Tanto tuonò che piovve

4 giugno 2009 rosario nicoletti

Dopo una campagna di stampa durata più di un anno cominciano ad apparire documenti e DDL che riguardano la vita degli atenei. Le disposizioni che contengono, spesso nebulose, non sembrano adatte alla necessaria svolta da imprimere alla stanca vita universitaria.

Preceduti da un uragano mediatico, sono apparsi documenti e disegni di legge che riguardano la vita degli atenei. Da più di un anno, giornali, televisioni, scrittori improvvisati fanno a gara nel denigrare l’istituzione, evidenziandone i difetti, ed additando quali responsabili dello sfascio i professori, dediti sistematicamente a pratiche nepotistiche e corruttive. Continuano a comparire con regolarità libri che descrivono minutamente fatti criminosi che si svolgerebbero negli atenei.

Tuoni e fulmini da parte dei quotidiani tendono a diradarsi, e si annunciano provvedimenti ideati per contrastare il preteso malcostume e per rigenerare l’università. Ai documenti apparsi da qualche giorno, - un DDL in attesa di essere discusso al Senato (n.1387, presentato il 18/2/09), ed una relazione del MIUR al Seminario “Un patto virtuoso tra Università e Istituzioni”(Roma, 24 marzo 2009) – si è aggiunto un DDL governativo (tutti reperibili sul sito www.unifi.it/uspur) in via di approvazione da parte del Consiglio dei Ministri . Cercheremo qui di riferire e di commentare quel che è dato capire dall’esame del più recente DDL, che tocca diversi aspetti rilevanti della vita universitaria: “governance”, stato giuridico dei docenti, organizzazione, reclutamento.

La legge può porre alcuni limiti all’autonomia degli atenei, i quali devono, in armonia all’art. 33 della Costituzione, darsi ordinamenti autonomi. E’ ragionevole imporre alcuni principi generali, ma le leggi dello Stato non dovrebbero addentrarsi in una regolazione dettagliata, specie per quel che riguarda l’organizzazione interna. Io penso che il DDL presenti un mostruoso eccesso di regolamentazione in tutti i settori che tocca: tra l’altro, si rimane basiti a pensare che la stessa maggioranza ha partorito l’idea di una possibile trasformazione degli atenei in fondazioni che porterebbe al risultato opposto: nessun vincolo possibile da parte dello Stato. Questo almeno quanto ritengono i più accesi “liberisti”, plaudenti alla possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni. Ma anche l’ipotesi di un lucido disegno di distruzione dell’università pubblica, ingabbiata in una serie di norme e vincoli burocratici, non può essere trascurata.

Per ragioni di spazio, ci occuperemo solo della governance, che a giudizio di molti, incluso chi scrive, è un aspetto di capitale importanza. Le vecchie strutture di governo, Rettore, Consiglio di Amministrazione, Senato Accademico – i tre pilastri del governo di un ateneo - sono stati aggiornati negli ultimi cinquanta anni per passare da università di élite ad università di massa. Le modifiche, sia pure in una varietà di modi resi possibili dall’autonomia introdotta negli anni ’90, sono consistite sostanzialmente in un allargamento alle diverse categorie di dipendenti e studenti delle facoltà e del senato (direttamente o attraverso una rappresentanza), e dell’elettorato attivo nella designazione del rettore, nonché dello stesso Consiglio di Amministrazione, in una sorta di parodia della democrazia rappresentativa. Non vi è stata consapevolezza che l’enorme allargamento degli organi collegiali, del corpo votante il rettore e della stessa base elettorale avrebbero snaturato questi organi ed inciso sulla loro efficienza.

La già citata autonomia ha affidato poi ai governi universitari compiti di gestione ed amministrazione, ampliandone a dismisura i poteri, senza introdurre alcun vincolo di responsabilizzazione. Nella vecchia università si dava mandato a colleghi, scelti in virtù di un rapporto accademico, di difendere il prestigio dell’Istituzione; le implicazioni amministrative e gestionali erano molto limitate, poiché tutto si svolgeva sotto il controllo ministeriale. Al contrario di quel che accade oggi, allorquando corpi pletorici di varie categorie designano le autorità accademiche dando una delega che ha origine nelle opinioni politiche, nelle simpatie sindacali, nel patriottismo di settore disciplinare, o nel semplice clientelismo: tutte cose che si mescolano tra loro confusamente e portano a conferire un mandato fiduciario, senza obbligo di rendiconto. E non va sottovalutato il costante conflitto di interessi nel quale si trovano le autorità accademiche nel prendere buona parte delle loro decisioni. La mancanza poi di ogni valutazione sulla ricerca e la didattica prodotta dalle università ha completato, per così dire, il quadro.

I difetti del sistema che si è venuto a creare, che può essere sintetizzato in una autonomia irresponsabile, dove clientelismo e corruzione trovano terreno favorevole, vengono evidenziati in modo dettagliato nel citato documento del MIUR presentato al Seminario. Purtroppo queste critiche non si sono sostanziate in ipotesi legislative equilibrate, come si evince da un esame del DDL governativo.

Questo DDL presenta numerosissime disposizioni che intervengono nella “governance”, senza tuttavia scelte nette che definiscano in modo chiaro le funzioni dei diversi organi. Per quel che riguarda la figura del rettore e la sua elezione, poche sembrano essere le novità, tranne una limitazione temporale del mandato. Il fatto – sbandierato dalla stampa e del quale si direbbe vada orgoglioso il ministro – di limitare ad alcuni anni il mandato del rettore mi sembra un provvedimento di scarsa rilevanza, e forse anche negativo. In proposito, concordo con quanto contenuto nell’articolo di Galli della Loggia apparso su “Il Corriere” del 4 Maggio u.s. a proposito dei sindaci. Il rettore, scelto tra i professori per elezione o nomina (questa seconda modalità si riferisce forse alle università non statali), potrebbe anche non appartenere all’ateneo in questione, stando alla lettera del disposto. E’ prevedibile in definitiva che gli statuti degli atenei mantengano l’attuale prassi elettorale. D’altra parte non sembra esservi molto spazio per concepire una differente elezione del rettore. Pensare di restringere in qualche modo il corpo votante – come qualcuno propone - dando ad esempio la capacità di voto ai soli professori ordinari, è pura utopia.

Non è possibile riportare indietro l’orologio della storia ripristinando una università che esisteva cinquanta o cento anni fa, e si tratterebbe oltre tutto di un espediente inefficace, poiché le migliaia di professori di oggi non possono essere qualitativamente uguali alle poche centinaia di una volta. Non esiste più l’università delle élites che comportava l’orgoglio della appartenenza ad una ristretta cerchia. Di contro, bisogna fare i conti con l’organizzazione di una scuola superiore, che ha una varietà di compiti, altamente differenziati: fare avanzare la conoscenza ed esser nello stesso tempo un propulsore dello sviluppo economico, selezionare la classe dirigente, preparare per il lavoro il maggior numero di giovani. Accettando questo punto di vista, il Rettore non sarebbe più un primus inter pares, al quale è stata temporaneamente affidata la rappresentanza dell’Istituzione, ma un gestore del sistema, capace di raccogliere le istanze della società e del mondo produttivo, e di mediare tra le esigenze di bilancio e quelle delle didattica e della ricerca.

Il senato, formato da rappresentanti dei dipartimenti e delle scuole di dottorato, con un numero massimo di trentacinque membri, non ha quasi alcun ruolo, se si eccettua l’approvazione dello statuto, e la “formulazione di indirizzi programmatici”. La sua composizione, centrata su dipartimenti e scuole di dottorato, tradisce la logica di qualsiasi università, che è quella dell’insegnamento come missione primaria. E’ vero che si dice anche che i corsi di laurea devono essere organizzati dai dipartimenti, ma ciò è in aperto conflitto con il fatto che moltissimi corsi di laurea sono trasversali ai dipartimenti, questi essendo essenzialmente modellati dalle esigenze della ricerca. Ed è in questo senso irrinunciabile il “collegio dei docenti” (un tempo le facoltà ed oggi i corsi di laurea) corrispondente a ciascun corso di studi, collegio del quale devono far parte docenti di più dipartimenti. Si direbbe che chi ha preparato il DDL non abbia mai frequentato una università, ed attinga a quella logica vetero-sessantottesca che privilegiava fideisticamente i dipartimenti quali organi da contrapporre alle facoltà. Tutto resta così affidato al consiglio di amministrazione ed al rettore, che a sua volta presiede il senato. Se si pensa alle (giuste) polemiche che hanno suscitato i disinvolti metodi di governo utilizzati dai rettori, non si può certo dire che l’emarginazione del senato porti un contributo ad una nuova “governance”.

In linea con le aspettative, vi è un ridimensionamento nella composizione e nel numero dei membri degli organi collegiali, per rispondere ad una richiesta di efficienza amministrativa, poco realizzabile con organismi pletorici. Il CdA sarebbe di nove membri, incluso il rettore che lo presiede ed un rappresentante degli studenti. Ci sembra di capire che la maggioranza dovrebbe essere di “laici”, ovvero di estranei all’università. Se così è si tratta di proposta interessante: ed è un peccato che la razionalità dell'idea venga compromessa da una affermazione dal significato sibillino: “previsione (negli statuti) che i membri non possano essere eletti”. Dovrebbero allora essere designati o nominati? E da chi? Nessun lume viene dal DDL.

In un sistema nel quale vi è un vertice operativo, che coincide con il rettore, la cui selezione è elettiva, l’unico rimedio alla irresponsabilità delle decisioni è quello di creare adeguati contrappesi. In questo senso il DDL non migliora l’attuale situazione, lasciando il rettore quale unico dominus del sistema: mentre un senato accademico autorevole ed indipendente dal rettore potrebbe essere una risposta adeguata alle esigenze. Per quanto concerne il CdA, la sua formazione rimane nel vago.

Prima di concludere, mi sembra opportuno riassumere, avanzando qualche proposta. Appare indispensabile impedire che il rettore sia il monarca assoluto, come avviene nella attuale università, fatto che dipende in buona parte dalla debolezza degli organi collegiali (essenzialmente CdA e Senato), pletorici e portatori di interessi frammentati. L’immissione di una maggioranza di consiglieri estranei all’ateneo e competenti nell’amministrazione, e un senato che agisca autonomamente sotto la presidenza di un membro eletto pro-tempore, ci sembrano soluzioni adatte a creare quei “contrappesi” indispensabili in qualsiasi organismo per evitare che divenga preda di una oligarchia. Un punto di particolare delicatezza, al quale abbiamo accennato, è la designazione o nomina dei membri “laici” del CdA. L’ipotesi di lasciare liberi gli atenei di regolare secondo statuto la nomina/elezione di questi membri del CdA potrebbe essere una soluzione ragionevole, con l’unico vincolo che non può trattarsi di una nomina da parte di organi della stessa università.

E per finire una considerazione: inventarsi un terrificante elenco di provvedimenti, che, calando come una camicia di forza, possano far diventare l’università un’oasi felice, regno dell’efficienza e della meritocrazia, è un esercizio sicuramente inutile e controproducente. I pochi interventi ai quali abbiamo accennato serviranno a migliorarla, ma non a farla divenire il Giardino dell’ Eden: per conseguire un tale obbiettivo l’intero Paese, segnato da una scarsa efficienza, sovraccarico di dipendenti pubblici - alcuni dei quali definiti “fannulloni” dal ministro competente - e per una parte non trascurabile in mano alla malavita organizzata, dovrebbe prima migliorare se stesso. Solo così potrà avere alcuni Atenei (non tutti ovviamente) tra i primi venti o cinquanta del pianeta, come vagheggiano alcuni politici scarsamente informati, e poco versati nell’arte di governo.

9 commenti (espandi tutti)

Io questo articolo l'ho approvato, perché mi piace il dibattito e mi fa piacere che nFA ospiti opinioni di altri.

Ma, poiché sia questo sito che quanto ho scritto io e non solo nell'ultimo anno, ricade nella tipologia di fatti ed eventi che tu classifichi come

scrittori improvvisati fanno a gara nel denigrare l’istituzione, evidenziandone i difetti, ed additando quali responsabili dello sfascio i professori, dediti sistematicamente a pratiche nepotistiche e corruttive. Continuano a comparire con regolarità libri che descrivono minutamente fatti criminosi che si svolgerebbero negli atenei.

Ti chiedo:

- Quanto qui ed altrove denunciato e documentato, è falso?

- Come valuteresti le attuali condizioni dell'università italiana?

- I professori universitari nel loro complesso, ed alcuni gruppi specifici fra di essi in particolare, hanno qualche responsabilità di quanto succede nell'università italiana? Se sì, quali?

- Le riforme da farsi ti sembrano esaurirsi nell'aggiustamento del ruolo del rettore che avanzi nel penultimo paragrafo? Nient'altro?

- In parole povere: va tutto bene, Madama la Marchesa? Se no, cosa non va?

 

 Tutte domande interessanti, alle quali cercherò di dare una risposta schematica.  

- Per quel che ne so, dovrebbe essere vero quello che si scrive sull'università. Purtroppo, viviamo (vivo) in un Paese dove il livello di legalità è molto basso. Tenendo conto di ciò, l'università - presa nel suo insieme, e non solo in alcune "zone"- penso non sia peggiore di molte altre istituzioni, e la campagna che è stata orchestrata fa parte delle buone usanze del Paese. Si cerca di volta in volta il capro espiatorio.

- Le condizioni sono giudicabili mediocri, come media tra situazioni molto diverse. Alcune parti di ottimo livello, e parti assolutamente arretrate. Per non rimanere nel vago, ad esempio, le Scienze sono più che dignitose, con punte eccellenti, le Scienze Mediche presentano una grande variabilità. Un punto di grande debolezza è la didattica, che risente dell'invecchiamento del corpo docente.A mio avviso, è  il risultato di una politica dissennata degli ultimi quaranta anni, durante i quali si è passati dall'università di élites a quella di massa senza comprendere e gestire il passaggio. In breve si sono "gonfiati" i numeri e si è verniciata di democrazia la rappresentanza dei docenti senza tenere conto delle conseguenze. La governance è il classico esempio: la miscela autonomia più autogoverno senza mura di contenimento ha portato agli episodi di malcostume che vengono oggi contestati. E’ chiaro che le persone (i professori) si sono perfettamente adeguati, sfruttando a fini personali, o di clan, le carenze del sistema.

- Non vi è dubbio che le maggiori sacche di corruzione si trovano nelle discipline che hanno maggiori interazione con le professioni e coinvolgono più grandi interessi. Gli “scandali” ad esempio nella Fisica o nella Chimica sono pressoché inesistenti, mentre si collocano spesso nella Medicina. E semplicemente per il fatto che una cattedra in alcune discipline ha un alto valore economico.

- Nell’articolo si considera solo la governance: in sintesi, le differenze introdotte dovrebbero riguardare una diversa composizione del CdA (immissione di membri “laici” e competenti di gestione) ed un ben maggior ruolo del senato, oggi ridotto ad essere una figura irrilevante.Il rettore è oggi la carica accademica che sovrasta questi due organi, emanazione dello stesso corpo elettorale, ed ambedue presieduti dallo stesso rettore. I due organi sono facilmente condizionabili perché  portatori degli stessi interessi frammentati. Il risultato è che l’ateneo diviene preda di una nomenclatura pressoché inamovibile, i cui componenti si scambiano i ruoli di volta in volta. Nascono così cordate clientelari, rettori a vita, e tutto quello che viene criticato, senza tuttavia procedere ad una analisi penetrante delle cause. Come è ovvio non sono certo che queste modifiche proposte siano risolutive, ma credo fermamente che siano utili, partendo dal presupposto che le riforme debbano obbedire al principio del ”minimo spostamento”. Nell’università vanno fatte molte altre modifiche, parecchie delle quali coinvolgono problemi che hanno origine altrove. Va migliorata la didattica, e questo si spera divenga un frutto del sistema di valutazione; va migliorata la qualità e l’impegno degli studenti, ed una strada è – a mio avviso – quella di aumentare drasticamente le tasse, moltiplicando e rafforzando le borse di studio; va ripristinata la mobilità dei docenti, dei ricercatori, e dei dottorandi; è necessario contenere in un rapporto ragionevole le diverse fasce di personale, docente e non docente. Infine è indispensabile tendere ad una divisione/specializzazione degli atenei, dedicando alcuni maggiormente alla didattica, ed altri alla ricerca: ciò per ripristinare la selezione di una classe dirigente come obbiettivo distinto da quello di preparare quadri intermedi, pur tanto necessari allo sviluppo ed alla crescita del Paese. 

- No, non va tutto bene; ma bisogna aggiungere che le nostre università sono quelle di un Paese disastrato, con una scuola che fa pietà, e dotato di strutture materiali e morali fatiscenti.

 

In conclusione, non va troppo male, secondo te. I problemi specifici sono la governance e la didattica; il resto è dovuto ad un fenomeno di generale arretramento del paese e non v'è nulla di specificamente malato nell'università italiana. In particolare, essendo il livello di legalità molto basso in tutto il paese lo è "per osmosi" anche all'università (cosa vuol dire, nello specifico? Ossia, quanti concorsi sono truccati, in %, e quanti esami sono "finti" in una maniera o nell'altra?) ma, di nuovo, questo non dipende dall'università in se e per se. Nè, soprattutto, dal corpo docente, le sue associazioni, i suoi sindacati, il suo controllo del processo legislativo e di riforma amministrativa.

In particolare, il corpo docente, se capisco bene, ti sembra mediamente di buona qualità con punte di eccellenza. L'università, ed i suoi docenti, sono il "capro espiatorio" creato da una "campagna" ben "orchestrata". I casi di scandali sono limitati alle facoltà che producono figure professionali, per il resto il corpo docente è il meglio possibile, o quasi.

Il fatto che all'estero (ed in posti regolarmente classificati come di miglior qualità di QUALSIASI università italiana) insegnino migliaia (migliaia!) di fisici, chimici, medici, ingegneri, economisti, biologi, matematici, storici, letterati, eccetera, italiani è un puro curiosum dal quale non vale la pena di inferire nulla perché non v'è nulla da inferire.

Anche il fatto che tutti gli indici di produttività, sia quantitativi che qualitativi, dell'università italiana siano regolarmente al fondo delle classifiche internazionali non sembra disturbarti. Il problema è tutto nella transizione fra università di elite ed università di massa; problema che gli altri paesi, evidentemente, non hanno dovuto affrontare.

Basta mettere i rettori un po' più sotto controllo del corpo docente, e siamo più o meno a posto.

Ok, ho capito.

   Dire che l'università sia la sentina nella quale si raccolgono tutti i vizi e la corruzione del Paese - tesi che sembra sposata da taluni - mi sembra una completa forzatura. I problemi dell'università sono molti ed ho cercato di accennarli: sono sempre convinto che la governance e la didattica sono le carenze più rilevanti. In particolare il cattivo governo degli atenei rende vano, ad esempio, ogni tentativo di migliorare, modificandoli, i criteri di avanzamento in carriera e reclutamento. Tentativi che si sono svolti negli ultimi quaranta anni. Gli esami ai quali fai cenno - penso si tratti dei "concorsi"- sono e saranno sempre a mio avviso delle cooptazioni. Non è possibile immaginare un concorso in astratto, ma va individuata nel caso concreto la persona migliore da inserire in un ambiente di lavoro. E questa scelta non può essere fatta se non da chi fa già parte di quel ristretto mondo. Negli USA, il reclutamento dei docenti avviene in pratica per cooptazione. Il problema è quindi non quello di immaginare metodi (in astratto) perfetti di reclutamento, ma bisogna rendere "virtuosa" la cooptazione; ovvero creare premi per chi opera bene e pene per chi sbaglia. In questo senso, il governo dell'ateneo è molto importante. Voglio poi contestare l'affermazione che "tutti gli indici di produttività qualitativi e quantitativi" siano a sfavore dell'università italiana. La produttività è bassa per quantità, e su questo convengo; non sono d'accordo sulla qualità. Anche un dibattito su questo giornale di qualche tempo fa ha dato esiti incerti. La quantità è sicuramente bassa per la pessima organizzazione, che penalizza quelle discipline che richiedono "servizi": tecnici, laboratori, apparecchiature etc.

  In quanto poi alla lobbies dei docenti  che ostacolerebbero le riforme, devo ricordare che le varie associazioni dei docenti (USPUR, CIPUR, ANDU e molte altre) non contano UN BEL NULLA. Lo posso dire con cognizione di causa, avendo militato tutta la vita in queste associazioni. Le lobbies che si oppongono ad ogni riforma esistono veramente, e sono trasversali ai partiti: si tratta dei professori universitari (si fa per dire) prestati alla politica. Quasi tutti questi soggetti sono, guarda caso, in grandissima maggioranza medici o giuristi: proprio quelle discipline che hanno maggiore commistione con il mondo delle professioni. Questo dato non è inventato, ma è controllabile sul bel libro:”La crisi del potere accademico in Italia” (ed. Il Mulino), Cap.3.  

 

  Il fatto che le (buone) università straniere siano popolate da personale italiano significa anche che, almeno fino ad oggi, la formazione degli allievi non è stata così scadente. Voglio ribadirlo, prima di dire che questo fatto suggerisce (anche a me) chiaramente che le condizioni di lavoro sono in Italia ben peggiori di quelle degli altri Paesi. Anche qui, serve una diagnosi puntuale. Al di là di un generico lamento sulla assenza di criteri meritocratici, che è senz’altro giustificato, va detto che i talenti giovani vengono respinti all’inizio della loro carriera da un sistema che premia l’anzianità anziché il merito. Questo meccanismo perverso viene innescato dalla mancanza di mobilità: il giovane si laurea, poi consegue il dottorato, e poi lavora come post doc sempre presso lo stesso docente. Dopo anni di collaborazione, il docente si sente responsabile dell’avvenire del suo collaboratore e non ha la forza ed il coraggio di cooptare (fare vincere un concorso? O come vogliamo dire?) un altro soggetto, che magari riconosce essere più valido. Sto parlando di un ambiente “pulito” e non inquinato da interessi nepotistici o clientelari, quali possono esservi nel caso di discipline fortemente coinvolte nelle professioni: qui si recluta il parente o il congiunto dell’amico influente.

 Tutta la carriera dei docenti è segnata da questa mancanza di mobilità: lo ho segnalato come problema da risolvere ma sono anche consapevole trattarsi di un problema che affligge tutta la società italiana.

 

  Per concludere, intendo chiarire che NON HO AFFATTO  detto che va tutto bene o quasi: vanno cambiate moltissime cose. Sulle modifiche da apportare alla figure del rettore devo dire, con tutto il rispetto, che non hai afferrato l’aspetto centrale: una maggioranza di membri del CdA estranei all’università (fortemente avversata dalle lobbies accademiche) introdurrebbe nella gestione ed amministrazione degli atenei un legame con il mondo esterno. Non è quindi che si pone solamente il rettore sotto controllo dei professori, ma si crea un controllo  da parte di coloro che hanno interesse al buon funzionamento dell’istituzione.

 

 

- No, non va tutto bene; ma bisogna aggiungere che le nostre università sono quelle di un Paese disastrato, con una scuola che fa pietà, e dotato di strutture materiali e morali fatiscenti.

Mi aggancio a questa frase che sembra riassumere il tuo atteggiamento sulla situazione dell'universita'. Ritengo che gli italiani non possano accontentarsi di un'universita' in linea con la scarsa qualita' del resto del Paese, per diversi motivi:

  • nell'universita' sono (o dovrebbero) essere concentrate le persone piu' istruite dello Stato
  • la spesa pubblica per unita' di personale che lavora nell'universita' e' relativamente elevata, pertanto i contribuenti possono legittimamente chiedere che il mondo universitario funzioni meglio die quella parte cospicua del Paese che vive di espedienti ai margini della legge, ma che almeno non assorbe rilevanti risorse pubbliche. A volte sembra invece che proprio grazie al fatto che i soldi arrivano da uno Stato che non valuta, non vigila, ed e' esso stesso corrotto, cio' fornisca agli universitari  l'occasione per sprechi che non sarebbero nemmeno immaginabili nel settore privato e per una gestione che appare svincolata da ogni considerazione di utilita' per il pubblico.
  • il settore universitario e' legato al mondo della ricerca che mette in contatto, confronto e anche competizione con le realta' universitarie dei Paesi avanzati di tutto il mondo, dove per dirne una non si trovano corridoi universitari popolati dei parenti dei baroni locali. Pertanto e' legittimo attendersi che il personale universitario possa elevarsi almeno almeno in parte rispetto agli standard italiani di familismo amorale, per acquisire almeno in parte usi e costumi di realta' straniere piu' civili ed evolute.

Per tutte queste ragioni ritengo che sia opportuno fare quanto possibile per elevare l'universita' italiana agli standard dei Paesi piu' civili ed evoluti, anche in presenza di strutture statali corrotte e di scarsa qualita' e di un Paese complessivamente arretrato e poco civile.

  Sono perfettamente d'accordo che non bisogna accontentarsi, ma fare quanto possibile per migliorare la situazione attuale. Però non sono d'accordo con chi è convinto che la nostra sia la peggiore università del mondo, per colpa di professori inetti e corrotti. Se paragono l'università con la giustizia, i trasporti, l'amministrazione pubblica etc. non credo ci sia molto da vergognarsi: forse c'è da dire che malgrado tutto esistono all'università oasi nelle quali si insegna e si lavora. Può darsi che io sia preso dalla polemica dopo un anno che viene scaricato ogni giorno un TIR di sterco sull'università, e non mi esprimo con chiarezza.

Sono ormai vecchio, con una trentacinquennale esperienza di legislazione universitaria, che risale ai provvedimenti urgenti del 1973 (da studente ero nel direttivo della sezione universitaria del defunto PCI...:-)). Le leggi sull'università in Italia si sono sempre caratterizzata per

a) essere scritte coi piedi, grazie ai brillanti sforzi dei burocrati ministeriali e delle lobbies accademiche sempre alla caccia di favori ed eccezioni

b) essere cambiate parecchie volte dalla presentazione iniziale all'approvazione - in genere uno o due anni dopo.

Non vedo perchè il futuro decreto Gelmini debba sfuggire a questa regola. In effetti non sembra sfuggire. E' sicuramente scritto coi piedi, anche indipendentemente dal contenuto (come evidente dalle incertezze interpretative). Inoltre la sua presentazione in Consiglio dei Ministri è già slittata tre volte. Quindi, suggerirei prudenza prima di scatenarsi nell'esegesi di questo testo

 Sono perfettamente d'accordo: il DDL è scritto con i piedi. Ma quel che è peggio, non è chiaro sulle modifiche alla cosidetta "governance". Più che una esegesi, ho cercato di fare una analisi della situazione attuale e prospettare delle modifiche, riferendomi esclusivamente alla governance. 

  Mi impensierisce il fatto che quasi tutti gli interventi riguardino l'opinione di chi ha scritto l'articolo sulla situazione dell'università e sulle responsabilità dei professori. Per cercare di sanare una situazione è necessario: a) tentare una analisi b) proporre interventi sui punti evidenziati dall'analisi.

 Sarebbero auspicabili interventi sul governo degli atenei.

Inizia una nuova discussione

Login o registrati per inviare commenti