Tax, etc... Anche questo secondo articolo sembra fare un po' di confusione su questioni importanti (barili fisici e "barili" di carta, etc).

Sono io che sbaglio oppure entrambi gli articoli mancano, e di parecchio, il bersaglio? Il ragionamento degli economisti alla Krugman mi sembra troppo bello per essere vero, ma per lo meno sembra impostare il problema in maniera molto chiara e lucida (esempi qui quo e qua). Dall'altra parte vedo per lo piu' ragionamenti arraffazzonati, che in ultima analisi si basano su ragionamenti del tipo "e' chiaro che i problemi esistano" oppure si limitano a citare numeri enormi, sperando di impressionare il lettore.

Data la grossa rilevanza di questa questione, mi piacerebbe che si potesse aprire un dibattito, per chiarire almeno i punti principali (e soprattutto evitare che ognuno suoni le proprie campane, senza rispondere ai rilievi dell'altra "parte").

PS: il FT di oggi ha un bell'articolo sulla stessa questione, qui

 

Non ho avuto occasione di leggere i due articoli che menzioni, sono di nuovo temporaneamente fuori Italia e LM in linea non c'è. Ma dal riassunto che dai, se ne capisce il tono e la qualità. Su Scognamiglio stendiamo un velo pietoso: cosa vuoi che sappia?

Non so perché Giannino faccia, spesso, i ragionamenti sconclusionati e di parte che fa. È uno che, quando vuole, le cose le capisce. Evidentemente deve aver deciso che occorre schierarsi e stare con questo governo indipendentemente da quello che fa, anche se ciò che fa è sconclusionato, incoerente, demagogico, dannoso ed anti libero mercato.

L'argomento di Gros è ovviamente - direi banalmente ma non è colpa sua - quello corretto. Il problema, qui, è che i dati esatti non ce li ha nessuno, io almeno non li ho trovati da nessuna parte. Ho visto gente sostenere (e.g. sul WSJ USA di ieri) che si sta pompando tutto ciò che la capacità produttiva installata permette di pompare, che non c'è un drilling ring inusato nel mondo e che il loro prezzo di leasing è arrivato a 300mila euro al giorno. Ma assumo esistano aziende che ne producano di nuovi ... Quando rapidamente può crescere la capacità produttiva e, soprattutto, conviene vendere olio ora a chi lo possiede? Il problema è tutto lì: le previsioni che i produttori di petrolio fanno sulla domanda futura, fra 2 anni o 5. A dire il vero, se le previsioni sono corrette, dovremmo essere ottimisti su Cina ed India e comprare azioni lì: dovrebbero crescere alla grande! Ma, ovviamente, le previsioni si basano anche su stime del tipo di fonti di energia che si useranno fra 2, 5 o 10 anni. Insomma, una cosina complicata assai, altro che derivati e speculazione finanziaria colpevole di tutto!

Ecco, un argomento serio avrebbe bisogno di un lavoro molto accurato sui dati. Se qualcuno se la sente ...

Purtroppo pare che dati accurati in giro non ce ne siano .

Dalla considerazione del consumatore/investitore
come parte meno nobile della persona e soggetta a forme di controllo e falsificazione
della coscienza tende a conseguire infatti la negazione illiberale delle scelte
di coloro che vogliono “acquistare ogni oggetto a sempre minor prezzo”.

Esattamente il contrario di quello che sostengo io: le scelte di chi paga di tasca propria, e percio' ragiona da homo oeconomicus, sono sempre immensamente piu' sensate e benigne di chi opera per via politica.

Ma sulle giornate di Firenze niente da dire ?

Lo stile dell'articolo di Alberto è paludato ma il contenuto è chiaro.

Avevo letto il Conflitto Epidemico e per certe cose mi aveva convinto, per altre meno. Ottimo sguardo d'insieme ma alcune valutazioni assai poco condivisibili, ad esempio sulla Law & Economics.

A parte la questione gerontocratica, sono un po' perplesso di fronte al fatto che nel dibattito economico italiano i giuristi hanno un ruolo che reputo eccessivo. Dal ministro dell'economia in giù (su?).

I giuristi hanno una visione un po' arcaica di che cosa sia l'economia politica, e ciò è dovuto al fatto che l'economia politica che questi hanno in mente sia quella che hanno studiato all'università. Ed un giurista non raramente sceglie di fare questo tipo di studi perché gli fa schifio la matematica. 

 

 

 

più che perché filosofia, perché un certo gruppo di "manager", tutti riconducibili ad alcune emergenze o di imprese o di autorità pubbliche, tipo bernabè, rossi, bragantini, bondi, la cui autorevolezza è dovuta alla applicazione di alcuni "dogmi" della "religione" del mercato, tipo massicci tagli di personale e risanamento del debito, o passivity rule nella disciplina delle opa, si dichiarano tutti o quasi contro il capitalismo nella sua versione più libera o super?
Secondo voi questo gruppo di persone che hanno più o meno la stessa età (mettiamoci dentro anche Draghi e Spaventa) non hanno perso l'occasione per coordinarsi un po' e proporre una qualche riforma semi seria a qualche partito che si apprestava a governare?

Dagospia riporta un articolo del Giornale

L’ultimo piccolo scontro intellettuale lo ebbero a causa di Walther Rathenau, ministro della Ricostruzione della Repubblica di Weimar, tra i primi teorici della pianificazione. Un grande giurista secondo Guido Rossi. Tutt’altro, gli rispose Giulio Tremonti: «Un economista, industriale e politico, ma non giurista». Resta il fascino di entrambi per l’uomo che Musil pensò senza qualità, ma che nella realtà teorizzò la regolamentazione dei consumi e la statalizzazione delle imprese.

Tra Rossi e Tremonti c’è una corrente di simpatia intellettuale che nasce da lontano. All’università del San Raffaele, ieri, si è celebrata una grande intesa tra i due sulle ragioni della crisi economica e finanziaria. Tremonti ha tirato fuori dal cappello anche due proposte: mettere mano all’articolo 17 dei regolamenti europei per chiedere alla Commissione Ue di avviare un’indagine settoriale e iniziare a verificare se l’Opec sia o meno un cartello. Dettagli pratici, ma la sostanza è altrove.

Rossi e Tremonti condividono una certa allergia per gli economisti: «In questo caso i giuristi battono gli economisti. dieci a zero» ha detto ieri il ministro dell’Economia. Entrambi di formazione giuridica, hanno come il senso della superiorità della norma sulla pratica del mercato. Che tollerano, si intende, ma fino ad un certo punto.

Ne discende un’idea del capitalismo lontana anni luce dalle pratiche liberiste. Il mercato non si autoregola, è la politica che se ne deve occupare: «Il mercato fin quando è possibile, e il governo quando è necessario». Per Tremonti il vizio dei liberali è il «mercatismo» per Rossi «l’integralismo di mercato»: più o meno la stessa cosa. E in questo momento, sostengono in coppia, ci vuole più governo.

D’altronde la crisi cosa è se non un eccesso di libertà di mercato? «Oggi - diceva l’ex parlamentare comunista - l’economia si è finanziarizzata, gli strumenti sono più sofisticati e occorre chiedersi quanta corruzione venga rilasciata con i cosiddetti derivati attraverso il sistema bancario». La peste del secolo è la speculazione si sosteneva ieri. In compagnia con la finanza che ne è il suo brodo di cultura.


L’attuale crisi, per la coppia, è una crisi del capitalismo finanziario, è simile, ma più grave di quella del 1929. Gli strumenti per combatterla non sono quelli del mercato, ma quelli della politica e delle idee: ecco perché l’Europa può nel suo complesso rappresentare un argine.

Il «gran Borghese» e il «gran Visionario» gettano alle ortiche i paradigmi delle proprie appartenenze e trovano un terreno comune nell’identificazione di una malattia: il mercato e i suoi eccessi, la speculazione e la sua virtualità, i Paesi emergenti e il loro non rispetto delle regole.

L’intesa è solo agli albori, ed è destinata ad alimentarsi con nuovi attori. La fondazione dalemiana Italiani-Europei a fine novembre ha già programmato un grande convegno a Milano, con conclusione ad effetto proprio tra Tremonti e D’Alema.

D’un colpo solo ieri sembrava scomparso il Rossi del «conflitto d’interessi epidemico» come rappresentazione plastica del berlusconismo. Così come i giudizi tranchant rilasciati al Manifesto nel 2004: «Il Governo Berlusconi ha la grave responsabilità di aver leso l’equilibrio dei poteri dello Stato. Il potere legislativo - sosteneva in una lunga intervista al foglio comunista - è ormai
asservito al potere esecutivo, mentre il potere giudiziario è continuamente delegittimato».

C’era più di un testimone, ieri, ad ascoltare: da Poli a Cardia, da Palenzona a Greco, da Galateri a Romiti, da Rovati a Don Verzè. È stato gettato un ponte sull’altra sponda: il centro destra ha provato a rinunciare al mercato e ad una fetta del suo elettorato e una certa parte della sinistra, che si riconosce nel Guidorossismo, ha abbassato gli scudi giudiziari. Una battuta circolava in sala: «Rossi è l’uomo delle situazioni estreme, dal crac Montedison all’estate dei furbetti del quartierino. Ha difeso Geronzi per le accuse Cirio e Parmalat, ha guidato Telecom nel ciclone intercettazioni e ha fatto pace con D’Alema nel pieno della bagarre bancaria. Ebbene sta per succedere qualcosa?».

E' in rete anche la versione della Stampa, qui: http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080715/ip8nd.tif

C'è forse da sorprendersi? La cultura economica delle elites italiane è ancora quella dell'Amintore Fanfani docente di economia ai tempi del duce.

La concezione, e la pratica, dell'economia sono le stesse: social-corporativismo in nome e per conto delle grandi famiglie e dei monopoli. L'affiliazione a destra o a sinistra sono elementi tattici, del tutto intercambiabili e funzionali solo alla carriera personale: se a destra ci sono già X, Y e Z allora io devo andare a sinistra, che c'è spazio. E viceversa. Questione di careghe, e nient'altro.

Ennesima intervista a Tremonti.  La lascio per i posteri.

Una domanda a chi ha masticato qualche numero della c.d. "manovra triennale": e' giustificabile il passaggio che riporto qui sotto? Giavazzi, per dirne uno, mi pare dicesse cose un po' diverse.

[Tremonti] e' l'uomo piu' impopolare - e temuto - della maggiornanza visto che, nelle attuali condizioni, sta tenendo stretti i cordoni della borsa nella nuova finanziaria triennale.

Enrico Morando "da' i numeri" sul piano economico del governo Berlusconi:

http://www.senato.it/notizie/RassUffStampa/080721/iquw7.tif

 

Nel FT di qualche giorno fa compare un articolo di de Grauwe. A prima vista e' interessante, ma leggendolo con calma sale una certa confusione.  Confesso di non aver capito a quale titolo egli scriva: non parla da accademico, sia pure "divulgatore", ma quasi da "osservatore esterno".

In nuce, egli sostiene che la crisi finanziaria che stiamo vivendo abbia mandato a gambe all'aria due "miti" radicati nella pratica dell'Economia, ovvero (1) l'efficienza dei mercati e (2) tutta quella serie di ipotesi che va dall'informazione perfetta, alla perfetta razionalita', all'illimitato potere computazionale dell'homo oeconomicus. La (2), secondo de Grauwe, e' la principale base teorica dello "accanimento" delle banche centrali contro l'inflazione, che quindi potrebbe e dovrebbe venir messo in un angolo.

L'articolo conclude cosi':

Inflation in the euro area stood at 4 per cent in June. That is a problem. But is it an acute problem, compared with the disequilibria in the financial markets and the banking sector? When the European Central Bank raised the interest rate two weeks ago it took the view that inflation is the most important problem we face. No wonder the intellectual frame imposed on one’s mind by current macroeconomic models said that inflation is the number one enemy.

There is a danger that the macro­economic models now in use in central banks operate like a Maginot line. They have been constructed in the past as part of the war against inflation. The central banks are prepared to fight the last war. But are they prepared to fight the new one against financial upheavals and recession? The macroeconomic models they have today certainly do not provide them with the right tools to be successful.

They will have to use other intellectual constructs to succeed.

Boh.

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